L’integrazione possibile e utile
Le varie iniziative in differenti campi (sociale, commerciale,
sportivo, formativo, culturale, linguistico, ecc.) evidenziavano che
l’integrazione era non solo possibile ma anche utile, perché facilitava la
convivenza, stimolava la collaborazione, rafforzava l’italianità, diffondeva il
Made in Italy, ecc. In più occasioni è stato citato l’esempio del CISAP
nel settore della formazione professionale, perché costituiva un simbolo di
quanto si poteva ottenere da una leale e fattiva collaborazione tra istanze
svizzere e italiane. Infatti fu possibile realizzare una straordinaria
piattaforma di successo professionale, economico e sociale per migliaia di
immigrati e centinaia di giovani della seconda generazione. Furono molti a
beneficiarne.
La spinta della seconda generazione
Com'è stato più volte ricordato, fino agli anni Settanta,
tra gli immigrati italiani (prima generazione) era difficile non solo parlare
d’integrazione (persino il termine era quasi sconosciuto), ma anche solo
immaginarla. Mancava soprattutto la motivazione. Chiedersi «perché integrarsi?»
era legittimo perché la stragrande maggioranza degli italiani emigrava in
Svizzera non per restarci a vita, ma per lavorare, guadagnare e rientrare al
più tardi all'età della pensione. Oltretutto, per lungo tempo il concetto
d’integrazione veniva abbinato a quello di rinuncia, come se per rassomigliare
agli svizzeri bisognasse imitarli e allo stesso tempo rinunciare ad
atteggiamenti e comportamenti tipici italiani.
Questo atteggiamento di molti immigrati fu messo in crisi
negli anni Settanta, quando l’avanzata della seconda generazione cominciò a
porre seri problemi di scolarizzazione dei figli degli immigrati. A quelli
numerosi già in Svizzera (nati negli anni Sessanta di forte natalità) si
aggiungevano infatti continuamente nuovi arrivati dall'Italia grazie ai più
facili ricongiungimenti familiari. La frequenza della scuola (ma quale scuola,
quella italiana delle MCI o quella pubblica svizzera?) poneva inesorabilmente
il problema del loro futuro, ma anche dell’intera famiglia: rientrare in Italia
o restare in Svizzera? In questo caso il problema dell’integrazione diveniva
ineludibile.
Per gli adolescenti si cominciava a porre anche il problema
del futuro professionale, sia che si fosse programmato a breve termine il
rientro in Italia e sia che si fosse deciso di restare in Svizzera. In questo
caso, però, il tema dell’integrazione costringeva anche gli adulti (prima
generazione) a un ripensamento serio della scelta migratoria. Per questo negli
anni Settanta e Ottanta sorsero innumerevoli iniziative volte all'apprendimento
della lingua locale (tedesco o francese) e al miglioramento delle capacità
professionali.
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Anni ’70, quando le associazioni italiane erano molto attive e combattive (Corriere della Sera del 26.04.1970) |
Crisi dell’associazionismo
Soprattutto negli anni Ottanta cominciò a entrare in crisi
anche l’associazionismo, che fino ad allora aveva dato una soluzione proprio ai
problemi dell’incomunicabilità e dell’isolamento. Le associazioni, infatti,
erano riuscite a ricreare su tutto il territorio svizzero lembi d’Italia, in
cui era possibile incontrarsi, parlare liberamente l’italiano e persino il
proprio dialetto, discutere e coltivare amicizie, estraniarsi dai crucci
quotidiani e dalla sensazione di sentirsi sfruttati e maltrattati, rivivere
usanze e tradizioni paesane e regionali, adottare la cucina «nostrana»
(solleticando anche il palato di molti svizzeri), organizzare feste, ecc.
Le associazioni erano
divenute così bene organizzate e in certa misura autosufficienti da riuscire a
soddisfare direttamente o indirettamente quasi tutti i bisogni sociali dei
connazionali, dall'asilo alla scuola dell'obbligo, dalla ricreazione all'impegno
sociale, dall'assistenza alla politica, dallo sport all'arte, dalla cultura
alla beneficenza. Persino i bisogni religiosi venivano soddisfatti in italiano
grazie alle numerose Missioni cattoliche italiane, che oltre i servizi
religiosi gestivano servizi sociali, mense, asili, scuole, ecc.
A pochi dirigenti delle
associazioni italiane attive nel periodo in esame dev'essere venuto in mente
che tra i principali bisogni degli immigrati sarebbe divenuto fondamentale
quello dell’apertura, della comunicazione col mondo esterno, quello svizzero, e
dell’integrazione nella società locale. Di fatto pochissime associazioni se ne
resero conto, CISAP in primis, e agirono di conseguenza. Molte altre,
più o meno inconsapevolmente, anche perché non riuscivano a garantirsi un
ricambio generazionale, finirono per esaurirsi e scomparire.
La lotta per la
rappresentanza
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Alle ultime elezioni dei Comites svizzeri (3.12.2021) solo poche migliaia di italiani li hanno votati. |
Negli anni Ottanta, venendo meno le necessità originarie dell’associazionismo tradizionale, alcune associazioni riuscirono a garantirsi la sopravvivenza trasformandosi in organizzazioni ben caratterizzate ideologicamente e politicamente, orientate prettamente all'Italia. Se nell'associazionismo tradizionale lo scopo era quello di contribuire a risolvere i problemi reali vissuti dagli immigrati e dai loro figli per vivere meglio in Svizzera, in queste nuove associazioni a dominare sarà sempre più il tentativo di rafforzare la propria influenza in vista delle votazioni italiane (soprattutto dopo l’introduzione del diritto di voto all'estero) e delle elezioni dei rappresentanti degli italiani all'estero nel Parlamento italiano (dopo il 2000).
Questo potrebbe spiegare perché dagli anni Ottanta il
massimo sforzo dell’associazionismo italiano in Svizzera sia stato quello di
acquisire e mantenere posizioni dominanti nelle principali associazioni
rimaste, nei cosiddetti organismi di rappresentanza (Comites e CGIE) e
nell'elezione dei rappresentanti degli italiani all'estero nel Parlamento
italiano. Tuttavia, poiché anche in questi organismi è quasi del tutto assente
l’elemento giovanile, per disinteresse o forse per rifiuto, è lecito chiedersi
chi può ancora rappresentare sia in Svizzera che in Italia la seconda e terza
generazione.
Per di più, le associazioni rimaste sono poche e non
sembrano molto vitali. Alcune sopravvivono per inerzia (perché legate a una
forte tradizione come le Colonie libere italiane, le ACLI e qualche altra) o
perché ancorate a una sede propria (Case d’Italia, Missioni cattoliche
italiane), altre perché finanziate dall'Italia (patronati) o autofinanziate
(ECAP, UNITRE, alcune associazioni sportive …) e altre ancora perché possono
contare su un sodalizio elitario (per es. Società Dante Alighieri).
Purtroppo, dagli anni Novanta, come si vedrà meglio in
seguito, nel mondo associazionistico sarà sempre più evidente l’assenza delle
associazioni riguardanti, specialmente come protagonisti, la seconda e terza
generazione e i doppi cittadini italiani e svizzeri. Eppure saranno proprio
loro che garantiranno l’italianità soprattutto al di fuori della Svizzera
italiana. (Fine)
Giovanni Longu
Berna 23.03.2022
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