10 febbraio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 37. L’associazionismo

Qualsiasi narrazione dell’immigrazione italiana in Svizzera non può fare a meno di riflettere almeno succintamente su una sua manifestazione tipica: l’associazionismo. Esso ha assunto nel tempo forme talmente diverse da risultare difficile trovare un comune denominatore, se non quello dell’aggregazione spontanea di immigrati specialmente in funzione protettiva, rivendicativa e promotiva. Nel periodo in esame (1970-1990), forse quello della massima diffusione delle forme associative, si è avuta probabilmente la più profonda trasformazione dell’associazionismo tradizionale. Essa merita sicuramente qualche considerazione, soprattutto alla luce dei cambiamenti intervenuti in seno alla collettività italiana immigrata.

Boom dell’associazionismo

Le Case d’Italia sono state in passato importanti centri dell’associa-
zionismo italiano; oggi lo sono di meno
(foto: Casa d’Italia di Zurigo)
L’associazionismo è una forma organizzativa tipica degli immigrati italiani in Svizzera fin dall’Ottocento. Allora esso aveva soprattutto una funzione difensiva e protettiva (contro le conseguenze di eventi dannosi quali licenziamenti, infortuni, decessi, povertà), af
fidata alle numerose associazioni di assistenza, mutuo soccorso e beneficenza sparse in tutta la Svizzera. All’inizio del Novecento erano molto diffuse soprattutto tra gli addetti all’edilizia e al genio civile, in maggioranza italiani. Dovevano essere anche molto attive perché influirono sullo sviluppo delle organizzazioni sindacali e del partito socialista svizzero (fondato nel 1870).

Con lo sviluppo dei sindacati e dello Stato sociale molte organizzazioni italiane scomparvero o si trasformarono, anche se lo scopo dell’assistenza ai più bisognosi sarà presente anche in numerose associazioni del secondo dopoguerra. Al loro posto sorsero e si svilupparono altre organizzazioni ben caratterizzate politicamente, socialmente e culturalmente, dando luogo, negli anni Sessanta e Settanta, a una miriade di associazioni.

Nel periodo in esame, la motivazione principale che spingeva la maggior parte dei membri delle associazioni a farne parte non era tuttavia riconducibile a finalità politiche, artistiche o culturali, ma era il tentativo di superare la condizione penosa che si venne a creare tra gli italiani con l’avvento dell’immigrazione di massa degli anni Sessanta e l’espandersi della xenofobia. In quel periodo, la funzione più importante dell’associazionismo era la protezione della propria salute psichica contro i rischi dell’isolamento, dell’incomunicabilità, della frustrazione, della nostalgia, della depressione.

Per questa ragione, a prescindere da motivi specifici senz’altro anche presenti, ebbero uno sviluppo straordinario le Case d’Italia, le Missioni cattoliche, le Colonie libere, le Società Dante Alighieri, le associazioni nazionali e regionali (in particolare quelle con annesso ristorante), i club sportivi e ricreativi, ecc.

Associazioni di scopo

Accanto alle associazioni a carattere aggregativo ad ampio spettro ne sorsero e se ne diffusero anche altre con finalità specifiche. Due in particolare meritano di essere evidenziate perché sono state probabilmente quelle che hanno inciso maggiormente sull’integrazione delle seconde generazioni: i comitati dei genitori e le organizzazioni di formazione professionale.

I comitati dei genitori furono le associazioni di italiani che meglio interpretarono le esigenze e le possibilità delle giovani generazioni di superare le principali difficoltà incontrate dagli adulti nella convivenza con la popolazione locale e di intraprendere con sicurezza, attraverso la conoscenza della lingua locale e la riuscita scolastica, la strada della piena parità sociale e professionale rispetto ai coetanei svizzeri.

Le organizzazioni dedicate alla formazione professionale, con capofila il CISAP (Centro Italo-Svizzero di Addestramento Professionale), attivo fin dal 1966, negli anni Settanta e Ottanta furono le prime a tentare di agevolare l’integrazione professionale degli immigrati italiani (a cui si aggregarono in seguito anche immigrati di altre nazionalità) offrendo loro di imparare un mestiere seguendo il programma di apprendimento teorico e pratico sul quale si formava il personale qualificato in Svizzera.

Associazioni d’intesa ma inefficaci

C’è stato un momento, alla fine degli anni Sessanta, in cui l’associazionismo italiano credette di poter svolgere, se unito, un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’immigrazione italiana. Nel 1970 le principali associazioni (orientate politicamente a sinistra) si accordarono a Lucerna per costituire un grande organismo unitario, il Comitato nazionale d’intesa (CNI).

Questo organismo si proponeva non solo di aggregare il meglio dell’associazionismo presente in Svizzera, ma anche di usare il maggior peso raggiunto per influire sulla politica emigratoria italiana e sulla politica immigratoria svizzera. In realtà, pur moltiplicando le sue attività non riuscì mai ad incidere significativamente né sulla parte italiana né sulla parte svizzera. Il fatto che il CNI fosse nato e dominato da associazioni di sinistra lo rendeva poco attendibile sia nei palazzi romani (dove il potere democristiano prevaleva su quello comunista) che nei palazzi svizzeri (dove la diffidenza nei confronti della sinistra, spesso etichettata genericamente come «comunista», era una costante).

Questo spiega perché gran parte delle rivendicazioni del CNI non vennero mai soddisfatte pienamente. La funzione rivendicativa per essere efficace avrebbe dovuto essere accompagnata da una forte capacità propositiva, ma molto spesso le rivendicazioni italiane apparivano inaccettabili alle autorità svizzere e insostenibili alle stesse rappresentanze italiane, per esempio in occasione delle riunioni delle commissioni miste previste dagli accordi italo-svizzeri sull’emigrazione. Gran parte dei miglioramenti ottenuti in quelle sedi (per esempio in materia di sicurezza sociale, ricongiungimento familiare, promozione della formazione professionale degli stranieri, ecc.) non corrispondevano alle rivendicazioni delle organizzazioni degli immigrati ma a richieste più moderate dei commissari italiani.

Un altro grande limite del CNI e di alcune grandi associazioni d’immigrati italiani è stato quello di essere troppo orientato all’Italia, dimenticando che in Svizzera le rivendicazioni, anche quelle riguardanti in modo particolare gli stranieri, hanno successo solo se sono sostenute dalle istanze svizzere, politiche, sindacali, culturali, sociali. In più occasioni, per esempio, i sindacati svizzeri disapprovarono vari tentativi di scavalcamento di organizzazioni italiane in materia di lavoro e sicurezza sociale.

Oggi si sa che molte conquiste dell’immigrazione sono state rese possibili da pressioni politiche svizzere, da interventi discreti delle rappresentanze diplomatiche italiane, da mediazioni sindacali svizzere, perché ad avere a cuore le sorti e il benessere degli italiani non erano solo esponenti delle associazioni d’immigrati, ma anche tante personalità del mondo politico, culturale e sindacale svizzero.

L’associazionismo italiano oggi

L’associazionismo italiano di oggi è ben diverso da quello del passato e qualsiasi confronto risulta alquanto difficile se non impossibile. Eppure c’è sempre qualcuno che ci prova. Per i nostalgici è possibile che quello attuale, in formato decisamente ridotto rispetto a quello tradizionale, appaia meno profondo e meno coinvolgente. Alcune caratteristiche fondamentali sarebbero addirittura (quasi) scomparse, come la solidarietà, la socialità, la convivialità, l’affiatamento, l’intimità e altre. Per altri, invece, appartenenti per lo più alla seconda generazione, l’associazionismo tradizionale avrebbe fatto il suo tempo e tenerlo ancora in vita sarebbe una forzatura, tanto più che non trova alcun seguito tra i giovani, di cui non percepisce i problemi, le aspirazioni, gli interessi.

Solo le Università delle tre età riescono ancora ad interessare
regolarmente molti immigrati
(Foto: UNI3 di Soletta)
Senza pretendere di dirimere la questione per la ragione già detta, non c’è dubbio che buona parte delle associazioni attive negli anni Settanta e Ottanta non esiste più e che quelle residuali continuano ad occuparsi degli stessi problemi e degli stessi interessi (pensioni, tasse, assistenza, attività dei Comites, del CGIE, elezioni, ecc.). Sarebbe sorprendente se qualcuno pensasse davvero che molti immigrati italiani vivano ancora di nostalgia, di preoccupazioni per la casa (in Italia) o pensando alla pensione italiana.

Eppure si ha talvolta l’impressione che molti rappresentanti di vecchie associazioni non si rendano ancora ben conto che non solo il mondo, i rapporti internazionali, i concetti di patria, di frontiera, di cultura, di politica, di «casa», il valoro del passaporto… sono cambiati o stanno velocemente cambiando, ma anche la mobilità delle persone, la cosiddetta «emigrazione» e «immigrazione»… sono cambiate o stanno cambiando.

Quando nel 2015 per le elezioni dei Comites ha votato nel mondo appena il 6,5% degli aventi diritto e i voti validi sono stati meno del 4%, qualche rappresentante delle associazioni di immigrati si è chiesto come mai? E si è chiesto qual è il rapporto dei giovani italiani con la politica o perché i giovani non frequentano le associazioni tradizionali?

Sarebbe tuttavia ingiusto riversare le responsabilità dello scollamento tra giovani e anziani solo su questi, perché anche ai primi si dovrebbe chiedere cosa facciano o intendano fare per non spezzare la catena generazionale anche in emigrazione. Dalle eventuali risposte potrebbe nascere anche un nuovo associazionismo.

Giovanni Longu
Berna, 10.02.2021

03 febbraio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 36. Donne svizzere in marcia. E le immigrate?

Il ventennio (1970-1990) preso in considerazione è stato caratterizzato, fra l’altro, dalla piena emancipazione politica delle donne svizzere che sono riuscite a conquistarsi il diritto di voto e di eleggibilità a tutti i livelli (7 febbraio 1971). L’evento, di portata storica per la democrazia svizzera, è giustamente celebrato con manifestazioni e rievocazioni. Esso merita un accenno pure in questa serie di articoli perché è probabile che il suffragio femminile abbia influito positivamente sulla politica migratoria federale. Inoltre, la ricorrenza offre lo spunto per chiedersi se anche nel campo delle italiane immigrate si è osservato in quegli anni un analogo dinamismo di lotta e di conquista.

Il suffragio femminile in Svizzera

Manifestazione di donne svizzere per il diritto di voto.
Il diritto di voto e di eleggibilità delle donne a livello federale è stato riconosciuto solo nel 1971, ma era da oltre un secolo che le donne lottavano per ottenerlo. Nei loro confronti erano stati fatti valere non solo pregiudizi maschilisti, ma anche una generica ripartizione dei ruoli accettata tacitamente anche dalle donne per cui, per esempio, alla donna moglie e madre competeva la gestione dell’economia domestica e all’uomo la gestione degli affari e della politica.

L’esclusione delle donne dalla politica non era però condivisa da tutte, soprattutto a livello cantonale, e già nel 1868 un gruppo di donne zurighesi aveva chiesto il diritto di voto. La richiesta fu respinta, ma la volontà di raggiungerlo non venne meno, anzi si propagò lentamente in tutta la Svizzera perché le donne erano discriminate politicamente in tutti i Cantoni.

Nel 1909 le varie organizzazioni favorevoli al diritto di voto delle donne fondarono l’Associazione svizzera per il suffragio femminile (ASSF). Nonostante avesse raggiunto moltissime adesioni e un ampio consenso anche in campo maschile, tutti i primi tentativi d’introdurre nella Costituzione federale (e nelle costituzioni cantonali) il suffragio universale fallirono. Le resistenze soprattutto nei grandi Cantoni erano enormi. Fino al 1960 solo Vaud (1959), Neuchâtel (1959) e Ginevra (1960) avevano concesso il diritto di voto alle donne. Nello stesso decennio seguirono altri tre Cantoni: Basilea Città (1966), Basilea Campagna (1968) e Ticino (1969), ma mancavano ancora i due più popolosi.

Sebbene la questione sembrasse matura per essere sottoposta al voto popolare (trattandosi di una modifica della Costituzione), nel 1968 il Consiglio federale appariva ancora esitante, tanto da apprestarsi a ratificare la «Convenzione europea sui diritti dell’uomo», ma escludendo il suffragio femminile. La reazione delle associazioni femminili fu immediata e pretese che il Governo sottoponesse finalmente al giudizio popolare un progetto di modifica costituzionale in materia di suffragio universale.

Punto di arrivo e base di partenza

La votazione del 7 febbraio 1971 per il diritto di voto e di eleggibilità delle donne in materia federale premiò finalmente la costanza, la determinazione  e la lungimiranza delle donne svizzere che avevano saputo lottare senza mai arrendersi per un loro sacrosanto diritto: i sì furono infatti il 65,7% contro il 34,3% di no.

Se qualche lettore avesse assistito quel giorno alla gioia delle donne per il riconoscimento ottenuto avrebbe potuto pensare che in fondo avevano ben poco da festeggiare, visto che tutti i grandi Paesi vicini avevano ottenuto quel diritto già da tempo, la Germania e l’Austria addirittura da oltre mezzo secolo, la Francia e l’Italia da oltre un quarto di secolo. Eppure le donne svizzere avevano buone ragioni per gioire perché con le loro lotte avevano raggiunto non solo il sospirato obiettivo del diritto di voto in materia federale, ma anche una solida base di partenza per estenderlo a livello cantonale e comunale (come di fatto avvenne negli anni successivi) e per ampliare progressivamente la propria rappresentanza parlamentare.

Partite quasi in sordina con una dozzina di parlamentari alle elezioni dell’autunno 1971, le donne elette al Consiglio nazionale (composto di 200 membri) sono aumentate costantemente (1983: 11 %; 2003: 26 %; 2015: 32 %, 2019: 42%), mentre nel Consiglio degli Stati l’andamento è stato più altalenante (1983: 6,5 %, 2003: 23,9 %; 2015: 15,2 %, 2019: 26%) fino a raggiungere il massimo storico alle ultime elezioni.

Nell’Assemblea federale le donne hanno ricoperto finora tutte le principali cariche (annuali) e sono state anche più volte presidenti del Consiglio nazionale, la carica più alta in Svizzera. Anche nell’esecutivo (Consiglio federale) le donne sono ormai da molti anni ben rappresentate. La situazione si presenta soddisfacente anche nei principali legislativi ed esecutivi cantonali e comunali, per cui non si può non riconoscere che il 7 febbraio 1971 sia una data felice negli annali della democrazia svizzera.

E le donne immigrate?

Alla domanda iniziale qui ripetuta è difficile rispondere perché il contesto in cui si trovavano le donne immigrate, specialmente quelle italiane che nel periodo in esame (1970-1990) ne costituivano la maggioranza, era completamente diverso. Se per le donne svizzere si trattava, per raggiungere il loro scopo, di lottare contro un sistema ben definito che lo ostacolava, per le donne italiane immigrate il sistema da combattere era ben più complesso e limitava l’esercizio di molti dei loro diritti personali e sociali.

Poche donne imparavano una professione tecnica.
Inoltre, se per le donne svizzere erano chiari l’obiettivo da raggiungere e gli strumenti (di lotta, di alleanze e di convinzione) da mettere in campo, per le donne immigrate (sia pure con molte eccezioni) erano opachi tanto gli obiettivi quanto le strategie e i mezzi per raggiungerli, anche perché molte di esse erano ancora alla ricerca della propria identità.

Tradizionalmente i protagonisti dell’emigrazione/immigrazione erano gli uomini e le donne seguivano le loro orme, li accompagnavano e spesso li servivano. Specialmente quando ai compagni o ai mariti si aggiungevano i figli, raramente avevano il tempo per pensare a sé stesse, curare amicizie, studiare, imparare le lingue, apprendere o migliorare una professione, occuparsi di politica, coltivare hobby.

Naturalmente il lavoro delle donne immigrate, in casa e fuori casa, è stato preziosissimo, ma in una prospettiva di carriera professionale, autonomia economica, riuscita sociale o emancipazione culturale, ecc. non appariva, non risultava, non contava se non molto poco. Non sempre se ne rendevano conto esse stesse e, man mano che la loro vita si rinchiudeva nella monotonia quotidiana, nell’incomunicabilità e nella nostalgia, veniva meno la voglia di reagire, di rompere l’isolamento, di crearsi uno spazio proprio.

Solo una minoranza di immigrate riusciva a soddisfare la voglia di partecipare attivamente almeno alla
vita delle numerose associazioni di allora, ma la loro presenza negli organi direttivi - secondo una ricerca degli anni Ottanta - era piuttosto scarsa. Persino nell’organizzazione di sinistra delle Colonie libere italiane non superava il 3 per cento.

Ancora agli inizi degli anni Novanta, partecipare a certe riunioni di vertice di grandi associazioni dava l’impressione di trovarsi in raduni per soli uomini o, come fu riportato in una ricerca pubblicata nel 1992, «si aveva a volte l'impressione di trovarsi in Arabia Saudita o nello Yemen: molte manifestazioni di immigrati assomigliavano sinistramente a un' assise islamica, dove le donne non esistevano, erano escluse o si autoescludevano».

Scarsi riconoscimenti nonostante i meriti

Le donne erano particolarmente attive nel sociale.
Eppure le donne erano già presenti e attive in numerose associazioni ecclesiali, di beneficienza, culturali, formative, rappresentavano la forza trainante di numerosi comitati di genitori dove si affrontavano, spesso insieme agli svizzeri, delicati problemi scolastici e organizzativi, garantivano supporto a congressi, incontri, visite di esponenti venuti dall’Italia per incontrare connazionali o corregionali, ecc. Dimostravano pienamente le loro capacità e il desiderio di partecipare maggiormente, anche con ruoli di responsabilità, alla trasformazione della collettività italiana immigrata. Ciò nonostante non riuscivano ad emergere, le loro idee non era apprezzate, i loro sforzi non erano riconosciuti.

A questo punto, però, alcune domande sorgono davvero spontanee. Perché le donne immigrate non hanno avuto la costanza della lotta delle donne svizzere? Perché l’esperienza migratoria delle donne è stata più gravosa (anche in termini di salute fisica e psichica) di quella degli uomini? Perché le donne immigrate hanno dovuto attendere gli anni Novanta per poter accedere facilmente alla formazione post-obbligatoria e agli apprendistati più prestigiosi?

Gli interrogativi potrebbero essere molti di più e le risposte non possono essere certo facili. Chi ha avuto esperienze più o meno dirette sarà forse più agevolato di altri, ma tutti, credo, potranno essere concordi nel ritenere che almeno un po’ di discriminazione e un bel po’ di pregiudizi nei loro confronti ci siano stati a lungo anche in seno all’immigrazione italiana in Svizzera. Acqua passata? Speriamo!

Giovanni Longu
Berna 3.2.2021

 

20 gennaio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 35. Relazioni italo-svizzere (seconda parte)

L’incidente diplomatico provocato dal sottosegretario Foschi (1977) non fu l’unico ad agitare le relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera nel periodo in esame. Qualche anno più tardi fu la volta di un rapporto «confidenziale» ma finito nelle redazioni di alcuni giornali del neoambasciatore italiano a Berna Gerardo Zampaglione. Anche in questo caso a spegnere prontamente l’incendio intervennero i ministri degli esteri dei due Paesi.

Un altro incidente diplomatico

Sandro Pertini e Kurt Furgler (Berna 1981)
Dopo l’incontro Forlani-Aubert del 1978 già ricordato (v. articolo precedente), le relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera sembravano avviate sulla strada di un’intensa collaborazione. Se ne osservò un chiaro segnale nel febbraio 1980 durante i lavori della Commissione mista (prevista dall’accordo italo-svizzero del 1964). Per esempio, la delegazione svizzera si mostrò molto aperta e disponibile alle richieste italiane di ridurre a 5 anni il periodo di attesa per ottenere il diritto di domicilio e di estendere alla partecipazione degli stranieri la Commissione federale degli stranieri. Se un’altra richiesta, quella del voto degli stranieri a livello locale, non poté essere accolta, fu perché rientrava nelle competenze dei Cantoni e non della Confederazione.

Ciò nonostante, proprio nel 1980, un nuovo incidente diplomatico rischiò di compromettere il nuovo clima che si era instaurato tra l’Italia e la Svizzera. L’ambasciatore italiano a Berna Gerardo Zampaglione (1917-1996), solo da pochi mesi in Svizzera, in un rapporto «confidenziale» destinato al Ministero degli esteri, ma finito anche nelle redazioni di alcuni giornali, esprimeva giudizi pesanti sulla politica di neutralità della Svizzera e sui comportamenti degli svizzeri ispirati secondo lui alla cupidigia e al massimo profitto.

I rimedi: Colombo e Pertini

Il Consiglio federale, benché risentito, non ravvisò nel rapporto «confidenziale» motivi tali da chiedere l’allontanamento del diplomatico, anche per non compromettere i buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia. La stampa e l'opinione pubblica reagirono invece diversamente, tanto che il capo della diplomazia svizzera Pierre Aubert (1927-2016), in un incontro informale svoltosi a Lisbona durante una sessione del consiglio d'Europa, non poté fare a meno di chiedere spiegazioni al collega italiano Emilio Colombo (1920-2013), lasciando intendere che sarebbe stato preferibile rimuovere l’incauto ambasciatore.

Lo riteneva opportuno anche una corrispondenza da Berna del Corriere della Sera, secondo cui «a questo punto è giusto che Zampaglione, che ha ferito certe intime convinzioni, lasci un posto diventato ormai per lui scomodo. Seicentomila italiani, che prestano la loro apprezzata opera nella Confederazione, potrebbero ingiustamente fare le spese dei “vezzi letterari” di chi scrive e magari anche della mancanza di spirito di chi legge». Poco tempo dopo il governo italiano decise di trasferire Zampaglione ad altra sede.

Le relazioni italo-svizzere migliorarono decisamente l’anno seguente, nel 1981, con la visita in Svizzera del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la prima visita ufficiale di un Capo di Stato italiano. Ad accompagnarlo in giro per la Svizzera fu il presidente della Confederazione Kurt Furgler. Tra i due si stabilì un caloroso vincolo di amicizia che simboleggiava il legame sempre più intenso che si voleva instaurare tra i due popoli, lasciandosi definitivamente alle spalle le tensioni e incomprensioni degli anni Sessanta e Settanta.

Nuovi orizzonti

Con la visita di Pertini si aprirono in effetti nuovi orizzonti. Il Presidente Furgler riconobbe che i numerosi italiani che risiedevano in Svizzera «ormai fanno parte della comunità elvetica». A sua volta il Presidente Pertini assicurò che «la forza del lavoro italiano che nel corso degli anni ha contribuito in buona parte al consolidamento dell’economia svizzera, riafferma oggi, attraverso le mie parole, la sicura certezza che nessun pregiudizio possa indebolire o mettere in dubbio i vincoli di stima e sincera amicizia che sono stati caratteristica costante dei rapporti tra l’Italia e la Confederazione Elvetica». Lo sono tuttora, come confermano queste due autorevoli testimonianze:

-        «La Svizzera e l’Italia intrattengono relazioni tradizionalmente buone, contraddistinte da intensi rapporti economici, politici, umani e culturali, da una lingua comune e da frequenti visite a tutti i livelli» (Dipartimento federale degli affari esteri)

-        Tra Svizzera e Italia «abbiamo una lingua in comune e tante reciproche influenze umane e culturali. Siamo due Paesi che si parlano e si incontrano incessantemente, che collaborano e lavorano insieme, contribuendo alla reciproca crescita e al mutuo benessere» (Silvio Mignano, Ambasciatore d’Italia in Svizzera).

Giovanni Longu
Berna, 20.01.2021