18 gennaio 2023

Immigrazione italiana 1946-2000: 28. Considerazioni finali: 6. Figli e nipoti principali beneficiari

Nell'articolo precedente, gli immigrati italiani sono stati indicati come grandi beneficiari dell’ondata immigratoria in Svizzera della seconda metà del secolo scorso, ma più di loro a beneficiarne sono state, come più volte ricordato, la seconda e terza generazione. Gli immigrati che sono stati i principali artefici del benessere non ne furono i principali beneficiari perché per molti di loro, soprattutto quelli degli anni Sessanta e Settanta, l’apprendistato nella nuova vita, quella umana e sociale più di quella lavorativa, è stato durissimo e li ha segnati per sempre, anche quando hanno raggiunto la tranquillità e un buon livello di benessere. Per tutti coloro che sono rimasti per motivi famigliari la soddisfazione maggiore è derivata tuttavia dalla costatazione che i loro sacrifici, le loro rinunce e le loro aspettative hanno dato ai propri figli e nipoti la possibilità di non dover rifare il cammino percorso da loro e di approfittare di tutte le opportunità che portano al successo e alla prosperità. La riuscita di questi giovani costituisce uno dei principali motivi di soddisfazione dei vecchi e, per così dire, chiude il loro bilancio in attivo.

Immigrati beneficiari nonostante tutto

Non è il caso di rievocare la dura vita dell’emigrante italiano in Svizzera nei primi decenni del secondo dopoguerra, ma è importante, ai fini della stesura di un bilancio di un lungo percorso, non perdere di vista le difficoltà iniziali che molti immigrati dovettero superare, a causa delle carenze linguistiche, scolastiche e professionali. Molti arrivavano in questo Paese impreparati o disponendo solo di poche e insufficienti informazioni e competenze. L’accoglienza da parte della popolazione locale era spesso fredda se non addirittura ostile, i servizi pubblici e privati di accompagnamento erano scarsi o inesistenti, l’ambiente italiano era caloroso, utile per la sopravvivenza ma non sempre disinteressato.

Col tempo molti immigrati hanno imparato a superare ostacoli e difficoltà, hanno appreso la lingua del posto per la comunicazione essenziale, hanno saputo farsi apprezzare sul lavoro e nella vita, hanno risparmiato in vista di una vecchiaia tranquilla, alcuni si sono persino lanciati in attività autonome (soprattutto nei rami della ristorazione, dell’edilizia, della manutenzione, delle riparazioni, del piccolo commercio) e hanno fatto carriera.

Molti italiani sono rimasti anche dopo il pensionamento. Per loro il bilancio della vita migratoria è stato positivo. Il sigillo del loro personale successo è derivato, tuttavia, come accennato sopra, dall'aver contribuito alla creazione e diffusione di una prosperità diffusa che ha consentito alle seconde e terze generazioni di intraprendere, con uguali possibilità e opportunità dei coetanei svizzeri, lo stesso percorso formativo e professionale.

Non so quanto i giovani italiani con origini migratorie si rendono conto del debito di riconoscenza verso la generazione degli immigrati del secondo dopoguerra, ma resta un fatto incontrovertibile: grazie (anche) a questi negli ultimi anni del secolo scorso sono caduti molti pregiudizi e luoghi comuni sugli svizzeri e sugli italiani, è crollata la xenofobia, è cresciuta la stima per la laboriosità, l’onestà, la professionalità, il gusto degli italiani, il prestigio del marchio italiano è diffuso ovunque, l’italianità della Svizzera si è rafforzata. Questo clima positivo ha consentito alle seconde e terze generazioni di affermarsi alla pari (o quasi) degli svizzeri in tutti i campi. A loro va riconosciuto il successo, ma il debito di riconoscenza verso gli immigrati resta.

Difficoltà iniziali anche per la seconda generazione

Trattando questi temi è facile focalizzare l’attenzione sui successi e minimizzare le difficoltà per raggiungerli. Per questo è doveroso ricordare che anche gli italiani della seconda generazione hanno incontrato inizialmente non poche difficoltà nell'inserimento sociale, scolastico e professionale. Difficoltà ambientali, familiari e personali.

Basti pensare a certi nomignoli con cui venivano apostrofati talvolta i bimbi italiani, alle interminabili e sterili discussioni sulle «classi speciali» (senza tener conto degli scopi e del bene dei bambini), ai dibattiti sulle scuole italiane e sulla difficile scelta tra scuola svizzera e scuola italiana, alle scelte spesso mal orientate dell’apprendistato, ma anche a certe reazioni incontrollate di genitori vittime di pregiudizi nei confronti di tutto ciò che era «svizzero», a certe decisioni poco avvedute sulla scolarizzazione dei loro figli, ad atteggiamenti «indisciplinati» di ragazzi che si sentivano discriminati, al ricorso fortunatamente raro alla violenza, e altri atteggiamenti problematici che finivano per pesare negativamente sulle prestazioni scolastiche e sullo sviluppo dei piccoli italiani.

Uno dei risultati più positivi di quel lungo periodo di difficoltà, di dibattiti e di incertezza fu la presa di coscienza sempre più chiara e assoluta della maggioranza dei genitori italiani, decisa a fare in modo che i loro figli non subissero le stesse difficoltà che essi avevano dovuto affrontare e fortunatamente, ma a caro prezzo, superare. Una delle frasi che echeggiavano frequentemente nei dibattiti pubblici con esponenti svizzeri era questa: «non vogliamo che nostro figlio sia un immigrato come noi, vogliamo che studi e non sia discriminato». Per questi ragazzi gli immigrati erano disposti a fare anche altri sacrifici e persino a non rientrare in Italia, come avevano sempre desiderato.

Il sostegno dei genitori, l’attenzione maggiore delle istituzioni formative ai bisogni degli stranieri (e in particolare degli italiani) e un atteggiamento sempre più consapevole delle autorità svizzere alla necessità di agevolare l’integrazione della seconda e della terza generazione tenendo conto delle esigenze umane, sociali, culturali ed economiche degli stranieri ha consentito, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso, a decine di migliaia di giovani italiani di superare facilmente difficoltà linguistiche e scolastiche, di prolungare la formazione in scuole e corsi di secondo grado, nelle scuole tecniche superiori e anche all'università e di raggiungere un alto livello d’integrazione sociale e professionale.

Successi e interrogativi

L’integrazione della seconda e terza generazione è avvenuta gradualmente e non poteva avvenire diversamente, perché cambiavano e cambiano continuamente i protagonisti, l’economia e la società. Se si dicesse che oggi gli italiani con origini migratorie sono totalmente integrati non si terrebbe conto di questo divenire, ma si direbbe una cosa in gran parte vera perché queste generazioni non sono più confrontate con le difficoltà che hanno dovuto affrontare gli immigrati del secondo dopoguerra, ma hanno le possibilità di affermazione comuni anche agli svizzeri. E’ possibile che in alcuni stranieri di seconda e terza generazione l’origine migratoria costituisca ancora una residuale difficoltà, ma non va dimenticato che questa origine può rappresentare anche un grande vantaggio in campo linguistico, culturale, sociale, gestionale, commerciale, artistico e persino politico.

Va anche aggiunto che nel raggiungimento del successo in moltissimi casi, soprattutto dopo l’introduzione (1992) nel diritto sia svizzero che italiano della possibilità di possedere la doppia cittadinanza, la naturalizzazione ha costituito una facilitazione, perché rappresentava nell'opinione pubblica la completa integrazione e realizzava le esigenze indicate dal Consiglio federale nel 1987: «Il termine di integrazione […] designa l'accoglienza dello straniero nella comunità svizzera e la disponibilità di quest'ultimo ad inserirsi nell'ambiente sociale svizzero, senza essere costretto a rinunciare ai suoi legami culturali e alla sua nazionalità originaria».

Questo nuovo atteggiamento, che ha avuto larga presa nella collettività italiana residente, ha indotto dal 1992 ad oggi oltre 140.000 italiani ad acquisire anche la cittadinanza svizzera. In certi casi si è parlato di «opportunismo», ma in generale si dovrebbe parlare di «opportunità» che soprattutto i giovani vedono favorevolmente, soprattutto se nati, cresciuti e ben integrati in questo Paese che considerano di fatto la propria patria. Già nel 2000, secondo i dati del censimento della popolazione, il 37 per cento degli italiani residenti in Svizzera era nato in Svizzera (nel 1970 era il 23%). Sempre nel 2000, parecchi professionisti italiani esercitavano attività prestigiose come alti dirigenti, imprenditori, ingegneri, informatici, giornalisti, professori universitari, medici, ricercatori, fisici, matematici, ecc. Molti di questi professionisti avevano la doppia cittadinanza.

Il numero dei doppi cittadini italo-svizzeri è in aumento, anche se rallentato negli ultimi anni, e questo dovrebbe rappresentare un rafforzamento dell’italianità in questo Paese. Ma è davvero così? L’aumento del fenomeno dei naturalizzati pone infatti una serie di interrogativi ai quali non è sempre facile dare risposte adeguate. Per esempio: i «secondi» non naturalizzati vanno considerati figli di un dio minore? La naturalizzazione supera in ogni caso il problema dell’identità dei «secondi»? I doppi cittadini hanno un problema di rappresentanza? L’integrazione europea facilita le risposte? A questi e a simili interrogativi si tenterà di rispondere nel prossimo articolo.

Giovanni Longu
Berna, 18.1.2023 

05 gennaio 2023

Benedetto XVI nella storia

 

Del papa Benedetto XVI si parlerà a lungo, perché è stato un papa fondamentale (e non di transizione, come spesso si sente dire in questi giorni) per la Chiesa cattolica, per i rapporti tra le Chiese, per i rapporti tra fede e ragione, tra coscienza e azione, tra vita e morte in un mondo che rischia se non la perdita almeno l’affievolirsi del senso del sacro, della trascendenza, della religione, della vita umana.

Opinioni discordanti

Benedetto XVI (1927-2022)
All'interno della Chiesa cattolica viene spesso classificato, semplicisticamente, come un papa «conservatore» in contrapposizione a «progressista», spesso senza nemmeno chiedersi se queste categorizzazioni nel suo caso abbiano un senso. Come se, per esempio, «conservare» i valori «non negoziabili» della Chiesa (Gesù di Nazareth, sacramenti, dogmi, tradizione, ecumenismo, primato della coscienza, senso della vita e della morte…) costituisse un impedimento al suo sviluppo e invece rappresentassero un «progresso» nella teologia e nella vita della Chiesa il relativismo, la secolarizzazione, l’alleggerimento della morale sessuale, l’accettazione dell’aborto, dell’eutanasia, del matrimonio omosessuale e di altre rivendicazioni «moderne» di cristiani che considerano la Chiesa «bloccata» su queste tematiche.

Nei media di questi giorni vengono ripercorsi i vari momenti della sua vita e soprattutto del suo pontificato e inevitabilmente si ricordano le tre encicliche, altri scritti, i numerosi viaggi apostolici, i rapporti di Benedetto XVI con i grandi della terra ma anche con la gente comune. Tutti riconoscono al papa Ratzinger grandi doti intellettuali e dottrinali, ma insieme alla sua grande intelligenza tutti mettono in rilievo anche l’umiltà e la mitezza che lo hanno caratterizzato. Nessuno dubita che sia stato un grande papa, forse ancora poco compreso.

Dimissioni strumentalizzate

Numerosi commentatori concentrano la propria attenzione sulle sue dimissioni e ritengono addirittura che Benedetto XVI sarà ricordato soprattutto per questa sua decisione, insolita ma non senza precedenti nella storia della Chiesa. In questi ultimi anni si è molto discusso sulle sue conseguenze, senza per altro guardare mai alla sostanza. Poteva infatti apparire anomala la situazione di due papi, anche se uno era «emerito» e l’altro «regnante», e qualche cattolico intransigente (e forse malintenzionato) ne ha magari approfittato per seminare zizzania tra i credenti. Un giornalista, buon conoscitore di Benedetto XVI, ritiene addirittura che solo con la sua morte «si torna alla normalità di un solo papa vestito di bianco, senza ombre di potere parallelo che i nemici possono usare contro quello legittimo».

In realtà, per la Chiesa, c’è sempre stato un solo papa, perché l’altro aveva rinunciato pubblicamente, davanti ai cardinali e davanti a Dio, all’esercizio della funzione. Il dimissionario era ben consapevole di diventare da quel momento un «Ex» e il suo successore papa Francesco non si è mai sentito delegittimato dal suo predecessore, anzi l’ha sempre considerato un validissimo sostegno in quanto «fedele servitore del Vangelo e della Chiesa». Oltre alla stima reciproca li legava l’amore per la Chiesa in cui ci sono diverse membra e funzioni.

Francesco è stato forse uno dei pochi a capire tutta la portata delle parole pronunciate da Benedetto XVI riguardo sia alle dimissioni che al dopo: «Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando ... per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Francesco lo sapeva e per questo gli è stato sempre riconoscente e ha voluto presiedere la celebrazione del suo funerale.

Benedetto XVI entra nella storia

Per quanto importanti possano essere state percepite nell'opinione pubblica le dimissioni di Benedetto XVI, la sua grandezza, per la Chiesa cattolica e per il mondo, va ricercata in quel che ha fatto, detto e scritto prima di quell'atto, ma anche dopo. Egli entra nella storia della Chiesa e del mondo non solo perché è stato un fine teologo, un grande papa e un convinto credente, ma anche perché è stato un grande intellettuale moderno che è riuscito ad armonizzare nella sua mente e nei sui scritti realtà apparentemente distanti e contrapposte come fede e ragione, coscienza e azione, vita e morte.

Come uomo di Chiesa, teologo e papa, è stato ampiamente detto e scritto, per cui non mi soffermo e rinvio alla lettura delle sue tre encicliche Dio è amore (sull’amore cristiano), Salvati dalla Speranza (sul valore della speranza) e La carità nella verità (sulla giustizia sociale), ma anche dei suoi libri (in particolare la trilogia su Gesù di Nazaret) e delle testimonianze di quanti lo hanno incontrato e conosciuto da vicino, molte delle quali riportate dalla stampa.

Tra queste testimonianze desidero ricordare quanto ebbe a dire del «papa emerito» papa Francesco qualche settimana fa: «E’ un santo. E’ un uomo di alta vita spirituale…vive in contemplazione» e recentemente quando ha invitato tutti i partecipanti a una udienza generale a «rendere grazie a Dio per il dono di questo fedele servitore del Vangelo e della Chiesa». Del resto, Benedetto XVI stesso, all’inizio del suo pontificato, si era definito «umile lavoratore nella vigna del Signore».

Aggiungo solo che dalla lettura dei suoi scritti e da numerose testimonianze si percepisce chiaramente che Benedetto XVI non era solo un fine teologo e un grande conoscitore della Bibbia, ma era anche un grande credente, «un credente innamorato di Cristo che ha sperimentato la gioia della fede». A Gesù di Nazaret Benedetto XVI ha dedicato tre libri stupendi, in cui si percepisce chiaramente non solo una conoscenza profonda del Vangeli, ma anche un ascolto costante della Parola di Dio intesa a far comprendere la verità autentica e profonda di Gesù.

Ragione e fede

Come fine intellettuale moderno Benedetto XVI-Josef Ratzinger entra nella storia perché ha detto e scritto parole chiare e convincenti, fondate filosoficamente e teologicamente, anche sui grandi temi che riguardano la stessa essenza dell’uomo: fede e ragione, coscienza e azione, vita e morte.

Sui rapporti tra fede e ragione, un tema sempre aperto da quando l’uomo ha preso coscienza di possederle entrambe, papa Ratzinger ha detto parole confortanti. Fede e ragione, due forze primordiali che danno il senso della vita e della morte all'uomo sulla terra, anche se apparentemente antagoniste, non lo sono in realtà per origine e funzione.

Tanto la fede quanto la ragione provengono da Dio e Dio non può entrare in conflitto con se stesso. Inoltre, entrambe aspirano alla verità e, con metodi diversi, la cercano, ma nella consapevolezza che «la verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare».

La ragione arriva a postulare una Trascendenza e persino a dimostrarne l’esistenza (K. Jaspers), a sapere che Dio ha creato il mondo e l’uomo stesso a sua immagine e somiglianza; ma la fede, sostiene Ratzinger, va oltre, «permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un «sàpere, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo». «La fede porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo».

Fede e ragione non possono lasciare indifferenti nessuno, ma compito dell’uomo di fede è soprattutto «dare testimonianza alla verità», ossia, «mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e delle sue potenze. Dio è la misura dell’essere». Sicché, «il mondo è “vero” nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito. E diventa tanto più vero quanto più si avvicina a Dio. L’uomo diventa vero, diventa se stesso se diventa conforme a Dio. Allora egli raggiunge la sua vera natura. Dio è la realtà che dona l’essere e il senso».

Pertanto, fede e ragione non sono forze antagoniste, ma bisognerebbe parlare piuttosto, secondo Ratzinger, di forze complementari. La ragione senza il prolungamento della fede non può arrivare a svelare completamente non solo la Trascendenza, ma neppure il vero senso della vita umana. «La fede senza la ragione diviene non umana».

Primato della coscienza

Oggi, rileggendo pacatamente le motivazioni comunicate da Benedetto XVI ai cardinali al momento delle sue dimissioni si capiscono più facilmente non solo la ragionevolezza di quella decisione (per il venir meno delle forze necessarie all'esercizio «adeguato» del ministero petrino), ma anche la sua preparazione («dopo aver esaminato ripetutamente la mia coscienza davanti a Dio»), la consapevolezza della «gravità» di quell'atto e la sua finalità («per il bene della Chiesa»).

Il significato e il peso che la coscienza ha avuto nella vita e nel pensiero di Ratzinger non è stato, a mio avviso, sufficientemente sottolineato nei commenti e nelle testimonianze di questi giorni. Eppure essa ha avuto un ruolo determinante non solo nella decisione di rinunciare al ministero petrino, ma anche nella teologia e nella pastorale di Benedetto XVI, convinto del primato della coscienza sull'azione.

Non è indifferente che un teologo della statura di Ratzinger abbia dedicato uno scritto importante intitolato elogio della coscienza, intesa come «la presenza percepibile ed imperiosa della voce della verità all'interno dell’uomo…. il superamento della mera soggettività nell'incontro tra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio».

La voce della coscienza, sosteneva Ratzinger, non ammette compromessi a prezzo della verità, anzi, «un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante».

Vita e morte

Il tema della coscienza è in Ratzinger un tema fondamentale anche perché incide sull'atteggiamento dell’uomo nei confronti non solo della vita ma anche della morte, sebbene di quest’ultima l’uomo moderno preferisca parlare il meno possibile.

Eppure, per tutti la morte è una certezza innegabile e in tutti, credenti e non credenti, è presente la «coscienza del limite», dei limiti dell’essere umano, «essere finito», «essere per la morte» (M. Heidegger), quindi la certezza della morte. Non tutti, però, la considerano allo stesso modo: se per gli uni può rappresentare la fine dell’esistenza, il nulla o l’ignoto dove comunque non c’è Dio, per i credenti, invece, la morte è un passaggio a uno stato diverso caratterizzato dall’incontro con Dio giudicante e misericordioso e dalla vita eterna, piena di luce e di gioia, per cui può non fare paura o addirittura dare sollievo, come nel caso proprio di Benedetto XVI.

Benedetto e Francesco, entrambi al servizio della Chiesa e del mondo.
In una lettera dell'8 febbraio 2022 il papa emerito scrisse: «Ben presto mi troverò di fronte al Giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte. In proposito mi ritorna di continuo in mente quello che Giovanni racconta all'inizio dell’Apocalisse: egli vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: “Non temere! Sono io…” (cfr. Ap 1,12-17)».

Difficile non cogliere in queste frasi l’atteggiamento di Benedetto XVI non solo come credente nel Dio vivente e misericordioso, ma anche come «umile lavoratore nella vigna del Signore», «uomo di Dio», che con una «traccia di santità» ha cercato attraverso l’insegnamento, il magistero e l’esempio di «confermare nella fede i fratelli».

Papa Francesco, nel presiedere il rito funebre, oggi ha concluso la sua commossa omelia augurando al suo predecessore: «Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell'udire definitivamente e per sempre la Sua voce!». Amen.

Giovanni Longu
5.1.2023

 

04 gennaio 2023

Immigrazione italiana 1946-2000: 27. Considerazioni finali: 5. anche gli immigrati grandi beneficiari (2)

Come accennato nell'articolo precedente, vanno considerati beneficiari dell’immigrazione italiana del secondo dopoguerra non solo i discendenti degli immigrati, ma anche loro stessi, perché hanno acquisito un’esperienza straordinaria e molti hanno beneficiato delle numerose aperture agli immigrati iniziate negli anni Settanta. Se oggi è facile incontrare italiani in tutti gli ambiti e a tutti i livelli dell’economia, della finanza, della politica, della cultura, della ricerca, dell’insegnamento (anche universitario), della pubblica amministrazione… non va dimenticato che queste possibilità hanno cominciato a realizzarsi in quegli anni.

Difficile avvio, ma su solide basi

Soddisfazione di neodiplomati elettronici dopo un corso triennale al Cisap di Berna. 
Gli immigrati italiani residenti in Svizzera negli anni Settanta e Ottanta ricorderanno forse più facilmente i disagi, le restrizioni, le differenze tra svizzeri e stranieri sul lavoro, nei salari e nelle abitazioni, le difficoltà familiari alle prese col dilemma se restare o tornare in Italia, se per i figli era preferibile la scuola svizzera o quella italiana, le difficoltà di comunicazione tra genitori e insegnanti, ecc. (cfr. articolo precedente).

Eppure i cambiamenti benefici erano in atto anche per loro: l’economia cominciava a preferire la manodopera stabile invece di quella a rotazione, le autorità svizzere erano convinte che la popolazione straniera andasse trattata e integrata meglio, ovunque sorgevano associazioni e gruppi misti per favorire il dialogo tra svizzeri e stranieri, alcune associazioni italiane con difficoltà di sopravvivenza perché i giovani le disertavano, cominciavano a prendere coscienza dei nuovi problemi e della necessità di una loro radicale trasformazione, in vista soprattutto del futuro della seconda generazione, investendo in particolare nella scuola, nella cultura, nella formazione professionale.

Per esempio, dagli anni Settanta si sono moltiplicate, soprattutto nei Cantoni industrializzati, le iniziative italo-svizzere per la formazione professionale di base e l’acquisizione di nuove professionalità, destinate dapprima agli immigrati senza una qualifica professionale specifica e successivamente anche ai giovani della seconda generazione con difficoltà a seguire gli apprendistati normali. L’Italia, ma anche la Svizzera mettevano allora a disposizione ingenti risorse finanziarie per la formazione e il perfezionamento professionali degli italiani.

Soddisfazione finale meritata

Ne approfittarono in molti e solo chi ha vissuto o seguito da vicino esperienze formative del genere può comprendere la soddisfazione di coloro che alla fine dei corsi potevano esibire un diploma di automeccanico, tornitore, fresatore, disegnatore elettrico, installatore di impianti sanitari, elettronico, ecc. La meritavano perché per tre o quattro anni avevano sacrificato con grande abnegazione tempo libero, denaro, talvolta amicizie e familiari, per apprendere nuove conoscenze professionali, nuove tecniche di lavoro, metodi di formazione continua.

Era anche meritato il successivo riconoscimento dei datori di lavoro che premiavano con maggiorazioni salariali non solo gli sforzi praticati dai dipendenti nella studio, ma anche il titolo professionale conseguito. In alcune aziende molti ex-allievi furono anche promossi di funzione come capisquadra, capigruppo, addetti al controllo di qualità, ecc.

Ma la soddisfazione più grande e ben meritata dev'essere stata quella personale per aver vinto una sfida il cui esito non era per nulla scontato. Da quel momento la vita sarebbe stata più serena (con maggiori disponibilità finanziarie) e meglio garantita sia nell'ambito del lavoro (meno rischi di disoccupazione) che in quello familiare (l’esempio poteva indurre i figli a fare meglio e di più).

Non è pertanto esagerato affermare che pure gli immigrati della prima generazione, o almeno molti di essi, sono stati grandi beneficiari dei cambiamenti sociali e politici riguardanti l’immigrazione italiana in Svizzera negli ultimi decenni del secolo scorso. Contestualmente va ricordato però che le opportunità di cui seppero approfittare sono state il frutto di lotte politiche, lunghe trattative diplomatiche, decisioni delle commissioni miste previste dagli accordi bilaterali tra l’Italia e la Svizzera, interventi sindacali, ma anche dell’impegno di alcune associazioni italiane e italo-svizzere.

Guardando retrospettivamente le carriere «migratorie» dei pensionati e seniores italiani ancora residenti in questo Paese, almeno stando alle numerose memorie pubblicate o raccontate, è facile concludere che in tutti (o quasi) il bilancio tra benefici e svantaggi è senz'altro positivo, tant'è che sono rimasti. I maggiori beneficiari, tuttavia, sono, come si vedrà meglio prossimamente, i loro discendi di seconda e di terza generazione. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 4.1.2023

31 dicembre 2022

In ricordo di Franco Pesce e Cosimo Titolo

 Il 2022 che sta per finire è stato sotto molti aspetti un «annus horribilis». Fra l’altro si è portato via anche due persone molto stimate dalla collettività italiana di Berna e Regione per aver contribuito negli ultimi decenni al suo arricchimento morale e culturale: Franco Pesce (1932-2022) e Cosimo Titolo (1946-2022). Meritano pertanto di essere ricordati come figure emblematiche dell’immigrazione italiana della seconda metà del secolo scorso.

Desidero ricordarli insieme perché Franco e Cosimo avevano molto in comune. Anzitutto li accomunava la condizione di immigrati, che cercarono tutta la vita di migliorare, a vantaggio degli altri più che di sé stessi. Combatterono molte battaglie per rimuovere dalla vita dei connazionali ostacoli, privazioni o riduzioni di diritti. Promossero in vari modi la conservazione e lo sviluppo dell’italianità, ma nella consapevolezza, soprattutto negli ultimi decenni, che l’integrazione era la carta vincente delle generazioni giovani.

Franco e Cosimo avevano in comune anche la militanza politica nel Partito comunista italiano, che servì loro, sia pure in contesti diversi, per denunciare disservizi, carenze e (presunte) ingiustizie da parte dello Stato italiano e della Svizzera e per rivendicare maggiore rispetto, maggiori diritti e migliori condizioni da parte delle autorità di entrambi i Paesi.

Franco e Cosimo sono stati sempre molto attivi anche nell'associazionismo di tipo solidaristico (sindacati, Colonie libere, Casa d’Italia, CISAP…) promuovendo e sostenendo ogni sorta d’iniziativa che contribuisse alla soddisfazione sociale, culturale, morale e sportiva dei concittadini.

Entrambi saranno ricordati, almeno da chi li ha conosciuti, per il loro convincimento della radicalità dei valori democratici derivanti dall'antifascismo, dalla Resistenza e dalla Costituzione. Fra l’altro, Franco possedeva una splendida collezione filatelica sul tema della Resistenza e Cosimo, da presidente della Casa d’Italia, teneva moltissimo alle celebrazioni del 25 aprile. Franco e Cosimo (mi piace immaginarli insieme anche nell'aldilà) saranno ricordati anche per quella sorta di volontà redentiva della condizione di emigrati involontari che manifestavano attraverso l'impegno costante nella rivendicazione di giusti diritti, il lavoro coscienzioso, la solidarietà, la cultura, l’amicizia, lo sforzo d’integrazione quotidiana, la gioia della famiglia.

Franco ha avuto alla fine della sua carriera migratoria la soddisfazione di tornare per gli ultimi anni della sua vita alla sua amata Voltri, vicino a Genova, dove era cresciuto e si era formato come abile meccanico. Cosimo è rimasto fino all'ultimo in questo Paese, dove ha lavorato fino alla pensione come meccanico di precisione (dopo un corso serale al CISAP di Thun) e avviato un’attività commerciale a conduzione familiare. Non so quanto si sia goduto la meritata pensione. Certamente aveva in testa progetti a cui ha dovuto rinunciare.

Quando il 5 dicembre scorso ci siamo salutati alla Casa d’Italia in occasione della Festa del Socio, mi accennò al futuro della Casa d’Italia, ma senza formulare alcunché di concreto. Mi disse solo: «Caro Longu (così mi chiamava anche se ci conoscevamo da quasi 50 anni) prossimamente dobbiamo vederci perché alla Casa d’Italia bisogna organizzare qualcosa d’importante».

Totalmente all'oscuro di eventuali progetti, mi colpì il tono serio con cui mi disse queste parole e l’aggettivo «importante». Congedandomi gli assicurai la mia disponibilità a incontrarlo anche tra Natale e Capodanno e tra di me cercai d’immaginare di che cosa avremmo potuto parlare d’«importante»: forse come caratterizzare meglio la Casa d’Italia come centro d’italianità, come coinvolgere in questo progetto i giovani italiani della seconda e terza generazione, oppure chi sa di che cosa? Non fantastico più, perché l’ideatore se n’è andato, forse sperando che altri seguano le sue orme con lo stesso coraggio e la stessa idealità.
Giovanni Longu
Berna, 31.12.2022

21 dicembre 2022

Immigrazione italiana 1946-2000: 26. Considerazioni finali: 4. Anche gli immigrati grandi beneficiari (1)

La Svizzera e l’Italia sono state le principali beneficiarie dell’immigrazione italiana in Svizzera del secondo dopoguerra, ma anche gli stessi emigrati/immigrati e specialmente i loro discendenti ne sono grandi beneficiari. Chi volesse negarlo avrebbe parecchi argomenti a favore in riferimento alla prima generazione (perché, in un ipotetico bilancio, quel che ha dato è forse più di quel che ha ricevuto), ma non in riferimento alle generazioni successive. Infatti, osservando la popolazione italiana complessiva con un passato migratorio (compresi i doppi cittadini), si deve ammettere che già la seconda generazione ha beneficiato abbondantemente del benessere che la prima ha contribuito a creare. Pertanto mi sembra giusto considerare (in questo e nel prossimo articolo) anche la collettività italiana residente in Svizzera grande beneficiaria dell’epopea migratoria italiana della seconda metà del secolo scorso.

Beneficiari nonostante condizioni iniziali difficili

Per rendersi conto delle affermazioni precedenti basterebbe mettere a confronto, anche solo sommariamente, le condizioni iniziali della prima generazione e la situazione attuale complessiva riguardante l’intera collettività italiana.

Dei primi immigrati basterebbe ricordare le precarie condizioni abitative, l’incomunicabilità a causa delle difficoltà linguistiche, i grossi rischi che correvano i lavoratori nei cantieri di montagna e in alcune attività industriali, le frequenti morti sul lavoro, i disagi psicologici per la lontananza dalla famiglia, la mancanza di una rete sociale solidale, la percezione di non essere ben visti da una parte consistente della popolazione locale, la precarietà dei permessi, le espressioni spregiative con cui venivano talvolta designati gli italiani tipo «cinkali» o peggio «chaibe Tschingg» (lurido italiano) e «sau Tschingg» (porco italiano), ecc.

Se poi si aggiungessero le carenze scolastiche e l’impreparazione professionale di gran parte degli immigrati italiani degli anni Sessanta, si capirebbero facilmente i loro problemi d’inserimento non solo nella società, ma anche nel mondo del lavoro qualificato e le difficoltà a conseguire successivamente una qualifica professionale (eventualmente frequentando corsi serali e durante il fine settimana), a pretendere salari più elevati, a migliorare le condizioni abitative e il tenore di vita della famiglia, ecc.

Oggi basta guardarsi intorno, osservare come i pensionati italiani si godono la meritata pensione, parlare con gli immigrati rimasti di quei folti gruppi giunti in Svizzera alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta e chiedere loro se la decisione di restare è stata un errore, osservare con quanta pacatezza giustificano tutte le loro scelte di vita, senza rimpianti e nostalgie, e quanto volentieri parlano della riuscita dei loro figli, che hanno potuto studiare, apprendere un mestiere «come si deve» e che oggi hanno un lavoro sicuro, ben retribuito e soddisfacente, una bella famiglia… per rendersi conto che la vita difficile e quasi eroica dei primi immigrati è ormai un lontano ricordo.

Beneficiari soprattutto i discendenti

Ovviamente non tutte le biografie che si possono ancora raccogliere hanno lo stesso tenore, ma in generale tutti i protagonisti parlano della loro vita migratoria con grande serenità, senza rancori, anzi con la soddisfazione di essere riusciti a soddisfare gran parte dei loro desideri e soprattutto di aver messo in sicurezza la famiglia. Alcune biografie, tuttavia, se fosse possibile raccontarle, direbbero che molti immigrati della prima generazione hanno potuto fare anche una bella carriera professionale, approfittando, non senza lungimiranza e molti sacrifici, delle numerose opportunità offerte dalla nuova politica immigratoria avviata negli anni Settanta.

Quegli immigrati, grazie a quella politica, ma soprattutto alla loro intraprendenza, al loro coraggio e ai loro sacrifici, possono essere considerati a giusta ragione anch’essi beneficiari dell’esperienza migratoria. Ma non c’è dubbio che a beneficiarne maggiormente sono stati i loro discendenti diretti e indiretti (seconda e terza generazione). Ad essi sarà dedicato il prossimo articolo, senza dimenticare tuttavia che la loro riuscita è dovuta in larga parte alla prima generazione.

Giovanni Longu
Berna, 21.12.2022

14 dicembre 2022

Immigrazione italiana 1946-2000: 25. Considerazioni finali: 3. L’Italia grande beneficiaria

L’Italia è stata tra i principali beneficiari dell’immigrazione italiana in Svizzera del secondo dopoguerra. Sovente, nelle trattazioni sull'emigrazione, si tende a considerare l’Italia quasi esclusivamente come fornitrice di manodopera a buon mercato e gli emigrati come vittime di un «destino cinico e baro» e di una cattiva politica. Raramente si accenna all'Italia quale beneficiaria primaria dell’emigrazione e agli emigrati come beneficiari di grandi opportunità. Una trattazione completa e veritiera non dovrebbe invece fare a meno di annoverare tra i maggiori beneficiari dell’emigrazione sia l’Italia, per i molteplici vantaggi che ha ricavato, e sia gli stessi emigrati, che a grande maggioranza hanno trovato nei Paesi di destinazione possibilità di lavoro e di riscatto sociale difficilmente realizzabili in Italia.

La politica emigratoria italiana del dopoguerra

Generalmente, all'origine del fenomeno emigratorio non c’è mai solo una causa, per esempio l’indigenza o la cattiva politica o la speranza di una vita migliore, ma un complesso di cause. Si emigra, infatti, quando la terra in cui si nasce non ha sufficienti risorse per far vivere e prosperare l’intera popolazione, quando le poche risorse disponibili non sono usate in modo giudizioso (basti pensare alle guerre, alla corruzione, alle preferenze di parte) o anche quando uno spera in una vita migliore, in un altro Paese e in altre condizioni, anche a costo di grandi rischi e sacrifici.

Nell'Italia del secondo dopoguerra molte cause inducevano a intraprendere la via dell’emigrazione: il disastro sociale ed economico provocato da una guerra insensata, le scelte politiche ed economiche dei primi governi, che consideravano l’emigrazione necessaria per poter inseguire il progresso, i forti contrasti ideologici tra i maggiori partiti che rendevano impossibile una politica economica e sociale condivisa su scala nazionale, le difficoltà esistenziali per ampie fasce di popolazione, l’esigenza di molti cittadini di cercare all'estero condizioni di vita più dignitose e sicure per sé e per la famiglia.

I governi del dopoguerra, rendendosi conto che la piena occupazione era impossibile, dichiaravano nei loro programmi che avrebbero fatto di tutto per eliminare alla radice le cause della disoccupazione e dell’emigrazione. Pensavano forse di dissuadere qualche emigrante dal partire? Non si direbbe, visto che tutti i governi vedevano di buon occhio l’emigrazione, incuranti che a partire fossero soprattutto i giovani al termine della scolarizzazione e in parte già avviati al lavoro.

L’emigrazione, in particolare quella verso la Svizzera, ha contribuito a risolvere o almeno ad attenuare numerosi problemi e anche per questo meriterebbe di essere meglio conosciuta e ricordata dagli italiani.

Italia grande beneficiaria

A distanza di decenni sarebbe azzardato e forse ingiusto emettere giudizi troppo severi sui governi del dopoguerra per il loro atteggiamento nei confronti degli emigrati e sulle responsabilità delle opposizioni nel ritenere anch'esse l’emigrazione una necessità, nell'attesa (illusoria) che l’impianto produttivo italiano, al nord come al sud, si (ri)mettesse a funzionare a pieno regime. Eppure è difficile evitare il sospetto che si sia lucrato sui sacrifici e sui risparmi degli emigrati, anche perché le loro abbondanti rimesse non servivano a colmare il divario tra nord e sud con investimenti oculati nelle regioni maggiormente colpite dalla disoccupazione e dall'emigrazione, ma per equilibrare la bilancia dei pagamenti.

A rendere l’Italia una grande beneficiaria dell’emigrazione italiana in Svizzera non sono state tuttavia, come si vedrà, solo le abbondanti rimesse dei lavoratori, ma esse hanno rappresentato sicuramente una specie di manna di cui hanno approfittato in tanti. Nel 1960, quando gli italiani residenti erano poco più di 300.000, L’Unità (organo del partito comunista italiano) stimava già l’ammontare delle rimesse, in 70 miliardi di lire. Negli anni seguenti sarebbero certamente aumentate con l’immigrazione in massa (soprattutto dal Mezzogiorno) e il boom economico della Svizzera, che distribuiva enormi benefici anche agli italiani, ovunque ricercati, benvenuti e ben trattati (almeno fino agli ultimi anni Sessanta).

A beneficiarne, come detto, sono stati in molti, in primo luogo, ovviamente, i diretti interessati (per consentire la sopravvivenza dignitosa delle loro famiglie), ma anche le località di partenza (basti pensare alla valorizzazione del patrimonio immobiliare), i governi che se ne servivano per aggiustare i bilanci dello Stato, la società civile che evitava dolorosi conflitti sociali e migliorava ovunque la qualità della vita, l’intera Italia la cui immagine veniva conosciuta in ogni angolo della Svizzera e alimentava ovunque la voglia di visitarla per la sua bellezza, la sua arte, i suoi prodotti, la sua storia.

Interscambio in crescita a favore dell’Italia

Il Presidente Sergio Mattarella in visita di Stato a Berna
col Presidente della Confederazione Ignazio Cassis 
Grazie alla presenza e all'intraprendenza degli italiani residenti in Svizzera, l’Italia ha potuto incrementare enormemente l’interscambio commerciale con la Svizzera, passando dai 227,7 milioni franchi del 1946 agli oltre 22 miliardi del 2000, con un saldo per l’Italia di 3,2 miliardi. Dal 2004, l'Italia è per la Svizzera il secondo partner commerciale europeo, dopo la Germania.

L’interscambio in continua crescita va visto, tuttavia, non solo come scambio reciproco di beni materiali, ma anche come volano dell’intensificarsi dei rapporti tra i due Stati in tutti i campi. Bene ha fatto, perciò, il Presidente della Confederazione Ignazio Cassis, nel salutare il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in visita di Stato in Svizzera a fine novembre, a evidenziare non solo il grande volume di scambi commerciali, ma anche «l'impatto che migliaia di lavoratori italiani hanno avuto nella nostra storia contribuendo più di altri al successo della Svizzera». Del resto, anche il Presidente Mattarella ha voluto sottolineare con «profonda soddisfazione» che «i rapporti tra Italia e Svizzera sono naturali, ampi ed intensi».

Briciole agli immigrati

Purtroppo solo in minima parte i benefici dell’interscambio tornavano agli emigrati/immigrati. Le autorità diplomatiche e consolari italiane, a cui certamente non sfuggivano le numerose critiche negli anni Sessanta e Settanta per i disservizi amministrativi (orari impossibili, scarsità di personale, mancanza di empatia, lentezza burocratica, ecc.), non facevano che ripetere ad ogni incontro ufficiale alla presenza di membri del governo, deputati, senatori, rappresentanti regionali, che il governo italiano era sempre vigile per tutelare il lavoro italiano all'estero e che si sarebbe adoperato per risolvere i problemi degli emigrati. Promesse in gran parte vane, parole al vento.

L'italianità travalica le Alpi

Almeno una parte avrebbe potuto essere restituita agli stessi emigrati, per esempio sotto forma di contributi alle associazioni, borse di studio per figli di lavoratori indigenti, agevolazioni per l’apprendimento della lingua locale, promozione di eventi culturali, biblioteche, abbonamenti, ecc. Invece alle associazioni, ai club, alle varie organizzazioni arrivavano solo briciole.

Solo nel settore della formazione l’Italia ha investito molto, mantenendo una struttura complessa ed esigente per l’organizzazione e la gestione dei corsi di lingua e cultura e per il sostegno, sebbene non sempre generoso, dei corsi di formazione professionale e della formazione del personale. D’altra parte, la ricompensa, per lo Stato italiano non è stata di poco conto. Chi osservasse le statistiche sull'evoluzione delle prestazioni scolastiche degli allievi italiani dagli anni Settanta al Duemila noterebbe che il livello si è costantemente alzato. E chi avesse la possibilità di osservare il numero delle qualificazioni professionali raggiunte dagli italiani nello stesso periodo resterebbe sorpreso. Grazie ad essi anche il prestigio dell’Italia in Svizzera si è notevolmente elevato.

Affermazione dell’italianità

In un’osservazione di lungo periodo l’evoluzione qualitativa della popolazione italiana in Svizzera è stata talmente positiva da trasformare nell'opinione pubblica svizzera una reputazione degli italiani decisamente negativa com'era alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta in un sentimento di notevole apprezzamento com'è ampiamente diffuso oggi. Si direbbe che essere italiano oggi è «in», mentre prima era «out».

Per gli italiani oggi si parla di una «integrazione riuscita» e lo è per davvero, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, ma occorre sapere che gli sforzi per raggiungere questo e tutti gli altri obiettivi sono stati enormi. Ed è soprattutto grazie ai contributi degli italiani che l’italianità ha raggiunto un livello mai raggiunto prima non solo in termini quantitativi (numero di italofoni, percentuale a livello nazionale dell’italiano come lingua d’uso, numero di allievi d’italiano, numero di pubblicazioni in italiano, ecc.), ma anche qualitativi.

Oggi l’italianità può contare non solo su un gran numero di italofoni, ma anche di personalità di grande notorietà in campo linguistico, scientifico, economico, politico, imprenditoriale, manageriale, giornalistico, letterario. Rafforzando l’italianità è cresciuto in Svizzera anche il prestigio dell’Italia, come Paese di riferimento essenziale.

Giovanni Longu
Berna, 15.12.2022

07 dicembre 2022

Immigrazione italiana 1946-2000: 24. Considerazioni finali: 2. La Svizzera principale beneficiaria

La Svizzera è sicuramente il principale beneficiario dell’immigrazione italiana del secondo dopoguerra. Infatti, è soprattutto grazie a questa (che rappresentava la grande maggioranza di tutti gli immigrati stranieri) che ha risolto numerosi problemi di natura non solo economica, ma anche demografica, formativa, sociale. Con l’arrivo in massa di milioni di lavoratori italiani e loro famigliari (anche se molti rientravano definitivamente dopo qualche stagione o anno) ha incrementato nella seconda metà del secolo scorso tutte le attività produttive e la diffusione in ogni angolo del Paese della prosperità, ha garantito l’approvvigionamento energetico, ha intensificato il sistema dei trasporti e delle comunicazioni, ha sviluppato il patrimonio urbanistico ed edilizio, ha migliorato l’equilibrio demografico superando il problema della bassa natalità autoctona, ha rafforzato la coesione nazionale valorizzando l’italianità e ha creato le basi per un ulteriore sviluppo economico, sociale, culturale della Svizzera.

Immigrazione necessaria e concordata

Nel dopoguerra l’economia svizzera aveva un grande bisogno di manodopera supplementare che non riusciva a soddisfare né sul mercato del lavoro interno né in quello dei Paesi da cui questa proveniva tradizionalmente prima della guerra (Germania, Austria e Francia). Solo l’Italia si dichiarò disponibile a fornirla e la Svizzera ne fece subito richiesta, dapprima senza tante formalità, poi, dal 1948, in base a un accordo formale chiesto dall'Italia, che restò in vigore fino al 1964, quando venne sostituito con un altro.

La lunga durata di questi accordi lasciano facilmente intendere che la convenienza a tenerli in vigore corrispondeva agli interessi sia della Svizzera che dell’Italia, ma anche degli stessi immigrati che continuavano ad alimentare i flussi. Pertanto, accusare la Svizzera di sfruttamento disumano della manodopera straniera o ridurre la migrazione a uno scontro tra imperialismo capitalistico e proletariato da sfruttare (come capita di leggere in qualche pagina dedicata al tema) è paradossale e indice di scarsa conoscenza non solo degli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Italia, ma anche degli organi di vigilanza (commissioni miste). Significa soprattutto far torto all'intelligenza e alla dignità dei principali protagonisti, gli immigrati.

Al riguardo giova ricordare che quando, prima ancora che finisse la guerra, l’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro chiese al Consiglio federale (governo) l’autorizzazione per reclutare in Italia, tramite la Legazione (allora non ancora ambasciata), lavoratori per l’economia svizzera, a tempo determinato o indeterminato, una delle condizioni vincolanti fu che gli stranieri venissero assunti alle stesse condizioni salariali e lavorative degli svizzeri. A queste condizioni fu possibile avviare i flussi immigratori dall'Italia (mai interrotti fino ad oggi, pur variando d’intensità), dapprima con accordi verbali, poi con accordi formali e organismi di controllo.

Fu tenendo conto di queste premesse che il 22 giugno 1948 si giunse alla firma, a Roma, di un vero e proprio accordo di emigrazione/immigrazione tra i due Paesi. Nel rileggerlo, oggi, insieme ai resoconti del relativo negoziato, si intuisce facilmente che la Svizzera si trovava allora in una posizione di forza rispetto all'Italia, perché era in grado non solo di assumere la manodopera estera di cui abbisognava, ma anche di fissarne le condizioni. Una, indicata esplicitamente dal Consiglio federale ai negoziatori, stabiliva che i governi interessati garantissero la disponibilità a riaccogliere i propri connazionali qualora non fossero stati più necessari alla Svizzera. Doveva cioè essere chiaro che gli emigranti erano funzionali in numero e qualità alle esigenze dell’economia e fintanto che l’economia ne avesse bisogno.

Collaborazione, non «resa»

I negoziatori italiani, non si sa con quanta convinzione, firmando l’accordo ne accettarono le condizioni, ma per l’Italia non si trattava di una sorta di atto di resa (come sembra invece ritenere un noto «storico delle migrazioni») ma di una nuova forma di collaborazione che avrebbe potuto intensificarsi anche in altri campi oltre la migrazione. In effetti il governo italiano, allora a guida democristiana, contava di migliorare subito gli scambi commerciali con la Confederazione, di riuscire a «trovare alla nostra sovrappopolazione quegli sbocchi che avrebbero permesso […] di poter ristabilire un certo equilibrio» (come auspicavano anche i partiti dell’opposizione) e persino di poter «riequilibrare la bilancia dei pagamenti con le rimesse degli emigrati». Oltretutto il partner dell’accordo sembrava solido e affidabile.

La diga Grande Dixence, una delle più grandi del mondo.
In breve, al governo italiano quell'accordo sembrava l’espressione di una comune volontà di due Stati amici di collaborare alla soluzione dei rispettivi problemi, non solo economici, ma anche sociali e politici. Se l’Italia sperava di riuscire ad alleggerire con l’emigrazione «il fardello della disoccupazione, generatore di tensioni sociali» e allo stesso tempo «di esorcizzare lo spettro dell’ascensione al potere del partito comunista», allora all'opposizione, anche la Svizzera vedeva in quell'accordo una forma di collaborazione che garantiva alla sua economia di poter contare a lungo sulla qualità dei lavoratori italiani (già sperimentata nella realizzazione della fitta rete ferroviaria a cavallo tra Ottocento e Novecento) e di poter reperire sul mercato del lavoro italiano la manodopera di cui avrebbe potuto aver bisogno.

Inoltre, la Svizzera, che risultava la maggiore beneficiaria dell’accordo, sentiva anche una sorta di obbligo morale di aiutare l'Italia «per non correre il rischio che il comunismo prenda piede sulla nostra lunga frontiera meridionale». Di fatto la stampa italiana dell’epoca appariva a maggioranza molto soddisfatta delle buone relazioni che l’Italia era riuscita a stabilire con la Svizzera. Del resto il potere di attrazione che l’economia svizzera esercitava sui lavoratori italiani era sotto gli occhi di tutti. Il flusso di emigrati era continuo, perché non tutti fuggivano dalla disoccupazione, ma tutti erano attratti dalla prospettiva di un’occupazione stabile e ben retribuita, anche a costo di alimentare forme di emigrazione/immigrazione irregolari.

A questo punto, accusare la Svizzera di sfruttamento disumano della manodopera straniera o ridurre la migrazione a uno scontro tra imperialismo capitalistico e proletariato da sfruttare, è paradossale e indice di non conoscenza degli accordi bilaterali formali e informali tra la Svizzera e l’Italia. Questo non vuol dire che l’applicazione degli accordi non pose anche problemi seri, ma si trattava sempre di casi risolvibili dalle istanze previste dagli accordi. Altri problemi, di natura politica o di diritti umani, non rientravano nella competenza dei negoziatori, per cui andrebbero visti in un’ottica diversa.

Risultati soddisfacenti

In base agli accordi sull'emigrazione/immigrazione i risultati positivi furono quasi immediati, come attestano le statistiche ma anche le numerose testimonianze della stampa dell’epoca e i documenti ufficiali. In pochi anni vennero creati in Svizzera 300.000 nuovi posti di lavoro in gran parte occupati da immigrati italiani. Gli italiani residenti stabilmente soprattutto nelle grandi agglomerazioni urbane passarono da poco più di 95.000 (1946) a 140.000 (1950) con una tendenza all'aumento. La stampa italiana dell’epoca attestava una generale soddisfazione delle condizioni di vita degli italiani, tanto è vero che molti decidevano persino di restare e non esitavano a prendere moglie o marito di nazionalità svizzera. In effetti i matrimoni misti passarono da poco più di 1000 (1946) a oltre 2000 (1950) l’anno.

Col tempo, però, soprattutto con l’immigrazione di massa degli anni Sessanta, i problemi di una difficile convivenza si fecero sentire sempre di più e il governo svizzero, anche a causa del federalismo, difficilmente riusciva a trovare soluzioni soddisfacenti. Due concezioni finirono per polarizzarsi proprio negli anni Sessanta e Settanta, una che auspicava una soluzione drastica imponendo limiti cogenti all'immigrazione, sostenuta dai movimenti anti stranieri e l’altra che invocava anch'essa un maggior controllo dell’immigrazione ma al contempo una maggiore stabilizzazione e integrazione della manodopera residente e disposta ad integrarsi. Negli articoli precedenti si è visto chiaramente che la seconda opzione ha finito per imporsi e oggi la situazione appare alquanto tranquilla e positiva.

Bilancio positivo

Volendo tirare una specie di bilancio, credo che sia sotto molti aspetti positivo, anche se la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera ha avuto pure momenti dolorosi. In ogni caso dovrebbe apparire evidente che il contributo degli italiani allo sviluppo della Svizzera nella seconda metà del secolo scorso è stato determinante. Negarlo significherebbe dar prova di totale ignoranza di come le grandi opere infrastrutturali e sovrastrutturali siano state realizzate in quel periodo. Nella costruzione di tutte le grandi dighe e centrali idroelettriche come pure delle strade e autostrade svizzere, nella realizzazione di grandi complessi industriali, commerciali e residenziali, nella sistemazione di ampie zone urbanistiche del secolo scorso gli italiani hanno versato la maggiore quantità di sudore e sangue. Giustamente il giornalista basilese Alfred Peter poteva scrivere nel 1962 in una serie di articoli che senza gli italiani non c’era benessere (Ohne Italiener kein Wohlstand).

Allo stesso tempo, e per conseguenza, si deve ammettere che il principale beneficiario degli accordi di emigrazione/immigrazione tra la Svizzera e l’Italia sia stata la prima, anche se, come si vedrà nel prossimo articolo, pure la seconda ha tratto enormi benefici.

Giovanni Longu
Berna, 7.12.2022

23 novembre 2022

Immigrazione italiana 1946-2000: 23. Considerazioni finali (1)

Per terminare convenientemente questo lungo racconto della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, dal secondo dopoguerra del secolo scorso alla fine del millennio, avevo pensato di scrivere una sorta di sintesi per sommi capi di questo fenomeno umano che ha coinvolto milioni di italiani. Mi sono però reso conto che una sintesi, anche ampia, sarebbe stata quasi impossibile per la complessità dell’argomento, la sua estensione nell'arco di oltre mezzo secolo, i molteplici interventi bilaterali della Svizzera e dell’Italia riguardanti la rispettiva politica immigratoria ed emigratoria, l’insorgere e i tentativi di soluzione di importanti problemi presentatisi inaspettatamente come quelli riguardanti la seconda generazione, la doppia cittadinanza, la ripresa dell’italianità. Invece che con una sintesi, ho pensato pertanto di terminare la complessa narrazione, a cui sono già stati dedicati oltre 160 contributi, con alcune considerazioni finali in questo e nei prossimi articoli.

I media hanno sempre seguito con attenzione le condizioni
degli emigrati italiani in Svizzera (La Stampa del 4.2.1970)
Fenomeno migratorio generalmente positivo

L’immigrazione italiana in Svizzera è stata un movimento di massa molto positivo per la Svizzera, per l’Italia e per gli immigrati. Purtroppo ci sono ancora persone (per lo più giornalisti superficiali e qualche mediocre sedicente «storico delle migrazioni») che vedono l’emigrazione come l’elemento perdente di un presunto scontro tra imperialismo capitalistico e proletariato da sfruttare. Giustificano la loro impostazione ideologica sulla base di episodi certamente drammatici ma non determinanti (Mattmark, Schwarzenbach, bambini «clandestini», statuto stagionale e altro).

Eppure la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera nelle sue grandi linee dimostra che l’emigrazione rientra più semplicemente nella logica di scambio tra economie forti ed economie deboli, secondo le regole tipiche del mercato libero in cui domanda e offerta si richiamano reciprocamente e talvolta dialetticamente. Questo tipo di scambio non si basa su una logica di sfruttamento, ma di convenienza e di interessi reciproci tra le parti. Anche i flussi migratori tra l’Italia e la Svizzera sono avvenuti e vanno visti pertanto in quest’ottica. Del resto sono stati garantiti fin dall'inizio da accordi, trattati, convenzioni, organi di controllo, commissioni miste, sempre nell'alveo del diritto internazionale.

Condizioni inderogabili dei flussi Italia-Svizzera

I sostenitori della presunta equazione emigrazione=sfruttamento, dimenticano che fin dal Trattato di domicilio e consolare del 22 luglio 1868, che introduceva una sorta di libera circolazione dei cittadini dei due Stati, alla base di quell'accordo e anche di quelli futuri c’erano due condizioni inderogabili: la prima, «il desiderio di mantenere e rassodare le relazioni d’amicizia che stanno fra le due nazioni, e dare mediante nuove e più liberali stipulazioni più ampio sviluppo ai rapporti di buon vicinato tra i cittadini dei due Paesi»; la seconda, l’obbligo dei cittadini dei due Stati di uniformarsi alle leggi del Paese in cui intendono soggiornare: «i cittadini, di ciascuno dei due Stati, non meno che le loro famiglie, quando si uniformino alle leggi del paese, potranno liberamente entrare, viaggiare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte dei territorio…».

Una terza condizione, ovvia alla data del Trattato e mai messa in discussione dopo, era la libertà di emigrazione per i cittadini dei due Stati. Per gli italiani questa libertà fu riconosciuta anche dalla Costituzione repubblicana del 1947, che all'art. 35 riconosce espressamente la libertà di emigrazione. Tuttavia, poiché secondo il diritto internazionale a tale libertà non corrisponde la libertà di immigrare in un altro qualunque Stato, era ovvio che l’emigrazione di massa degli italiani verso la Svizzera fosse regolata da accordi bilaterali.

Governi italiani e la tutela degli emigrati

Se queste erano le condizioni, bisogna dare atto ai governi italiani del secondo dopoguerra di aver saputo accompagnare e tutelare i flussi emigratori verso la Svizzera, negoziando accordi difficili da una condizione di debolezza (si pensi in particolare all'accordo del 1948). Per l’Italia si trattava, dopo la disfatta della seconda guerra mondiale, di una «necessità fisiologica» agevolare l’emigrazione per aiutare il Paese a riprendersi e a ripartire.

E’ vero che la Repubblica non è stata sempre all'altezza del compito assegnatole dalla Costituzione (art. 35, quarto comma) di tutelare il lavoro italiano all'estero e gli emigrati, ma è totalmente infondata, alla luce delle conoscenze certe e dei risultati, l’accusa di aver indotto l’emigrazione («emigrazione di Stato») e di aver abbandonato gli emigrati al loro destino (come sostiene, invece, il sedicente «storico delle migrazioni»).

Nel prossimo articolo si comincerà a trattare dei maggiori beneficiari dell’emigrazione italiana in Svizzera, in primo luogo la Svizzera, ma anche l’Italia e gli stessi emigrati. Gli enormi benefici non sarebbero stati possibili senza una convergenza di interessi e di forze di tutte e tre queste entità.  (Segue)

Giovanni Longu
Berna 23.11.2022

19 novembre 2022

Pace subito tra Russia e Ucraina

Le manifestazioni per la pace delle ultime settimane hanno dimostrato un diffuso desiderio che la guerra tra Russia e Ucraina finisca subito o presto, senza attendere ulteriori disastri per evidenziarne ancora di più l’inutilità e il danno. Oltretutto, persino gli americani si stanno rendendo conto che è illusorio attendersi che il conflitto possa finire nel breve periodo perché una delle due parti ha dovuto soccombere. E poiché nessuno dei belligeranti sembra essere in grado di stravincere e costringere l’avversario alla resa, tanto varrebbe, anche sotto il profilo militare, cessare subito le ostilità e avviare il processo di pace.

Difficoltà oggettive, ma superabili

Purtroppo le posizioni per trovare un accordo sul cessate il fuoco sono ancora molto lontane, complice anche il mondo occidentale che pare di fatto cinicamente indifferente all'inutile strage, alla distruzione di un intero Paese e all'archiviazione definitiva del progetto di «casa comune europea» dell’ultimo leader sovietico nonché premio Nobel per la pace Michail Gorbaciov, recentemente scomparso. Un’autorevole e convinta mediazione (l’ONU? l'OSCE? Paesi neutrali? Vaticano? Le Chiese?) potrebbe rendere possibile l’accordo.

E’ urgente agire, anche perché è irrealistico pensare che l’Ucraina riconquisti in tempi brevi tutti i territori persi e che la Russia rinunci spontaneamente alle conquiste fatte. Dovrebbero tenerne conto anche i Paesi della NATO, interrompendo il flusso degli armamenti e inducendo l’Ucraina ad accettare l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di un negoziato di pace. La Russia si è già dichiarata disponibile. E’ infatti nell'interesse di entrambi gli Stati porre fine alla guerra, ben sapendo che interrompere i combattimenti non significa accettare il fatto compiuto, ma avviare una trattativa di pace, sotto l’egida di un’istanza internazionale condivisa da entrambi i belligeranti.

Ripartire dagli accordi di Minsk, ma andare oltre

Per avviare un utile processo di pace credo che sia giudizioso ripartire dagli accordi di Minsk del 2014 e 2015 sottoscritti da Ucraina, Russia e le Repubbliche secessioniste di Doneck e Lugansk, perfezionando i punti che li resero inapplicabili. Riassunti all’essenziale quegli accordi prevedevano, oltre all’immediato cessate il fuoco e allo scambio dei prigionieri, la creazione di una «zona di sicurezza» sotto la sorveglianza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), libere elezioni nel Donbass, una profonda riforma costituzionale in Ucraina con la decentralizzazione dei poteri, uno statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk.

I punti essenziali non vennero mai applicati, preferendo di fatto che a decidere fossero le armi e non il dialogo e la democrazia. Tuttavia, com'è facile costatare, le armi hanno solo prodotto morte e devastazioni. C’è da sperare che russi e ucraini, ma anche i sostenitori degli uni e degli altri, si rendano conto che solo il rispetto reciproco e il dialogo possono creare le condizioni di pace.

Condizioni di pace

Tacciano le armi!
Una di queste, a mio parere, dovrebbe consistere nella condivisione del diritto all’autodeterminazione dei popoli garantito dalla Carta delle Nazioni Unite, rendendolo applicabile anche in Ucraina. Attualmente non lo è perché le popolazioni russofone delle regioni orientali non hanno avuto la possibilità né di un referendum libero, garantito dall’ONU e dall’OSCE, né l’autonomia regionale negoziata nel 2014-15.

In una prospettiva di pace duratura è anche fondamentale che l’Ucraina sia garantita internazionalmente come Paese neutrale (analogamente a quanto è avvenuto sinora per la Svizzera) e che la Nato non solo non si espanda ulteriormente ad est, ma venga ridimensionata, anche per via dei costi smisurati che comporta ai suoi membri. In questa prospettiva, tuttavia, dovrebbe essere scongiurata l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato.

Prevale la «sovranità nazionale» o l’«integrità territoriale»?

Sarebbe anche opportuno che a livello di opinione pubblica, ma anche di organizzazioni internazionali si riflettesse seriamente sulla gerarchia tra questi due principi: la sovranità nazionale e l’integrità territoriale degli Stati, entrambi previsti dalla Carta della Nazioni Unite.

Concettualmente i due principi non sono sovrapponibili perché la «sovranità nazionale» appartiene al popolo, alle persone che risiedono stabilmente su un territorio, mentre l’integrità territoriale è una caratteristica dello Stato, che può essere anche lontano, com'era lo Stato coloniale. Recita bene la Costituzione italiana all'articolo 1, secondo comma: «La sovranità appartiene al popolo», dunque non allo Stato, intendendo per popolo quello che abita e possiede da tempo quel territorio, anche prima che esistesse lo Stato nazionale.

Poiché la mancata gerarchizzazione dei due principi può degenerare in un conflitto armato, come nella guerra in corso, sarebbe auspicabile che l’ONU stabilisse una gerarchia chiara tra i due principi, rafforzando l’obbligo degli Stati a risolvere pacificamente le controversie internazionali, senza ricorso alle armi o anche solo alla minaccia di usarle. Non sarà per nulla facile perché le potenze che potrebbero facilitare il chiarimento sono anche le più implicate in tutti i conflitti su ampia scala con notevoli interessi economici, militari, strategici.

Morire ancora «per la Patria»?

No, non lo merita se può esistere un’altra modalità per difendere e onorare il proprio Paese. Per questo è più che mai urgente che da subito l’opinione pubblica si mobiliti per trasformare il generico desidero della pace tra Russia e Ucraina in appelli ai vari Stati occidentali, che indirettamente e ipocritamente partecipano alla guerra con l’invio di armi, perché rinuncino a questi invii e perché si attivino con azioni concrete, soprattutto diplomatiche, a facilitare un negoziato di pace. Per il bene dell’intera umanità è necessario che si interrompa subito la diffusione dell’odio tra i popoli e si diffonda la filosofia del dialogo, del rispetto reciproco, degli scambi e della collaborazione.

La fine della guerra non garantirebbe comunque la pace durevole. Questa va conquistata giorno per giorno e i cittadini del mondo andrebbero educati a rispettare la priorità dei valori, che trova al primo posto la vita umana e la libertà, ma anche a diffidare della facile retorica del patriottismo, del nazionalismo, dei cosiddetti «valori occidentali», della «nostra» democrazia.

Diceva bene Don Lorenzo Milani ai suoi ragazzi: «
Don Lorenzo Milani (1923-1967)
Quando andavamo noi a scuola, i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano bassamente ingannati. A sentir loro tutte le guerre erano “per la Patria”»,
mentre in realtà «i loro infelici babbi hanno sofferto e fatto soffrire in guerra per difendere gli interessi di una classe ristretta, di cui non facevano nemmeno parte, non gli interessi della Patria. Anche la Patria è una creatura, cioè qualcosa di meno di Dio, cioè un idolo se la si adora. I nostri maestri non ci dissero che nel 1866 l’Austria ci aveva offerto il Veneto gratis. Cioè quei morti erano morti senza scopo. Che è mostruoso andare a morire e uccidere senza scopo…».

Senza scopo è anche questa guerra tra Russia e Ucraina, a meno che sia considerato uno scopo degno di enormi sofferenze e di centinaia di migliaia di morti lo smembramento dell’Ucraina da parte della Russia, la rinuncia dell’Europa al sogno della «casa comune europea» di Gorbaciov, l’annientamento della Russia, per far piacere agli insaziabili USA, e lasciarla di fatto senza alcuna contropartita nelle mani di altre potenze mondiali, pronte a prendersene cura e ad approfittare delle sue enormi ricchezze.

Giovanni Longu
Berna, 19.11.2022

16 novembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 22. L’eredità degli immigrati italiani: senso della famiglia

La famiglia è sempre stata al centro degli interessi, delle speranze e dei problemi degli immigrati italiani in Svizzera. Nel tempo, però, la centralità della famiglia è cambiata nella società e di conseguenza anche negli immigrati. Si può essere d’accordo o meno sui cambiamenti che hanno finito per trasformarla, ma non si può dimenticare che milioni di immigrati italiani hanno orientato la loro esistenza al benessere della famiglia cosiddetta tradizionale: padre e madre e uno o più figli. Si deve anche aggiungere che, in generale, questo tipo di famiglia lasciato in eredità alla seconda generazione non veniva considerato solo il più comune e il più «naturale» tra persone adulte, ma anche il pilastro più solido della società, un autentico patrimonio dell’umanità, un’istituzione alla quale tutti si aggrappano anche per sopravvivere nel ricordo dei posteri.

Tutto cambia, anche il concetto di famiglia

Il Dio dei cristiani, incarnandosi, ha voluto
nascere in una famiglia (Lorenzo Lotto)
L’idea di famiglia che avevano gli immigrati italiani della prima generazione era semplice, non abbisognava di elaborazioni mentali particolari perché era «naturale» che tutti da grandi desiderassero sposarsi e avere una famiglia. Erano considerate eccezioni le persone che non riuscivano a realizzare quell'idea e suscitavano più compassione che comprensione. Generalmente non veniva nemmeno contestato il principio giuridico della famiglia fondata sul «matrimonio», anche perché il giorno della sua celebrazione era solitamente uno dei pochi di cui gli sposi si sarebbero ricordati fin nei particolari per tutta la vita.

Non a tutti evidentemente garbava che la famiglia si fondasse sul matrimonio, come voleva la tradizione e pure il diritto civile fondato sulla Costituzione (art. 29), anche se dagli anni Settanta tutti gli italiani sapevano che in Italia, come in molte altre parti del mondo, c’era la possibilità di divorziare se il matrimonio non era più sostenibile. Lo sapevano evidentemente anche gli immigrati in Svizzera, ma era considerata solitamente una possibilità remota, perché, si diceva, ci si sposa per sempre. E gli italiani si sposavano e facevano figli.

Nel 1970, quando gli italiani residenti erano oltre mezzo milione, fu registrato il numero massimo di matrimoni in cui almeno uno dei coniugi era di nazionalità italiana (4227) e anche il numero più elevato dei figli di madre italiana (18.452). Da allora, però, non solo cominciarono a diminuire i matrimoni e le nascite di italiani, ma cominciarono ad aumentare i divorzi (record nel 1999 con 1655 casi) e, soprattutto, altre forme di convivenza diverse dal matrimonio. Stava cambiando anche tra gli italiani l’idea della famiglia? Ebbene sì. Anche tra gli italiani, accanto alle famiglie regolari cominciarono a diffondersi dapprima le convivenze prematrimoniali e poi le convivenze tout court.

Della famiglia descritta dalla Costituzione italiana all'articolo 29 come «società naturale fondata sul matrimonio» andavano scomparendo nel sentire pubblico entrambi gli elementi di «società naturale» e «fondata sul matrimonio» (primo comma), mentre si rafforzava la parte in cui si dice che «il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi» (secondo comma).

Eredità o compito permanente?

Poiché entrambi gli aspetti dell’articolo 29 vanno modificandosi incessantemente dagli anni Settanta del secolo scorso anche tra gli italiani residenti in Svizzera, essi meritano qualche considerazione per capire se davvero la prima generazione lascia alla seconda e alla terza una buona eredità immediatamente spendibile o un compito permanente.

Non c’è dubbio che le concezioni sulla famiglia com'era intesa in passato in questi ultimi decenni si sono notevolmente modificate nell'opinione pubblica, nei media e persino nel diritto. Basti pensare all'introduzione del divorzio, alle «famiglie monoparentali» (di un solo genitore), alle «famiglie di fatto» (convivenze di due persone adulte non unite dal vincolo matrimoniale e talvolta nemmeno dai loro figli) o alle «famiglie omosessuali» (con possibili genitore A e genitore B) per rendersi conto che la famiglia tradizionale a cui era legata profondamente l’immigrazione italiana in Svizzera del dopoguerra oggi è pressoché scomparsa, almeno in alcune sue espressioni tipiche (matrimonio indissolubile, genitore capofamiglia, obbligo reciproco alla fedeltà e alla coabitazione, figli da «mantenere, istruire ed educare»).

Eppure sarebbe superficiale e sbagliato considerare quell'idea di famiglia tradizionale liquidata per sempre, proprio pensando al significato ch'essa ha rappresentato almeno per la stragrande maggioranza degli emigrati, ossia «il senso della vita», il bene supremo, lo scopo primario dell’emigrazione, forse ignorando, i primi emigranti, che avrebbe potuto comportare difficoltà inimmaginabili, incomprensioni, frustrazione, separazioni, privazioni, sofferenze fisiche e morali, rinunce importanti.

Oggi si può disquisire se la famiglia tradizione vada considerata superata perché le nuove forme di convivenza pure etichettate come «famiglie» si stanno affermando anche legalmente o se alcuni elementi della famiglia fondata sul matrimonio meritano di essere conservati e addirittura rafforzati. Tutte le opinioni sono legittime e rispettabili, ma bisogna chiedersi seriamente se la famiglia degli emigrati del dopoguerra non meriti di essere considerata comunque una preziosa eredità e quindi da preservare e difendere, perché forse può ancora esprimere valori irrinunciabili.

Famiglia tradizionale tra dubbi e certezze

Quando, trattando in generale della famiglia, si cerca di esaltarne le caratteristiche che l’hanno resa la cellula della società umana, patrimonio dell’umanità e nella sostanza insostituibile, inevitabilmente intervengono gli scettici per obiettare che non sempre la famiglia è il luogo della felicità, dell’armonia, dello sviluppo sano dei figli e pensano magari proprio alla famiglia di molti immigrati del dopoguerra. Hanno ragione, perché la famiglia «non sempre» garantisce tutto ciò e talvolta naufraga in un mare di guai. Anche per molti emigrati essa è stata fonte di grandi sofferenze e oggi nessuno può sostenere che sia un’istituzione perfetta. Non lo è mai stata. Eppure, come si vedrà meglio più avanti, anche la famiglia emigrata consente di affermare che, al momento, non ne esiste una migliore. Del resto, qui in Svizzera, la famiglia, nonostante i mutamenti sociali, resta ancora la forma di vita predominante degli adulti, anche stranieri.

Tondo Doni, Michelangelo
L’imperfezione della famiglia era palese anche tra gli immigrati italiani del dopoguerra. Per esempio, l’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi apparteneva più al mondo dei desideri (soprattutto da parte delle donne) che alla realtà. La dipendenza della donna (moglie e madre) dal «capofamiglia» (normalmente il marito e padre) era una condizione non solo diffusa ma ritenuta quasi «normale» in molti ambiti familiari, persino in Italia anche dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975. I figli, poi, erano considerati sovente più fonti di preoccupazioni che motivi di gioia. Nei loro confronti i genitori hanno talvolta interpretato persino male il loro ruolo, specialmente nei campi dell’educazione, della formazione e della socialità.

Non si vuole riaprire qui il capitolo delle famiglie separate, ma si sa con quanta sofferenza è stata vissuta, soprattutto dalle madri, la separazione dai figli quando non potevano essere accuditi adeguatamente. Se ne parla poco, tranne che in alcune pubblicazioni volutamente polemiche e poco oggettive, ma è facile capire la sofferenza e l’umiliazione di genitori, e soprattutto di madri, costretti (e non certo inconsapevoli dei rischi) ad affidare i loro figli a parenti lontani, sapere che si affezionavano ai nonni che facevano loro da padre e da madre e che chiamavano papà e mamma, visto che quelli veri non li vedevano mai, rinunciare a vederli crescere, a iniziarli alla lettura e alla scrittura, ad avviarli nella vita.

Si può anche immagine con quanta gioia e quanta voglia di rimuovere evidenti sensi di colpa provavano questi genitori quando rientravano per le ferie, soprattutto a Natale, con valige stracolme di regali. Si può, invece, essere certi che anche questi immigrati con la loro vita testimoniavano che per il bene della famiglia, magari non nell'immediato, si potevano affrontare persino cammini di vita oltremodo difficili da percorrere senza badare a sofferenze, pericoli, privazioni, rinunce e persino sensi di colpa.

Valori da preservare

D’altra parte, se l’istituzione familiare è diffusa nel mondo intero, se è sopravvissuta attraverso le interminabili trasformazioni della società, se persino le «non-famiglie» vogliono essere considerate «famiglie» alla pari di quelle tradizionali, vuol dire che in queste ci sono delle qualità introvabili altrove, almeno tutte insieme. Il fatto che non siano perfette non significa che non siano perfettibili. Gli emigrati lo sapevano e per questo erano saldamente attaccati alla famiglia, che consideravano allo stesso tempo un fine e una tutela.

Alle nuove generazioni spetta il compito anzitutto di epurare i difetti della concezione del matrimonio e della famiglia che avevano genitori e nonni, ma soprattutto di conservare e sviluppare i valori che pure contenevano: la loro centralità nella vita individuale e sociale, il luogo privilegiato degli affetti più puri e sinceri, il sostegno reciproco anche nelle prove più difficili, il piacere dei migliori rapporti interpersonali.

Giovanni Longu
Berna, 16.11.2022