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27 ottobre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 58. I numeri raccontano (8)

Il ventennio di storia dell’immigrazione italiana in Svizzera preso in esame (1970-1990) è stato per un verso di svolta e per l’altro di ricerca di un futuro diverso, almeno per la seconda generazione. La svolta, com'è noto, è stata determinata dalle iniziative xenofobe, dalla crisi economica degli anni 1974-76, ma anche dalle migliorate prospettive occupazionali offerte dall'Italia e dall'Unione Europea (allora Comunità Economica Europea CEE). Molti immigrati decisero di rientrare in patria, molti altri di restare. Per costoro si trattò spesso di una decisione coraggiosa, perché il clima generale sembrava ancora ostile, ma giustificata dalla speranza di un futuro meno difficile e più sicuro almeno per i figli, soprattutto dal punto di vista economico, professionale e sociale. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà che le difficoltà da superare erano tante, il percorso era tutto in salita e gli aiuti erano scarsi.

L’abolizione dello statuto dello stagionale è stata per decenni
la principale rivendicazione di alcune associazioni di immigrati.
Clima generale ancora ostile

Negli anni Settanta e Ottanta, il pericolo xenofobo si era considerevolmente ridotto, ma non era scomparso. L’accettazione e il rispetto degli stranieri da parte della popolazione svizzera avveniva lentamente. Erano sempre molti coloro che vedevano negli immigrati un pericolo, anche perché il loro tasso di crescita relativo era sempre più elevato di quello degli svizzeri. Molti svizzeri erano anche convinti che gli stranieri non volessero integrarsi perché non facevano nessuno sforzo per imparare la loro lingua. Sul mercato del lavoro, anche se non erano più visti come Gastarbeiter, lavoratori ospiti, molti stranieri venivano spesso considerati astuti concorrenti. E poi, si diceva, erano tutti comunisti, contestatori, sempre pronti allo sciopero.

Il clima restava teso anche tra immigrati italiani e rappresentanze diplomatiche e consolari, accusate spesso di disinteresse nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie. In più occasioni associazioni di immigrati si rivolgevano direttamente al Ministero degli affari esteri e ai sindacati italiani invocando il loro intervento.

Reazioni dell’associazionismo

Gli eventi della prima metà degli anni Settanta disorientarono non solo gli immigrati, ma anche molte associazioni. Alcune di esse, purtroppo, considerando gli attacchi dei movimenti xenofobi come provenienti dall'intera popolazione con la complicità del sistema economico e politico, fin dal 1970 decisero di lottare non solo contro Schwarzenbach, ma anche contro la concezione che vedeva «l’emigrante come merce» e la massa dei lavoratori «come strumento di manovra, volano regolatore delle congiunture, gente priva di ogni diritto civile perché così era più facile cacciarla via o farla arrivare secondo gli interessi dell’economia», «contro l’integrazione selettiva ed autoritaria che mira a spaccare i lavoratori stranieri fra primi della classe, a discrezione svizzera, e paria», ecc.

Per accrescere il loro potere rivendicativo e negoziale, al Convegno delle associazioni degli emigrati italiani in Svizzera (a cui non parteciparono associazioni moderate e le Missioni cattoliche italiane), tenutosi a Lucerna dal 25 al 26 aprile 1970, le principali associazioni si riunirono nel Comitato Nazionale d’Intesa (CNI), quale «strumento organizzativo unitario» con l’ambizione non solo di porre in maniera corretta i problemi degli immigrati ma anche di risolverli.

Nelle analisi anche recenti delle sconfitte degli ambienti xenofobi e delle conquiste degli immigrati viene spesso messo in luce il ruolo attivo del CNI e specialmente di alcune associazioni, in particolare delle Colonie Libere Italiane (CLI) e delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI), perché riuscirono a organizzare qualche manifestazione e a diffondere qualche comunicato contro i rischi della xenofobia e rivendicando maggiori diritti per gli immigrati. In realtà le loro prese di posizione e i loro appelli ebbero raramente un seguito. Non ebbero alcun successo le proposte di revisione totale dell’Accordo italo-svizzero di emigrazione del 1964, le richieste di abolizione dello statuto dello stagionale, le proposte per una diversa politica immigratoria svizzera, per la facilitazione dei ricongiungimenti familiari, per una differente politica scolastica e di formazione professionale non discriminatoria, ecc.

Fallimento di una strategia esasperata

Per rendersi conto dell’insuccesso non solo delle richieste perentorie del CNI e delle sue principali associazioni, ma anche della loro strategia rivendicativa esasperata, adottata nel 1970, basterebbe ricordare il fallimento nel 1970 della riunione della Commissione Mista prevista dall'Accordo italo-svizzero del 1964, a causa soprattutto di alcune rivendicazioni ritenute dalla delegazione svizzera insostenibili, presentate tramite i sindacati italiani da alcune associazioni di emigrati, la clamorosa bocciatura nel 1981 dell’iniziativa Mitenand (cfr. articolo precedente) sostenuta dall'associazionismo italiano, la bocciatura nel 1982 della nuova legge sugli stranieri (che pure conteneva alcuni miglioramenti), contestata anche da alcune associazioni italiane, lasciando invariata la legge del 1931 fino al 2005 (!) e il mantenimento dello statuto dello stagionale (abolito solo nel 2002 grazie agli Accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione Europea).

La pregiudiziale anticomunista è stata a lungo un ostacolo insuperabile
per la convivenza pacifica tra svizzeri e stranieri nel mondo del lavoro.
Solo anni più tardi (il CNI nel 1975) le associazioni degli immigrati italiani cominciarono a rendersi conto che il metodo della contrapposizione e della contestazione senza alcuna attitudine al compromesso non funzionava. Non solo gli ambienti svizzeri ritenevano irricevibili le richieste perentorie senza alternative provenienti dalle organizzazioni italiane, ma anche il Governo italiano si mostrava esitante ad accoglierle, preferendo di gran lunga la via della trattativa e delle soluzioni graduali proposte spesso dalla controparte svizzera, come nel caso della Commissione mista italo-svizzera del 1972 a Roma.

Inoltre, solo lentamente le grandi associazioni di immigrati si resero conto che in Svizzera le riforme riguardanti il mondo del lavoro si fanno in collaborazione con i sindacati locali e non con i sindacati italiani. Lo aveva ben capito e praticato il Centro italo-svizzero di formazione professionale (CISAP) fin dal 1966, ma non altre associazioni benché un «osservatore della FOMO» (Federazione operai metallurgici e orologiai) presente al Convegno di Lucerna avesse osservato che in Svizzera i problemi sindacali vengono impostati e trattati dagli iscritti ai sindacati svizzeri.

Reazioni dell’Ambasciata d’Italia

Come già accennato, le rappresentanze diplomatiche e consolari italiane, seguivano attentamente gli eventi degli anni Settanta e Ottanta, ma il loro potere d’intervento era alquanto limitato non solo dalle regole diplomatiche, ma anche dalla prudenza nei rapporti con la Svizzera voluta dal Governo italiano e dal principio di convenienza.

L’Ambasciata d’Italia non poteva tuttavia sottrarsi alla pressione esercitata dal CNI e da alcune associazioni e specialmente dalle CLI, ed era costretta a interpellare continuamente Roma sul da farsi. Tuttavia, poiché il Governo italiano non voleva dare l’impressione di lasciare il monopolio della difesa dei diritti degli emigrati «all'estrema sinistra», l’Ambasciata interveniva spesso presso le competenti autorità federali per manifestare preoccupazioni, richieste, proposte soprattutto nel campo della scuola, della formazione professionale e delle assicurazioni sociali. Agli inizi degli anni Settanta, l’ambasciatore Enrico Martino e il ministro plenipotenziario per gli affari sociali e l’emigrazione presso l’Ambasciata Tullio Migneco erano persone note e stimate non solo tra gli italiani ma anche tra le autorità federali svizzere. Il consigliere federale Nello Celio considerava quest’ultimo «un grande amico».

Sandro Pertini e Kurt Furgler (Berna 1981)
Non sempre tuttavia gli interventi delle autorità italiane erano ritenuti appropriati, soprattutto quando divulgavano punti di vista e non fatti. Per esempio, fecero scalpore nel 1977 alcune intemperanze verbali del sottosegretario agli affari esteri Franco Foschi e nel 1980 un rapporto molto critico nei confronti della Svizzera dell’ambasciatore italiano Gerardo Zampaglione finito sui giornali nonostante fosse etichettato come «confidenziale».

A ristabilire i buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia provvidero i vertici della politica italiana e svizzera, dapprima i ministri degli esteri dei due Paesi Pierre Aubert e Arnaldo Forlani nel corso di una visita a Roma nel luglio del 1978 e, nel 1981, soprattutto la visita di Stato in Svizzera del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Se per Aubert l’Italia era non solo un Paese confinante e un importante partner commerciale, ma anche un prezioso partner politico, per Pertini la Svizzera era soprattutto un Paese amico.

Il Presidente della Confederazione Kurt Furgler, nel salutare l’illustre ospite aveva detto che i numerosi italiani che risiedono in Svizzera «ormai fanno parte della comunità elvetica». A sua volta, Pertini aggiunse che il contributo degli italiani al consolidamento dell’economia svizzera era una garanzia che mai alcun pregiudizio avrebbe potuto «indebolire o mettere in dubbio i vincoli di stima e sincera amicizia» tra l’Italia e la Confederazione Svizzera.

Effettivamente agli inizi degli anni Ottanta il clima generale nei confronti degli italiani era già migliorato e non dava segnali di peggioramento. Ma gli italiani si sentivano davvero «parte della comunità elvetica»? L’integrazione cominciava a dare i suoi frutti? La seconda generazione poteva ben sperare in un futuro più sereno e più sicuro? (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 27.10.2021

20 gennaio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 35. Relazioni italo-svizzere (seconda parte)

L’incidente diplomatico provocato dal sottosegretario Foschi (1977) non fu l’unico ad agitare le relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera nel periodo in esame. Qualche anno più tardi fu la volta di un rapporto «confidenziale» ma finito nelle redazioni di alcuni giornali del neoambasciatore italiano a Berna Gerardo Zampaglione. Anche in questo caso a spegnere prontamente l’incendio intervennero i ministri degli esteri dei due Paesi.

Un altro incidente diplomatico

Sandro Pertini e Kurt Furgler (Berna 1981)
Dopo l’incontro Forlani-Aubert del 1978 già ricordato (v. articolo precedente), le relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera sembravano avviate sulla strada di un’intensa collaborazione. Se ne osservò un chiaro segnale nel febbraio 1980 durante i lavori della Commissione mista (prevista dall’accordo italo-svizzero del 1964). Per esempio, la delegazione svizzera si mostrò molto aperta e disponibile alle richieste italiane di ridurre a 5 anni il periodo di attesa per ottenere il diritto di domicilio e di estendere alla partecipazione degli stranieri la Commissione federale degli stranieri. Se un’altra richiesta, quella del voto degli stranieri a livello locale, non poté essere accolta, fu perché rientrava nelle competenze dei Cantoni e non della Confederazione.

Ciò nonostante, proprio nel 1980, un nuovo incidente diplomatico rischiò di compromettere il nuovo clima che si era instaurato tra l’Italia e la Svizzera. L’ambasciatore italiano a Berna Gerardo Zampaglione (1917-1996), solo da pochi mesi in Svizzera, in un rapporto «confidenziale» destinato al Ministero degli esteri, ma finito anche nelle redazioni di alcuni giornali, esprimeva giudizi pesanti sulla politica di neutralità della Svizzera e sui comportamenti degli svizzeri ispirati secondo lui alla cupidigia e al massimo profitto.

I rimedi: Colombo e Pertini

Il Consiglio federale, benché risentito, non ravvisò nel rapporto «confidenziale» motivi tali da chiedere l’allontanamento del diplomatico, anche per non compromettere i buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia. La stampa e l'opinione pubblica reagirono invece diversamente, tanto che il capo della diplomazia svizzera Pierre Aubert (1927-2016), in un incontro informale svoltosi a Lisbona durante una sessione del consiglio d'Europa, non poté fare a meno di chiedere spiegazioni al collega italiano Emilio Colombo (1920-2013), lasciando intendere che sarebbe stato preferibile rimuovere l’incauto ambasciatore.

Lo riteneva opportuno anche una corrispondenza da Berna del Corriere della Sera, secondo cui «a questo punto è giusto che Zampaglione, che ha ferito certe intime convinzioni, lasci un posto diventato ormai per lui scomodo. Seicentomila italiani, che prestano la loro apprezzata opera nella Confederazione, potrebbero ingiustamente fare le spese dei “vezzi letterari” di chi scrive e magari anche della mancanza di spirito di chi legge». Poco tempo dopo il governo italiano decise di trasferire Zampaglione ad altra sede.

Le relazioni italo-svizzere migliorarono decisamente l’anno seguente, nel 1981, con la visita in Svizzera del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la prima visita ufficiale di un Capo di Stato italiano. Ad accompagnarlo in giro per la Svizzera fu il presidente della Confederazione Kurt Furgler. Tra i due si stabilì un caloroso vincolo di amicizia che simboleggiava il legame sempre più intenso che si voleva instaurare tra i due popoli, lasciandosi definitivamente alle spalle le tensioni e incomprensioni degli anni Sessanta e Settanta.

Nuovi orizzonti

Con la visita di Pertini si aprirono in effetti nuovi orizzonti. Il Presidente Furgler riconobbe che i numerosi italiani che risiedevano in Svizzera «ormai fanno parte della comunità elvetica». A sua volta il Presidente Pertini assicurò che «la forza del lavoro italiano che nel corso degli anni ha contribuito in buona parte al consolidamento dell’economia svizzera, riafferma oggi, attraverso le mie parole, la sicura certezza che nessun pregiudizio possa indebolire o mettere in dubbio i vincoli di stima e sincera amicizia che sono stati caratteristica costante dei rapporti tra l’Italia e la Confederazione Elvetica». Lo sono tuttora, come confermano queste due autorevoli testimonianze:

-        «La Svizzera e l’Italia intrattengono relazioni tradizionalmente buone, contraddistinte da intensi rapporti economici, politici, umani e culturali, da una lingua comune e da frequenti visite a tutti i livelli» (Dipartimento federale degli affari esteri)

-        Tra Svizzera e Italia «abbiamo una lingua in comune e tante reciproche influenze umane e culturali. Siamo due Paesi che si parlano e si incontrano incessantemente, che collaborano e lavorano insieme, contribuendo alla reciproca crescita e al mutuo benessere» (Silvio Mignano, Ambasciatore d’Italia in Svizzera).

Giovanni Longu
Berna, 20.01.2021

 

21 febbraio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Berna (2a parte)



Nel 1848, quando fu scelta come capitale federale, Berna non era ancora ben collegata col resto del Paese e sufficientemente funzionale per soddisfare le nuove esigenze istituzionali. Per colmare questi due svantaggi la manodopera indigena non era sufficiente e anche Berna, come tutte le altre grandi città svizzere, dovette ricorrere all’ausilio di manodopera estera. Gli italiani, dei quali si conosceva la bravura, insieme a molti ticinesi, vennero chiamati per dare man forte ai bernesi. Gli italiani accorsero volentieri, svolsero con coscienza e competenza i loro compiti, ma la loro vita da emigrati fu spesso difficile e incompresa. Oggi si è pronti a riconoscere il loro insostituibile contributo.

Gli italiani e il lavoro
Le tracce d'italianità a Berna sono innumerevoli. Qui in Centro
museale Paul Klee dell'architetto genovese Renzo Piano (2005)
Berna fu dapprima collegata col resto del Paese e nell’arco di mezzo secolo si dotò di sedi appropriate per gli organismi federali centrali, ma anche di un’edilizia residenziale corrispondente al suo rango e al rapido sviluppo della sua popolazione (da 29.670 abitanti nel 1850 a 90.937 nel 1910). Nel solo decennio 1889-1899 venne edificato il 34% di tutti gli edifici costruiti nel XIX secolo. Alcuni quartieri furono resi particolarmente accoglienti.
In tutti i grandi cantieri c’erano italiani, per lo più stagionali provenienti dal Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto). Le loro prestazioni erano molto apprezzate, anche se non da tutti. Infatti, mentre gli imprenditori avevano una certa predilezione per l’arte muraria degli italiani che lavoravano bene e velocemente (grazie anche all’impiego del mattone, già in uso in Italia), un gruppo di manovali bernesi disoccupati il 19.6.1893 organizzò una rivolta. Insieme ad una folla di sostenitori, si diresse come una furia verso alcuni cantieri nel quartiere nuovo di Kirchenfeld, demolì ponteggi e aggredì gli operai italiani che non erano riusciti a mettersi in salvo. (Su questa rivolta, nota come «Käfigturmkrawall», cfr. http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2012/05/quanta-italianita-ce-berna-3a-parte.html).

Stabilizzazione grazie al lavoro in fabbrica
Berna comunque continuò a svilupparsi con nuove infrastrutture (ferrovie, tram, ponti), nuovi quartieri (Kirchenfeld, Felsenau, Neufeld, Muesmatt, Lorraine, Wyler), nuovi edifici industriali, commerciali e residenziali. Nascevano anche sempre nuove industrie che assorbivano molta manodopera straniera anche italiana, non più stagionale ma stabile. Tra le ditte più longeve, in cui hanno lavorato migliaia di italiani, si possono ricordare la Spinnerei (filanda) di Felsenau (1864), la Wander (1865), la fabbrica di conserve Véron (1889) in Weyermannshaus, la Gfeller (1896), la Tobler (1899), la Von Roll (1900), la Zent (1900), la Wifag (1900), l’Hasler (1900), e numerose altre. C’era persino una fabbrica di automobili, la Berna (1900).
Anche la collettività italiana era in continua crescita (nel 1910 contava già circa 2000 persone), interrotta con lo scoppio della prima guerra mondiale, ma ripresa alla grande dopo la seconda. Poiché c’erano anche molte giovani donne sole, nell’immediato dopoguerra, alcune grandi aziende costruirono o adattarono strutture (convitti) accoglienti dove potessero alloggiare e trascorrere il tempo libero. Di una di esse, appartenente alla ditta Véron, si parla nel libro di ricordi di Luisa Moraschinelli, L’albero che piange (1994).

Associazioni e diffusione dell’italiano
Nel 1970 c’erano nell’agglomerazione di Berna oltre 16.000 italiani, concentrati in alcuni quartieri, ma senza costituire mai dei ghetti. La loro organizzazione era ben strutturata in associazioni di ogni genere, scuole italiane, squadre di calcio, negozi, ristoranti, ecc.
Casa d'Italia di Berna
Due istituzioni, la Missione cattolica e la Casa d’Italia, erano i principali punti di riferimento. Alla prima si ricorreva non solo per l’assistenza spirituale, ma spesso anche per quella materiale, come cercare lavoro, preparare pratiche, compilare domande e formulari e persino scrivere lettere ai familiari in Italia. La MCI assicurava inoltre la scuola dell’infanzia ed elementare ai bambini dei genitori che pensavano a un prossimo rientro in Italia. Disponeva inoltre di un ristorante frequentato anche dagli svizzeri. La Casa d’Italia era invece la sede principale della collettività italiana per incontri, convegni, dibattiti, assemblee, feste, e naturalmente per consumare pasti caldi e abbondanti. Alla Casa d’Italia gli italiani di Berna incontrarono nel 1981 il presidente della Repubblica Sandro Pertini.
In quegli anni, racconta Moraschinelli, «la lingua italiana risuonava quasi al pari del tedesco: per le strade, sugli autobus, ovunque oltre che all’interno delle fabbriche e dei caseggiati». Effettivamente, grazie agli immigrati dei primi decenni del dopoguerra, la lingua italiana riuscì a superare nel 1970 la massa critica del 10 per cento, che purtroppo non si è riusciti a conservare. L’italiano è comunque ancora oggi diffuso in molti ambienti di lavoro, nelle informazioni commerciali, nelle scuole, nei media e nelle comunicazioni informali, magari frammisto al dialetto bernese, tra le seconde e terze generazioni di italiani. 

Passaggio del testimone
A Berna gli italiani della prima generazione hanno lasciato tracce ovunque. Alcune sono evidenti - ad esempio nella città vecchia, nel quartieri di Kirchenfeld, nella Länggasse, a Bümpliz e in alcuni edifici ancora esistenti - spesso si possono solo immaginare, soprattutto quando l’ambiente è stato notevolmente modificato.
Sede della Missione cattolica italiana di Berna
L’eredità principale degli immigrati italiani dei primi decenni del dopoguerra non va tuttavia cercata in tracce materiali più o meno evidenti, perché è soprattutto costituita da valori immateriali non deperibili legati alla lingua e alla cultura italiane, ma anche al carattere delle persone.
Venendo in Svizzera, in quelle valige gonfie tenute strette da cinghie robuste, quegli italiani non portavano solo oggetti di vestiario, generi alimentari e qualche fotografia, come vorrebbe una facile iconografia del povero emigrante. Quelle valige contenevano sempre anche un ricco corredo di
speranze, ambizioni, desiderio di riuscita, coraggio, amore per la propria famiglia, amore per la vita, gioia di vivere, ottimismo.
Non era poco, tanto è vero che questi ingredienti hanno consentito a milioni di immigrati italiani di sopravvivere in un ambiente difficile e talvolta persino ostile, di realizzare almeno in parte i loro sogni, di tirare su famiglie in condizioni spesso dure, di rientrare a testa alta al loro paese d’origine o di restare vicino ai figli per quel senso della famiglia che vuole la vicinanza e la solidarietà intergenerazionale. Quegli ingredienti hanno agito come il lievito nella farina e, oggi lo riconoscono un po’ tutti, hanno contagiato l’intera società svizzera.
Questo corredo-lievito è passato ora come un testimone nella disponibilità delle seconde e terze generazioni di italiani, italo-svizzeri e svizzeri con un’origine migratoria. Spetta a loro tenerlo il più a lungo possibile. Non può e, forse, non deve andare perso. E’ importante che ci riescano.
Giovanni Longu
Berna, 21.02.2018