23 settembre 2020

Accordi bilaterali senza paura: servono!

Dal 1900 il problema degli stranieri (e degli italiani in particolare) è stato travisato per gran parte del secolo scorso dalla lente deformante della paura e ancora oggi è visto in maniera deformata da una parte, si spera poco consistente, della popolazione svizzera. Nella seconda metà dell’Ottocento, all’origine dei rapporti tra la Svizzera e gli altri Paesi europei, a cominciare da quelli confinanti, c’era il comune desiderio di «mantenere e rassodare le relazioni d’amicizia». Oggi la motivazione principale di alcuni svizzeri per denunciare l’accordo con l’Unione europea (UE) sulla libera circolazione sembra essere ancora la paura, immotivata, di perdere parte del benessere raggiunto a causa di una presunta immigrazione di massa da alcuni Paesi europei.

La storia dovrebbe insegnare

Un poco di storia basterebbe per rendersi conto che la sopravvivenza, la sicurezza e la prosperità della Svizzera sono strettamente dipendenti dalle buone relazioni con l’Europa. Basterebbe ricordare che furono le potenze europee al Congresso di Vienna (1815) a voler riconoscere alla Svizzera uno statuto particolare di Stato indipendente, sovrano, neutrale e custode dei passi alpini nell’interesse di tutta l’Europa.

Fino alla prima guerra mondiale questo Paese ha potuto accorciare la distanza economica che lo separava dagli altri Paesi europei grazie all’immigrazione di lavoratori e professionisti provenienti soprattutto dalla Germania, dall’Austria, dalla Francia e dall’Italia. La Svizzera è sopravvissuta indenne ai due conflitti mondiali e ha potuto avvantaggiarsi nei periodi postbellici grazie alle sue industrie rimaste illese e ai flussi migratori specialmente dall’Italia. La Svizzera, anche oggi, è strettamente legata al resto del continente e non potrebbe essere diversamente, non è un’isola.

Finora la paura ancestrale della povertà e l’attaccamento al benessere, pur essendo malattie sociali molto contagiose, non sono mai riuscite a prevalere sul senso pratico e il buon senso del popolo svizzero, che ha sempre respinto (benché talvolta a debole maggioranza) le principali iniziative xenofobe. Ma quelle malattie evidentemente non sono state ancora completamente debellate, tanto è vero che si ripresentano anche oggi nella propaganda dell’Unione democratica di centro (UDC) in favore dell’iniziativa «per un’immigrazione moderata (iniziativa per la limitazione)», in votazione il prossimo 27 settembre 2020.

Le quattro libertà dell’UE

Dal 1900 il concetto di Überfremdung, «inforestierimento», è stato adattato alle diverse forme di paura che la presenza degli immigrati suscitava di volta in volta in una parte degli svizzeri più attaccati alla tradizione e ha contagiato spesso, specialmente negli anni Settanta, molte persone. Esse avevano una scusante: erano fagocitate da una propaganda populista e aggressiva che riusciva a prospettare un avvenire incerto e disagiato. Non possedevano le informazioni necessarie e gli strumenti adeguati per accertare se i pericoli prospettati erano seri o fantasiosi. Oggi la situazione è diversa perché tutti i cittadini possono rendersi conto se davvero la libera circolazione dei cittadini svizzeri e dell’UE è un bene o un male, conviene o non conviene. Tutti i media ne parlano quotidianamente.

La Svizzera può continuare a non voler far parte dell’UE, ma non può ignorare che la direzione in cui questa si sta muovendo è verso una sempre maggiore integrazione. In base al Trattato istitutivo (Roma 1957) essa dovrà garantire in particolare quattro libertà fondamentali: libera circolazione delle merci, libera circolazione dei servizi, libera circolazione dei capitali e libera circolazione delle persone. Esse sono alla base anche dei sette accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE del 1999 (Bilaterali I), approvati dal popolo svizzero l’anno successivo col 67,2% di voti favorevoli.

Trattandosi di un blocco di accordi, denunciandone uno verrebbero a decadere anche gli altri. Del resto non è pensabile che l’UE possa accettare che gli svizzeri siano ancora disposti a condividere le prime tre libertà, ossia essenzialmente l’accesso al mercato europeo, ma non la quarta che deve assicurare la libera circolazione dei lavoratori (subordinati o autonomi).

Per far inghiottire ai cittadini svizzeri la pillola amara che la disdetta dell’accordo sulla libera circolazione farebbe decadere anche gli altri accordi, i sostenitori dell’iniziativa minimizzano i benefici prodotti finora dai Bilaterali I ed esasperano i rischi di continuare a mantenerli. La vicepresidente dell’UDC Magdalena Martullo-Blocher, ha persino affermato che tanto «l’85% degli immigrati non è necessario al mercato».

Paure senza fondamento

Nell’ignoranza di come la prosperità svizzera è stata raggiunta e nella presunzione di sapere come conservarla, ancora una volta i sostenitori dell’iniziativa ricorrono al sentimento della paura che può essere indotto nelle fasce di popolazione più deboli, sventolando lo spettro se non della povertà almeno della perdita dell’attuale benessere.

Secondo costoro, votando «no» e dunque per il mantenimento della libera circolazione dei lavoratori europei, si metterebbero a rischio i primati conseguiti dalla Svizzera riguardanti il prodotto interno lordo (PIL) pro capite, l’occupazione, i salari, i servizi sociali, il sistema di previdenza per la vecchiaia e persino il sistema dei trasporti (addirittura a rischio di «collasso»). Per esempio, sostengono i populisti, il PIL svizzero pro capite di 80'000 franchi rischierebbe di contrarsi con l’arrivo in massa di lavoratori provenienti da Paesi in cui è molto più basso (in Italia 32'000, in Grecia 17'000, in Romania 12'000, in Bulgaria 9'000 franchi).

La prospettiva dei sostenitori dell’iniziativa di un afflusso incontrollato di cittadini europei è terrorizzante. Lo scenario che fanno balenare è infatti il seguente: siccome nei Paesi dell’UE, Italia e Francia comprese, le cifre della disoccupazione «esplodono», ancora più persone cercheranno di venire qui «in cerca di un lavoro o un posto nel nostro sistema sociale» (la stessa paura evocata da C.A. Schmid 120 anni fa!). In questa visione, ad essere maggiormente colpiti sarebbero i lavoratori anziani perché «vengono sostituiti con manodopera straniera a basso costo» e «un terzo di loro non trova più un impiego»). Inevitabilmente aumenterebbe la disoccupazione, la pressione sui salari, la povertà, ecc.

A ben vedere, le prospettive pessimistiche dei fautori del sì all’iniziativa sono peggiori di quelle che venivano sventolate negli anni Settanta ai tempi di Schwarzenbach. Questi infatti aggiungono che con l’arrivo in massa dei lavoratori europei andrebbe in crisi anche il sistema di previdenza per la vecchiaia, «oggi al primo posto su scala mondiale, Germania al 13°, Italia e Spagna rispettivamente al 29° e al 31°, Grecia al 41° posto», per non parlare di Romania, Bulgaria, Albania o Kosovo. Cosa succederà a breve, si chiedono i sostenitori dell’iniziativa, se non si limita la libera circolazione? Già oggi, tiene a ricordare l’esponente UDC citata, «sei beneficiari dell’assistenza sociale su dieci sono stranieri!», naturalmente senza chiedersi «perché?».

Ottimismo ragionevole

I contrari all’iniziativa, e dunque favorevoli al mantenimento degli accordi con l’UE, sostengono invece che gli accordi con l’UE hanno garantito finora alla Svizzera lavoro e benessere. La libera circolazione ha consentito all’economia svizzera un’ampia scelta del personale di cui aveva bisogno e ha contribuito a un sostanziale miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro di tutti i lavoratori. Ben gravi, invece, sarebbero i rischi per l’economia e il mercato del lavoro svizzero se venisse denunciato quell’accordo, perché automaticamente decadrebbero anche gli altri accordi sottoscritti nel 1999. La situazione che ne deriverebbe, soprattutto per la Svizzera, sarebbe di un’incertezza molto pericolosa perché potrebbe derivarne per i prodotti svizzeri una forte contrazione del mercato europeo e altre limitazioni. Dunque i bilateriali servono ancora!

C’è un altro argomento rassicurante nei sostenitori del no all’iniziativa che riporta la discussione dalle fantasie e dalle paure degli anti-bilaterali alla concretezza delle regole e dei fatti. Lo spauracchio dell’immigrazione di massa non ha alcun fondamento perché gli accordi sottoscritti nel 1999 parlano chiaro: la libera circolazione è un diritto applicabile solo ai «lavoratori» e a persone «non attive», a certe condizioni. Essa è garantita a chi ha un contratto di lavoro o svolge un’attività indipendente, non a chiunque, a meno che si tratti di benestanti (pensionati, studenti, ecc.) in grado di dimostrare di avere mezzi finanziari sufficienti per vivere, sottoscrivere un’assicurazione malattia, ecc.

L’ex consigliere nazionale Fulvio Pelli ha fatto bene a ricordare all’ex consigliere federale Christoph Blocher nel corso di un dibattito pubblico che la libera circolazione non riguarda solo i cittadini dell’UE ma anche i cittadini svizzeri e non si vede quale vantaggio rappresenterebbe l’approvazione dell’iniziativa. Il richiamo alle libertà svizzere fa ben sperare, l’ottimismo è ragionevole.

Giovanni Longu
Berna, 23.09.2020

 

16 settembre 2020

Inforestierimento: se ne parla da 120 anni


In Svizzera si parla d’«inforestierimento» (Überfremdung) e di immigrazione di massa almeno da 120 anni. Molti non sanno che a preoccupare una parte della popolazione svizzera all’inizio del secolo scorso non era tanto l’aumento degli immigrati, necessari per garantire lo sviluppo economico, quanto l’aumento degli stranieri (italiani) senza lavoro e indigenti a carico dell’assistenza pubblica. Pochi, probabilmente, hanno notato che dopo 120 anni, la propaganda di destra in vista delle prossime votazioni federali sulla limitazione della libera circolazione delle persone tra l’Unione europea (UE) e la Svizzera si nutre ancora della paura che il benessere raggiunto venga ridotto da poveri, indigenti, disoccupati stranieri (europei). Un argomento allora come oggi decisamente insostenibile.

Premessa storica: il «problema degli italiani»

Per capire la situazione migratoria all’inizio del secolo scorso va ricordato che già allora tra la Svizzera e i Paesi vicini vigevano accordi di libera circolazione delle persone. Per esempio, un trattato del 1868 tra la Svizzera e l’Italia garantiva ai cittadini svizzeri e italiani la piena «libertà di domicilio e di commercio» in entrambi i Paesi. Inizialmente, ad approfittarne furono soprattutto gli italiani perché, alle prese con una forte disoccupazione, riuscivano facilmente a trovar lavoro in Svizzera e non potevano essere bloccati alla frontiera grazie a quel trattato. A beneficiarne, però, fu l’intera popolazione residente in questo Paese che in poche decine d’anni raggiunse il livello di benessere degli Stati europei più avanzati.

Nel 1900 gli italiani residenti in Svizzera, pur essendo già più di centomila, non costituivano il gruppo straniero più numeroso (i tedeschi erano quasi 170.000), ma apparivano i più problematici, anche se decisamente meno influenti dei tedeschi e dei francesi. Evidentemente gli italiani, per quanto bravi lavoratori, non erano ben visti.

A dare nell’occhio non era solo il loro incessante aumento ma la loro diversità rispetto soprattutto agli altri immigrati. Essi erano diversi culturalmente, conducevano una vita separata, non si integravano volentieri e raramente chiedevano la naturalizzazione. Con i loro modi di fare, di vivere e anche di lavorare creavano problemi di concorrenza e di convivenza e suscitavano spesso disprezzo, paura e persino odio. Basti pensare alle numerose aggressioni («tumulti») che subirono sul finire dell’Ottocento a Berna (1983: Käfigturm-Krawall) e a Zurigo (1896: Italiener-Krawall o Tschinggen-Krawall).

Nascita di un concetto con molte sfaccettature

Solo gli italiani, a quanto sembra dalla lettura delle cronache dell’epoca, rappresentavano un problema, tant’è che solo nei loro confronti fu usata l’espressione «la questione degli italiani» (die Italienerfrage) e furono considerazioni sulla situazione migratoria specialmente degli italiani, sul finire dell’Ottocento, a ispirare il neologismo «Überfremdung» (tradotto in italiano inforestierimento), che ha segnato per oltre un secolo la politica migratoria svizzera.

L’origine di quel termine è illuminante per capire gran parte delle numerose iniziative antistranieri, compresa l’ultima che si andrà a votare prossimamente. Merita dunque un breve richiamo puntuale.

Anzitutto è interessante osservare che non è stato un politico a introdurre quel neologismo nel vocabolario della politica elvetica, ma un funzionario amministrativo, il segretario responsabile dell’assistenza pubblica della città di Zurigo, Carl Alfred Schmid. In un libretto pubblicato nel 1900 ripeteva quanto aveva già detto qualche anno prima in una relazione all’assemblea annuale della Schweizerische gemeinnützige Gesellschaft / Società svizzera di utilità pubblica sul tema: «Die Unterstützung der Ausländer in der Schweiz» (l’assistenza degli stranieri in Svizzera). Schmid sosteneva che la massa di stranieri in continua crescita (a cui probabilmente voleva alludere col termine inforestierimento) minacciasse seriamente «il benessere e la sicurezza della Svizzera».

La paura nasceva probabilmente dalla costatazione che lo sviluppo economico, se da una parte faceva aumentare il benessere generale e riusciva ad occupare molte migliaia di stranieri, dall’altra, creava anche disoccupati e indigenti, specialmente italiani. Infatti, affermava Schmid, induceva «un numero non meno importante di operai italiani» a venire in Svizzera alla ricerca di un lavoro, «attratti dal miraggio di un salario elevato».

Benvenuti purché utili

Sembrerebbe, dunque, contrariamente a quel che comunemente si pensa e talvolta si scrive, che agli inizi del secolo scorso il problema maggiore dell’immigrazione di massa non derivasse tanto dal crescente numero di stranieri presenti in Svizzera per paura di una possibile dipendenza dell’economia (e magari della politica) dalla manodopera straniera, ma perché nei periodi di minore occupazione cresceva il numero dei senza lavoro (spesso con famiglia a carico), cioè delle persone «non attive», che si aggiungeva al numero degli infortunati, dei malati e degli indigenti a carico dell’assistenza pubblica comunale e cantonale e a scapito del benessere generale.

Gli italiani «attivi» godevano della stima dei datori di lavoro e persino le autorità federali e cantonali li trattavano con rispetto. Quando nel 1906 venne inaugurata la galleria del Sempione la «questione degli italiani» non fu evocata né si parlò di «pericolo d’inforestierimento», ma si inneggiò all’«eterna amicizia» tra i due popoli. Ai grandiosi festeggiamenti a Domodossola e a Briga parteciparono il re d’Italia Vittorio Emanuele III e l’intero Consiglio federale.

Evidentemente «la questione degli italiani» non dipendeva dal loro numero e nemmeno dalla loro dinamica di crescita (1880: 41.530, 1900: 117.059, 1910: 202.809). Se fossero stati tutti lavoratori «attivi» (solo «braccia», come avrebbe detto molti anni più tardi Max Frisch) non avrebbero creato alcun problema; ma non tutti erano attivi e questo disorientava, anzi  il «popolo di signori» che chiedeva «braccia» e non «uomini» si sentiva «in pericolo» (Max Frisch, 1965).

Il problema dell’assistenza

Anche Schmid non metteva in dubbio la loro utilità (bastava pensare alla realizzazione della rete ferroviaria), purché non divenissero indigenti a carico dell’assistenza pubblica, allora riservata in primo luogo agli indigeni. Evidentemente il problema dell’indigenza interamente a carico dei Comuni e dei Cantoni era una questione molto seria e purtroppo spesso riguardava proprio gli italiani, come risulta da più fonti. Non tanto, però, gli italiani che perdevano il lavoro a seguito d'infortuni (a Zurigo, nel 1897, su 2515 persone infortunate, più della metà, 1371, erano italiane), quanto gli italiani che erano alla ricerca di un lavoro che non trovavano.

Nelle grandi città svizzere era facile incontrare italiani che non trovando alcuna occupazione

girovagavano «estenuati dallo scoraggiamento e dalla fame» e finivano per ess

ere presi a carico dall’assistenza pubblica. Infatti le istituzioni assistenziali italiane (alcune fondate da Mons. Geremia Bonomelli dopo il 1900) erano poche e potevano assistere solo un esiguo numero di persone per periodi brevi. I consolati italiani, a loro volta, non potevano assistere tutti i bisognosi e non potevano nemmeno rimpatriarli a spese dello Stato (a meno che si trattasse di «emigranti ammalati o convalescenti incapaci al lavoro», in base al «Regolamento Consolare» dell’epoca).

Gran parte degli indigenti italiani finiva perciò a carico dell’assistenza comunale e cantonale. Comuni e Cantoni, che avrebbero potuto rinviarli al loro Paese (l'indigenza poteva essere motivo di espulsione), a corto di mezzi, spesso non riuscivano nemmeno a pagare le spese di rimpatrio e chiedevano (sovente invano) il sostegno finanziario della Confederazione, anch’essa però con risorse limitate.

In questa situazione è comprensibile che i responsabili dell’assistenza pubblica fossero preoccupati. E’ invece sorprendente che il primo a lamentarsi pubblicamente degli italiani indigenti sia stato il responsabile di Zurigo. Non esitava, infatti, a dichiarare che gli italiani, oltre a pesare «in misura significativa» sulle casse pubbliche e a comportare un enorme lavoro amministrativo, erano «oltremodo ingrati». Eppure, proprio la Città e il Cantone di Zurigo erano tra i maggiori beneficiari del lavoro degli immigrati italiani, generalmente molto apprezzato sia prima che dopo la famosa ondata di violenza del 1896. Per il resto, il benessere raggiunto, non solo a Zurigo ma in tutta la Svizzera, non era certo a rischio a causa dei relativamente pochi indigenti stranieri.

Paura della povertà

La paura della povertà, in molte sue forme, è una presenza costante nella popolazione svizzera. Dapprima, per quasi tutto l’Ottocento, ha indotto decine di migliaia di confederati ad emigrare in cerca di fortuna specialmente in America. Dall’inizio del Novecento ad oggi, con l’attenuarsi della paura (grazie al sistema di sicurezza sociale) e l’aumento della prosperità generale (dovuto a uno sviluppo straordinario dell’economia), molti svizzeri vedono il maggior pericolo di perdita del benessere raggiunto (senza chiedersi come) nell’immigrazione di massa incontrollata (anche se non c’è).

Tutta la storia delle iniziative antistranieri può essere letta come un reiterato tentativo dei nazionalisti svizzeri (spesso con molti seguaci inconsapevoli) di ridurre tale pericolo limitando, anche massicciamente, il numero di immigrati stranieri, divenuti nel tempo oltre che produttori, anche consumatori di beni e servizi e percettori dei benefici del sistema assicurativo nazionale. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 16.9.2020

14 settembre 2020

Statue, storia e compromessi*


La prima metà di quest’anno è stata agitata in molte parti del mondo da distruzioni o imbrattamenti di statue di personaggi «illustri». Si è trattato di episodi clamorosi perché sono state prese di mira statue di
Cristoforo Colombo, presidenti americani come George Washington e Theodore Roosevelt, statisti come Winston Churchill e altri. Ne è seguito un acceso dibattito non solo sui personaggi contestati, ma anche sul significato delle statue, sul genere di narrazione storico-celebrativa che i personaggi raffigurati spesso rappresentano e sull’opportunità che essi continuino a designare parchi e piazze.

Questione complessa 

Boston, statua decapitata di Cristoforo Colombo

Ad avviare l’abbattimento e l’imbrattamento delle statue negli Stati Uniti è stata la barbara uccisione di un afro-americano da parte di poliziotti bianchi. I personaggi raffigurati in quelle statue erano visti come espressione di un passato condannabile, ma attraverso la loro distruzione o deturpazione si voleva colpire e distruggere più che i personaggi il suprematismo bianco e più in generale ogni forma di oppressione e di razzismo. L’ondata contestatrice si è poi diffusa anche in alcuni Paesi ex coloniali d’Europa, con strascichi anche in Italia, in Svizzera e persino in Groenlandia.

Al di là della condanna quasi unanime degli atti di vandalismo indiscriminato, l’opinione pubblica si è divisa sulla rappresentatività di certe statue e sull’opportunità di mantenerle al loro posto o di trasferirle in luoghi più appartati. In effetti, è lecito chiedersi se sia opportuno ostentare ancora in luogo pubblico statue di personaggi controversi per presunti comportamenti oggi insostenibili. Non sarebbe più appropriato, si chiedono in molti, rimuoverle dai parchi e dalle piazze e collocarle nei musei? Inoltre, è possibile scindere i personaggi «incriminati» dalla cultura che secondo i contestatori rappresenterebbero?

Non è sicuramente facile rispondere a queste e a simili domande, trattandosi di questioni molto complesse. Basti pensare che tutte le civiltà antiche hanno cercato di tramandare un’immagine positiva di sé attraverso monumenti dedicati a miti, eroi, geni dell’arte e della conoscenza. Anche gli Stati moderni non rinunciano ai miti di fondazione, agli eroi che li hanno incarnati, ai patrioti e ai «figli illustri», dedicando loro piazze, vie, monumenti e statue a profusione. Sono state fatte scelte sbagliate? E’ possibile rimediare?

Statue, personaggi e contesto

Idealmente, per rispondere a queste e alle precedenti domande bisognerebbe conoscere bene non solo i personaggi «denunciati», ma anche il contesto storico, culturale e sociale delle loro azioni, delle loro intenzioni, dei metodi adottati, dei risultati ottenuti e non da ultimo della percezione che ne ebbero i contemporanei e le comunità che ne hanno chiesto o comunque accettato le statue. Impresa non facile anche per gli storici di professione, perché le statue non rappresentano soltanto personaggi, ma anche la mentalità politica, economica, sociale dell’epoca in cui sono state realizzate.

Del resto, già i personaggi costituiscono una difficoltà in sé perché figure generalmente molto complesse e controverse, sulle quali la ricerca storica non ha ancora pronunciato un giudizio definitivo e persino sui «tiranni» e sui «dittatori» la discussione resta aperta. Anch’essi, infatti, fin da quando erano ancora in vita, hanno avuto sostenitori (pure tra il popolo) e detrattori (per lo più ricchi e potenti) e non è raro che personaggi un tempo ritenuti negativi siano stati in seguito riabilitati. La difficoltà maggiore è data tuttavia dal contesto storico-culturale in cui hanno agito, talvolta molto diverso da quello attuale, e dal rischio di non saperlo valutare obiettivamente.

Forse per queste ragioni, nelle discussioni il parere degli storici (prevalentemente orientati ad «assolvere» dai capi d’accusa più gravi i personaggi «incriminati») non è stato determinante, mentre hanno contato molto le accuse rivolte a quei personaggi dai contestatori, benché li abbiano trattati come fossero contemporanei. Certamente un errore, che non giustificherebbe, tuttavia, una sottovalutazione dell’opinione pubblica o una negazione incondizionata delle loro richieste.

Rispetto delle sensibilità popolari

Nella questione che si sta esaminando, infatti, ciò che conta è l’opinione dei cittadini, ai quali una statua può piacere o dare fastidio per le idee che rappresenterebbe il personaggio raffigurato. Del resto, negli episodi evocati non si è trattato tanto di una vera e propria contestazione dei personaggi raffigurati e nemmeno di una pretesa di riscrivere la storia, ma semplicemente di una manifestazione clamorosa di molte persone che rifiutano idee e comportamenti oggi ritenuti insostenibili come lo schiavismo, il colonialismo, il razzismo, l’oppressione etnica, politica, economica e simili prevaricazioni.

Dal dibattito sull’argomento è anche emerso chiaramente che numerose persone (difficile da quantificare) oggi interpretano diversamente la storia patria e mal sopportano, per esempio, una narrazione trionfalistica dei fatti avvalendosi di personaggi «gloriosi» anche se nella loro vita hanno avuto, approvato o tollerato comportamenti oggi disapprovati da tutte le società democratiche. Sarebbe miope e inopportuno non tenerne conto nella rilettura e riscrittura delle storie nazionali o di singoli personaggi, anche se è sempre difficile fornire una narrazione dei fatti (per non parlare delle idee e delle intenzioni) obiettiva e imparziale, «sine ira et studio» (Tacito), dunque convincente.

Resta il problema della conservazione o della rimozione delle statue per ragioni di opportunità, ma anche al riguardo le opinioni sono contrastanti. Scartata da quasi tutti la soluzione estrema della distruzione, restano due opzioni principali, quella di lasciarle nel posto in cui si trovano e quella di rimuoverle per collocarle in un museo come testimonianze di personaggi rappresentativi di un’epoca e di una cultura storica ben definite. Perché la scelta sia il più possibile condivisa si dovrebbe avviare un confronto civile tra i sostenitori delle varie opzioni, tenendo conto che in situazioni simili il compromesso può essere una soluzione ragionevole.

Dialogo indispensabile

Per un confronto serio finalizzato al successo il punto di partenza potrebbe essere un sondaggio sui sostenitori e i contrari dell’una o dell’altra opzione. Da solo non basterebbe, ma stabilirebbe un minimo di proporzioni nell’opinione pubblica e aiuterebbe a desistere da posizioni radicali di tipo manicheo e aprirsi al compromesso, quasi sempre possibile.

L’opinione pubblica, anche quando fosse maggioritaria, non va necessariamente sempre seguita, ma va ascoltata. Ciò non significa che si debba accettare qualunque compromesso, perché anche nelle nostre società ci sono valori irrinunciabili. Significa che il dialogo va proseguito fino a quando si trova un compromesso soddisfacente per entrambe le parti. Persino nei riguardi della Croce il dialogo è spesso proficuo.

La Croce di Auschwitz

La Croce di Auschwitz

Forse nessuno ricorda più la clamorosa controversia degli anni 1986-1997 tra l’episcopato polacco e alcune potenti organizzazioni ebraiche, ma in questo contesto merita senz’altro un rapido cenno. Quando nel 1979 il papa polacco Giovanni Paolo II, da poco eletto, fece visita al campo di sterminio di Auschwitz, nella spianata adiacente al campo principale dove fu celebrata la messa era stata eretta una grande croce (8,6 metri), poi rimossa dopo le cerimonie. Sullo stesso luogo, qualche anno dopo, le suore carmelitane aprirono un convento e ripiantarono la croce, ormai nota come «croce del Papa».

La reazione degli ebrei di tutto il mondo fu immediata, ma i cattolici oltranzisti polacchi, sostenuti da politici (compreso Lech Walesa) ed ecclesiastici (anche il cardinale Jozef Glemp) si opposero alle richieste ebraiche di chiudere il convento e rimuovere la croce. Nella vicenda intervennero molte personalità di tutto il mondo e lo stesso Papa chiedendo tolleranza. La controversia durò a lungo, ma fu avviata a soluzione grazie al compromesso proposto dal gesuita Stanislaw Musial che convinse i connazionali a delocalizzare il convento carmelitano e gli «amici» ebrei a lasciare la croce al suo posto. Compromesso riuscito!

* Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Insieme (MCLI, Berna) n. 9, Settembre 2020, p. 23.

Giovanni Longu
Berna, settembre 2020

02 settembre 2020

Immigrazione italiana 1970-1990: 23. Stampa ed emigrazione

I media italiani, dapprima la stampa scritta, poi la radio, la televisione, il cinema fino ai social attuali, si sono sempre interessati agli emigrati in Svizzera. Fin dall’Ottocento questi avevano capito che per risolvere i loro problemi bisognava che fossero conosciuti, nella speranza che la politica intervenisse per risolverli. Sapevano anche che le vie ufficiali, tramite Consolati e Ambasciata, erano difficilmente praticabili, sia per i complessi meccanismi burocratici e sia per la poca empatia di molti funzionari verso gli immigrati, mentre la stampa, in particolare quella di sinistra, più sensibile e più attenta, era più disponibile. Per questo gli immigrati l’hanno sempre preferita, fino all’avvento dei media moderni e alla diffusione di Internet.

La stampa nazionale

Alcune testate storiche della «stampa d'emigrazione»

La stampa nazionale si è sempre interessata agli emigrati italiani in Svizzera, ma fino al 1945 in maniera occasionale. L’interesse è cresciuto esponenzialmente con le grandi ondate emigratorie del secondo dopoguerra perché l’emigrazione costituiva un tema di scontro politico tra partiti di governo (a guida democristiana) e partiti di opposizione.

Molti servizi giornalistici degli anni Cinquanta, quando gli immigrati erano ancora pochi e provenivano dal Nord Italia, evidenziavano quasi solo aspetti positivi della vita e del lavoro degli emigrati, come pure della politica emigratoria italiana e di quella immigratoria svizzera. Negli anni Sessanta e Settanta, invece, i corrispondenti e gli inviati speciali delle grandi testate italiane, davano rilievo soprattutto alla condizione difficile di molti immigrati addossandone la responsabilità, a seconda delle testate, soprattutto alla rigidità della politica svizzera o alla debolezza del governo italiano.

L’interesse per l’emigrazione era dettato talvolta dall’importanza oggettiva delle notizie (accordi bilaterali, catastrofi, decisioni rilevanti delle autorità, ecc.), altre volte dal desiderio genuino d’informare il pubblico italiano sulla situazione lavorativa, abitativa, sociale degli emigrati, ma la scelta e la confezione delle notizie riflettevano quasi sempre anche l’orientamento politico dei giornalisti e delle testate. Raramente emergeva dagli articoli la complessità della materia dovuta a una politica federale strutturalmente debole (condizionata dal federalismo e dalla democrazia diretta), all’incertezza dell’evoluzione economica, alla mentalità conservatrice della popolazione che vedeva negli immigrati un pericolo più che un’opportunità, allo scarso interesse di molti di loro d’integrarsi.

La stampa «d’emigrazione»

Sicuramente, nei vari resoconti della stampa nazionale, molti immigrati italiani non si ritenevano (sufficientemente) rappresentati, specialmente nella stampa schierata politicamente. Sta di fatto che fin dall’Ottocento gruppi di immigrati hanno sentito il bisogno di una stampa propria, per una più diretta e ampia informazione tra gli aderenti e simpatizzanti. Le pubblicazioni si moltiplicarono, ma avendo quasi tutte una marcata impronta politica o sindacale s’indirizzavano a un pubblico ristretto senza grandi possibilità di ampia diffusione.

Delle testate dell’Ottocento è sopravvissuta solo quella dell’Avvenire dei lavoratori (dapprima Il Socialista e poi l’Avvenire del Lavoratore, oggi solo on-line), di orientamento socialista. Per contrapporsi alla stampa socialista (talvolta anticlericale) e di sinistra, si è cercato di sviluppare una stampa cattolica, ma nessun organo di stampa con questa caratteristica è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, fatta eccezione per il Corriere degli italiani, che nel 1962 ha ripreso L’Eco d’Italia (1926-1962), emanazione delle Missioni cattoliche italiane, già presenti in Svizzera dall’inizio del Novecento.

Con l’immigrazione di massa dall’Italia dopo il 1946, la cosiddetta «stampa di emigrazione» (settimanale, quindicinale, mensile o saltuaria) è per così dire esplosa, ma gran parte delle pubblicazioni hanno avuto vita breve. Delle testate più vecchie, oltre al Corriere degli Italiani, solo L’ECO, fondata nel 1966, con l’obiettivo di diventare un vero «Giornale per gli Italiani in Svizzera», sopravvive in piena forma. Nemmeno Emigrazione italiana (1947-87), lo storico organo della Federazione delle Colonie libere italiane (Agorà, dal 1988 al 1996), esiste più, per non parlare di altri organi minori da tempo scomparsi.

Contributo dei media

Non è possibile qui elencare anch
e solo le principali testate «storiche» dell’emigrazione italiana in Svizzera, ma non si può chiudere questa breve rievocazione senza ricordare che se la stampa nazionale ha contribuito a far conoscere in Italia la realtà emigratoria (oggi purtroppo in parte dimenticata), la stampa d’emigrazione ha contribuito a far crescere il livello informativo e culturale degli immigrati italiani e ha tentato, pur senza riuscirci, di sviluppare tra gli immigrati il senso di appartenenza a una realtà comune. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 2.10.2020

 

30 agosto 2020

Ricordando Mattmark



Nel maggio del 1965, mentre si lavorava alla realizzazione del grande lago artificiale di Mattmark (Vallese, Svizzera), il ghiacciaio Allalin sembrava tranquillo (in alto a sinistra nella foto). Si lavorava alacremente e niente (o quasi) lasciava presagire la disgrazia.

Il 30 agosto 1965, il giorno della catastrofe, circa 2 milioni di metri cubi di ghiaccio e detriti precipitarono dalla montagna fino a valle (foto sotto) travolgendo baracche, officine, mezzi e uccidendo 88 persone, di cui 56 italiane.

 

Da allora le disgrazie sul lavoro diminuirono drasticamente. Mattmark segnò una svolta non solo nella prevenzione e nelle misure antinfortunistiche, ma anche nella considerazione generale del fenomeno migratorio. I cambiamenti già in atto nella collettività italiana immigrata si accelerarono. I risultati più rilevanti non li vedranno tuttavia gli emigrati del dopoguerra, ma i loro figli (seconda generazione) e nipoti (terza generazione). Dovrà passare anche molto tempo prima che la popolazione svizzera prenda atto che la Svizzera è divenuta da tempo un Paese d'immigrazione e che dovrà cercare di convivere nel miglior modo possibile con gli immigrati.

Nel frattempo anche il ghiacciaio Allalin è cambiato perché non è più tornato allo stato in cui si trovava prima della disgrazia (foto sotto / gl 2010) e il Lago di Mattmark è divenuto un luogo ameno per escursionisti e un luogo della memoria della più grande tragedia del lavoro italiano in Svizzera.