23 gennaio 2019

Liliana Segre e la Svizzera «terra d’asilo»



La senatrice a vita Liliana Segre è una sopravvissuta all’Olocausto. A fine novembre il Corriere del Ticino le hadedicato un «primo piano», in cui lei ricorda con grande precisione quando, appena tredicenne, fu respinta insieme a suo padre Alberto e a due altre persone ad Arzo (Ticino) da un funzionario svizzero-tedesco (!) perché li riteneva «imbroglioni» non credendo che succedesse «qualcosa di brutto agli ebrei in Italia». Inutili le suppliche, i richiedenti l’asilo furono respinti e riaccompagnati al posto di confine dov’erano entrati «illegalmente» in Svizzera. Subito arrestati dai soldati italiani, due di essi morirono tragicamente in prigione, mentre i Segre furono in seguito deportati: lui morì ad Auschwitz, lei è sopravvissuta ed è un’instancabile testimone della Shoah.
Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz

Tempi difficili
Il racconto della Segre è triste, ma pacato, «senza mai parlare di odio nei confronti di nessuno», anche se «il ricordo della Svizzera è atroce» e non è disposta a perdonare quel funzionario non perché era «sprezzante» nei loro confronti, ma «perché col suo atteggiamento ha condannato a morte tre persone».
Ho riletto più volte la testimonianza della Segre perché l’ultima frase citata, molto toccante e comprensibile sul piano umano, non mi convince sul piano della ricerca storica. Quasi quarant’anni fa ho scritto sull’Olocausto un lungo articolo sui numerosi ebrei respinti dalla Svizzera. L’avevo intitolato «anche qui ne mandarono parecchi all’inferno» (Incontri n.6/7 giugno 1979) e riferivo, fra l’altro, delle responsabilità del governo federale, che almeno dalla seconda metà del 1942 sapeva dello sterminio sistematico degli ebrei e, pur di non accoglierli, aveva inventato la scusa che la barca era piena.
Da allora ho cercato di approfondire la questione dell’atteggiamento della Svizzera e degli svizzeri verso gli ebrei, ritenendo che solo attraverso una sufficiente documentazione (libri, filmati, documenti diplomatici, testimonianze, visite ad alcuni campi di concentramento/sterminio, ecc.) si riesce a «capirlo». Sottoscrivo ancora oggi il contenuto di quell’articolo, ma cambierei il titolo anche se proviene da una citazione ed espressioni simili hanno giustificazioni plausibili. Oggi non ritengo che si possa spiegare e comprendere la storia attribuendo responsabilità immediate a singole persone, soprattutto se semplici esecutori di decisioni superiori.
Il periodo della seconda guerra mondiale è stato per la Svizzera probabilmente il periodo più difficile della sua storia, perché ha creduto (e in questi casi è sufficiente «credere» anche senza prove) di dover difendere non il suo benessere, non la sua neutralità, non i suoi confini e nemmeno una parte della sua popolazione, ma la sua stessa esistenza. La Svizzera, forse per la prima volta, ha avuto «paura» di scomparire in seguito alla travolgente avanzata delle truppe tedesche dei primi anni di guerra e fu soprattutto la paura a mettere d’accordo tutti, romandi e svizzero-tedeschi, italofoni e ladini, attorno alla difesa della patria ad ogni costo. 

I costi della sopravvivenza
Si sa che i costi, anche per la popolazione svizzera, sono stati enormi. Uno di essi, che è pesato a lungo sulla coscienza di molti svizzeri, è legato alla chiusura delle frontiere, alla selezione di chi poteva entrare e al respingimento di chi non doveva entrare, alla sottomissione, in qualche misura, alle potenze che avrebbero potuto stritolarla, dopo il completo accerchiamento (1942).
In questo contesto hanno avuto buon gioco i pregiudizi di origine medievale nei confronti degli ebrei, a cui si aggiunse dalla prima guerra mondiale la paura di una «giudaizzazione». della Svizzera e successivamente l’«antisemitismo latente» (Peter Stadler) che degenerò nel 1938, alla vigilia della guerra, nell’introduzione della  stampigliatura della «J» sui passaporti degli ebrei, e poi durante i primi anni di guerra nel respingimento quasi generalizzato degli ebrei che chiedevano asilo in Svizzera.
Il respingimento dei Segre alla fine del 1943 fu uno dei tanti avvenuti fino a quel momento, quando le istruzioni per la sorveglianza della frontiera erano molto rigide, addirittura spietate nei confronti degli ebrei, spesso senza margini d’interpretazione per i funzionari periferici chiamati ad osservarle. Solo Berna avrebbe potuto cambiarle, ma il Consiglio federale si trovava, fino all’inizio del 1944, nell’incapacità o nell’impossibilità di farlo per non irritare i potenti vicini ed esporsi a facili rappresaglie. 

Svizzera circondata e dipendente
Per capire il dramma degli svizzeri, chiamati a difendere dapprima la propria neutralità e successivamente la propria esistenza, sono sufficienti alcune cifre e alcune date. Allo scoppio della guerra la Svizzera non disponeva che di 18 aerei da caccia in grado di combattere, 36 caccia antiquati e 80 ricognitori e nemmeno un bombardiere. La difesa contraerea disponeva di soli 4 riflettori, 3 aerofoni e 31 pezzi contraerei. L'artiglieria risaliva in parte all’inizio del secolo e mancava di munizioni. Non esistevano riserve di carburante per l'esercito. Solo più tardi la Svizzera ottenne 50 moderni «Messerschmitt» proprio dalla Germania e nuove armi fabbricate nelle proprie industrie. Come avrebbe potuto difendersi in caso di aggressione da parte Hitler e di Mussolini?
Perciò il 13 giugno 1940 il generale Guisan aveva dato l’ordine che non venisse diramato l'allarme per violazioni non importanti dello spazio aereo e il 20 giugno aveva ordinato la fine della «protezione della neutralità dello spazio aereo». E in flagrante contravvenzione alla neutralità tutti i piloti tedeschi internati in Svizzera dall'inizio della guerra e gli aerei costretti ad atterrare furono riconsegnati (mentre 158 aerei americani e oltre 1.000 piloti restarono invece in Svizzera fino alla fine della guerra).
La stampa libera, nonostante la censura imposta l'8 settembre 1939, cominciava a parlare sempre più spesso di cedimenti e di allineamento da parte del Consiglio federale al «nuovo ordine» in Europa. La Svizzera si sentiva impotente di fronte al colosso germanico da cui dipendeva in larga misura per la fornitura delle materie prime e dei generi alimentari.

«La barca è piena», gli ebrei vanno respinti
Di fronte all'accerchiamento della Svizzera da parte delle potenze dell'Asse la Commissione per la difesa nazionale e lo stato maggiore del generale Guisan decisero di difendere ad oltranza almeno il «ridotto nazionale» nello spazio alpino dopo aver distrutto le trasversali alpine per creare un effetto deterrente. Un’altra decisione fu la chiusura «ermetica» delle frontiere (13 agosto 1942) per tutti gli «stranieri» senza autorizzazione.
L’atteggiamento della Svizzera verso gli ebrei rientrava in questa disposizione, tanto è vero che all’inizio delle istruzioni impartite ai posti di frontiera si fa riferimento al «forte aumento delle entrate illegali di profughi stranieri attraverso la frontiera occidentale specialmente di ebrei di varie nazionalità…». A scanso di equivoci, al punto 2 dell’elenco delle persone che non si devono respingere (ossia: «i profughi politici, cioè gli stranieri che al primo interrogatorio si danno espressamente per tali e possono rendere attendibile questa loro qualità»), si precisa che «profughi per ragioni razzistiche, ad esempio gli ebrei, non sono da considerare come profughi politici».
Per avvalorare maggiormente quelle misure, il 30 agosto 1942 il consigliere federale Eduard von Steiger le giustificava affermando che «la piccola scialuppa di salvataggio era colma». Non era vero: in tutta la Svizzera non c'erano allora più di 8-10.000  profughi (ebrei compresi), ma la popolazione gli credette e i funzionari di confine dovevano applicarle. Purtroppo le vittime più numerose dell’intransigenza svizzera furono proprio gli ebrei.
Al confine meridionale il numero dei profughi e degli ebrei crebbe notevolmente dopo l’8 settembre 1943. Per questo, dopo il 17 settembre 1943, le misure di controllo  divennero ancor più severe, tranne per coloro che apparivano chiaramente in pericolo di vita. Se fu relativamente facile accogliere e successivamente internare i militari (conformemente alla Convenzione dell’Aja del 1907 relativa ai diritti e ai doveri di uno Stato neutrale), per i profughi civili valevano altre condizioni, che sembrano non avere gli ebrei. Essi venivano quasi sempre respinti, perché in quel momento la loro situazione non era ancora ritenuta drammatica. Agli occhi del funzionario di Arzo di cui ha parlato la Segre anche la sua vita non dovette apparire in pericolo e, forse per questo, la sua domanda fu respinta.
Difficile pensare che con quella decisione il funzionario di polizia abbia voluto davvero mettere in pericolo la vita dei respinti. Difficile anche pensare che sul finire del 1943 fossero in molti, in Svizzera, a conoscere l’ampiezza di quella orribile barbarie e a sapere della tragica fine degli ebrei nei campi di sterminio. 

La fine della barbarie
Solo nel 1944 il Consiglio federale cominciò a sospettare la seria minaccia che incombe sugli ebrei deportati e, quando la Svizzera si libera, o meglio viene liberata, dalla morsa opprimente del Terzo Reich ridotto ormai a brandelli, si dichiara disposto ad accogliere 14 mila profughi ungheresi (maggio 1944). Pochissimi riescono tuttavia a raggiungere la frontiera svizzera, che continua ad essere strettamente sorvegliata contro chiunque sia sprovvisto di passaporto e del visto d'ingresso.
Soltanto dal 12 luglio 1944 gli ebrei vengono dichiarati esposti a una grave minaccia e considerati «profughi per ragione di razza». Il 6 febbraio 1945, quando evidentemente era ormai troppo tardi, il Consiglio federale protesta per la prima volta presso il governo tedesco contro l'annientamento di massa degli ebrei e permette l'ingresso a 1200 ebrei provenienti dal campo di Theresienstadt (Repubblica Ceca).
L’episodio del respingimento dei Segre ha provocato un dibattito nell’opinione pubblica e persino le scuse del consigliere di Stato Manuele Bertoli (gesto non da tutti i ticinesi condiviso) perché è stata una decisione grave, che ha lasciato il segno soprattutto nell’interessata. Non credo, tuttavia, che la valutazione storica della decisione presa dal funzionario svizzero-tedesco possa o debba comportare giudizi morali di approvazione o di condanna, senza tener conto del periodo storico e delle circostanze.
Credo, soprattutto, che il «capitolo dolente» dei respingimenti non possa e non debba far dimenticare o minimizzare che specialmente il Ticino è sempre stato per i profughi italiani una liberale e accogliente «terra d’asilo». La storica Renata Broggini, recentemente scomparsa, ne ha fornito ampia e ben documentata testimonianza anche in riferimento alle vicende della seconda guerra mondiale.
Riconfermo quanto scrissi circa quarant’anni fa: «nonostante tutto, la piccola Svizzera, dal 1933 al 1945 accolse, sia pure per periodi mediamente brevi, circa 300.000 stranieri,104.000 soldati internati, 66.500 civili provenienti dalle regioni di confine, 65.000 profughi civili, di cui 29.000 ebrei, 60.000 bambini».
Gli svizzeri potrebbero andarne fieri, anche perché i rifugiati, nel lasciare la Svizzera dopo la guerra ne hanno tessuto le lodi e l’hanno ringraziata per l’accoglienza dimostrata. Invece, come ha scritto Renata Broggini, «la sorte dei respinti ha lasciato uno strascico di interrogativi nella coscienza di molti svizzeri» e, aggiungo io, molti sensi di colpa, come se, respingendo quegli ebrei imploranti , si avesse la sensazione di esporli quantomeno al rischio di morte.
Per concludere, credo che sia giusto e utile rievocare quella «pagina nera» della storia svizzera perché, rileggendola e meditandola, non sia più possibile riscriverla in nessuna parte del mondo.
Giovanni Longu
Bern 23.01.2019

20 gennaio 2019

Ancora strage di migranti nel Mare Nostrum



Notizie brutte sul fronte dei migranti. In due giorni: centosettanta persone morte nel Mediterraneo che, anche nel 2019, si conferma "cimitero dei migranti". I barconi del sogno europeo non si fermano e continuano a partire dalla Libia, in fuga da "violenze e abusi", dalle torture dei centri di detenzione, come raccontano i fortunati che ce la fanno (Ansa 19.1.2019).

Reazioni dei vertici dello Stato italiano: solo parole! 
Il presidente della repubblica Sergio
Mattarella ha espresso «profondo dolore», mentre il premier Giuseppe Conte si è detto "scioccato". La ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, scarica le responsabilità sull’Europa che starebbe a guardare, il ministro dell’Interno Matteo Salvini sulle Ong e gli scafisti: «le navi delle Ong tornano in mare davanti alla Libia, gli scafisti ricominciano i loro sporchi traffici, le persone tornano a morire…».
Per il ministro dell’Interno, se 100, 1000 profughi muoiono in mare non è affare che lo riguardi, il suo compito «sacrosanto» è impedire gli sbarchi in Italia e «non essere complice degli scafisti». A chi gli ricorda che esistono obblighi di soccorso in mare derivanti sia da norme di diritto internazionale che interno, oltre al buon senso: «il naufragio è una cosa e l'immigrazione un'altra» (De Falco), Salvini risponde cinicamente: «cuori aperti, ma porti chiusi». Inutile anche l'appello di Matteo Renzi: «Se c'è gente in mare, prima la salviamo, poi si discute».

«Stiamo perdendo la nostra umanità»
Il cinismo e il populismo ci stanno restringendo lo sguardo al nostro orticello, ci stanno rattrappendo la memoria e ci impediscono di guardare al di là dei nostri confini e alla nostra stessa storia. Eravamo abituati a considerare il Mediterraneo il «Mare Nostrum», ora non lo vogliamo più perché pieno di cadaveri. 
Non credo che ci sarà mai un secondo Processo Norimberga, come auspica il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, contro i responsabili dei naufragi di migranti, in primis contro Salvini, perché non ci saranno potenze vincitrici in grado di sostenerlo. Certamente non so se «Salvini li avrà sulla coscienza» i morti dei recenti naufragi, come invece ha asserito il missionario padre Alex Zanotelli, che ha anche aggiunto: «abbiamo un governo di barbari senza cuore, stiamo perdendo la nostra umanità. La situazione è insostenibile. Non riesco a capire come si possa avere un governo a cui manca l’umanità». 
Parole che dovrebbero far riflettere! Si dimentica che per scoraggiare gli scafisti, lasciar perire in mare degli innocenti (e fino a prova del contrario tutti i profughi lo sono!) è un obbrobrio d'inciviltà. La pretesa di respingere al luogo di partenza chi si mette in mare inseguendo lo stesso identico sogno che ha fatto partire dall'Italia milioni di emigrati è demenziale perché, secondo numerose testimonianze, «meglio morire che tornare in Libia».
Per non perdere la nostra umanità dobbiamo cercare tutti, ciascuno secondo le propria capacità e responsabilità, a far finire queste stragi nel nostro mare e trovare soluzioni giuste a problemi che prima o poi ci coinvolgeranno molto più di oggi.
Giovanni Longu
Berna, 20 gennaio 2019

16 gennaio 2019

Lo sciopero generale del 1918 e gli immigrati italiani


Nei mesi scorsi è stato rievocato, sui media, con mostre e dibattiti, uno degli eventi più drammatici della Confederazione Svizzera dal 1848, lo sciopero generale del 12-14 novembre 1918. I giudizi sulle cause, sulle modalità di attuazione e sulle conseguenze dell’unico sciopero generale svizzero sono ancora divergenti, ma è innegabile ch’esso abbia influito notevolmente sull’evoluzione sociale di questo Paese, con ripercussioni evidenti anche sulla politica immigratoria che ha coinvolto anche gli immigrati italiani. Gli effetti cominciarono a farsi sentire già all’inizio del 1919, cent’anni fa. 

Situazione iniziale: la crisi alimentare e salariale
La prima guerra mondiale era appena finita e le conseguenze non sarebbero tardate a farsi sentire in molti dei Paesi coinvolti con capovolgimenti politici, ripresa delle lotte sociali, avvio di riforme, nascita di nuove forme di populismo. Solo in Svizzera sembrava regnare l’immobilismo delle autorità politiche, nonostante le manifestazioni, le proteste e gli scioperi di lavoratori e lavoratrici che fin dal 1917 chiedevano miglioramenti salariali, la riduzione della settimana lavorativa, una maggiore protezione per la vecchiaia e i superstiti e la partecipazione delle organizzazioni operaie alle decisioni politiche.
Bisogna ricordare che l’economia di guerra aveva creato in Svizzera forti disuguaglianze sociali perché aveva favorito con ampi profitti una fascia ristretta di imprenditori e fornitori di beni e servizi, ma aveva impoverito il ceto medio e la classe operaia, su cui gravavano ora notevoli ristrettezze economiche dovute ai bassi salari e all’aumento enorme del costo della vita. A Berna, per esempio, un chilo di patate che nel 1914 costava 12 centesimi, nel 1918 ne costava 27 e un chilo di pane era aumentato da 30 a 74 centesimi. Aumenti simili si registrarono per le uova, il latte, il burro, lo zucchero. Nel frattempo i salari reali erano calati di oltre un quarto e la fascia di povertà si era notevolmente ampliata, quasi un sesto della popolazione (circa 650.000 persone) sopravviveva grazie all’assistenza pubblica. 

Come si giunse allo sciopero generale
Le proteste e dimostrazioni degli ultimi anni avevano prodotto qualche promessa, ma nessun miglioramento reale. Ragione più che sufficiente, per socialisti e sindacalisti, per rivendicare urgenti interventi dello Stato, accompagnando le richieste con la minaccia di uno sciopero generale. Fu anche fondato un apposito comitato di azione (Comitato di Olten), che raggruppava i rappresentanti delle organizzazioni operaie svizzere, del Partito socialista e dei movimenti femministi, attivi fin dagli ultimi decenni del XIX secolo. Il Comitato, forte dell’ampio consenso delle organizzazioni rappresentate, presentò subito al Consiglio federale una serie di rivendicazioni, ma non ottenne alcuna risposta concreta. Il Comitato decise allora di proclamare una serie di scioperi di protesta in diverse città industriali.
I manifestanti avevano previsto una reazione della borghesia e del governo, ma non di dover affrontare nelle piazze addirittura un dispiegamento di soldati mai visto prima. La loro presenza in tenuta antisommossa fu ritenuta dal Comitato di Olten una vera e propria provocazione, a cui, secondo alcuni, si doveva rispondere con uno «sciopero generale» di 24 ore o, secondo altri, con uno sciopero generale ad oltranza fino al ritiro delle truppe nelle caserme e alla soddisfazione delle loro richieste. Tra queste figuravano ora non solo la settimana lavorativa di 48 ore e la previdenza per la vecchiaia e i superstiti, ma anche la rielezione immediata del Consiglio nazionale col sistema proporzionale, il diritto di voto e di eleggibilità per le donne, l’introduzione di una tassa patrimoniale, la partecipazione al governo dei socialisti.
In seno al Comitato prevalse la seconda opzione e venne proclamato lo sciopero generale ad oltranza dal 12 novembre. Furono chiamati a scioperare tutti i lavoratori dell’economia privata (quelli pubblici erano sottoposti a una specie di regime «militare» col divieto preciso di sciopero) e almeno 250.000 lavoratori vi aderirono. Per paura che le manifestazioni degenerassero (come stavano avvenendo in Austria e Germania), furono inviati a presidiare i punti strategici delle principali città ben 95.000 soldati, armati di fucili e granate a mano, pronti a intervenire in caso di aggressione. In alcuni casi intervennero provocando 4 morti e decine di feriti!.

Reazione del Consiglio federale: paura di una rivoluzione
La reazione del Consiglio federale oggi può apparire del tutto sproporzionata, dato il carattere
Contro gli scioperanti il Consiglio federale schierò ben 95.000 soldati!
pacifico delle manifestazioni sindacali del 1918 e la moderazione delle rivendicazioni, ma si può comprendere tenendo conto della paura che dominava in quegli anni i rapporti politici e sociali. A far paura era non tanto la rivoluzione russa, ma il suo possibile contagio anche nella società svizzera, costituendo in tal modo un serio pericolo non solo di ordine pubblico, ma anche di sconvolgimento sociale, inaccettabile per la borghesia e per il Consiglio federale che ne era la massima espressione.
Dalle cronache degli ultimi mesi del 1918 appare chiaro che il Consiglio federale intendeva impedire in Svizzera con ogni mezzo quella che gli appariva come una sorta di «rivoluzione bolscevica» provocata da «istigatori senza scrupoli e specialmente da rappresentanti del terrore bolscevico» intesi a preparare in Svizzera «il terreno per movimenti sovversivi» nel resto dell’Europa. Il Consiglio federale ne era talmente convinto che decise subito l’espulsione dalla Svizzera dell’intera missione sovietica a Berna.
Poiché il governo federale appariva deciso a stroncare sul nascere qualsiasi tentativo rivoluzionario e per evitare la guerra civile «che la borghesia cercava di provocare», dopo le dichiarazioni delle autorità «che i suoi postulati sarebbero stati esaminati e accettati», il Comitato di Olten decise di terminare lo sciopero il 14 novembre. Le forze borghesi considerarono la fine dell’agitazione senza condizioni una resa, mentre i socialisti e dai sindacalisti una prova di responsabilità dei lavoratori. Dopo tutto, lo sciopero era riuscito, «dimostrando che senza di loro la vita sociale si arresta».

Conseguenze positive e negative, specialmente per donne ...
Tornata la calma, la situazione sociale e politica ritornò apparentemente alla normalità. In realtà la «pace sociale» faticherà ad imporsi e bisognerà attendere il 1937, quando padronato e sindacati troveranno un accordo sulla soluzione dei conflitti sociali conosciuto come «pace del lavoro»; il divario tra destra e sinistra (considerata genericamente filocomunista) era destinato ad aumentare almeno fino al 1943 quando nel governo federale venne eletto anche un rappresentante socialista; le donne dovranno aspettare molto più a lungo prima di poter votare ed essere elette.
Una delle rivendicazioni del 1918 era il regime proporzionale,
subito introdotto alle elezioni del 1919.
Eppure non si può negare che dal 1919 il meccanismo della trasformazione sociale cominciò ad accelerare il ritmo. La voglia di riforme era riscontrabile nei programmi politici di tutti i partiti. Già quell’anno, alle elezioni politiche anticipate con il sistema proporzionale, i socialisti raddoppiarono i mandati nel Consiglio nazionale, nel 1931 divennero il primo partito svizzero, gettando le basi per il loro futuro ingresso nel governo. L’Unione sindacale svizzera venne maggiormente sentita nel dibattito pubblico sull’economia e sulle riforme sociali. Nel 1920, nelle fabbriche entrò in vigore la settimana lavorativa di 48 ore. Nel 1925 venne approvato in votazione popolare un articolo costituzionale sull’assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (poi tradotto in legge e applicato dal 1947).
L’era delle riforme era decisamente avviata con due eccezioni: nel campo dell’uguaglianza uomo-donna e nella politica verso gli stranieri. Circa le rivendicazioni femminili, nel corso della commemorazione a Olten dello sciopero nazionale del 1918, la consigliera federale Simonetta Sommaruga ha affermato che la Svizzera è ancora indietro di decenni per quanto riguarda la parità tra i sessi. Quanto agli stranieri, la convinzione del Consiglio federale che all’origine dello sciopero nazionale ci fosse l’istigazione straniera, in particolare dei bolscevichi sovietici, non fece che alimentare, sia pure involontariamente, quella forma di xenofobia che si era sviluppata dopo l’ondata immigratoria dell’ultimo decennio dell’Ottocento e che si manifestava sotto forma di paura dell’«inforestierimento».
... e stranieri
Con l’intento di isolare e possibilmente espellere anarchici, comunisti e sovietici ritenuti «corpi estranei», il rigido controllo degli ingressi alla frontiera, introdotto allo scoppio della guerra, fu mantenuto (ordinanza del 17 novembre 1919). Sulla stampa apparivano sempre più spesso articoli richiedenti norme incisive per limitare i diritti degli stranieri e per vietare loro qualunque attività politica. Tutto contribuiva ad alimentare la xenofobia.
Il 6 marzo 1920 venne persino depositata a Berna una iniziativa popolare, sostenuta dal movimento repubblicano e altre organizzazioni di destra, munita di oltre 60.000 firme (molte più di quelle necessarie) per la modifica della Costituzione in senso antistranieri. L’iniziativa fu respinta nella votazione popolare dell’11 giugno 1922, ma il Consiglio federale si fece carico dell’elaborazione della necessaria modifica costituzionale per poter legiferare in una materia sempre più dibattuta nell’opinione pubblica, quella dell’«inforestierimento», che ha coinvolto anche decine di migliaia di immigrati italiani.
Giovanni Longu
Berna, 16 gennaio 2019