20 aprile 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 04. Integrazione e doppia nazionalità

Negli articoli precedenti è stata messa in evidenza la volontà delle autorità svizzere di favorire il più possibile l’integrazione degli stranieri e in particolare di quelli della seconda generazione. A molti critici della politica immigratoria svizzera è sempre sfuggito l’aspetto innovativo di quella politica, che invece merita di essere tenuto presente. Si trattava infatti di creare le condizioni per un’integrazione degli stranieri che intendevano prolungare a tempo indeterminato il loro soggiorno in Svizzera. Facile a dirsi, ma difficile a realizzarsi, il Consiglio federale richiese la partecipazione attiva delle istituzioni e della popolazione indigena, chiamate in primo luogo a modificare radicalmente atteggiamenti e comportamenti consolidati nei confronti degli immigrati transitori.

Da Gastarbeiter a concittadin

La politica d’integrazione della Svizzera, avviata negli anni Settanta e portata avanti tenacemente negli anni Ottanta e Novanta, ha rappresentato una svolta radicale non solo nella politica immigratoria federale, ma anche nelle coscienze di moltissimi svizzeri. Per rendersene conto basterebbe riflettere su tre espressioni usate in epoche diverse per definire gli immigrati stranieri: «lavoratori ospiti» (Gastarbeiter), collaboratori (Mitarbeiter) e concittadini (Mitbürger).

Esiste una vasta letteratura sui Gastarbeiter e sulle problematiche che li hanno riguardati e sarebbe superfluo rievocarle anche solo sommariamente. Si può però ricordare che quel termine simboleggiava bene la precarietà, lo sfruttamento e talvolta le discriminazioni subite dai lavoratori immigrati in un Paese che non voleva essere considerato «d’immigrazione» (si veda articolo precedente) e faceva di tutto per scoraggiare la permanenza prolungata degli stranieri. Potevano anche essere ben pagati, ma non dovevano nemmeno sperare di eguagliare nei diritti e nel rispetto i cittadini svizzeri.

Quando le esigenze dell’economia mutarono e richiesero la stabilizzazione della manodopera straniera, soprattutto se qualificata, gli stranieri divennero lentamente «collaboratori» (Mitarbeiter) apprezzati e in molti casi indispensabili. Rimanevano comunque ancora distanti, fremd, stranieri, che non potevano essere trattati come concittadini con pieni diritti. Il loro permesso di soggiorno era temporaneo e anche nel caso dei «domiciliati» poteva, in casi speciali, non essere rinnovato. Si poteva restare stranieri anche dopo la seconda, la terza… generazione.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta, quando venne alla ribalta il tema della seconda generazione, s’impose in tutta la sua gravità anche il problema del futuro dei figli dei lavoratori stranieri. Poiché le probabilità che anche i figli dei Gastarbeiter o Mitarbeiter stranieri restassero a lungo e forse per sempre in Svizzera, il Consiglio federale cominciò già dagli anni Settanta a prendere provvedimenti per favorire la loro integrazione e, a richiesta degli interessati, la loro naturalizzazione. Solo allora gli stranieri sarebbero diventati a pieno titolo concittadini svizzeri, Mitbürger.

Difficoltà non solo burocratiche

Molti naturalizzati hanno lamentato in passato lentezze della burocrazia svizzera, dimenticando forse che in uno Stato federale molte procedure diventano lente perché devono superare diversi livelli. Anche per la naturalizzazione sarebbe stato impossibile che la Confederazione scavalcasse i Cantoni e i Comuni, sempre gelosi delle proprie prerogative. Oltre che dal federalismo, le naturalizzazioni in Svizzera erano frenate anche dalla situazione socio-politica, che doveva sempre tener conto dei movimenti xenofobi costantemente in agguato per evitare il pericolo dell'inforestierimento: non si poteva facilitare troppo la naturalizzazione, anche nel caso dell’evidente integrazione piena degli interessati.

Di fatto, sebbene a rilento, i processi di integrazione e di naturalizzazione sono andati avanti e se oggi, per gli italiani residenti in Svizzera, si può parlare della collettività straniera più integrata, si deve aggiungere che è anche quella che ha il maggior numero di persone con la doppia cittadinanza: sono infatti circa 300.000 gli italiani che hanno sia la cittadinanza italiana che quella svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 20.04.2022

13 aprile 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 03. Integrazione: difficoltà e responsabilità

Nel primo articolo di questa serie si è accennato alle difficoltà incontrate da molti giovani della seconda generazione nel processo d’integrazione e alla conclusione a cui sono giunti alcuni sociologi di considerare l’integrazione difficilmente raggiungibile e quella generazione una «Weder-noch-Generation». Nel secondo articolo si è detto che per osservare risultati apprezzabili si sarebbe dovuto attendere il decennio successivo rispetto a quello in esame (1991-2000). In realtà, se tra la popolazione straniera si considera separatamente quella italiana, per questa già alla fine del decennio la situazione risulta decisamente migliore, sebbene anche i giovani della seconda generazione abbiano dovuto superare difficoltà notevoli. Di seguito si vogliono approfondire alcune delle principali difficoltà incontrate sia da parte svizzera che da parte italiana.

Svizzera Paese d’immigrazione

Col riorientamento della politica immigratoria svizzera negli anni Settanta, finalizzato alla stabilizzazione e all'integrazione della popolazione straniera, nessuno allora era in grado di prevedere quando entrambi gli obiettivi avrebbero potuto essere considerati raggiunti in misura almeno sufficiente. Prudenzialmente il Consiglio federale parlava quasi sempre solo di stabilizzazione e non d’integrazione, ritenendo la prima forse più facile da raggiungere, in base alle competenze federali, rispetto alla seconda, allora di competenza soprattutto dei Cantoni e dei Comuni, che presentava obiettivamente maggiori difficoltà.

E’ anche probabile che il Consiglio federale nutrisse inizialmente qualche dubbio sulla stessa possibilità (almeno in tempi brevi) di integrare centinaia di migliaia di stranieri. Del resto è sintomatico che fino al 2000 la Svizzera rifiutasse sistematicamente di considerarsi e di essere considerata un Paese d’immigrazione, sebbene fosse del tutto evidente che la crescente stabilizzazione di una parte considerevole della popolazione straniera avesse trasformato la Svizzera fin dagli anni Sessanta in un Paese d'immigrazione. Gli stranieri, ormai «domiciliati» nella stragrande maggioranza, erano divenuti parte integrante della società e dell'economia e nessuno nutriva dubbi che avrebbe continuato ad aver bisogno di lavoratori immigrati, a meno che le condizioni economiche non fossero radicalmente peggiorate. Nel 2000 anche la Confederazione finì per prenderne atto ufficialmente.

Già all'inizio del decennio in esame, tuttavia, il Consiglio federale dev'essersi reso conto che la forte presenza straniera rappresentava per la Svizzera una sfida particolarmente importante, da cogliere assolutamente: dalla soluzione del problema dell’integrazione sarebbe dipeso lo sviluppo globale dell’economia e della società svizzere. L’emarginazione e l’esclusione degli stranieri ne avrebbero potuto comportare un lento ma inesorabile logoramento del tessuto sociale, mentre un loro maggior coinvolgimento e la loro integrazione avrebbe potuto garantire e rafforzare lo sviluppo, la prosperità e la coesione dell’intera società.

Mosaico della cupola del Palazzo federale con al centro la croce svizzera e il motto
«UNUS PRO OMNIBUS /OMNES PRO UNO»  (uno per tutti, tutti per uno)

Come già ricordato, il Consiglio federale colse la sfida nel momento in cui decise di passare dagli aiuti di Stato (utilizzati dalla fine degli anni Sessanta per l’inserimento degli stranieri nella società elvetica) all'integrazione come «compito politico dello Stato».

Nel 1991, nel rapporto già citato (si veda l'articolo precedente) sulla politica in materia di rifugiati e di stranieri, il Consiglio federale aveva indicato i principi su cui doveva fondarsi la politica dell’integrazione. Su alcuni di essi merita soffermarsi, anche per capire quanta difficoltà avrebbe comportato nelle istituzioni e negli individui tradurli in pratica.

Principi fondamentali dell’integrazione

Trattandosi di una politica di lungo respiro e dagli effetti sperati molto promettenti, ma che avrebbe comportato anche notevoli costi, sarebbe stato molto utile poter disporre da subito di basi legali pertinenti. Dopo la bocciatura della legge sugli stranieri del 1978, agli inizi degli anni Novanta queste basi mancavano e crearne delle nuove, specialmente in un Paese federale, avrebbe richiesto molto tempo. Un’occasione si presentò a metà del decennio quando si dovette revisionare la legge sullasilo, ma il Consiglio federale riuscì solo a far inserire nella legge in vigore sugli stranieri un articolo specifico che autorizzava la Confederazione a cofinanziare progetti d’integrazione. Purtroppo, per avere una legge organica moderna e poter destinare maggiori risorse alla politica d’integrazione, si dovrà attendere il 2005. Ciò nonostante, i principi fondamentali dell’integrazione erano ormai sufficientemente chiari.

Non c’erano dubbi, per esempio, che l’integrazione dovesse essere considerata un compito comune della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Per essere efficace, però, doveva coinvolgere a vario titolo anche un gran numero di istituzioni, organizzazioni e gruppi di persone, nel presupposto che l’integrazione concerne la società intera ed «è possibile solo se tutte le sfere sociali collaborano e sono disposte a fornire il loro contributo».

In particolare dovevano essere coinvolti i partiti politici, le aziende e le associazioni delle parti sociali, le chiese e le comunità religiose, le associazioni di immigrati, i servizi di consulenza e d'aiuto agli stranieri, le società sportive e le associazioni della gioventù, i centri di formazione per stranieri, i media, la scuola, insomma l’intera società civile.

Un altro principio fondamentale già emerso negli anni Settanta e Ottanta era quello di dover considerare l’integrazione sempre più non un processo di «assimilazione» unilaterale, ma un processo «bilaterale», che coinvolge in ugual misura indigeni e stranieri, rifugge dagli estremi di una tolleranza assoluta da parte dei primi e di una subordinazione totale da parte dei secondi e favorisce la comprensione reciproca, la tolleranza, la collaborazione, le pari opportunità, la partecipazione e la responsabilità ad ogni livello.

Detto così, il principio dell’integrazione potrebbe apparire ovvio, ma non lo era certamente all’inizio degli anni Novanta, quando la disponibilità della popolazione svizzera a un cambiamento d'opinione sugli stranieri e a grandi trasformazioni sociali non era affatto scontata. Non è difficile immaginare le inevitabili resistenze all'idea che gli stranieri dovessero avere in molti campi le stesse opportunità degli svizzeri, la sicurezza del soggiorno, facilitazioni alla naturalizzazione e persino l’accesso ai diritti politici.

Anche per queste ragioni il Consiglio federale sottolineava in quegli anni il particolare ruolo dei media per la loro possibilità di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità e sui vantaggi economici e sociali dell’integrazione degli stranieri e specialmente dei più giovani. Anche alla scuola il Consiglio federale attribuiva un’importanza decisiva per la riuscita dell’integrazione: essa rappresentava il luogo più idoneo non solo per superare le difficoltà linguistiche e scolastiche, ma anche la sede più naturale per la conoscenza e la socializzazione di tutti i partecipanti.

Difficoltà e responsabilità degli italiani

Quando il Consiglio federale indicava tra i principi fondamentali la disponibilità delle due parti coinvolte a considerare l’integrazione un «rapporto bilaterale», lasciava intendere chiaramente che spettava anche alle istituzioni e ai cittadini svizzeri partecipare attivamente al processo d’integrazione degli stranieri, ma ovviamente questi erano i primi ad essere coinvolti. Infatti, sosteneva, «ogni migrazione è vincolata a determinati adeguamenti e trasformazioni, anche se conoscenze ed esperienze che accompagnano l'essere umano, in altri termini la propria cultura, non può semplicemente essere dismessa. In ogni caso devono però essere riconosciuti il nostro Stato di diritto e le sue norme».

Dovrebbe essere ovvia una tale disponibilità soprattutto da parte dello straniero che vuole stabilirsi durevolmente in un Paese e in una società diversa da quella originaria. Eppure, anche negli anni Novanta, per molti italiani l’idea dell’integrazione non risultava convincente anche se accuratamente depurata del vecchio concetto di «assimilazione» e di certi dubbi sulle reali conseguenze culturali e psicologiche di un inserimento senza riserve nel mondo culturale e sociale svizzero.

Sugli italiani pesava anche la tipica (fino ad allora) mentalità dell’emigrante. Se, infatti, la Confederazione fino al 2000 non era riuscita a prendere ufficialmente atto di essere diventata già da decenni un Paese d’immigrazione, non si può ignorare che anche gli stessi immigrati italiani avevano (quasi) sempre considerato la condizione migratoria come temporanea, provvisoria, escludendo quindi la stessa possibilità d’integrarsi nel Paese ospite. Purtroppo bisogna aggiungere che allora ben pochi si fecero carico di diffondere tra gli italiani serenità e chiarezza e magari sarebbe utile chiedersi perché!

Non deve apparire strano, a questo punto, che nella prima metà degli anni Novanta, anche dopo la certezza di poter conservare la nazionalità italiana, solo poche migliaia di italiani chiesero e ottennero la naturalizzazione. Solo nella seconda metà del decennio si osserverà un aumento significativo. 

Giovanni Longu
Berna 13.04.2022


06 aprile 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 02.Integrazione «compito politico» dello Stato

Oltre che nel segno dell’apertura europea, la popolazione italiana in Svizzera durante il decennio 1991-2000 si conferma come il gruppo straniero più numeroso e più integrato, ma anche tendenzialmente in diminuzione a causa dei numerosi rientri in Italia e del calo delle nascite. La popolazione italiana complessiva, comprendente anche i doppi cittadini, tende tuttavia ad aumentare, grazie soprattutto all'avanzata dei giovani della seconda generazione che incontrano sul loro cammino di crescita formativa, sociale e professionale molte meno difficoltà della prima generazione. Alla fine del decennio la piena integrazione non sarà ancora raggiunta, ma la parità tra giovani italiani e svizzeri sarà molto vicina, grazie soprattutto alla nuova politica immigratoria svizzera, ma anche alle scelte coraggiose e lungimiranti degli italiani.

Continua il bisogno di manodopera straniera

Negli anni Novanta, la politica svizzera, dopo aver raggiunto in larga misura la stabilizzazione della popolazione straniera, pur restando fondamentalmente in linea col passato tende ad aprirsi a nuovi impulsi provenienti dalla migliorata situazione economica, dalla tendenza integrativa europea e dalle scelte prospettiche degli italiani, sempre più decisi a inserirsi nelle migliori posizioni dell’economia e della società svizzere.

Negli ultimi anni Ottanta fino al 1990 erano stati creati in Svizzera molti nuovi posti di lavoro, che erano stati occupati in gran parte da nuovi immigrati (per lo più non italiani). Poiché anche negli anni Novanta l’economia aveva continuamente bisogno di manodopera, c’era il rischio che la percentuale di stranieri, ridottasi in seguito alla crisi della metà degli anni Settanta, tornasse ai valori dell’inizio di quel decennio, facendo il gioco dei movimenti xenofobi, sempre all'erta e in grado di lanciare pericolose iniziative popolari miranti a limitare il numero degli stranieri residenti.

Il Consiglio federale non intendeva tuttavia derogare né agli imperativi della legge sugli stranieri del 1931, né a suoi impegni programmatici assunti di fronte al Parlamento, ai sindacati e all’opinione pubblica di stabilizzare (e possibilmente ridurre gradualmente) la popolazione straniera. La legge del 1931 sulla dimora e il domicilio degli stranieri ancora in vigore, obbligava le autorità preposte alla concessione dei permessi a tener conto «nelle loro decisioni, degli interessi morali ed economici del Paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». Per questo dal 1970 la Confederazione aveva preso impegni precisi sulla stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera.

La stabilizzazione raggiunta

Indipendentemente dalla pressione degli ambienti xenofobi, il Consiglio federale non era disposto in alcun modo a tollerare assunzioni indiscriminate di stranieri (com’era avvenuto nel dopoguerra fino al 1963 e in parte anche dopo, nonostante alcune misure di rallentamento introdotte tra il 1963 e il 1970), ma nemmeno ad accettare una regolamentazione rigida dell’immigrazione come chiedeva la destra nel 1994 con un’iniziativa popolare. Piuttosto mirava a garantire «un rapporto equilibrato tra l’effettivo della popolazione residente svizzera e quella straniera», sebbene non fosse ben chiaro cosa intendesse per «equilibrato».

Negli anni Ottanta, il governo era già riuscito a rallentare l’incremento della popolazione straniera, dalla seconda metà degli anni Novanta riuscirà a stabilizzarla. Dal 1991, infatti, la percentuale di crescita invertirà la tendenza e passerà dal 5,8 per cento del 1990 allo 0,3 per cento nel 1997. Se fino al 1990 il numero degli arrivi superava quello delle partenze, dal 1991 queste superano gli arrivi.

A questo punto il Consiglio federale avrebbe forse potuto affrontare i temi da decenni sollevati dagli ambienti immigratori dei ricongiungimenti familiari e della libera circolazione, ma probabilmente ha ritenuto che i tempi non fossero ancora propizi, considerando che nell'eventualità di una votazione popolare avrebbero incontrato sicuramente molte resistenze sia negli ambienti politici e sindacali che nell'opinione pubblica.

Il momento dev'essere sembrato invece propizio per sottolineare la necessità di intensificare gli sforzi per incoraggiare l’integrazione degli stranieri e di semplificare e accelerare la procedura di naturalizzazione, anche alla luce della diminuzione negli ultimi anni Ottanta delle naturalizzazioni, scese complessivamente da 14.287 (nel 1985) a 8757 (nel 1991) e, relativamente agli italiani, da 3259 (1985) a 1802 (1991).

La situazione degli italiani

La stabilizzazione della popolazione straniera è avvenuta soprattutto grazie alla diminuzione degli italiani che per tutti gli anni Ottanta e Novanta hanno fatto registrare un saldo migratorio negativo. Tra il 1970 e il 2000 la popolazione italiana residente è diminuita di oltre 260.000 persone. Nel 1990 gli italiani residenti, secondo i dati del censimento federale della popolazione, erano 383.204 e rappresentavano il 30,8 per cento della popolazione straniera; nel 2000 risultarono 321.795 e costituivano ormai meno di un quarto della popolazione straniera (22,6%).

Stando alle statistiche italiane (MAE-AIRE), gli italiani residenti in Svizzera nel 2000 erano invece 525.385 e cinque anni prima erano già 413.941. Dunque in soli cinque anni è stato registrato un aumento di ben 211.444 cittadini italiani. Non è facile spiegare questo dato, ma probabilmente si è trattato di nuovi arrivati, di nuovi naturalizzati che hanno conservato la cittadinanza italiana e di naturalizzati che hanno riacquistato la cittadinanza italiana. Dal 1992 per la Svizzera, come pure per l’Italia, la naturalizzazione non comporta più la perdita della cittadinanza originaria.

Integrazione «compito politico» dello Stato

Nel suo Rapporto sulla politica in materia di rifugiati e di stranieri del 1991, il Consiglio federale non aveva dubbi sull'importanza dell’integrazione degli stranieri, che costituiva «il secondo pilastro dell'attuale politica in materia di stranieri» e un «compito politico» dello Stato. A differenza di quanto era avvenuto negli anni Settanta e Ottanta, quando l’integrazione era stata considerata un problema sociale e assistenziale di competenza prevalente dei Cantoni e dei Comuni, ora era lo Stato che se ne faceva carico.

Nel 1991 si parlava della «futura politica d’integrazione», ma se ne delineavano già i contorni essenziali, come quando si affermava che «un'ampia politica d'integrazione riuscirà soltanto se svizzeri e stranieri sapranno dar prova di reciproca comprensione» o quando si precisava che «la futura politica d'integrazione […] dovrà perseguire un duplice obiettivo: a tutti i gruppi della popolazione per i quali la Svizzera è divenuta patria d'elezione, essa deve garantire l'accesso a una piena integrazione sociale» oppure quando si dava l’indicazione di una nuova concezione della politica d'integrazione «che tenga conto del modello di libera circolazione».

Non c’è dubbio che accingersi a concepire e poi a dover implementare una nuova politica immigratoria così impegnativa incentrata sull'integrazione doveva apparire al Consiglio federale un compito non indifferente. D’altra parte era lo stesso organo federale che riconosceva la necessità «creare condizioni favorevoli all'integrazione degli stranieri che abitano e lavorano nel nostro Paese» e di adottare «in misura molto più rilevante che in passato» provvedimenti efficaci per il promovimento dell’integrazione, «a tutti i livelli del nostro ordinamento statale».

Il Consiglio federale si rendeva sicuramente ben conto anche delle difficoltà che avrebbe incontrato la realizzazione della futura politica d’integrazione non solo a livello politico, ma anche e forse soprattutto a livello sociale. Perciò, nel Rapporto menzionato, ripetutamente si parla di «sforzi» da compiere e intensificare per stimolare «la disponibilità [degli svizzeri] ad accogliere gli stranieri», «per l'integrazione della popolazione straniera residente e il mantenimento della disponibilità degli svizzeri nei confronti degli stranieri», ecc.

Se la politica d’integrazione è divenuta dagli anni Novanta un compito politico dello Stato, non va dimenticato che i soggetti maggiormente coinvolti erano gli stranieri, ma questi stavano cambiando rapidamente, soprattutto gli italiani. Del loro atteggiamento di fronte al tema dell’integrazione e della naturalizzazione si tratterà nel prossimo articolo.

Giovanni Longu

Berna 6.4.2022 

04 aprile 2022

Conflitto russo-ucraino: è anche una guerra di religione?

Qualche osservatore lo sostiene perché il patriarca ortodosso russo Kirill è schierato dalla parte di Putin e il metropolita ucraino Epifanij dalla parte di Zelensky. Non credo, tuttavia che si possa parlare di una guerra di religione, perché lo scontro tra la Russia e l’Ucraina non è scoppiato per questioni religione, ma per questioni geopolitiche ed eccesso di nazionalismo.

Non si può negare, tuttavia, che le due Chiese ortodosse, a differenza della Chiesa cattolica (Santa Sede) decisamente schierata per la pace e contro la guerra, contribuiscano più ad alimentare la guerra che a favorire la pace. Se per Kirill l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è una «guerra santa» da combattere contro un Occidente corrotto, per Epifanij è «un cinico attacco» ed è compito degli ucraini «respingere il nemico, difendere la patria e il nostro futuro dalla tirannia dell’aggressore». Nessuno dei due sembra invocare la cessazione della guerra fratricida, il ristabilimento della pace e la riconciliazione cristiana. Perché non lo fanno?

Non voglio speculare su poche affermazioni diffuse dalla stampa, ma credo che la ragione sia una sola: entrambi i capi religiosi sono impotenti nei confronti dei rispettivi governi statali e succubi di nazionalismi che puntano più a esasperare le differenze che a valorizzare ciò che unisce russi e ucraini.

Non è il caso, in questa nota, di ricercare nella storia delle tensioni interne del grande mondo ortodosso le «ragioni» delle due Chiese, perché comunque non giustificherebbero in alcun modo una guerra così sanguinosa e distruttiva e il ritorno a un passato che si riteneva remoto perché non ha più senso parlare di «guerra santa» e di «resistenza fino all'ultimo uomo». Possibile che persone colte e «uomini di Dio» non si rendano conto dell’oltraggio a Dio oltre che alla vita e all'umanità?

Non penso in ogni caso che la guerra tra Russia e Ucraina sia configurabile come «guerra di religione», perché ben altri sono gli interessi in gioco, di natura certamente anche etnica, etica (in senso generale, ma profondo), culturale e identitaria, ma soprattutto economica (perché l’est e l’ovest dell’Ucraina non si equivalgono).

Ritengo invece che la guerra si avvicinerebbe alla fine o cesserebbe del tutto se i capi delle due chiese ortodosse si «vergognassero» di quello che sta accadendo oggi in Ucraina (prendendo esempio da papa Francesco) e facessero, in questo tempo di quaresima, almeno un tentativo di riconciliazione. Molti o forse tutte le persone coinvolte nel conflitto seguirebbero il loro esempio. Potrebbe Francesco mediare?

Giovanni Longu

30 marzo 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 01.Una nuova era

L’immigrazione italiana in Svizzera durante il decennio 1991-2000 ha sviluppato tutti i principali segni del cambiamento avviato nel ventennio precedente. La trasformazione non si concluderà tuttavia nel periodo considerato, ma durerà ancora qualche anno prima di entrare definitivamente nel regime della libera circolazione da tempo auspicato da molti immigrati. Si tratta di un decennio importante perché ha visto trasformarsi non solo l’immigrazione italiana, ma pure la Svizzera che, entrando nell'ottavo secolo della sua storia, ha deciso di aprirsi maggiormente all'Europa e al mondo. Anche la politica immigratoria è entrata in una nuova era e un segnale molto significativo l’ha dato la modifica della legge sulla cittadinanza (entrata in vigore il 1° gennaio 1992) che ha consentito a molti giovani di naturalizzarsi e di conservare al tempo stesso la cittadinanza originaria. Moltissimi italiani ne hanno approfittato.

1991: 700° della Confederazione e apertura all'Europa

Flavio Cotti (1939-2020)

Nel 1991, celebrando i suoi 700 anni di esistenza, la Confederazione ha avuto l’opportunità di ripensare il proprio passato dalle origini mitiche al presente non troppo rassicurante (lieve recessione in corso, forte rincaro e leggero calo del prodotto interno lordo), ma anche di scrutare il futuro in una visione che sembrava avvicinarla molto al resto del mondo e specialmente all'Europa («L’Europa è una parte di noi stessi, e noi siamo parte di essa. Così è sempre stato. Così sarà sempre», Flavio Cotti, 7.9.1991). L’Europa sarà il nuovo orizzonte anche della politica immigratoria federale.

In alcune celebrazioni è stato riconosciuto anche il contributo importante degli immigrati italiani sia nell'ampia cornice dei rapporti italo-svizzeri che nella prospettiva dei futuri rapporti tra la Svizzera e l’Europa. Alcune considerazioni al riguardo sono state espresse dall'allora Presidente della Confederazione Flavio Cotti e dal Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga nella prefazione a un libro commemorativo sul 700° offerto alla Svizzera dal governo italiano.

Interventi di Cotti e Cossiga

Il Presidente della Confederazione Flavio Cotti sottolineava in particolare l’«amicizia sincera e profonda che unisce – sulla scorta della prossimità geografica e di antichissime relazioni storiche e culturali – il popolo italiano con quello svizzero» augurandosi che «l’amicizia fra Italia e Svizzera possa ulteriormente fiorire e svilupparsi in un quadro europeo di pace e di prosperità».

Francesco Cossiga (1928-2010)
Il Presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga considerava invece «la storia della Svizzera e le sue relazioni con l’Italia come tappe di un cammino che non sarà privo di asperità, ma che tutti i popoli europei si accingono ad imboccare insieme in vista della realizzazione di un’integrazione sempre più pronunciata, per l’edificazione di un’Europa più unita, più libera, fiorente e progredita». In questo cammino, egli vedeva la presenza della collettività italiana, che si stava integrando armoniosamente nella società elvetica, quale anticipatrice di un processo analogo a quello che dovrà condurre «alla nuova coesione fra le genti europee».

Il nuovo quadro di riferimento dell’immigrazione italiana in Svizzera sarà in effetti sempre più l’Europa e il processo d’integrazione europea condizionerà, lentamente come tutti i processi di cambiamento in questo Paese, anche l’integrazione della «collettività italiana». Questa espressione sarà d’ora in poi quella più giusta per segnalare la trasformazione in atto e in parte già avvenuta degli italiani residenti sempre più stabilmente in Svizzera.

Politica immigratoria di fronte a nuove sfide

I problemi politici che poneva la questione degli stranieri in Svizzera all'inizio degli anni Novanta erano notevoli. In un Rapporto del Consiglio federale sulla politica in materia di stranieri e di rifugiati del 15 maggio 1991 venivano così riassunti:

«La politica svizzera in materia di stranieri deve far fronte a un numero rilevante di sfide. Il mercato del lavoro è ancora sempre prosciugato, e si fa più forte la richiesta d'ammissione di altri stranieri. Lo statuto dello stagionale è contestato. Gli si rimprovera di essere inumano e di promuovere il deperimento occulto della capacità concorrenziale dell'economia svizzera. Lo sviluppo demografico futuro è infausto. Anche gli effettivi degli stranieri crescono rapidamente. A livello mondiale s'infittiscono i movimenti migratori. Dall'Europa centrale e orientale, apertesi al mondo occidentale, sorgono nuove sfide. Sottostanno a nuovi indirizzi anche l'attitudine migratoria degli stranieri che vivono in Svizzera e le possibilità migratone all'interno dell' Europa occidentale. Il numero degli stranieri originari dei Paesi membri della Comunità Europea (CE) diminuisce in percento da ormai 20 anni, il che lascia intendere che scema l'attrattività dei posti di lavoro in Svizzera. Permane tuttora rilevante la quota degli stranieri residenti in Svizzera che rientrano nel Paese d'origine».

Per il Consiglio federale una sfida importante era costituita dalla crescente attuazione del mercato interno della CE, che poneva la Svizzera di fronte alla necessità di modificare la sua politica in materia di stranieri perché quella seguita sino ad allora non era più compatibile con il diritto comunitario. In particolare avrebbe dovuto affrontare la questione della «libera circolazione», reclamata per altro da tempo dall'immigrazione italiana.

Alcune di queste sfide avrebbero riguardato anche gli italiani residenti in Svizzera sia di prima che di seconda generazione, ma a beneficiarne sarebbero stati soprattutto i secondi. Specialmente la prospettiva della libera circolazione, ormai una condizione acquisita nella CE, avrebbe infatti garantito maggiori possibilità d’integrazione scolastica, professionale e sociale e migliori condizioni generali, certamente non inferiori a quelle garantite da altri Paesi. Qualsiasi cambiamento avrebbe interessato sempre meno gli italiani vicini al pensionamento o già decisi a rientrare in Italia in tempi brevi.

La popolazione italiana diminuisce…

Il censimento federale della popolazione del 1990 aveva attestato che la popolazione residente straniera era nuovamente in crescita, ma non quella italiana, ancora in diminuzione nonostante risultasse ancora il gruppo straniero più consistente (30,8%). Il numero degli italiani era sceso in dieci anni da 420.700 a 381.493 persone.

Poiché a rientrare in Italia erano stati soprattutto gli adulti in età vicina alla pensione, si potrebbe pensare che la popolazione italiana restante risultasse più giovane. Si nota invece una progressiva diminuzione della popolazione giovane. Se infatti nel 1980 la fascia d’età da 0 (zero) a 29 anni costituiva il 46,6 per cento degli italiani, nel 1990 non costituiva che il 42,4 per cento e nel 2000 scendeva addirittura al 32,2 per cento.

In realtà, la diminuzione era dovuta a diversi fattori, che verranno analizzati in altra occasione, ma si può già anticipare ch'essa denota un progressivo adeguamento del tasso di natalità degli italiani a quello degli svizzeri e, in  generale, ad una trasformazione della struttura demografica della popolazione italiana residente.

… e si trasforma

Osservando la popolazione italiana per fasce d’età si nota anche la tendenza alla prevalenza della seconda generazione e specialmente dei nati in Svizzera. Nel 1990, su 383.204 italiani censiti, il 33,6 per cento era nato in Svizzera e nel 2000 la percentuale salirà al 37,1 per cento. Sono particolarmente significativi i dati sul luogo di nascita dei giovani nella fascia d’età dai 15 ai 29 anni. Se nel 1990 gli appartenenti alla seconda generazione nati in Svizzera costituivano circa il 63 per cento dei 15-29enni (poco più di 100.000 persone) e solo il 37 per cento risultava nato all'estero (Italia), nel 2000 la tendenza sarà abbondantemente confermata perché i giovani nati in Svizzera costituiranno oltre il 70 per cento dei poco meno di 60.000 15-29enni e meno del 30 per cento quelli nati all’estero (Italia).

Un’altra conseguenza della diminuzione e della trasformazione dell’immigrazione dall'Italia è stata nel decennio in esame la riduzione della proporzione di italofoni, scesa dal 9,3 all'8 per cento. In cifre assolute il numero degli italofoni (italiani e svizzeri) è sceso da 376.426 (1980) a 282.389. Poiché il numero degli svizzeri italofoni risultava abbastanza stabile, il calo di oltre 94.037 persone è imputabile soprattutto alla componente italiana. Non è dipeso tuttavia solo dal saldo migratorio negativo (a causa del maggior numero di italiani rientrati in Italia rispetto ai nuovi arrivati), ma anche dall'incremento delle naturalizzazioni e dall'intensificarsi dell’integrazione della seconda generazione. In entrambi i casi, la tendenza a considerare il tedesco o il francese come lingua materna risultava sempre più diffusa anche tra i titolari della sola cittadinanza italiana. La salvaguardia dell’italianità diventerà per gli italiani, ma anche per molti svizzeri, una sfida importante da non perdere.

Giovanni Longu
Berna 30.03.2022

25 marzo 2022

Ucraina-Russia: la questione linguistica e della neutralità

Tra i numerosi interventi sulla guerra in Ucraina, molti vedono nell’invasione russa dell’Ucraina un «attacco alla democrazia» e all'Occidente. Trattandosi di opinioni, tutte meritano rispetto. La mia opinione l’ho già espressa, ma desidero ribadire che la guerra bisognerebbe cercare di evitarla prima che scoppi e finirla il più presto possibile se malauguratamente è scoppiata. In questi giorni mi sono chiesto più volte se anche questa tremenda guerra avrebbe potuto essere evitata, anche col contributo determinante delle democrazie occidentali. La risposta, affermativa, mi è venuta quasi spontanea alla luce della storia di questo Paese, la Svizzera, che, per quanto possa essere criticato e io stesso l’abbia più volte criticato, è ritenuta una delle più antiche democrazie del mondo.

Le domande

Le domande insistenti a cui desideravo dare una risposta sono sostanzialmente tre:

1. La Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina se questo Paese avesse garantito una adeguata autonomia alle regioni russofone?

2. La Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina se questo Paese avesse dato segnali chiari di voler restare un Paese neutrale e quindi di non voler entrare a far parte della NATO?

3. La Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina se questo Paese avesse cercato di rassicurare la Russia di voler mantenere buoni rapporti tra Paesi liberi che si rispettano?

So bene che le spiegazioni della guerra in corso sono piuttosto complesse e vanno ben aldilà della problematica che sollevano queste domande, ma non credo che possano essere considerate del tutto marginali. Ritengo anzi ch’esse meritino qualche considerazione, che faccio proprio alla luce della storia svizzera.

Considerazioni di merito

Circa la prima domanda, anzitutto va ricordato che in Ucraina il secondo gruppo etnico, con una percentuale considerevole, è costituito dai russi: 22,1% al censimento del 1989 e 17,2% al censimento del 2001. I russofoni risultano ancora più numerosi, perché nel 2001 costituivano il 29,6% della popolazione e in alcune regioni orientali e meridionali la maggioranza assoluta. Ciò nonostante, l’Ucraina ha dichiarato lingua ufficiale, anche in quelle regioni, solo l’ucraino e con una legge del 2019 intende «creare le condizioni adeguate per la protezione dei diritti e dei bisogni linguistici degli ucraini», limitando di fatto l’uso del russo in campo mediatico e didattico. La minoranza russofona si è lamentata in numerose occasioni di essere discriminata e Mosca ha più volte criticato il disinteresse della comunità internazionale di fronte a tale discriminazione.

La Svizzera, molto probabilmente, avrebbe risolto il problema in altra maniera. Basti pensare che l’italiano è lingua nazionale e ufficiale fin dal 1848, quando gli italofoni (ticinesi e poche migliaia di grigionesi) erano solo il 5,4%. Anche i ticinesi in più occasioni si sono sentiti culturalmente, linguisticamente ed economicamente discriminati, ma mai la Confederazione ha approvato una norma che mirasse a penalizzarli ulteriormente. Anzi, quando nel 1924-1926 le «rivendicazioni» ticinesi stavano per fornire un pretesto a Benito Mussolini, da poco al potere in Italia, per ingerirsi negli affari interni della Svizzera, il Consiglio federale si affrettò a dare ampia soddisfazione al Ticino. Fu deciso ad esempio di versare al Cantone un contributo non indifferente di 450.000 franchi l’anno per la difesa della lingua e della cultura italiane. Sta di fatto che il fascismo in Ticino, nonostante i cospicui aiuti finanziari inviati da Mussolini, ebbe uno scarsissimo seguito.

Nel dopoguerra, anche tra l’Italia e l’Austria si riuscì con un negoziato, condotto in parte anche in Svizzera, a risolvere pacificamente un problema analogo riguardante la minoranza tedescofona dell’Alto Adige. Nel trattato conclusivo l’Italia s’impegnava, fra l’altro, a ripristinare l’uso ufficiale del tedesco e del suo insegnamento e a concedere in quella regione l’esercizio del potere legislativo ed esecutivo autonomo. Nell'interesse reciproco di stabilire relazioni di buon vicinato tra entrambi i Paesi, le controversie restanti furono superate col dialogo e poi definitivamente con l’ingresso dell’Austria nell'Unione Europea. Non potrebbe/dovrebbe essere possibile anche tra la Russia e l’Ucraina?

Sulla seconda domanda bisogna ricordare che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’Ucraina proclamò la propria indipendenza, ma si dichiarò al tempo stesso «Stato neutrale». L’attuale presidente Volodymyr Zelens'kyj non ha mai negato di voler richiedere l’adesione piena all'Unione Europea e alla NATO, e proprio in queste ultime settimane ha invocato più volte l’intervento della NATO a sostegno dell’Ucraina contro l’invasore russo.

La Svizzera, dal 1815, ha modificato in diverse occasioni la propria idea di Paese neutrale (adottando o non adottando sanzioni decise da altri Stati nei confronti di questo o quel Paese belligerante), ma si è sempre astenuta dal sostegno diretto (per esempio fornendo armi o concedendo il passaggio di materiale bellico o truppe sul suo territorio) di un belligerante contro un altro e non ha nemmeno mai aderito ad alcuna alleanza militare.

Non credo che si possa mettere in dubbio la legittimità di uno Stato sovrano di chiedere la sua adesione a un’alleanza anche militare di Stati, ma nel caso specifico la domanda concerne l’opportunità di farlo, per cui ritengo legittima la domanda: se l’Ucraina si fosse astenuta da questa pressante richiesta di adesione e di intervento della NATO, la Russia avrebbe ugualmente invaso l’Ucraina? E avrebbe rischiato l’ostracismo dal mondo occidentale?

Sulla terza domanda l’incertezza evidentemente non può essere superata, ma si può ben ritenere che un Paese neutrale come per esempio la Svizzera ha molte più probabilità di uno Stato schierato ad avere buone relazioni, non solo commerciali, con tutti i Paesi vicini. Lo scontro, invece, come quello in corso, rischia invece di avere conseguenze molto negative per generazioni.

Ma se non fare la guerra sarebbe convenuto a tutti, compresa l’Unione Europea, perché non tentare almeno di terminarla subito, immediatamente, e rimediare una pace in grado di garantire che nel futuro non si commetteranno mai più gli stessi errori?

Giovanni Longu
Berna, 25.03.2022

23 marzo 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 76. Considerazioni finali (2a parte)

L’immigrazione italiana in Svizzera durante il ventennio 1970-1990 sarebbe stata caratterizzata, stando ad alcune opere superficiali di critici frettolosi, dall'odio degli ambienti xenofobi nei confronti dei Gastarbeiter italiani. Nessuno studioso serio può negare l’incidenza dei movimenti xenofobi sul saldo migratorio negativo degli immigrati italiani a partire dai primi anni Settanta e sulla politica immigratoria svizzera. Tuttavia, a caratterizzare la popolazione immigrata nel periodo in esame non sono stati gli atteggiamenti e i comportamenti degli ambienti antistranieri, quanto piuttosto la sua radicale trasformazione in seguito ai profondi mutamenti intervenuti nella società, nella politica e nell'economia della Svizzera. L’immigrazione, inizialmente soprattutto italiana, non poteva non esserne coinvolta.

L’integrazione possibile e utile

Uno dei principali cambiamenti registrati nel periodo in esame (1970-1990) è stato sicuramente il miglioramento dei rapporti tra svizzeri e stranieri (italiani), a cui si è giunti gradualmente col progressivo ridimensionamento del sostegno popolare ai movimenti xenofobi, con l’affermarsi della nuova politica immigratoria federale incentrata sulla stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera e con la crescente conoscenza e stima reciproca tra svizzeri e stranieri.Vi hanno contribuito anche, come illustrato in diversi articoli, la Commissione federale per i problemi degli stranieri, analoghe commissioni create a livello cantonale e comunale, gruppi di lavoro misti finalizzati alla soluzione di problemi particolari, l’apertura di numerose associazioni italiane alla partecipazione di membri svizzeri e viceversa, le commissioni miste di genitori di allievi della scuola obbligatoria, i matrimoni misti, il miglioramento delle conoscenze linguistiche sia degli stranieri che degli svizzeri, ecc.

Le varie iniziative in differenti campi (sociale, commerciale, sportivo, formativo, culturale, linguistico, ecc.) evidenziavano che l’integrazione era non solo possibile ma anche utile, perché facilitava la convivenza, stimolava la collaborazione, rafforzava l’italianità, diffondeva il Made in Italy, ecc. In più occasioni è stato citato l’esempio del CISAP nel settore della formazione professionale, perché costituiva un simbolo di quanto si poteva ottenere da una leale e fattiva collaborazione tra istanze svizzere e italiane. Infatti fu possibile realizzare una straordinaria piattaforma di successo professionale, economico e sociale per migliaia di immigrati e centinaia di giovani della seconda generazione. Furono molti a beneficiarne.

La spinta della seconda generazione

Com'è stato più volte ricordato, fino agli anni Settanta, tra gli immigrati italiani (prima generazione) era difficile non solo parlare d’integrazione (persino il termine era quasi sconosciuto), ma anche solo immaginarla. Mancava soprattutto la motivazione. Chiedersi «perché integrarsi?» era legittimo perché la stragrande maggioranza degli italiani emigrava in Svizzera non per restarci a vita, ma per lavorare, guadagnare e rientrare al più tardi all'età della pensione. Oltretutto, per lungo tempo il concetto d’integrazione veniva abbinato a quello di rinuncia, come se per rassomigliare agli svizzeri bisognasse imitarli e allo stesso tempo rinunciare ad atteggiamenti e comportamenti tipici italiani.

Questo atteggiamento di molti immigrati fu messo in crisi negli anni Settanta, quando l’avanzata della seconda generazione cominciò a porre seri problemi di scolarizzazione dei figli degli immigrati. A quelli numerosi già in Svizzera (nati negli anni Sessanta di forte natalità) si aggiungevano infatti continuamente nuovi arrivati dall'Italia grazie ai più facili ricongiungimenti familiari. La frequenza della scuola (ma quale scuola, quella italiana delle MCI o quella pubblica svizzera?) poneva inesorabilmente il problema del loro futuro, ma anche dell’intera famiglia: rientrare in Italia o restare in Svizzera? In questo caso il problema dell’integrazione diveniva ineludibile.

Per gli adolescenti si cominciava a porre anche il problema del futuro professionale, sia che si fosse programmato a breve termine il rientro in Italia e sia che si fosse deciso di restare in Svizzera. In questo caso, però, il tema dell’integrazione costringeva anche gli adulti (prima generazione) a un ripensamento serio della scelta migratoria. Per questo negli anni Settanta e Ottanta sorsero innumerevoli iniziative volte all'apprendimento della lingua locale (tedesco o francese) e al miglioramento delle capacità professionali.

Anni ’70, quando le associazioni italiane erano molto
attive e combattive (Corriere della Sera del 26.04.1970)
 
La seconda generazione diede una forte spinta anche al superamento di molti pregiudizi e al progressivo avvicinamento tra svizzeri e stranieri. L’asilo, la scuola, il tempo libero, le associazioni di genitori, le serate informative organizzate da enti pubblici e privati facilitavano gli incontri, la comunicazione, la conoscenza e la stima reciproca, il superamento di luoghi comuni. L’incomunicabilità stava finendo per migliaia di immigrati, anche se molti riuscivano a comunicare solo grazie ai loro figli.

Crisi dell’associazionismo

Soprattutto negli anni Ottanta cominciò a entrare in crisi anche l’associazionismo, che fino ad allora aveva dato una soluzione proprio ai problemi dell’incomunicabilità e dell’isolamento. Le associazioni, infatti, erano riuscite a ricreare su tutto il territorio svizzero lembi d’Italia, in cui era possibile incontrarsi, parlare liberamente l’italiano e persino il proprio dialetto, discutere e coltivare amicizie, estraniarsi dai crucci quotidiani e dalla sensazione di sentirsi sfruttati e maltrattati, rivivere usanze e tradizioni paesane e regionali, adottare la cucina «nostrana» (solleticando anche il palato di molti svizzeri), organizzare feste, ecc.

Le associazioni erano divenute così bene organizzate e in certa misura autosufficienti da riuscire a soddisfare direttamente o indirettamente quasi tutti i bisogni sociali dei connazionali, dall'asilo alla scuola dell'obbligo, dalla ricreazione all'impegno sociale, dall'assistenza alla politica, dallo sport all'arte, dalla cultura alla beneficenza. Persino i bisogni religiosi venivano soddisfatti in italiano grazie alle numerose Missioni cattoliche italiane, che oltre i servizi religiosi gestivano servizi sociali, mense, asili, scuole, ecc.

A pochi dirigenti delle associazioni italiane attive nel periodo in esame dev'essere venuto in mente che tra i principali bisogni degli immigrati sarebbe divenuto fondamentale quello dell’apertura, della comunicazione col mondo esterno, quello svizzero, e dell’integrazione nella società locale. Di fatto pochissime associazioni se ne resero conto, CISAP in primis, e agirono di conseguenza. Molte altre, più o meno inconsapevolmente, anche perché non riuscivano a garantirsi un ricambio generazionale, finirono per esaurirsi e scomparire.

La lotta per la rappresentanza

Alle ultime elezioni dei Comites svizzeri (3.12.2021) 
solo poche migliaia di italiani li hanno votati.

Negli anni Ottanta, venendo meno le necessità originarie dell’associazionismo tradizionale, alcune associazioni riuscirono a garantirsi la sopravvivenza trasformandosi in organizzazioni ben caratterizzate ideologicamente e politicamente, orientate prettamente all'Italia. Se nell'associazionismo tradizionale lo scopo era quello di contribuire a risolvere i problemi reali vissuti dagli immigrati e dai loro figli per vivere meglio in Svizzera, in queste nuove associazioni a dominare sarà sempre più il tentativo di rafforzare la propria influenza in vista delle votazioni italiane (soprattutto dopo l’introduzione del diritto di voto all'estero) e delle elezioni dei rappresentanti degli italiani all'estero nel Parlamento italiano (dopo il 2000).

Questo potrebbe spiegare perché dagli anni Ottanta il massimo sforzo dell’associazionismo italiano in Svizzera sia stato quello di acquisire e mantenere posizioni dominanti nelle principali associazioni rimaste, nei cosiddetti organismi di rappresentanza (Comites e CGIE) e nell'elezione dei rappresentanti degli italiani all'estero nel Parlamento italiano. Tuttavia, poiché anche in questi organismi è quasi del tutto assente l’elemento giovanile, per disinteresse o forse per rifiuto, è lecito chiedersi chi può ancora rappresentare sia in Svizzera che in Italia la seconda e terza generazione.

Per di più, le associazioni rimaste sono poche e non sembrano molto vitali. Alcune sopravvivono per inerzia (perché legate a una forte tradizione come le Colonie libere italiane, le ACLI e qualche altra) o perché ancorate a una sede propria (Case d’Italia, Missioni cattoliche italiane), altre perché finanziate dall'Italia (patronati) o autofinanziate (ECAP, UNITRE, alcune associazioni sportive …) e altre ancora perché possono contare su un sodalizio elitario (per es. Società Dante Alighieri).

Purtroppo, dagli anni Novanta, come si vedrà meglio in seguito, nel mondo associazionistico sarà sempre più evidente l’assenza delle associazioni riguardanti, specialmente come protagonisti, la seconda e terza generazione e i doppi cittadini italiani e svizzeri. Eppure saranno proprio loro che garantiranno l’italianità soprattutto al di fuori della Svizzera italiana. (Fine)

Giovanni Longu
Berna 23.03.2022

22 marzo 2022

Guerra in Ucraina: pace subito!

Premetto che sono contro qualsiasi guerra e non credo che esista la guerra «giusta». Pertanto, nel caso specifico della guerra in Ucraina, non giustifico in alcun modo l’aggressione russa, ma non mi schiero nemmeno con coloro che sostengono che gli invasi debbano proseguire a oltranza la guerra contro gli invasori. Non condivido nemmeno il punto di vista di coloro che ritengono «giusto» inviare agli ucraini armi «letali» per difendersi meglio uccidendo più soldati russi. Sono, infine, per ragioni di civiltà prima ancora che cristiane, per il rispetto assoluto della vita, di qualunque vita umana, anche quella dei nemici, perché «la vita umana è sacra… e solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine» (Catechismo della chiesa cattolica). Diversamente si ritorna alla barbarie.


Ciò premesso, comprendo che sull'attuale guerra in Ucraina, il mondo occidentale si sia schierato nella stragrande maggioranza contro i russi perché invasori e a favore degli ucraini perché invasi; ma avrei preferito che la stragrande maggioranza si fosse pronunciata contro il proseguimento della guerra ad oltranza e a favore di un cessate il fuoco immediato e della pace. La guerra, infatti, fa solo vittime, sia ucraini che russi, e anche solo per questo motivo andrebbe fermata. Se la vita dei soldati e dei civili ucraini è sacra, quella dei soldati russi non è meno sacra. Ogni guerra è disumana.

Decisioni sciagurate e ingiuste

Purtroppo, però, le guerre continuano a mietere vittime, segno che l’umanità non le ha ancora estromesse dall'inventario delle soluzioni possibili per risolvere le controversie tra i popoli. Non solo, a seguito della guerra in Ucraina, molti Paesi occidentali in queste settimane hanno deciso di aumentare notevolmente le spese militari, ritenendole utili e necessarie. Trovo tali decisioni sciagurate e ingiuste. Dopo la tremenda pandemia, per altro non ancora definitivamente superata, tutti gli Stati avrebbero fatto bene a investire in salute, non in armi. Oltretutto si tratta di soldi pubblici, che andrebbero dunque spesi per il bene pubblico, non per minacce ipotetiche. Una tale distrazione di risorse potrebbe configurarsi come un furto ai danni del Popolo, che ha bisogno di pace, non di guerre.

Eppure, persino l’Italia, che per la sua Costituzione è contro la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ha deciso di schierarsi e di inviare armi a sostegno di uno dei due belligeranti. E anche la Svizzera, nonostante la sua vantata neutralità, in questa guerra ha preferito schierarsi con una parte piuttosto che intervenire decisamente per risolvere pacificamente le controversie tra Russia e Ucraina. Se la posizione dell’Italia mi scandalizza, perché l’articolo 11 della Costituzione mi sembra chiaramente contro la guerra, la posizione della Svizzera mi sorprende, negativamente, per le ragioni seguenti.

Svizzera sorprendente, in negativo

Anzitutto vorrei ricordare che nel 2014, quando venne firmato il famoso Protocollo di Minsk (5 settembre 2014) tra Ucraina, Russia e le repubbliche secessioniste di Doneck e Lugansk sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), alla presidenza dell’OSCE c’era la Svizzera (con il consigliere federale Didier Burkhalter come presidente) e nei negoziati la rappresentante dell’OSCE era l’ambasciatrice svizzera di origine italiana Heidi Tagliavini. Qualche giorno dopo la firma del Protocollo (che prevedeva fra l’altro l’impegno dell’Ucraina a garantire il decentramento e maggiori poteri alle regioni di Doneck e Lugansk), il presidente Burkhalter aveva dichiarato che il successo dell’accordo sarebbe dipeso soprattutto dal dialogo tra la Russia e l’Ucraina e la Svizzera era pronta «a facilitare e ospitare qualsiasi incontro tra Ucraina e Russia a livello presidenziale».

Non so se la Svizzera ha svolto bene il suo ruolo, ma di fatto gli accordi di Minsk non sono stati rispettati, nessuno li ha fatti rispettare e il mancato dialogo tra Russia e Ucraina è stato sostituito da una guerra fratricida che ha già provocato migliaia di morti e feriti, milioni di profughi e devastazioni incalcolabili. Eppure, stando alle cronache e a certi discorsi presidenziali insensati, si vorrebbe proseguire nella guerra ad oltranza. Che oltraggio ai rispettivi popoli, che dalla guerra hanno solo da perdere.

Un'altra ragione è di carattere storico, anche se la storia in questo campo non insegna molto, sebbene quella svizzera sia emblematica perché dimostra che, quando la guerra non può essere prevenuta perché già in corso, dev'essere terminata il più in fretta possibile per limitare le conseguenze negative e concludere una pace «giusta», ossia sanzionatoria ma non vendicativa.

Gen. Guillaume-Henri Dufour (1787-1875)
Nel 1847, quando i Cantoni cattolici, desiderosi di una maggiore autonomia in seno alla vecchia Confederazione, ebbero la cattiva idea di conquistarsela con le armi. Costituirono una «Lega separata» (Sonderbund) e dichiararono guerra ai Cantoni protestanti ritenuti prepotenti. Questi, però, costituirono a loro volta un «esercito federale» che non impiegò molto tempo (25 giorni) né molte milizie, ma ben equipaggiate, per sconfiggere i «ribelli». Fortunatamente ci furono pochi morti (98 in entrambe le parti) e pochi danni, ma il rischio che in futuro potessero scoppiare altre guerre non era stato sconfitto.

Fu al momento della pace che la diplomazia e il buon senso (accoppiata sempre vincente) presero il sopravvento e meriterebbero ancora oggi una qualche attenzione. Il vero vincitore, il generale Guillaume-Henri Dufour, pretese infatti che le condizioni di pace fossero giuste ma al tempo stesso onorevoli per i vinti (i vincitori non dovevano infierire sui vinti, evitando sanzioni umilianti) ed egli stesso si fece promotore di una riconciliazione e di una nuova Costituzione federale, garante, per esempio, della sovranità di tutti i Cantoni del nuovo Stato federale. La Svizzera di oggi, si è dimenticata della sua nascita?

Attenti alla pace!

Poiché anche la guerra in Ucraina prima o poi finirà, bisognerà stare particolarmente attenti alle condizioni di pace, che dovranno essere giuste e moderate in modo da evitare altri rischi di guerre e garantire la coesistenza pacifica, il dialogo e la collaborazione tra le parti, evitando il più possibile interferenze esterne ingiustificate. L’esempio svizzero potrebbe anche insegnare che la migliore garanzia di una convivenza è l’autonomia più ampia possibile di tutti i popoli-nazione in uno Stato federale.

Da parte mia, auspico che si estenda il più possibile il fronte di chi ritiene anche l’attuale guerra non solo inutile, ma anche «ingiusta», sia da parte dell’aggressore che da parte dell’aggredito, perché non ritengo lecito utilizzare il popolo, in divisa o senza, come arma di attacco o di difesa in una guerra insensata perché esistono altri modi ben più efficaci per risolvere le controversie internazionali e i diritti dei popoli-nazione.

Per queste ragioni ritengo che soprattutto l’Italia, conformemente allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione, e la Svizzera, conformemente alla sua storia di convivenza e di neutralità dovrebbero fare di più e subito per far cessare la guerra e garantire una pace giusta e duratura.

Giovanni Longu
Berna, 22.3.2022

16 marzo 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 75. Considerazioni finali (1a parte)

Il ventennio dell’immigrazione italiana in Svizzera 1970-1990 è uno dei più importanti della storia dell'emigrazione italiana del secolo scorso. In quei vent'anni, infatti, la collettività italiana ha conosciuto una radicale trasformazione. Per osservarne i risultati più significativi si dovranno attendere i decenni successivi, ma le premesse sono state poste nel periodo in esame. Il 1970 rappresenta simbolicamente l’anno della svolta (in seguito alla bocciatura dell'iniziativa antistranieri promossa da Schwarzenbach, sebbene non sia stata determinante) perché ha visto l’avvio dei principali cambiamenti del ventennio considerato. In questo e nel prossimo articolo si cercherà di evidenziarne alcuni, ritenuti particolarmente rilevanti per meglio comprendere il periodo 1990-2000, che si comincerà a esaminare prossimamente.

I protagonisti del ventennio

Nello Celio (1967-1973) e Kurt Furgler (1972-1986),
due consiglieri federali convinti sostenitori dell'integrazione degli stranieri.

Chi ha seguito la lunga trattazione del periodo in esame avrà sicuramente notato che i cambiamenti intervenuti nella collettività italiana in Svizzera hanno richiesto tempi lunghi. Tuttavia, l’avvenuta trasformazione non può essere considerata il risultato naturale di inevitabili mutamenti operati dal tempo e dal susseguirsi di varie ondate immigratorie.

Osservati attentamente, non si può nemmeno ritenere che i grandi cambiamenti siano il frutto di un’accurata politica immigratoria del Consiglio federale o di una scelta precisa degli italiani residenti in questo Paese o, ancor meno, il risultato di un’intensa azione del governo italiano su quello svizzero e sugli emigrati italiani dei primi decenni del secondo dopoguerra.

La trasformazione radicale che ha investito la collettività italiana residente in Svizzera nel ventennio 1970-1990 fu dovuta, infatti, alla convergenza di forze eterogenee di varia intensità, sotto la guida di un Consiglio federale chiaro negli intenti e fortemente impegnato nel perseguirli e con l’adesione sempre più convinta degli italiani coinvolti.

Oltre al Consiglio federale, protagonista indiscusso della nuova politica immigratoria avviata negli anni Settanta, bisogna pertanto riconoscere anche la notevole capacità di adattamento dimostrata dai numerosi immigrati italiani che, dopo la crisi economica della metà degli anni Settanta e nonostante innumerevoli difficoltà specialmente psicologiche, scelsero l'opzione di restare in Svizzera (mentre decine di migliaia decidevano di rientrare in patria) e in certa misura di integrarsi, se non altro per dare maggiori garanzie per il futuro ai propri figli (seconda generazione). Senza questa massiccia adesione, avvenuta sia pure in tempi lunghi, quasi certamente la collettività italiana sarebbe oggi meno consistente e meno influente.

Tra le forze importanti intervenute nel cambiamento non possono essere dimenticate, tuttavia, le spinte dell'economia alla razionalizzazione delle risorse e all'ammodernamento dei sistemi produttivi, la forte pressione esercitata sul Consiglio federale e sull'opinione pubblica dai movimenti xenofobi sempre più ostili a una presunta politica immigratoria fuori controllo e le insistenti richieste delle parti sociali (imprenditori e sindacati) a introdurre nella politica verso gli stranieri importanti correttivi.

Contribuirono, inoltre, soprattutto per umanizzare la trasformazione e in generale per rendere più accettabili i cambiamenti agli stranieri, gli ambienti politici specialmente di sinistra sia svizzeri che italiani, le rappresentanze diplomatiche e consolari, l’associazionismo e altre forze intermedie.

Riorientamento della politica immigratoria

L’iniziativa antistranieri di Schwarzenbach, respinta di stretta misura dal voto popolare del 7 giugno 1970, a parte l’aspetto disumano della richiesta che conteneva, sollevava un problema reale: un’immigrazione senza controllo era pericolosa perché rischiava di inasprire i rapporti sociali tra svizzeri e stranieri e poteva creare forme di dipendenza dalla manodopera straniera in alcuni rami economici. Andava perciò corretta.

Il Consiglio federale, come si è visto più volte, intervenne prontamente, ma non sugli arrivi, come volevano gli ambienti xenofobi, bensì sui residenti, proponendo un riorientamento della politica federale verso gli stranieri e adottando misure che nel breve e medio periodo avrebbero dovuto sedare i malumori serpeggianti nell'opinione pubblica, dare certezze all'economia e ai sindacati e dare fiducia agli immigrati.

Le parole d’ordine divennero «stabilizzare» e «integrare», lasciando intendere che favorendo la stabilizzazione il numero degli immigrati temporanei si sarebbe automaticamente ridotto e gli stranieri rimasti, integrandosi, avrebbero avuto molte più possibilità di raggiungere socialmente, professionalmente ed economicamente gli stessi livelli degli svizzeri.

Chi pensasse che il compito del Consiglio federale sia stato facile ignora le difficoltà che dovette affrontare in questo campo fin dalla seconda metà degli anni Sessanta. Basti pensare che tradizionalmente il governo svizzero non prendeva mai iniziative importanti di gestione e di controllo in campo economico (specialmente nel mercato del lavoro), non interveniva se non in casi eccezionali nella politica dei Cantoni verso gli stranieri, non aveva mai voluto prendere atto che la Svizzera diventava sempre più un Paese d’immigrazione, che gli immigrati tendevano a stabilizzarsi e reclamavano perciò nuovi diritti riguardanti, la sicurezza sociale, il ricongiungimento familiare, la scolarizzazione della seconda generazione, l’accesso alle abitazioni a pigioni moderate, ecc.

Coinvolgimento degli immigrati

Non va nemmeno dimenticato che anche nel campo degli immigrati le difficoltà da superare erano tante, perché bisognava liberarsi da numerosi e talvolta radicati pregiudizi, occorreva rendersi conto che certi traguardi si raggiungono a fatica e che quella richiesta agli immigrati poteva essere anche maggiore qualora si dovessero colmare lacune scolastiche, carenze linguistiche, impreparazione professionale e svantaggi simili. Per integrarsi o fare anche solo qualche passo in quella direzione occorreva molta motivazione, ma non era facile pretenderla e nemmeno suggerirla a chi svolgeva lavori faticosi, faceva magari volentieri gli straordinari, aveva una famiglia da mantenere e un grande sogno da realizzare, quello di farsi un gruzzolo, tornare al proprio paese, costruire la casa e sistemare i figli.

Allievi dei corsi CISAP a Berna negli anni Settanta e Ottanta.
Eppure si sa che, nel piano del Consiglio federale, ma anche negli auspici delle autorità italiane e nella logica degli eventi non c’erano alternative: per riuscire bisognava integrarsi, ossia mettersi in condizione di poter cogliere le stesse opportunità degli svizzeri. Per chiunque non abbia conosciuto da vicino il mondo dell’immigrazione italiana negli anni Settanta e Ottanta può risultare difficile anche solo immaginare le rinunce, i sacrifici, gli sforzi che comportava l’integrazione agli immigrati italiani del dopoguerra, specialmente ai meridionali, soprattutto se mancava (sovente) la prospettiva di restare a lungo in questo Paese.

Per rendersi maggiormente conto delle difficoltà incontrate da moltissimi italiani nel processo d’integrazione, va ricordato che allora c’erano anche meno incentivi di oggi. L’iniziativa individuale era sostenuta quasi esclusivamente dalle famiglie. Il governo italiano garantiva il rispetto dei diritti fondamentali e degli accordi bilaterali, organizzava corsi di lingua e cultura italiane per i bambini in età scolastica, contribuiva a sostenere finanziariamente alcune attività di formazione professionale, ma non allestiva corsi conformi ai regolamenti svizzeri, non organizzava corsi di tedesco
o di francese finalizzati all’integrazione, non stimolava l’integrazione. Per le grandi associazioni degli italiani, non solo il tema della naturalizzazione era una sorta di tabù (cfr. articolo precedente), ma anche quello dell’integrazione.

Fortunatamente, dagli anni Settanta, una grande motivazione ad integrarsi è giunta dall’avanzata in larga misura imprevista della seconda generazione, sempre più numerosa e sempre più esigente. Per molti italiani divenne indispensabile poter comunicare con gli svizzeri, con le maestre d’asilo, con gli insegnanti, con le autorità, con le istituzioni senza dover sempre ricorrere a intermediari. Tanti cercarono d’imparare il tedesco o il francese, alcuni tentando l’apprendimento autonomo, altri frequentando corsi organizzati da istituzioni o da privati. La consapevolezza che senza un minimo di conoscenza della lingua del posto non sarebbe stato possibile alcun avvicinamento tra stranieri e svizzeri era molto diffusa.

Alcuni si spinsero anche oltre la conoscenza minimale della lingua locale e decisero di elevare il proprio livello culturale e professionale, frequentando veri e propri corsi di formazione professionale coerenti con le esigenze regolamentari svizzere. Molti vi riuscirono e a loro andrebbe riconosciuta una buona dose di eroismo, perché dovettero superare enormi difficoltà di apprendimento, sacrificare tre o più anni del loro tempo libero per frequentare una scuola serale (come per esempio il CISAP), studiare a casa, esercitarsi il più possibile nel mestiere scelto con l’obiettivo preciso di riuscire, farsi apprezzare sul lavoro per le competenze acquisite, acquistare una nuova dignità ed essere di esempio ai figli. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 16.3.2022

04 marzo 2022

Ucraina ieri e oggi

Ripubblico, tale e quale, un articolo del 2014 soprattutto per le conclusioni a cui ero giunto: inutilità della guerra e necessità del dialogo. Aggiungo solo che ritengo ingiustificabile qualsiasi guerra, tanto più da chi si proclama «cristiano», e che la Svizzera («forte del suo esempio vivente e della sua tradizione pacifica e proficua convivenza tra etnie e culture diverse, ma aperte alla collaborazione e al rispetto reciproco») non solo «potrebbe fare di più», ma dovrebbe fare di più. 

17 settembre 2014

Ucraina 1914-2014: evitare gli errori del passato


Le cronache su quel che sta avvenendo nell’Europa orientale non lasciano purtroppo ben sperare: nella migliore delle ipotesi, infatti, i problemi all'origine della crisi ucraina verranno repressi ma non eliminati. Essi hanno origini lontane e può essere utile ricordarle.

Ucraina: un Paese quasi sconosciuto fino al 1914
La popolazione ucraina è in prevalenza di origine slava, ma nei secoli prima e dopo l’anno 1000 ha subito molteplici influssi di diversa origine, sia orientale che occidentale. L’Ucraina di oggi (più di 600.000 kmq e una popolazione di più di 45 milioni di abitanti) è il risultato di una lunga storia, piuttosto complessa, di popoli e dominazioni differenti, che non ha ancora trovato il suo punto di equilibrio stabile. Alcuni elementi conflittuali già presenti cent’anni fa, quando l’Ucraina, suddivisa in governatorati, faceva parte dell’Impero Russo, sono riemersi in questi ultimi anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Per cercare di comprendere quello che le cronache quotidiane ci descrivono e ci mostrano della parte orientale dell’Ucraina è utile ricordare qual era la situazione di quella regione cent’anni fa. Questo riferimento temporale non è casuale, ma dovuto al fatto che prima dello scoppio della prima guerra mondiale dell’Ucraina si conosceva ben poco, se non che si trattasse di una grande regione dell’est europeo «le cui sorti erano indissolubilmente congiunte con quelle della Russia».
Solo gli specialisti conoscevano la storia piuttosto complicata delle popolazioni ucraine, che non costituirono mai un’entità unica, ma si svilupparono con storie diverse subendo anche influssi diversi da parte degli Stati vicini, della Russia soprattutto ma anche della Polonia e della Lituania. Sapevano certamente che una di queste popolazioni era russofona e che quando la Russia aveva cercato di russificare l’intera Ucraina, limitando ad esempio l’uso della lingua ucraina, scoppiò una vera rivoluzione (1905).

1914-18: importanza strategica dell’Ucraina
Solo dopo il 1914 il grande pubblico occidentale cominciò a conoscere più nel dettaglio la realtà ucraina e il valore strategico di questa regione, fino ad allora sotto l’influenza incontrastata della Russia.
Quando allo scoppio della prima guerra mondiale gli Imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria dichiararono guerra alla Russia, l’Ucraina venne occupata militarmente dal potente vicino, per impedire che diventasse facile preda dei suoi nemici, perché allora l’Ucraina era considerata il «granaio d’Europa».
Com’è noto, le operazioni militari non andarono bene alla Russia, sconvolta nel 1917 dalla «rivoluzione d’ottobre» guidata da Lenin e dalla guerra civile. L’Ucraina ne approfittò per sottrarsi all’influenza russa, proclamarsi repubblica indipendente (22 novembre 1917) e firmare una pace separata con l’Impero germanico, che sembrava garantire la sua indipendenza e integrità.

Il sogno infranto degli ucraini
Il sogno degli ucraini di non dover continuare a lavorare per i russi sembrava finalmente realizzato. Pensavano che il loro Paese avesse finito di essere considerato «una regione da sfruttare» e avrebbe presto raggiunto, in altre condizioni, grazie alle immense ricchezze che possedeva, il grado di prosperità che gli spettava. Sembrava cambiare anche la prospettiva commerciale perché, come osservava un commentatore occidentale, «gli sbocchi dell’Ucraina sono «naturalmente rivolti verso l’Europa».
Non tutti, meno che mai gli ucraini, si resero subito conto che non bastava proclamarsi indipendenti per esserlo davvero. Infatti la nuova repubblica nel febbraio 1918 divenne di fatto una specie di «protettorato tedesco».
Un quotidiano ticinese commentava l’indipendenza dell’Ucraina grazie al sostegno della Germania in questi termini: «E’ ormai un fatto compiuto la pace con l'Ucraina che a quanto sembra assicura agli Imperi centrali importanti contingenti di grano, migliorando così la loro situazione economica».
Lo stesso giornale, qualche settimana più tardi, denunciava la strategia della Germania, che non bastandole l’estromissione della Russia dall’Ucraina, aveva occupato Odessa, la maggiore città commerciale russa del mar Nero in territorio ucraino, e contava di estendere ulteriormente il suo dominio: «La notizia della caduta di Odessa denota quale valore si possa attribuire alle paci che gli Imperi vanno concludendo in Oriente. Gli Austro-Tedeschi hanno stipulato la pace con l’Ucraina e scorrazzano per l’Ucraina in barba ai trattati, occupano città, fanno la guerra a chi e dove vogliono. […] Se si continua di questo passo i Russi un giorno finiranno, svegliandosi dall' incantesimo leninista, col trovarsi legati, imbavagliati e premuti in ogni senso dai Tedeschi. Allora forse insorgeranno, ma sarà troppo tardi. La Germania lavora a sgretolare mano mano l’Intesa [costituita principalmente da Francia, Russia e Gran Bretagna] cominciando dai popoli più piccoli che hanno i territori invasi».
Invano gli ucraini, che si erano accorti ben presto di essere nuovamente occupati, cominciarono a criticare il nuovo governo e a rimpiangere il vecchio. Molti giornali, nonostante la censura sulla stampa, chiesero invano «l'unione dell'Ucraina alla grande Repubblica russa».

Le ricchezze dell’Ucraina
Nel 1918 un ufficiale svizzero, nel redigere per un quotidiano ticinese una specie di nota segnaletica dell’Ucraina, ricordava anzitutto che si trattava di un «immenso paese» con una superficie di quasi tre volte quella dell’Inghilterra e una popolazione di 40 milioni di abitanti in forte crescita.
Passava poi a segnalare le ricchezze di questo Paese cominciando dall’agricoltura: «La produzione agricola dell’Ucraina è incredibile, sopra tutto per quanto riguarda il frumento: essa costituisce il granaio della Russia». Oltre al frumento l’Ucraina produceva l’88 per cento dell’intera produzione russa di zucchero e grandi quantitativi di altri prodotti come granoturco, semi oleosi, frutta, legumi, miele. Allevava inoltre «molto bestiame».
L’Ucraina, aggiungeva l’ufficiale-cronista, «ha pure un sottosuolo molto ricco con ferro carbone, petrolio, sale, mercurio, manganese» (allora ritenuto «indispensabile per la produzione di certe qualità superiori di acciaio»), ecc.
Da buon svizzero, riteneva infine che l’Ucraina, grande Paese ricco di prodotti dell’agricoltura e del sottosuolo, potesse rappresentare per la Svizzera un buon mercato, da cui importare tanti prodotti «di grande utilità» e in cui esportare per esempio orologi, motori a vapore, utensili agricoli ed in generale prodotti metallurgici.
Già da queste sommarie indicazioni si può comprendere quanto l’Ucraina fosse ritenuta importante per la Russia e appetibile per la Germania e più in generale per l’Occidente.

Problemi irrisolti
Frattanto la Russia aveva firmato l’armistizio (15 dicembre 1917), sospeso i combattimenti e avviato trattative di pace con gli Imperi centrali. Perché non sussistessero dubbi circa il futuro dell’Ucraina, tra le condizioni di pace fissate dalla Germania alla Russia di Lenin figurava al quarto punto che: «la Russia dovrà evacuare immediatamente la Finlandia e l'Ucraina e concludere con esse la pace».
La Russia non ebbe scelta e dovette firmare il trattato di pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) che sanciva la vittoria degli Imperi centrali sul fronte orientale e poneva le premesse per l’indipendenza dell’Ucraina, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia. Nei giorni successivi il quotidiano socialista ticinese Libera Stampa commentava: «La Russia rivoluzionaria ha dovuto piegare il capo davanti alla forza brutale del militarismo prussiano e firmare il trattato di pace. La Germania ha applicato i suoi principi di pace «senza indennità e senza annessioni», coll’occupare tutte le province baltiche fin quasi a Pietrogrado [così si chiamava all’epoca San Pietroburgo], la Polonia, l'Ucraina, divenuta sua alleata…».
Con la pace di Brest-Litovsk il futuro indipendente dell’Ucraina non era affatto garantito, anzi restavano irrisolti i problemi fondamentali della convivenza tra le varie regioni e popolazioni dell’Ucraina come pure gli orientamenti politici nei confronti dei Paesi vicini.

Inutilità della guerra e soluzioni possibili
Quanto la prima guerra mondiale sul fronte orientale sia stata inconcludente e dannosa lo dimostreranno ampiamente i decenni successivi e anche oggi, purtroppo, si può osservare quanto le guerre siano inadeguate per risolvere i problemi della convivenza tra i popoli.
La storia recente dell’Ucraina ne è una chiara testimonianza e, purtroppo, non mi sembra che i responsabili delle grandi potenze, Unione Europea compresa, abbiano bene appreso la lezione del passato, ossia l’inutilità della guerra (anche se mentre scrivo vige una fragile tregua) per risolvere questo genere di problemi. Dico purtroppo perché ancora una volta per decidere del destino dei popoli si ricorre alle armi e alle sanzioni piuttosto che alla saggezza, al dialogo e al limite, perché no, visto che è in uso tra le persone civili, alla separazione consensuale.
Per risolvere questo genere di problemi bisognerebbe abbandonare (definitivamente) la logica degli interessi degli Stati (ancora di tipo ottocentesco) e adottare la logica degli interessi legittimi dei popoli. Nel conflitto ucraino finora la Svizzera si è impegnata molto nell’ambito dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Forse potrebbe fare di più, forte del suo esempio vivente e della sua tradizione di pacifica e proficua convivenza tra etnie e culture diverse, ma aperte alla collaborazione e al rispetto reciproco.

Giovanni Longu