21 ottobre 2015

Capire la Svizzera: 4. Realtà e miti di fondazione




Nella storia antica della Svizzera, spesso i fatti si confondono con le leggende. Ci furono tuttavia eventi storici che, sebbene ammantati di leggende (i cosiddetti «miti di fondazione») hanno avuto conseguenze importanti sul futuro della Confederazione. Uno di questi è stata la vittoria di Morgarten, avvenuta il 15 novembre 1315 e di cui si celebra quest’anno il 700° anniversario. Già questa celebrazione la dice lunga sugli effetti prodotti da un evento ancora in parte avvolto nella leggenda che di esso si è successivamente impadronita.

Il contesto storico
Non è qui possibile addentrarsi nei dettagli della situazione politica a dir poco assai complicata del Centro Europa di quel periodo di forti contrasti tra contadini e aristocratici, tra sudditi e sovrani, tra regni e impero, tra imperatore e papa. E’ tuttavia facile intuire che i momenti più critici erano le successioni dopo la morte dei sovrani. Per l’origine della Confederazione, ad esempio, fu decisiva la morte di Rodolfo I d’Asburgo (1291), capo della potente casa d’Austria da cui dipendevano anche molti territori della Svizzera. Poche settimane dopo la sua scomparsa, i tre Cantoni primitivi delle valli forestali di Uri, Svitto e Untervaldo (detti per questo anche «Waldstätten», ossia «Cantoni forestali») ne approfittarono per rivendicare maggiore libertà e maggiori diritti di quanti già ne godessero.
Monumento di Morgarten, sul luogo presunto della battaglia.
Per i Waldstätten non fu tuttavia facile ottenere quanto richiesto per la contrarietà degli Asburgo e per l’assenza dell’imperatore, a cui avrebbero potuto ricorrere, essendo il trono vacante. Per di più, uno dei pretendenti alla corona imperiale era proprio il duca d’Austria e di Stiria Federico I d’Asburgo, detto il Bello, sostenuto dal fratello minore Leopoldo I d’Asburgo. A contrastarlo ci pensò il cugino Ludovico il Bavaro, duca di Baviera. Ne scoppiò una guerra. Ludovico, sostenuto anche dai Waldstätten, ebbe la meglio dapprima nella battaglia di Gammelsdorf (1313) e poi definitivamente nella battaglia di Muhldorf (1322).
Per paura di rappresaglie da parte degli Asburgo, i Waldstätten si prepararono alla difesa delle loro valli e dei loro diritti. In effetti la rappresaglia non tardò ad arrivare. Un esercito di fanti e cavalieri al comando di Leopoldo I d’Asburgo penetrò nel loro territorio puntando verso Svitto. Nessuno probabilmente si rendeva conto della pericolosità dell’attraversamento di gole strette e impervie, per di più rese ancor più difficili da attraversare con ostacoli appositamente predisposti. Questa non conoscenza del territorio fu fatale all’esercito di Leopoldo, che venne annientato a Morgarten il 15 novembre 1315. Secondo alcune cronache perirono nella battaglia 1500 asburgici e soli 14 confederati. Lo stesso Leopoldo d’Austria si sarebbe salvato a stento.

La realtà e il mito
La vittoria dei montanari elvetici suscitò grande scalpore anche fuori della Svizzera e ben presto il mito s’impossessò dei pochi fatti realmente documentati. Un mito che fa discutere ancora oggi, come tutti i cosiddetti i «miti di fondazione», ma il cui significato non dovrebbe sfuggire. Questi, infatti, non sono pura invenzione o abbellimenti fantasiosi della realtà, ma rappresentazioni di fatti realmente accaduti allo scopo di coglierne il significato o i significati.
In particolare, i miti di fondazione vogliono esaltare alcuni valori supposti all’origine delle rivendicazioni dei Cantoni primitivi, quali l’aspirazione alla libertà e alla pace, all’autogoverno, ad alcuni principi di democrazia diretta, ecc. Del resto, una volta appurato che, per esempio, Guglielmo Tell non è mai esistito, sarebbe un errore concludere che anche il suo mito andrebbe cancellato e dimenticato. No, il mito sopravvive perché è fortemente simbolico. E bene ha scritto proprio riferendosi al mito di Guglielmo Tell lo storico Emilio R. Papa: «Nessun simbolo avrebbe potuto rendere meglio l’immagine dell’antico ideale di libertà dei confederati. Un ideale legato all’insofferenza delle piccole comunità elvetiche nei confronti del dominio di qualsivoglia estraneo posto ad amministrarle e ad esigere tributi senza essere stato a ciò preposto dalla volontà diretta delle predette comunità, vale a dire senza essere stato da loro espresso secondo un proprio crisma sociale».

Efficacia del mito di Morgarten
Anche riguardo al mito di Morgarten vale la stessa riflessione. Comunque si sia svolta la battaglia, grazie al mito è stata conservata la rappresentazione di una vittoria decisiva per i primi confederati, perché non solo li affrancò (almeno in buona parte) dalla dipendenza degli Asburgo, confermando i diritti acquisiti, ma consentì loro anche di ampliarli in seguito ad opera dell’imperatore Ludovico il Bavaro.
Particolare del monumento «agli eroi di Morgarten 1315»
La vittoria (reale) di Morgarten, inoltre, confermando e ampliando il contenuto del «Patto federale» del 1291, ha trasformato la vecchia alleanza difensiva in una Lega (nome che resterà fino all’adozione dell’attuale Costituzione federale), come risulta dal nuovo Patto federale sottoscritto a Sarnen poche settimane dopo quella vittoria. Essa segnò anche un decisivo rafforzamento di quella forma di democrazia avviata nel 1291, che si concretizzerà ad esempio nella riduzione del potere aristocratico delle famiglie nobili, nella crescita di potere da parte dei contadini, nello sviluppo delle corporazioni e nella diffusione delle assemblee popolari che sono all’origine di quella forma di democrazia diretta nota come «Landsgemeinde» (letteralmente: «comunità del Cantone»).
Il mito di Morgarten è vivo ancora oggi, è impossibile negarlo, e spesso è stato rievocato nei media specialmente nel periodo elettorale appena trascorso, anche se non è dato sapere quanto abbia influito sull’esito delle recenti elezioni del 18 ottobre. (Segue)
Giovanni Long
Berna 21.10.2015

14 ottobre 2015

Capire la Svizzera: 3. Libertà e benessere



Che gli svizzeri abbiano sempre avuto un’alta considerazione della libertà non ci sono dubbi. Ma da dove nasceva, nel passato, tale considerazione? E nel tempo come è evoluto il concetto di libertà? Cosa intende oggi per libertà la maggioranza degli svizzeri?

Le prime esperienze
Secondo alcuni storici antichi, per secoli gli Elvezi erano vissuti pacificamente e nella parte occidentale dell’Altipiano svizzero. Quando, nel primo secolo avanti Cristo, si sentirono minacciati dai Germani, che premevano da nord nel tentativo di penetrare nell’Impero romano, cercarono rifugio e terre più fertili nella Gallia già conquistata dai Romani. Era forse la prima volta, in epoca storica, che gli Elvezi cercavano di difendere la loro libertà.
Si sa, il tentativo fallì e dovettero sottostare alle condizioni del vincitore, Giulio Cesare, che però, invece di umiliarli (come avevano fatto gli Elvezi nei confronti dei Romani nel 107 a.C.), offrì loro una pace onorevole, anzi un’alleanza (foedus), che garantiva agli «alleati» alcuni privilegi e piena libertà in quella che oggi si direbbe «politica interna». Gli antenati degli Svizzeri non potevano rifiutare l’offerta e forse si resero conto già allora che la libertà è quasi sempre un compromesso, seppur a condizioni accettabili.
Non sempre tuttavia i successori degli Elvezi fecero tesoro di quella lezione, forse perché rimasti a lungo vittime di quell’afflizione che attribuiva loro Cesare descrivendoli come «molto bellicosi» e «afflitti» dalla ristrettezza del territorio in cui vivevano, ritenuto «troppo piccolo rispetto al numero del loro popolo e alla gloria che avevano per il loro valore in guerra».

Svizzeri e liberi
C’è tuttavia dello straordinario nella storia svizzera fino alla nascita della moderna Confederazione (1848): le varie occupazioni subite, i tentativi espansionistici di alcuni Cantoni, le sconfitte sopportate, le divisioni e persino le lotte interne, non hanno fatto che rafforzare nella coscienza degli antichi confederati il binomio «Svizzeri e liberi». Nel frattempo, tuttavia, il concetto di «libertà» è evoluto.
In certi momenti, nel XIII e XIV secolo, la libertà, identificata con l’indipendenza di un popolo da una dominazione esterna, era ritenuta un bene prioritario da raggiungere con ogni mezzo. Soprattutto nei secoli XVIII e XIX i «miti di fondazione» hanno contribuito molto a inculcare negli svizzeri moderni questa accezione di libertà.
In altri momenti, invece, quando l’indipendenza e la sovranità apparivano garantite, soprattutto dopo la Pace di Vestfalia (1648), col termine libertà s’intendeva piuttosto l’insieme delle libertà individuali e collettive del popolo. Una grande spinta in questa direzione è venuta dalle idee rivoluzionarie francesi penetrate in Svizzera specialmente dopo l’occupazione francese del 1798.
Si sa che la successiva abolizione dei Cantoni e la creazione della Repubblica Elvetica sotto il protettorato francese non furono gradite né dai Cantoni né dal popolo svizzero, tanto che Napoleone fu in pratica costretto col famoso Atto di Mediazione (1803) ad abbandonare il principio della repubblica «una e indivisibile» e ridare alla Svizzera una costituzione che riprendeva la tradizione federale. Non si trattò tuttavia di un semplice ritorno al passato. Infatti molte idee «rivoluzionarie» erano state accolte bene nella maggioranza dei Cantoni cosiddetti «liberali» (al contrario di quanto avvenne nei Cantoni «conservatori»), come l’estensione delle libertà individuali, l’abolizione delle differenze fra i cittadini delle campagne e quelli delle città, il miglioramento dei rapporti tra cittadini e governi cantonali.
Risale a quest’epoca anche l’abolizione dei «baliaggi» (territori soggetti ad altri Cantoni sovrani), che consentì, ad esempio, ai baliaggi «italiani» a sud del Gottardo di divenire nel 1803 un cantone sovrano a tutti gli effetti col nome di Cantone Ticino.

Libertà in pericolo
Venuto meno nel 1813 il potere napoleonico, molte conquiste liberali e democratiche rischiarono di essere travolte nei decenni successivi dalle lotte interne a molti Cantoni tra riformisti liberali e conservatori. Il Congresso di Vienna (1815) era intervenuto solo a garantire a tutti i Cantoni l’integrità territoriale e la sovranità nell’ambito di una Confederazione anch’essa indipendente e neutrale, ma non si era intromesso nelle questioni interne. Se la libertà dalle influenze straniere era messa in salvo, non altrettanto si poteva dire delle libertà individuali e democratiche.
Le divergenze tra conservatori e riformisti e le rivalità tra diversi Cantoni si protrassero per alcuni decenni, rischiando addirittura di degenerare in una vera e propria guerra fratricida tra Cantoni cattolici e Cantoni protestanti (guerra del Sonderbund del 1847). Solo allora forse i confederati si resero conto che la libertà non è un bene conquistato una volta per sempre, ma si può perdere e richiede pertanto di essere condiviso e difeso da tutti. Furono in molti a ritenere che la garanzia migliore per preservare quel bene prezioso fosse il superamento degli individualismi cantonali e l’adozione di una forma di Stato federale.

Una Costituzione federale per la libertà
Costituzione federale del 1848
In effetti, questo decisero con grande chiaroveggenza e realismo i confederati nel 1848 con l’approvazione della Costituzione federale (1848), all’origine della moderna Confederazione. Che la libertà rappresentasse una priorità assoluta e la condizione indispensabile per il progresso civile dei confederati appare evidente fin dall’articolo 2: «La Lega ha per iscopo [si noti il singolare!]: di sostenere l’indipendenza della Patria contro lo straniero, di mantenere la tranquillità e l’ordine nell’interno, di proteggere la libertà e i diritti dei Confederati, e di promuovere la loro comune prosperità».
Dallo stesso articolo risulta anche evidente, a ben vedere, che la libertà come indipendenza da poteri stranieri, pur essendo ritenuta prioritaria, già allora non era intesa come un fine in sé, ma piuttosto come un mezzo o condizione indispensabile per conseguire nel tempo altre finalità quali le libertà individuali dei confederati, la pace sociale e la comune prosperità. E’ sintomatico che l’articolo 2 citato sia rimasto invariato nella revisione totale della Costituzione federale del 1874 e che anche l’attuale Costituzione (entrata in vigore il 1° gennaio 2000) ne abbia recepito se non la lettera certamente lo spirito, con un opportuno adeguamento alle sensibilità moderne. 

Cambio di priorità
Costituzione federale del 1999
Dall’articolo 2 «Scopo» dell’attuale Costituzione risulta ancor più chiaramente il cambio di priorità:
«La Confederazione Svizzera tutela la libertà e i diritti del Popolo e salvaguarda l'indipendenza e la sicurezza del Paese.
2 Promuove in modo sostenibile la comune prosperità, la coesione interna e la pluralità culturale del Paese.
Provvede ad assicurare quanto possibile pari opportunità ai cittadini.
4 Si impegna per la conservazione duratura delle basi naturali della vita e per un ordine internazionale giusto e pacifico».
Si può osservare anzitutto uno spostamento significativo delle priorità: se prima (1848) era considerata prioritaria «l’indipendenza della Patria contro lo straniero», ora al primo posto vengono «la libertà e i diritti del Popolo». Inoltre, la successione dei paragrafi indica chiaramente ulteriori obiettivi imprescindibili dell’attività di uno Stato moderno come vuole essere la Svizzera, ad esempio lo sviluppo sostenibile, la coesione interna, l’uguaglianza tra i cittadini, ecc.
Evidentemente le paure e le preoccupazioni vissute dagli svizzeri dallo scoppio della prima guerra mondiale alla fine della seconda (non solo la paura di essere invasi, ma anche di essere soffocati economicamente) erano considerate almeno in buona parte superate. E in effetti, dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi, anche grazie a milioni di immigrati, la Svizzera ha  puntato decisamente sullo sviluppo economico e sulla diffusione del benessere. 

Qual è la situazione oggi?
Se confrontata con quella del 1848 o anche solo con quella del secondo dopoguerra, l'attuale situazione generale, anche sotto il profilo delle libertà, è ritenuta generalmente più che soddisfacente. Infatti, nel frattempo la Svizzera non solo ha consolidato la propria indipendenza, ma ha anche conseguito in favore dei propri cittadini notevoli traguardi nei campi delle libertà democratiche, del progresso economico e sociale, della comune prosperità. Ciononostante, in Svizzera non è raro sentir parlare ancora di minacce, rischi, pericoli contro cui stare in guardia.
Alcune domande al riguardo mi appaiono pertanto lecite. Anzitutto: è fondata la paura evocata da alcuni politici, specialmente di destra, ma anche da gente comune, quando parlano di rischi per la democrazia nel caso di adesione all’Unione europea (UE) o di rischi per la prosperità raggiunta qualora la Svizzera accettasse le condizioni poste dall’UE sulla libera circolazione e sull’applicazione del diritto europeo? Ancora: non è possibile che dietro la paura dell’«immigrazione di massa» o di una «invasione di profughi» si nasconda in realtà la paura di dover condividere il benessere conseguito con altri «stranieri» ritenuti ancora, come negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, essenzialmente «estranei» e «diversi»? Benessere e solidarietà sono davvero incompatibili?
Domande non semplici alle quali, forse, non esistono risposte semplici, ma alle quali, probabilmente presto, gli svizzeri dovranno rispondere. Per facilitarsi il compito, una riflessione sulla propria storia anche a riguardo delle vicende attorno alle libertà mi sembrerebbe quanto mai utile, ricordando in particolare che i compromessi hanno spesso giovato agli antichi Elvezi come ai moderni confederati e diventano quasi inevitabili in un mondo sempre più globalizzato. (Segue)
Giovanni Long
Berna 14.10.2015

07 ottobre 2015

Capire la Svizzera: 2. Libertà da conquistare e salvaguardare



La Svizzera, oggi, come in generale ogni Paese libero, vive la condizione di libertà in maniera del tutto «normale», ma non si può dire che attorno alla «libertà» non ci siano più discussioni, interrogativi, preoccupazioni. Gli svizzeri, a differenza di altri popoli, sanno più o meno tutti che i loro antenati hanno dovuto lottare per raggiungerla e per conservarla. Anche coloro che oggi non hanno difficoltà ad ammettere che non sono esistiti né Guglielmo Tell né congiurati riuniti sul praticello del Grütli né eroi di Morgarten (tanto è vero che vengono considerati «miti di fondazione»), non possono negare che all’origine della Confederazione ci sia stata una lotta per sottrarre le comunità montane dei Cantoni cosiddetti «primitivi» (Uri, Svitto e Untervaldo) dalla sudditanza agli Asburgo.

Il gusto della libertà veniva di lontano
La volontà di vivere «liberi» dei primi confederati veniva di lontano. In effetti la storia degli svizzeri è stata caratterizzata in larga parte da una lotta continua per sottrarsi al dominio di altri popoli o per mantenere quel grado di indipendenza (e di benessere) che erano riusciti a conquistarsi.
Cesare sconfisse gli Elvezi ma assicurò loro pace e prosperità
All’epoca in cui Giulio Cesare (100-44 a.C.) sottometteva la Gallia, gran parte dell’attuale territorio svizzero tra il Reno, il Giura, il Lago Lemano, il Rodano e le Alpi era popolata da tribù celtiche e germaniche (Elvezi, Allobrogi, Nantuati, Veragri, Seduni, Tulingi, Tigurini, Rauraci, Verbigeni, Reti, ecc.). Il gruppo più numeroso era costituito dagli Elvezi, ai quali Cesare attribuiva un «valore superiore». Sapeva infatti che in passato erano riusciti persino a sconfiggere gli stessi romani (battaglia di Agen del 107 a.C.). Ciononostante, quando gli Elvezi, seguiti da altre tribù, nel 63 a.C. cercarono di penetrare nella Gallia già conquistata dai Romani alla ricerca di terreni più fertili e più sicuri per una popolazione in crescita e per sfuggire alle continue incursioni da nord dei Germani, Cesare non esitò ad affrontarli (battaglia di Bibracte, 58 a.C.) e a costringerli a rientrare nel loro territorio.

L’alleanza con i Romani
Cesare, che mirava soprattutto a impedire che i Germani oltrepassassero il Reno e invadessero l’Impero, non infierì sugli Elvezi vinti, ma preferì concedere loro una pace onorevole e un’alleanza (foedus) che assicurava loro protezione e molta libertà o almeno quanta era compatibile con lo stato di soggezione. Il patto consentiva infatti ai Romani di occupare qualsiasi punto strategico e d’impiantarvi colonie e insediamenti fortificati (oppida), ma agli Elvezi garantiva la sussistenza e di vivere in pace e in sicurezza, autogovernandosi con magistrati propri.
In effetti, sotto l’occupazione romana vennero fondate in tutto il territorio elvetico diverse città fortificate (Aventicum/Avenches, Eburodunum/Yverdon, Vindonissa/Windisch, Augusta Rauricorum/Augst, Solodurum/Soletta, Iulia Equestris/Nyon, Genava/Ginevra, Turicum/Zurigo, Curia/Coira, ecc.) e gli Elvezi poterono a lungo prosperare in pace e in libertà.
La dominazione romana ha lasciato in Svizzera numerose
tracce. Nella foto l’anfiteatro romano di Martigny (Vallese)
Scriverà nel 1840 l’erudito francese Philippe de Golbéry che da allora «una lunga pace regnò su l’Elvezia, la Rezia ed il Valese, l’industria ed il lavoro penetrarono nelle Alpi; si seppe trar profitto dai loro alberi, dalle piante e dagli uccelli; si strappò il marmo dalle viscere della terra; si arrampicarono sulla rupe, asilo dei camosci; e dalla profondità dei laghi si trassero pesci sconosciuti. Da allora il latte delle vacche svizzere era rinomato, i formaggi avevano della celebrità; l’agricoltura faceva progressi; si perfezionò l’aratro e la vite di Rezia produsse un succo rivale del Falerno…».
Fra l’altro, sotto la dominazione romana, l’Elvezia fu dotata di un’importante rete stradale da est a ovest e da nord a sud, che consentiva non solo gli spostamenti veloci delle legioni, ma facilitava anche gli scambi e il trasporto delle merci. Ben presto, fin dai primi secoli d.C. ne approfittarono artigiani, mercanti, viaggiatori, monaci, che avviarono in molte parti del Paese numerose attività produttive e una vita civile romanizzata e cristianizzata, destinata a svilupparsi ulteriormente soprattutto dopo l’anno Mille.

Libertà da riconquistare
Nel frattempo, gli Elvezi dovettero subire le principali vicissitudini politiche e militari dell’epoca, dalle invasioni barbariche degli Alemanni alla sottomissione di gran parte del loro territorio da parte dei Burgundi prima, poi dei Franchi, quindi di grandi e piccoli feudatari, di alcune potenti casate germaniche (i Zähringen, i conti di Kyburg, ecc.) e infine dei re e imperatori del Sacro Romano Impero.
Un ramo cadetto degli Asburgo, quello degli Zähringen, intorno al Mille possedeva molti territori soprattutto in quella che oggi è la Svizzera nord-occidentale. Gli Elvezi, tuttavia, mal sopportavano la dominazione straniera e cercarono di condurre vita autonoma soprattutto nelle vallate della Svizzera centrale, dove si resero conto ben presto dell’importanza dei passaggi alpini per le comunicazioni tra nord e sud. Anche molte città fondate o dominate dagli Zähringen, cercarono e ottennero dall’impero ampie autonomie e il riconoscimento di «città imperiali». Era il prezzo minimo che gli imperatori germanici dovevano pagare per assicurare ai propri eserciti il passaggio attraverso i loro territori e le vallate alpine verso l’Italia.
E’ verosimile che la ventata di libertà e di autogoverno che pervase molte città del Nord Italia e del Nord Europa intorno all’anno Mille sia giunta anche nelle vallate della Svizzera centrale. Immediatamente non ebbe risultati apprezzabili perché a nord della Alpi l’Impero era ancora forte, ma non appena cominciò a dare segni di debolezza (XIII secolo) suscitò in quelle comunità un forte desiderio di affrancarsi dal dominio imperiale, non necessariamente con l’uso delle armi, e di autogestirsi.
Nel 1291, approfittarono della morte dell’imperatore Rodolfo I d’Asburgo (15 luglio 1291), alcune comunità valligiane svizzere decisero di sottrarsi alla dipendenza dall’imperatore per assumere direttamente il controllo dei propri beni e soprattutto dei passaggi alpini. In quale forma e quando sia avvenuta tale decisione non è dato sapere con precisione, ma è storico un documento dell’inizio di agosto del 1291, noto come «Patto federale», in cui le tre comunità di Uri, Svitto e Untervaldo (il nucleo della futura Confederazione elvetica) dichiaravano di stringere un patto (foedus, da cui deriverà federale) di difesa contro qualsiasi aggressore.

Lotte e alleanze
l «Patto federale» del 1291 segna ufficialmente
l’inizio della Confederazione svizzera
Nel Patto federale del 1291, considerato dalla fine del XIX secolo «ufficialmente l'atto fondatore della Confederazione Svizzera», la parola «libertà» non compare mai, ma è implicita già nel primo paragrafo: «Sia noto dunque a tutti, che gli uomini della valle di Uri, la comunità della valle di Svitto e quella degli uomini di Untervaldo, considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sé ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d'essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose. Ciascuna delle comunità promette di accorrere in aiuto dell'altra, ogni volta che sia necessario, e di respingere, a proprie spese, secondo le circostanze, le aggressioni ostili e di vendicare le ingiurie sofferte».
Poiché i beni posseduti da quelle comunità dovevano essere ben poca cosa, si deve ritenere che la posta in gioco non riguardasse tanto i beni (territori, pascoli, bestiame, tributi), quanto piuttosto i diritti: da parte dell’imperatore il diritto acquisito al dominio con i privilegi connessi (acquisire tributi, imporre la legge, diritto di passaggio, ecc.), da parte dei valligiani il diritto all’autogoverno (con organi decisionali e giudicanti propri, sovranità piena sul territorio), o semplicemente alla libertà, «quella libertà che gli Svizzeri avevano ricevuta dai loro antenati» e che «volevano trasmettere pure ai loro discendenti» (de Golbéry).

La libertà come bene assoluto
La libertà divenne il bene assoluto per cui meritava combattere. Nel «Guglielmo Tell» di Gioachino Rossini (1792-1868) essa costituisce il filo conduttore del processo di liberazione del popolo svizzero dall’oppressore asburgico avviato dall’abile arciere di Uri che riesce a motivare le popolazioni delle vallate vicine a lottare per l’indipendenza e la libertà al grido «o libertade o morte» (atto 2).
A prescindere dagli eventi narrati nei cosiddetti «miti di fondazione» (Giuramento del Grütli, Guglielmo Tell, distruzione di rocche, gesta di eroi ardimentosi, ecc.) è certo che i rapporti tra gli svizzeri e gli Asburgo divennero sempre più tesi e destinati a durare tali per alcuni secoli. Solo nel 1648 con la Pace di Vestfalia la Svizzera venne riconosciuta ufficialmente sovrana e indipendente dall’Impero.
La storia della liberazione degli svizzeri, si sa, ha avuto un andamento e tempi differenti, ma l’idea della libertà come bene supremo da conquistare e difendere ha sicuramente accompagnato e talvolta condizionato tutti i principali avvenimenti della storia svizzera. Per gli svizzeri, è stato scritto (Eugène Rambert), «ogni questione di libertà approda a una questione di esistenza», al punto di «non poter essere senza sapere di essere liberi»(Segue)
Giovanni Long
Berna, 7.10.2015

30 settembre 2015

Capire la Svizzera: 1. Introduzione: conoscere e capire



Sarà capitato a tutti sentire o leggere giudizi, per lo più negativi, generici e perentori, su un popolo o su una nazione. Non sono quasi mai giustificati perché non tengono conto della complessità e del contesto. Molto spesso nascondono gravi lacune conoscitive e soprattutto l’incomprensione di quello che alcuni filosofi hanno chiamato «lo spirito di un popolo», fatto di storia, ideali ed essere.
Qualche anno fa, in un articolo intitolato «La Svizzera, questa sconosciuta», la giornalista ticinese Luciana Caglio sosteneva che «si può visitare un paese, risiedervi per motivi di lavoro o di convenienza, persino essere ufficialmente cittadini, senza però conoscerlo veramente». Ne sono convinto anch’io, preferendo tuttavia all’espressione «conoscere veramente» il verbo «capire».

Avvertenze preliminari
Con questo articolo inizio una serie di articoli sulla Svizzera, con la pretesa non di svelare l’essenza di questo Paese e del suo Popolo ma di offrire ai lettori alcuni elementi, soprattutto storici e interpretativi, che ritengo utili per tentare almeno di capirne i tratti essenziali e le motivazioni profonde.
Saranno prese in considerazione alcune caratteristiche tipiche della Svizzera moderna, se ne seguirà l’evoluzione fino alle espressioni attuali. Sarà interessante osservare, per esempio, l’evoluzione di alcuni concetti emblematici come «libertà», «neutralità», «identità nazionale», «coesione nazionale», «democrazia diretta», «solidarietà», «integrazione», «sviluppo», ecc.
Di ognuno di questi concetti si cercherà di cogliere il «significato» più comunemente inteso dalla maggioranza del popolo svizzero, oggi e nel passato, con alcune avvertenze preliminari: la prima: «capire» è qualcosa di più del semplice «conoscere»; la seconda: i concetti, per quanto apparentemente sempre identici nella sostanza, in realtà assumono connotazioni diverse nelle varie epoche; pertanto occorre stare molto attenti a «giudicare» il passato in base a criteri e valori di oggi; la terza: diffidare dalle «generalizzazioni».

Prima avvertenza: capire è più che conoscere
Conoscere e capire sono due verbi usati spesso come sinonimi perché entrambi fanno riferimento all’intelligenza. In questi articoli assumono invece due significati diversi, che emergeranno di seguito. La differenza principale è anzitutto temporale: prima si conoscono e si comprendono (nel significato originale di «prendere e mettere insieme») in un sistema coerente i vari elementi e solo dopo si forma nella mente il «concetto» (dal latino «cum capere»), ossia il risultato del capire. In questo processo la conoscenza è dunque condizione previa e indispensabile per capire, secondo il detto: «si può capire solo ciò che si conosce».
Tra conoscere e capire, sempre nel contesto di questi articoli, c’è anche una differenza qualitativa: mentre la conoscenza è di per sé illimitata, per capire è spesso sufficiente una conoscenza limitata, purché significativa. Talvolta per capire bastano pochi segnali. Per capire che si tratta di un incendio non occorre sapere come è stato provocato, chi l’ha provocato, che cosa sta andando in fumo, ma basta vedere anche di lontano il fumo e le fiamme.
Questo modello di conoscenza non è sempre facilmente applicabile, soprattutto quando l’oggetto del «capire» è una Nazione, uno Stato, un Popolo. Anche una conoscenza approfondita della storia, della geografia, delle istituzioni di un Paese non è di per sé sufficiente per «capire» lo spirito del suo Popolo. Gli eventi si possono studiare e conoscere nella loro origine e nelle loro conseguenze perché sono «determinati», lo spirito invece è per sua natura indeterminato, libero, vivo, mutevole.
Trattandosi della Svizzera, un Paese notoriamente complesso sotto molti punti di vista, l’intento potrebbe apparire azzardato, ma non è impossibile. La storia della Confederazione moderna presenta infatti tratti caratteristici piuttosto costanti, anche se continuano a risentire dei condizionamenti dell’evoluzione interna e internazionale. Seguire questa evoluzione faciliterà sicuramente il compito, anche se resta difficile.

Seconda avvertenza: i concetti assumono nel tempo connotazioni diverse
Osservando la storia svizzera si nota facilmente come una serie di valori ritenuti generalmente «fondamentali» cambino connotazioni col passare del tempo e il mutare del contesto nazionale e internazionale. E’ ovvio, perché di generazione in generazione anche il corpo sociale muta, si trasforma, evolve, si adatta alle mutate condizioni e reinterpreta di volta in volta anche i valori ritenuti fondamentali. Si pensi nella storia della Svizzera ai concetti di «libertà», di «patria», di «identità nazionale» e, in generale, a tutti i concetti evocati sopra.
In questo percorso conoscitivo, giunti alla conclusione in cui diciamo a noi stessi «ho capito», si può cadere nella tentazione di interpretare l’intero processo fin dall’inizio alla luce del punto di arrivo. Sarebbe un errore, che in questi articoli s’intende evitare, sperando di riuscirci.

Terza avvertenza: diffidare delle generalizzazioni
La tentazione di generalizzare sulla base di pochi casi disponibili è grande. Molti, anche esperti ricercatori, la praticano con una certa disinvoltura non necessariamente perché vogliono evitare la fatica di una ricerca più estesa e di un’analisi approfondita, ma magari perché i casi esaminati appaiono sufficienti, anche se pochi.
In realtà, soprattutto in certi campi delle scienze umane, la generalizzazione è un metodo di difficile utilizzazione. Per applicarlo correttamente bisognerebbe disporre di un numero di casi statisticamente significativi, di cui invece spesso non si dispone oppure di una serie di casi talmente convergenti nel loro significato da rendere inutile l’ulteriore ricerca. Occorre pertanto molta prudenza di fronte alla tentazione di generalizzare.

A titolo di esempio
Per rendere meglio l’idea di quanto detto e dello scopo di questi articoli, commenterò brevemente a titolo di esempio alcune espressioni contenute in un lungo articolo sulla disgrazia di Mattmark del 1965, pubblicato sul settimanale ticinese Il Caffè del 30 agosto 2015 a firma di tre ricercatori (Toni Ricciardi, Sandro Cattacin e Rémi Baudouï) che hanno a lungo indagato sul quella catastrofe.
Nell’articolo, che si riferisce all’epoca dei fatti, si legge fra l’altro (le sottolineature sono mie): «La Svizzera terra di ingiustizie? In un certo senso si può affermare oggi che la politica nei confronti della migrazione, prevalentemente italiana negli anni del secondo dopoguerra, introdusse un regime democratico di facciata, umano e giusto per gli svizzeri, ma anche una specie di Apartheid. Stagionali senza diritti di residenza, obbligati a nascondere la famiglia, sicurezza sociale parziale […], nessuna cittadinanza politica, anzi interdizione di organizzarsi politicamente in quanto stranieri, privilegio degli svizzeri sul mercato del lavoro. Queste erano solo le discriminazioni legali. A ciò si aggiunse un regime di sfruttamento fino all’esaurimento dei lavoratori e delle lavoratrici nell’industria e nelle costruzioni […]. In quel periodo, le italiane e gli italiani in Svizzera non furono solo discriminati legalmente e sfruttati nel mercato del lavoro, ma furono anche vittime della xenofobia quotidiana. Ad esempio, venne loro interdetta l’entrata in certi ristoranti quasi a ricordare il tristemente famoso “Juden werden nicht bedient” (gli ebrei non vengono serviti). Innumerevoli sono i racconti del disprezzo vissuto dagli italiani in Svizzera e Mattmark fu l’ennesimo schiaffo […]».
Questa citazione, ridotta per motivi di spazio, illustra bene ciò che un buono storico non dovrebbe fare, ossia utilizzare «concetti» attuali per giudicare una realtà del passato, in cui verosimilmente vigevano altri concetti o quantomeno avevano connotazioni diverse, e generalizzare casi poco omogenei o comunque non univoci, oltretutto senza tener conto del contesto.
A parte i richiami dell’Apartheid o peggio degli ebrei discriminati nei locali pubblici, che trovo del tutto fuori luogo e fuorvianti in riferimento agli immigrati italiani, ritengo infondate e perciò arbitrarie molte delle affermazioni riferite agli stagionali. Per sostenere che lo statuto dello stagionale era discriminatorio bisognerebbe infatti provare che violasse qualche legge svizzera o qualche accordo internazionale. Questo però non risulta, visto che era sicuramente conforme al diritto svizzero e anche al diritto internazionale. Del resto gli stessi stagionali, firmando liberamente il contratto di lavoro, venivano a conoscenza e accettavano tutte le limitazioni ch’esso comportava. Nessun immigrato era obbligato a sottoscriverlo, a prescindere dal fatto che le autorità diplomatiche e consolari, specialmente nel caso degli italiani, vigilavano sulla conformità del contratto alle leggi e agli accordi bilaterali sottoscritti. Al riguardo, le eccezioni che pure vi sono state, non fanno che confermare la regola.
Quanto poi alle affermazioni sulla presunta privazione di alcuni diritti, basterebbe rileggersi le leggi e le ordinanze dell’epoca per rendersi conto quanto siano infondate. Lo statuto dello stagionale non dava infatti diritto alla residenza (se s’intende con questo termine il domicilio), né al ricongiungimento familiare, né
alla cittadinanza politica (che significa?), ecc. Perché dunque gli autori dell’articolo parlano di «discriminazioni legali» al riguardo? Che dire poi quando essi affermano che gli stagionali erano «obbligati a nascondere la famiglia», senza dire chi li obbligava e senza ricordare che in punto di diritto nessuno straniero poteva risiedere in Svizzera senza autorizzazione? Questo lo sapevano anche gli stagionali. Che il fenomeno dei «bambini clandestini» sia stato molto triste per chi l’ha subito è innegabile, addossarne la responsabilità a una sola parte, in termini di discriminazione, mi pare demagogico.
Demagogico è anche parlare di «sfruttamento fino all’esaurimento», senza ricordare che molto spesso erano gli stessi lavoratori immigrati che si autosfruttavano preferendo il lavoro a cottimo, chiedendo di fare gli straordinari e persino praticando il doppio lavoro. La verità, quando si vuol dirla, la si dovrebbe dire tutta.
Tali esempi mi servono, in questo contesto, per dare l’idea di ciò che non intendo fare nei prossimi articoli, nella convinzione che per il rispetto che si deve al lettore sia preferibile fornire elementi utili per giudicare piuttosto che emettere giudizi azzardati e contestabili. Meglio attenersi ai fatti. Oltretutto un po’ di modestia non guasta mai! (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 30.09.2015