27 febbraio 2013

1° marzo 1963: svolta nella politica immigratoria svizzera


L’immigrazione dall’Italia verso la Svizzera, ridotta a poche centinaia di persone l’anno durante la guerra, riprese vigore al termine delle operazioni belliche, per la congiunzione di tre fattori fondamentali: la grave crisi occupazionale italiana, soprattutto al nord, la forte ripresa congiunturale dell’economia svizzera e la politica immigratoria liberale delle autorità federali.

Per far fronte alle crescenti esigenze dell’economia svizzera, venivano reclutati ogni anno in Italia decine di migliaia di lavoratori, praticamente senza restrizioni da parte delle autorità federali. I permessi di lavoro e le autorizzazioni di soggiorno venivano rilasciati con grande facilità. In meno di quindici anni, dal 1946 al 1960, sono espatriati in Svizzera almeno una volta per motivi di lavoro oltre un milione e mezzo di italiani, gran parte dei quali, tuttavia, successivamente rimpatriati (fonte ISTAT). Nello stesso periodo, la popolazione italiana residente è passata da meno di centomila a ben 346.223 persone, senza contare il numero di stagionali, oscillante tra 100 e 200 mila persone l’anno, ininfluenti sulla statistica della popolazione residente.

Fabbisogno crescente di manodopera
A distanza di oltre cinquant'anni, credo che sia difficile per chiunque, anche per gli stessi protagonisti di allora, rendersi conto sia del fabbisogno svizzero di manodopera estera nel dopoguerra fino agli inizi degli anni ’60 e sia dei movimenti in entrata e in uscita dei lavoratori immigrati. Per averne un’idea, bisogna anzitutto ricordare che dalla fine della guerra tutte le industrie svizzere producevano pressoché al massimo delle loro capacità e le prospettive di sviluppo, dopo alcune incertezze iniziali, erano positive.
Per garantire anche in futuro i prodotti sempre più richiesti dalla società dei consumi che si stava profilando, le industrie avevano bisogno sia di grandi quantità di energia e sia di infrastrutture stradali efficienti, in aggiunta a quelle ferroviarie già disponibili, per la distribuzione dei prodotti. Inoltre, la popolazione crescente e sempre più benestante aveva enorme bisogno di nuove infrastrutture residenziali (abitazioni), commerciali (fabbriche, negozi, supermercati, ecc.) e pubbliche (scuole, asili, ospedali, alberghi, chiese, uffici, ecc.).
Per far fronte a tutte queste esigenze, occorreva uno sforzo enorme da parte di enti pubblici e privati, che si tradusse in un gigantesco cantiere che si estendeva praticamente su tutto il territorio nazionale. In pratica si lavorava e si costruiva ovunque. E’ facile comprendere, a questo punto, l’esigenza di una quantità crescente di manodopera, che non poteva essere solo quella locale, ma anche straniera. Soprattutto nei primi decenni del dopoguerra questa proveniva soprattutto dall'Italia.

Italiani soprattutto e dappertutto
In quel periodo vennero costruite imponenti dighe per la creazione di bacini di accumulazione in alta montagna in modo da sfruttare l’acqua della fusione dei ghiacciai e fornire regolarmente l’energia necessaria all'industria e ai trasporti. Era l’epopea delle grandi dighe e delle imponenti centrali idroelettriche. In tutti i grandi cantieri gli italiani erano presenti in gran numero.
Diga di Mauvoisin / Vallese
Una buona parte delle oltre duecento grandi dighe presenti in Svizzera sono state terminate o iniziate negli anni ’50. A titolo di esempio si possono ricordare quelle di Cleuson/Vallese (1946-1951), Salanfe/Vallese (1947-1952), Räterischsboden/Berna (1948-1950), Palagnedra/Ticino (1950-1952), Sambuco/Ticino (1951-1956), Mauvoisin/Vallese (1951-1958), che con i suoi 237 m di altezza, alla sua entrata in funzione, era la diga in cemento più alta del mondo, un record che dovrà cedere pochi anni più tardi alla Grande Dixence/Vallese (1951-1961), la diga più alta del mondo a gravità in cemento (285 metri), Vieux-Emosson/Vallese (1952-1955), Zeuzier/Vallese (1954-1957), Moiry/Vallese (1954-1958), Albigna/Grigioni (1955-1959), Les Toulles/Vallese (1958-1963), Luzzone/Ticino (1958-1963), ecc.
Altri lavoratori italiani erano adibiti alla costruzione di nuove arterie di traffico e al miglioramento di quelle esistenti. Nel 1962 venne inaugurato nella zona di Grauholz, vicino a Berna, il primo tratto della «Nazionale 1» (N1), destinata ad attraversare la Svizzera da Ginevra al Lago di Costanza. Nel 1963 venne terminata la tratta Losanna – Ginevra, giusto in tempo per accogliere i visitatori dell’esposizione nazionale di Losanna. Gli anni Sessanta e Settanta hanno conosciuto una sorta di euforia per la costruzione di strade, autostrade e tunnel (si pensi a quelli sotto il Gran San Bernardo tra la Svizzera e l’Italia, al tunnel del Bernina e soprattutto a quello di ben 17 km sotto il San Gottardo). Dovunque ci sono italiani all’opera.
Moltissimi italiani erano inoltre attivi nell’edilizia residenziale, commerciale, industriale e pubblica. Tutte le grandi città svizzere si rinnovavano e ingrandivano per far fronte alle nuove esigenze di una popolazione in forte crescita, anche in seguito all’immigrazione e al benessere, e costantemente bisognosa di nuove abitazioni.

Reazioni xenofobe
Per avere un’idea dei flussi di lavoratori stagionali che arrivavano in primavera e rientravano all’inizio dell’inverno basti pensare che per alcune settimane transitavano alla frontiera con l’Italia fino a cinque mila stagionali al giorno. Benché l’Italia vivesse in quegli anni (1959-1963) un boom economico mai conosciuto fino ad allora, con tassi d’incremento del prodotto interno lordo eccezionali, nello stesso periodo la Svizzera richiamava ancora decine di migliaia di lavoratori italiani.
Gli italiani costituivano nel 1960 circa il 60% degli stranieri residenti e una percentuale ben più alta conteggiando gli stagionali e i frontalieri. Si calcola che nel 1960 fossero presenti in Svizzera complessivamente circa mezzo milione di italiani.
La Svizzera, tuttavia, non era allora un modello di accoglienza e gli immigrati, soprattutto gli italiani, erano benvenuti solo per il lavoro che svolgevano, praticamente rifiutato o comunque non ambito dagli svizzeri. Già sul finire degli anni ’50 cominciarono a diffondersi soprattutto nella regione di Zurigo, dove era più massiccia la presenza degli italiani immigrati, i movimenti antistranieri, che si diffonderanno negli anni Sessanta e Settanta in tutta la Svizzera soprattutto di lingua tedesca.
Nel 1961 venne fondato a Winterthur il partito «Nationale Aktion gegen die Überfremdung von Volk und Heimat» (Azione nazionale contro l’inforestieramento del popolo e della patria), che produrrà in seguito le più insidiose iniziative popolari antistranieri all’insegna «la Svizzera agli Svizzeri» e «gli stranieri sono troppi». Vi aderivano soprattutto insegnanti di scuola, operai, piccoli impiegati e contadini.
Nel 1963 si costituì a Zurigo il «Movimento indipendente svizzero per il rafforzamento dei diritti del popolo e della democrazia diretta», chiamato abitualmente «Partito anti-italiano». Alcuni svizzeri cercarono di scatenare, tramite volantini e lettere razziste, in maggioranza anonime, l'odio contro gli stranieri e in particolare gli italiani del Sud. Fortunatamente non ebbe molto seguito, ma contribuì a diffondere il veleno antistranieri.

Forti pressioni sul governo
Occorre anche ricordare, per completare il quadro ambientale di quel periodo, che fin dalla metà degli anni ‘50 il sindacato svizzero chiedeva alle autorità federali di porre un freno all’immigrazione perché, così riteneva, minacciava una contrazione dei salari a danno dei lavoratori (svizzeri) e un aggravamento della penuria degli alloggi. In realtà i sindacati svizzeri erano anche preoccupati della perdita di iscritti. Infatti, con l’arrivo degli stranieri per occupare i posti meno retribuiti della produzione, molti svizzeri abbandonavano le attività di produzione per diventare impiegati e uscire così dal sindacato operaio.
Nel 1963 si stava discutendo il nuovo accordo italo-svizzero di emigrazione in sostituzione di quello superato del 1948. In esso si prevedevano alcuni miglioramenti per i lavoratori italiani, che agli occhi dei movimenti xenofobi sembravano così eccessivi da minacciare, in caso di ratifica dell’accordo, una marcia su Berna.
Di fronte alle pressioni provenienti da ogni parte, esclusa ovviamente quella interessata dell’economia, il Consiglio federale decise di intervenire. Fino ad allora aveva adottato una politica d’immigrazione molto liberale, atta a soddisfare in primo luogo le necessità dell'economia. Ora si trattava di raffreddare il clima che rischiava di arroventarsi, venendo incontro alle richieste sindacali e della maggioranza dei partiti svizzeri e imporre misure volte a diminuire la dipendenza dell’economia dalla manodopera estera, ridurre gradualmente la percentuale di stranieri in Svizzera, frenare le tendenze inflazionistiche (aumento della domanda di alloggi e di beni di consumo e quindi dei prezzi), ma anche dare un segnale di risposta ai movimenti xenofobi, che cominciavano a creare malcontento nel Paese.

La svolta: il contingentamento
Così, il 1° marzo 1963, il Consiglio federale introdusse per la prima volta il «contingentamento» della manodopera estera, per limitare l’immigrazione incontrollata, che cresceva ad un ritmo fino all’11% annuo. Con un’ordinanza venne determinato il numero massimo autorizzato di stranieri per azienda. In questo modo intendeva anche venire incontro alle richieste sindacali e della maggioranza dei partiti svizzeri.
La misura non si rivelerà molto efficace, ma segnò una svolta nella politica federale d’immigrazione, determinando un intervento dello Stato sempre più diretto in materia. Decretò, di fatto, la fine di un lungo periodo d’immigrazione orientata quasi esclusivamente a soddisfare le esigenze dell’economia elvetica. Purtroppo non segnò allo stesso tempo l’avvio di una nuova politica orientata all'integrazione. Per questa si dovrà attendere ancora quasi un decennio.
Giovanni Longu
Berna, 27.02.2013

           




20 febbraio 2013

Le dimissioni del Papa Benedetto XVI


Le dimissioni annunciate l’11 febbraio 2013 da Papa Benedetto XVI hanno scosso il mondo perché totalmente inattese. E’ vero che la Chiesa cattolica prevede esplicitamente nella sua legislazione (Codice di diritto canonico) che il papa possa dimettersi, ma finora, in condizioni comparabili, non era mai accaduto. E’ anche vero che lo stesso Ratzinger aveva manifestato da tempo la convinzione che il papa, in caso di gravi impedimenti fisici o psichici possa dimettersi, ma forse nessun cattolico ha mai pensato seriamente che toccasse proprio a lui fare uso per primo di questa possibilità.

Decisione storica
La notizia, com'è facile capire, ha fatto in pochi minuti il giro del mondo lasciando attoniti non solo i fedeli cattolici ma in generale tutti, credenti e non credenti. In fondo, anche i non cattolici, hanno sempre portato in questi ultimi decenni un grande rispetto per il capo della Chiesa cattolica. Inoltre, nessun segnale lasciava presagire una tale decisione, anzi, a parte qualche giornalista fantasioso, nessuno la riteneva possibile, soprattutto dopo l’esempio di papa Giovanni Paolo II, morto dopo una lunga malattia grandemente debilitante. Era opinione corrente, suffragata da secoli di storia, che ogni papa muore da papa, come se non potesse venir meno di propria volontà alla missione petrina, ossia di successore di San Pietro.
Benedetto XVI
Dopo l’effetto sorpresa che ha costretto in un primo tempo tutti i media a riprendere la notizia senza commenti com'era stata diffusa dall'agenzia italiana ANSA, soprattutto in Italia e in Europa si è scatenata una comprensibile curiosità per conoscere le «vere» motivazioni di questa decisione di portata storica del papa regnante. Per molte ore ho seguito il susseguirsi di notiziari, telegiornali, interviste e commenti nelle agenzie di stampa e nei giornali online, provando un po’ di stupore perché i vari protagonisti mi davano l’impressione di parlare senza aver neppure letto, attentamente, le motivazioni dello stesso papa, comunicate in mattinata ai Cardinali e poi rese pubbliche dalla Sala stampa vaticana.
Buona parte delle interpretazioni «laiche» della decisione storica di papa Ratzinger usava una terminologia, tanto per intenderci, da «giallo». Il papa si sarebbe dimesso perché non riusciva più a governare la Curia romana, in cui si verificherebbero scontri di potere feroci tra correnti opposte di cardinali. Inoltre il papa sarebbe stato profondamente scosso al limite della depressione dai vari scandali recenti nelle sfere ecclesiastiche (pedofilia, sottrazione di documenti riservati, Vatilikeas, intrighi, divisioni, comportamenti poco chiari all'interno della banca vaticana IOR, ecc.) e sarebbe sottoposto a continue pressioni da parte di chiese locali, vescovi, cardinali, gruppi di cattolici molto critici nei confronti del magistero papale, che rivendicano maggiori aperture della Chiesa nei confronti del celibato dei preti, del sacerdozio delle donne, dei divorziati, delle coppie di fatto, ecc.

Decisione ragionevole
Sarebbe difficile negare che gli scandali all'interno della Chiesa e le offese anche personali abbiano pesato sullo stato fisico e psichico di papa Ratzinger e dunque anche sulle sue dimissioni. Del resto, egli stesso non ha negato ad esempio che il comportamento del suo maggiordomo (sottrazione di documenti riservati) l’abbia turbato ma non al punto da cadere «in qualche sorta di disperazione o dolore universale». In ogni caso, questo tipo di considerazioni non è stato determinante nella decisione di Benedetto XVI, che è stata, come ha ben detto il responsabile della Sala stampa vaticana padre Lombardi, «un grande atto di governo della Chiesa, non tanto, come qualcuno pensa, perché Papa Benedetto non sentisse più le forze per guidare la Curia romana, quanto perché affrontare oggi i grandi problemi della Chiesa e del mondo, di cui egli è più che consapevole, richiede forte vigore e un orizzonte di tempo di governo proporzionato a imprese pastorali di ampio respiro e non piccola durata».
E’ in questo spirito e in questa prospettiva che vanno ricercate a mio parere le vere ragioni delle dimissioni. Del resto, è sufficiente leggere attentamente ciò che il papa stesso ha addotto come motivazione fondamentale per rendersi conto non solo della ragionevolezza della decisione presa ma anche il suo inquadramento in una considerazione di fede e di grande responsabilità.
Anzitutto, mi è apparso strano, nei primi giorni dalla comunicazione delle dimissioni, che quasi nessun commentatore parlasse di decisione «ragionevole», sostenuta dalla «fede». Eppure questo papa è noto fra l’altro per l’insistenza con cui ha sempre difeso l’idea che tra ragione e fede non c’è contrapposizione ma complementarietà. Per questo, credo che la prima lettura da dare alle dimissioni del papa sia la sua ragionevolezza. E’ ragionevole che, di fronte alla costatazione di non essere più in grado di portare avanti un ministero molto gravoso, in tempi molto difficili per la Chiesa, anche il papa possa dimissionare.

Confronti difficili
Dicevo che a rendere, in un primo momento, quasi incomprensibili le dimissioni di papa Ratzinger contribuiva il facile ricordo del suo immediato predecessore Giovanni Paolo II, rimasto al timone della Chiesa fino alla morte, nonostante la malattia galoppante che lo affliggeva e lo menomava in alcune sue funzioni importanti. In effetti, molti commentatori hanno messo a confronto i due papi, esagerando tuttavia quando al secondo si attribuiva il coraggio e al primo la sua mancanza o addirittura la fuga.
Cardinal Ratzinger e Giovanni Paolo II
In questo tipo di confronti, molto azzardati, si dimentica spesso che non c’è mai una persona uguale all'altra nemmeno tra i papi. Basti pensare alle differenze di sensibilità, di formazione, di temperamento, ma anche dei carismi propri di ciascuno. Chi è veramente in grado di affermare che c’è voluto più coraggio a restare fino alla morte in Giovanni Paolo II e meno coraggio in Benedetto XVI che ha deciso di rinunciare al mandato ricevuto, per non essere d’impedimento con le proprie fragilità alla soluzione dei tanti problemi della Chiesa di oggi e di domani? E’ invece senz'altro possibile che entrambi a modo loro e secondo coscienza abbiano inteso dare una testimonianza diversa di fedeltà e amore alla Chiesa. Del resto, perché non credere allo stesso papa Ratzinger quando afferma esplicitamente di dimettersi «per il bene della Chiesa»?
Una volta affermato che la decisione di dimettersi di papa Benedetto XVI è assolutamente ragionevole, resta da capire se effettivamente si tratti di una decisione «diversa» da quella di Giovanni Paolo II anche dal punto di vista della fede. Evidentemente una risposta assoluta è impossibile, ma è sicuramente plausibile affermare che entrambi sono stati sempre sorretti dalla stessa fede, dallo stesso amore per la Chiesa e dalla stessa fedeltà a Cristo. Anche al riguardo, una lettura attenta delle motivazioni è illuminante.
Conoscendo bene gli uomini e, forse, sapendo che le sue dimissioni si potevano prestare a interpretazioni fantasiose e azzardate, lo stesso papa Ratzinger ha voluto fornire l’autentica chiave interpretativa della sua decisione.

Decisione sostenuta dalla fede
Anzitutto, dice il papa dimissionario, non si è trattato di una decisione improvvisa, ma presa in piena lucidità «dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio». Questo esame lungo e intenso non poteva essere altrimenti perché non riguardava tanto la vita del papa Ratzinger ormai in età avanzata, quanto e soprattutto «una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa».
In primo piano c’è dunque non una considerazione personale, ma il bene della Chiesa. Papa Ratzinger, tutt'altro che fuggire dalle sue responsabilità, affronta forse quella più delicata e importante della sua vita «ben consapevole della gravità di questo atto». L’affronta anche alla luce dell’esempio del suo predecessore col quale inevitabilmente, prima ancora che lo facciano altri, deve confrontarsi. Non teme il confronto: «Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando». Ma va oltre, chiedendosi onestamente e responsabilmente, se in questo momento della storia della Chiesa, ha ancora le forze «per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». E giunge alla conclusione che le sue forze non sono più adatte.

Per il bene della Chiesa
Ma adatte a che cosa? Papa Ratzinger risponde, con grande lucidità e senso di responsabilità, che «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Chi vuole a tutti i costi vedere nella decisione di papa Ratzinger una sorta di capitolazione di fronte a pressioni, scandali, limiti personali di tipo gestionale, dovrebbe anzitutto riflettere sulle «vere» motivazioni presentate dal Papa stesso. A nessuno dovrebbe inoltre sfuggire che «rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro» rientra nelle cose possibili della Chiesa cattolica. Non introduce cioè un mutamento sostanziale nella struttura della Chiesa (già ora i vescovi cattolici sono tenuti a rinunciare al loro ministero al compimento del 75° anno di età). 
Papa Ratzinger fa uso di questa possibilità, per il bene della Chiesa, ricordando anche che essa è retta sì da uomini, sacerdoti, vescovi, cardinali, papa, ma è soprattutto un’istituzione divina, la «Santa Chiesa», che ha in Gesù Cristo il suo «Sommo Pastore».
Che papa Ratzinger non fugga o rinunci per debolezza o mancanza di forze lo dimostra anche l’ultima frase del suo messaggio di rinuncia rivolto ai Cardinali l’11 febbraio 2013: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».
Intravedo in questa frase non solo un grande atto d’amore verso la Chiesa, ma anche la continuazione della fede e della carità che lo hanno guidato nei suoi otto anni di ministero papale da quando, appena eletto papa, si definì «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Continuerà a esserlo usando lo strumento della preghiera.
Giovanni Longu
Berna, 20.2.2013

13 febbraio 2013

La Svizzera osserva interessata… al dialogo


Le prossime elezioni in Italia concernono evidentemente gli italiani (per cui ogni interferenza esterna andrebbe evitata, soprattutto da parte di istituzioni e governi europei), ma non c’è dubbio che avranno conseguenze anche sul resto d’Europa e in particolare sulle relazioni bilaterali con i Paesi vicini, Svizzera compresa. Le politiche europee dei vari leader che si contendono la vittoria elettorale sono infatti alquanto diverse.
In Svizzera, la campagna elettorale italiana è seguita attentamente, anche se con molta discrezione. A livello ufficiale, più che sperare che vinca questo o quello schieramento, si auspica che gli italiani scelgano una chiara maggioranza parlamentare e di governo che dia garanzia di stabilità. Molti organi di stampa, tuttavia, non nascondono i timori di una eccessiva frammentazione del panorama politico e quindi d’instabilità del prossimo governo.
Pericolo d’instabilità
In effetti, a ben guardare, la rottura del bipolarismo, con l’illusione di scardinare la «vecchia politica» della contrapposizione deleteria tra schieramenti avversi più che avversari e di esprimere meglio (più democraticamente, forse) i molteplici orientamenti presenti nella società civile, rischia di far perdere di vista che oggi è più che mai indispensabile la governabilità. Ma di questa esigenza non sembra che i politici si rendano ben conto e forse nemmeno gli elettori.
Eppure la stabilità di governo è condizione prioritaria per poter realizzare politiche serie e incisive, che hanno bisogno di essere non solo avviate, ma anche consolidate. Si pensi al campo della formazione (di cui per altro si parla troppo poco in questa campagna elettorale), al rilancio dell’economia, alla sistemazione del territorio, alla moralizzazione della vita pubblica, al riordino istituzionale, alla riforma del fisco parallelamente alla lotta senza quartiere all'evasione, ecc.

Superare il malcontento col buon governo
Quanto sia indispensabile e urgente un buon governo e una politica coraggiosa di riforme e di sviluppo, equo e sostenibile, lo rivela il malcontento generale che continua a crescere in Italia. Esso si esprime fra l’altro in un vistoso calo di fiducia degli italiani persino nei confronti del Capo dello Stato (scesa al 44,7%, secondo dati Eurispes), per non parlare del Governo (attestata al 15,9%, grazie ai provvedimenti «lacrime e sangue»!) e soprattutto del Parlamento (crollata al 9%!). La fiducia degli italiani nella Magistratura è in lieve recupero (42%), ma ancora al di sotto della sufficienza.
Commentando il «Rapporto Italia 2013», il presidente dell’istituto di ricerca italiano Eurispes, Gian Maria Fara è stato esplicito: «Siamo di fronte ad una insoddisfazione che non ha precedenti nella storia recente italiana. Per la prima volta, dopo la sfiducia che gli italiani manifestano nei confronti del Governo, del Parlamento e dei partiti, crollano gli indici di fiducia anche nella Presidenza della Repubblica. Un dato preoccupante, che contribuisce ad aumentare la già profonda distanza tra i cittadini e le Istituzioni italiane. L’aver delegato ad un Governo tecnico la guida del Paese non ha prodotto risultati positivi né per il Presidente della Repubblica che ha ispirato e gestito l’operazione, né per il Parlamento e i partiti ai quali probabilmente viene imputata una fuga dalle responsabilità di fronte alla crisi».
Secondo il presidente dell’Eurispes, «una pressione fiscale insopportabile e iniqua, la disoccupazione alle stelle, la perdita del potere d’acquisto, i ceti medi sulla via della proletarizzazione, l’aumento della povertà e del disagio, la precarietà globale di un’intera generazione rappresentano solo alcune delle emergenze».
Quanto basta per far riflettere gli italiani prima del voto il prossimo 24 febbraio. Ma, data la situazione, è lecito dubitare che questa tornata elettorale, a causa anche della legge che la regola, possa esprimere un Parlamento credibile e un governo forte e stabile. Se questo dubbio dovesse confermarsi, non resterebbe che ritornare alle urne il più presto possibile perché, in assenza di un governo stabile e sufficientemente forte, i rischi per l’Italia sarebbero enormi.
Quanto più tempo passa la crisi diventa sempre più grave. Un rilancio dell’economia diventerebbe quasi impossibile, anche perché un possibile rafforzamento dell’euro finirebbe per danneggiare seriamente l’unico comparto dell’economia italiana in positivo, ossia le esportazioni di prodotti manifatturieri.

Svizzeri pronti al dialogo
Gli svizzeri si rendono conto della situazione e l’incertezza penalizza le relazioni italo-svizzere, che da qualche anno aspettano invano un rilancio. Dopo i timidi tentativi nell’ultimo periodo del governo Berlusconi e i piccoli passi avanti durante il governo Monti, si teme un ulteriore rinvio.
Il Consigliere federale Didier Burkhalter e il Ministro Giulio Terzi,
durante il Forum italo-svizzero (Roma 18 gennaio 2013) 
L’interesse della Svizzera a normalizzare e a sviluppare ulteriormente le relazioni bilaterali è testimoniato dai numerosi incontri a livello ministeriale di questi ultimi mesi. Sia il consigliere federale Johann N. Schneider-Ammann, capo del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca e sia il consigliere federale Didier Burkhalter, capo del Dipartimento degli affari esteri, incontrando i colleghi italiani Corrado Passera e Giulio Terzi hanno mostrato grande interesse allo sviluppo della collaborazione nei rispettivi settori di competenza. Per non parlare della ex Presidente della Confederazione Eveline Widmer-Schlumpf, che lo scorso anno si è impegnata non poco col Presidente del Consiglio Mario Monti per far avanzare il difficile negoziato fiscale.
Per rilanciare le relazioni bilaterali, il 18 e 19 gennaio è stato organizzato a Roma un «Forum per il dialogo tra Italia e Svizzera», promosso dall’Ambasciata svizzera in Italia, a cui hanno partecipato anche Didier Burkhalter e Giulio Terzi.

Interscambio italo-svizzero
In tale occasione (ma i dati sono facilmente ricavabili sul sito del Dipartimento federale degli affari esteri) sono stati ricordati non solo il buon stato di salute delle relazioni bilaterali (non riducibili, come ha sottolineato Burkhalter, alle questioni fiscali), ma anche la loro intensità. Basti pensare che nell’interscambio l’Italia è il secondo partner commerciale in assoluto della Svizzera, di cui rappresenta anche il terzo mercato d'esportazione e il secondo Paese fornitore. Nel 2011 la Svizzera ha importato beni dall'Italia per 19 miliardi di franchi e ha esportato merci per un valore di 16 miliardi. Nonostante la crisi economica, che non ha risparmiato totalmente nemmeno la Svizzera, il volume degli scambi si è mantenuto elevato, anche se inferiore all'anno precedente.
L'Italia occupa un posto di rilievo (sesto o settimo secondo gli anni) anche nel settore degli investimenti svizzeri, che ammontano a circa 20 miliardi di franchi. La presenza di imprese svizzere in Italia è altissima, praticamente in tutti i settori economici. Esse occupano circa 80.000 persone, molte delle quali impiegate in attività di ricerca. Per la Svizzera, invece, l’Italia è il nono investitore straniero con circa 5 miliardi che rappresentano 14.000 posti di lavoro.
Anche il semplice fatto di trovarsi entrambi i Paesi confinanti sull’asse nord-sud del continente europeo rende i rapporti italo-svizzeri essenziali allo sviluppo reciproco. Basterebbe ricordare che un quarto delle esportazioni italiane in Europa attraversa la Svizzera. La collaborazione in materia di comunicazioni è pertanto indispensabile, soprattutto in vista della realizzazione dell’asse Genova-Rotterdam attraverso la nuova galleria ferroviaria del San Gottardo.

Condizioni per il rilancio
Perché il rilancio delle relazioni bilaterali avvenga è però indispensabile che l’Italia abbia un governo stabile e maggiormente disponibile al dialogo e alla soluzione dei problemi. Ricordarsi della Svizzera, nella convulsa campagna elettorale, solo perché si spera di far rientrare in Italia 20-30 (?) miliardi di euro (frutto di capitali difficilmente quantificabili di capitali non dichiarati in Italia e depositati nelle banche elvetiche) da un accordo fiscale ancora da negoziare nella parte essenziale (anonimato o scambio automatico dei dati) mi sembra francamente una semplificazione esagerata.
Il prossimo governo italiano dovrà anche rinegoziare altri accordi, compreso quello sui frontalieri, ma non dovrebbe mai dimenticare che in Svizzera trovano lavoro ogni giorno oltre 50.000 frontalieri e, soprattutto, che in questo Paese vive stabilmente oltre mezzo milione di cittadini italiani, generalmente ben integrati e molti anche in posizione di vertice nell'industria, nel commercio, nella cultura, nella ricerca.
Per questo la Svizzera segue con interesse le prossime elezioni italiane. Per questo prendo come un auspicio l’affermazione del Cardinal Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, secondo cui «gli italiani non si faranno abbindolare da niente e da nessuno», anche se mi resta il forte dubbio che vi riescano.
Giovanni Longu
Berna 13.02.2013

06 febbraio 2013

Italianità in bella vista


L’italianità della Svizzera è concentrata evidentemente nella Svizzera italiana (Ticino e Grigioni italiano), ma è presente anche in tutti i settori della vita politica, economica, culturale e sociale della Svizzera tedesca e francese. Quando in questa rubrica si parla dell’italianità come di una delle tre componenti culturali fondamentali della Confederazione, s’intende affermare che nel carattere «svizzero», in quella che talvolta è chiamata «svizzeritudine», l’italianità è presente come una componente fondamentale.


Fuori della Svizzera italiana (in senso strettamente geografico), questa consapevolezza spesso manca, anche tra gli italofoni, forse perché concentrati nei tentativi di arrestare il declino della lingua italiana o di potenziare la loro presenza nelle istituzioni pubbliche. E’ convinzione diffusa che l’italianità debba esprimersi necessariamente nell'uso corrente della lingua italiana, nei comportamenti vistosamente italiani o ticinesi, nei nomi e cognomi tipicamente italiani o ticinesi, nella difesa degli interessi della Svizzera italiana. In realtà molto spesso le espressioni dell’italianità nella Svizzera tedesca e francese non hanno (tutte) queste caratteristiche.

Italianità e svizzeritudine
In oltre un secolo e mezzo di storia le varie popolazioni della Svizzera si sono lentamente ma inesorabilmente mescolate e integrate con uno scambio continuo di caratteristiche, modi di pensare e di fare, abitudini alimentari, stili di vita, ecc. che hanno modificato non solo la «svizzeritudine» ma anche l’italianità.
Credo che chiunque volesse individuare il carattere tipicamente «svizzero tedesco» o tipicamente «svizzero francese» o «svizzero italiano» dovrebbe concentrare le sue ricerche in un periodo assai lontano, magari i tempi di Franscini (1796-1857) e comunque non oltre la prima guerra mondiale, quando le «stirpi» (ma si parlava persino di «razze») e i «popoli» con le rispettive lingue e culture erano considerati ben distinti. Oggi risulterebbe un’impresa ardua se non impossibile perché tutte queste caratteristiche «svizzere», sia pure con la prevalenza dell’una o dell’altra, sono presenti, magari in maniera sfumata nel carattere semplicemente «svizzero» e nel DNA di ogni svizzero.

Italianità nella svizzeritudine
Basterebbe riflettere su alcuni comportamenti ormai comunissimi tra gli svizzeri tedeschi e francesi, come seguire la «dieta mediterranea» o «parlare ad alta voce» (ad esempio sui mezzi pubblici), «gesticolare all’italiana», «vestire Armani», per rendersi conto che ormai l’integrazione tra svizzeri tedeschi, francesi e italiani ha fatto passi da gigante. Eppure anche solo 30-40 anni fa molti svizzeri le snobbavano con evidente disappunto etichettandole come «typisch italienisch!».
Non va nemmeno minimizzato l’influsso dell’italianità sugli svizzeri tedeschi e francesi attraverso le conoscenze scolastiche, le informazioni dei media, i viaggi in Ticino e in Italia, la musica, il cinema, il teatro, lo sport e ovviamente attraverso i contatti quotidiani con italiani e ticinesi sui luoghi di lavoro, nelle associazioni e nei luoghi di svago. Per quanto difficile possa essere rilevare queste «contaminazioni» è innegabile che valori e caratteristiche dell’Umanesimo, del Rinascimento, del Bel Paese, persino della «Meridionalità», e della Sonnenstube ticinese siano stati assimilati anche dagli svizzeri tedeschi e francesi.

Italianità da scoprire
Simonetta Sommaruga
L’italianità pertanto non è un’etichetta immediatamente riconoscibile, ma bisogna scoprirla soprattutto in maniera indiretta, facendo attenzione, nelle persone, più che alla provenienza territoriale (Ticino, coi Grigioni italiani o Italia) ai legami culturali e sentimentali con una tradizione che ha i suoi massimi centri d’irradiazione in Italia e in Ticino.
L’italianità nella Svizzera tedesca e francese non è tuttavia solo un ricordo o un fragile legame col passato. Essa è una presenza tangibile che però non può avere le caratteristiche che ha nella Svizzera italiana e in Italia. Non mi riferisco tanto all'italianità diffusa in una miriade di prodotti «made in Italy» ormai presenti in tutti i grandi magazzini e in moltissimi locali tipicamente italiani o ticinesi come ristoranti, negozi, boutique, saloni di bellezza, garage, club, ecc. Mi riferisco soprattutto all'italianità presente, più o meno evidente ma reale, nel tessuto sociale, nelle istituzioni pubbliche e private, in moltissime persone portatrici di richiami, valori, stili di vita che evocano origini culturali ticinesi o italiane più o meno lontane.

I cognomi rivelatori d’italianità
Molto spesso i cognomi sono i primi rivelatori dell’origine italiana o ticinese più o meno lontana di chi li porta. Molti svizzeri che portano cognomi tipicamente italiani o ticinesi quali Bianchi, Rossi, Bernasconi, Facchinetti o Marazzi, pur vivendo magari da generazioni nella Svizzera tedesca e francese e pur non praticando più l’italiano (se non forse quel tanto che serve durante le vacanze in Italia o in Ticino) sanno perfettamente da dove provenivano i loro nonni o bisnonni, cosa facevano al loro paese e cosa sono venuti a fare nella Svizzera tedesca o francese. Sanno di avere nel loro DNA una componente d’italianità. I cognomi non vanno sottovalutati. Testimoniano una storia di spostamenti di persone, di matrimoni misti (dove il dare e l’avere è una regola), di scambi linguistici e culturali, d’integrazione che hanno prodotto in fin dei conti lo «svizzero» di oggi.
Evidentemente, oltre ai cognomi, ci sono nella Svizzera tedesca e francese anche altri rivelatori di una italianità diffusa e perfettamente integrata. Basterebbe ricordare i sempre più numerosi naturalizzati svizzeri di origine italiana o i «secondi» e «terzi» (cioè appartenenti alla seconda e terza generazione di immigrati italiani), che da qualche decennio si sono perfettamente integrati in tutti i settori della società, nelle scienze, nella ricerca, nella politica, nell'economia.
Non esiste probabilmente settore economico, eccettuata forse l’agricoltura, in cui l’italianità non sia presente e talvolta in bella vista. Ci sono personalità di origine ticinese, grigionese italiana e italiana che spiccano particolarmente come la classica punta dell’iceberg e segnalano una vasta italianità nemmeno poi tanto sommersa. Qualche nome, che sarà indicato solo a titolo di esempio, servirà a chiarire il concetto.

Italianità nelle istituzioni
Sullo scorcio dell’anno trascorso e anche nelle scorse settimane si è parlato molto della proposta ticinese a portare il numero dei consiglieri federali da 7 a 9 in modo da rendere più facile e regolare la rappresentanza italofona nell'esecutivo federale. Benissimo, ma non si dimentichi che l’attuale consigliera federale Simonetta Sommaruga, pur non essendo un’emanazione della Svizzera italiana non può non essere considerata anche un’espressione d’italianità sia per il cognome che porta e sia per le sue origini ticinesi.
Corina Casanova
Per restare nell'ambito federale non si può non menzionare anche la cancelliera della Confederazione Corina Casanova (grigionese di nascita e di formazione), il ticinese Mauro Dell'Ambrogio, capo della Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l'innovazione in seno al Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca, ma anche altri due alti dirigenti dell’Amministrazione federale, Bruno Oberle (direttore dell’Ufficio federale dell’ambiente, nato a San Gallo da padre svizzero e madre italiana di Messina e cresciuto a Locarno) e Gian-Luca Bona (nato anch'egli a San Gallo da padre italiano, fisico e manager della ricerca di fama internazionale, direttore dell’Empa, il Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca).

Italianità nelle arti e nelle scienze
L’italianità ha avuto da decenni grandi esponenti in campo sportivo (un nome per tutti: Fabian Cancellara), artistico (basti pensare ai fratelli Gianadda, di origine piemontese, che a Martigny hanno creato la Fondazione Gianadda), cinematografico (Denis Rabaglia, regista italo-svizzero, noto fra l’altro per il film «Azzurro», 2000) e musicale (ancora un nome per tutti: Cecilia Bartoli, romana, da poco naturalizzata svizzera).
In campo letterario e giornalistico sono numerosi gli scrittori e i giornalisti, di cui non farò nomi per non fare torto ad alcuno. Non posso tuttavia non segnalare Pietro Supino, italo-svizzero, giurista, banchiere, editore e presidente del potente gruppo editoriale Tamedia, di cui fanno parte una trentina di testate, tra cui il «Tages-Anzeiger», «Der Bund», «Le Temps», ecc. Nato a Milano, dove ha frequentato l'asilo, è cresciuto a Zurigo, dove da piccolo veniva chiamato «l’italiano».
Lino Guzzella
Nel campo delle scienze e della ricerca l’italianità è molto ben rappresentata. Alcune personalità sono addirittura di livello internazionale. Adriano Aguzzi, nato a Pavia, direttore dell’Istituto di Neuropatologia presso l’ospedale universitario di Zurigo, divenne famoso a livello internazionale soprattutto per le sue ricerche sulla malattia Creutzfeldt-Jakob e sul cosiddetto «morbo della mucca pazza». Antonio Ereditato, fisico italiano, professore ordinario di fisica delle particelle elementari presso l'Università di Berna (l'anno scorso più volte agli onori della cronaca per le ricerche sui neutrini superveloci). Lino Guzzella è un «secondo», figlio di immigrati italiani, divenuto lo scorso anno rettore del maggiore tempio della scienza in Svizzera, il Politecnico federale di Zurigo. Al CERN di Ginevra è pressoché costante la presenza di scienziati italiani di prim’ordine. Dopo Carlo Rubbia (premio Nobel per la fisica, 1984) sono oggi alla ribalta i prestigiosi ricercatori Pierluigi Campana, Guido Tonelli, Fabiola Gianotti, Paolo Giubellino, Sergio Bertolucci, ecc.

Italianità nella finanza e nell’imprenditoria
L’italianità ha espressioni di vertice anche nel settore bancario e imprenditoriale. E’ un ticinese, Sergio Ermotti, il presidente della direzione della maggiore banca svizzera, l’Unione di Banca Svizzera (UBS). E’ di origine grigionese Daniel Vasella, presidente del consiglio d’amministrazione della multinazionale del farmaco Novartis, uno dei manager più pagati al mondo, che in questi anni è riuscito a consolidare le posizioni di mercato della grande industria farmaceutica; non parla italiano ma lo capisce.
E’italo-svizzero l’imprenditore (biotecnologie) Ernesto Bertarelli (assurto a notorietà internazionale soprattutto per le vittorie dell’imbarcazione «Alinghi», vincitrice dell’America’s Cup, di cui era il principale finanziatore). E’ italiano, di Sorrento, l’imprenditore Gianluigi Aponte, presidente della Mediterranean Shipping Compagny (MSC), con sede a Ginevra; la MSC è la maggiore compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale, con oltre 450 navi portacontainerLeonardo De Luca, originario dell'Italia meridionale, è presidente della compagnia aerea Helvetic Airways. Marco Gherzi è presidente e amministratore delegato delle Gherzi AG. Franco Savastano, italo-svizzero, è l'amministratore delegato della Jelmoli, ecc. 
Renzo Ambrosetti e Vania Alleva
Da sempre in Svizzera l’italianità è ben rappresentata ai vertici sindacali, ma mai come in questo momento che vede alla testa del maggiore sindacato svizzero l’UNIA, come copresidenti, il ticinese Renzo Ambrosetti e Vania Alleva, figlia di lavoratori italiani immigrati, dunque «seconda», laureata in storia dell’arte all'università di Roma.

I nomi citati a titolo di esempio sono solo segnali emergenti di una realtà ben più vasta e profonda che meriterebbe di essere attentamente studiata e maggiormente valorizzata. Ne varrebbe la pena.
Giovanni Longu
Berna 6.2.2013

30 gennaio 2013

Quando la Svizzera chiamò i lavoratori italiani (Seconda parte)


La Svizzera, uscita indenne dalla guerra e con un apparato produttivo messo sotto pressione per poter soddisfare le ingenti richieste di beni provenienti da mezzo mondo, aveva urgente bisogno di manodopera. Poiché quella indigena era insufficiente, soprattutto le grandi aziende e le organizzazioni dei contadini, degli albergatori e degli industriali insistevano sul governo, tramite l’Ufficio federale delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML), perché autorizzasse il reclutamento di manodopera straniera, «l’unica al momento in grado di coprire il fabbisogno urgente di personale delle aziende».
Tradizionalmente i lavoratori stranieri provenivano dai Paesi vicini: Germania, Austria, Francia e Italia. Nell’autunno del 1945 il Consiglio federale autorizzò le trattative con i vari Stati, indicando tuttavia alcuni principi inderogabili, ad esempio che la ricerca avvenisse dapprima tra i lavoratori svizzeri, che gli stranieri venissero assunti alle stesse condizioni salariali e lavorative degli svizzeri e che i governi interessati garantissero la disponibilità a riaccogliere i propri connazionali qualora non fossero stati più necessari alla Svizzera.

La Svizzera chiede all’Italia
In questo atteggiamento delle autorità svizzere è facile vedere non solo la volontà di evitare il rischio della disoccupazione e del disagio sociale in caso di una eventuale recessione (prevista da molti economisti per l’immediato dopoguerra), ma anche l’intenzione della Confederazione di gestire direttamente (e non tramite i Cantoni) la politica migratoria in modo da evitare l’inforestierimento, come imponeva la legge sugli stranieri del 1931. Questo significava, ad esempio, che (quasi) tutti i permessi di lavoro e di soggiorno fossero stagionali e non a tempo indeterminato.
Poiché le trattative con la Germania e con l’Austria non ottennero alcun risultato a causa dell’opposizione delle potenze occupanti a concedere permessi di emigrazione ai cittadini tedeschi e austriaci e anche quelle con la Francia non andarono a buon fine perché essa stessa cercava lavoratori, la Svizzera si rivolse all’Italia, a cui già in passato aveva chiesto molta manodopera generica e specializzata (lavori stradali e ferroviari, industria, ecc.).

I primi contatti nel 1945
I primi contatti con la Legazione italiana (elevata al rango di Ambasciata nel 1953) si ebbero già nell’autunno del 1945. Non fu difficile trovare subito un accordo informale. Si dovette invece aspettare fino al febbraio 1946 l’autorizzazione di Roma a sottoscrivere i primi provvedimenti di cooperazione migratoria tra i due Paesi.
Subito dopo, la Confederazione mise a disposizione delle imprese svizzere che ne avevano fatto richiesta all’UFIAML diverse migliaia di permessi d’immigrazione per lavoratori da destinare all’agricoltura, agli alberghi, agli ospedali, ai servizi domestici e all’industria tessile. L’UFIAML, esaminate le richieste (tanti muratori, tanti carpentieri, tanti contadini, ecc.), le inoltrò immediatamente alla Legazione, che a sua volta le trasmise agli organi competenti in Italia (uffici del lavoro, uffici di collocamento, ecc.).

Difficoltà di reclutamento
Nel reclutamento, tuttavia, non tutto andò per il verso giusto, tant’è che molti datori di lavoro lamentarono ritardi negli arrivi e un numero di lavoratori inferiore a quello richiesto. Persino la Legazione, che aveva garantito il reclutamento nell’arco di 3-4 settimane, dovette ammettere di non riuscire a soddisfare tutte le richieste svizzere a causa della lentezza e della disorganizzazione dell’apparato burocratico italiano.
Per superare queste difficoltà, la Legazione consentì che singoli datori di lavoro reclutassero in Italia direttamente il personale di cui abbisognavano. Da parte loro, le autorità svizzere, si dichiararono pronte a semplificare le procedure per l’ottenimento dei permessi. Con queste agevolazioni, molti imprenditori pensarono bene di provvedere tramite propri emissari a reclutare direttamente sul posto (dal Veneto fino in Sicilia) i lavoratori di cui avevano bisogno. Entro breve tempo venivano muniti del necessario permesso di lavoro e delle autorizzazioni svizzere, in modo da raggiungere il nuovo posto di lavoro in breve tempo. In questo modo, già nel 1946 vennero concessi agli italiani ben 48.808 permessi di lavoro, portati a 126.544 nel 1947, ma non tutti utilizzati.

L’Accordo di emigrazione del 1948
Questa pratica però non piaceva all'Italia, che preferiva il reclutamento collettivo tramite i canali ufficiali e controllato dagli uffici consolari, per timore di abusi e per garantire ai propri cittadini la tutela necessaria come previsto dalla nuova Costituzione. La divergenza tra i due Stati sarà risolta solo parzialmente dall’«Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all'immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera» del 1948. 
Egidio Reale
L’artefice principale di questo accordo, per la parte italiana, è stato il primo Legato (e dal 1953 Ambasciatore) della Repubblica italiana a Berna, Egidio Reale, che già durante la guerra, come fuoruscito, aveva intrattenuto rapporti amichevoli con molti funzionari federali ed era molto stimato dal governo svizzero.
Tale Accordo non regolava tutti i problemi, ma salvaguardava i principali interessi di entrambe le parti. La Svizzera poteva attingere quasi a volontà a una sorta di «serbatoio» di lavoratori pronti per essere impiegati dall'economia svizzera. L’Italia poteva offrire uno sbocco controllato alla manodopera in eccedenza ed evitare possibili conflitti sociali legati alla forte disoccupazione del momento.
Gli impegni che la Svizzera assumeva erano oltremodo contenuti e senza rischi d'inforestierimento, come esigeva la menzionata legge federale del 1931. Nell'Accordo era scritto infatti nero su bianco ch’esso si applicava unicamente «all'immigrazione in Svizzera di mano d’opera stagionale o ammessa a titolo temporaneo» (art. 1), il che significava (ma non poteva essere scritto) in funzione dei bisogni dell’economia. Tanto è vero che, già l’anno seguente e in quello successivo, a causa della congiuntura sfavorevole, la richiesta di lavoratori italiani calò drasticamente, senza che l’Italia potesse obiettare alcunché. Anche solo per questo l’ingresso dei lavoratori e dei permessi di lavoro e di soggiorno erano strettamente controllati.

Clandestini e irregolari
Non si insistette più di tanto sulle procedure di reclutamento. Di fatto, anche in seguito molti datori di lavoro continuarono a reclutare in Italia una parte importante della propria manodopera e molti italiani, sapendo che in Svizzera si cercavano lavoratori, per evitare le lungaggini burocratiche, arrivavano qui col semplice passaporto turistico. Tramite qualche conoscenza speravano di trovare un datore di lavoro interessato alle loro prestazioni e a volte riuscivano a ottenere in questo modo l’indispensabile permesso di lavoro per poter restare. In molti casi tuttavia la ricerca non raggiungeva lo scopo sperato e il rientro in patria era inevitabile.
Per la Svizzera non si trattava di «clandestini», ma al massimo di «irregolari», la cui regolarizzazione non poneva grandi difficoltà, a condizione che disponessero di un contratto di lavoro valido. C’era anche, fin dal 1945, una parte di immigrazione «clandestina», ma era molto esigua perché i clandestini sapevano di correre il rischio di essere individuati ed espulsi.
Gli accenni precedenti, per quanto frammentari e sommari, lasciano facilmente intuire che l’immigrazione italiana in Svizzera nel secondo dopoguerra non sia stata affatto un’operazione semplice, come invece certe ricostruzioni farebbero pensare. Benché in quel periodo il lavoro abbondasse, non è affatto vero che bastava presentarsi all’ufficio del personale di un’azienda per chiedere un lavoro e ottenerlo.

Venuti… perché chiamati
E’ comprensibile che qualche immigrato riassuma la sua prima esperienza migratoria affermando di essere venuto qui come turista, in realtà con l’intenzione di cercare un lavoro e di averlo ottenuto, magari tramite qualche conoscenza. Ma anche in questi casi non va dimenticato che, secondo le leggi e i regolamenti esistenti allora e anche dopo, l’assunzione della manodopera estera era sempre preceduta da una richiesta e dalla relativa autorizzazione delle autorità competenti per il rilascio dei permessi di soggiorno. In effetti, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, gli immigrati italiani sono arrivati qui a decine di migliaia perché l’economia svizzera aveva assoluto bisogno di loro.
A quanti immaginano che in Svizzera si potesse tranquillamente arrivare, cercarsi un lavoro e sistemarsi per sempre andrebbe anche ricordato che ogni straniero era registrato e gli esponenti più in vista degli immigrati addirittura «schedati». I registri della Polizia degli stranieri raccoglievano tutti i dati più significativi di ogni straniero residente in Svizzera con un valido permesso di soggiorno. Infine, i permessi di soggiorno sottoposti a controllo (quelli stagionali e annuali) non erano affatto garantiti e non esisteva per la Svizzera alcun obbligo di rinnovo.

Intervento di Max Frisch
Max Frisch
Per completezza d’informazione si può ricordare che solo dopo la seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, dopo una intensa discussione parlamentare sul nuovo accordo italo-svizzero del 1964, gli svizzeri hanno cominciato a interrogarsi sulla politica migratoria della Confederazione e sulle responsabilità nei confronti di quelle persone che impropriamente venivano chiamate «braccia», richieste dall’economia per far fronte alle crescenti esigenze dello sviluppo del secondo dopoguerra. 
Nella società civile, coinvolta ampiamente in questa discussione, intervenne anche lo scrittore Max Frisch, che ha sintetizzato l’intera problematica in questa celebre frase, scritta nel 1965: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini». Si riferiva principalmente agli italiani, che conosceva molto bene.
Giovanni Longu
Berna 30.01.2013

23 gennaio 2013

Quando la Svizzera chiamò i lavoratori italiani (Prima parte)


Il tema dell’immigrazione in Svizzera è sempre di attualità perché il fenomeno è tutt’altro che esaurito, anche in provenienza dall’Italia, e per i suoi risvolti molto complessi nell’economia, nella vita sociale e nella politica di questo Paese. Basti pensare alle problematiche riguardanti l’invecchiamento degli immigrati di prima generazione, l’integrazione ed eventuale naturalizzazione delle seconde e terze generazioni, i flussi di migliaia di frontalieri in alcune regioni di confine, le nuove immigrazioni, la libera circolazione delle persone in seguito agli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea, ecc.
Data questa complessità e le numerose implicazioni del fenomeno migratorio, è facile capire come attorno ad esso esistano e spesso si scontrino opinioni e visioni diverse. Non è una novità introdotta nella discussione politica svizzera dalla comparsa della Lega dei ticinesi o dell’Unione democratica di centro. I conflitti ideologici sull'immigrazione ci sono sempre stati, addirittura prima ancora che cominciasse le sue battaglie antistranieri l’Azione nazionale di J. Schwarzenbach negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. E’ in quegli anni, tuttavia, che il tema dell’immigrazione divenne uno dei punti più caldi della discussione politica.

Svizzera, Paese d’immigrazione
Al centro della discussione, oltre a tutta una serie di problemi legati alla presenza di centinaia di migliaia di stranieri, per lo più italiani, c’era la questione se la Svizzera dovesse considerarsi un Paese d’immigrazione oppure no. Per molto tempo la risposta è stata a grande maggioranza negativa, fino a quando ci si rese definitivamente conto che la Svizzera era diventata a tutti gli effetti un Paese d’immigrazione perché l’economia e il benessere sociale senza l’apporto della manodopera estera non sarebbero progrediti.
Questa presa di coscienza non provocò nell'immediato alcun cambiamento nella politica svizzera d’immigrazione e tanto meno una liberalizzazione degli ingressi di stranieri per motivi di lavoro, ma diede l’avvio a un ripensamento generale dell’intera politica degli stranieri, con un particolare riguardo ai problemi familiari degli immigrati e alle esigenze d’integrazione soprattutto delle seconde generazioni.
Il processo di cambiamento fu lento ma irreversibile. Gli effetti cominciarono a farsi sentire solo dalla seconda metà degli anni ’70, quando la politica d’integrazione delle seconde generazioni introdusse anche nella considerazione degli immigrati di prima generazione un cambio di mentalità importante, che indusse fra l’altro un numero crescente di stranieri ad acquisire la nazionalità svizzera e a stabilirsi definitivamente in questo Paese.
Può essere interessante ripercorrere alcune tappe importanti della situazione migratoria del secondo dopoguerra, che coinvolse soprattutto centinaia di migliaia di italiani.

Tra le due guerre mondiali
Occorre tuttavia ricordare anzitutto che con lo scoppio della prima guerra mondiale e la chiusura delle frontiere con la Svizzera, Paese neutrale, l’immigrazione non o poco controllata dall’Italia (in virtù di un accordo risalente al 1868) cessò praticamente in forma definitiva. Infatti, dalla fine della guerra, con la riapertura delle frontiere, l’immigrazione fu sottoposta a stretto controllo ad opera della Polizia degli stranieri, istituita nel 1917. Uno dei motivi dei rigidi controlli alla frontiera era quello di evitare che tentassero di entrare in Svizzera insieme alle persone con le carte in regola anche disertori, anarchici, bolscevichi e persino delinquenti comuni. In realtà si voleva anche esercitare un controllo sugli immigrati regolari per evitare che il loro numero crescesse a dismisura, com'era avvenuto alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, provocando la paura dell’«inforestierimento» (Überfremdung).
Nonostante che nel frattempo la situazione si fosse in gran parte normalizzata e la proporzione di stranieri sulla popolazione totale si fosse notevolmente ridotta (dal 14,7 del 1914 all’8,7% del 1930), tanto da consentire l’abolizione del visto d’ingresso per gran parte dei cittadini europei (1929), il sistema dei controlli della Polizia degli stranieri non si attenuò.

La legge federale sugli stranieri
Nel 1931 venne addirittura approvata la Legge federale concernente la dimora e il domicilio degli stranieri (LDDS), che aveva come obiettivo principale la lotta all’«inforestierimento».
Il raggiungimento di questo obiettivo condizionava non solo le modalità d’ingresso in Svizzera degli stranieri, ma anche le ragioni del loro ingresso. Da questo momento, infatti, l’autorizzazione del soggiorno fu vincolata all’ottenimento di un permesso di lavoro e alla capacità di accoglienza del Paese. Non bastava quindi un permesso di lavoro, ma anche l’autorizzazione della Polizia degli stranieri, che divenne in tal modo l’organo esecutivo delle disposizioni federali in materia di soggiorno degli stranieri.
Ricordando gli obiettivi della LDDS negli anni Sessanta, il Consiglio federale ammise che quella legge «era destinata ad adempiere una duplice funzione: da un lato impedire ad individui «indesiderabili» di entrare e rimanere in Svizzera, dall’altro permettere alle autorità federali di esercitare un influsso regolatore sul mercato del lavoro e prevenire l’inforestierimento».
Questo potere della Confederazione, esercitato fino ad allora prevalentemente dai Cantoni, è stato considerato a giusta ragione dallo storico Mauro Cerutti una «novità fondamentale del secondo dopoguerra» perché prevedeva per la prima volta «l’intervento diretto dello Stato svizzero per sollecitare, poi regolare e infine limitare l'afflusso di lavoratori italiani». Il fatto che qui si parli di «italiani» è dovuto al fatto che in quel periodo «gli immigrati» erano nella stragrande maggioranza italiani.

Condizioni per l’ingresso e il soggiorno
Quando in certe pubblicazioni e discussioni di oggi si lascia intendere che nel secondo dopoguerra le porte dell’immigrazione si siano aperte a un flusso praticamente ininterrotto di stranieri «venuti qui per cercare lavoro», come se la Svizzera avesse adottato improvvisamente un atteggiamento più accogliente o addirittura benevolo nei confronti di popolazioni ridotte dalla guerra quasi alla fame, si ignorano le norme molto restrittive che le autorità federali applicavano proprio in quel periodo per «regolare» gli ingressi per motivi di lavoro e si ignorano i fatti.
Si ignora anche che quella legge, sebbene più volte ritoccata, ma rimasta fondamentalmente invariata fino al 2007, ha costituito la base giuridica non solo per la lotta contro l’«inforestierimento», ma anche per l’intera politica svizzera nei confronti degli stranieri fino all'entrata in vigore degli accordi bilaterali con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone (2002) e della nuova legge sugli stranieri (2008).
La legge del 1931 non aboliva i trattati internazionali, ma inevitabilmente li limitava. Questi continuavano a regolare il reclutamento e le condizioni iniziali di lavoro, mentre la legge definiva lo statuto del lavoratore immigrato e disciplinava le condizioni del suo soggiorno in Svizzera. Lo spirito degli accordi bilaterali dell’Ottocento e dell’attuale legge sugli stranieri era completamente diverso. Se i primi erano il frutto di una concezione liberale dello Stato, aperto all’ingresso e al domicilio degli stranieri col solo vincolo del rispetto delle leggi e del principio della reciprocità, la nuova legge rispondeva a nuove esigenze di tipo nazionalistico e protezionistico. Queste esigenze sottolineavano inequivocabilmente il primato dell’interesse nazionale su tutti gli altri interessi.

Immigrati a richiesta e precari
In base alle nuova legge, l’ingresso e il soggiorno in Svizzera degli stranieri potevano essere concessi unicamente se risultava un interesse esplicito al loro arrivo e al loro soggiorno. La legge era esplicita (art. 16): «Nelle loro decisioni, le autorità competenti a concedere i permessi terranno conto degli interessi morali, economici del paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». In altre parole, le nuove ammissioni potevano avvenire unicamente in funzione della situazione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, della politica di limitazione del numero di stranieri.
Inoltre, venivano introdotte per la prima volta nella legge due caratteristiche determinanti per la successiva politica federale degli stranieri, la discrezionalità dei permessi e la precarietà. L’art. 4 precisava che «l’autorità decide liberamente, nei limiti delle disposizioni di legge e dei trattati con l’estero, circa la concessione del permesso di dimora o di domicilio, e la tolleranza». Pertanto si stabiliva anche che l’autorità non era obbligata al rinnovo dei permessi, qualora fossero venute meno le condizioni per le quali erano stati rilasciati. L’art. 10 indicava inoltre tutta una serie di casi per cui gli stranieri indesiderati potevano essere espulsi (criminalità, malattia, indigenza, abuso dell’ospitalità con ripetute infrazioni dell’ordine pubblico, ecc.).

Diversità di permessi in funzione dell’economia
Per evitare che un’eccessiva precarietà potesse nuocere all'economia, la legge prevedeva inoltre una diversità di permessi, varianti da quello stagionale di breve durata (denominato Permesso A) a quello di durata indeterminata (Permesso C o di domicilio). Soprattutto il permesso stagionale permetteva di regolare il flusso d’entrata in funzione del mercato del lavoro, che poteva subire forti variazioni nel tempo e nello spazio.
La nuova legge rafforzava pertanto i dispositivi di controllo dei migranti sia al momento dell’ammissione che dopo. Anzitutto ogni autorizzazione doveva essere preceduta dall’approvazione della polizia federale degli stranieri (art. 18 cpv. 3) e poi ogni Cantone doveva disporre di una polizia degli stranieri a cui doveva essere comunicata ogni decisione riguardante qualsiasi permesso di soggiorno, di domicilio o di tolleranza come pure di espulsione (cfr. art. 15, cpv. 2).
Non bisogna perdere di vista che gli stranieri maggiormente interessati dalla nuova legge erano gli italiani. (Continua sul prossimo numero)
Giovanni Longu
Berna, 23.1.2013

16 gennaio 2013

La Svizzera isola felice?


Per l’insieme degli Stati dell’Unione europea (UE) il 2012 si è concluso con una leggera ventata di ottimismo, ma molti Paesi dovranno ancora attendere prima di uscire definitivamente dal tunnel della crisi. Per questi, Italia compresa, il periodo dell’austerità non è affatto finito.
La Svizzera è certamente uno dei Paesi europei che ha meno sofferto della crisi e i principali indicatori lo dimostrano. Eppure anche per essa, secondo molti osservatori, il 2012 è stato un anno difficile. Ma non per ragioni interne, bensì per le conseguenze della crisi internazionale.

L’inquietante panorama europeo
Il maggiore quotidiano svizzero in lingua italiana, il Corriere del Ticino, a fine anno ha sintetizzato la retrospettiva 2012 in un articolo intitolato: «Quella piccola isola elvetica fra i marosi della crisi europea». E’ interessante riportare alcuni passaggi, che esprimono bene un sentimento assai diffuso nell'opinione pubblica: «La Svizzera si è trovata alle prese con un’Europa che appare vieppiù insofferente e ostile nei suoi confronti, sotto il peso di un indebitamento mostruoso e alla disperata ricerca di ogni possibile fonte di introito fiscale. Nonché di capri espiatori verso cui dirottare l’attenzione e allentare almeno un po’ la pressione sui governi, costretti ad una politica di risanamento, non solo impopolare, ma semplicemente devastante per larghe fasce dei loro cittadini. Un vero dramma, all'origine del quale non si trova sicuramente il segreto bancario elvetico».
«Eppure – proseguiva l’articolo – nel mezzo di questo inquietante panorama europeo, proprio quel piccolo Paese tanto preso di mira (e troppo poco a esempio) si presenta ancora una volta come un’isola di stabilità. Con un indebitamento contenuto, un’industria performante, un sistema politico ben lungi dall'essere perfetto ma comunque in grado di assicurare continuità ad un modello meno ambizioso di altri, ma sicuramente più democratico e che ha dato nel tempo prove tangibili della sua solidità. Una realtà cui non pochi (sicuramente più di quanti sembrano a prima vista) guardano anche dai Paesi vicini con rispetto e interesse. Chiedendosi se forse non sia il caso di trarre ispirazione dalla sue modeste ma collaudate istituzioni per riconfigurare un progetto europeo ben più ambizioso nelle intenzioni ma anche assai più incerto nel suo divenire…».

Rapporti tesi con i Paesi vicini
Quanto sia diffusa l’opinione di una Svizzera benestante sotto attacco di un’Europa in grave difficoltà lo dimostrano da una parte i rapporti non certo ottimi con i Paesi vicini e dall'altra le numerose prese di posizione di autorevoli commentatori e personalità politiche sulla necessità di non indebolire «la posizione della Svizzera nella guerra economica in atto».
Sono noti in proposito i dissapori con la Francia, dopo che il presidente François Hollande ha dichiarato di non voler trattare su qualunque progetto di accordo fiscale che rassomigli a un’amnistia fiscale e ha deciso di adottare misure severe nei confronti dei cosiddetti «esiliati» fiscali in Svizzera.
Nei confronti della Germania, dopo la bocciatura dell’accordo fiscale già sottoscritto da entrambi i governi, la Svizzera ha fatto sapere che non vi potrà essere un altro negoziato sulla stessa materia. La ministra delle finanze svizzera Widmer-Schlumpf, pur essendo disposta a qualche concessione, difende il sistema fiscale elvetico e il segreto bancario che vi sta alla base, mentre sembra escludere lo scambio automatico di informazioni bancarie richiesto dall’UE.
Nei confronti dell’Italia i rapporti in questo momento appaiono meno tesi, visto che il negoziato fiscale prosegue, ma non credo che il presidente della Confederazione possa ripetere le parole del suo predecessore Forrer, quando cento anni fa, alla fine del 1912, dichiarò che le relazioni con l’Italia erano ottime e cordiali. Potrà dire solo che i rapporti sono in progressione e che spera di giungere quanto prima a una conclusione soddisfacente per entrambe le parti di tutti i negoziati aperti.

Una Svizzera «sicura di sé»
Ueli Maurer, Presidente
 della Confederazione 2013
In una serie d’interventi del neopresidente della Confederazione per il 2013 Ueli Maurer mi sembra ben riassunto un atteggiamento che se non fa l’unanimità degli svizzeri raccoglie sicuramente moltissimi consensi.
In un’intervista al Corriere del Ticino del mese scorso, ad esempio, dopo aver ricordato la necessità della coesione nazionale secondo il motto «uno per tutti, tutti per uno», ha detto chiaro e tondo che nei rapporti con l’UE non c’è altro che la via bilaterale («tutto il resto è escluso»), richiamando anche la condizione fondamentale: «da questa via bilaterale la Svizzera deve ricevere come minimo quanto dà. E’ la condizione principale, e tutti gli accordi dovrebbero tenerne conto, tuttavia purtroppo non è sempre il caso».
Per maggiore chiarezza, il neopresidente faceva questo esempio nell'ambito del traffico: «se davvero vogliamo costruire per gli italiani gli accessi ad AlpTransit che ci hanno promesso da anni, allora dobbiamo anche richiedere qualcosa in cambio. La Svizzera deve essere cosciente di quanto vale». E poi, restando nel tema delle comunicazioni, ha insistito ricordando che se la Svizzera ha bisogno dell’UE, anche l’UE ha bisogno della Svizzera, ad esempio, se vuole raggiungere l’Italia attraverso il Ticino, o raggiungere la Germania partendo dall'Italia.
Ueli Maurer ha poi dato un carattere per così dire di ufficialità nazionale alle sue idee nel corso del discorso di Capodanno: «La Svizzera deve presentarsi "sicura di sé, cosciente di essere uno stato forte": essa è un fattore essenziale per la stabilità in Europa, grazie alla sua moneta solida, ai suoi investimenti sul continente, agli impieghi che offre ai cittadini europei e alla sua posizione centrale per i trasporti. La Svizzera - ha aggiunto il neopresidente - ha fatto molto per l'Europa, costruendo per esempio la galleria ferroviaria di base del San Gottardo; l'UE, invece, non ha fatto niente per quanto riguarda le vie d'accesso alle nuove trasversali alpine. Nei negoziati internazionali si tratta sempre di dare e di ricevere, non è il caso di cedere ogni volta di fronte a una forte pressione, "se si cede sempre, ci si dichiara vinti"».

La via bilaterale: «dare e avere»
Non c’è dubbio che in questo momento di grazia per la Svizzera («il miglior posto al mondo per nascere», secondo una classifica internazionale stilata dalla rivista Economist per il 2013) e di grande debolezza strutturale e finanziaria per l’UE alzare i toni non giova né all'una né all'altra parte, per cui la via del dialogo è obbligata. Del resto, recentemente anche l’UE ha mostrato una maggiore disponibilità al dialogo. 
Widmer-Schlumpf e José Manuel Barroso
In un incontro tra il presidente della Commissione dell’Unione europea José Manuel Barroso e la ministra elvetica Widmer-Schlumpf sembra si siamo poste le premesse per i prossimi negoziati partendo dagli accordi bilaterali esistenti. Si dovrebbe giungere (quando non si sa) ad un accordo quadro di tutti gli accordi esistenti e futuri e all'istituzione di un'istanza internazionale di controllo.
Molti svizzeri sono convinti che la Svizzera deve «tener duro» nel difendere i suoi ideali e le sue istituzioni (compreso il segreto bancario, insieme al federalismo, alla neutralità, all'indipendenza e quant'altro). Altri, invece, non si nascondono le difficoltà che un piccolo Paese come la Svizzera, per quanto solido e florido, dovrà affrontare nei confronti di un colosso come l’UE, soprattutto se la moneta unica europea si rafforzerà e gli Stati meno virtuosi riusciranno a mettere in campo misure efficaci per risanare il micidiale debito pubblico.
Purtroppo il futuro dell’UE e degli Stati uniti d’Europa dipenderà da quel «se». Nel corso dell’anno dovremmo saperne di più, osservando la tenuta dell’euro (confrontando le voci più pessimistiche con quelle più ottimistiche), l’andamento dello spread, il controllo delle finanze pubbliche, l’evoluzione dell’occupazione e della disoccupazione e anche le prime mosse del prossimo governo italiano.
A questo punto mi viene spontanea, come si usa dire, una domanda: sarebbe tutto più facile se di questa UE, nel bene e nel male, facesse parte anche la Svizzera, magari con uno statuto speciale per salvaguardare le sue prerogative storiche, culturali e istituzionali essenziali? Ebbene, la mia risposta è senz’altro sì.

Compromessi «utili»
E’ vero che, come scriveva il giornalista Marc-Andre Miserez su Swissinfo.ch qualche mese fa («Svizzera-UE: una vecchia coppia che non vuole sposarsi», in questo momento «l’Europa non è più attraente. Con la crisi del debito, il crollo della moneta unica, i Paesi del sud sull'orlo del fallimento, i piani d’austerità e una disoccupazione alle stelle, l’UE versione 2012 non ha più molti argomenti per sedurre la Svizzera, rimasta un’isola di prosperità relativa in mezzo alla tormenta…».
Eppure Svizzera e UE hanno moltissime cose in comune. Tanto varrebbe metterle davvero in comune per la buona e cattiva sorte, ben sapendo che la sorte, come la felicità, è mutevole. Ma se anche di comunione dei beni e di matrimonio proprio non vogliono nemmeno sentir parlare, è urgente che entrambe le parti trovino nel dialogo quei compromessi che sono spesso più utili di quella rigidezza di principi astratti che non porta alcun beneficio concreto.
Giovanni Longu
Berna 16.1.2013


Ueli Maurer, Presidente della Confederazione 2013


Rapporti bilaterali Svizzera-UE