02 marzo 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 74. Seconda generazione: integrazione certa

Quando agli inizi degli anni Settanta il Consiglio federale decise di riorientare la politica immigratoria verso la stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera, i dubbi erano legittimi. Lo era soprattutto quello sulla stabilizzazione perché il numero degli stranieri dipendeva tradizionalmente dallo sviluppo dell’economia. Lo era anche quello riguardo all’integrazione, ma meno, perché si avvertiva già il prolungamento costante del soggiorno degli immigrati e questo avrebbe favorito l’integrazione. Il processo richiese tuttavia un tempo probabilmente molto più lungo del previsto, ma si deve riconoscere che nel periodo in esame sono state poste le basi indispensabili per raggiungere in seguito i risultati auspicati.

Integrazione possibile e necessaria

Il prolungamento del soggiorno degli immigrati italiani in Svizzera era costante dalla seconda metà

degli anni Sessanta. Alla fine del 1980 la durata media era già di 14,3 anni, alla fine del 1990 di ben 19,7 anni ( e sarà di circa 24 anni sul finire degli anni Novanta). Un periodo indubbiamente favorevole all'integrazione.

L’elevato tasso di natalità degli immigrati italiani nella seconda metà degli anni Sessanta (massimo storico nel 1969 con 19.101 nascite) e l’incessante arrivo dall'Italia di bambini in età scolastica grazie alle agevolazioni del ricongiungimento familiare previsto dall'accordo italo-svizzero del 1964 avevano prospettato una forte presenza di giovani italiani nei decenni successivi.

Dai primi anni Settanta, tuttavia, il loro futuro cominciò a preoccupare sia gli ambienti politici svizzeri e italiani che le famiglie direttamente interessate. Tutti infatti tendevano ad escludere, sia pure con motivazioni diverse, che questi giovani sarebbero succeduti nell'economia svizzera ai loro genitori (in gran parte manovali) una volta rientrati in Italia, al più tardi all'età della pensione. Nessuno, però, era in grado di proporre soluzioni sicure su larga scala.

La preoccupazione si accentuò nella seconda metà degli anni Settanta, quando la crisi economica soppresse numerosi posti di lavoro, occupati soprattutto da stranieri, e indusse molti italiani a rientrare in patria. Se però molti partivano, coloro che restavano erano ben più numerosi (nonostante il calo delle nascite a partire dal 1970). Ai giovani bisognava garantire un futuro diverso da quello dei loro genitori, ma non diverso da quello dei coetanei svizzeri.

Percorso difficile

Come più volte ricordato in diversi articoli, il Consiglio federale era deciso a mettere in campo nei loro confronti una politica d’integrazione completa, che comprendeva (già nel disegno di legge sugli stranieri del 1978) tutti i diritti fondamentali, compresa l’attività politica. Di più, il Consiglio federale prospettava, a chi l’avesse chiesta, anche una procedura agevolata di naturalizzazione (poi naufragata nel voto popolare).

Nonostante l’ottimismo del Consiglio federale, il processo d’integrazione avanzava tuttavia lentamente perché gli ostacoli da superare erano tanti, uno in particolare, l’insicurezza (di origine interna ed esterna) sia del cittadino integrato (quasi svizzero? Straniero di carta? Né l’uno né l’altro?) che del naturalizzato, combattuto tra due culture, due patrie, due affetti.

Ripensando all'atmosfera che si respirava al riguardo negli anni Settanta e Ottanta è facile ricordare con quanta esitazione si consigliava a un giovane interessato di presentare una domanda di naturalizzazione per facilitargli l’accesso all'esercizio di alcune professioni. Con quanta insistenza, invece, si ricordava agli italiani di appartenere ad una grande cultura, a un grande Paese, a un’Europa che garantiva la libera circolazione, ecc.

Andamento lento ma sicuro

Alla fine del periodo in esame (1970-1990) si poteva ancora essere pessimisti perché l’integrazione sembrava garantire alla seconda generazione meno vantaggi di quanti ne prometteva, nonostante il superamento delle note difficoltà di comunicazione della prima generazione. Infatti, ad un’attenta osservazione, non era difficile notare che gli stranieri erano spesso svantaggiati rispetto ai coetanei svizzeri nella formazione scolastica e professionale, nella posizione professionale, nella prospettiva di carriera. Solo nei naturalizzati questi svantaggi tendevano a scomparire.

Probabilmente molti si erano illusi di poter vedere in pochi anni cambiamenti che generalmente durano generazioni. Se uno avesse avuto la pazienza o la possibilità di attendere, già negli anni Novanta (come si vedrà prossimamente) avrebbe costatato evidenti progressi, soprattutto dal 1992, quando divenne possibile la doppia nazionalità, italiana e svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 2.3.2022 

23 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 73. Seconda generazione: perché naturalizzarsi?! (2a parte)

Alla domanda che figura nel titolo si è in parte già risposto nel precedente articolo, nel quale si è pure accennato alle difficoltà di considerare la naturalizzazione un’opzione praticabile almeno per la seconda generazione. Rientra nell'ottica di questi articoli cercare di spiegare perché le naturalizzazioni degli italiani nel periodo considerato (1970-1990) sono state relativamente poche (poco più di 65.500 su circa 230.000 naturalizzazioni complessive) e quali erano le maggiori difficoltà che incontravano i richiedenti la cittadinanza svizzera.

Prendere e lasciare

Il dilemma è stato per molti italiani: svizzeri o italiani?
Una delle ragioni per cui tra il 1970 e il 1990 sono stati relativamente pochi gli italiani di prima e seconda generazione che hanno chiesto e ottenuto la naturalizzazione era dovuta al principio di unicità della nazionalità, per cui se uno straniero voleva diventare svizzero doveva rinunciare alla cittadinanza di origine. La legge prescriveva infatti che «chiunque vuole farsi naturalizzare deve astenersi da qualsiasi passo inteso a conservare la sua cittadinanza. La rinuncia alla cittadinanza straniera deve essere pretesa… » (art. 17).

Soprattutto negli anni Settanta erano tuttavia pochi gli immigrati italiani disposti a rinunciare alla cittadinanza italiana, se non in casi particolari dov'era in gioco una promozione nella professione, un nuovo incarico, la possibilità di un avanzamento nella carriera. Una tale rinuncia appariva perciò a molti adulti incomprensibile e ingiustificata. Talvolta poneva anche seri problemi di ordine morale, perché appariva come un misconoscimento delle proprie origini, un tradimento del proprio Paese, l’abbandono di una cultura superiore per una cultura inferiore (in questi termini erano spesso viste le culture italiana e svizzera), un rinnegamento dell’ambiente in cui si era vissuti fino ad allora, una svendita della propria nazionalità.

Se per un adulto era comunque legittimo chiedersi per quale ragione dovesse rinunciare alla cittadinanza italiana, nel caso di un giovane i dubbi erano soprattutto di carattere psicologico, perché la naturalizzazione poteva sembrare una sorta di allontanamento dal gruppo sociale di appartenenza dei genitori, una possibile fonte di conflitti familiari, un cambiamento forzato del modo di pensare, una scelta di campo che, in qualche ambiente, avrebbe potuto essere considerata una slealtà, un’ingratitudine, un tradimento. E poi il dubbio restava: rappresentava davvero un vantaggio la sostituzione della cittadinanza italiana con quella svizzera?

Percorso a ostacoli

Un’altra difficoltà di fronte alla quale molti italiani si arrendevano prima ancora di presentare la domanda di naturalizzazione era costituita dalla procedura, lunga, complicata (a causa della cittadinanza svizzera a più livelli), esigente e costosa. Essa mirava all'accertamento dell’idoneità dello straniero a diventare svizzero, ossia se il richiedente si fosse «adattato in modo decisivo alle condizioni svizzere», fosse «completamente assimilato», «se il suo genere di vita, il suo carattere, la sua stessa personalità» permettessero di «presumere che diventerà certamente un ottimo svizzero, meritevole della piena fiducia» e «degno di tale favore».

In base alla legge in vigore sulla cittadinanza del 1951, non bastava che lo straniero richiedente la naturalizzazione avesse risieduto almeno dodici anni in Svizzera (i minorenni molto meno), un esame accurato doveva appurarne «l'idoneità alla naturalizzazione» in modo da «dare un quadro per quanto possibile completo della personalità del richiedente e dei membri della sua famiglia» (art. 14). I «fabbricatori di svizzeri», gli Schweizermacher del film di Rolf Lyssy (1978) avevano un bel da fare negli anni Settanta, ma anche dopo.

Alle difficoltà di natura ideale o psicologica per i richiedenti la nazionalità svizzera, per molti immigrati si aggiungevano anche difficoltà di ordine pratico dovute alla lunghezza delle procedure e non da ultimo alle tasse connesse, basate spesso sul reddito e il patrimonio del candidato. Solo quando il rapporto costi-benefici risultava nettamente vantaggioso molti stranieri si sottoponevano alle procedure e ai costi della naturalizzazione.

Disorientamento tra gli italiani

Bisogna anche aggiungere che l’atteggiamento critico degli italiani, già tradizionalmente sfavorevoli alla naturalizzazione, negli anni Settanta e Ottanta si era accentuato a causa del clima generale negativo che dominava i rapporti tra italiani e svizzeri a causa della xenofobia, dei divieti, delle restrizioni, delle presunte discriminazioni nei confronti degli stranieri, della penalizzazione in materia scolastica della seconda generazione, dell’incertezza del futuro, ecc.

Preoccupazioni per i giovani: i manovali di domani?
In generale, in quel periodo, gli italiani della prima generazione non vedevano di buon occhio nemmeno la naturalizzazione dei giovani della seconda generazione. Le maggiori associazioni e lo stesso Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) erano stati concepiti come associazioni di italiani in funzione di supporto per la tutela dei loro diritti, il disbrigo delle pratiche burocratiche e l’organizzazione del tempo libero… fino al loro rientro in patria all'età.

In alcuni ambienti si era persino diffuso il sospetto che gli stranieri fossero discriminati già nella scuola dell’obbligo per assicurare anche in futuro all'economia svizzera la disponibilità di «manovali» in sostituzione dei partenti. Emblematico al riguardo un volantino delle Colonie Libere Italiane di Zurigo del 1973 con cui s’invitavano a una serata informativa i genitori italiani di un quartiere e su cui campeggiata la scritta: «I nostri figli, una nuova generazione di manovali?».

Per le grandi associazioni degli italiani il tema della naturalizzazione era una sorta di tabù. Durante il Convegno di Lucerna nel 1970 nessuno sollevò la questione benché si sapesse che i giovani di seconda generazione erano in forte crescita. All'ordine del giorno delle assemblee sociali, figuravano solitamente temi interni all'associazione, questioni riguardanti il lavoro, la sicurezza sociale, le pensioni, i corsi di lingua e cultura, i servizi consolari, il voto all'estero, ecc. La naturalizzazione non compariva mai, l’integrazione raramente.

Approccio svizzero

Anche tra gli svizzeri il tema della naturalizzazione non era molto discusso, sebbene fosse spesso presente nell'agenda politica del Consiglio federale, favorevole a «facilitare la naturalizzazione degli stranieri residenti e nati in Svizzera». Il tema però era molto controverso. Le posizioni tra coloro che vedevano nella naturalizzazione il punto di arrivo di un processo integrativo riuscito e coloro che la consideravano un mezzo efficace per incoraggiare l’integrazione erano troppo distanti. Per molti svizzeri, inoltre, la cittadinanza svizzera non andava affatto «facilitata» e il passaporto svizzero non andava «svenduto».

Questo spiega perché nel periodo in esame tutti i tentativi del Consiglio federale sulla naturalizzazione agevolata (ossia meno burocratica di quella ordinaria) degli stranieri sono naufragati, salvo nei confronti dei figli di madre svizzera. Nel 1952, infatti, essa fu consentita  ai figli di madre svizzera sposata a uno straniero, «a condizione tuttavia che la madre [fosse] nata svizzera e che i figli [fossero] vissuti durante almeno dieci anni nella Svizzera».

La naturalizzazione agevolata per i figli di madre svizzera venne ancora migliorata nel 1976 («i figli di madre svizzera e di padre straniero uniti in matrimonio acquistano dalla nascita la cittadinanza svizzera se la madre è svizzera d'origine e i genitori sono domiciliati in Svizzera al momento della nascita») e superata definitivamente nel 1978 con l’entrata in vigore del nuovo diritto di filiazione, secondo cui il figlio di una svizzera e di un padre straniero acquista la cittadinanza della madre alla nascita. Per i figli di genitori entrambi stranieri, invece, la naturalizzazione agevolata non è mai riuscita a superare lo scoglio del voto popolare.

Politica d’integrazione ragionata

Piuttosto che insistere sull'opportunità della naturalizzazione agevolata per i figli degli stranieri, dagli anni Settanta il Consiglio federale ha preferito percorrere la più promettente strada della loro integrazione linguistica, scolastica, professionale. E’ stata certamente una scelta ragionata, ma probabilmente ha tolto vigore alle rivendicazioni sulla naturalizzazione agevolata dei figli e dei nipoti degli immigrati del dopoguerra, benché restasse sempre possibile anche per loro l’acquisizione della cittadinanza svizzera per via «ordinaria».

La conquista della naturalizzazione agevolata era solo rimandata, ma intanto, con la possibilità di conservare la precedente cittadinanza (dal 1° gennaio 1992), agli stranieri in possesso dei requisiti previsti dalla legge si apriranno, pure con la naturalizzazione ordinaria, nuove opportunità d’integrazione completa anche nel sistema politico svizzero. Gli italiani saranno i più numerosi ad approfittarne.

Giovanni Longu
Berna 23.2.2022

16 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 72. Seconda generazione: perché naturalizzarsi?! (prima parte)

Nel periodo in esame, caratterizzato da una profonda trasformazione della popolazione italiana immigrata in Svizzera, mai prima di allora furono discussi tanto animatamente e diffusamente gli stessi concetti di emigrazione e immigrazione e i rapporti degli italiani qui residenti con l’Italia e con la Svizzera. Tanto più che, per la prima volta, gli immigrati (prima generazione) avvertivano chiaramente che il numero degli arrivi dall'Italia per motivi di lavoro tendeva inesorabilmente a diminuire, mentre quello degli italiani non immigrati, nati qui o venuti per ricongiungimento familiare (seconda generazione), non faceva che aumentare. La «svizzeritudine» di questi ultimi preoccupava non poco molti loro genitori e l’intero ambiente migratorio.

«Seconda generazione» contesa

Chi ha vissuto quel periodo non può dimenticare che una delle ragioni del disagio psicologico di numerosi italiani immigrati del dopoguerra derivava, oltre che dalle condizioni generali dell’immigrazione e dall'atteggiamento sfavorevole di molti svizzeri, dall'incertezza sulla durata del loro soggiorno in Svizzera e sul futuro dei loro figli. Il disagio era vissuto soprattutto nelle famiglie interessate, ma anche nelle associazioni e nei dibattiti pubblici, ogniqualvolta i giovani, per una ragione o per l’altra, diventavano oggetto di discussione.

A ben vedere, nella lunga storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, il problema si era presentato già altre volte e si era cercato di risolverlo per così dire alla radice. Nell'Ottocento, per esempio, a parte le difficoltà per ottenere la naturalizzazione (perché i criteri dei Cantoni e dei Comuni per concederla o negarla erano ispirati spesso a interessi prettamente economici), gran parte degli immigrati italiani non manifestava alcun interesse a cambiare nazionalità, trovando più conveniente restare «stranieri» e «italiani». In effetti, nell'arco di vent'anni, tra il 1885 e il 1905, solo 1751 italiani chiesero ed ottennero la naturalizzazione (contro quasi 10.000 tedeschi).

All'inizio del Novecento, la situazione era pressoché identica, ma cominciava a suscitare non poche preoccupazioni sia tra le autorità svizzere che tra quelle italiane. Infatti, le prime ritenevano gli italiani dei privilegiati (perché erano esentati dall'obbligo del servizio militare e da altri obblighi) e consideravano i nati e cresciuti qui come dei falsi stranieri, perché già «assimilati», come si diceva allora, e quindi da naturalizzare. Tanto è vero che nel 1903 fu approvata una legge federale che autorizzava i Cantoni a naturalizzarli «d’ufficio».

A loro volta, le autorità italiane consideravano i figli degli italiani «troppo svizzeri» e cittadini persi per l’Italia. Il rappresentante del Regno d’Italia Giuseppe De Michelis (1872-1951), primo «Regio Addetto dell’emigrazione in Svizzera», vedendo crescere «con animo svizzero» questi bambini se ne rammaricava perché «i padri loro non sanno e non possono alimentare la fiamma dell’amor patrio colla storia del passato; lo ignorano. Non possono insegnar loro la lingua; non la conoscono. Così vecchi e giovani sono perduti per il paese nostro».

Una perdita per la patria?


Evidentemente, tanto le autorità svizzere quanto quelle italiane non si rendevano conto che già allora nei figli degli stranieri nati e cresciuti in questo Paese il concetto di «patria» stava cambiando, anche perché lo vedevano troppo legato alla divisa militare che avrebbero dovuto indossare per il servizio militare e magari per la guerra, come capiterà a moltissimi italiani qualche anno più tardi.

Di fatto la seconda generazione continuerà a vivere a lungo nell'incertezza della «patria» perché nessun Cantone approfittò della legge del 1903 e probabilmente nessun rappresentante italiano riuscì a far cambiare idea a chi aspirava alla naturalizzazione. Per di più si cominciò a disputare quando uno straniero poteva essere considerato assimilato, mettendo seriamente in dubbio che bastasse nascere in Svizzera per essere considerato tale e naturalizzabile. Forse anche per queste perplessità il numero delle naturalizzazioni degli italiani restò molto basso fino alla fine degli anni Sessanta, salvo alcune brevi eccezioni per evidenti ragioni di opportunità durante la prima guerra mondiale (1915 al 1918: 6254 naturalizzazioni), durante il periodo fascista (1930-1936: 10.050 naturalizzazioni) e durante la seconda guerra mondiale (1940-44: 6808 naturalizzazioni).

Incertezza penalizzante

Questa specie di sospensione della patria dovuta sia alle circostanze (emigrazione) che alla volontà politica della Svizzera (soprattutto dopo l’adozione della legge sugli stranieri del 1931) deve aver pesato non poco sulla seconda generazione degli anni Sessanta e Settanta. Molti racconti di viaggi di vacanza specialmente nel Mezzogiorno evidenziano il disagio provato da molti giovani di fronte alla realtà in gran parte sconosciuta del Paese d’origine dei loro genitori. Tuttavia, in quegli anni, era sicuramente ancor più profondo, perché più durevole, il disagio di tanti giovani che non si sentivano pienamente accettati proprio qui, nel luogo dov'erano nati, crescevano, cercavano amicizie, apprendevano lingua, cultura e tradizioni e dove speravano di poter realizzare i sogni della propria vita.

Giuseppe De Michelis

Comprensibile, dunque, lo stupore e la rabbia provata da molti bambini nel sentirsi chiamare da compagni di scuola o di gioco Tschingge come i loro genitori, pur non essendo immigrati, pur essendo (quasi) in tutto e per tutto bambini come loro. E come non comprendere anche l’affiorare in molti di essi un pericoloso complesso d’inferiorità nel costatare che le selezioni scolastiche avvenivano molto spesso a loro sfavore, che nelle «classi speciali» c’erano soprattutto loro, i figli degli immigrati, tra cui moltissimi italiani, che gli insuccessi scolastici riguardassero soprattutto loro.

Comprensibile anche che molti giovani di seconda generazione, prim'ancora di essere classificati da qualche osservatore frettoloso appartenenti alla Weder-noch-Generation, provassero un grande senso di frustrazione non sentendosi pienamente né italiani né svizzeri, né carne né pesce. In effetti il loro equilibrio psicologico era messo a dura prova e rischiava di mettere in crisi il sentimento d’identità (cfr. articolo precedente), fondamentale per qualunque progetto di vita.

Non è meno comprensibile, purtroppo, che contro questi sentimenti molti bambini non trovassero nell'ambiente familiare un’adeguata spinta a reagire. Molti immigrati, come ai tempi di De Michelis, non erano preparati al ruolo, gli obiettivi all'origine dell’emigrazione erano altri, il loro orizzonte temporale in Svizzera era mobile e il rientro in Italia certo.

Nessun immigrato italiano, forse, aveva mai pensato che per i figli in età scolastica restare in questo Paese, magari per sempre, sarebbe stata una possibilità da prendere in considerazione. L’incertezza e l’esclusione di una prospettiva «svizzera» per la seconda generazione è stata per molti giovani italiani assai penalizzante.

La naturalizzazione diventa un’opzione

Solo negli anni Settanta (ma già negli ultimi anni Sessanta), quando cambia la politica immigratoria svizzera, la naturalizzazione cominciò ad essere presa in considerazione sempre più frequentemente da molti immigrati italiani per l’intera famiglia o almeno per i figli minorenni. Nel 1969 furono per la prima volta oltre 2000 gli italiani che ottennero la cittadinanza svizzera. Negli anni Settanta la media annua delle naturalizzazioni concernenti italiani superò le 3300 unità.

Negli anni Ottanta, parallelamente all'introduzione della cittadinanza europea, l’acquisizione della nazionalità svizzera perse attrattiva, ma le naturalizzazioni continuarono con una media annua superiore alle 3000 unità. Nel 1991 raggiunsero il minimo storico del periodo (1802 naturalizzazioni), ma c’era una ragione, che sarà illustrata nel prossimo articolo.

Chi pensasse, leggendo queste cifre, che sia stato facile raggiungerle si sbaglierebbe. Fu infatti difficile sia allentare le condizioni per l’ottenimento della nazionalità da parte della politica svizzera e sia eliminare dall'opinione pubblica italiana alcuni pregiudizi riguardanti l’«acquisto» della cittadinanza svizzera. Se ne parlerà più diffusamente nel prossimo articolo, dove si accennerà anche al ruolo esercitato in questa materia dalle grandi associazioni degli immigrati italiani in Svizzera.

Giovanni Longu
Berna 16.02.2022

09 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 71. Seconda generazione: problemi d’identità


Dagli articoli precedenti emerge chiaramente, fra l’altro, che il processo d’integrazione della seconda generazione è stato lungo e lento. Qua e là si è anche accennato ad alcune cause (lentezza dei processi legislativi e incertezza sugli obiettivi, inadeguatezza di alcune strutture pubbliche, biografie scolastiche complicate di molti bambini, debolezza del supporto familiare, ecc.), ma non ci si è ancora soffermati sufficientemente su quelle che probabilmente sono state le cause principali, ossia i problemi d’identità e le difficoltà legate al tema della naturalizzazione. Se ne parla in questo e nel prossimo articolo.

Problemi psicologici

Corriere della Sera del 28.7.1966.
Nel periodo in esame (1970-1990), ma già negli ultimi anni Sessanta, ha pesato enormemente sul processo d’integrazione dei bambini italiani (seconda generazione) la sottovalutazione vistosa e irrispettosa, da parte soprattutto dei movimenti xenofobi, del contributo degli immigrati italiani (prima generazione) all'economia svizzera. Senza contare il grande tributo di sangue delle vittime del lavoro non solo a Mattmark e Robiei.

Non li potevano lasciare indifferenti le molteplici forme di disprezzo nei loro confronti, dagli epiteti alle generiche accuse di pericolosità, perché «diversi», perché troppo vivaci e un po’ esagerati in tutto, o perché portavano sovente in tasca un coltello (del resto non diversamente da gran parte degli svizzeri), ecc. Comprensibilissimo che molti italiani provassero un profondo sentimento di frustrazione e di sfiducia, pur sapendo che il loro lavoro era apprezzato dalla maggior parte dei datori di lavoro e dalle stesse autorità.

Su molti immigrati italiani (ma evidentemente non solo italiani) pesava anche il lungo percorso ad ostacoli che avevano dovuto compiere per conquistarsi il permesso di dimora (annuale) o di domicilio (in grado di garantire loro una certa tranquillità contro i rischi legati alla precarietà dei permessi stagionale e annuale). Infatti, se per i primi arrivati (lombardi, piemontesi, friulani, ecc.) quel percorso non dev'essere stato difficile, perché generalmente ben preparati e accettati, per gli immigrati meridionali, sempre più numerosi dalla fine degli anni Cinquanta, è stato certamente ben più arduo perché meno preparati e male accolti da un numero crescente di xenofobi.


Come potevano molti meridionali dimenticare i mesi di attesa prima di poter riabbracciare la famiglia rimasta in Italia, se erano stati stagionali, e anche dopo da «annuali» se dovevano aspettare almeno 18 mesi per far venire in Svizzera l’intera famiglia? E come potevano non accorgersi che il sistema immigratorio svizzero era stato organizzato in funzione dell’economia e non consentiva, se non dopo aver superato innumerevoli ostacoli, che gli immigrati e le loro famiglie si stabilizzassero e potessero finalmente godere un po’di tranquillità e un po’ di quel benessere ch’essi contribuivano ad alimentare?

Difficoltà scolastiche

A questo punto è facile capire che la forte pressione psicologica subita dagli adulti non poteva non avere ripercussioni sui figli (seconda generazione), nati e cresciuti in Svizzera o giunti qui in età prescolare. Pur non essendo ancora in grado di svolgere ragionamenti compiuti, come potevano questi bambini giustificare le privazioni, le sofferenze, le umiliazioni sopportate per anni dai genitori Gastarbeiter (anche se non potevano ancora conoscere pienamente il significato del termine)?

Benché percepissero, come tutti i bambini, che i genitori sono disposti a sacrificarsi per il bene della famiglia, era inevitabile che sorgessero in loro, magari in maniera inconscia, interrogativi critici sull'emigrazione/immigrazione, sulle istituzioni, sulla Svizzera, ossia sul Paese che imparavano a conoscere e che diventa «patria» solo quando lo si comincia ad amare. Di fatto si apriva in loro un conflitto di difficile soluzione tra una patria, in gran parte sconosciuta o conosciuta poco (durante le vacanze), e una possibile patria che aveva procurato o ancora procurava tanta sofferenza ai loro genitori? E quali strumenti di analisi e di giudizio potevano avere i bambini della seconda generazione in quella situazione così conflittuale?

Come se tutto ciò non bastasse a complicare la vita e le prospettive di questi figli, in molti di loro si aggiungeva una complicata esperienza scolastica. La scuola, nel periodo in esame, era al centro di molte attenzioni perché a detta di tutti (dalle autorità competenti svizzere alle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane, ma anche dalle organizzazioni degli italiani in Svizzera) rappresentava la soluzione per il futuro della seconda generazione.

In effetti, dall'entrata in vigore (22 aprile 1965) dell’accordo italo-svizzero del 1964, l’inserimento scolastico dei figli degli immigrati italiani divenne più facile e sembrò accontentare tutti: le autorità svizzere perché potevano dimostrare di aver accolto le richieste italiane espresse durante il negoziato, le autorità italiane perché erano previste nel programma scolastico lezioni di lingua e cultura italiane, i genitori perché qualora avessero deciso di rientrare i bambini non avrebbero perduto il contatto con l’insegnamento della scuola italiana e se fossero rimasti in Svizzera avrebbero uguagliato i coetanei svizzeri.

Tuttavia la realtà si rivelò presto ben più complessa e meno confortante perché, soprattutto i genitori di questi bambini non si rendevano conto di quanto fosse esigente e selettiva la scuola svizzera, di quanta competenza linguistica avessero bisogno i bambini venuti dall'Italia in età scolastica grazie ai ricongiungimenti familiari, di quanto sostegno familiare attivo avessero bisogno i bambini stranieri.

Purtroppo molte soluzioni non furono prese sempre nell'interesse dei bambini, soprattutto quelle che spezzarono in alcuni casi più volte il ciclo scolastico (scuola parte in Svizzera, parte in Italia e poi nuovamente in Svizzera), ma anche la frequentazione di scuole italiane per bambini che sarebbero poi rimasti definitivamente in questo Paese. In molti casi pesò sul loro futuro anche l’incertezza di numerosi genitori se rientrare o restare in Svizzera.

Nemmeno alcune soluzioni del sistema scolastico svizzero furono prese sempre o non completamente nell'interesse dei bambini stranieri, soprattutto quando venivano destinati alle «classi speciali» perché non riuscivano a seguire l’insegnamento regolare, ma senza prendersi cura di colmare le loro lacune e recuperare efficacemente i loro ritardi.

Verso un’identità diversa, italo-svizzera

Si può dunque ben comprendere che una tale situazione abbia avuto in molti ragazzi italiani ripercussioni evidenti sulle prestazioni scolastiche, sull'impiego del tempo libero, sui rapporti sociali, sull'integrazione, ma anche sul senso d’identità. Non si sentivano pienamente né italiani né svizzeri e non trovavano nel loro ambiente validi aiuti per raggiungere un giusto equilibrio. Per molti osservatori (forse un po’ superficiali!) erano la generazione «né carne né pesce», la cosiddetta «Weder-noch-Generation».

Oggi si sta più attenti nell'uso di simili classificazioni, anche perché possono creare problemi enormi riguardo alla doppia nazionalità e ai binazionali, sempre più numerosi in Svizzera. Il tema meriterebbe senz'altro un serio approfondimento, ma già ora ritengo che si debba abbandonare la logica dualistica dell’appartenenza nazionale secondo cui, nel caso specifico, si può assumere una sola identità, quella italiana o quella svizzera, ma non entrambe.

Credo che una delle cause importanti della lunga durata del processo integrativo di molti italiani nel periodo in esame (1970-1990) sia stata l’incapacità molto estesa di concepire e di valorizzare una diversa identità, né solo italiana né solo svizzera, ma italo-svizzera. Voler assegnare a tutti i costi a ogni persona di seconda o terza generazione la prima o la seconda identità rappresenta una forzatura perché in tal modo viene negata l’una o l’altra componente dell’autentica identità che contraddistingue ogni individuo con origini migratorie, che ha raggiunto il traguardo di un percorso d’integrazione ben riuscito, dunque un valore.

Questa nuova identità italo-svizzera andrebbe forse ancor meglio studiata e analizzata perché corrisponde, fra l’altro, a una realtà sempre più diffusa in Svizzera, riguardante ormai circa il 40% della popolazione. Essa andrebbe anche presa maggiormente in considerazione dagli ambienti istituzionalmente italiani e istituzionalmente svizzeri, perché essa rappresenta, rispetto alle tradizionali definizioni di identità nazionali, non una diminuzione, una contaminazione o un ibrido debole, ma un arricchimento persino in un Paese tradizionalmente multilingue e multiculturale.

Giovanni Longu
Berna 9.2.2022

02 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 70. Riforme a metà: (2) no alla legge sugli stranieri

Con la nuova legge sugli stranieri, approvata nel 1980, si voleva creare un quadro giuridico per la politica svizzera degli stranieri, adattare il diritto vigente alle concezioni prevalenti a livello nazionale e internazionale, definire meglio lo statuto degli stranieri secondo la durata della loro permanenza in Svizzera e favorire la loro integrazione. A queste intenzioni sottoscrivibili anche dagli stranieri, fu data una risposta, a giudizio delle sinistre e di molti stranieri, mediocre e su alcuni punti insoddisfacente. A non essere soddisfatte del tutto furono però le destre, che lanciarono un referendum e in votazione popolare (1982) riuscirono a bloccare la nuova legge lasciando in vigore quella vecchia del 1931. Poiché la bocciatura ebbe conseguenze pesanti e ritardanti sul processo d’integrazione degli stranieri, è lecito chiedersi a chi andrebbero attribuite le maggiori responsabilità dell’insuccesso e se anche l’atteggiamento degli stranieri vi abbia contribuito.

Perché una nuova legge?

Specialmente in relazione alle iniziative antistranieri della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, da molte parti s’invocava una nuova normativa sugli stranieri che tenesse conto dell’evoluzione dell’immigrazione negli ultimi decenni, delle nuove sensibilità che si facevano strada in Europa, delle esigenze dell’economia, ma anche delle richieste di esponenti politici, sindacali e delle chiese locali che auspicavano per gli immigrati una maggiore protezione giuridica, migliori condizioni di vita, un’attenuazione delle condizioni per i ricongiungimenti familiari, e una chiara definizione delle attività stagionali.

Nel frattempo la Confederazione si era resa conto che l’immigrazione era divenuta un fenomeno strutturale e non più legato a contingenze economiche. Il Consiglio federale ne tenne conto avviando una nuova politica immigratoria incentrata sulla stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera. Per consolidarla e facilitarne l’implementazione non sembrava necessario modificare la Costituzione, come chiedevano i movimenti xenofobi con le loro iniziative, ma sarebbe bastata una modifica radicale della legge che regolava dal 1° gennaio 1934 la dimora e il domicilio degli stranieri.

Nel 1974 il Consiglio federale fu incaricato di elaborare una nuova legge sugli stranieri atta a creare «un quadro giuridico per la politica svizzera degli stranieri» che tenesse conto delle «concezioni prevalenti a livello nazionale e internazionale» come pure dell’esigenza di «conservare al mercato del lavoro quell'elasticità necessaria per far fronte in ogni caso all'evoluzione della situazione economica».

I dibattiti parlamentari

I dibattiti parlamentari furono molto duri perché le opinioni erano molto divergenti tra una destra conservatrice ossessionata dalla paura dell'inforestierimento e una sinistra favorevole alla nuova politica immigratoria del Consiglio federale e al miglioramento delle condizioni generali degli stranieri. Una mediazione tra le varie posizioni non era facile.

Nella nuova legge si cercò di accogliere richieste dell’una e dell’altra parte, confermando nell'essenziale l’impostazione della precedente legge che si voleva sostituire. Per esempio, furono adottate misure atte a limitare il numero degli stranieri esercitanti un’attività lucrativa allo scopo di garantire «un rapporto equilibrato tra l'effettivo della popolazione svizzera e quello della popolazione straniera residente». Nel decidere l’ammissione di uno straniero, l'autorità doveva tener conto delle «esigenze politiche, della capacità d'accoglimento del Paese, della situazione economica e del mercato del lavoro, dei bisogni dell'insegnamento, della scienza e della ricerca, degli aspetti umani e sociali e dei legami dello straniero con la Svizzera».

Furono anche mantenuti e precisati i singoli tipi di permesso di soggiorno. Per esempio fu precisato che il permesso di dimora poteva essere rinnovato allo straniero residente in Svizzera da meno di cinque anni solo se l’interessato non aveva contravvenuto all'ordine pubblico e se lo consentiva «la situazione economica o del mercato del lavoro». D’altra parte veniva garantita la priorità per la manodopera indigena.

Furono accolte nella legge anche richieste della parte più progressista dell’Assemblea federale per assicurare agli stranieri uno statuto giuridico che tenesse conto dei risvolti umani e della durata della loro presenza in Svizzera e ne agevolasse l'integrazione nella comunità nazionale. Agli stranieri venivano inoltre assicurati «i diritti fondamentali giusta il diritto costituzionale svizzero e i trattati internazionali di cui la Svizzera è parte». Ai titolari di un permesso stagionale o di dimora come pure ai frontalieri venivano garantite «condizioni salariali e di lavoro usuali nella località e nella professione».

Allo straniero venivano inoltre garantiti il diritto di ricorso, il diritto di consultare gli atti concernenti provvedimenti nei suoi confronti (pur con qualche limitazione), il diritto di essere udito prima di subire decisioni finali, il diritto a svolgere un'attività politica purché non comprometta la sicurezza interna o esterna dello Stato e qualche altro diritto.

Statuto di stagionale e ricongiungimento familiare

Nella nuova legge restavano sostanzialmente immutate le condizioni legate al permesso stagionale e al ricongiungimento familiare. Da almeno una decina d’anni alcune associazioni di immigrati italiani lottavano invano per l’abolizione dello statuto di stagionale e delle limitazioni ai ricongiungimenti familiari. Anche nei dibattiti parlamentari furono evocate più volte queste aspirazioni, ma finì per prevalere una sorta di compromesso consistente nel mantenere sia lo statuto di stagionale che le condizioni per il ricongiungimento familiare, ma mitigandone gli aspetti più contestati e più problematici.

Gli stagionali erano attivi soprattutto nell'edilizia.
Il Parlamento svizzero non volle rinunciare allo statuto di stagionale perché secondo molti la sua abolizione avrebbe potuto «compromettere la politica finora seguita in materia immigratoria e pregiudicare l’esistenza stessa di molte aziende stagionali». Siccome però in molti casi la stagionalità non veniva rispettata, dando adito a numerosi abusi («falsi stagionali, «bambini clandestini»), si decise di limitare il permesso stagionale ad attività e aziende veramente stagionali e per la durata di «nove mesi al massimo» e non prorogabile.

Allo stagionale veniva riconosciuto il diritto alla trasformazione del permesso stagionale in quello annuale se, nell’arco di quattro anni, avesse lavorato in Svizzera per almeno 32 mesi (invece dei 36 allora in vigore), con la facoltà di un’ulteriore riduzione in casi speciali.

Sui ricongiungimenti familiari dei dimoranti (annuali) la legge migliorava la situazione perché «il dimorante dev'essere autorizzato a far venire in Svizzera il coniuge e i figli minorenni il più tardi sei mesi dopo il suo arrivo in Svizzera», ma le condizioni restavano le stesse, ossia un’attività lavorativa sufficientemente stabile e disporre di un alloggio familiare conveniente.

Referendum: soddisfatti e delusi

Trattandosi di un compromesso, la nuova legge trovò soddisfatti e delusi da tutte le parti. I più soddisfatti erano il Consiglio federale e il centro-destra (i cosiddetti partiti borghesi), i più delusi gli immigrati, che potevano comunque consolarsi dei pochi miglioramenti previsti. Le critiche più pesanti vennero tuttavia dalla destra xenofoba, che vedeva in quei miglioramenti un incentivo all’arrivo di nuovi immigrati e all’aumento della popolazione residente straniera.

Fu questa destra a lanciare il referendum e a provocare la votazione popolare del 6 giugno 1982, che affossò la legge, sia pure per una manciata di voti. La campagna referendaria della destra fu poco contrastata dalle sinistre e dai sindacati, probabilmente illusi dalla serie di sconfitte subite nel decennio precedente dai movimenti xenofobi e poco convinti di dover difendere i pochi risultati ottenuti.

Anche gli italiani e le loro principali organizzazioni si erano illusi che quella legge, proprio perché mediocre, non sarebbe stata ostacolata dai votanti e non presero sul serio la possibilità di una bocciatura. Forse molti erano anche convinti che non meritasse affatto una difesa, sottovalutando le possibilità che offriva e il rischio di perdere un’occasione che difficilmente si sarebbe ripresentata nel breve periodo.

Nessuna, tra le grandi organizzazioni degli immigrati, si prese anche solo un po’ di responsabilità dell’accaduto. Anzi, tutte continuarono a battersi per l’abolizione dello statuto dello stagionale (invece condannarne gli abusi e di cercare di migliorarlo), a reclamare diritti che gli stranieri immigrati non potevano pretendere (invece di valorizzare quelli che già avevano), a sottolineare differenze, contrasti, presunte discriminazioni (invece di promuovere dialogo, stima reciproca, collaborazione), ad avere sempre l’occhio fisso sul Paese d’origine (senza mai guardare con interesse anche a quello ospite per renderlo più accogliente e generoso). La strada verso la piena integrazione era evidentemente ancora lunga.

Giovanni Longu
Berna, 2.2.2022

26 gennaio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 69. Riforme a metà: (1) sì alla formazione professionale


Le profonde trasformazioni che negli anni Settanta interessavano l’economia e la società svizzere indussero le autorità federali a porre mano ad alcune riforme legislative che avrebbero potuto avere conseguenze rilevanti anche per gli immigrati. Una riguardava l’adeguamento della legge sulla formazione professionale del 1963, l’altra una nuova legge sugli stranieri in sostituzione della vecchia legge del 1931. Delle due solo la prima andò in porto, mentre la seconda fu affossata da un referendum. La riforma della formazione professionale stimolerà molti giovani italiani a seguire un apprendistato regolare, dando loro la possibilità di avvicinarsi sempre più al livello professionale e sociale degli svizzeri, la mancata adozione della legge sugli stranieri ritarderà di decenni l’entrata in vigore di una nuova legge. Poiché entrambe meritano un breve approfondimento, ad esse sono dedicati questo e il prossimo articolo.

Gli interessati alla riforma della formazione professionale

Stranieri e formazione professionale: non solo automeccanica...
La nuova legge sulla formazione professionale, per sostituire quella del 1963 ritenuta non più adeguata, era reclamata a gran voce soprattutto dagli ambienti economici e sindacali. I primi volevano un ammodernamento dei programmi di formazione per consentire all'economia svizzera di restare competitiva a livello internazionale, i secondi ambivano ad elevare il livello formativo dei lavoratori e a superare il divario allora molto più accentuato di oggi tra studenti e apprendisti.

Senza cambiamenti importanti nella preparazione professionale dei futuri lavoratori, l’economia svizzera rischiava di non poter introdurre su larga scala nuovi macchinari e nuovi metodi di lavorazione, anche se in molte attività si continuava a preferire la manodopera a basso costo (costituita soprattutto da stranieri) piuttosto che investire nelle nuove tecnologie.

Senza cambiamenti radicali del sistema di formazione professionale, per i sindacati e gli ambienti politici della sinistra moderata la società rischiava di allargare il fossato culturale e sociale che tradizionalmente separava lavoratori e impiegati, «tute blu» e «colletti bianchi», chi doveva andare a lavorare subito dopo la scuola dell’obbligo e chi poteva proseguire gli studi a volontà.

Il bisogno di una formazione professionale moderna era fortemente sentito anche dagli stranieri, dagli italiani in particolare. Come è già stato ricordato più volte in altri articoli, gli immigrati italiani (prima generazione) erano costituiti per oltre il 75 per cento da persone non qualificate, ma si può ben ritenere che il cento per cento non volesse che la seconda generazione restasse nella stessa condizione. Oltretutto era risaputo, specialmente dopo la crisi della metà degli anni Settanta, che una solida formazione professionale rappresentava un’ottima prevenzione contro la disoccupazione. Del resto, man mano che la formazione professionale si diffondeva anche tra gli italiani (grazie agli enti come il CISAP, l’ENAIP, l'ECAP-CGIL e altri), si costatava che l’integrazione sul lavoro facilitava l’integrazione sociale.

Discussioni preliminari e rischi della riforma

Poiché la riforma avrebbe potuto trasformare non solo la formazione professionale, ma anche l’intera società, il dibattito parlamentare fu preceduto da studi, incontri, dibattiti, prese di posizione, che interessarono l’intera opinione pubblica svizzera, mettendo subito in evidenza alcune difficoltà non di poco conto per giungere a un buon risultato.

Sembrava soprattutto difficile conciliare le posizioni dei due principali interessati alla riforma, perché gli ambienti economici chiedevano un rafforzamento della formazione tecnico-pratica, mentre i sindacati e i partiti di centro-sinistra non volevano rinunciare a dare all'apprendistato anche una valenza culturale e sociale (fra l’altro importantissima per gli stranieri, bisognosi di stimoli per l’integrazione).

Le discussioni coinvolsero anche gli ambienti italiani perché all'inizio degli anni Settanta i giovani italiani che portavano a termine un apprendistato regolare erano meno del 4 per cento, quelli che seguivano una formazione presso gli enti italiani erano poche migliaia e bisognava fare in modo che tutti, dopo la scuola dell’obbligo, continuassero gli studi o seguissero una formazione professionale completa come i coetanei svizzeri. I dibattiti sulla riforma rappresentarono soprattutto per le grandi associazioni di italiani un’occasione straordinaria per organizzare sul tema studi, convegni, tavole rotonde, pubblicazioni specifiche e per sensibilizzare in particolare i giovani sulla necessità di seguire corsi completi di formazione.

Tra i gestori di enti italiani, sicuramente qualcuno sperava anche che la nuova legge contribuisse a valorizzare maggiormente quanto essi facevano per i connazionali e per l’economia svizzera, ma nessuno si faceva illusioni su possibili riconoscimenti delle attività svolte e meno ancora sul riconoscimento dei certificati finali rilasciati. Si sperava tuttavia in un maggiore sostegno morale e finanziario della Confederazione per il rilevante contributo che gli enti davano all'elevazione professionale, culturale e sociale di molti immigrati, a beneficio dell’economia e dell’intera società.

Il dibattito parlamentare

Il dibattito parlamentare fu lungo e intenso. Il disegno di legge in discussione (dal giugno 1977) era un compromesso tra un rapporto di una commissione ad hoc insediata nel 1969 e un progetto di legge elaborato dall'Unione Sindacale Svizzera (USS). Il rapporto degli esperti rispondeva soprattutto alle esigenze degli ambienti economici e proponeva fra l’altro una diversificazione dell’apprendistato, introducendo, per esempio un tirocinio di breve durata incentrato sulla pratica.

Il progetto dell'USS, invece, delineava una nuova concezione della formazione professionale, polivalente, che prevedeva fra l’altro una maggiore formazione culturale e sociale, la partecipazione degli apprendisti a tutti i livelli e un maggiore coinvolgimento dello Stato. Del progetto della commissione considerava molto pericolosa (anche nei confronti degli stranieri) soprattutto l’introduzione di un tirocinio ridotto incentrato sulla pratica.

La discussione parlamentare, come detto, fu lunga perché le posizioni erano distanti. La legge fu approvata nel gennaio del 1978 con grande soddisfazione degli ambienti padronali, dei partiti di destra e del Consiglio federale. Per l'USS era invece deludente (il sindacalista Ezio Canonica la definì «miserabile»), per cui decise di lanciare il referendum, sperando in una bocciatura popolare e nella possibilità di «una vera ed efficace riforma». Il referendum però non andò a buon fine e il 1° gennaio 1980 la nuova legge entrò in vigore. Non si trattava di una legge rivoluzionaria e dava la possibilità di ulteriori riforme e miglioramenti.

Gli stranieri tra i beneficiari della riforma

A beneficiare della riforma furono tutti i protagonisti. Anzitutto i datori di lavoro che potevano contare su un sistema di formazione professionale flessibile, in grado di recepire tutte le esigenze delle nuove tecnologie, ma anche aperto ai futuri sviluppi della tecnica e dell’economia. I rappresentanti sindacali e della sinistra politica, pur non essendo riusciti a bloccare la legge col referendum, potevano considerarsi moderatamente soddisfatti di essere riusciti comunque a rafforzare nell'insegnamento professionale la cultura generale e le competenze sociali. 

… ma anche elettronica, informatica e altre professioni (foto CISAP anni ’80 e ’90)
Gli stranieri, pur non ottenendo dalla legge benefici particolari, erano stati sensibilizzati dal dibattito a sfruttare maggiormente la formazione professionale come opportunità per entrare nella vita professionale con le stesse possibilità dei coetanei svizzeri.

Di fatto dagli anni Ottanta la partecipazione dei giovani stranieri alla formazione professionale svizzera aumentò velocemente, passando in pochi anni da 17.698 (nel 1977/78) a 28.793 (1985/86). Nello stesso periodo gli italiani passarono da 9408 a 15.299). In alcuni Cantoni e in alcune Città la progressione fu ancora maggiore. Per esempio, nel Cantone di Berna si passò da 520 apprendisti a 1103, e nella Città di Berna da 249 a 546.

Benché da un’analisi più attenta dei dati il quadro risulterebbe meno soddisfacente (per esempio, nel Cantone di Berna, dei 520 apprendisti italiani menzionati solo 183 seguivano un tirocinio di 4 anni) è innegabile dagli anni Ottanta la tendenza di quasi tutti i giovani italiani a seguire, dopo la scuola obbligatoria, una formazione di secondo grado superiore specialmente nella forma dell’apprendistato e per alcuni a proseguire gli studi di grado universitario.

I risultati più significativi arriveranno negli anni 2000. Il censimento federale della popolazione del 2000 accerterà infatti ben 14.918 italiani titolari di formazioni di grado universitario, ossia il 13,2 per cento della popolazione italiana residente stabilmente (nel 1970 era il 3,1%, nel 1980 il 2,9% e nel 1990 il 6,7%).

Giovanni Longu
Berna 26.1.2022

19 gennaio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 68. La seconda generazione e la scelta professionale (5)

La svolta registrata negli anni Settanta nella politica immigratoria federale non fu dovuta unicamente alla volontà delle autorità federali di dare risposte sostenibili alle richieste dell’economia (che chiedeva una maggiore certezza e stabilità riguardo alla presenza dei lavoratori stranieri), alle esigenze della società svizzera (che non voleva più essere strumentalizzata dai movimenti xenofobi) e nemmeno alle pressioni dell’Italia e poi anche di altri Paesi (che esigevano cambiamenti radicali nei confronti dei propri cittadini, soprattutto di quelli della seconda generazione), ma anche alle esigenze, alle proposte e alle iniziative della prima generazione di immigrati (dunque specialmente italiani), che dopo la crisi della metà degli anni Settanta aveva scelto di restare in questo Paese, ma non a qualunque condizione. Alcune di queste iniziative furono particolarmente rilevanti, lungimiranti ed efficaci nel campo della formazione professionale. Per questo è bene ricordarle.

Inizi fecondi negli anni Sessanta

Berna: CISAP, aula di elettronica (inizio anni ’90)
Negli anni Sessanta, come è stato ricordato in precedenti articoli, l’esigenza di manodopera straniera (specialmente italiana) per l’edilizia e l’industria era enorme, ma l’Italia non era più disposta a fornirla a qualunque condizione solo perché la disoccupazione soprattutto nel Meridione era ancora tanta. Per questo, su forti pressioni degli immigrati, l’Italia pretese la rinegoziazione dell’accordo di emigrazione/immigrazione del 1948 e, in effetti, nell'Accordo concluso nel 1964 la Svizzera fu in certo modo costretta a concedere alcuni importanti miglioramenti.

A giusta ragione le principali associazioni di immigrati italiani, benché soddisfatti di alcune agevolazioni promesse e specialmente dell’attenzione rivolta ai problemi della seconda generazione, non furono affatto soddisfatte dell’assenza nell'accordo di qualunque agevolazione per consentire agli immigrati l’acquisizione di competenze professionali idonee a soddisfare le esigenze crescenti dell’industria svizzera.

Si trattava di una lacuna grave perché la maggioranza degli immigrati era priva di una qualifica professionale riconosciuta in Svizzera e l’esigenza di personale qualificato era in aumento in tutti i rami economici, quelli tradizionali e quelli che cominciavano a sfruttare le nuove tecnologie. Si poteva accettare che gli italiani senza qualifica restassero a vita manovali e a rischio di restare senza lavoro alla prossima crisi del settore? Certamente no, pensarono alcuni immigrati qualificati e improvvisarono soluzioni spesso insufficienti, ma efficaci.

Di efficace e straordinario ci fu, nella seconda metà degli anni Sessanta, che tra gli italiani si cominciò a parlare di formazione professionale, di apprendistato, di tirocinio, di rischio di restare senza lavoro se certe occupazioni ripetitive e a scarso valore aggiunto fossero state affidate a macchine meno costose. In tutta la Svizzera si moltiplicarono le iniziative formative (corsi e corsetti organizzati da associazioni, consolati, missioni cattoliche, ecc.) che ebbero fra l’altro il merito di coinvolgere sempre più le autorità diplomatiche e consolari italiane, che cominciarono a erogare contributi, inizialmente molto modesti, ma significativi dell’interesse crescente dell’Italia alla formazione professionale degli emigrati.

Il modello CISAP

Dopo alcuni tentativi ben riusciti (per esempio un corso di telefonia della durata di quattro semestri organizzato dalla Colonia Libera di Berna), nel 1966 fu avviato a Berna un vero e proprio centro di formazione professionale per italiani, il CISAP, di cui si è già trattato lungamente. Giova ricordarlo ancora perché questa istituzione divenne presto il paradigma degli enti di formazione professionale per stranieri in Svizzera soprattutto per la sua organizzazione e la qualità dei corsi organizzati. Fino al 1969 era anche di gran lunga quello più sovvenzionato da parte della Confederazione: in tre anni aveva già ricevuto oltre 200.000 franchi, quando le istituzioni di Basilea ne avevano ricevuti poco più di 10.000, quelle di Zurigo 11.000 e quelle di San Gallo 24.300. Anche lo Stato italiano si dimostrava nei confronti del CISAP abbastanza generoso.

Scorcio laboratorio elettronico CISAP (anni ’80)
Il CISAP era nato come «Centro Italiano in Svizzera per l’Addestramento Professionale», ma era divenuto in poco tempo «Centro Italo-Svizzero Addestramento Professionale» e poi definitivamente CISAP (Centro italo-svizzero di formazione professionale). La mutazione era sostanziale perché stava ad indicare il pieno sostegno delle autorità italiane e svizzere all'organizzazione di corsi di qualifica professionale corrispondenti non solo alle richieste italiane (alquanto modeste), ma anche alle esigenze dell’economia svizzera e ai regolamenti emanati dalle competenti autorità federali.

Inoltre, la partecipazione negli organi di direzione e gestione dei corsi e nell'organizzazione e gestione degli esami finali dei sindacati e dei datori di lavoro, principali gestori del sistema di formazione professionale in Svizzera, dava al CISAP una connotazione che nel periodo in esame (1970-1990) risultava la più vicina all'istituto dell’apprendistato svizzero. Del resto anche le prove d’esame, soprattutto quelle pratiche, corrispondevano a quelle che sostenevano gli apprendisti svizzeri al termine del tirocinio.

L’interesse che avevano suscitato i primi corsi (128 allievi nel 1966, 238 nel 1967, 360 nel 1968, 491 nel 1969, 713 nel 1970, 800 nel 1971, 820 nel 1972), la qualità dei risultati finali e il sostegno delle parti sociali non potevano lasciare indifferenti le autorità italiane e svizzere, ma anche l’opinione pubblica e persino alcune istituzioni europee e mondiali (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2021_06_13_archive.html).

Grazie al CISAP il sistema della formazione professionale applicato alle condizioni particolari degli immigrati (inizialmente solo italiani e successivamente anche appartenenti ad altre nazionalità) venne ampiamente riconosciuto e legalmente sovvenzionato, pur non riuscendo mai ad ottenere, essenzialmente per questioni formali (soprattutto per la durata dei corsi e la professione praticata dai corsisti spesso diversa da quella appresa), l’equivalenza con l’«attestato federale di capacità».

Importanza degli Enti

Scorcio officina elettronica CISAP (anni '80)
Tra le principali istituzioni di formazione professionale che nel ventennio in esame si sono dimostrate particolarmente attive in uno o più Cantoni, si possono ricordare, oltre il CISAP, l'ENAIP (Ente Nazionale ACLI Istruzione Professionale), l’ECAP (Ente Confederale Addestramento Professionale), la SPE (Scuola Professionale Emigrati) a Zurigo, il CAPIS (Centro di Addestramento Professionale Italo-Svizzero) a San Gallo, il FOPRAS (Fondazione per la Formazione e l’Assistenza Professionale e Scolastica) a Basilea, il CIFL (Centro Italiano Formazione Lavoratori) a Lucerna, tenendo presente che erano in realtà molte di più le istituzioni che organizzavano attività di formazione professionale per stranieri in varie lingue.

Purtroppo, a parte una o due pubblicazioni della Commissione federale per i problemi degli stranieri (CFS) e una ricerca generale di Paolo Barcella, non esistono studi specifici d’insieme sugli enti di formazione professionale attivi in Svizzera nel ventennio in esame, ma da quanto si conosce è facile dedurre ch'essi svolsero una funzione molto importante per l’integrazione professionale e sociale di molti immigrati. Infatti, essi permisero a migliaia di connazionali di acquisire con metodologie particolari quelle conoscenze e abilità professionali richieste per un lavoro qualificato e che difficilmente avrebbero potuto acquisire altrimenti.

Il risultato più sostanzioso fu tuttavia indiretto, perché si diffuse tra gli immigrati (italiani) la consapevolezza che almeno i giovani di prima e seconda generazione dovevano disporre di un’adeguata preparazione prima di accedere a qualunque posto di lavoro. Non solo, fu anche grazie al CISAP e agli enti che ne seguirono l’esempio, che cominciarono ad allargarsi gli orizzonti delle scelte professionali (non più solo automeccanica, meccanica, parrucchiere/a, venditore/venditrice, ma anche elettronica, disegno tecnico, informatica, robotica, assistente medico, impiegato/a di commercio, diplomato/a di segreteria, ecc.)

La battaglia per l’uguaglianza

Allievi di disegno tecnico (CISAP anni '80)
Agli inizi degli anni Settanta, quando erano poche le professioni industriali e commerciali alle quali venivano indirizzati i giovani italiani ed altre professioni più esigenti erano loro precluse a causa dei risultati scolastici ritenuti poco rassicuranti, il CISAP condusse e vinse una battaglia importante perché riuscì ad organizzare corsi di elettronica con possibilità di specializzazioni successive (microprocessori, robotica, CAD, ecc.) anche per giovani stranieri che avevano ultimato solo la scuola primaria (elementare).

I risultati confermarono ampiamente che anche i giovani stranieri con esiti scolastici modesti potevano ambire a qualificarsi in professioni diverse da quelle esercitate dai loro genitori e indubbiamente più esigenti. Da allora l’accesso alla formazione professionale per gli stranieri è decisamente cambiato ed oggi appare obiettivamente difficile trovare differenze significative tra i qualificati stranieri e i qualificati svizzeri.

Quel processo di avvicinamento, tuttavia, ed è bene scriverlo e ricordarlo, è stato avviato dagli stessi immigrati i quali capirono chiaramente fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, che una via sicura all'integrazione e alla soddisfazione personale, familiare e sociale è certamente quella di una formazione professionale solida e aperta.

Giovanni Longu
Berna 19.1.2022

11 gennaio 2022

160 anni di rapporti commerciali ed immigrazione tra l’Italia e la Svizzera (1a parte)

L’anno scorso le relazioni diplomatiche tra la Svizzera e l’Italia hanno compiuto 160 anni. Per dare risalto alla complessità e all'importanza dei rapporti italo-svizzeri, soprattutto in riferimento all'immigrazione italiana in Svizzera, mi sarei aspettato che l’Ambasciata d’Italia o il Dipartimento federale degli affari esteri organizzassero una pubblicazione, una giornata di studio, una tavola rotonda, una conferenza o altra manifestazione pubblica, ma evidentemente non è stato possibile e forse nemmeno voluto (non certo a causa della pandemia).

Interessi economici sempre in primo piano nei rapporti italo-svizzeri.
Ritenendo tuttavia l’occasione interessante per far conoscere meglio il lavoro per così dire «dietro le quinte» delle diplomazie dei due Paesi e per fare il punto della situazione, chiesi nell'ottobre scorso un breve messaggio ai rispettivi ambasciatori d’Italia (Silvio Mignano) e di Svizzera (Monika Schmutz Kirgöz), ma solo quest’ultima ha risposto con un contributo interessante, che riprenderò più avanti. Nei mesi di aprile-maggio scorsi avevo comunque già dedicato alla ricorrenza una serie di articoli, ripercorrendo le principali tappe di questi 160 anni delle relazioni diplomatiche italo-svizzere e sottolineandone l’impatto sui flussi immigratori dall'Italia. Di seguito desidero ora soffermarmi su un aspetto che può rappresentare una chiave di lettura di gran parte della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera: gli interessi economici sempre in primo piano nei rapporti italo-svizzeri.

Interessi economici in primo piano

Alla mia richiesta di un giudizio sintetico sugli attuali rapporti italo-svizzeri, l’ambasciatrice di Svizzera in Italia Monika Schmutz Kirgöz ha risposto fra l’altro con questa affermazione: «l'Italia continua ad essere un partner chiave, sia politicamente che economicamente, con uno scambio commerciale e di servizi di circa 1 miliardo di franchi svizzeri alla settimana».

Trovo tale frase emblematica non solo dello stato delle relazioni italo-svizzere, ma anche dell’intera storia dei 160 anni di questi rapporti, perché fin dall'inizio entrambe le diplomazie non hanno mai perso di vista, oltre all'evidente interesse a coltivare relazioni di buon vicinato tra Paesi confinanti, i prevalenti interessi economici, anche quando si trattava della gestione dei grandi flussi migratori di fine Ottocento fino alla prima guerra mondiale e di quelli del secondo dopoguerra.

Quando il 30 marzo 1861 la Confederazione riconobbe ufficialmente il nuovo Regno d’Italia ponendo su nuove basi le relazioni esistenti tra i due Paesi, l'emigrazine/immigrazione non era un tema prioritario. Ad entrambi premeva soprattutto consolidare e intensificare i rapporti economici esistenti, benché non mancassero altri interessi riguardanti, per esempio, alcune rettifiche del confine comune, l’estradizione dei delinquenti, la sicurezza dei cittadini svizzeri residenti in Italia e dei cittadini italiani residenti in Svizzera, la salvaguardia della proprietà letteraria e artistica. Incanalare i vari temi nella forma di trattati, convenzioni e accordi applicabili con criteri di reciprocità e sostenibilità fu uno dei principali compiti affidati alle diplomazie dei due Paesi.

Soprattutto la Confederazione era fortemente interessata a conservare e sviluppare ulteriormente le intense relazioni commerciali stabilite col Regno di Sardegna. Riteneva i buoni rapporti con l’Italia indispensabili non solo per meglio tutelare i propri interessi nella Penisola e garantire il proprio approvvigionamento internazionale attraverso il porto di Genova, ma anche per progettare con sicurezza nuove vie di comunicazione tra nord e sud. Questi interessi spiegano bene perché il Consiglio federale non tenesse in gran conto le voci riguardanti pretese territoriali soprattutto sul Ticino avanzate da alcuni politici italiani all'indomani della proclamazione del Regno, tanto più che lo stesso Cavour aveva dato ampie garanzie sull'integrità della Svizzera.

Giovan Battista Pioda (1850-1914)
Grandi diplomatici all'opera

A curare gli interessi della Svizzera furono subito inviati dapprima a Torino (capitale del Regno dal 1861 al 1865) e poi a Firenze (dal 1865 al 1970) e a Roma (dal 1971) diplomatici di prim'ordine, fra cui
nel 1864 l’ex consigliere federale Giovanni Battista Pioda. Grazie alle sue conoscenze internazionali, alla sua ottima conoscenza dell’italiano (aveva conseguito la laurea in giurisprudenza a Pavia) e agli ottimi rapporti personali con l’inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Re d’Italia presso la Confederazione (dal 29 luglio 1867 al 22 maggio 1881), Luigi Amedeo Melegari, gli fu possibile non solo difendere gli interessi attuali della Svizzera, ma anche estenderli ad altri campi.

Luigi Amedeo Melegari (1805-1881)
Già nel 1868 le diplomazie dei due Paesi erano riuscite a concludere ben quattro trattati (convenzione commerciale, accordo per la salvaguardia della proprietà letteraria e artistica, trattato di domicilio e consolare, trattato d'estradizione), uno dei quali avrebbe avuto per molto tempo un’importanza straordinaria per l’inquadramento giuridico dei futuri flussi migratori tra i due Paesi.

Nel frattempo, Pioda, grazie anche al sostegno di Carlo Cattaneo e dello stesso Melegari, era riuscito a convincere il governo italiano dell’importanza di una partecipazione diretta dell’Italia alla realizzazione dell’opera del secolo, la galleria ferroviaria del San Gottardo e nel 1869 fu firmata a Berna tra la Svizzera e l’Italia una Convenzione sul Gottardo, nuovamente siglata ancora a Berna il 17 gennaio 1871 tra la Svizzera, l’Italia e la Germania del Nord.

I primi trattati di commercio

Con l’entrata in funzione della ferrovia del Gottardo (1882), il commercio sud-nord aumentò notevolmente, tanto da richiedere un nuovo trattato di commercio tra l’Italia e la Svizzera (1889). Grazie ad esso e a una significativa riduzione dei dazi doganali, aumentarono enormemente soprattutto le esportazioni italiane (specialmente prodotti agricoli) verso la Svizzera, molto meno quelle svizzere verso l’Italia.

Un altro trattato, sottoscritto a Zurigo nel 1892, favorì ulteriormente le esportazioni italiane verso la Svizzera (140 milioni di franchi nel 1892, 181 milioni nel 1903), ma non quelle svizzere verso l’Italia, tanto da indurre le autorità elvetiche a denunciarlo nel 1903. Il nuovo trattato del 1904 riequilibrò un tantino la bilancia commerciale tra i due Paesi, ma restò ancora a lungo nettamente favorevole all’Italia.

Se dall'inizio del secolo scorso si fa un balzo alla situazione attuale salta subito agli occhi che i rapporti non sono granché cambiati. Se nel 1914, prima che scoppiasse la prima guerra mondiale) l’Italia costituiva il secondo o terzo mercato di approvvigionamento per le importazioni svizzere e il quinto o sesto acquirente delle esportazioni elvetiche, oggi l’Italia costituisce ancora il secondo o terzo partner commerciale della Svizzera in ordine di importanza ed è il sesto Paese di destinazione per l'export italiano.

Inizio dei flussi immigratori dall'Italia

L’invio a Torino come rappresentante della Confederazione di un ex consigliere federale (al quale era stato chiesto appositamente di rinunciare alla prestigiosa carica), Giovanni Battista Pioda, aveva soprattutto lo scopo di convincere il governo italiano a sostenere il progetto più convincente di collegamento tra l’Italia e il Centro Europa passando per la Svizzera e a partecipare finanziariamente alla sua realizzazione con la ferrovia e la galleria del San Gottardo, allora la più lunga del mondo.

Nella galleria del San Gottardo lavorarono quasi esclusivamente italiani.
Pioda raggiunse il doppio scopo, non solo grazie ai buoni rapporti ch'era riuscito a stabilire con le autorità italiane, ma anche sfruttando abilmente i contrastanti interessi dei vari Paesi coinvolti: il Regno d’Italia interessato a un collegamento del porto di Genova con l’Europa centrale senza dover passare attraverso il territorio austro-ungarico; la Germania interessata ad un collegamento con l’Italia senza passare per il territorio francese. Per la Svizzera si trattava inoltre di non correre il rischio di venir aggirata nei flussi nord-sud (qualora non fosse stata trovata in tempi brevi una soluzione vantaggiosa attraverso il proprio territorio) da due altri collegamenti alpini già in costruzione, i trafori del Frejus (inizio dei lavori 1857) e del Brennero (inizio del lavori 1860).

Per la realizzazione della galleria più lunga del mondo, l’impresa ginevrina di Louis Favre che aveva vinto la gara d’appalto, si avvalse quasi esclusivamente di maestranze e operai italiani provenienti in massima parte dal Piemonte e dalla Lombardia. L’età media era di 28 anni e molti di essi avevano accumulato esperienze preziose nella costruzione della galleria del Frejus. Per la Svizzera era cominciata l’era dei grandi flussi migratori dall'Italia.

In alcuni periodi lavoravano contemporaneamente allo scavo del tunnel oltre 3500 operai al giorno, con una punta nel mese di agosto 1877 di 4344 persone. Soprattutto nella prima fase della costruzione, la possibilità di trovare un lavoro attirava nelle località dei grandi cantieri ai due versanti di Airolo e Göschenen migliaia persone. Non tutte ottenevano un permesso di lavoro, ma in certi periodi, per esempio nel 1874, riuscirono ad ottenerlo oltre 13.000 persone (Segue)

05 gennaio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 67. La seconda generazione e la scelta professionale (4)

L’articolo precedente metteva in evidenza alcune ragioni dello svantaggio iniziale dei giovani italiani nella scelta professionale, sottolineando in particolare l’incertezza sul loro futuro (in Svizzera o in Italia?), il modesto livello delle prestazioni scolastiche, la mancanza di alternative, l’esiguo sostegno del servizio di orientamento professionale e della famiglia. Questi aspetti hanno influito sicuramente sul destino professionale di molti giovani italiani, che non hanno potuto scegliere la professione desiderata. Solo col tempo, altri giovani sono riusciti a ridurre e talvolta a eliminare lo svantaggio iniziale degli anni Settanta, alcuni anche grazie ad alternative offerte da istituzioni come il CISAP (di cui si tratterà ancora nei prossimi articoli).

Osservazioni generali

Due illustri figli di immigrati italiani, S. Ermotti e I. Cassis
Una delle ragioni del ritardo con cui venne affrontato in maniera mirata il tema della formazione professionale della seconda generazione negli anni Settanta fu dovuta alla priorità data sia dalla Svizzera che dall'Italia all'integrazione scolastica. La frequenza della scuola pubblica svizzera era vista come la condizione essenziale per far superare ai figli degli immigrati gli ostacoli di carattere linguistico (e in parte anche sociale) e offrire loro le medesime opportunità dei coetanei svizzeri per accedere a una formazione post-obbligatoria.

Purtroppo questo percorso è stato lungo e molto accidentato, ma anche soltanto nel periodo in esame (1970-1990) ha prodotto risultati apprezzabili, nella filiera della formazione professionale più che in quella della formazione generale classica (maturità liceale), come dimostrano alcuni dati dei censimenti federali della popolazione degli anni 1970, 1980, 1990.

L’analisi dei dati, semplificata qui per esigenze di spazio, prende in considerazione solo i giovani dai 20 ai 24 anni, ossia la fascia d’età in cui solitamente si acquisisce una formazione post-obbligatoria di secondo grado (maturità liceale o qualifica professionale), tenendo presente che si trattava di persone nate 20-24 anni prima, ossia a partire dagli ultimi anni ‘50.

Va anche osservato che non tutti i giovani considerati appartenevano alla seconda generazione, perché alcuni, soprattutto tra quelli censiti nel 1970 e 1980, erano dei veri e propri immigrati, che avevano ultimato la loro scolarità in Italia (generalmente ad un livello superiore a quello dei loro genitori) e in seguito erano emigrati in Svizzera.

I dati dei censimenti

Poiché lo scopo di questo articolo è quello di attestare il lento ma sicuro avanzamento dei giovani italiani verso la normalità professionale rappresentata dai coetanei svizzeri, entrambi i gruppi sono stati considerati pari a 100 alla data dei censimenti. Le risposte alla domanda contenuta regolarmente nel questionario del censimento circa la formazione massima raggiunta da ognuno danno un quadro sufficientemente affidabile della situazione.

Risulta, per esempio, che nel 1970 si era fermato alla scuola obbligatoria il 27,4% degli svizzeri, ma quasi il 70% degli italiani. Aveva concluso con successo una formazione professionale circa il 35% degli svizzeri , ma solo il 12,5% degli italiani. Inoltre avevano un diploma di maturità l’8,2% degli svizzeri e il 3% degli italiani.

Nel 1980 la situazione era abbastanza simile a quella di dieci anni prima, ma la quota di italiani fermi alla scuola dell’obbligo era scesa sotto il 50% e quella di coloro che avevano acquisito una formazione professionale completa era salita al 32,4% (svizzeri: 53%).

Nel 1990 la distanza tra svizzeri e italiani si era ulteriormente ridotta. Al livello della scuola obbligatoria si era fermato l’8,2% dei primi e il 25,9% dei secondi. L’avvicinamento era invece particolarmente vistoso riguardo alla formazione professionale: svizzeri 61%, italiani 54,1%.

Da un’analisi più attenta dei dati risulta anche che il miglioramento tra gli italiani avveniva man mano che aumentava la quota dei nati in Svizzera, passata dal 5,6% del 1970 al 77% del 1990. Inoltre, fin dagli anni Settanta, tutte le differenze tendevano a scomparire nel gruppo dei naturalizzati di origine italiana, tra cui si faranno strada anche future personalità di rilievo nel mondo economico, culturale, scientifico, universitario, giornalistico, politico… come Sergio Ermotti, Ignazio Cassis (v. foto) e altri.

Infine, non si può dimenticare il contributo dato alla formazione professionale degli italiani da alcune istituzioni private, di cui si tratterà specificamente in altri articoli (Segue).

Giovanni Longu
Berna 5.1.2022