14 settembre 2010

1970-2010 Quarant’anni di immigrazione italiana in Svizzera

(Comunicato stampa)
Conferenza a Berna sul tema: 1970-2010 Quarant’anni di immigrazione italiana in Svizzera

A quarant'anni di distanza dalla famosa iniziativa antistranieri promossa da James Schwarzenbach (respinta in votazione popolare il 7 giugno 1970) è lecito interrogarsi quali ne furono le cause e quali conseguenze ha prodotto sulla politica svizzera in materia d'immigrazione e soprattutto sulla collettività italiana, allora e anche ora la più numerosa tra le diverse nazionalità presenti in Svizzera, da oltre 120 anni Paese d'immigrazione.
La memoria, coniugata col presente, dà un senso al passato e anticipa il futuro. In questo contesto, il Gruppo promotore dell’ASIB (Assoiazione Serate Italiane a Berna) organizza alla Casa d’Italia di Berna (Bühlstrasse 57), sabato 18 settembre 2010, una conferenza sul tema: «1970-2010: com’è cambiata l’immigrazione italiana in Svizzera!».
In un arco di tempo relativamente lungo, ma anche vicino, è possibile misurare i numerosi cambiamenti che hanno interessato la collettività italiana in Svizzera. Confrontando la situazione di quarant’anni fa con quella di adesso sarà facile capire non solo quanta strada ha percorso la collettività italiana verso la piena integrazione, ma anche a che prezzo sono state pagate le conquiste di oggi, di cui beneficiano soprattutto le seconde e terze generazioni, ma anche le prime che hanno deciso di invecchiare in questa che per molti è divenuta la seconda Patria.
Il relatore dott. Giovanni Longu cercherà di rispondere, avvalendosi anche con grafici e dati statistici, soprattutto alle domande seguenti:
- Com’erano gli italiani e le italiane negli anni Sessanta e Settanta?
- Perché il 1970 è stato un anno fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera?
 - Quali fattori hanno determinato la fine di un tipo di immigrazione basato sul principio di rotazione e l’inizio di un lungo processo d’integrazione?
- Com’è cambiata la collettività italiana immigrata dagli anni Settanta ad oggi? Quali problemi dovettero affrontare?
- Quali sono le sue caratteristiche principali?

Al termine della relazione e degli interventi del pubblico seguirà un rinfresco.

08 settembre 2010

Mattmark ricorda!

Sabato 4 settembre sono salito come altre volte in passato al lago di Mattmark, attratto dalla bellezza dei luoghi, ma anche dalla storia di quella diga possente che trattiene nel lago artificiale oltre 100 milioni di metri cubi d’acqua, frutto, in parte, del lavoro italiano e segnato per sempre dalla tragedia che uccise 88 lavoratori di cui ben 56 italiani provenienti da 11 regioni d’Italia (Veneto, Calabria, Trentino, Friuli, Emilia, Abruzzo, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia, Molise). Quest’anno ci sono salito con una guida d’eccezione, Ilario Bagnariol, uno dei pochi sopravvissuti.
Mentre percorriamo la vallata che da Saas Almagell porta alla diga, Ilario mi indica a destra e a sinistra della strada dove erano situate baracche degli operai, le mense, le officine, la direzione generale dei lavori, le abitazioni dei lavoratori con famiglia, dove si trovava la strada allora, in quanto tempo la percorrevano per salire dagli alloggiamenti al cantiere sulla diga, ecc. Giunti quasi in cima all’attuale parcheggio delle automobili mi indica fin dove giungeva allora, 45 anni fa, il ghiacciaio, dov’era piazzato il cantiere, e dove lui si trovava al momento dello staccarsi micidiale del ghiacciaio. Si trattò, mi dice, di pochissimi attimi, ricorda però nitidamente che quella massa enorme di ghiaccio sembrava arrivargli addosso quando improvvisamente, a qualche decina di metri dal punto in cui si trovava col suo mezzo pesante, scontrandosi con la morena, cambiò direzione … e fu salvo.
Non riesco ad immaginare cosa può provare un sopravvissuto nel rivedere quei luoghi dove ha lavorato per alcuni anni, dove ha stretto amicizia con tanti immigrati come lui (perché quando si devono affrontare lavori difficili e pericolosi la solidarietà è un fatto spontaneo!), dove la morte gli è passata a pochi metri. So solo che Ilario, anche a distanza di 45 anni non dimentica mai i compagni di lavoro periti sotto la massa di ghiaccio, non prova più sensi di colpa per essere un sopravvissuto (per vent’anni non mise più piede da quelle parti!), si rende conto di essere una specie di miracolato e per questo non dimentica nulla ed è uno dei protagonisti delle annuali commemorazioni.

Il luogo della disgrazia
Giunti ai piedi della diga, dove numerosi «pellegrini» sono già pronti per la commemorazione religiosa, mi stacco dal gruppo per osservare dall’alto il paesaggio circostante, splendido, soprattutto in una giornata di sole come quella del 4 settembre di quest’anno. Mentre osservo l’enorme sbarramento in pietra e terra provo però un profondo senso di commozione sapendo quanta fatica, quanto sudore e quanto sangue è costato soprattutto ai lavoratori italiani che hanno contribuito a costruirlo tra il 1960 e il 1969. Poi il mio sguardo si fissa su quella che è oggi una enorme parete scoscesa di pietra e sulla quale, invece, si stendeva fino alle ore 17.30 del 30 agosto 1965 il ghiacciaio Allalin.
Resto per qualche tempo immobile, mentre i miei pensieri corrono. Sulla base di fotografie scattate prima della tragedia, di filmati d’epoca e delle testimonianze di alcuni sopravvissuti, cerco di immaginarmi la situazione di 45 anni fa. Il ghiacciaio che si estendeva alcune centinaia di metri più a valle, apparentemente tranquillo, centinaia di lavoratori che prelevavano dalle morene pietre e terra di riempimento della diga (occorrevano complessivamente circa 10 milioni e mezzo di metri cubi di materiale) e poche centinaia di metri sotto il ghiacciaio, su un pianoro, i baraccamenti del cantiere con alcuni magazzini, officine, dormitorio, mensa (gli alloggiamenti principali del personale e le grandi officine, come pure la direzione centrale erano situate a valle ad alcuni chilometri dalla diga). Tutto sembrava tranquillo, tant’è che Ilario Bagnariol avanzava come tutti i giorni col suo bulldozer verso la cresta della morena da cui si prelevava il materiale e l’ingegnere olandese Egbert Roosma stava per iniziare i controlli di routine.

Dubbi e certezze
In realtà, l’unica certezza era che centinaia di persone, per lo più immigrate, in quel momento o erano al lavoro o ancora riposavano perché avevano svolto il turno di notte e tutte, comunque, in quel cantiere cercavano di meritare un giusto salario per le esigenze della propria famiglia. Era invece incerta la tranquillità del ghiacciaio, come dimostrò fragorosamente e tragicamente alle 17.30 di quel lunedì 30 agosto 1965, forse irritato per i continui scoppi di mine o per le mutevoli condizioni del tempo o chi sa? per altre ragioni rimaste sconosciute o comunque non determinanti (anche ai giudici che dovettero pronunciarsi nei successivi processi). Era sicuramente incerta, la stabilità del ghiacciaio, anche per i responsabili del cantiere, tanto è vero che procedevano spesso a sondaggi e negli ultimi giorni prima della catastrofe un elicottero volteggiasse in continuazione lungo le propaggini del ghiacciaio.
I giudici scartarono qualsiasi responsabilità diretta dei responsabili del cantiere e non sta certo a chi scrive rifare processi o emettere sentenze. Qualche dubbio comunque resta, perché è difficile spiegare sia in termini comuni che in termini scientifici, che senza alcun segno premonitore possano sganciarsi improvvisamente e contemporaneamente da un ghiacciaio oltre un milione e mezzo di metri cubi di ghiaccio e detriti, producendo un boato udito a chilometri di distanza e distruggendo un cantiere sicuramente non sufficientemente protetto.
La tragedia, con o senza colpevoli, resta comunque per la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera una pagina triste, scritta col sangue. Fu anche una pagina importante per il futuro della collettività italiana, in quegli anni al centro di micidiali attacchi della destra xenofoba che ne chiedeva un drastico ridimensionamento. Data l’eco che la disgrazia di Mattmark ebbe su tutti i mezzi di comunicazione di massa, l’opinione pubblica svizzera si rese conto forse per la prima volta del significato non solo economico ma anche umano della popolazione immigrata. In realtà gli immigrati non portavano via lavoro e soldi agli svizzeri, non inquinavano la loro cultura, ma apportavano ricchezza, contribuivano col loro lavoro, con la loro fatica e talvolta col loro sangue al benessere della Svizzera. I movimenti xenofobi non indietreggiarono in seguito alla tragedia di Mattmark, ma sta di fatto che le loro idee non riuscirono mai a prevalere nell’opinione pubblica e nessuno mai escludere se e quanto possa aver influito sulla decisione di molti svizzeri di respingere negli anni successivi tutte le iniziative antistranieri.

La memoria di Mattmark
Sul posto, prima della cerimonia religiosa, anche altri sopravvissuti rievocano con una straordinaria nitidezza di particolari quel che videro e udirono e soprattutto lo strazio nel non vedere e non udire nemmeno un lamento di tanti amici e colleghi. Invano i superstiti andarono alla ricerca di eventuali feriti. Ne furono trovati pochissimi, la maggior parte era morta sotto diversi metri di ghiaccio e pietre.
Quest’anno, alla commemorazione delle 88 vittime, di cui 56 italiane, è intervenuta anche una folta delegazione di parenti e amici delle vittime bellunesi (ben 17), guidata dal vescovo della diocesi di Belluno-Feltre mons. Giuseppe Andrich. Presenti anche numerosi rappresentanti di associazioni, l’agente consolare Rossana Errico, il senatore G. Vaccari e l’on. F. Narducci.
Così ogni anno si perpetua il ricordo di quell’immane tragedia e si onorano, come vuole la dedica incisa sulla lapide ricordo apposta sulla roccia a loro dedicata, quei «morti sotto il ghiaccio / vivi nella memoria».

Giovanni Longu
Berna, 8.9.2010

01 settembre 2010

Via Berlusconi… e poi ?

In questa calda estate italiana anche la politica si è surriscaldata non solo per la litigiosità all’interno della maggioranza di governo e le polemiche riguardanti la terza carica dello Stato, ma anche e soprattutto per l’antiberlusconismo che approfittando della debolezza della maggioranza ha ripreso vigore. Le accuse al governo Berlusconi non si sono limitate a questo o quel provvedimento, ma hanno investito tutta la politica da esso perseguita. Ad alzare la voce sono stati soprattutto i leader dei due principali partiti d’opposizione, ossia Bersani del Partito democratico (PD) e Di Pietro dell’Italia dei Valori (IdV), che hanno gridato all’unisono «vogliamo cacciare via Berlusconi».
Il dissenso è il sale della politica e perciò guai se non ci fosse. Non solo legittima, quindi, la critica a Berlusconi e al suo governo, ma anche doverosa, perché anche in questo modo si contribuisce a correggerne eventuali errori, esitazioni, incapacità di risolvere i problemi del Paese e migliorarne le prestazioni. Con le critiche viscerali e grottesche di quest’estate, però, la critica politica è scaduta a furia distruttiva, a contestazione fine a sé stessa, a inganno mediatico, dimenticando ad esempio che grazie all’oculata politica del governo l’Italia si è comunque salvata da un disastro annunciato a causa della crisi finanziaria ed economica mondiale. Certo, i problemi da risolvere sono ancora moltissimi e non di poco conto, ma attenti a bloccare il processo riformatore in atto perché si rischia di peggiorare la situazione invece di sanarla.
Se per cambiare in meglio l’Italia bastasse far cadere il governo Berlusconi, sarei il primo a volerne la fine con un voto di sfiducia in Parlamento. Ma invocare semplicemente l’uscita di scena di Berlusconi («Vorrei un’Italia senza Berlusconi», Bersani) o chiedere una specie di sollevazione popolare alla Di Pietro per «cacciare via Berlusconi» senza contrapporgli alcun progetto politico realistico significa fare solo dell’antipolitica rabbiosa e inconsistente.
Già un’alleanza anti Berlusconi è irrealistica, perché persino all’interno del maggiore partito d’opposizione non sono pochi coloro che fanno osservare che per sfiduciare Berlusconi «sono essenziali Fini e Casini» (Enrico Letta), e non c’è dubbio che entrambi, per quanto antiberlusconiani, non entrerebbero mai in un’alleanza costruita unicamente «per mandare a casa Berlusconi». Inoltre, almeno Fini sa benissimo che è stato eletto all’interno della maggioranza di governo e l’elettorato mal sopporterebbe un tradimento del mandato ricevuto.

Non basta sognare… per governare!

Nella sinistra, colui che meglio sembra aver capito la situazione è forse Walter Veltroni, non tanto come ex leader, esautorato a suo tempo nel suo stesso partito per il fallimento del suo progetto politico, quanto come poeta visionario che spera si concluda rapidamente l’era Berlusconi e ne cominci un’altra senza di lui per avere finalmente «un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico». Veltroni dimentica che spesso l’ottimo (in teoria) che si vorrebbe è spesso nemico del bene (che si riesce a produrre).
Inoltre, la visione veltroniana della politica italiana sarebbe condivisibile se non fosse inficiata da un pregiudizio grossolano: sembrerebbe infatti che solo la sua parte politica sia detentrice di valori e progetti, mentre la parte avversa sarebbe solo dominata da «passioni tristi». Ciononostante, pur auspicando che l’attuale governo termini presto, sul metodo Veltroni si dimostra più avveduto di Bersani e Di Pietro, perché non crede in una sorta di «santa alleanza contro Berlusconi», ma rimane dell’idea che «le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica». Evidentemente anch’egli si rende conto che l’opposizione attuale non è pronta per l’alternativa perché non ha un progetto politico credibile. E in ogni caso, per essere avvalorato dovrebbe passare al vaglio degli elettori, gli unici, in democrazia, a decidere pagelle di merito e demerito.

Alcune domande

Date queste premesse, alcune domande mi sorgono spontanee. Non sarebbe preferibile, invece di sprecare enormi energie e ingiustificate perdite di tempo, lasciare che il governo legittimo in carica realizzi il suo programma, che può non piacere a Bersani, a Di Pietro, a Veltroni e compagni, ma che sembra ancora piacere alla maggioranza del popolo italiano? Il ruolo delle opposizioni è davvero quello di azzoppare e mandare a casa i governi legittimi in carica o piuttosto quello di contribuire anch’esse, con critiche e proposte, alla soluzione dei problemi del Paese? E infine, non è davvero segno di arroganza, ergersi così facilmente a giudici persino dell’intelligenza o della buona fede di chi ha votato Berlusconi?
Tra i molti detrattori di Berlusconi e del suo governo, non sono da meno alcuni deputati e senatori eletti all’estero. Recentemente l’on. Razzi, eletto proprio in Svizzera, oltre a darsi lo slogan «mai più Berlusconi e chi per esso», ha detto di vergognarsi «di quanto si dice all’estero sul conto degli italiani, del PdL e del suo capo». Forse Razzi e compagni dovrebbero chiedersi, onestamente, quanta parte di responsabilità hanno essi stessi in questa immagine negativa del governo italiano e dell’Italia, visto che non fanno altro che denigrare tutto quanto il governo fa o non fa, dimenticandosi che ogni realtà a ben vedere ha almeno due facce.

Giovanni Longu

Quarant’anni di immigrazione italiana in Svizzera

La memoria, coniugata col presente, dà un senso al passato e anticipa il futuro. In questo contesto, il Gruppo promotore dell’ASIB (Associazione Serate Italiane a Berna) organizza per sabato 18 settembre 2010 una conferenza sul tema: «1970-2010: com’è cambiata l’immigrazione italiana in Svizzera». In un arco di tempo relativamente lungo, ma anche vicino, è possibile misurare i numerosi cambiamenti che hanno interessato la collettività italiana in Svizzera. Confrontando la situazione di quarant’anni fa con quella di adesso sarà facile capire non solo quanta strada ha percorso la collettività italiana verso la piena integrazione, ma anche a che prezzo sono state pagate le conquiste di oggi, di cui beneficiano soprattutto le seconde e terze generazioni, ma anche le prime che hanno deciso di invecchiare in questa che per molti è divenuta la seconda Patria.

Le «Serate italiane a Berna» sono una scommessa dall’esito incerto. Lo scopo è quello di valorizzare il più possibile l’elemento «svizzero-italiano» presente in questo Paese e particolarmente nella regione di Berna. L’italianità è una caratteristica molto diffusa e la si ritrova non solo tra gli italofoni, ma in numerosi settori della vita, dalla moda alla cucina, dalla musica al teatro, dalla letteratura all’arte, dalla politica all’economia e più in generale, nel senso della vita, del lavoro, della famiglia, delle relazioni umane, del futuro. Gli organizzatori si augurano che le Serate italiane incontrino l’interesse del pubblico italofono bernese.

Giovanni Longu

19 agosto 2010

Aigues-Mortes come Berna e Zurigo, luoghi della memoria storica dell’emigrazione italiana

La cittadina francese della Camargue Aigues-Mortes (chiamata dagli antichi Romani «Aquae Mortuae» perché situata in un’ampia zona paludosa) è forse più nota a molti italiani come meta turistica estiva, che come borgo medievale fortificato da maestranze genovesi e da cui partirono ben due crociate e ancor meno come un luogo della memoria storica dell’emigrazione italiana in Francia.
Per chi non vuol dimenticare che gli italiani sono stati un popolo di migranti e che la vita da emigrato era continuamente a rischio, Aigues-Mortes ricorda una delle pagine più tristi della storia dell’emigrazione italiana, scritta col sangue nel mese di agosto di 117 anni fa.
Sul finire del XIX secolo dall’Italia si partiva in massa, soprattutto verso le Americhe e, nella buona stagione, verso alcuni Paesi europei, specialmente Francia e Svizzera, dove erano diffusi i lavori stagionali. In Svizzera erano soprattutto lavori di genio civile per la costruzione delle ferrovie, in Francia i lavori dell’agricoltura, dell’edilizia e altri.
Quando il lavoro era abbondante e ben retribuito c’era posto per tutti. Quando invece scarseggiava e i padroni tiravano giù le paghe il cosiddetto fronte operaio rischiava di rompersi e la solidarietà operaia predicata dai socialisti di scomparire. Ciò accadde spesso, sia in Francia che in Svizzera, dove si produssero anche episodi di estrema violenza.
In Francia, l’episodio più clamoroso accadde il 19 agosto 1893, quando nelle saline di Aigues-Mortes, la conflittualità latente tra operai italiani e francesi per questioni di produttività (lavoro a cottimo) e salari degenerò in una vera e propria aggressione fisica che lasciò sul terreno, secondo fonti ufficiali, 9 morti tutti italiani (molti di più secondo fonti giornalistiche). 
I francesi erano esasperati dal fatto che la Compagnie des salines di Peccais, in Camargue, aveva fatto arrivare dall’Italia circa seicento operai italiani e lasciato a casa altrettanti francesi. Per vendicarsi dell’affronto subito, una banda inferocita di diverse centinaia di persone si scatenò contro gli italiani, «colpevoli» di aver accettato di lavorare al loro posto, a cottimo e a una paga inferiore. 
L’eco di quella aggressione si diffuse in tutta Europa, ma soprattutto in Francia e in Italia, i cui rapporti diplomatici già tesi rischiarono di deteriorarsi. Da entrambe le parti si capì che bisognava rompere subito la spirale della violenza. Alla vibrata protesta dell’ambasciatore italiano, il governo francese rispose assicurando che sarebbe stata fatta la massima chiarezza sull’accaduto e che le famiglie delle vittime sarebbero state prontamente indennizzate. Per diverso tempo, tuttavia, il clima contro gli italiani restò teso. Nella regione di Aigues-Mortes si arrivò perfino a organizzare una petizione (poi respinta!) affinché fosse impedito alle imprese francesi di assumere non più del 10 per cento di operai stranieri. Una sorta di iniziativa popolare per contingentare l’afflusso di manodopera estera, anticipando di quasi settant’anni le iniziative antistranieri di Schwarzenbach e degli estremisti di destra svizzeri.
Dal 1893 ad oggi sono passati ben 117 anni e la memoria di quel triste episodio è affidata quasi unicamente ai libri di storia e agli archivi dei giornali dell’epoca. Credo perciò che sia stata una lodevole iniziativa di storici e rappresentanti istituzionali francesi e italiani l’aver organizzato il 24 luglio scorso a Grimaldi di Ventimiglia una «Giornata italo-francese di riconciliazione della memoria» sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. 
In quell’epoca, gli episodi di violenza contro gli italiani erano all’ordine del giorno anche in Svizzera, sebbene non abbiano mai raggiunto l’efferatezza di quelli avvenuti nel sud della Francia. Alcuni di essi, in particolare uno a Berna, proprio nello stesso anno 1893, e uno a Zurigo, nel 1896, sono passati alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera come «Italiener-Krawall» (tumulti degli italiani), benché gli italiani fossero solo vittime e non aggressori.
Quello di Berna (19.6.1893) scoppiò tra gli operai edili per motivi salariali. Per ragioni di convenienza economica, un imprenditore aveva preferito gli italiani (che avrebbe potuto rimandare facilmente al proprio Paese in caso di disaccordi o proteste) agli svizzeri che erano meglio organizzati e pretendevano di più. Agli svizzeri sembrò uno sgarbo imperdonabile e attaccarono in massa gli italiani. Ne nacque una rissa furibonda, sedata solo dall’intervento della polizia e dell’esercito con decine di arresti.
Ben più grave fu il tumulto verificatosi tre anni più tardi a Zurigo. La goccia che fece traboccare il vaso fu un episodio criminoso: durante una rissa un immigrato italiano aveva ucciso a coltellate un compagno alsaziano che l’aveva insultato e provocato. In breve tempo si sparse la voce che ancora una volta un italiano aveva fatto uso del suo micidiale coltello e la massa degli antitaliani zurighesi sembrò che non aspettasse altro per mettere a ferro e fuoco tutto quanto sapeva di italiano. Così la notte del 26 luglio 1896 fu data una vera e propria caccia al «Tschingg» (uno dei numerosi termini dispregiativi con cui s’indicavano gli italiani). In pochissime ore vennero devastati ventidue locali d’italiani tra abitazioni, ritrovi, negozi, ristoranti situati in diverse zone della città. Per sedare il tumulto dovette intervenire l’esercito con la fanteria e la cavalleria. Per fortuna non ci furono morti. Gli italiani avevano dovuto abbandonare in massa la città.
Gli studiosi s’interrogano ancora oggi quali siano state le vere cause scatenanti non tanto dei disordini quanto piuttosto dell’odio verso gli italiani. Spesso si crede di individuare la causa principe nella xenofobia. Per altri si è trattato di episodi di una tipica guerra tra poveri. Difficile negare un po’ di ragione agli uni e agli altri. In realtà le cause vanno ricercate nel clima sociale e culturale degli ambienti coinvolti, in cui erano spesso carenti il senso della legalità e soprattutto la cultura del rispetto e della tolleranza reciproca. 
Berna, 19.8.2010

18 agosto 2010

Serate italiane a Berna


Alcune iniziative, organizzate a Berna nell’arco degli ultimi dodici mesi a livello istituzionale e privato, hanno cercato di mettere in evidenza una delle componenti fondamentali della società svizzera: l’italianità. Al riguardo, tuttavia, non si fa ancora abbastanza sia quantitativamente che qualitativamente. Le iniziative, soprattutto quelle incentrate su contenuti squisitamente culturali, sono poche e per lo più destinate a un pubblico scelto, i soliti addetti ai lavori. Mancano, tra organizzatori, soprattutto le sinergie che il tema meriterebbe.
Tra i promotori si distinguono alcune istituzioni svizzere (Cancelleria federale, Deputazione ticinese alle Camere federali, Biblioteca nazionale, Seminario d’italiano del’università di Berna), alcune istituzioni italiane (Ambasciata d’Italia, Cancelleria consolare, Centro Studi Italiani) e alcune associazioni che possono ancora contare su un certo numero, ormai non grande, di soci interessati (Comitato cittadino d’intesa, Pro Ticino, Pro Grigioni Italiano, Società Dante Alighieri, Missione cattolica italiana).
Da alcuni mesi è all’opera un gruppo di lavoro che intende costituire entro la fine dell’anno un’associazione con lo scopo preciso di organizzare periodicamente nell’ambito di Berna e regione manifestazioni culturali in grado di interessare un vasto pubblico di italofoni. La principale caratteristica di questa associazione, derivante direttamente dallo scopo per cui sta nascendo, sarà quella di mettere in evidenza, attraverso quattro o cinque «serate italiane» l’anno, la ricchezza storica, culturale e linguistica della componente «italiana» in Svizzera. Un’altra caratteristica fondamentale sarà quella di essere mista, in modo che rappresenti equamente almeno le due componenti italofone fondamentali, quella ticinese e quella di origine italiana.
Il perimetro di attività dell’associazione sarà inizialmente limitato a Berna (e per questo si è pensato alla denominazione provvisoria di Associazione serate italiane a Berna – ASIB) per ragioni organizzative, ma anche per motivi ideali. Berna è infatti non solo la capitale federale, garante della Svizzera pluriculturale e plurilingue, ma anche un potenziale centro d’irradiazione culturale per la presenza delle massime autorità federali e della massima rappresentanza diplomatica italiana, di numerose associazioni italofone e di una numerosa popolazione italofona.

Attività previste per quest’anno
Le prime «serate italiane» saranno organizzate già quest’anno nella sede della Casa d’Italia di Berna. Gli interessati possono annotarsi fin d’ora le date.
La prima serata (conferenza e dibattito), il 18 settembre 2010, avrà come tema: 1970-2010: Com’è cambiata l’immigrazione italiana in Svizzera. La relazione cercherà di rispondere anche con dati statistici alle domande seguenti: Come eravamo ai tempi dell’iniziativa Schwarzenbach? Come siamo? Quali sono state le ragioni principali del cambiamento?
La seconda serata (tavola rotonda e dibattito), il 15 novembre 2010, cercherà di analizzare i Rapporti tra ticinesi e italiani fuori del Ticino lungo tutto l’arco dell’immigrazione «ufficiale» italiana in Svizzera, quando anche molti ticinesi emigravano oltre il San Gottardo. I partecipanti alla tavola rotonda cercheranno di mettere in evidenza i motivi di unità e di conflittualità tra i due grandi gruppi di italofoni e a quali condizioni è possibile oggi trovare un denominatore comune per contribuire insieme alla valorizzazione della componente più latina, umanistica e italiana della Svizzera.
Maggiori dettagli sugli orari e sui temi delle due manifestazioni seguiranno in tempo utile.
Giovanni Longu

L’Italia e i veleni d’agosto

Non intendo entrare nel merito delle controversie che stanno logorando la maggioranza parlamentare italiana, perché sarebbe troppo facile riesumare il pensiero manzoniano dei Promessi Sposi, secondo cui la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Ad un osservatore lontano dalla scena politica italiana, perché vive in Svizzera, non può tuttavia sfuggire che l’intera classe politica italiana non sta dando una bella immagine di sé, sia la parte che costituisce (ancora) la maggioranza e sia la parte avversa. Tant’è che, con un giudizio purtroppo sommario espresso da un lettore di un quotidiano ticinese, la situazione italiana appare a molti come di una «Italia allo sfascio».
Evidentemente l’Italia nel suo complesso ha mille risorse e sicuramente in una sorta di contabilità ideale gli attivi superano abbondantemente i passivi, ma non altrettanto credo si possa dire per la classe politica, sempre più casta e sempre meno servizio pubblico. Rincresce soprattutto che a prevalere siano soprattutto interessi di parte e una concezione opportunistica e individualistica della politica da parte di troppi galletti che riescono con le loro polemiche spesso pretestuose e i loro comportamenti a spargere veleni e oscurare quel bene che Parlamento, Governo e Magistratura riescono ancora a produrre. Non c’è dubbio, infatti, che anche solo riuscire a tenere in piedi un Paese schiacciato da un enorme debito pubblico e attraversato da mille pericoli rappresenta un buon risultato da non minimizzare.
Purtroppo, in Italia, certi politici sembrano incarnare solo una funzione disfattista e, privi di un sano equilibrio e incapaci di riconoscere quel po’ di bene che riesce a realizzare l’avversario, pur di vederlo finir male sono disposti persino a stringere alleanze col diavolo. Per giustificare le loro sfrenate ambizioni personali e anestetizzare la loro cattiva coscienza, molti politici si appellano a un senso di legalità e moralità che apparterrebbe a loro ma non agli avversari. Sono a mio parere cattivi politici perché indossando le vesti del magistrato (che magari anni addietro avevano appeso al chiodo) o addirittura le vesti del prete e del moralista usurpano funzioni che a loro non competono e dimenticano, anzi tradiscono, quella che dovrebbe essere la loro funzione principale: collaborare perché le istituzioni rispondano al meglio alle esigenze della società.

Rispetto della volontà popolare
Molti politici dimenticano anche che sono stati eletti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ossia per contribuire alla soluzione dei problemi del Paese e non per mettere continuamente i bastoni fra le ruote o addirittura per cercare di rovesciare con ogni mezzo il governo in carica. Questo non vuol dire che un gruppo parlamentare o l’intera opposizione non possa cercare di sostituire l’attuale governo con un altro ritenuto più idoneo. La Costituzione non lo esclude, come non esclude che un parlamentare eletto in uno schieramento possa passare in un altro. Infatti «ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (art. 67). Sotto questo profilo dunque non è affatto scandaloso ipotizzare in Parlamento una maggioranza diversa da quella attuale.
D’altra parte, non dovrebbe apparire scandaloso nemmeno ipotizzare il ricorso a nuove elezioni qualora l’attuale maggioranza dovesse venir meno. Non va infatti dimenticato che gli elettori non hanno eletto semplicemente singole persone da inviare in Parlamento, ma hanno scelto al tempo stesso schieramenti antagonisti e alternativi sul piano dei programmi di governo. Qualunque cambio di maggioranza che dovesse stravolgere anche i programmi di governo sanciti dai cittadini col voto libero e democratico non sarebbe accettabile perché a mio modo di vedere violerebbe il principio della sovranità popolare sancito all’articolo 1 della Costituzione.
Coloro che dalla mattina alla sera si riempiono la bocca appellandosi al bene comune per autogiustificare la propria mania di grandezza non si rendono conto (ma gli elettori dovrebbero tenerlo a mente al momento opportuno) che stanno tradendo letteralmente la volontà popolare che con le elezioni ha voluto una maggioranza e un governo per l’intera legislatura. Il rischio di dittatura in un Paese democratico non viene da chi si mantiene dentro il mandato ricevuto dagli elettori, ma da chi pretende di sostituirlo con un altro confezionato nelle cucine dei partiti o dei poteri forti.
Per una composizione delle attuali diatribe all’interno della maggioranza e tra questa e l’opposizione non vedo altra soluzione che quella di riferirsi prima ancora che alla Costituzione alla volontà popolare espressa con le elezioni politiche. In una democrazia compiuta questa volontà va considerata sacra e inviolabile e chiunque la violi, con pretese non previste né nell’elezione né nella Costituzione, dovrebbe essere privato del mandato di rappresentanza ricevuto.
Giovanni Longu

04 agosto 2010

Aigues-Mortes come Berna e Zurigo nella guerra tra poveri

Per chi non vuol dimenticare che gli italiani sono stati un popolo di migranti e che la vita da emigrato era continuamente a rischio è bene ricordare una delle pagine più tristi della storia dell’emigrazione italiana, scritta col sangue nel mese di agosto di 117 anni fa in Francia.
Sul finire del XIX secolo dall’Italia si partiva in massa, soprattutto verso le Americhe e, nella buona stagione, verso alcuni Paesi europei, specialmente Francia e Svizzera, dove erano diffusi i lavori stagionali. In Svizzera erano soprattutto lavori di genio civile per la costruzione delle ferrovie, in Francia i lavori dell’agricoltura, dell’edilizia e altri.
Quando il lavoro era abbondante e ben retribuito c’era posto per tutti. Quando invece scarseggiava e i padroni tiravano giù le paghe il cosiddetto fronte operaio rischiava continuamente di rompersi e la solidarietà operaia predicata dai socialisti di scomparire. Ciò accadde spesso, sia in Francia che in Svizzera, dove si produssero anche episodi di estrema violenza.
Per alcuni studiosi questi episodi, soprattutto i più gravi, erano la manifestazione violenta di una xenofobia diffusa nei confronti degli italiani, per altri erano eccessi clamorosi di una guerra tra poveri. Non c’è dubbio che gli italiani, per i loro comportamenti rissosi e violenti e per il degrado che caratterizzava spesso il loro modo di vivere, ma soprattutto per la loro disponibilità ad accettare senza opporvisi le condizioni di lavoro e di salario imposte dai datori di lavoro, erano spesso malvisti e disprezzati dagli operai indigeni. Per questa ragione uno studioso ha parlato anche di una «xenofobia operaia». E’ tuttavia significativo che la violenza si manifestava soprattutto nei periodi in cui c’era crisi di lavoro e una situazione sociale tesa. Occorre anche aggiungere che spesso a rompere il fronte operaio intervenivano gli stessi datori di lavoro (interessati a reprimere sul nascere le richieste dei lavoratori indigeni) e numerosi agitatori esterni (interessati più alla lotta di classe che alla solidarietà operaia).

In Francia: Aigues-Mortes
L’episodio più clamoroso accadde nel 1893 nel mese di agosto, quando nelle saline di Aigues-Mortes, una cittadina della Camargue, nella Francia meridionale, la conflittualità latente tra operai italiani e francesi per questioni di produttività (lavoro a cottimo) e salari degenerò in una vera e propria aggressione fisica che lasciò sul terreno, secondo fonti ufficiali, 9 morti tutti italiani (molti di più secondo fonti giornalistiche).
L’aggressione degli operai francesi a quelli italiani era cominciata subito dopo il Ferragosto del 1893 a Aigues-Mortes, ma si trasformò in un vero e proprio eccidio la mattina del 19 agosto. Bisogna dire che i francesi erano esasperati dal fatto che la Compagnie des salines di Peccais, in Camargue, aveva fatto arrivare dall’Italia circa seicento operai italiani e lasciato a casa altrettanti di loro. Per vendicarsi dell’affronto subito, una banda inferocita di diverse centinaia di persone si scatenò contro il bersaglio più facile, gli italiani che avevano accettato di lavorare al loro posto, a cottimo e a una paga inferiore.). Molti riuscirono a salvarsi fuggendo nelle campagne, altri in abitazioni private, altri in luoghi pubblici difesi dalla polizia e dall’esercito intervenuti per sedare i disordini. Per una decina di italiani non ci fu scampo e rimasero morti sul terreno.
L’eco di quella aggressione si diffuse in tutta Europa, ma soprattutto in Francia e in Italia, i cui rapporti diplomatici erano già tesi e rischiarono di deteriorarsi ulteriormente. In Francia si moltiplicarono gli episodi di avversione alla presenza di così tanti italiani soprattutto nei cantieri e in alcune industrie. In Italia la protesta antifrancese sfociò in numerosi disordini con svariati tentativi di danneggiare le principali sedi istituzionali della Francia.
Da entrambe le parti si capì che bisognava rompere subito la spirale della violenza. Alla vibrata protesta dell’ambasciatore italiano, il governo francese rispose assicurando che sarebbe stata fatta la massima chiarezza sull’accaduto e che le famiglie delle vittime sarebbero state prontamente indennizzate. Anche il governo italiano dovette assicurare che sarebbe stata fatta chiarezza sulle responsabilità dei disordini e sarebbero stati colpiti gli organizzatori. Quasi a simboleggiare la buona volontà dei due parti, a Aigues-Mortes fu sospeso dalle sue funzioni il sindaco e a Roma fu sospeso il questore.
Per diverso tempo sia in Francia che in Italia l’ambiente sociale restò teso. Nella regione di Aigues-Mortes si arrivò perfino a organizzare una petizione (poi respinta!) affinché fosse impedito alle imprese francesi di assumere non più del 10 per cento di operai stranieri. Una sorta di iniziativa popolare per contingentare l’afflusso di manodopera estera, anticipando di quasi settant’anni le iniziative antistranieri di Schwarzenbach e degli estremisti di destra svizzeri.
Dal 1893 ad oggi sono passati ben 117 anni e la memoria di quel triste episodio è affidata quasi unicamente ai libri di storia e agli archivi dei giornali dell’epoca. Eppure ritengo utile o addirittura doveroso rievocare anche episodi apparentemente così lontani, se possono aiutare a gestire meglio l’attualità. Credo perciò che sia stata una lodevole iniziativa di storici e rappresentanti istituzionali francesi e italiani l’aver organizzato il 24 luglio scorso a Grimaldi di Ventimiglia una «Giornata italo-francese di riconciliazione della memoria» sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

In Svizzera: Berna e Zurigo
Episodi di violenza contro italiani erano all’ordine del giorno sul finire dell’Ottocento anche in Svizzera, sebbene non abbiano mai raggiunto l’efferatezza di quelli avvenuti nel sud della Francia. Alcuni di essi sono passati alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, in particolare uno a Berna, proprio nello stesso anno 1893, e uno a Zurigo, nel 1896. Benché non siano stati provocati dagli italiani, sono stati tramandati come «Italiener-Krawall», i tumulti degli italiani.
Quello di Berna, noto anche come Käfigturm-Krawall (19.6.1893) scoppiò tra gli operai edili per motivi salariali. Sempre per ragioni di convenienza economica, un imprenditore aveva preferito gli italiani (che avrebbe potuto rimandare facilmente al proprio Paese in caso di disaccordi o proteste) agli svizzeri che erano meglio organizzati e pretendevano di più. Agli svizzeri sembrò uno sgarbo imperdonabile e attaccarono gli italiani, rei di aver accettato condizioni di lavoro e di salario inferiori a quelle ritenute giuste dagli svizzero-tedeschi. Ne nacque una rissa furibonda, seguita dall’intervento della polizia e l’incarcerazione di alcuni dei litiganti, che la massa dei dimostranti cercò poi di liberare con la forza. Per i tumulti di Berna ci furono 75 imputati e 9 operai in carcere preventivo per quasi un anno, ma nessun morto.
Ben più grave fu il tumulto (Italiener-Krawall) verificatosi tre anni più tardi a Zurigo. La goccia che fece traboccare il vaso fu un episodio criminoso: durante una rissa un immigrato italiano aveva ucciso a coltellate un compagno alsaziano che l’aveva insultato e provocato. In breve tempo si sparse la voce che ancora una volta un italiano aveva fatto uso del suo micidiale coltello e la massa degli antitaliani zurighesi sembrò che non aspettasse altro per mettere a ferro e fuoco tutto quanto sapeva di italiano. Così la notte del 26 luglio 1896 fu data una vera e propria caccia al Tschingg (uno dei numerosi termini dispregiativi con cui s’indicavano gli italiani). In pochissime ore vennero devastati ventidue locali d’italiani tra abitazioni, ritrovi, negozi, ristoranti situati in diverse zone della città, soprattutto nel quartiere operaio Aussersihl, abitato prevalentemente da italiani. Per sedare il tumulto dovette intervenire l’esercito con la fanteria e la cavalleria. Anche in questa occasione, tuttavia, non ci furono morti.
Gli studiosi s’interrogano ancora oggi quali siano state le vere cause scatenanti non tanto dei disordini quanto piuttosto dell’odio verso gli italiani, ma credo che anche solo tentare di dare una risposta richiederebbe un tempo e uno spazio ben più ampi di quelli disponibili. Quel che si può senz’altro affermare è che le cause sono state sicuramente tante e, sia ben chiaro, non tutte attribuibili a una sola parte. Spesso si crede di individuare la radice del male utilizzando un termine che andrebbe a sua volta compreso e spiegato: la xenofobia. Anche la xenofobia ha infatti sicuramente più di una causa.

In conclusione
Si tratta di episodi irripetibili? E’ probabile che episodi del genere non si verifichino più nei Paesi d’immigrazione, ma non si può negare che episodi simili sia pure meno violenti o senza vittime capitano ancora perché spesso non ci si rende conto che alla base di ogni comportamento civile dev’esserci il senso della legalità e la cultura del rispetto e della tolleranza reciproca.
Giovanni Longu
Berna, 4.8.2010

22 luglio 2010

Crocifisso contro laicità?

Il 30 giugno scorso la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha ascoltato le parti riguardo al ricorso dell’Italia contro la sentenza della stessa Corte di togliere i crocefissi dalle aule scolastiche.
In primo grado, la Corte aveva stabilito il 3 novembre 2009 che il crocifisso nelle aule è «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione», imponendo all'Italia un risarcimento di 5.000 euro per danni morali.

Ho seguito il dibattito del 30 giugno scorso e, prescindendo dalle questioni eminentemente giuridiche, ho notato che tutti gli interventi ruotavano praticamente attorno a concetti astratti con risvolti evidentemente pratici quali «laicità», «tolleranza», «ambiente neutro e pluralistico», «libertà religiosa», «libertà di coscienza» e altri ancora. Per la parte avversa allo Stato italiano, ad esempio, l’esposizione del crocifisso quale simbolo religioso in un luogo pubblico (ad esempio un’aula scolastica) violerebbe il principio costituzionale della «laicità» dello Stato. Inoltre, la semplice presenza del crocifisso in un’aula scolastica costituirebbe un attentato alla «libertà di coscienza» e al diritto del singolo di ricevere una formazione conforme alle sue «convinzioni religiose e filosofiche». Ovviamente, per il difensore dell’Italia la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non viola alcuno dei concetti summenzionati, purché ci s’intenda sul loro significato.
Laicità e tolleranza?
In effetti, a mio parere, tutta la questione sta nel significato che si dà alle parole chiave riportate. Infatti «laicità» può essere tanto una sana e persino ovvia separazione del potere civile dal potere religioso, ma anche «laicismo», come atteggiamento che propugna non solo la separazione tra Stato e Chiesa, ma anche l’eliminazione nella sfera civile pubblica di qualsiasi anche solo apparente commistione tra i due poteri. Senza dire che certe forme di «laicismo» tradiscono un vero e proprio anticlericalismo illiberale e persino un ateismo mascherato. «Tolleranza» è l’atteggiamento tipico di una società pluriculturale in cui gli individui si accettano e rispettano come persone indipendentemente dalle idee e convinzioni religiose o filosofiche che sostengono e manifestano. La tolleranza tuttavia non può essere spinta al punto da esigere la rinuncia alla libertà di manifestare apertamente le proprie idee e la propria credenza. Significherebbe esigere la rinuncia alla propria identità.
Nelle argomentazioni della parte avversa allo Stato italiano, credo che le motivazioni della «laicità» e della «tolleranza» siano inaccettabili perché fanno riferimento a significati eccessivi e negativi, ma soprattutto perché senza fondamento. Credo che sia difficile per chiunque dimostrare che per la semplice presenza nelle aule scolastiche del crocifisso lo Stato italiano intenda subdolamente «indottrinare» gli allievi che la frequentano. Pertanto tale presenza non viola a mio modo di vedere la «laicità» dello Stato italiano. Se l’esposizione in luogo pubblico del crocifisso non comporta alcun indottrinamento diretto o alcuna violenza indiretta alle idee e ai sentimenti religiosi o filosofici degli allievi, non vedo come si possa ritenere fondata l’accusa della parte avversa di considerare l’aula scolastica con crocifisso un «ambiente negativo» per lo sviluppo delle idee religiose o filosofiche degli allievi.
L’accusa poi di «mancanza di tolleranza» per il fatto che in un’aula è esposto il simbolo religioso della maggioranza credo che meriti qualche riflessione. Ovviamente l’aula scolastica, che dev’essere aperta a tutti senza restrizioni, deve cercare di garantire un ambiente neutro, pluralistico e aconfessionale. Se la presenza di un simbolo religioso dovesse creare problemi di natura psicologica e comportamentale (da provare!) mi pare giudizioso che se ne debba discutere nella sede opportuna. Invocare invece la via giudiziaria mi sembra la scelta sbagliata, anche perché si rischia l’assurdo.
Domande alla Grande Chambre
Nella vertenza in questione, la parte avversa (un solo genitore, nemmeno entrambi i genitori di due allievi) sostiene che voler mantenere il crocifisso nell’aula, come deciso a stragrande maggioranza dal consiglio d’istituto, significa una vera e propria «tirannia della maggioranza». A questo punto la domanda sorge spontanea: e come si configurerebbe la situazione se la richiesta della esigua minoranza s’imponesse contro la volontà manifesta della maggioranza? Detto altrimenti: come potrebbe il diritto dei non credenti di non credere costringere i credenti a rinunciare ai loro diritti di manifestare il proprio credo?
Rispondere a queste e simili domande non sarà facile per la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, anche perché nella vertenza sono intervenuti una decina di Stati del Consiglio d’Europa, che si sono opposti alla decisione originaria sostenendo l’Italia, e la sentenza, attesa entro la fine dell’anno, non potrà riguardare solo lo Stato italiano.
Il ricorso alla Corte europea di Strasburgo, pur ritenendolo sostanzialmente infondato, credo che avrà una grande importanza sul piano della riflessione individuale e collettiva. Occorre infatti che non solo gli italiani, ma gli europei in generale, riconsiderino la loro «semenza», per usare un termine dantesco, fatta di tante cellule ma sicuramente anche di quella cristiana.
Percorrendo recentemente una regione meridionale della Germania, la Foresta Nera, ho avuto la sensazione di trovarmi in un Paese che questa riflessione l’ha già fatta. L’intero territorio, tutte le città, i villaggi e anche i piccoli insediamenti sono marcati da quel simbolo che si vorrebbe espellere dalle aule scolastiche, la croce. Una miriade di chiese, monasteri, cappelle generalmente in ottimo stato segnalano la presenza viva sul territorio di una religiosità che ha radici profonde e sa convivere pienamente con la modernità. Evidentemente, religiosità e laicità non stanno in contraddizione e la tolleranza vera si esprime rispettando tutti, quelli che hanno simboli e vogliono mantenerli e quelli che non ne hanno e non vogliono averne.
Giovanni Longu
Berna, 21.07.2010

21 luglio 2010

Per un’intesa forte in difesa dell’italiano in Svizzera

Con l’approvazione della legge sulle lingue e della relativa ordinanza d’applicazione sono ora disponibili gli strumenti giuridici necessari per poter intervenire a sostegno e a promozione del plurilinguismo soprattutto all’interno dell’Amministrazione federale. Ma al di fuori di essa, cosa ne sarà soprattutto delle lingue minoritarie e specialmente dell’italiano?
Il delegato federale al plurilinguismo
Il 1° luglio è entrata in vigore la tanto attesa ordinanza sulle lingue. E’ stata fortemente voluta soprattutto dalla Deputazione ticinese alle Camere federali. Sarebbe tuttavia un errore pensare che il suo compito sia finito con l’approvazione della legge e relativa ordinanza e con la consegna alla Cancelliera della Confederazione, il 1° giugno, di un «Manifesto per il plurilinguismo nell’Amministrazione federale». Al contrario, il lavoro serio e costante comincia solo ora. Sta infatti soprattutto alla Deputazione vigilare e controllare che la legge e l’ordinanza vengano applicate correttamente, almeno per quel che riguarda l’italiano.
E’ vero che l’ordinanza prevede, ad esempio, che gli italofoni nell’Amministrazione federale siano almeno il 7 per cento e che spetta al delegato al plurilinguismo «raccogliere informazioni e riferire sulla rappresentanza delle comunità linguistiche e sullo sviluppo del plurilinguismo nell’Amministrazione federale», ma sta alla Deputazione vigilare e, se il caso, intervenire con gli strumenti parlamentari adeguati.
L’ombudsman richiesto dalla Deputazione non è stato concesso, se non con competenze limitate, in quanto il delegato non ha alcun potere vero di mediazione, d’investigazione e d’intervento. Si deve tuttavia dare ampia fiducia al delegato Vasco Dumartheray, in carica dal 1° luglio, perché conosce nei dettagli l’Amministrazione federale, vive già in famiglia il plurilinguismo (ha origini svizzere, brasiliane e francesi ed è sposato con una ticinese) e saprà quanto meno vigilare sull’applicazione delle quote fissate dal governo per i germanofoni (70%), i francofoni (22%), gli italofoni (7%) e i romanci (1%). Vero è che il suo compito non sarà facile perché oltre alla semplice vigilanza (cosa di per sé non da poco) dovrà occuparsi anche della promozione del plurilinguismo e soprattutto delle lingue minoritarie.
Mi auguro, ad esempio, che per migliorare la situazione non si metta tanto l’accento sull’aumento della traduzione italiana quanto sull’aumento del numero dei quadri italofoni da inserire nei vari uffici.
Credo anche che il delegato al plurilinguismo possa (o debba?) esprimersi pure sulla rappresentanza italofona in Consiglio federale ogniqualvolta se ne presenti l’occasione. E prossimamente ce ne sarà più d’una. Lo farà, o qualcuno gli obietterà che la questione non rientra nelle sue competenze? Eppure, nell’opinione pubblica italofona, si sente la mancanza (ingiustificata) di un rappresentante italofono nel governo federale.
Chi difenderà l’italiano in Svizzera?
In Svizzera, al di fuori del Ticino, l’italiano è in forte crisi, come ampiamente dimostrato dalle statistiche, dal progetto di ricerca sul plurilinguismo del Fondo nazionale PNR 56. Nelle scuole di secondo grado e nelle università i corsi d’italiano e i relativi partecipanti continuano a diminuire. Lo Stato italiano, come noto, riduce sempre più incisivamente i suoi interventi nel settore dei corsi e della promozione della lingua e della cultura italiane. E’ possibile rallentare questo declino?
Non c’è dubbio che di fronte a una situazione che appare irrimediabile il pessimismo è persino ovvio. Eppure c’è ancora spazio per un moderato ottimismo. L’italiano in Svizzera non può essere dato per tramontato perché a sud della Svizzera c’è un grande Cantone solidamente italofono e, a quanto sembra, deciso a contare maggiormente a Berna.
Tra i parlamentari del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati sono numerosi quelli italofoni (o sensibili alla lingua e alla cultura italiane) interessati a un rafforzamento della presenza dell’italiano come lingua nazionale e ufficiale dell’intera Confederazione. Credo che un loro coinvolgimento diretto nella problematica dell’italianità in Svizzera possa risultare di grande utilità. Sarebbe anche auspicabile che l’Ambasciata italiana, nell’ambito dei suoi rapporti istituzionali, non trascurasse questo elemento, che potrebbe dimostrarsi addirittura determinante in una strategia comune di promozione della lingua e della cultura italiane in Svizzera.
E’ tempo di sintesi
Non so se nella storia delle relazioni italo-svizzere ci sia mai stato un momento più favorevole per un’intesa forte in difesa dell’italiano. Quando il Ticino non si curava (tanto) degli italiani e questi avevano come unico (o quasi) punto di riferimento lo Stato italiano, era quasi inevitabili percorrere strade parallele o persino divergenti. Oggi si avverte invece chiaramente che è venuto il momento delle convergenze, delle sinergie, della sintesi. Perché non cogliere questa occasione che forse non si ripresenterà più?
Infine, non si dovrebbe mai dimenticare che gli italofoni in Svizzera sono ancora tanti, non sono affatto marginalizzati nell’economia e nella cultura, hanno il senso dell’appartenenza ad una grande famiglia linguistica e culturale europea, sanno di avere radici sane e profonde. Purtroppo questi italofoni non hanno ancora trovato una motivazione comune per una mobilitazione collettiva in difesa di questo loro patrimonio linguistico e culturale. E’ in questa direzione che occorre muoversi.
Giovanni Longu
Berna, 21 luglio 2010