20 ottobre 2026

Jaspers e lo «spirito europeo» (4a parte)

Jaspers, che osserva con preoccupazione la debolezza dell’Europa (scossa «dalle fondamenta» dalle ultime due guerre) e il rischio che si avvii inesorabilmente al tramonto, riesce ancora a intravedere una sorta di resurrezione, addirittura una «seconda era assiale», dopo la prima, da lui collocata tra l’VIII e il II secolo a.C. in cui fiorirono le grandi filosofie e religioni dell’Oriente e dell’Occidente e hanno avuto origine le categorie fondamentali che utilizziamo ancora oggi. Per questo, però, gli europei devono recuperare «l’autentico spirito europeo» (che fu alla base delle sue grandi costruzioni: il Cristianesimo, l’Umanesimo, la civilizzazione moderna, l’avvio della scienza e della tecnica, l’equilibrio politico delle nazioni germanico-romaniche, ecc.) e inverarlo nell'esistenza di ogni uomo e nella realtà sociale e politica attuale: due operazioni tutt’altro che facili, ma non impossibili, secondo Jaspers.

Le grandi costruzioni europee

Per giustificare il possibile inveramento dello spirito europeo, Jaspers è partito per così dire di lontano, benché il passato sia «irrepetibile», ossia dalle radici profonde della storia dell’Europa, anche se persino i frutti migliori, le grandi costruzioni tradizionali (Umanesimo, Chiese cristiane, civilizzazione moderna, ecc.) siano oggi inutilizzabili come tali: «Umanesimo, civilizzazione, equilibrio politico, Chiese. Queste grandi realtà sembrano essersi ridotte a dei fenomeni di superficie». Jaspers motivò all'inizio della sua conferenza a Ginevra queste sue impressioni, affermando che tali costruzioni sono per noi, oggi, ancora indispensabili, ma insufficienti. E aggiungeva alcune considerazioni.

La prima è che il mondo è diversificato (oggi si direbbe multipolare) e le visioni del mondo sono ormai tante, né va dimenticato, per esempio, che nella stessa epoca antica non solo l’Occidente, ma anche la Cina e l’India hanno sviluppato due grandi processi spirituali. In una seconda considerazione Jaspers affermava che l’Europa, per sopravvivere, non può essere considerata divisa in due blocchi, un’Europa d’Occidente contrapposta a un’Europa d’Oriente, e in una pluralità di Stati nazionali, che considerava la principale causa delle guerre. [E' interessante notare come Jaspers già nell'immediato dopoguerra prevedesse in qualche modo lo sviluppo dell'Oriente e in particolare della Cina e dell'India].

La terza considerazione di Jaspers è una specie di conclusione logica: poiché «non possediamo un mondo unificato e chiuso», non ci può essere un possesso del tutto né una scelta obbligata tra americanismo e sovietismo (entrambi vanno considerati una deformazione dello spirito europeo), ma resta solo un cammino da percorrere, un cammino che va fino a un orizzonte che è ben oltre ciò che possiamo immaginare con i nostri occhi, perché ciò che desideriamo sapere è «che cosa siamo e che cosa possiamo essere». [Jaspers era già allora lungimirante, perché vedeva chiaramente superato il mondo bipolare di allora, anche se non si vedeva ancora, come non lo si vede nemmeno oggi, quale sarà il mondo di domani].

Europa più della somma degli Stati nazionali

In questa ottica, per Jaspers, è ovvio che non c’è più posto per lo Stato nazionale o per la presunta superiorità tecnico-militare dell’Europa, perché sono ben più importanti altre espressioni più elevate dell’umanità, «dalla Cina sino all'Occidente».

L’Europa deve dunque relativizzare le sue creazioni? Certamente, secondo Jaspers, anche se alcune restano indistruttibili e ci lasciano ancora attoniti, perché «l'Europa è la Bibbia e l'antichità. L'Europa è Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, è Fidia, è Platone, Aristotele e Plotino, è Virgilio e Omero, è Dante, Shakespeare, Goethe, è Cervantes, Racine e Molière, è Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Rembrandt, Velàzquez, è Bach, Mozart, Beethoven, è Agostino, Anselmo, Tommaso, Niccolò Cusano, Spinoza, Pascal, Kant, Hegel, è Cicerone, Erasmo, Voltaire. L'Europa è nei duomi e nei palazzi e nelle rovine, è Gerusalemme, Atene, Roma, Parigi, Oxford, Ginevra, Weimar. L'Europa è la democrazia di Atene, della Roma repubblicana, degli svizzeri e degli olandesi, degli anglosassoni. Non finiremmo mai se volessimo enumerare tutto ciò che è caro ai nostri cuori, un patrimonio inestimabile di spirito, di eticità, di fede».

Qualche anno più tardi, uno dei fondatori dell’Unione Europea, Robert Schuman, non esiterà ad affermare che: «La frammentazione dell’Europa [in tanti Stati-nazione] è oggi un anarchismo assurdo», ma Jaspers, già nel 1946 affermava a Ginevra, che «l'idea di equilibrio delle potenze celava la distruttiva contraddizione riposta nella pretesa dell'assoluta sovranità da parte di ogni singolo Stato nazionale». Ciò nonostante, l’idea di un’Europa veramente unita stenta ancora ad affermarsi. [Purtroppo la frammentazione dell'Europa esiste ancora e non si vedono ancora all'orizzonte gli Stati Uniti d'Europa, di cui allora si cominciava a parlare!].

Denis de Rougemont (anch'egli presente agli Incontri di Ginevra del 1946) paragonò il nazionalismo «a una sorta di cortocircuito nella normale tensione che deve essere mantenuta tra il particolare e il generale. Da un lato, il nazionalismo schiaccia le diversità viventi con il pretesto dell’unificazione, e allora non si potrebbe neanche più parlare di unione, perché non c’è nulla da unire. Dall'altra dichiara sovrana la nazione così unificata, che si comporta quindi nei confronti dell’Europa come un gruppo assolutizzato, come un volgare individuo che in nome della libertà agisce senza scrupolo alcuno». Jaspers era dello stesso avviso, ma era forse più ottimista.

L’Europa non è un museo!

D’altra parte, l’Europa non può essere considerata un museo, perché, sosteneva Jaspers, l’Europa è molto di più. «I musei russi e americani rappresentano un'indicazione. L'Europa è in procinto d'assumere un posto simile a quello occupato dalla Grecia nell'orbis terrarum dell'antichità. Essa racchiude i luoghi sacri dell'Occidente, come in Cina e in India esistono altri luoghi sacri per il mondo asiatico».

A chi osservava che, in questa ottica, l’Europa rischiava di diventare un museo, Jaspers rispondeva: No, perché se è vero che «l'uomo europeo poggia sul suo passato», una realtà «irrepetibile», è altrettanto vero che non è spregevole prendersi «amorevolmente cura di un patrimonio che, per la coscienza degli uomini, non deve mai andar perduto» e valorizzarlo trasformandolo. Pertanto, tutte le costruzioni precedenti andavano trasformate, dall’Umanesimo alla Scienza, dalle Chiese agli Stati.
(Segue) 

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