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28 settembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 17. L’eredità degli immigrati italiani: emancipazione femminile (prima parte)

Continuando a chiederci quale eredità abbiano lasciato gli immigrati del dopoguerra (prima generazione) alle generazioni successive, non c’è dubbio che una della più preziose sia stata l’emancipazione femminile. Ci sono voluti decenni per raggiungere gli attuali livelli, non è stato facile arrivarci e, come è stato osservato in un altro articolo del 3 febbraio 2021 (https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2021/02/immigrazione-italiana-1970-1990-donne.html), l’uguaglianza con gli uomini (italiani e svizzeri) non è stata ancora raggiunta in tutti i campi. La tendenza è comunque chiara e irreversibile. Per le donne italiane (anche quelle binazionali) si tratta ora di proseguire gli sforzi per colmare le lacune esistenti, conservare il meglio della tradizione migratoria e diventare co-protagoniste nel rafforzamento e nello sviluppo dell’italianità.

Premesse necessarie

Il riferimento temporale dell’«emancipazione femminile» di cui si parla nell'articolo è compreso tra la prima metà degli anni Sessanta e il primo decennio del 2000. Il dato di partenza è la situazione delle donne italiane (quale risulta da resoconti giornalistici e autobiografici, studi e dati statistici) in alcuni dei campi più importanti (civile, sociale, politico, economico, culturale), confrontata con quella dei connazionali maschi e degli svizzeri in generale. La collocazione del momento iniziale agli inizi degli anni Sessanta si giustifica col fatto che l’ondata immigratoria di massa proveniente prevalentemente dal Sud Italia metteva bene in evidenza il divario (culturale, lavorativo, sociale) tra uomini e donne.

Va inoltre osservato che i cambiamenti sono avvenuti lentamente ma decisamente in un processo di arricchimento continuo a cui hanno contribuito molti fattori legati alla politica emigratoria italiana, alla politica immigratoria svizzera, ai mutamenti intervenuti nella percezione degli stranieri da parte degli svizzeri, all'integrazione sempre più accentuata della seconda generazione, ma soprattutto all'intraprendenza, alla lungimiranza, alla costanza e al genio femminile italiano.

Si sa che nei fenomeni umani la generalizzazione è rischiosa e pertanto andrebbe per quanto possibile evitata, ma in questo caso è inevitabile, pur riconoscendo che anche negli anni Sessanta c’erano donne e gruppi di donne pienamente emancipate. Addirittura nella prima ondata immigratoria del dopoguerra (per una decina d’anni) le vere protagoniste sono state le donne, denotando grande spirito d’iniziativa, coraggio, indipendenza, capacità di muoversi a proprio agio anche in situazioni difficili. Pure in seguito, benché per esse sia stato molto più difficile che per gli uomini sviluppare tali caratteristiche, soprattutto nell'ambiente lavorativo e familiare, le donne si sono sempre distinte come lavoratrici, madri, compagne di vita, disposte ad ogni sacrificio per il bene della famiglia.

Sotto il profilo della visibilità sociale, delle possibilità di sviluppo, della formazione, della carriera professionale, per le donne è stato invece sempre molto difficile emergere e raggiungere la parità con gli uomini. L’ambito delle donne è rimasto a lungo ristretto e faticoso perché spesso gravava su di esse contemporaneamente il doppio lavoro, fuori e dentro casa (lavori generalmente poco qualificati e mal retribuiti fuori, i cosiddetti lavori domestici in casa), la cura dei bambini, i rapporti con la scuola, l’assistenza ai familiari bisognosi, il volontariato nelle associazioni caritative, ecc.

Situazione iniziale

Negli anni Sessanta la situazione delle donne immigrate era certamente peggiore di quella degli uomini sia nell'ambiente di lavoro che in famiglia e nella società. Gli uomini bene o male avevano nel lavoro un’apertura al mondo, un luogo d’incontro sociale, una scuola dove imparare a conoscere (meglio) le tecniche lavorative, le persone (con le quali era inevitabile almeno un dialogo rudimentale, che poteva continuare anche dopo il lavoro), il mondo che cambiava. Anche fuori dell’ambiente lavorativo gli uomini avevano momenti di distensione e «ricreazione» specialmente nelle associazioni.

Al contrario, per le donne il lavoro era spesso precario e il luogo di lavoro meno ricco di opportunità d’incontri e di conoscenze, perché le attività svolte, ad un ritmo spesso elevato, erano generalmente pesanti, monotone, ripetitive, stressanti, che richiedevano comunque concentrazione. Anche l’ambiente umano era diverso perché le pause erano solitamente corte e finito il lavoro ognuna doveva correre a casa per preparare la cena, prendersi cura dei bambini, lavare, stirare, ecc. Il «tempo libero» era minimo e la frequenza delle associazioni limitata. I rari momenti di svago erano limitati per lo più a qualche festa e a qualche incontro domenicale con le amiche.

Sulle donne, all'epoca dell’immigrazione di massa, gravava inoltre un preconcetto, di cui probabilmente le stesse protagoniste non si rendevano conto. Si riteneva generalmente, anche nel linguaggio comune, che i veri emigranti erano gli uomini non le donne. Le donne seguivano (talvolta anche clandestinamente) gli uomini, per non lasciarli soli e non rimanere sole, per contribuire anch'esse a formare il gruzzolo per cui erano emigrati i partner, a costo di rinunciare anche a quel poco di autonomia che godevano prima di partire. La situazione era destinata paradossalmente a peggiorare quando ai compagni o ai mariti si aggiungevano i figli, perché il carico dei problemi gravava soprattutto su di esse.

Percorso difficile e sofferto

Da numerose testimonianze si sa quanta sofferenza, quanta frustrazione e quanta depressione dovettero sopportare molte donne italiane immigrate non solo per le condizioni di lavoro e le esigenze familiari, ma anche per l’isolamento, la mancanza di sostegno, lo scarso tempo libero. La casa e i figli assorbivano gran parte del tempo che non dedicavano al lavoro (per cui spesso era un sollievo persino andare a lavorare). A loro stesse, alla cura della persona, alle amicizie, a qualche piccolo svago potevano dedicare ben poco tempo, senza che rimordesse loro la coscienza.

Sulla condizione della donna italiana adulta pesava anche la mentalità tipica della prima generazione, che vedeva la ragione principale dell’emigrazione nel desiderio di guadagno e di risparmio, per cui non si rifiutavano gli straordinari, i turni notturni, il lavoro a cottimo, il doppio lavoro, l’alloggio a basso costo e senza confort, ecc. In molti uomini c’era però sicuramente anche il timore, in verità mai confessato pubblicamente, che i redditi da lavoro potessero rendere anche le donne immigrate più autonome sull'esempio delle donne svizzere. Anche per questo, quando i mariti guadagnavano abbastanza e c’erano in famiglia dei figli difficilmente le donne andavano a lavorare. Persino quando fu estesa la possibilità di mandare i bambini già in tenera età negli asili nido, molti mariti preferivano che le madri restassero a casa per accudirli.

Sulle donne pesavano, inoltre, e molto, le difficoltà di comunicazione soprattutto con gli svizzeri per le note carenze linguistiche della prima generazione. Per di più, negli anni Sessanta, la maggior parte delle donne era di origine contadina e con un basso livello di scolarità (che non superava solitamente il secondo grado inferiore); molte di esse, essendo analfabete, non avevano alcuna possibilità di affermarsi professionalmente.

Miglioramento negli anni ’80 e ‘90

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, i cambiamenti nell'ambiente della migrazione divennero significativi. I comportamenti sociali degli svizzeri influirono sensibilmente su quelli degli italiani soprattutto grazie alla seconda generazione (portata facilmente a fare i confronti), alla loro integrazione e al lento miglioramento della comunicazione in generale. L’obiettivo di molte donne divenne raggiungere lo stato delle donne svizzere, più formate, più sicure di sé, più autorevoli, più indipendenti e anche meno casalinghe. Per raggiungerlo ci voleva tanto coraggio e spirito di sacrificio, ma le donne italiane ne avevano in abbondanza.

Il cambiamento fu registrato anche dalla demografia. Dopo aver toccato nel 1970 il numero massimo di matrimoni concernenti cittadini italiani (4.227), il loro numero cominciò a scendere (a parte una leggera risalita a cavallo del 1990), come avveniva tra gli svizzeri. La diminuzione più sensibile si registrò nei matrimoni tra concittadini italiani, appena 415 nel 2003, mentre ci furono solo oscillazioni nei matrimoni misti con svizzeri o svizzere. Anche il numero delle nascite da madre italiana, dopo aver raggiunto il massimo storico nel 1969 con 19.101 nati vivi, diminuì conseguentemente e la tendenza regressiva continua (2020: 2.729 nascite).

I cambiamenti più significativi si ebbero tuttavia soprattutto nell'attività lavorativa, nella formazione, nella partecipazione sociale e politica, come si vedrà in altro articolo.

Giovanni Longu
Berna, 28.09.2022

21 settembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 16. L’eredità degli immigrati italiani: un nuovo associazionismo

Tradizionalmente uno dei pilastri della vita sociale degli immigrati era costituito dalla partecipazione, attiva o passiva, alle associazioni che accompagnavano l’inserimento dei nuovi arrivati nel mondo del lavoro e nella società svizzera. Esse hanno garantito per decenni una sorta di sopravvivenza esistenziale e una rete essenziale di protezione sociale. Esse erano i principali centri d’incontro, d’informazione, di mediazione e di formazione di un sentimento di appartenenza importante per sostenere le rivendicazioni di cui si facevano portavoce i rappresentanti italiani durante le trattative con gli svizzeri per raggiungere nuovi accordi o miglioramenti alle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati.

Crisi dell’associazionismo tradizionale

Quando soprattutto negli anni Ottanta e Novanta si sono sviluppate le associazioni regionali, i partiti politici e i vari Comitati d’intesa, l’associazionismo ha subito una specie di metamorfosi colorandosi sempre più dei colori dei partiti politici a cui facevano riferimento, spesso per averne in cambio sostegni politici e finanziari, cariche quasi a vita nelle principali associazioni, incarichi di rappresentanza. In tal modo, però, l’associazionismo tradizionale avviava il suo inevitabile declino. Nel frattempo molte associazioni sono scomparse o esistono ancora solo in qualche elenco ingiallito depositato negli archivi. I colori politici non sono invece scomparsi e cercano ancora di connotare quel che resta dei media tradizionali, del vecchio associazionismo e persino del nuovo.

Di fronte alle diverse aspettative delle nuove generazioni l’associazionismo tradizionale non ha saputo reagire come forse avrebbe potuto, specialmente in alcuni settori, perché non riusciva a comprendere le differenze tra immigrati (prima generazione) e non immigrati (seconda generazione), tra antichi bisogni (superamento dell’isolamento, delle frustrazioni, della precarietà, realizzazione del sogno del ritorno, ecc.) e nuovi bisogni (maggiore informazione, formazione, integrazione, naturalizzazione, partecipazione politica, ecc.).

Il distacco tra la prima e la seconda generazione è stato forte e traumatico, ma irreversibile, anche se da parte dei figli c’è sempre stato rispetto e ammirazione per i sacrifici e gli sforzi dei loro genitori. Solo da qualche decennio si tenta di ricucire lo strappo, cercando di coinvolgere i giovani soprattutto nelle istituzioni di rappresentanza (per es. Comites) e in alcune nuove associazioni. Purtroppo spesso si tratta di giovani che non hanno vissuto né in famiglia né fuori esperienze di vera immigrazione. Non ha ancora trovato il suo spazio associativo consono la cultura dei nuovi immigrati e specialmente dei giovani binazionali.

Dal crollo dell’associazionismo tradizionale, tuttavia, si assiste a nuove forme di aggregazione per tentare di coinvolgere il pubblico italofono con o senza origini migratorie. Possono essere considerate un’altra eredità importante della prima generazione, anche se non prive di rischi. Mi riferisco in particolare alla stampa periodica in forma cartacea (per es. L’ECO, il Corriere dell’italianità, la Pagina) e/o online (per es. l’Avvenire dei lavoratori) e a una nuova associazione, l’Università delle tre età (o Unitre).

Potenzialità dei media scritti

La stampa periodica ha subito in questi ultimi decenni una trasformazione significativa, nel senso che cerca di allargare il pubblico dei lettori diversificando notevolmente i temi trattati, riducendo quelli tradizionali di carattere prettamente migratorio (assemblee sociali, pensioni, problemi della casa in Italia, tassazione, feste, ecc.) e privilegiando l’attualità (nazionale e internazionale, pur senza trascurare quella relativa alle principali organizzazioni italiane come Comites, Colonie libere), l’informazione storico-culturale (con presentazioni di opere di artisti, poeti, scrittori, discussioni pubbliche su temi di attualità e incidenza sociale, ecc.), la formazione continua (per es. con proposte di lettura e scrittura, informazioni tecnologiche, ecc.), rubriche d’arte, temi d’interesse generale (questioni climatiche, nuove attività imprenditoriali di italiani, ma anche cucina, moda, cinema, ecc.), secondo le nuove linee editoriali delle varie testate.

Nella categoria dei media, tuttavia, a parte l’Avvenire dei lavoratori che non corre alcun pericolo se continua la linea politica ormai «storica», gli altri periodici corrono a mio parere un grosso rischio, che dovrebbero cercare di evitare: l’eccessiva politicizzazione. Non essendo nati come organi di partito e sapendo che la maggior parte dei loro lettori sono indifferenti alle problematiche partitiche italiane, non dovrebbero prestarsi al gioco dei partiti in cerca di visibilità e adesioni attraverso personalità chiaramente schierate in posizione apicale. Sui contenuti «politici» dovrebbero limitarsi a fornire un’informazione essenziale, obiettiva e pluralistica, in modo da sollecitare la libera opinione, la ricerca individuale e la convinzione personale.

Se riuscirà a superare questo rischio, la stampa italofona menzionata potrebbe svolgere, soprattutto nella Svizzera tedesca e francese, un ruolo importante nella valorizzazione della lingua e della cultura italiana, nel sostegno di iniziative volte a rafforzare l’italianità, nell’approfondimento della nuova cultura italo-svizzera dei cittadini con la doppia nazionalità e persino nel rappresentare autorevolmente ampio settori della società. In questa prospettiva, certamente ambiziosa ma non impossibile, andrebbero considerate tuttavia anche la possibilità di un’aggregazione di testate, la costituzione di un ampio gruppo di sostegno, la costituzione di una base finanziaria solida e il rafforzamento del gruppo redazionale.

L’Unitre Svizzera

La maggiore eredità che la prima generazione lascia alla seconda e alle successive è tuttavia l’Università delle tre età, avviata in Svizzera quasi vent'anni fa su un’idea sviluppatasi in Francia e in Italia negli anni Settanta del secolo scorso. Si tratta di un’istituzione sociale e culturale di grande valore. In altra occasione ho scritto che «l’Unitre della Svizzera è un’associazione di formazione che riprende il meglio dell’associazionismo tradizionale e lo sviluppa secondo modalità moderne ed efficaci». Lo confermo.

Ricordo anzitutto che il nome Unitre è un acronimo di «Università delle Tre Età». La prima parte (Uni) riprende il nome dato comunemente a quei luoghi del sapere universale dove s’incontrano docenti e studenti; la seconda parte (tre) indica le persone «delle tre età» a cui si rivolge, ossia tutte le persone di ogni età che desiderano ampliare i propri orizzonti culturali. Già dal nome dovrebbe emergere l’importanza di questa istituzione, in grado di rispondere alle esigenze di socialità e di formazione continua di molte persone, utilizzando le forme tradizionali della comunicazione del sapere (corsi, lezioni, conferenze, incontri), ma riducendo le distanze tra docenti e allievi e favorendo la partecipazione intergenerazionale.

Foto-ricordo dell'Unitre di Soletta 2022
Il termine università non deve spaventare, perché l’Unitre reinterpreta in una forma semplice (ma non semplicistica) e non irriverente una delle caratteristiche dell'Universitas originaria (sec. XII), che intendeva promuovere il sapere «universale», ossia ogni forma di conoscenza dell’uomo (microcosmo) e del mondo (macrocosmo). L’Unitre condivide dell’Universitas anche un’altra caratteristica fondamentale, l’apertura intergenerazionale, ossia la possibilità di accedervi senza titoli e senza restrizioni garantita a tutti e a tutte le età. Anche sui contenuti l’Unitre riprende una caratteristica delle antiche università, la serietà dell’insegnamento. E poiché, specialmente in periodi di crisi di partecipanti, si può correre il rischio di derogare a questa caratteristica abbassando il livello dei corsi, l’Unitre dovrebbe cercare di mantenere sempre alta la qualità dell’offerta e garantire che le aspettative degli allievi siano soddisfatte.

Per avere un’idea della varietà e del livello dei corsi dell’Unitre, oggi, basta dare uno sguardo a uno qualunque dei programmi di una sede dell’Unitre Svizzera per l’anno accademico 2022-2023. Quello della sede di Soletta prevede, per esempio, corsi di lingua (italiana, spagnola, tedesca, inglese), di storia (antica e moderna), di geografia, arte, letteratura, informatica, cucina; corsi sulla salute e il benessere fisico (shibashi, ginnastica), per la gestione del tempo libero (pomeriggi ricreativi, passeggiate, origami, ballo, karaoke, ecc.); conferenze sull'attualità storico-politica, di astronomia, medicina, psicologia, filosofia, teologia, ecc. In passato sono stati offerti anche corsi interessanti sulle regioni italiane, sui cantoni svizzeri, sulla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, sull'integrazione, sull'italianità.

Guardare al futuro

Nell’ambito dell’italofonia di origine migratoria esistono sicuramente anche altre forme di aggregazione, ma quelle lasciate in eredità dalla prima generazione di immigrati italiani non andrebbero trascurate perché hanno un potenziale di sviluppo enorme. Grande attenzione andrebbe inoltre destinata ai media, compresi radio, televisione e social, che hanno enormi possibilità di mettere in rete un gran numero di persone, specialmente curandone maggiormente sia la forma che i contenuti. Di altre forme associative oltre all’Unitre è auspicabile che se ne creino anche altre, in grado di coinvolgere maggiormente soprattutto i giovani e specialmente i binazionali, che «peseranno» sempre di più nella società e nella cultura italo-svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 21.09.2022



07 aprile 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 42. Quarant'anni fa la svolta negata


Nella seconda metà degli anni Settanta, quando l’economia svizzera cominciava a riprendersi dopo la crisi del 1974-76 e i movimenti xenofobi sembravano indeboliti dalle sconfitte del 1970, 1974 e 1977, un movimento cattolico (a cui si aggiunsero presto altri gruppi eterogenei d’impegno sociale, politico, sindacale ed ecclesiale) decise di lanciare un’iniziativa popolare che già dal nome - «Essere solidali», in tedesco: Mitenand - desse l’idea del cambiamento che intendeva introdurre nella politica federale in favore degli stranieri. Quarant’anni fa (5.4.1981), però, la svolta fu bloccata da un severo voto popolare.

Perché l’iniziativa «Mitenand»?

All’origine dell’iniziativa popolare Mitenand nel 1977 c’era sicuramente la speranza di alcuni gruppi sociali minori di superare con una nuova politica immigratoria il disagio sociale ch’era stato provocato dalla massiccia presenza straniera, dalla paura ch’essa aveva generato specialmente nella classi sociali medio-basse, dalla malefica pressione politica e sociale esercitata dai movimenti xenofobi e dalla diffusa sensazione d’inefficacia della politica immigratoria federale.

Nei sostenitori della nuova iniziativa c’era forse anche una illusoria interpretazione dei dati sulla partecipazione alle votazioni riguardanti le iniziative xenofobe (74%, 70,3%, 45,2%), come se indicassero un crescente disinteresse alle discussioni sugli stranieri e un forte desiderio di convivenza pacifica. Di fatto, dopo tante iniziative antistranieri, tutte fortunatamente respinte, con la nuova iniziativa e il necessario consenso popolare gli autori della Mitenand speravano che si potesse avviare davvero una nuova politica più rispettosa della dignità e dei diritti degli stranieri e una convivenza più serena.

Spinti da grande ottimismo, ma da scarso realismo, essi immaginarono come cardini della nuova politica l’abolizione dello statuto dello stagionale, il diritto al rinnovo del permesso di dimora, il ricongiungimento con le famiglie, la libera scelta del posto di lavoro e altro ancora.

Votazione e delusione

Il popolo svizzero ritenne tali proposte evidentemente eccessive, tanto più che contrastavano con la nuova politica del Consiglio federale che stava dando i suoi frutti (riduzione dei nuovi immigrati, stabilizzazione dei residenti, agevolazioni nella trasformazione dei permessi da stagionale a annuale, maggiore rispetto dei diritti fondamentali degli stranieri, ecc.) e soprattutto con un disegno di legge sugli stranieri che intendeva migliorarne lo statuto giuridico e facilitarne l’integrazione.

Berna, grande manifestazione a favore dell’iniziativa Mitenand (1978)
Il Consiglio federale aveva espresso chiaramente il suo parere contrario sui singoli punti dell’iniziativa e il popolo dei votanti (meno del 40% del corpo elettorale) lo seguì. La bocciatura dell’iniziativa (contrari tutti i Cantoni e circa l’84% dei votanti!) fu clamorosa. Le richieste della Mitenand erano apparse pericolose e inaccettabili. Anche solo l’abolizione dello statuto stagionale avrebbe messo in pericolo interi comparti dell’economia e compromesso la politica di stabilizzazione dei residenti. Al contrario, i risultati vantati dal governo erano effettivi e misurabili e le promesse (da attuare con la legge) apparivano credibili.

La delusione dei sostenitori dell’iniziativa Mitenand fu cocente, ma sarebbe stata ancora maggiore l’anno seguente (6.6.1982), quando una votazione referendaria respinse col 50,4% di voti anche la nuova legge sugli stranieri già approvata in Parlamento (19.06.1981) che, se approvata, avrebbe sicuramente contribuito a migliorare la situazione generale degli stranieri e la convivenza con gli svizzeri.

Breve riflessione

Il fatto che la nuova legge sia stata bocciata per una manciata di voti (9864) rese ancor più amaro il risultato, inaspettato ma spiegabile. Il referendum, voluto dalle destre, era dato perdente dagli ambienti politici e sindacali, che pertanto s’impegnarono poco per contrastarlo. Addirittura frange delle sinistre e dei sindacati (sostenute da alcune organizzazioni di sinistra degli immigrati) non esitarono a criticare la legge per gli scarsi benefici che sembrava apportare agli stranieri e soprattutto perché manteneva lo statuto dello stagionale, contribuendo, sia pure involontariamente, all’esito deludente.

Ripensando a distanza di quarant’anni a quella doppia bocciatura ci si può chiedere se, in politica, alla parte più debole, quando i rapporti di forza sono squilibrati, sia più utile la politica dei piccoli passi o rischiare di perdere anche conquiste minori ma significative insistendo su richieste realisticamente insostenibili.

Giovanni Longu
Berna, 14.4.2021


17 febbraio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 38. Informazione e RAI

Paradossalmente, gli italiani immigrati in Svizzera hanno sofferto per decenni la «lontananza» dall’Italia forse più di altri connazionali emigrati in terre lontane, perché nonostante la vicinanza geografica dei due Paesi, la comunicazione risultava difficile. Senza riandare ai tempi in cui persino telefonare rappresentava un problema, va ricordato che per gran parte del periodo in esame l’informazione dall’Italia era alquanto limitata e complicata, nonostante si fosse già in piena era delle telecomunicazioni.

La stampa non bastava

Tradizionalmente gli immigrati in Svizzera si informavano attraverso la stampa confezionata appositamente per loro, costituita da decine di pubblicazioni tra settimanali, bisettimanali, mensili e trimestrali. Soprattutto tre settimanali erano molto seguiti: Emigrazione italiana (della Federazione delle Colonie libere), il Corriere degli Italiani (organo centrale delle Missioni cattoliche italiane in Svizzera) e L’ECO (settimanale indipendente). Molto diffusi erano anche alcuni bollettini delle Missioni cattoliche.

L’informazione dall’Italia era invece piuttosto carente, non perché i giornali italiani avessero difficoltà ad arrivare anche nella Svizzera interna, ma perché non venivano acquistati e letti, a parte la Gazzetta dello Sport, allora il quotidiano più diffuso tra gli italiani in Svizzera, e qualche giornale di partito. Per molti immigrati, tuttavia, il principale scambio d’informazioni avveniva nelle associazioni. Forse anche per questo erano molto frequentate.

Mancava la televisione

Non c’è dubbio che negli anni Settanta e Ottanta gli immigrati italiani, solitamente poco inclini alla lettura, pensavano di poter soddisfare pienamente la loro sete d’informazioni solo con l’arrivo della RAI, che tardava invece ad arrivare. Per questo la reclamavano da anni e accusavano «quelli di Roma» di essere «sordi» ai richiami degli emigrati e le autorità svizzere di negare il loro diritto all’informazione.

«Un'ora per voi»: Mascia Cantoni e Corrado

Questo spiega almeno in parte perché dalla seconda metà degli anni Sessanta ebbe un enorme successo la trasmissione Un’ora per voi, condotta dai presentatori Corrado e Mascia Cantoni, che la RAI e la televisione svizzera dedicavano settimanalmente ai lavoratori italiani nella Confederazione. Era un ampio contenitore di informazioni italiane e svizzere, quiz, musica, sport, eventi delle associazioni, ecc.

Ci furono anche tensioni sul finire degli anni Ottanta tra la Svizzera e l’Italia, accusata di interferenze transfrontaliere in materia di trasmissioni televisive. Poiché alcune reti italiane (Retequattro e Canale 5) disturbavano i programmi della televisione pubblica svizzera specialmente nel Ticino, la Svizzera aveva minacciato di attivare quattro potenti ripetitori installati in Ticino per rafforzare i segnali dei tre canali della Tv elvetica, ma che avrebbero potuto nuocere a molte emittenti private del Nord Italia. Fortunatamente la controversia fu risolta nel giro di pochi mesi per via diplomatica, anzi si riuscì a concludere a livello di Consiglio d’Europa un’importante Convenzione internazionale sulla televisione transfrontaliera, che avrebbe facilitato la ricezione in Svizzera di molte trasmissioni italiane sia pubbliche che private.

Vantaggi e svantaggi

Superati gli ostacoli burocratici e pratici, dall’inizio degli anni Novanta l’informazione televisiva dall’Italia arriverà sempre più abbondante e varia. Ci si può tuttavia domandare se tanta abbondanza abbia apportato solo vantaggi agli immigrati.

La risposta non può essere semplice, anche se i vantaggi in termini di conoscenze, di apertura mentale, di consolidamento dei rapporti con la lingua e la cultura italiane sono sicuramente preponderanti. Tuttavia, è difficile negare che la televisione italiana, diventando la principale fonte d’informazione, abbia contribuito a ridurre ulteriormente in molti immigrati l’attitudine alla lettura. E’ anche possibile che abbia influito sulla crisi dell’associazionismo per carenza di frequentazione.

Inoltre, è plausibile che la concentrazione su un’unica fonte d’informazione italiana abbia influito negativamente, almeno in certuni, sull’integrazione. Secondo Luisa Moraschinelli, una conoscitrice del periodo in esame, «quando non c'era la televisione in lingua italiana ci si stava abituando a seguire quelle tedesca e francese. Era l'occasione per imparare le lingue e aprire i propri orizzonti».

Poiché sono ancora molti gli immigrati di quel periodo, sarebbe interessante conoscere altre opinioni e altri bilanci tra vantaggi e svantaggi dell’avvento delle televisioni italiane in Svizzera.

Giovanni Longu
Berna 17.02.2021

 

10 febbraio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 37. L’associazionismo

Qualsiasi narrazione dell’immigrazione italiana in Svizzera non può fare a meno di riflettere almeno succintamente su una sua manifestazione tipica: l’associazionismo. Esso ha assunto nel tempo forme talmente diverse da risultare difficile trovare un comune denominatore, se non quello dell’aggregazione spontanea di immigrati specialmente in funzione protettiva, rivendicativa e promotiva. Nel periodo in esame (1970-1990), forse quello della massima diffusione delle forme associative, si è avuta probabilmente la più profonda trasformazione dell’associazionismo tradizionale. Essa merita sicuramente qualche considerazione, soprattutto alla luce dei cambiamenti intervenuti in seno alla collettività italiana immigrata.

Boom dell’associazionismo

Le Case d’Italia sono state in passato importanti centri dell’associa-
zionismo italiano; oggi lo sono di meno
(foto: Casa d’Italia di Zurigo)
L’associazionismo è una forma organizzativa tipica degli immigrati italiani in Svizzera fin dall’Ottocento. Allora esso aveva soprattutto una funzione difensiva e protettiva (contro le conseguenze di eventi dannosi quali licenziamenti, infortuni, decessi, povertà), af
fidata alle numerose associazioni di assistenza, mutuo soccorso e beneficenza sparse in tutta la Svizzera. All’inizio del Novecento erano molto diffuse soprattutto tra gli addetti all’edilizia e al genio civile, in maggioranza italiani. Dovevano essere anche molto attive perché influirono sullo sviluppo delle organizzazioni sindacali e del partito socialista svizzero (fondato nel 1870).

Con lo sviluppo dei sindacati e dello Stato sociale molte organizzazioni italiane scomparvero o si trasformarono, anche se lo scopo dell’assistenza ai più bisognosi sarà presente anche in numerose associazioni del secondo dopoguerra. Al loro posto sorsero e si svilupparono altre organizzazioni ben caratterizzate politicamente, socialmente e culturalmente, dando luogo, negli anni Sessanta e Settanta, a una miriade di associazioni.

Nel periodo in esame, la motivazione principale che spingeva la maggior parte dei membri delle associazioni a farne parte non era tuttavia riconducibile a finalità politiche, artistiche o culturali, ma era il tentativo di superare la condizione penosa che si venne a creare tra gli italiani con l’avvento dell’immigrazione di massa degli anni Sessanta e l’espandersi della xenofobia. In quel periodo, la funzione più importante dell’associazionismo era la protezione della propria salute psichica contro i rischi dell’isolamento, dell’incomunicabilità, della frustrazione, della nostalgia, della depressione.

Per questa ragione, a prescindere da motivi specifici senz’altro anche presenti, ebbero uno sviluppo straordinario le Case d’Italia, le Missioni cattoliche, le Colonie libere, le Società Dante Alighieri, le associazioni nazionali e regionali (in particolare quelle con annesso ristorante), i club sportivi e ricreativi, ecc.

Associazioni di scopo

Accanto alle associazioni a carattere aggregativo ad ampio spettro ne sorsero e se ne diffusero anche altre con finalità specifiche. Due in particolare meritano di essere evidenziate perché sono state probabilmente quelle che hanno inciso maggiormente sull’integrazione delle seconde generazioni: i comitati dei genitori e le organizzazioni di formazione professionale.

I comitati dei genitori furono le associazioni di italiani che meglio interpretarono le esigenze e le possibilità delle giovani generazioni di superare le principali difficoltà incontrate dagli adulti nella convivenza con la popolazione locale e di intraprendere con sicurezza, attraverso la conoscenza della lingua locale e la riuscita scolastica, la strada della piena parità sociale e professionale rispetto ai coetanei svizzeri.

Le organizzazioni dedicate alla formazione professionale, con capofila il CISAP (Centro Italo-Svizzero di Addestramento Professionale), attivo fin dal 1966, negli anni Settanta e Ottanta furono le prime a tentare di agevolare l’integrazione professionale degli immigrati italiani (a cui si aggregarono in seguito anche immigrati di altre nazionalità) offrendo loro di imparare un mestiere seguendo il programma di apprendimento teorico e pratico sul quale si formava il personale qualificato in Svizzera.

Associazioni d’intesa ma inefficaci

C’è stato un momento, alla fine degli anni Sessanta, in cui l’associazionismo italiano credette di poter svolgere, se unito, un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’immigrazione italiana. Nel 1970 le principali associazioni (orientate politicamente a sinistra) si accordarono a Lucerna per costituire un grande organismo unitario, il Comitato nazionale d’intesa (CNI).

Questo organismo si proponeva non solo di aggregare il meglio dell’associazionismo presente in Svizzera, ma anche di usare il maggior peso raggiunto per influire sulla politica emigratoria italiana e sulla politica immigratoria svizzera. In realtà, pur moltiplicando le sue attività non riuscì mai ad incidere significativamente né sulla parte italiana né sulla parte svizzera. Il fatto che il CNI fosse nato e dominato da associazioni di sinistra lo rendeva poco attendibile sia nei palazzi romani (dove il potere democristiano prevaleva su quello comunista) che nei palazzi svizzeri (dove la diffidenza nei confronti della sinistra, spesso etichettata genericamente come «comunista», era una costante).

Questo spiega perché gran parte delle rivendicazioni del CNI non vennero mai soddisfatte pienamente. La funzione rivendicativa per essere efficace avrebbe dovuto essere accompagnata da una forte capacità propositiva, ma molto spesso le rivendicazioni italiane apparivano inaccettabili alle autorità svizzere e insostenibili alle stesse rappresentanze italiane, per esempio in occasione delle riunioni delle commissioni miste previste dagli accordi italo-svizzeri sull’emigrazione. Gran parte dei miglioramenti ottenuti in quelle sedi (per esempio in materia di sicurezza sociale, ricongiungimento familiare, promozione della formazione professionale degli stranieri, ecc.) non corrispondevano alle rivendicazioni delle organizzazioni degli immigrati ma a richieste più moderate dei commissari italiani.

Un altro grande limite del CNI e di alcune grandi associazioni d’immigrati italiani è stato quello di essere troppo orientato all’Italia, dimenticando che in Svizzera le rivendicazioni, anche quelle riguardanti in modo particolare gli stranieri, hanno successo solo se sono sostenute dalle istanze svizzere, politiche, sindacali, culturali, sociali. In più occasioni, per esempio, i sindacati svizzeri disapprovarono vari tentativi di scavalcamento di organizzazioni italiane in materia di lavoro e sicurezza sociale.

Oggi si sa che molte conquiste dell’immigrazione sono state rese possibili da pressioni politiche svizzere, da interventi discreti delle rappresentanze diplomatiche italiane, da mediazioni sindacali svizzere, perché ad avere a cuore le sorti e il benessere degli italiani non erano solo esponenti delle associazioni d’immigrati, ma anche tante personalità del mondo politico, culturale e sindacale svizzero.

L’associazionismo italiano oggi

L’associazionismo italiano di oggi è ben diverso da quello del passato e qualsiasi confronto risulta alquanto difficile se non impossibile. Eppure c’è sempre qualcuno che ci prova. Per i nostalgici è possibile che quello attuale, in formato decisamente ridotto rispetto a quello tradizionale, appaia meno profondo e meno coinvolgente. Alcune caratteristiche fondamentali sarebbero addirittura (quasi) scomparse, come la solidarietà, la socialità, la convivialità, l’affiatamento, l’intimità e altre. Per altri, invece, appartenenti per lo più alla seconda generazione, l’associazionismo tradizionale avrebbe fatto il suo tempo e tenerlo ancora in vita sarebbe una forzatura, tanto più che non trova alcun seguito tra i giovani, di cui non percepisce i problemi, le aspirazioni, gli interessi.

Solo le Università delle tre età riescono ancora ad interessare
regolarmente molti immigrati
(Foto: UNI3 di Soletta)
Senza pretendere di dirimere la questione per la ragione già detta, non c’è dubbio che buona parte delle associazioni attive negli anni Settanta e Ottanta non esiste più e che quelle residuali continuano ad occuparsi degli stessi problemi e degli stessi interessi (pensioni, tasse, assistenza, attività dei Comites, del CGIE, elezioni, ecc.). Sarebbe sorprendente se qualcuno pensasse davvero che molti immigrati italiani vivano ancora di nostalgia, di preoccupazioni per la casa (in Italia) o pensando alla pensione italiana.

Eppure si ha talvolta l’impressione che molti rappresentanti di vecchie associazioni non si rendano ancora ben conto che non solo il mondo, i rapporti internazionali, i concetti di patria, di frontiera, di cultura, di politica, di «casa», il valoro del passaporto… sono cambiati o stanno velocemente cambiando, ma anche la mobilità delle persone, la cosiddetta «emigrazione» e «immigrazione»… sono cambiate o stanno cambiando.

Quando nel 2015 per le elezioni dei Comites ha votato nel mondo appena il 6,5% degli aventi diritto e i voti validi sono stati meno del 4%, qualche rappresentante delle associazioni di immigrati si è chiesto come mai? E si è chiesto qual è il rapporto dei giovani italiani con la politica o perché i giovani non frequentano le associazioni tradizionali?

Sarebbe tuttavia ingiusto riversare le responsabilità dello scollamento tra giovani e anziani solo su questi, perché anche ai primi si dovrebbe chiedere cosa facciano o intendano fare per non spezzare la catena generazionale anche in emigrazione. Dalle eventuali risposte potrebbe nascere anche un nuovo associazionismo.

Giovanni Longu
Berna, 10.02.2021