04 novembre 2015

Capire la Svizzera: 5. Libertà e paura

 

Nella storia della Svizzera, forse più che in molti altri Paesi europei, libertà e paura sembrano convivere in un rapporto singolare: dapprima la libertà vista come ideale da raggiungere supera ogni paura e difficoltà, poi, una volta conquistata, nella sua dimensione personale e statuale, genera la paura che si perda o venga ridimensionata da influenze esterne. Basta ricordare i primi articoli della Costituzione federale del 1848 e analizzare i risultati delle recenti elezioni del 18 ottobre 2015 per rendersene conto.

Dalla Costituzione del 1848 alle elezioni del 2015
L’articolo 2 della Costituzione federale del 1848 è chiaro: «La Lega ha per iscopo di sostenere l’indipendenza della Patria contro lo straniero, di mantenere la tranquillità e l’ordine nell’interno, di proteggere la libertà e i diritti dei Confederati, e di promuovere la loro comune prosperità». Se questo era lo scopo della nascente Confederazione, evidentemente la paura di perdere sia l’indipendenza che la libertà doveva essere tanta. E’ sintomatico che l’articolo 2 citato sia rimasto invariato in tutte le revisioni costituzionali fino all’ultima generale del 1999, quando quel tipo di paura sembrava aver perso di rilievo.
Toni Brunner, presidente dell'UDC,
visibilmente soddisfatto delle elezioni del 2015
Le elezioni per il Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) del 18 ottobre 2015 possono essere interpretate da diversi punti di vista, ma non si può escludere un consistente influsso della paura, sia pure di tipo diverso da quello del 1848 e anche del 1999. Molti analisti hanno messo in evidenza i cambiamenti rispetto alle precedenti elezioni del 2011, ma altri hanno preferito sottolineato quanto la paura abbia influito sul risultato finale. Anche il fatto che la maggioranza dei commentatori nazionali e internazionali lo abbia interpretato come una pericolosa svolta a destra dovuta alla vittoria schiacciante dell’Unione democratica di centro (UDC), considerata un partito di destra, conservatore, nazionalista, anti immigrati e anti-europeo, sta a denotare per lo meno il clima di paura in cui si è votato. Paura che a mio parere va tuttavia relativizzata.

Destra e sinistra: categorie inadeguate
Anzitutto trovo inadeguate e superate, anche se ancora ampiamente utilizzate, le categorie spaziali di destra e sinistra per qualificare eventi così importanti come le elezioni politiche di qualunque Paese, ma soprattutto della Svizzera, in cui la democrazia diretta è considerata la massima espressione della libertà e della identità del suo popolo. L’immagine di una destra e di una sinistra dà l’idea di una sorta di bivio in cui fa bene solo chi imbocca la sinistra, mentre rischia grosso e fa male chi imbocca la destra. Oltretutto, l’uso di tali categorie denota un pregiudizio di fondo, perché introduce in un discorso che dovrebbe restare politico categorie sostanzialmente etiche o ideologiche, ossia che la sinistra sia migliore della destra.
Ciò premesso, secondo un’analisi più obiettiva e meno ideologica del voto del 18 ottobre scorso, non mi pare che si possa parlare di una svolta (pericolosa) e nemmeno di una scelta (azzardata) dell’elettorato. Generalmente, infatti, in un Paese di lunga esperienza democratica come la Svizzera, i cittadini scelgono i partiti ed eleggono i propri rappresentanti con consapevolezza, anche perché i candidati sono di solito persone molto note, delle quali è facile conoscere gli orientamenti e la coerenza con cui sostengono le proprie idee.

Nel solco della continuità
Quanto alla «svolta», vorrei ricordare che anche le elezioni federali di quest’anno, sebbene rispetto a quelle del 2011 mettano in risalto alcune importanti variazioni (che secondo alcuni analisti rappresentano piuttosto «correzioni» di errori del passato) riguardo alla forza dei partiti, si sono svolte all’insegna della continuità perché confermano una tendenza in atto almeno da vent’anni. La fiducia del popolo svizzero nell’UDC non nasce in questi ultimi anni in cui si sono acuiti i problemi riguardanti il lavoro, gli immigrati, i rapporti con l’Unione europea (UE), ma cresce costantemente (a parte una battuta d’arresto nel 2011) da almeno un ventennio. Dal 14,9 per cento di consensi alle elezioni federali del 1995 l’UDC è passata nelle recenti elezioni al 29,4 per cento, il record di consensi per un partito politico svizzero dall’introduzione del sistema proporzionale, avvenuta nel 1919.
Per rendersi maggiormente conto della continuità col passato basterebbe inoltre ricordare che nello stesso lasso di tempo 1995-2015, tutti gli altri partiti di governo hanno perso consensi: il Partito socialista è passato dal 21,8 al 18,8 per cento, il Partito liberale radicale dal 20,2 al 16,4 per cento, il Partito popolare democratico dal 16,8 all’11,6 per cento. Etichettando i recenti risultati elettorali come una svolta o una virata più o meno marcata si dimentica questa tendenza già in atto da oltre un ventennio e di attribuire al popolo svizzero un cambiamento di orientamenti non corrispondente al suo carattere essenzialmente prammatico e poco ideologico.

Bisogno di sicurezza per superare la paura
Resta da capire perché gli elettori sembrano privilegiare alcuni partiti e non altri. Le risposte vanno cercate, a mio parere, nella storia psicologica del popolo svizzero. Anche solo partendo dal 1848, l’anno di fondazione della moderna Confederazione, non si può fare a meno di osservare che i valori in cui gli svizzeri hanno sempre maggiormente creduto, ossia la libertà (soprattutto nella sua massima espressione della democrazia diretta) e l’indipendenza, non sono ritenuti definitivamente al sicuro, sia per ragioni interne e sia per ragioni esterne.
Si dirà che tutti i popoli considerano la libertà e l’indipendenza come valori irrinunciabili, ma non per questo li ritengono in pericolo. Questo è innegabile, ma nel caso del popolo svizzero mi pare di notare una maggiore sensibilità al riguardo, dovuta forse alla sua ancor fragile composizione, alla sensazione di accerchiamento con rischio d’invasione provata in alcuni periodi drammatici della sua storia e ancora presente almeno nel subconscio, alla paura di mettere a repentaglio il benessere faticosamente raggiunto. Di qui nasce, soprattutto in alcuni strati medio-bassi della popolazione, un bisogno di sicurezza, che solo un partito, l’UDC, promette in continuazione attirando consensi.

In Svizzera la paura è di casa
Sarebbe esagerato affermare che gli svizzeri vivano di paura, ma significherebbe non conoscerli abbastanza se si negasse che essi sono particolarmente sensibili alla paura, anzi vi convivono quotidianamente. Se il franco svizzero si rafforza rispetto all’euro c’è subito qualche giornale che intitola: «Con il franco forte la Svizzera scopre la paura: torna lo spettro recessione». Basta che il tasso di disoccupazione (attualmente è al 3,2 per cento!) aumenti di qualche decimale e già scatta l’allarme lavoro. Se la Banca nazionale svizzera comunica di non essere certa di poter distribuire alla fine dell’anno il dividendo di un miliardo alla Confederazione e ai Cantoni, gli enti pubblici cominciano a preoccuparsi.
L’economia svizzera è florida eppure si teme che non duri (la stessa paura che si registrava nel dopoguerra, nonostante il boom economico). Il franco forte fa mettere in evidenza le difficoltà dell’industria svizzera d’esportazione e nessuno sembra accorgersi che nel terzo trimestre 2015 la bilancia commerciale della Svizzera (esportazioni meno importazioni) ha registrato un’eccedenza record di 9,4 miliardi. Persino l’Amministrazione federale delle dogane ha intitolato il relativo comunicato stampa «3° trimestre 2015: il commercio estero vacilla». Nessun accenno all’export record dell’anno scorso.
Nel quotidiano, tuttavia, la paura non appare tanto, segno che il grado di soddisfazione generale del popolo svizzero è piuttosto alto (tre persone su quattro si dicono soddisfatte della loro esistenza), come ha recentemente confermato anche il «World Happiness Report» (Rapporto sulla felicità nel mondo) dell’ONU per il 2015, che colloca la Svizzera al primo posto (per inciso l’Italia figura solo al 50° posto) su 158 nazioni prese in considerazione. Nel commentare la notizia, il Corriere del Ticino intitolava: «Siamo i più felici del mondo e quasi non ce ne accorgiamo». Che è tutto dire.

La paura influenza molte decisioni
La paura si manifesta in maniera evidente solo in occasioni particolari, ad esempio, quando si vota su temi scottanti, per esempio quelli riguardanti direttamente o indirettamente gli stranieri o quelli sui rapporti tra la Svizzera e l’UE.
Negli annali della politica migratoria svizzera, la votazione più emblematica resterà quella sull’«iniziativa Schwarzenbach» anti-stranieri e soprattutto anti-italiana. Fece registrare una partecipazione record (74,7%), inferiore solo a quella sull’introduzione dell’assicurazione vecchiaia e superstiti nel 1947, ma mai più superata in seguito. Allora si disse che la spinta ad andare a votare era stata la paura: paura degli stranieri da parte dei sostenitori dell’iniziativa e paura che l’iniziativa venisse approvata da parte di tutti gli altri. La maggioranza del popolo svizzero (54% dei votanti, allora solo uomini, perché le donne non avevano ancora ottenuto il diritto di voto a livello federale) respinse l’iniziativa, ma quel rigetto fu attribuito proprio alla paura delle imprevedibili conseguenze che avrebbe comportato una sua accettazione.
Il clima degli anni Settanta del secolo scorso non c’è più stato, ma la paura dell’immigrazione di massa, di avere in Svizzera troppi stranieri e di non avere strumenti adeguati per gestire i flussi è ancora attuale. Il partito risultato chiaramente vincitore alle ultime elezioni, l’UDC, è stato preferito dagli elettori perché ha dato l’impressione di condividere questa paura, incentrando tutta la campagna elettorale sull’emergenza profughi, il controllo dell’immigrazione e l'antieuropeismo. Lo slogan adottato è stato semplice, ma efficace: «Restiamo liberi!». Dire che anche stavolta ha vinto la paura non è esagerato.

In conclusione
Si può convenire in linea teorica che la paura non è quasi mai una buona consigliera, come dice il detto, ma non necessariamente ogni paura è ingannevole e deleteria. Può persino contribuire a cercare le soluzioni migliori. Diceva il filosofo Spinoza che «non c’è speranza senza paura né paura senza speranza». In questa occasione la speranza è che la paura sia superata da un forte accordo tra i partiti maggiori (principio della concordanza) e dal rafforzamento degli accordi bilaterali con l’UE. Per mettere al sicuro la libertà e la democrazia non ci sarà anche in futuro niente di meglio della coesione nazionale e dell’intesa con l’Europa, di cui comunque, nel bene e nel male, la Svizzera fa parte.
Giovanni Longu
Berna, 4.11. 2015

27 ottobre 2015

Elezioni svizzere 2015 nel solco della continuità




Le recenti elezioni del 18 ottobre 2015 per il Consiglio nazionale svizzero (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) sono state interpretate da gran parte della stampa nazionale e internazionale come una svolta pericolosa a destra del popolo svizzero. I due maggiori quotidiani italiani, il Corriere della Sera e La Repubblica, non hanno esitato a descrivere il partito più votato in assoluto, l’Unione democratica di centro (UDC), «il partito nazionalista, anti europeo e anti immigrati» e «il partito della destra più conservatrice e antieuropeista». In realtà le elezioni si sono svolte nel solco della continuità e non rappresentano affatto un pericolo.

Virata a destra o nel solco della continuità?
Premesso che ho pieno rispetto per tutte le opinioni, non ritengo il ricorso alle categorie spaziali di destra e sinistra lo strumento più idoneo per analizzare le elezioni politiche, soprattutto in un Paese che considera la democrazia diretta come la massima espressione della libertà e della identità del suo popolo. Oltretutto, l’uso di tali categorie denota un pregiudizio di fondo, perché introduce in un discorso che dovrebbe restare politico categorie sostanzialmente etiche o ideologiche, ossia che la sinistra sia migliore e volta al progresso, mentre la destra sia piuttosto retrograda.
Quanto alla «svolta», vorrei osservare che anche le elezioni federali di quest’anno, sebbene rispetto alle al 2011 mettano in evidenza alcuni cambiamenti importanti riguardo alla forza dei singoli partiti, si sono svolte all’insegna della normalità e della continuità di una tendenza in atto almeno da vent’anni. La fiducia del popolo svizzero nell’UDC non nasce all’improvviso in questi ultimi anni in cui si sono acuiti i problemi riguardanti il lavoro, gli immigrati, i rapporti con l’Unione europea (UE), ma cresce costantemente (a parte una battuta d’arresto nel 2011) da almeno un ventennio. Dal 14,9 per cento di consensi alle elezioni federali del 1995 l’UDC è passata nelle recenti elezioni al 29,4 per cento, il record di consensi per un partito politico svizzero dall’introduzione del sistema proporzionale, avvenuta nel 1919. Al contrario, nello stesso lasso di tempo 1995-2015, tutti gli altri partiti di governo hanno perso consensi: il Partito socialista è passato dal 21,8 al 18,8 per cento, il Partito liberale radicale dal 20,2 al 16,4 per cento, il Partito popolare democratico dal 16,8 all’11,6 per cento.

Il popolo orienta la politica e non viceversa
Molti commentatori delle recenti elezioni si sono soffermati sulla forza persuasiva dell’UDC, lasciando intendere che la propaganda e la retorica del partito e di alcune figure simbolo tipo Christoph Blocher riescano a spostare ingenti quantitativi di voti. Questa raffigurazione è vera solo parzialmente. Infatti, contrariamente a quel che avviene per esempio in Italia, dove la forza dei partiti è molto spesso esorbitante e tale da condizionare l’elettorato, i partiti svizzeri sono poco influenti sull’opinione pubblica. Nella sostanza, è sempre il popolo che orienta la politica. L’esercizio della democrazia diretta, a cui gli svizzeri sono attaccatissimi nonostante vistosi difetti ammessi comunemente, fa sì che specialmente il Parlamento sia efficacemente controllato non solo attraverso le elezioni quadriennali, ma anche attraverso il ricorso (assai frequente) al referendum e sistematicamente dalla stampa d’opinione.
Inoltre, il popolo svizzero ha votato anche stavolta come ha sempre votato, ossia dando fiducia a quei partiti e rappresentanti che sembrano offrire le migliori garanzie per la soluzione dei problemi che preoccupano la gente comune in quel momento. E poiché la maggioranza del popolo svizzero è soddisfatta del presente ma teme per il suo futuro, ha favorito nelle recenti elezioni particolarmente l’UDC, ritenuto il partito di governo che più di ogni altro tematizza le preoccupazioni del momento, ossia la gestione dell’emergenza profughi e richiedenti l’asilo, la gestione dell’immigrazione e la gestione dei rapporti della Svizzera con l’Unione europea.
Tematiche che preoccupano maggiormente gli svizzeri
(Fonte: Sondaggio Tamedia. Grafica: Sotomo)
Non è dunque l’UDC che orienta l’opinione pubblica, ma è il popolo svizzero che nelle scorse elezioni ha fatto chiaramente intendere che nella gestione dei richiedenti l’asilo si deve distinguere tra quelli che ne hanno diritto secondo le regole internazionali e quelli che non ne hanno diritto in quanto migranti economici. Anche riguardo all’immigrazione vale la stessa considerazione. Sebbene in Svizzera non ci sia probabilmente nessuno così sprovveduto da non rendersi conto che senza l’immigrazione l’economia svizzera non crescerebbe (come non crescerebbe la scienza, la cultura, l’arte e la stessa demografia), la maggioranza degli svizzeri non è disposta ad accettare un’immigrazione incontrollata (ad esempio, qualora si applicasse senza clausole di salvaguardia il principio della libera circolazione delle persone a livello europeo).
Quanto ai rapporti con l’UE, è certamente lecito ritenere l’UDC un partito conservatore e nazionalista, ma non si può ignorare che è in certo senso «conservatrice» e «nazionalista» la stragrande maggioranza se non la totalità del popolo svizzero. Fiero della sua storia di conquista della libertà e dell’indipendenza, non è certo disposto a cedere anche solo una parte rilevante della propria sovranità all’UE adottando senza riserve, per esempio, il diritto europeo, ossia riducendo drasticamente la democrazia diretta. Che poi il popolo svizzero intenda anche salvaguardare oltre ai valori democratici anche «l'elevato tenore di vita», com’è stato scritto, mi pare comprensibile.

La democrazia svizzera non è in pericolo
Mi ha sorpreso il giudizio di un giornale tedesco (Süddeutsche Zeitung), secondo cui l’avanzata dell’UDC metterebbe a repentaglio «il modello politico di successo del Paese». Probabilmente l’autore dell’articolo non sa che tale modello vincente si fonda fin dal 1959, salvo brevi interruzioni, sulla cosiddetta «formula magica» che assegna due rappresentanti a ciascuno dei tre partiti principali (a prescindere dal numero dei seggi in Parlamento) e un rappresentante al quarto partito. Tale «formula magica» sarà adottata con ogni probabilità anche alle prossime elezioni del Consiglio federale di dicembre.
Inoltre, basterebbe sapere due o tre cose fondamentali della Svizzera per rendersi conto che certe visioni allarmistiche sono esagerate. Anzitutto, la Svizzera è da sempre un Paese moderato: nessun partito politico raggiunge il 30 per cento dei consensi. Le intese parlamentari e governative non si formano solitamente in base al principio di maggioranza, ma in base alla cosiddetta «democrazia consociativa» o «democrazia di concordanza», che privilegia le soluzioni di compromesso. Tanto più che il sistema bicamerale perfetto in vigore fin dal 1848 fa sì che la maggioranza di una Camera non corrisponda necessariamente a quella dell’altra, per cui l’accordo è generalmente possibile solo grazie a mediazioni e compromessi. Anche il governo dei Sette Saggi (Consiglio federale), che funziona come organo «collegiale», senza un vero e proprio capo dell’esecutivo, cerca anch’esso al suo interno la massima «concordanza» possibile, anche perché i sette Consiglieri sono collegialmente responsabili delle decisioni governative.
In conclusione
In conclusione, comunque si interpretino i risultati elettorali dello scorso 18 ottobre, non penso che la democrazia svizzera sia messa in pericolo dall’avanzata dell’UDC o che siano compromessi i rapporti bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea. Non credo neppure che il popolo svizzero cambi atteggiamento nei confronti degli immigrati e dei profughi, deviando dal suo tradizionale senso di accoglienza. Ritengo anzi che l’esito delle ultime elezioni possa rappresentare anche a livello europeo un’indicazione preziosa per confermare e rafforzare i valori in cui i popoli credono, ma anche per correggere e disciplinare meglio fenomeni come l’accoglienza profughi, l’immigrazione, l’integrazione, che rischiano di andare fuori controllo.
Giovanni Longu
Berna 27.10.2015

21 ottobre 2015

Capire la Svizzera: 4. Realtà e miti di fondazione




Nella storia antica della Svizzera, spesso i fatti si confondono con le leggende. Ci furono tuttavia eventi storici che, sebbene ammantati di leggende (i cosiddetti «miti di fondazione») hanno avuto conseguenze importanti sul futuro della Confederazione. Uno di questi è stata la vittoria di Morgarten, avvenuta il 15 novembre 1315 e di cui si celebra quest’anno il 700° anniversario. Già questa celebrazione la dice lunga sugli effetti prodotti da un evento ancora in parte avvolto nella leggenda che di esso si è successivamente impadronita.

Il contesto storico
Non è qui possibile addentrarsi nei dettagli della situazione politica a dir poco assai complicata del Centro Europa di quel periodo di forti contrasti tra contadini e aristocratici, tra sudditi e sovrani, tra regni e impero, tra imperatore e papa. E’ tuttavia facile intuire che i momenti più critici erano le successioni dopo la morte dei sovrani. Per l’origine della Confederazione, ad esempio, fu decisiva la morte di Rodolfo I d’Asburgo (1291), capo della potente casa d’Austria da cui dipendevano anche molti territori della Svizzera. Poche settimane dopo la sua scomparsa, i tre Cantoni primitivi delle valli forestali di Uri, Svitto e Untervaldo (detti per questo anche «Waldstätten», ossia «Cantoni forestali») ne approfittarono per rivendicare maggiore libertà e maggiori diritti di quanti già ne godessero.
Monumento di Morgarten, sul luogo presunto della battaglia.
Per i Waldstätten non fu tuttavia facile ottenere quanto richiesto per la contrarietà degli Asburgo e per l’assenza dell’imperatore, a cui avrebbero potuto ricorrere, essendo il trono vacante. Per di più, uno dei pretendenti alla corona imperiale era proprio il duca d’Austria e di Stiria Federico I d’Asburgo, detto il Bello, sostenuto dal fratello minore Leopoldo I d’Asburgo. A contrastarlo ci pensò il cugino Ludovico il Bavaro, duca di Baviera. Ne scoppiò una guerra. Ludovico, sostenuto anche dai Waldstätten, ebbe la meglio dapprima nella battaglia di Gammelsdorf (1313) e poi definitivamente nella battaglia di Muhldorf (1322).
Per paura di rappresaglie da parte degli Asburgo, i Waldstätten si prepararono alla difesa delle loro valli e dei loro diritti. In effetti la rappresaglia non tardò ad arrivare. Un esercito di fanti e cavalieri al comando di Leopoldo I d’Asburgo penetrò nel loro territorio puntando verso Svitto. Nessuno probabilmente si rendeva conto della pericolosità dell’attraversamento di gole strette e impervie, per di più rese ancor più difficili da attraversare con ostacoli appositamente predisposti. Questa non conoscenza del territorio fu fatale all’esercito di Leopoldo, che venne annientato a Morgarten il 15 novembre 1315. Secondo alcune cronache perirono nella battaglia 1500 asburgici e soli 14 confederati. Lo stesso Leopoldo d’Austria si sarebbe salvato a stento.

La realtà e il mito
La vittoria dei montanari elvetici suscitò grande scalpore anche fuori della Svizzera e ben presto il mito s’impossessò dei pochi fatti realmente documentati. Un mito che fa discutere ancora oggi, come tutti i cosiddetti i «miti di fondazione», ma il cui significato non dovrebbe sfuggire. Questi, infatti, non sono pura invenzione o abbellimenti fantasiosi della realtà, ma rappresentazioni di fatti realmente accaduti allo scopo di coglierne il significato o i significati.
In particolare, i miti di fondazione vogliono esaltare alcuni valori supposti all’origine delle rivendicazioni dei Cantoni primitivi, quali l’aspirazione alla libertà e alla pace, all’autogoverno, ad alcuni principi di democrazia diretta, ecc. Del resto, una volta appurato che, per esempio, Guglielmo Tell non è mai esistito, sarebbe un errore concludere che anche il suo mito andrebbe cancellato e dimenticato. No, il mito sopravvive perché è fortemente simbolico. E bene ha scritto proprio riferendosi al mito di Guglielmo Tell lo storico Emilio R. Papa: «Nessun simbolo avrebbe potuto rendere meglio l’immagine dell’antico ideale di libertà dei confederati. Un ideale legato all’insofferenza delle piccole comunità elvetiche nei confronti del dominio di qualsivoglia estraneo posto ad amministrarle e ad esigere tributi senza essere stato a ciò preposto dalla volontà diretta delle predette comunità, vale a dire senza essere stato da loro espresso secondo un proprio crisma sociale».

Efficacia del mito di Morgarten
Anche riguardo al mito di Morgarten vale la stessa riflessione. Comunque si sia svolta la battaglia, grazie al mito è stata conservata la rappresentazione di una vittoria decisiva per i primi confederati, perché non solo li affrancò (almeno in buona parte) dalla dipendenza degli Asburgo, confermando i diritti acquisiti, ma consentì loro anche di ampliarli in seguito ad opera dell’imperatore Ludovico il Bavaro.
Particolare del monumento «agli eroi di Morgarten 1315»
La vittoria (reale) di Morgarten, inoltre, confermando e ampliando il contenuto del «Patto federale» del 1291, ha trasformato la vecchia alleanza difensiva in una Lega (nome che resterà fino all’adozione dell’attuale Costituzione federale), come risulta dal nuovo Patto federale sottoscritto a Sarnen poche settimane dopo quella vittoria. Essa segnò anche un decisivo rafforzamento di quella forma di democrazia avviata nel 1291, che si concretizzerà ad esempio nella riduzione del potere aristocratico delle famiglie nobili, nella crescita di potere da parte dei contadini, nello sviluppo delle corporazioni e nella diffusione delle assemblee popolari che sono all’origine di quella forma di democrazia diretta nota come «Landsgemeinde» (letteralmente: «comunità del Cantone»).
Il mito di Morgarten è vivo ancora oggi, è impossibile negarlo, e spesso è stato rievocato nei media specialmente nel periodo elettorale appena trascorso, anche se non è dato sapere quanto abbia influito sull’esito delle recenti elezioni del 18 ottobre. (Segue)
Giovanni Long
Berna 21.10.2015