01 dicembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 63. La seconda generazione e l’integrazione scolastica (2)

Nell'articolo precedente si è accennato alle cosiddette «classi speciali», un capitolo della storia dell’integrazione della seconda generazione che merita qualche considerazione di approfondimento. Lo merita soprattutto per evitare che la questione delle «classi speciali», spesso associata confusamente a quella dei «bambini clandestini» o «nascosti», insieme a una non tanto malcelata critica superficiale del sistema scolastico svizzero, rischi di far ritenere i figli degli immigrati del secondo dopoguerra una generazione persa. Lo merita anche per mettere in luce che proprio grazie all'integrazione scolastica e alla successiva formazione professionale la seconda generazione è riuscita a superare molti degli aspetti negativi che caratterizzavano l’immigrazione fino agli anni Settanta e Ottanta.

Importanza dell’integrazione scolastica

Negli anni ’70 molte associazioni criticavano il ricorso con troppa facilità
alle «classi speciali» per gli allievi stranieri (Corriere della Sera, 13.04.1974)
Nella prima metà degli anni Sessanta, l’Italia aveva ancora bisogno di favorire l’emigrazione perché la piena occupazione sembrava al momento irrealizzabile, ma si rendeva conto che nei Paesi d’immigrazione le esigenze nei confronti degli immigrati stavano cambiando. Man mano che i «vecchi» immigrati giungevano all'età della pensione non venivano più sostituiti con lavoratori con le stesse caratteristiche, ma con personale meglio preparato e in grado di adeguarsi facilmente alle nuove esigenze tecnologiche. Per questo, durante il negoziato per il nuovo accordo di emigrazione/immigrazione del 1964, l’Italia chiese e ottenne dalla Svizzera garanzie perché i figli degli immigrati italiani fossero inseriti nella scuola svizzera per potersi creare le basi per l’integrazione linguistica, scolastica, culturale e professionale nella società e nell'economia in trasformazione. 

L’Italia aveva visto giusto, mentre le istituzioni svizzere e italiane attive nel settore non furono in grado di diffondere tra gli immigrati la consapevolezza che il destino dei propri figli, soprattutto se fossero rimasti in Svizzera, sarebbe dipeso in larga misura dal loro livello d’integrazione. Se la maggior parte degli immigrati non era probabilmente in grado di conoscere e valutare i complicati rapporti tra conoscenze linguistiche, successo scolastico, scelta professionale (talvolta complicata e difficile per gli stessi svizzeri), apprendistato, integrazione professionale, integrazione sociale, ecc. le istituzioni italiane avrebbero dovuto capire e spiegare questi legami in modo da aiutare i genitori immigrati a fare le scelte giuste in funzione del bene certo o probabile dei loro figli.

Va inoltre ricordato che a livello europeo, in tutti i Paesi d’emigrazione e d’immigrazione, negli anni Sessanta si cominciava a considerare importante il problema della scolarizzazione dei figli degli immigrati. Per questo fu facile tra l’Italia e la Svizzera trovare un’intesa su questo tema (frequenza della scuola pubblica svizzera e corsi di lingua e cultura italiane), prima ancora che il Consiglio d’Europa (di cui facevano già parte sia l’Italia che la Svizzera) nel 1970 raccomandasse con una risoluzione l’integrazione dei bambini stranieri nelle scuole locali.

Non va infine dimenticato che dal 1970, dopo la bocciatura della più pericolosa iniziativa antistranieri, la Confederazione è sempre più convinta che il rischio d'inforestierimento tende a diminuire quanto maggiore è l’integrazione. Pertanto per i figli degli immigrati essa doveva cominciare quanto prima possibile attraverso la frequenza della scuola svizzera, limitando la frequenza di altre scuole private solo a casi particolari.

Le «classi speciali»

Date queste premesse, potrebbe sembrare che dagli anni Settanta, grazie all'intesa italo-svizzera, il problema fosse se non risolto almeno ben incardinato. Invece non lo era affatto. I problemi da superare erano talmente tanti che non bastarono per parecchio tempo gli accordi e le buone intenzioni. Basti pensare che i bambini da inserire nelle diverse classi della scuola svizzera avevano ben poco in comune: oltre all'età, erano diversi la provenienza, le esperienze prescolastiche vissute, le conoscenze linguistiche, l’ambiente sociale, le condizioni familiari, i progetti di vita dei genitori per sé e per i loro figli, ecc.

Solo una buona scolarizzazione garantiva di norma un buon apprendistato, 
ma esistevano anche buone forme di ricupero  (allievi del CISAP, anni ’80)
Data l’insicurezza sul futuro in cui vivevano moltissimi immigrati sul finire degli anni Sessanta, molti figli di immigrati italiani avevano iniziato la scuola obbligatoria in Italia, altri, in previsione di un prossimo rientro erano stati iscritti nelle scuole private italiane (gestite in gran parte dalle Missioni cattoliche), altri ancora erano stati collocati nei vari istituti privati al di qua o al di là del confine italo-svizzero. Tra i bambini rimasti in famiglia fino all’inizio dell’età scolastica molti non avevano frequentato l’asilo ed erano quindi privi di esperienze di socializzazione con i coetanei svizzeri.

Risolvere tutte queste e simili disparità divenne per le strutture scolastiche svizzere un compito non indifferente, perché, se il mandato era chiaro, ossia inserire gli stranieri nella scuola svizzera, non lo erano altrettanto i tempi, le condizioni, i modi, gli aiuti di sostegno. Per anni si andò avanti per tentativi, finché divenne evidente che non aveva senso inserire in un corso regolare allievi che non avevano alcuna possibilità di seguire proficuamente il programma scolastico normale.

Fu per queste ragioni e nell'interesse dei bambini che vennero proposte e organizzate classi «speciali» per stranieri. L’obiettivo non era quello di scolarizzarli separatamente dagli svizzeri o da altri connazionali (generalmente figli di italiani domiciliati e integrati), ma di prepararli per essere reinseriti nei corsi regolari appena fossero stati in grado di seguire regolarmente le lezioni. Non sempre, tuttavia, lo scopo fu compreso, forse perché non ben precisato.

Erano evitabili le «classi speciali»?

Soprattutto negli anni Settanta queste «classi speciali» furono aspramente criticate in alcuni ambienti associazionistici sia perché frequentate da un numero ritenuto abnorme di bambini italiani e sia perché ritenute penalizzanti per il loro futuro. Già l’assegnazione a queste classi appariva talvolta una sorta di condanna senza appello di bambini del tutto «normali», salvo l’handicap linguistico. L’associazione delle Colonie Libere ne chiedeva la soppressione considerandole «classi-ghetto». Alcuni genitori ritenevano inoltre che l’aver frequentato una classe speciale preconizzasse per i loro figli l’esito finale della scuola obbligatoria al grado più basso e una preclusione di scelte professionali (apprendistati) di alto livello.

Chi scrive ha partecipato all'epoca a numerose discussioni anche pubbliche su questo tema e può confermare sia la ragionevolezza delle reazioni negative di molti genitori e sia la difficoltà per le istituzioni scolastiche svizzere di trovare soluzioni migliori senza stravolgere l’obbligo generale, nell'interesse dei bambini e della società: tutti devono frequentare la scuola pubblica, tutti devono poter accedere al mondo delle conoscenze e tutti devono essere valutati secondo le prestazioni fornite. Anche nella consapevolezza che quanto avvenuto si sarebbe potuto svolgere in altri modi, è difficile ritenere che la «classi speciali» per allievi stranieri fossero del tutto evitabili e ciononostante si potessero ottenere gli stessi o addirittura migliori risultati.

Si poteva fare meglio?

Certamente. Gli errori nell'impostazione, nella gestione e nel controllo di queste misure concepite «eccezionalmente» e per un tempo limitato sono infatti innegabili. E’ certamente mancata un’adeguata informazione. Benché le «classi speciali» per stranieri non fossero «scuole speciali» e avessero una durata limitata (di norma uno-due anni) e una finalità precisa, quella d’integrare meglio i bambini nelle classi normali, si è lasciato che molti genitori interessati interpretassero quella soluzione temporanea come una sorta di verdetto definitivo. Raramente, nelle discussioni pubbliche tra italiani, si spiegava in maniera chiara la natura e lo scopo di queste classi, mai si esponevano in modo convincente i vantaggi della loro frequenza.

Negli ambienti italiani si preferiva sovente la critica, talvolta spietata, del sistema scolastico svizzero ritenendolo troppo selettivo e discriminatorio, piuttosto che cercare di spiegarlo, analizzando i fatti e cercando eventualmente soluzioni alternative. Alcune associazioni con ampio seguito tra gli immigrati erano talmente orientate alla politicizzazione del tema da trascurare la loro responsabilità di sostenere e incoraggiare una maggiore partecipazione delle istituzioni e delle stesse associazioni alla gestione e al controllo delle classi speciali e in genere del sistema scolastico svizzero.

Con una maggiore partecipazione delle istituzioni e delle associazioni, fra l’altro auspicata dalle autorità scolastiche svizzere, è assai probabile che molte incomprensioni e molti pregiudizi sarebbero svaniti e, ciò che è più importante, molti più giovani italiani avrebbero incontrato nella scuola, nell'apprendistato e nella vita professionale meno difficoltà e maggior successo, facilitando la loro integrazione scolastica, professionale e sociale. (Fine)

Giovanni Longu
Berna, 1° dicembre 2021 

24 novembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 62. La seconda generazione e l’integrazione scolastica (1)

Nell'articolo precedente si diceva che all’inizio del periodo in esame (1970-1990) la Svizzera era impreparata a gestire il fenomeno della seconda generazione (anche solo di quella italiana, allora comunque preponderante). Se ne dava una spiegazione apparentemente plausibile: quel fenomeno non era stato previsto perché la politica immigratoria svizzera riguardava essenzialmente lavoratori stranieri «ospitati temporaneamente» (Gastarbeiter), per lo più giovani e senza figli, che dopo un soggiorno di qualche stagione o anno sarebbero ritornati al loro Paese di provenienza. Dalla seconda metà degli anni Sessanta, invece, non lo si poteva più ignorare e la Svizzera dovette cercare soluzioni appropriate e coerenti con la nuova politica immigratoria di stabilizzazione che aveva avviato. Fu un’impresa tutt’altro che semplice.

Fu l’Italia a sollevare il problema

Durante la lunga trattativa sfociata nell'Accordo di emigrazione/immigrazione del 1964, fu la delegazione italiana a sollevare il problema della seconda generazione, che del resto stava diventando di assoluta evidenza. Bastava osservare la progressione delle nascite di italiani negli ospedali svizzeri nei primi cinque anni del decennio (6503 nel 1960, 9130 nel 1961, 12.306 nel 1962, 14.835 nel 1963, 16.835 nel 1964). I dati ancora più significativi degli anni successivi avrebbero confermato la tendenza. Inoltre, in base alle facilitazioni previste nell’Accordo per i ricongiungimenti familiari, c’era da aspettarsi nell’arco di pochi anni l’arrivo massiccio di migliaia di bambini minorenni rimasti in Italia. Per questi bambini sarebbe stato dunque ineludibile il problema della scolarizzazione.

La delegazione italiana sollevò il problema anche alla luce della nuova politica immigratoria svizzera orientata alla stabilizzazione e all’integrazione della popolazione straniera residente. E poiché anche le autorità politiche italiane erano dell’opinione che la scolarizzare dei figli dei connazionali emigrati dovesse avvenire nelle scuole locali dei Paesi d’immigrazione, la richiesta dei negoziatori italiani che si favorisse l’inserimento dei bambini italiani nelle scuole svizzere sembrò quanto mai opportuna.

Contrariamente ad altre richieste italiane, questa trovò nella delegazione svizzera una pronta accoglienza, pur osservando che, essendo la materia scolastica di competenza cantonale, la Confederazione poteva solo raccomandare ai Cantoni l’adozione di «provvedimenti intesi a facilitare l’inserimento dei figli dei lavoratori italiani nelle scuole pubbliche svizzere». Non fu difficile per la Confederazione fare questa raccomandazione perché i Cantoni erano tutti ben disposti ad accogliere i nuovi arrivati.

Difficoltà iniziali

L’accordo delle due parti del negoziato non significava ancora la soluzione del problema, ma stava ad indicare due presupposti fondamentali per avviarla: la consapevolezza della Svizzera che qualunque politica d’integrazione dei giovani immigrati non poteva trascurare in alcun modo la scolarizzazione dei piccoli stranieri nelle strutture scolastiche locali e la consapevolezza dell’Italia che si dovesse superare la contrapposizione tra scuola privata italiana e scuola pubblica svizzera, in nome del bene certo o probabile dei bambini.

Quando si passa dai principi alla loro concretizzazione è inevitabile che s’incontrino delle difficoltà. Anche in questo caso non mancarono tanto nel campo svizzero quanto nel campo italiano. Sia la Svizzera che l’Italia dovevano infatti operare scelte radicali, che si sarebbero scontrate con difficoltà oggettive (soprattutto d’infrastrutture e di personale), incomprensioni e soprattutto col rischio di non fare nulla per non esacerbare gli animi e rompere gli equilibri esistenti.

Difficoltà per la Svizzera

Per le autorità federali si trattava soprattutto di motivare i Cantoni ad affrontare la scolarizzazione dei piccoli stranieri con grande senso di responsabilità, non solo adeguando o creando le infrastrutture prescolastiche e scolastiche necessarie (asili nido, scuole, palestre, ecc.), ma anche garantendo ai nuovi scolari il sostegno psicologico e pedagogico di cui avrebbero avuto sicuramente bisogno.

Benché tutti i Cantoni si fossero dichiarati ben disposti in linea di principio ad affrontare i nuovi compiti, era prevedibile che avrebbero incontrato nella fase realizzativa non poche né facili difficoltà, soprattutto a livello psicologico e pedagogico. I bambini stranieri provenivano generalmente da ambienti sociali poco scolarizzati, molti di essi non avevano frequentato nemmeno un anno di asilo nelle strutture svizzere, altri arrivavano direttamente dall’Italia e quasi tutti erano privi di un supporto familiare valido che li aiutasse a superare indenni le prime difficoltà di una scuola esigente e fortemente selettiva. Il personale insegnante non era però formato adeguatamente per affrontare queste problematiche e agevolare l’inserimento in una scuola tipicamente svizzera bambini di provenienza, cultura e preparazione diverse. Né si poteva prepararlo in breve tempo.

Difficoltà per l’Italia

Per le autorità italiane si trattava anzitutto di aiutare con argomenti convincenti molti immigrati indecisi a scegliere tra le scuole private italiane (gestite soprattutto dalle Missioni cattoliche italiane) e le scuole pubbliche svizzere in funzione del bene certo o probabile del bambino. Chi ha vissuto quell’epoca ricorda certamente le interminabili discussioni sull'argomento, il dramma di molte famiglie nella difficile scelta soprattutto quando in prospettiva c’era un rientro in Italia non immediato, le paure di quei genitori che temevano di perdere persino l’affetto dei propri figli se fosse venuta meno la facilità di comunicare con loro in italiano una volta soggiogati dalla lingua e dal mondo della scuola svizzera, per non parlare delle frustrazioni di molti genitori di non sentirsi in grado di aiutare i figli nelle prestazioni scolastiche.

Le autorità diplomatiche e consolari italiane erano pronte a sostenere molte iniziative, soprattutto dopo l’adozione da parte del Parlamento italiano della famosa legge 153 del 1971 sulle «iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali da attuare all'estero a favore dei lavoratori italiani e loro congiunti». Ma anche con la legge e i cospicui finanziamenti collegati non s’illudevano che bastassero a garantire subito a tutti gli scolari italiani seri corsi di lingua e cultura italiane. Infatti occorreva coordinare i tempi e i luoghi con le autorità scolastiche svizzere, superare le polemiche riguardanti le scuole private, stabilire un coordinamento centrale dei corsi e degli insegnanti, motivare i genitori a mandare i figli a questi corsi, anche se talvolta a scapito del tempo libero o di altre lezioni della scuola svizzera, ecc.

Interventi mirati

La Confederazione era convinta della necessità d’inserire i bambini stranieri nella scuola svizzera e già in occasione del Messaggio alle Camere federali per la ratifica dell’Accordo del 1964 con l’Italia aveva sostenuto la necessità che i Cantoni adeguassero le strutture scolastiche alle nuove esigenze. Non potendo interferire nelle questioni prettamente scolastiche perché di competenza cantonale, le autorità federali intervenivano sulla politica generale che mirava a rendere l’integrazione dei giovani stranieri necessaria e possibile, cominciando dall’inserimento dei bambini stranieri nella scuola svizzera.

Attraverso gli studi e le ricerche della Commissione federale consultiva per il problema degli stranieri (CFS), istituita nel 1970, il Consiglio federale acquisiva preziose informazioni sullo stato dell’integrazione, sulle difficoltà che s’incontravano sul territorio e sulle possibili soluzioni. Per questo la CFS intratteneva stretti rapporti con tutte le istituzioni pubbliche (Cantoni, Comuni, Chiese, ecc.) e con alcune istituzioni cittadine (Consigli, Commissioni di stranieri, Centri di contatto e simili) sorte appositamente per favorire il contatto tra svizzeri e stranieri e indirettamente l’integrazione. Dal 1974 la CFS consultava regolarmente anche una rappresentanza qualificata delle organizzazioni degli stranieri al fine di coinvolgerle in questo ampio progetto d’integrazione.

A loro volta, i Cantoni, principali responsabili della scolarità obbligatoria, s’impegnarono in molti modi per agevolare l’inserimento dei bambini stranieri. Alcuni servizi scolastici locali offrirono ai giovani stranieri senza dimestichezza con la lingua tedesca lezioni supplementari di tedesco. Ciononostante, i risultati raggiunti negli anni Settanta sono stati insufficienti e si dovrà attendere ancora a lungo prima di ottenere quelli soddisfacenti.

Tuttavia, va dato atto alle autorità scolastiche svizzere di aver cercato in vari modi di favorire l’inserimento sereno degli allievi stranieri, ma non si può negare che alcune soluzioni (per esempio l’istituzione di «classi speciali») non siano state preparate, concordate e comunicate adeguatamente (come risulterà meglio dal prossimo articolo). (Segue)

Giovanni Longu
Berna 24.11.2021 

17 novembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 61. La seconda generazione (2)

L’eccezionalità del fenomeno della «seconda generazione» di italiani sul finire degli anni Sessanta era dovuta sia alla sua straordinaria portata e sia all'impreparazione delle istituzioni soprattutto svizzere a fronteggiarla. La combinazione di questi due elementi rendeva qualsiasi soluzione particolarmente complessa e difficile. Si è già parlato della gravità del fenomeno per il numero elevato di bambini interessati (cfr. articoli precedenti), ma anche l’impreparazione delle istituzioni merita qualche spiegazione. Tanto più che nell'ormai secolare storia di Paese d’immigrazione, non è pensabile che la Svizzera abbia dovuto affrontare il tema dei figli degli stranieri per la prima volta solo a cavallo del 1970.

La seconda generazione fino al 1931

Figli di immigrati «ospiti» di uno dei tanti collegi lungo la frontiera italo-svizzera.
Effettivamente già in passato la Svizzera aveva dovuto occuparsi della seconda generazione di stranieri presenti sul suo territorio. Lo faceva nel suo interesse quando, negli accordi bilaterali con gli Stati vicini, per dovere di reciprocità accettava che gli stranieri e i loro figli continuassero a restare tali finché volevano e i propri cittadini e i loro figli continuassero a restare svizzeri anche vivendo in Germania, in Italia o altrove. Lo faceva pure suo malgrado, come nel Trattato di domicilio e consolare del 1868 tra l’Italia e la Svizzera, quando la Confederazione accettò che anche gli italiani naturalizzati in Svizzera, quindi svizzeri, non potessero sottrarsi all'obbligo del servizio militare in Italia.

La seconda generazione degli immigrati era divenuta un problema politico serio quando agli inizi del secolo scorso si cominciò a vedere nel crescente numero di stranieri (specialmente tedeschi e italiani) e dei loro figli nati in Svizzera un pericolo e per indicarlo s’inventò nel 1900 la parola Überfremdung, «inforestierimento». Per evitare che si diffondesse tra la popolazione un forte sentimento antistraniero, il dibattito politico si concentrava sulla ricerca del metodo più semplice e realizzabile per ridurre la crescita e possibilmente il numero totale di stranieri.

Poiché a causa dei vari accordi bilaterali era quasi impossibile intervenire direttamente sulla prima generazione, decisamente tedesca, italiana o francese e pressoché insensibile all'attrazione della cittadinanza svizzera, si pensò di agire quasi esclusivamente sui giovani stranieri, ritenendoli già sufficientemente integrati perché nati in Svizzera (benché frequentassero ambienti, scuole comprese, quasi esclusivamente non svizzeri). Si giunse persino ad approvare una legge federale (1903) che dava ai Cantoni, competenti in materia di cittadinanza, la facoltà di introdurre nell'ordinamento cantonale una sorta di jus soli, ossia la naturalizzazione automatica per gli stranieri di seconda generazione nati in Svizzera.

La legge rimase inapplicata per la contrarietà dei Cantoni (ma anche della popolazione immigrata interessata) e la Confederazione, di fronte a tali ostacoli, rinunciò per oltre un decennio a nuovi tentativi di soluzione generale, anche se il tema dell’Überfremdung era sempre presente nell'agenda del Consiglio federale. Da allora, tuttavia, cominciò a farsi strada il pensiero che alla naturalizzazione ciascuno dovesse arrivarci attraverso l’«assimilazione» individuale (il termine «integrazione» era ancora se non inesistente, scarsamente usato).

La legge sugli stranieri del 1931

Poiché nell'opinione pubblica svizzera la paura degli stranieri non era stata scacciata nemmeno dalle avversità della prima guerra mondiale e dalla vistosa diminuzione della popolazione straniera dal 14,7 per cento (nel 1910) all'8,7 per cento (nel 1930), l’Assemblea federale pensò di dare una soluzione pressoché definitiva al problema dell'inforestierimento attraverso una nuova legge federale sulla dimora (di durata limitata) e il domicilio (di durata illimitata) degli stranieri, approvata il 26 marzo 1931 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1934.

L’importanza di questa legge è facilmente comprensibile se si pensa che essa ha fissato i principi fondamentali della politica immigratoria svizzera per oltre settant'anni, ossia fino all'entrata in vigore della nuova legge sugli stranieri il 1° gennaio 2008. La sua durata e i principi in essa contenuti spiegano anche in larga misura l’impreparazione della Svizzera a gestire l’emergenza della seconda generazione alla fine degli anni Sessanta. Essi meritano pertanto di essere richiamati, almeno sommariamente.

Anzitutto, però, occorre ricordare che la legge sugli stranieri del 1931 doveva costituire per il Consiglio federale e per il legislatore una specie di muro contro l'«inforestierimento», ossia il pericolo che una massa di stranieri ritenuti «ospiti», Gastarbeiter, rimanesse in Svizzera a tempo indeterminato. La legge non era dunque destinata, come qualcuno potrebbe pensare, a contenere l’afflusso di stranieri (contro cui sarebbe stata largamente inefficace a causa dei trattati bilaterali con i Paesi vicini da cui provenivano nella stragrande maggioranza), ma a scoraggiare la loro permanenza in territorio svizzero.

I cardini della politica migratoria dal 1931 al 2008

Per raggiungere tale obiettivo non occorreva introdurre nuove modalità d’ingresso in Svizzera, ma bastava disciplinare le condizioni d’ingresso e della permanenza degli stranieri. Per esempio, vincolando l’ingresso e il soggiorno dei lavoratori stranieri non solo a un permesso di lavoro e a un permesso di soggiorno, ma anche a un reale interesse della Svizzera ad ospitarli. Per questo la legge prescriveva all'articolo 16 che «nelle loro decisioni, le autorità competenti a concedere i permessi terranno conto degli interessi morali, economici del paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». In altre parole, le nuove ammissioni dovevano avvenire unicamente in funzione della situazione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, della lotta all'inforestierimento.

Inoltre, venivano introdotte per la prima volta nella legge due caratteristiche determinanti per la successiva politica federale degli stranieri, la discrezionalità dei permessi e la precarietà. Con la prima si riconosceva un potere pressoché assoluto agli organi dello Stato di concedere o meno i permessi e di revocarli in base a criteri già allora ritenuti da taluni poco oggettivi. Con la seconda si stabiliva il principio della durata limitata dei permessi e della possibilità che venissero revocati o non venissero rinnovati.

L’articolo 4 precisava, a scanso di equivoci e di pretese ingiustificate che «l’autorità decide liberamente, nei limiti delle disposizioni di legge e dei trattati con l’estero, circa la concessione del permesso di dimora o di domicilio». Pertanto si stabiliva anche che l’autorità non era obbligata al rinnovo dei permessi, qualora fossero venute meno le condizioni per le quali erano stati rilasciati.

Si sa infine che a vigilare sull'osservanza della legge e dei regolamenti c’era un’attenta Polizia degli stranieri, che solo a nominarla incuteva timore. Del resto doveva apparire singolare che a presiedere alla sorveglianza di decisioni essenzialmente amministrative ci fosse una «Polizia» speciale. Il perché è invece chiaro: la nuova legge e tutte le misure ad essa collegate dovevano scoraggiare che molti stranieri prolungassero a tempo indeterminato il loro soggiorno in Svizzera.

L’emergenza della seconda generazione

Il risultato è stato che effettivamente la legge, le ordinanze e la polizia degli stranieri hanno consentito che milioni di lavoratori stranieri dimorassero in questo Paese per qualche stagione o anno finché l’economia ne aveva bisogno e poi se ne tornassero definitivamente al loro Paese d’origine, perché la Svizzera non voleva essere un Paese d’immigrazione senza ritorno.

Giovani  in formazione al Cisap (anni ’80)
Finché questa politica ha funzionato non c’è mai stato un serio problema della «seconda generazione» perché il continuo movimento di arrivi e partenze rendeva difficile anche solo pensare a costituire qui una famiglia, crescere dei figli, farsi una casa, integrarsi.

Solo nella seconda metà degli anni Sessanta, quando questo movimento incessante di migranti ha cominciato a rallentare perché l’economia aveva bisogno di personale stabile e fidelizzato all’azienda in cui lavorava, gli immigrati hanno cominciato dapprima a prolungare il loro soggiorno in Svizzera e poi a prendere il domicilio a tempo indeterminato, a costituire una famiglia, a fare figli o farsi raggiungere dai figli minorenni rimasti in Italia. In breve, l’emergenza della seconda generazione era inevitabile, soprattutto dopo che l’Italia durante il negoziato per un nuovo accordo di emigrazione/immigrazione (nella prima metà degli anni Sessanta) aveva chiesto espressamente alla controparte svizzera di prendere in considerazione i bisogni di formazione dei piccoli italiani.

Solo allora, ufficialmente nel 1970, come si vedrà nel prossimo articolo, la Confederazione prese coscienza del fenomeno in crescita della seconda generazione senza poter invocare leggi e regolamenti ormai travolti da una nuova generazione di stranieri, non più riconducibili alla categoria degli «immigrati» e più simili ai coetanei svizzeri che ai coetanei del Paese d’origine. (Segue).

Giovanni Longu
Berna, 17.11.2021

10 novembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 60. La seconda generazione (1)

Chi ha seguito gli articoli precedenti avrà sicuramente notato che alla base dei cambiamenti fondamentali riguardanti l’immigrazione italiana in Svizzera nel periodo in esame (1970-1990) c’era la spinta inarrestabile della «seconda generazione». Il fenomeno non era di per sé una novità assoluta, ma per la sua portata e complessità rappresentava per la Svizzera una sfida straordinaria che non era preparata ad affrontare. Poiché è stato tale da modificare radicalmente il corso della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, ad esso verranno dedicati alcuni articoli di approfondimento. Ovviamente non sarà possibile esaminare tutti gli aspetti del fenomeno, su cui esiste ormai una vasta letteratura, per cui ne verranno trattati solo alcuni ritenuti utili sia per accrescerne la conoscenza nei lettori interessati e sia per aiutare a capire l’influenza che la seconda generazione ha avuto non solo sulla componente italiana della popolazione straniera, ma anche sull'italianità della Svizzera.

Precisazioni necessarie

La scolarizzazione della seconda generazione ha creato non 
pochi problemi agli allievi, alle famiglie e alle istituzioni.
Nel linguaggio comune ancora oggi, spesso, il termine «immigrati» viene usato come sinonimo di «stranieri» e viceversa. I due termini, invece, non andrebbero confusi perché indicano realtà diverse. Fino agli anni Settanta que
ste erano abbastanza sovrapponibili, perché gli stranieri erano quasi tutti immigrati. Dagli anni Settanta in poi, invece, un numero crescente di stranieri non era più costituito da immigrati, ma da discendenti di immigrati.

I due gruppi, già di per sé eterogenei per origine, età, formazione, ecc. vengono anche identificati con le espressioni «prima generazione» (immigrati nati all'estero) e «seconda generazione» (figli di immigrati, nati in Svizzera), ma non sempre riescono a dare l’idea della consistenza e della diversità, anche perché ormai da tempo al secondo anello della catena se ne stanno aggiungendo altri, la terza e successive generazioni, e soprattutto perché un numero crescente di giovani stranieri acquisisce la nazionalità svizzera. Un po’ di chiarezza è dunque quanto mai opportuna: i figli della seconda generazione non sono immigrati.

Le statistiche svizzere, da cui sono attinti i principali dati usati in questi articoli, sono in genere molto precise, perché distinguono chiaramente le diverse realtà, focalizzando l’attenzione su aspetti particolari. Mentre tradizionalmente le principali distinzioni demografiche si basavano sulla nazionalità e sul luogo di nascita, da tempo l’Ufficio federale di statistica ha introdotto una distinzione molto significativa basata sull'origine: «popolazione senza passato migratorio» e «popolazione con un passato migratorio». In questo modo si riesce ad evidenziare, per esempio, l’incidenza della «seconda generazione» rispetto alla «prima generazione» nel secondo gruppo o la portata degli stranieri di antiche origini (oltre la terza generazione) nel primo gruppo.

L’importanza di queste distinzioni risulta evidente se si pensa che attualmente quasi il 38 per cento della popolazione residente di più di 15 anni ha un passato migratorio e che di questo gruppo fanno parte ormai anche molti svizzeri, perché più di un terzo ha (anche) il passaporto svizzero e tende ad ampliarsi, sebbene la maggioranza (quasi due terzi) sia ancora costituita da stranieri. Gli italiani costituiscono fin dal secondo dopoguerra il gruppo più consistente della popolazione con un passato migratorio e la seconda generazione, in forte crescita rispetto alla prima, contribuisce a conservare questa posizione di punta e a rafforzare l’italianità della Svizzera.

Quando nacque il problema?

Prima di analizzare alcuni aspetti fondamentali della «seconda generazione» italiana del periodo in esame, giova ricordare che fino alla seconda metà degli anni Sessanta essa non aveva mai costituito un problema. La spiegazione è semplice: la prima ondata immigratoria dalla fine della seconda guerra mondiale all'accordo italo-svizzero d’immigrazione era costituita soprattutto da stagionali, per di più sottoposti a un regime di «rotazione» che sembrava voler indicare chiaramente che in Svizzera non ci si poteva fermare a lungo, tanto meno tentare di metterci radici.

Accanto agli stagionali, però, fin dall'immediato dopoguerra si venne a creare un nucleo alimentato costantemente da nuovi arrivi di residenti stabili. La sua crescita risultava anzi impressionante perché in dieci anni, tra il 1950 e il 1960, gli italiani residenti (annuali e domiciliati) passarono da 140.280 persone a 346.223. Ciò nonostante, il numero di figli di nazionalità italiana nati negli anni Cinquanta è relativamente basso: circa 30.000 in tutto il decennio.

Con l’arrivo in Svizzera, negli anni Sessanta, di centinaia di migliaia di immigrati, i nati italiani furono oltre 157.000, con un record di nascite nel 1969: 19.379. Non tutti questi bambini erano nati in Svizzera, perché molti erano giunti in età prescolastica dopo l’accordo italo-svizzero d’immigrazione del 1964, che aveva alleggerito le condizioni per i ricongiungimenti familiari. Nel 1970, come ricordato nell'articolo precedente, in Svizzera vennero censiti 151.625 piccoli italiani. La popolazione residente italiana era nel frattempo passata da 346.223 a 583.855. I problemi legati alla seconda generazione costituirono per tutto il decennio e oltre una vera emergenza.

Problemi a non finire

Oggi è persino scontato parlare della seconda generazione degli italiani in Svizzera come di una grande risorsa che ha contribuito a trasformare l’intero Paese e non solo la collettività italiana. Per buona parte degli anni Settanta essa ha invece rappresentato una somma considerevole di problemi a cui nessuna istituzione era in grado di offrire soluzioni adeguate.

Per i bambini nati in Svizzera fu più facile superare le difficoltà linguistiche.
Oggi molti osservatori riconoscono nella seconda generazione un buon esempio di integrazione riuscita e molti italiani rimasti tali o naturalizzati si considerano ben integrati perché hanno potuto seguire una scolarità normale, hanno appreso una buona professione e hanno raggiunto un tenore di vita corrispondente alla media svizzera. Implicitamente si riconosce anche alla Svizzera una grande capacità d’integrare i giovani stranieri, ma si dimentica che fino ad allora le autorità svizzere non avevano mai pensato che l’immigrazione potesse diventare da fenomeno temporaneo una condizione strutturale dell’economia e della società.

Agli inizi degli anni Settanta dell’integrazione esisteva appena il nome, ma gliene veniva preferito un altro, «assimilazione», perché le idee al riguardo non erano chiare, non esistevano modelli da seguire, non esistevano istituzioni in grado di occuparsene, non esisteva una politica d’integrazione. Esisteva solo una richiesta precisa dell’Italia, formulata durante il negoziato sull'accordo d’immigrazione del 1964, quella di facilitare l’inserimento degli stranieri nella scuola locale.

Ma i problemi che poneva la seconda generazione degli italiani erano in realtà molti di più e alcuni anche molto gravi. Basti pensare al problema dell’«alloggio adeguato» dei genitori, come volevano le autorità svizzere, in un’epoca in 

cui mancavano le abitazioni a buon mercato ed era difficile produrle senza ricorrere a nuova manodopera straniera, rischiando di suscitare i malumori degli ambienti xenofobi e di contraddire la nuova politica immigratoria del Consiglio federale che mirava a una riduzione e stabilizzazione della manodopera estera.

A mancare, in quel periodo, non erano però solo le abitazioni adeguate per gli immigrati con figli, ma anche le scuole materne, gli asili nido, l’edilizia scolastica, gli insegnanti preparati ad accogliere i nuovi allievi portatori di nuovi problemi, gli ospedali, ecc. Si sa che molte autorità comunali e cantonali erano seriamente preoccupate, perché non riuscivano a trovare soluzioni soddisfacenti.

I problemi sollevati dal fenomeno della seconda generazione riguardavano, purtroppo, anche le stesse famiglie dei piccoli italiani. E’ vero che, soprattutto dopo l’accordo italo-svizzero, i genitori di questi bambini auspicavano per loro una vita diversa da quella che avevano dovuto affrontare loro, ma molti di essi esitavano persino a decidere se tornare in Italia o restare e quale scuola seguire. E anche coloro che avevano deciso di restare, pensando soprattutto al bene dei figli, spesso non erano in grado di fornire loro l’aiuto necessario a superare le prime difficoltà linguistiche e scolastiche, a sostenerli nella scelta scolastica e professionale, a favorirne l’integrazione sociale.

Benché i problemi posti dalla seconda generazione soprattutto alle istituzioni svizzere fossero tanti e di non facile soluzione, sarà interessante vedere come vennero superati, anche se molte soluzioni richiesero molto tempo e molti sforzi. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 10.11.2021

04 novembre 2021

4 novembre: due valori non negoziabili

Oggi, 4 novembre in Italia e nelle comunità italiane all'estero si celebra il Giorno dell’Unità nazionale, ma quest’anno anche il centenario della tumulazione del Milite ignoto all'Altare della Patria. La salma del Milite ignoto giunse a Roma da Aquileia, dov'era stata indicata dalla madre di un soldato disperso per simboleggiare tutte le vittime di quell'«inutile strage» in cui morirono oltre seicentomila italiani. Insieme, le due ricorrenze, mi fanno pensare a due valori, l’unità nazionale e la sovranità popolare, che vanno difesi ed esaltati insieme, mai sacrificando l’uno all'altro. Uno Stato si esalta se rispetta e difende la dignità e la libertà dei suoi cittadini e un Popolo è veramente sovrano quando riesce a stimolare lo Stato ad agire sempre per la giustizia e la prosperità di tutti i suoi membri.

Che si trattasse di valori non negoziabili lo capirono bene, cent'anni fa, anche i Ticinesi, che in occasione della tumulazione del Soldato ignoto all'Altare della Patria in Roma dedicarono a Lugano solenni onoranze speciali. Riportano le cronache che, dopo la solenne funzione funebre in chiesa, la sera, nella Casa degli Italiani, un reduce fece l'elogio dell'umile «Soldato ignoto italiano caduto per la Santa causa della Patria e dell'Umanità». 



03 novembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 59. I numeri raccontano (9)

Chi ha vissuto anche solo una parte degli anni Settanta ricorderà sicuramente il grande fermento che animava l’immigrazione italiana in Svizzera. Poiché dagli anni della crisi della metà del decennio i nuovi arrivi dall'Italia erano inferiori alle partenze, i protagonisti principali del cambiamento erano gli immigrati della prima generazione che avevano deciso di restare, pur con grandi timori ma con molte speranze (cfr. articolo precedente). Si trattava infatti di superare non poche difficoltà e di riorientare l’esperienza migratoria verso l’integrazione per sé e soprattutto per la seconda generazione. Quel periodo della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera merita di essere rievocato con dati e fatti che ne attestino l’importanza decisiva per il resto del suo sviluppo per molti versi interessante e avvincente.

I protagonisti del cambiamento

L’ambiente del primi anni Settanta fu ben evidenziato dal
famoso film di Nino Manfredi «Pane e cioccolata» (1974)
La svolta avviata dall'immigrazione italiana in Svizzera negli anni Settanta e proseguita nel decennio successivo ha avuto molti protagonisti, di cui si è trattato negli articoli precedenti (ambienti politici, autorità svizzere e italiane, sindacati, Chiese, associazioni, ecc.), ma soprattutto loro, gli immigrati (prima generazione), grandi lavoratori e fiduciosi in un futuro migliore.

Una prima considerazione riguarda la loro scelta coraggiosa di restare in Svizzera, specialmente nella prima metà degli anni Settanta: di fronte alla tentazione di porre fine definitivamente all'esperienza migratoria, spesso con un po’ di disgusto, e rientrare al proprio paese come fecero diverse migliaia di italiani, essi decisero di rimanere, nonostante il clima sociale poco favorevole nei loro confronti e le enormi difficoltà che sapevano di dover affrontare. Si è trattato di una scelta molto coraggiosa, ma motivata da una grande speranza.

Bisogna anche aggiungere che in quegli anni le autorità italiane e le grandi associazioni di immigrati, molto attive e presenti nei decenni precedenti, non offrivano loro il sostegno sperato per impreparazione, impotenza e persino qualche pregiudizio nei confronti del sistema politico, economico, sindacale, sociale, scolastico… svizzero. Quanto era facile la critica del «sistema svizzero», tanto era difficile formulare proposte che non fossero ideologiche, irrealizzabili e spesso percepite dagli svizzeri come «pericolose».

Gli immigrati che avevano deciso di restare dovevano contare soprattutto sulle proprie forze, ma dovevano anche cercare di essere proattivi e cercare ad ogni costo il dialogo e la comprensione reciproca. Le forze trainanti restavano comunque la speranza di un rasserenamento del clima generale e di una ripresa economica, la coesione e il bene della famiglia, la capacità di adattamento dei loro figli al sistema scolastico e professionale svizzero, la disponibilità all’integrazione.

Un atteggiamento proattivo e positivo

Ben sapendo che i problemi non si risolvono scaricando le responsabilità sugli altri, quegli immigrati finirono per convincersi che anch’essi dovevano contribuire maggiormente a trovare soluzioni adeguate ai loro problemi, impegnandosi per esempio a migliorare la propria cultura (e molti conseguirono in quegli anni il diploma di terza media, di cui era privo il 70/80%), imparare la lingua del posto, per raggiungere almeno un livello sufficiente di comunicazione con gli svizzeri, migliorare le proprie competenze professionali.

A quest’ultimo riguardo merita di essere ricordato che nel ventennio in esame non c’era probabilmente in Svizzera alcun italiano immigrato che non sapesse che esisteva in molti centri un’ampia offerta di corsi professionali in grado di assicurare una certa tranquillità occupazionale a chi li avesse frequentati assiduamente fino alla fine. A conoscenza dei cambiamenti in atto soprattutto nel settore industriale (dov’era occupata la maggior parte dei lavoratori italiani) molti ne approfittarono e non ebbero mai a pentirsi degli sforzi fatti. Questa loro tranquillità consentiva loro, fra l’altro, di ispirare fiducia all’intera famiglia e soprattutto ai figli, per i quali non potevano augurare altro che un futuro sicuro e migliore di quello che avevano dovuto affrontare loro quando decisero, pieni di speranza, di emigrare in Svizzera.

Le difficoltà da superare

Per rendersi conto delle difficoltà incontrate dalla prima generazione rimasta in questo Paese dopo gli scossoni degli anni Settanta bisognerebbe anche ricordarne che la xenofobia non era scomparsa. Sebbene gli ambienti xenofobi perdessero consensi nell'opinione pubblica ad ogni votazione, per gli immigrati italiani il clima sociale rimaneva teso e richiedeva grandi sforzi di adattamento e un atteggiamento proattivo per tentare di rompere l’isolamento e cercare il contatto con gli svizzeri sul posto di lavoro e nella vita quotidiana. Alla maggior parte dei lavoratori italiani non bastava risultare ineccepibili sul lavoro, ma aspiravano, giustamente, a una migliore convivenza con più dialogo, conoscenza reciproca, solidarietà.

Una delle maggiori preoccupazioni vissute dalle famiglie degli immigrati italiani negli anni Settanta e Ottanta era l’incertezza del futuro. Anche se man mano che passavano gli anni il sentimento della precarietà diminuiva, l’incertezza non scompariva mai. Essa era legata non tanto al tipo di permesso di soggiorno che si possedeva, quanto piuttosto all'evoluzione dell’economia e del lavoro. Si sapeva che si andava verso attività più esigenti e che in molte aziende s’introducevano nuove tecnologie produttive per cui erano in corso processi di trasformazione e razionalizzazione, che richiedevano meno personale non qualificato.

Allievi meccanici del CISAP (1970)
Questa situazione preoccupava molti lavoratori italiani venuti in Svizzera negli anni Sessanta, ma senza un’adeguata qualifica professionale, come del resto gran parte degli immigrati di quel decennio. Il rischio di perdere il lavoro e di cadere nella disoccupazione era angosciante, anche perché negli anni Settanta non c’era ancora l’obbligo assicurativo contro la disoccupazione. Molti immigrati, tuttavia, approfittando dei numerosi corsi professionali che venivano offerti in molte città svizzere, riuscirono sia pure a costo di grandi sacrifici a garantirsi per sé e per l’intera famiglia un futuro più tranquillo.

Un’altra esigenza che nasceva dal basso in seno alla collettività italiana era la valorizzazione delle donne, che probabilmente portavano il peso più grande dell’isolamento, dell’impreparazione scolastica e professionale, del doppio lavoro, della responsabilità nell'educazione dei figli. Numerose iniziative sorsero per loro e tra loro negli anni Settanta e Ottanta, ma raramente riuscivano nel breve periodo a migliorare sensibilmente la situazione. Fu tuttavia in quegli anni che venne avviato il processo di costante avvicinamento delle donne italiane ai connazionali maschi soprattutto nel campo dell’istruzione, della formazione professionale, del lavoro qualificato, della gestione familiare, del tempo libero, ecc.

La seconda generazione

La seconda generazione, cioè i figli nati in Svizzera o venuti dall'Italia in età prescolastica, hanno costituito certamente la più grande preoccupazione dei loro genitori, la prima generazione. Chi non ha dovuto affrontare da vicino problemi di questo tipo difficilmente può capire le ansie e le inquietudini dei genitori riguardo al futuro scolastico, professionale e sociale dei loro figli in un Paese oggettivamente difficile come questo. Allora «andare a scuola» non era semplice com’è ora. Per i figli degli immigrati le difficoltà erano maggiori perché cominciavano prima.

Trattandosi di un tema vitale per la storia che viene raccontata in questi articoli, si rimanda al prossimo un’analisi più approfondita dei problemi che ha posto la seconda generazione non solo alle famiglie, ma anche alle istituzioni. Qui basta osservare l’entità della seconda generazione nel suo complesso (ossia, alla fine del 1970, ben 151.625 piccoli italiani in età da 0 a 15 anni e 114.171 bambini della stessa età alla fine del 1980, nonostante il saldo migratorio negativo degli italiani in quel periodo) per rendersi conto che gli immigrati degli anni Settanta e Ottanta hanno dovuto affrontare, senza alcuna preparazione specifica, un compito enorme, quello di garantire che i loro figli non seguissero nella maniera più assoluta le loro esperienze di emigrati e che, se mai avessero deciso di restare per sempre in Svizzera, potessero avere una vita meno sacrificata e più dignitosa al pari dei coetanei svizzeri.

In conclusione

Osservando necessariamente in rapida sintesi questo lungo percorso di molti immigrati italiani si resta certo come annichiliti di fronte alle sofferenze fisiche e morali che hanno dovuto subire nel periodo in esame (pur sapendo che i risultati migliori li coglieranno nel periodo successivo), ma si resta anche positivamente sorpresi con quanta forza d’animo hanno affrontato le difficoltà, le paure, il senso di abbandono da parte delle istituzioni e al tempo stesso hanno saputo avvicinarsi con rispetto ma senza soggezione al mondo non sempre ospitale e amico degli svizzeri, hanno fatto sforzi non indifferenti per migliorare i contatti e le proprie capacità professionali, si sono comportati molto normalmente nella vita quotidiana facendosi apprezzare, pur con tante eccezioni, per il loro carattere positivo, l’attaccamento alla famiglia, l’allegria, la cucina, la musica, il modo di vestire, lo stile di vita, ecc.

E’ possibile dimenticare quegli anni, quelle donne e quegli uomini coraggiosi, che sfruttando le circostanze e con l’aiuto di altri protagonisti hanno avviato un processo che porterà alla trasformazione di quel mondo per molti versi criticato e odiato in un mondo non solo di pacifica convivenza ma anche di intensa condivisione e collaborazione?

Giovanni Longu
Berna 3.11.2021

27 ottobre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 58. I numeri raccontano (8)

Il ventennio di storia dell’immigrazione italiana in Svizzera preso in esame (1970-1990) è stato per un verso di svolta e per l’altro di ricerca di un futuro diverso, almeno per la seconda generazione. La svolta, com'è noto, è stata determinata dalle iniziative xenofobe, dalla crisi economica degli anni 1974-76, ma anche dalle migliorate prospettive occupazionali offerte dall'Italia e dall'Unione Europea (allora Comunità Economica Europea CEE). Molti immigrati decisero di rientrare in patria, molti altri di restare. Per costoro si trattò spesso di una decisione coraggiosa, perché il clima generale sembrava ancora ostile, ma giustificata dalla speranza di un futuro meno difficile e più sicuro almeno per i figli, soprattutto dal punto di vista economico, professionale e sociale. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà che le difficoltà da superare erano tante, il percorso era tutto in salita e gli aiuti erano scarsi.

L’abolizione dello statuto dello stagionale è stata per decenni
la principale rivendicazione di alcune associazioni di immigrati.
Clima generale ancora ostile

Negli anni Settanta e Ottanta, il pericolo xenofobo si era considerevolmente ridotto, ma non era scomparso. L’accettazione e il rispetto degli stranieri da parte della popolazione svizzera avveniva lentamente. Erano sempre molti coloro che vedevano negli immigrati un pericolo, anche perché il loro tasso di crescita relativo era sempre più elevato di quello degli svizzeri. Molti svizzeri erano anche convinti che gli stranieri non volessero integrarsi perché non facevano nessuno sforzo per imparare la loro lingua. Sul mercato del lavoro, anche se non erano più visti come Gastarbeiter, lavoratori ospiti, molti stranieri venivano spesso considerati astuti concorrenti. E poi, si diceva, erano tutti comunisti, contestatori, sempre pronti allo sciopero.

Il clima restava teso anche tra immigrati italiani e rappresentanze diplomatiche e consolari, accusate spesso di disinteresse nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie. In più occasioni associazioni di immigrati si rivolgevano direttamente al Ministero degli affari esteri e ai sindacati italiani invocando il loro intervento.

Reazioni dell’associazionismo

Gli eventi della prima metà degli anni Settanta disorientarono non solo gli immigrati, ma anche molte associazioni. Alcune di esse, purtroppo, considerando gli attacchi dei movimenti xenofobi come provenienti dall'intera popolazione con la complicità del sistema economico e politico, fin dal 1970 decisero di lottare non solo contro Schwarzenbach, ma anche contro la concezione che vedeva «l’emigrante come merce» e la massa dei lavoratori «come strumento di manovra, volano regolatore delle congiunture, gente priva di ogni diritto civile perché così era più facile cacciarla via o farla arrivare secondo gli interessi dell’economia», «contro l’integrazione selettiva ed autoritaria che mira a spaccare i lavoratori stranieri fra primi della classe, a discrezione svizzera, e paria», ecc.

Per accrescere il loro potere rivendicativo e negoziale, al Convegno delle associazioni degli emigrati italiani in Svizzera (a cui non parteciparono associazioni moderate e le Missioni cattoliche italiane), tenutosi a Lucerna dal 25 al 26 aprile 1970, le principali associazioni si riunirono nel Comitato Nazionale d’Intesa (CNI), quale «strumento organizzativo unitario» con l’ambizione non solo di porre in maniera corretta i problemi degli immigrati ma anche di risolverli.

Nelle analisi anche recenti delle sconfitte degli ambienti xenofobi e delle conquiste degli immigrati viene spesso messo in luce il ruolo attivo del CNI e specialmente di alcune associazioni, in particolare delle Colonie Libere Italiane (CLI) e delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI), perché riuscirono a organizzare qualche manifestazione e a diffondere qualche comunicato contro i rischi della xenofobia e rivendicando maggiori diritti per gli immigrati. In realtà le loro prese di posizione e i loro appelli ebbero raramente un seguito. Non ebbero alcun successo le proposte di revisione totale dell’Accordo italo-svizzero di emigrazione del 1964, le richieste di abolizione dello statuto dello stagionale, le proposte per una diversa politica immigratoria svizzera, per la facilitazione dei ricongiungimenti familiari, per una differente politica scolastica e di formazione professionale non discriminatoria, ecc.

Fallimento di una strategia esasperata

Per rendersi conto dell’insuccesso non solo delle richieste perentorie del CNI e delle sue principali associazioni, ma anche della loro strategia rivendicativa esasperata, adottata nel 1970, basterebbe ricordare il fallimento nel 1970 della riunione della Commissione Mista prevista dall'Accordo italo-svizzero del 1964, a causa soprattutto di alcune rivendicazioni ritenute dalla delegazione svizzera insostenibili, presentate tramite i sindacati italiani da alcune associazioni di emigrati, la clamorosa bocciatura nel 1981 dell’iniziativa Mitenand (cfr. articolo precedente) sostenuta dall'associazionismo italiano, la bocciatura nel 1982 della nuova legge sugli stranieri (che pure conteneva alcuni miglioramenti), contestata anche da alcune associazioni italiane, lasciando invariata la legge del 1931 fino al 2005 (!) e il mantenimento dello statuto dello stagionale (abolito solo nel 2002 grazie agli Accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione Europea).

La pregiudiziale anticomunista è stata a lungo un ostacolo insuperabile
per la convivenza pacifica tra svizzeri e stranieri nel mondo del lavoro.
Solo anni più tardi (il CNI nel 1975) le associazioni degli immigrati italiani cominciarono a rendersi conto che il metodo della contrapposizione e della contestazione senza alcuna attitudine al compromesso non funzionava. Non solo gli ambienti svizzeri ritenevano irricevibili le richieste perentorie senza alternative provenienti dalle organizzazioni italiane, ma anche il Governo italiano si mostrava esitante ad accoglierle, preferendo di gran lunga la via della trattativa e delle soluzioni graduali proposte spesso dalla controparte svizzera, come nel caso della Commissione mista italo-svizzera del 1972 a Roma.

Inoltre, solo lentamente le grandi associazioni di immigrati si resero conto che in Svizzera le riforme riguardanti il mondo del lavoro si fanno in collaborazione con i sindacati locali e non con i sindacati italiani. Lo aveva ben capito e praticato il Centro italo-svizzero di formazione professionale (CISAP) fin dal 1966, ma non altre associazioni benché un «osservatore della FOMO» (Federazione operai metallurgici e orologiai) presente al Convegno di Lucerna avesse osservato che in Svizzera i problemi sindacali vengono impostati e trattati dagli iscritti ai sindacati svizzeri.

Reazioni dell’Ambasciata d’Italia

Come già accennato, le rappresentanze diplomatiche e consolari italiane, seguivano attentamente gli eventi degli anni Settanta e Ottanta, ma il loro potere d’intervento era alquanto limitato non solo dalle regole diplomatiche, ma anche dalla prudenza nei rapporti con la Svizzera voluta dal Governo italiano e dal principio di convenienza.

L’Ambasciata d’Italia non poteva tuttavia sottrarsi alla pressione esercitata dal CNI e da alcune associazioni e specialmente dalle CLI, ed era costretta a interpellare continuamente Roma sul da farsi. Tuttavia, poiché il Governo italiano non voleva dare l’impressione di lasciare il monopolio della difesa dei diritti degli emigrati «all'estrema sinistra», l’Ambasciata interveniva spesso presso le competenti autorità federali per manifestare preoccupazioni, richieste, proposte soprattutto nel campo della scuola, della formazione professionale e delle assicurazioni sociali. Agli inizi degli anni Settanta, l’ambasciatore Enrico Martino e il ministro plenipotenziario per gli affari sociali e l’emigrazione presso l’Ambasciata Tullio Migneco erano persone note e stimate non solo tra gli italiani ma anche tra le autorità federali svizzere. Il consigliere federale Nello Celio considerava quest’ultimo «un grande amico».

Sandro Pertini e Kurt Furgler (Berna 1981)
Non sempre tuttavia gli interventi delle autorità italiane erano ritenuti appropriati, soprattutto quando divulgavano punti di vista e non fatti. Per esempio, fecero scalpore nel 1977 alcune intemperanze verbali del sottosegretario agli affari esteri Franco Foschi e nel 1980 un rapporto molto critico nei confronti della Svizzera dell’ambasciatore italiano Gerardo Zampaglione finito sui giornali nonostante fosse etichettato come «confidenziale».

A ristabilire i buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia provvidero i vertici della politica italiana e svizzera, dapprima i ministri degli esteri dei due Paesi Pierre Aubert e Arnaldo Forlani nel corso di una visita a Roma nel luglio del 1978 e, nel 1981, soprattutto la visita di Stato in Svizzera del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Se per Aubert l’Italia era non solo un Paese confinante e un importante partner commerciale, ma anche un prezioso partner politico, per Pertini la Svizzera era soprattutto un Paese amico.

Il Presidente della Confederazione Kurt Furgler, nel salutare l’illustre ospite aveva detto che i numerosi italiani che risiedono in Svizzera «ormai fanno parte della comunità elvetica». A sua volta, Pertini aggiunse che il contributo degli italiani al consolidamento dell’economia svizzera era una garanzia che mai alcun pregiudizio avrebbe potuto «indebolire o mettere in dubbio i vincoli di stima e sincera amicizia» tra l’Italia e la Confederazione Svizzera.

Effettivamente agli inizi degli anni Ottanta il clima generale nei confronti degli italiani era già migliorato e non dava segnali di peggioramento. Ma gli italiani si sentivano davvero «parte della comunità elvetica»? L’integrazione cominciava a dare i suoi frutti? La seconda generazione poteva ben sperare in un futuro più sereno e più sicuro? (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 27.10.2021

20 ottobre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 57. I numeri raccontano (7)

La clamorosa bocciatura dell’iniziativa popolare Mitenand/Essere solidali (1981) è stata considerata spesso come il rifiuto del popolo svizzero di una politica immigratoria nuova, più umana, più rispondente agli interessi degli immigrati e anche più giusta. In realtà, nemmeno il Consiglio federale metteva in dubbio la necessità di un cambiamento nella normativa e nella politica concernenti gli stranieri, ma erano forti le divergenze riguardanti le basi del cambiamento, i contenuti e i tempi di attuazione. Per i sostenitori dell’iniziativa bisognava introdurre nella Costituzione una modifica che consentisse al Governo e al Parlamento di attuare in tempi ravvicinati e in parte subito i cambiamenti chiesti. Al Governo, che considerava alcuni di essi come «pretese esorbitanti», sembrava invece prioritario proseguire la politica di stabilizzazione avviata nel 1970, che stava già dando i suoi frutti e introdurre alcuni miglioramenti importanti attraverso una nuova legge sugli stranieri già in fase di messa a punto. Il popolo svizzero preferì seguire il punto di vista del Governo. Fu un errore?

Necessità del cambiamento

Respingere l’iniziativa Mitenand è stato un errore?
La necessità del cambiamento era nelle cose: i lavoratori stranieri si fermavano sempre più a lungo in Svizzera rispetto all'immediato dopoguerra e la tipologia degli immigrati stava rapidamente cambiando perché l’economia li richiedeva più qualificati; i loro bisogni individuali, familiari e sociali erano cresciuti e richiedevano risposte adeguate; il popolo svizzero aveva dimostrato a più riprese di non volere misure drastiche antistranieri, ma nemmeno un’immigrazione incontrollata; il Governo, che intendeva proseguire la politica di stabilizzazione, era anche deciso ad apportare gradualmente miglioramenti alle condizioni degli stranieri residenti utilizzando gli strumenti legislativi e amministrativi disponibili; l’economia, soprattutto dopo la crisi economica e la politica restrittiva del governo sull’entrata di nuovi lavoratori, era ormai orientata a modernizzare le tecniche di produzione e a razionalizzare il personale anche con l’accordo dei sindacati.

Nei confronti degli stranieri residenti, gli ambienti politici, economici, sindacali ed ecclesiali interessati ritenevano urgente e necessario cercare di diminuire il disagio sociale vissuto dagli immigrati, anche perché, sul finire degli anni Settanta, dopo la crisi, gli stranieri rimasti e soprattutto gli italiani, venivano percepiti sempre più come essenziali all’economia e una componente strutturale della società.

Già nel 1964, in un messaggio all’Assemblea federale, il Consiglio federale aveva invitato i rappresentanti del Popolo svizzero a rendersi finalmente conto che i lavoratori stranieri «sono diventati ormai un fattore irrinunciabile della nostra vita economica» e pertanto «la nostra futura politica dell'immigrazione non potrà limitarsi alla funzione negativa di frenare l'entrata di nuovi lavoratori, ma dovrà assumersi anche la funzione positiva di facilitare il mantenimento e l'assimilazione della manodopera idonea». In questa ottica era stato concluso tra la Svizzera e l’Italia il nuovo accordo migratorio del 1964.

Perché il Governo contestava in generale l’iniziativa Mitenand

Il Consiglio federale, che era istituzionalmente l’organismo più idoneo e rappresentativo per recepire gli interessi dell’economia e le esigenze dei cittadini, già dalla metà degli anni Sessanta aveva individuato una politica migratoria, incentrata sulla riduzione e la stabilizzazione della manodopera straniera, che sembrava ben conciliare le aspettative di entrambe le parti. Se l’iniziativa Mitenand fosse stata approvata, secondo il Governo tale politica sarebbe stata compromessa e avrebbe scontentato verosimilmente sia gli ambienti economici che i cittadini svizzeri.

Il Governo ne era talmente convinto che sembra abbia chiesto ripetutamente agli autori dell’iniziativa di ritirarla prima di sottoporla al voto popolare; diversamente avrebbe suggerito ai votanti di respingerla. E’ probabile che la convinzione del Governo derivasse anche dalla presunzione di avere una sorta di asso nella manica perché stava elaborando una nuova legge sugli stranieri in cui riteneva che fossero meglio tutelati sia gli interessi degli stranieri che quelli dei cittadini svizzeri.

Il Consiglio federale non si limitava a contestare l’iniziativa nella sua impostazione generale, ma ne criticava alcuni punti in particolare che considerava «pretese esorbitanti». Vale la pena di seguito indicarne alcune perché di grande utilità per la comprensione della politica migratoria svizzera, soprattutto nei confronti degli italiani.

I punti più controversi

Nelle numerose analisi dell’esito della votazione sull’iniziativa Mitenand il punto più controverso è stato individuato nella richiesta di sopprimere lo statuto dello stagionale. Non credo che per i votanti questo statuto rappresentasse un ostacolo insormontabile, ma per il Governo la richiesta di abolirlo ha rappresentato sicuramente un motivo di rifiuto. La sua abolizione avrebbe creato enormi difficoltà non solo ad alcuni rami importanti dell’economia (basti pensare all’edilizia, all’agricoltura, ad alcuni comparti del ramo alberghiero e della ristorazione), ma anche alla stessa Confederazione nel suo ruolo di garante del mercato del lavoro e della «comune prosperità».

Altri punti decisivi dell’opposizione del Governo all’iniziativa erano la richiesta di accordare agli stranieri la libertà di domicilio, la libera scelta del posto di lavoro, il diritto al rinnovo del permesso di dimora sin dall’inizio della loro residenza in Svizzera, il ricongiungimento familiare, l’obbligo per la legislazione di considerare «in ugual misura gli interessi degli svizzeri e degli stranieri», ecc. Nessuno di questi punti si conciliava con la legislazione vigente e nemmeno con quella che il Consiglio federale stava preparando. In breve, l’iniziativa appariva al Governo incompatibile con l’attuale politica di stabilizzazione e con il disegno di legge sugli stranieri in preparazione.

Il punto di vista del Consiglio federale

Il Consiglio federale era evidentemente convinto di svolgere bene il suo ruolo nella nuova politica immigratoria, ma non negava che fossero possibili e anzi auspicabili cambiamenti per assicurare agli stranieri migliori condizioni di vita e di sviluppo personali e familiari. A differenza degli autori dell’iniziativa Mitenand riteneva tuttavia che i cambiamenti si potessero e dovessero attuare nel quadro costituzionale attuale.

Berna, manifestazione a sostegno dell’iniziativa Mitenand (1978)

I cambiamenti che il Consiglio federale intendeva apportare alla legislazione sugli stranieri non dovevano stravolgere il quadro giuridico fondamentale previsto dalla legge federale sugli stranieri del 1931. Per esempio, il principio che lo Stato in tempi di crisi deve garantire la priorità dell'impiego alla manodopera indigena era insuperabile. In questo campo, l’assoluta parità tra cittadini e stranieri chiesta dall’iniziativa appariva priva di senso. «D’altra parte - scriveva il Consiglio federale in un Messaggio - non si può dimenticare che la protezione prioritaria della manodopera indigena è un principio valido ugualmente in altri Paesi, anche con una proporzione di stranieri molto inferiore».

Il Consiglio federale appariva invece più flessibile su altri punti quali il ricongiungimento familiare e persino lo statuto dello stagionale. Nel disegno di legge in preparazione era previsto, per esempio, che il dimorante (annuale) potesse far venire in Svizzera il coniuge e i figli minorenni già dodici mesi dopo il suo arrivo, purché dimostrasse di avere un’attività sufficientemente stabile e disponesse di un alloggio familiare conveniente. In casi particolari il termine avrebbe potuto essere addirittura ridotto o annullato del tutto.

Quanto allo statuto dello stagionale, pur considerandolo al momento insopprimibile, il Consiglio federale era fortemente intenzionato a riservarlo esclusivamente ad attività davvero stagionali, in modo da eliminare gli abusi dei «falsi stagionali».

Fu davvero un errore respingere l’iniziativa?

Come noto, seguendo l’invito del Consiglio federale, il popolo svizzero ha respinto clamorosamente l’iniziativa Mitenand, ritenendola inadeguata ad eliminare il disagio degli stranieri e la difficile convivenza con gli svizzeri. A questo punto, per rispondere alla domanda iniziale se sia stato un errore seguire il punto di vista del Governo si sarebbe tentati di dire NO perché soprattutto alcune richieste dell’iniziativa apparivano irrealizzabili, la politica di stabilizzazione stava dando i suoi frutti, le promesse del Governo lasciavano ben sperare.

E’ tuttavia possibile rispondere anche , alla luce della bocciatura nel 1982, sia pure per una manciata di voti, della nuova legge federale sugli stranieri, perché le due bocciature (a cui hanno contribuito anche le organizzazioni degli stranieri (italiani), come si vedrà in seguito) hanno lasciato la situazione invariata, rallentando gravemente tutti i miglioramenti auspicati e il processo integrativo avviato nel 1970. Accettando l’iniziativa e introducendo magari successivamente qualche correttivo, i cambiamenti sarebbero arrivati probabilmente prima. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 20.10.2021

13 ottobre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 56. I numeri raccontano (6)

Nel precedente articolo, alla domanda «Perché dopo il 1970 l’immigrazione non s’interruppe?» la risposta è stata che «evidentemente il clima generale dava segni di miglioramento, la paura diminuiva, le tensioni tra svizzeri e stranieri sembravano attenuarsi e, soprattutto nelle grandi città, alcune iniziative cercavano di favorire il dialogo e la comprensione reciproca». Gran parte del merito del cambiamento veniva attribuito al popolo svizzero che respingeva sistematicamente in votazione popolare le iniziative xenofobe e auspicava sempre più una convivenza più serena e collaborativa con gli stranieri. Il merito va tuttavia esteso anche ad altri protagonisti, che meritano di essere ugualmente presi in considerazione, in questo e nel prossimo articolo.

Il ruolo delle Chiese svizzere

Le Chiese sono da tempo in prima linea a fianco dei migranti.
Tra le istituzioni che cercavano di comprendere meglio il fenomeno migratorio e di venire incontro alle esigenze degli stranieri c’erano le Chiese svizzere, specialmente quella cattolica e quella protestante. Di esse si parla poco, perché anche molti studiosi ignorano il ruolo che hanno svolto soprattutto negli anni Settanta, quando la religione era ben più presente di oggi nella sfera pubblica. Nel 1970 oltre il 97 per cento della popolazione residente era cristiana (47,8% protestante e 49,4% cattolica) e solo l’1,1 per cento si dichiarava senza alcuna appartenenza religiosa. Le parrocchie erano importanti centri d’influenza.

L’immigrazione italiana e spagnola avevano sconvolto il paesaggio religioso tradizionale, incrementando non solo la statistica dei cattolici a scapito di quella protestante, ma pure l’edilizia religiosa per dar modo anche ai cattolici di svolgere i loro riti e animare le loro comunità in edifici accoglienti e capienti. Non tutti i fedeli seguivano le parole d’ordine dei loro vescovi, ma queste erano sicuramente seguite da molti e avevano un peso nell’opinione pubblica.

Alla vigilia della votazione sull'iniziativa Schwarzenbach del 1970, le Chiese svizzere erano intervenute con un Memorandum per denunciare l’aumento delle manifestazioni e azioni di stampo razzista e il rischio di «distruggere la pace tra uomini e donne di origini diverse». Il documento richiamava l’attenzione anche su alcuni elementi che stavano alla base della xenofobia, per esempio una « crescente insicurezza», «qualità di vita in regresso», «paura del futuro», l’uso corrente di «espressioni squalificanti quali “espulsione”, “asilante”, “rifugiato per motivi inesistenti o economici”» e simili. Per superare la xenofobia e le sue cause, le Chiese invitavano le autorità politiche a impegnarsi maggiormente con «misure concrete nel campo dell’istruzione e della formazione e pure nella politica sociale, economica e dello sviluppo».

Già nel 1965, in un intervento alla Camera dei deputati, l’onorevole Mario Toros, sindacalista democristiano, aveva elogiato l’impegno dei vescovi cattolici svizzeri per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sui problemi degli emigrati. In una lettera pastorale avevano posto in modo chiaro e coraggioso ai cattolici svizzeri «problemi dei quali nemmeno i sindacati italiani hanno ritenuto di prospettare in termini espliciti la soluzione. Non dobbiamo quindi generalizzare e ritenere che i nostri lavoratori non possano contare in territorio elvetico su forti correnti di opinione a loro favorevoli».

Tra gli stranieri erano particolarmente attive le numerose Missioni cattoliche italiane (MCI) che garantivano specialmente nelle grosse agglomerazioni urbane non solo assistenza spirituale, ma anche assistenza sociale sia ai nuovi immigrati che a quelli residenti. Per decenni le MCI sono state il principale centro di accoglienza e di aggregazione degli immigrati italiani. Spesso, infatti, erano anche veri e propri centri sociali in cui si svolgevano numerose pratiche burocratiche e in cui, soprattutto, era possibile sviluppare una certa vita sociale (incontri, feste), scolastica (asili nido, scuole per bambini, corsi per adulti, ecc.), culturale (conferenze, cinema, teatro, musica, ballo, ecc.), associativa (nascita di associazioni, club sportivi). Ancora oggi, le MCI sopravvissute alla diminuzione dell’immigrazione italiana, sono importanti centri di aggregazione sociale.

Centri di contatto e commissioni comunali degli stranieri

Fin dal 1970, quando si capì che l’integrazione degli stranieri non poteva essere solo un compito politico della Confederazione, ma doveva trovare stimoli e concretezza soprattutto nei Cantoni e nelle Città, cominciarono a sorgere, dapprima nei grandi Centri e poi anche in molti minori, associazioni, gruppi, comunità di lavoro e veri e propri Centri di contatto svizzeri-stranieri, che idealmente dovevano favorire il dialogo, la conoscenza reciproca, la diffusione della traduzione simultanea negli incontri con le autorità, la realizzazione di iniziative comuni, il superamento del disagio sociale degli stranieri.

Negli anni '80 cominciano a diffondersi nelle grandi città,
grazie ai Centri di contatto e alle Commissioni degli stranieri
 opuscoli di benvenuto ricchi d'informazioni per i nuovi arrivati.

Nel 1978, in un Messaggio a sostegno di un disegno di legge sugli stranieri, il Consiglio federale scriveva: «Si devono dunque offrire agli stranieri possibilità di formazione linguistica e professionale e fare in modo che esse siano veramente sfruttate; mediante appropriate misure, si deve fare in modo che gli stranieri possano far valere i diritti loro riconosciuti dal nostro ordinamento giuridico, segnatamente nei campi del diritto del lavoro e della sicurezza sociale. I fanciulli e gli adolescenti devono fruire di possibilità di formazione e di sviluppo corrispondenti alle loro attitudini. Le famiglie devono poter beneficiare, oltre che di un alloggio conveniente, di aiuti e consigli, soprattutto nei primi tempi, visto che spesso ignorano le nostre lingue e le nostre abitudini».

Chi ha vissuto quegli anni ricorda certamente l’entusiasmo con cui i Centri di contatto svolgevano i loro compiti, producevano in varie lingue utili informazioni, organizzavano corsi linguistici, supportavano con interpreti incontri tra genitori e insegnanti, mediavano le esigenze degli stranieri con le amministrazioni comunali, ecc. Purtroppo non era sempre facile coinvolgere gli adulti stranieri perché ciò presupponeva almeno una conoscenza di base della lingua locale, l’interesse al dialogo costruttivo e un minimo di competenza nelle materie trattate. Nei Centri dove queste difficoltà erano state superate i risultati non tardarono ad arrivare.

Alcuni di questi Centri si trasformarono o diedero ampio supporto alle Commissioni comunali degli stranieri. In qualche Città, per esempio a Berna, negli anni Ottanta si riuscì a far partecipare in Commissioni scolastiche ufficiali rappresentanti di genitori stranieri non eletti, benché senza diritto di voto. Per agevolare l’inserimento scolastico dei bambini stranieri si riuscì a dar loro la possibilità di frequentare gli asili nido per due anni invece di uno (com'era allora la norma). In quegli anni cominciarono a diffondersi anche le biblioteche popolari, i doposcuola, l’aiuto a fare i compiti per i bambini con maggiori difficoltà, ecc.

Apertura moderata alle esigenze degli stranieri

I primi successi della politica svizzera di stabilizzazione e integrazione della popolazione straniera, gli interventi delle Chiese che denunciavano la xenofobia e richiamavano le autorità a intraprendere azioni concrete in campo sociale e formativo e le attività sul terreno dei Centri di contatto sono certamente passi importanti nel processo integrativo degli stranieri nel periodo in esame (1970-1990).

Berna, manifestazione a favore dell'iniziativa Mitenand (1978)
Essi non devono tuttavia indurre a immaginare che la Confederazione stesse operando una svolta radicale nella sua politica immigratoria degli ultimi decenni. Non si trattava infatti né di una sorta d’inversione di rotta né di un ritorno a un passato remoto in cui vigeva una sorta di libera circolazione delle persone (quando fu sottoscritto tra la Confederazione Svizzera e il Regno d’Italia il Trattato di domicilio e consolare del 1868), ma di un’apertura moderata alle esigenze degli stranieri e della correzione di alcuni obiettivi e strumenti per raggiungerli, senza stravolgere i principi fondanti introdotti nella legge organica sugli stranieri del 1931, entrata in vigore il 1° gennaio 1934.

La prova di quanto appena affermato fu data dalla clamorosa bocciatura dell’iniziativa popolare denominata «Mitenand»/«Essere solidali», lanciata come reazione alle iniziative xenofobe da un movimento cattolico e sottoposta al voto popolare il 5 aprile 1981. L’iniziativa fu respinta dall’83,8 per cento dei votanti (poche iniziative popolari nella storia della moderna Confederazione furono respinte con altrettanta chiarezza).

Le ragioni della bocciatura, su cui si ritornerà nel prossimo articolo, furono essenzialmente due: da una parte le richieste della Mitenand erano ritenute pericolose e inaccettabili (abolizione dello statuto dello stagionale, diritto al rinnovo del permesso di dimora, ricongiungimento con le famiglie, la libera scelta del posto di lavoro e altro ancora), dall'altra apparivano più credibili i successi della nuova politica immigratoria del Consiglio federale e le promesse di ulteriori miglioramenti (grazie a una nuova legge in preparazione) apparivano credibili.

Giovanni Longu
Berna, 13 ottobre 2021