13 settembre 2017

Italiani in Svizzera: 21. Gli italiani e la sicurezza sul lavoro



Riprende, con le considerazioni che seguono, la serie degli articoli sulla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, «una storia lunga, complessa e avvincente», come scrivevo nel primo articolo del 18 gennaio 2017 (http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2017/01/italiana-in-svizzera-1-una-storia.html). Mi sembra utile ripercorrerla perché, nonostante la sua importanza per conoscere l’evoluzione della Svizzera e in parte anche dell’Italia degli ultimi 150 anni, è poco conosciuta e perciò inutilizzabile. Se davvero, come riteneva il grande politico e filosofo latino Cicerone, la storia dev’essere «maestra di vita» (Historia magistra vitae), quella dell’emigrazione italiana potrebbe suggerire qualche utile considerazione sulle politiche di accoglienza e d’integrazione delle moderne ondate immigratorie che interessano soprattutto l’Italia e l’Europa.

Contributi diretti e indiretti degli immigrati
Spesso si fanno confronti o collegamenti azzardati e molto approssimativi tra i profughi (forse erroneamente chiamati anche migranti) che cercano di farsi una vita in Occidente, specialmente in Europa, e gli emigrati italiani della seconda metà dell’Ottocento e di buona parte del Novecento, che hanno «invaso» il mondo alla ricerca del benessere. Da questi confronti emerge soprattutto una diffusissima ignoranza sulla storia dell’emigrazione italiana, ridotta sovente al suo momento iniziale, ossia alle condizioni di partenza, e dimenticando la complessità e la ricchezza di una storia che ha contribuito, fra l’altro, a far conoscere e apprezzare l’Italia nel mondo.
Non è possibile rifare questa storia in pochi articoli, ma ritengo utile puntualizzare di tanto in tanto qualche aspetto dell’emigrazione italiana su cui si riflette poco.
In genere si è più facilmente portati ad esaltare il contributo positivo diretto degli emigrati. Per quelli immigrati in Svizzera non si può fare a meno di ricordare, per esempio, ch’essi hanno contribuito in misura determinante alla creazione dell’infrastruttura ferroviaria e stradale di questo Paese, all’innalzamento di autentiche muraglie di cemento armato o di pietra e terra per trattenere le acque preziose dei laghi artificiali sfruttate per il fabbisogno energetico delle industrie, dei trasporti e delle abitazioni, alla sistemazione urbanistica delle principali città svizzere, ecc. Si pensa poco, invece, al contributo indiretto ch’essi hanno dato alla trasformazione di questa società, del modo di vivere, di alimentarsi, di lavorare, di pensare, di orientarsi nella vita.

Il contributo alla sicurezza sul lavoro
In questo articolo mi riferisco in particolare al contributo indiretto che gli immigrati (evidentemente non solo italiani) hanno dato alla sicurezza sul lavoro. Un contributo, sia ben chiaro, del tutto involontario, perché francamente nessuno dei protagonisti avrebbe offerto la propria vita per far avanzare la sicurezza negli scavi e sui cantieri. Proprio per questo, però, il loro sacrificio, legato alla loro condizione di lavoratori immigrati, merita di essere ricordato con riconoscenza.
Il dato di partenza, ben noto prima ancora che agli storici a moltissimi immigrati, è che in Svizzera (per limitare il campo a questo Paese che gli immigrati italiani hanno contribuito a far crescere e diventare quello che è, ma si potrebbe parlare ugualmente della Francia, del Belgio, della Germania, ecc.) agli stranieri erano lasciati, almeno inizialmente, i lavori che gli svizzeri non volevano più svolgere o perché meno retribuiti o perché più pesanti o perché pericolosi.
«Vittime del lavoro» del Gottardo, di Vincenzo Vela
Per la stragrande maggioranza degli immigrati italiani fino a pochi decenni fa si deve aggiungere, purtroppo, ch’essi non erano quasi mai adeguatamente preparati né al lavoro ch’erano chiamati a svolgere né ai pericoli connessi. D’altra parte, non è un mistero che i datori di lavoro, soprattutto nei periodi in cui si sono verificate le più grandi disgrazie col maggior numero di vittime, investivano poco, il meno possibile, nella sicurezza, anche quando si sapeva benissimo che i pericoli erano reali, soprattutto quando si trattava di grandi cantieri di montagna. Bisogna anche aggiungere che la legislazione in materia non era ancora evoluta e i controlli, sia da parte delle autorità che dei sindacati, erano inesistenti o comunque insufficienti.
Ci vollero parecchie «bare allineate», per usare un’espressione dell’Avvenire dei lavoratori del 1966, per far sì che la sicurezza sul lavoro evolvesse e fosse garantita il più possibile. 

Carenze igieniche e di sicurezza durante le costruzioni ferroviarie
Una breve sintesi di questo contributo indiretto non può che partire dalla prima grande impresa del lavoro degli immigrati italiani in Svizzera, lo scavo della galleria ferroviaria del Gottardo (1872-1882), durante il quale morirono non meno di 200 persone. La cosiddetta «anemia del Gottardo» (causata, come è stato accertato più tardi, da una larva, l’Anchylostoma duodenalis) dovuta alle pessime condizioni ambientali e igieniche, fece molte più vittime. Nei successivi trafori ferroviari le condizioni igieniche furono migliorate e le vittime diminuirono.
Durante la realizzazione della galleria del Sempione (1898-1906) le condizioni di sicurezza migliorarono rispetto al traforo del Gottardo, ma non ancora abbastanza. In seguito a incidenti vari morirono infatti 67 operai, ma almeno altri 200 sono morti dopo la fine dei lavori di pneumoconiosi, un’affezione dei polmoni provocata dall’inalazione di polvere. «Ciascuna di queste morti ha troncato una vita di gioie e di sofferenze, di successi e di fallimenti, di speranze e di delusioni», ricorderanno in occasione delle celebrazioni per i 100 anni della galleria ferroviaria del Sempione i parroci di Briga e di Varzo.
Ulteriori miglioramenti delle condizioni igieniche e della sicurezza si ebbero durante il traforo del Lötschberg (1906-1913). Per esempio, venne data molta importanza all’igiene personale. In galleria bisognava utilizzare solo i servizi igienici predisposti e al termine del turno di lavoro sia a Goppenstein che a Kandersteg gli operai potevano usufruire di docce, dove potevano anche depositare gli indumenti da lavoro per farli asciugare.
Si dirà che ciò nonostante perirono in un sol colpo (24 luglio del 1908) ben 25 minatori, ma le cause non furono imputabili alle condizioni igieniche bensì alla sottovalutazione dei rischi e all’insufficiente conoscenza della roccia che si stava scavando. Tanto è vero che, per evitare altre disgrazie, vennero ordinati quei sondaggi del sottosuolo che avrebbero dovuto essere effettuati prima di iniziare i lavori. Quella disgrazia e le altre precedenti e seguenti, che causarono la morte in totale di 116 persone, misero ancora una volta in evidenza la necessità di investire maggiormente nella sicurezza.

Insufficienti sistemi di sicurezza nei cantieri di montagna
Non solo i cantieri ferroviari rappresentavano di per sé un pericolo, per cui la sicurezza avrebbe dovuto avere una parte importante fin dalla progettazione delle opere, ma anche i cantieri di montagna delle imprese idroelettriche avrebbero dovuto essere predisposti tenendo conto dei pericoli e garantendo il massimo di sicurezza possibile. 
Questo non è sempre avvenuto, da una parte per una irresponsabile sottovalutazione dei rischi e dall’altra per un insufficiente rispetto delle persone che eseguivano lavori già di per sé pericolosi (scavi, trasporti, brillamento di mine, ecc.).
L’episodio più tragico è avvenuto nel 1965, quando 88 lavoratori, di cui 56 italiani, che nel 1965 furono travolti da una enorme valanga di ghiaccio e detriti staccatasi da un ghiacciaio e precipitata su un cantiere (obiettivamente mal collocato) mentre si stava costruendo la diga di Mattmark, nel Vallese (cfr. http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2017/08/migranti-responsabilita-e-il-richiamo.html). 
Il cantiere di Mattmark travolto dal crollo di un ghiacciaio il 30.08.1965.
A prescindere dalle assoluzioni pronunciate dai tribunali nei successivi processi, è impossibile negare che con diversi sistemi di allerta e di sicurezza si sarebbero potute evitare almeno in parte le conseguenze della disgrazia. L’attenzione mediatica fu tale e tanta che le autorità svizzere e le parti sociali furono indotte a predisporre più efficienti sistemi di sicurezza.
Gli effetti benefici si costateranno solo più tardi, non nell’immediato. L’anno seguente (1966), infatti, in un altro cantiere di montagna, mentre si costruiva un’altra diga tra Robiei e Stabiascio (Ticino), in una galleria in cui si era formata una sacca di gas velenosi persero la vita 15 operai italiani e due pompieri di Locarno. Anche su questa tragedia l’intervento dei media fu determinante per spingere le autorità e i politici a realizzare sistemi di prevenzione e di sicurezza più adeguati ed efficaci.
A distanza di anni è facile costatare i miglioramenti intervenuti nel campo della sicurezza. Proprio oggi (sabato 9 settembre), mentre scrivo, in una località del Vallese non lontana da Mattmark, le autorità hanno fatto evacuare una cinquantina di abitazioni (circa 220 persone) e mobilitato i vigili del fuoco e la protezione civile a causa del rischio che una parte consistente del sovrastante ghiacciaio (sotto osservazione dal 2014) si stacchi e precipiti a valle*. Ora la popolazione può sentirsi al sicuro.
Mi vengono spontanee a questo punto alcune domande. Quanto di questa attenzione e di queste precauzioni per mettere in sicurezza la popolazione è dovuto al sacrificio degli 88 lavoratori stroncati dalla valanga precipitata in assenza di alcun sistema di allerta a Mattmark? E quanti ricordano il contributo «indiretto» di migliaia di immigrati per rendere più efficienti ed efficaci i sistemi di sicurezza sul lavoro di questo Paese?
Giovanni Longu
Berna, 13.09.2017
* Effettivamente nella notte tra sabato e domenica 10 settembre una massa imponente di ghiaccio è precipitata a valle ma senza raggiungere l’abitato e provocare danni (n.d.a.)

06 settembre 2017

Italianità nel Consiglio federale (terza parte)



L’emergenza della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra poteva ritenersi chiusa agli inizi degli anni ’50. Per quel che riguardava in particolare il versante sud, la presenza nel Consiglio federale dei due ministri italofoni Motta ed Enrico Celio aveva garantito continuità e sviluppo. Per esempio, alla carenza di manodopera nell’economia svizzera era stata trovata una soluzione quasi ideale con l’accordo del 1948 tra la Svizzera e l’Italia in materia d’immigrazione e, con la nomina di E. Celio a Ministro svizzero in Italia, le buone relazioni con l’Italia si erano consolidate, tanto che nel 1953 la Legazione italiana in Svizzera fu elevata al rango di Ambasciata.

Fu forse la relativa stabilità dei rapporti italo-svizzeri a indurre nel 1950 l’Assemblea federale a non eleggere un altro consigliere federale italofono dopo le dimissioni di E. Celio (1950). E fu probabilmente un errore. Ben presto, infatti, le rivendicazioni ticinesi a «un rappresentante della Svizzera italiana» ripresero e i rapporti con l’Italia si complicarono per il calo del flusso migratorio in seguito ad un improvviso rallentamento dell’economia americana e di riflesso anche svizzera tra il 1949 e il 1952, per alcuni imprevisti dell’accordo d’immigrazione del 1948 (problemi dei falsi stagionali, degli immigrati irregolari, dei disagi tra la popolazione indigena, ecc.) e non da ultimo per il pericolo del comunismo, che sembrava minacciare l’Italia e preoccupava la Svizzera.

Giuseppe Lepori (1902-1968)
Giuseppe Lepori (1902-1968)
 In questo contesto, l’elezione nel 1954 in Consiglio federale del conservatore ticinese Giuseppe Lepori fu una sorta di correzione di rotta, anche se risultava soprattutto da un accordo tattico tra conservatori e socialisti, che prevedeva subito l’appoggio dei socialisti alla candidatura Lepori quale «rappresentante della Svizzera italiana» e il sostegno futuro dei conservatori all’elezione in governo di due socialisti (invece di uno solo come avveniva fino ad allora dal 1943), in modo che i tre grandi partiti (socialisti, radicali e conservatori) avessero ciascuno due seggi e i democratici di centro un seggio. L’occasione si presenterà pochi anni dopo quando insieme a Lepori dimissioneranno altri tre consiglieri federali e per la prima volta entreranno in governo due socialisti, avviando così la cosiddetta «formula magica».
Nonostante l’anomalia della sua elezione (che consentì eccezionalmente ai conservatori di essere rappresentati in governo con tre ministri) e aldilà della soddisfazione personale, Lepori riteneva che fosse stato riconosciuto «il diritto della Svizzera italiana» ad essere rappresentata in Consiglio federale e auspicava che la Confederazione si affermasse «quella che deve veramente essere: una unione di tre stirpi, una unione di tre genti, una unione di tre-quattro lingue che apportino tutte il fecondo seme della loro civiltà».
Come i suoi predecessori italofoni, anche Lepori, intellettuale di grande spessore e convinto sostenitore dell’italianità del Ticino e della Svizzera, guardava all’Italia con giustificato interesse. Quando nel 1943, dopo la caduta del governo Mussolini (25 luglio) e la dichiarazione dell’armistizio da parte del governo Badoglio (8 settembre), si erano presentati alla frontiera italo-svizzera migliaia di militari e civili italiani in cerca di rifugio e protezione, Lepori, allora consigliere di Stato del Cantone Ticino, ebbe nei loro confronti un atteggiamento generoso e lungimirante. Egli era convinto della necessità di una politica d’accoglienza: «Fra i profughi attuali forse si trovano le persone che domani saranno a capo del popolo italiano e che mai dimenticheranno l’aiuto trovato da noi in ore tragiche. Anche se ciò non fosse, un senso incomprimibile di fratellanza vuole che i profughi tutti siano trattati con quel senso specificamente elvetico ispirato alla generosità…».
Di fatto migliaia di profughi furono così ben accolti da far dire a uno di loro, il politico Luigi Gasparotto, che «nessun profugo ha potuto sfuggire alla cordialità ticinese». Va anche aggiunto che fu in buona parte una vittoria dell’autonomia ticinese (e di Giuseppe Lepori in particolare, allora alla guida del Dipartimento cantonale di giustizia e polizia) su tanti «divieti» di Berna l’aver consentito a molti ex-profughi di prepararsi alla fase post-fascista con discussioni, pubblicazioni di libri e articoli di giornale firmati spesso con pseudonimi (per evitare la censura).

Nello Celio (1914-1995)
Dopo le dimissioni di Giuseppe Lepori per motivi di salute (1959), l’Assemblea federale sembrò dimenticarsi nuovamente della Svizzera italiana, che dovette attendere dodici anni prima dell’elezione di un altro suo rappresentante, Nello Celio (1967-1973). Anche la sua elezione fu dettata da motivazioni interne più che internazionali o di rappresentanza delle varie lingue e culture svizzere.
Nello Celio (1914-1995)
In quel momento la Svizzera era scossa dall’«affare dei Mirage» (il credito autorizzato per l’acquisto di 100 aerei da combattimento sarebbe quasi raddoppiato, se fossero stati acquistati tutti). Per la prima volta fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta, che costrinse alle dimissioni alcuni alti funzionari. Il capo del Dipartimento militare, Paul Chaudet, sollecitato a rassegnare le dimissioni, nel 1966 rinunciò a un nuovo mandato. Bisognava fare ordine nelle finanze federali e ridare fiducia ai cittadini, tanto più che si era in presenza di un’inflazione molto alta.
L’elezione di Nello Celio fu molto contrastata sia in Ticino (il partito liberale radicale ticinese ambiva da tempo al ritorno nel governo federale dopo quasi un secolo dalle dimissioni di G.B. Pioda e all’interruzione della lunga rappresentanza cattolico-conservatrice della Svizzera italiana, avviata nel 1911 con Motta e proseguita con E. Celio e Lepori) che nell’Assemblea federale (i romandi erano restii a cedere il seggio liberato dal vodese Chaudet), ma la spuntò colui che sembrava dare maggiori garanzie per il risanamento delle finanze federali, la lotta all’inflazione e lo sviluppo economico, l’apertura alle problematiche sociali già dimostrata durante l’attività politica nel Ticino.
Sebbene le considerazioni di politica di buon vicinato con l’Italia non rientrarono nelle motivazioni che spinsero soprattutto gli esponenti della destra economica a votare in maniera compatta a favore di Celio, non c’è dubbio che durante tutta la sua permanenza in Consiglio federale ha sempre avuto grande attenzione e interesse agli eventi della vicina Penisola e ha curato con grande finezza le relazioni bilaterali ufficiali e personali.
Sull’«italianità» di Nello Celio, per non ripetere cose già scritte più volte in passato preferisco rinviare il lettore interessato ad alcuni articoli ed in particolare a «Nello Celio e l’immigrazione italiana» (http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2014/02/nello-celio-e-limmigrazione-italiana.html; http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2014/02/nello-celio-e-limmigrazione-italiana_19.html). Desidero solo ricordare che secondo lui molti problemi (e negli anni ’60 e ’70 erano tanti) non vennero nemmeno alla luce e quindi non fecero scalpore nell’opinione pubblica grazie ai contatti personali ch’egli aveva non solo con esponenti del governo italiano ma anche dell’Ambasciata di Berna. Eppure c’è ancora chi si ostina a commentare che per curare le buone relazioni con l’Italia e il mezzo milione di italiani presenti nella Confederazione non c’è bisogno di un consigliere federale italofono.

Flavio Cotti (*1939)
Flavio Cotti (*1939)
Le dimissioni di Nello Celio (1973) segnarono per diversi anni l’assenza dell’italofonia nei ranghi del Consiglio federale, fino all’elezione del ticinese Flavio Cotti nel 1986.
Cotti è stato, finora, l’ultimo grande consigliere federale italofono (1987-1999) e fu senza dubbio un campione della promozione dell’italianità nell’amministrazione federale, nel Ticino e nella Svizzera, soprattutto durante il periodo in cui fu a capo del Dipartimento federale dell’interno. Saggiamente egli vedeva la difesa dell’italianità non come una questione marginale per rispettare una minoranza importante di questo Paese, ma come una questione esistenziale per la Svizzera. Sosteneva che «per l’identità di noi svizzeri» è di capitale importanza che il plurilinguismo sia realmente vissuto.
Da consigliere federale, Cotti è stato un convinto federalista, ma non solo perché vedeva nel sistema istituzionale della Svizzera uno straordinario intreccio di sovranità tra Confederazione, Cantoni e Popolo, ma anche perché «il nostro attuale sistema federalista rappresenta la migliore garanzia d'esistenza per le nostre minoranze».
Nei confronti dell’Italia fu un vero amico. Nel 1991, in occasione del Settecentesimo anniversario della fondazione della Confederazione Elvetica, il governo italiano fece omaggio alla Svizzera di un volume rievocativo dal titolo significativo «Svizzera e Italia, per sette secoli». Nella presentazione di Flavio Cotti, allora Presidente della Confederazione, intitolato: «Sette secoli di amicizia tra Svizzera e Italia», sottolineava l’«amicizia sincera e profonda che unisce – sulla scorta della prossimità geografica e di antichissime relazioni storiche e culturali – il popolo italiano con quello svizzero» e auspicava che «l’amicizia fra Italia e Svizzera possa ulteriormente fiorire e svilupparsi in un quadro europeo di pace e di prosperità».

Dopo Cotti Cassis?
Per le sorti della lingua italiana nella Svizzera tedesca e francese, per la valorizzazione dell’enorme capitale umano e culturale «italiano» presente in Svizzera, per la coesione nazionale il rischio della dispersione e della rassegnazione al peggio è reale. «Da quando l’onorevole Flavio Cotti ha lasciato il suo posto a Berna le cose sono peggiorate. Segno che la mancanza di un nostro rappresentante nell’esecutivo si fa sentire concretamente, purtroppo, anche in questo ambito». Così diceva Renato Martinoni nel 2005 riferendosi in particolare alla situazione della lingua italiana. Quel giudizio mi sembra condivisibile anche oggi, estendendolo a tutto quanto è riferibile all’«italianità». Un patrimonio da salvaguardare, per cui un italofono in Consiglio federale appare urgente e necessario. Dopo Cotti verrà Cassis?
Giovanni Longu
Berna, 6 settembre 2017

30 agosto 2017

Migranti, responsabilità e il richiamo di Mattmark



Migranti, immigrazione, emigrazione sono parole pesanti, difficili da comprendere e purtroppo abusate quotidianamente. In Italia, anche sui media, si parla spesso dei migranti come se fossero degli alieni che «ci invadono» per portarci via qualcosa che ci spetta. Si stenta a considerarli «umani». Persino quando delinquono sembrano non appartenere ai delinquenti comuni. Per loro si vorrebbe sempre una punizione esemplare, possibilmente a furor di popolo. La loro appartenenza alla razza umana interessa poco, conta di più la loro provenienza e come sono giunti in Italia.

Violenza verbale: e il contesto?
Non mi meraviglio più della violenza verbale usata in numerosi commenti non solo di fronte a reati gravi, sui quali non si può transigere, ma anche a bagatelle. Mi meraviglio invece sempre più che non si cerchino mai, seriamente, le vere cause dell’emigrazione forzata, non se ne individuino i responsabili e non li si condanni con la severità che meritano. Si sorvola, in numerose analisi superficiali, che gran parte dei profughi o migranti economici in fuga da condizioni materiali e sociali disastrose, provenga da Paesi dove regna oltre alla miseria la corruzione, dove le risorse sono mal utilizzate (si pensi agli armamenti acquistati dall’Occidente!) e dei quali ci si guarda bene d’indicare i protettori.
Molti commentatori si limitano ai fatti, veri o presunti (fino alla definitiva condanna), senza approfondire mai il contesto, non solo quello di provenienza ma anche quello di arrivo. Sia ben chiaro, i reati vanno sempre perseguiti e puniti, ma agli sbarcati va anche insegnato appena mettono piede in Italia, che in questo Paese vigono leggi, regolamenti e tradizioni che vanno rispettati. Si può davvero dare per scontato che l’Italia ha una politica d’accoglienza e d’integrazione chiara, seria ed efficace?
Credo che a dare giudizi affrettati e superficiali sui migranti, su quelli che delinquono e su quelli che sono ancora alla ricerca di una sistemazione, siano soprattutto persone che dalla realtà migratoria non sono mai state, buon per loro, nemmeno sfiorate. Non conoscono la storia dell’emigrazione italiana. Non sanno o fanno finta di non sapere che nessuno emigrerebbe, tanto meno affidandosi a scafisti senza scrupoli e mezzi navali insicuri, se stesse bene al proprio Paese. Si emigra, quasi sempre, per necessità o quanto meno per il desiderio di migliorarsi, un desiderio nobilissimo e rispettabilissimo.
Il discorso sui nuovi immigrati, migranti, profughi, richiedenti l’asilo o comunque si voglia chiamare questi fuggitivi dalla miseria o dal terrore, sarebbe diverso se chi ne parla avesse conosciuto da vicino anche se non in prima persona la realtà migratoria. Fatta eccezione per i pochi «invitati» e per quanti sanno in partenza che il loro arrivo è auspicato (ricercatori, professori, specialisti, intellettuali, imprenditori, ecc.), per la stragrande maggioranza dei migranti la realtà migratoria è spesso ancora dura da accettare e da sopportare. Nonostante le leggi, le tutele, le attenzioni, agli emigranti toccano quasi sempre i lavori più sporchi, più pesanti e più rischiosi. Si dirà che oggi gli immigrati corrono meno pericoli sul lavoro di un tempo ed è vero, ma non si può negare che per loro le condizioni sono sempre più difficili.
Il richiamo di Mattmar
Mi vengono questi pensieri pensando alle vittime di Mattmark, che 52 anni fa, il 30 agosto 1965, furono travolte da una valanga di ghiaccio e detriti di proporzioni enormi. In Svizzera, nel Cantone Vallese, mentre si stava costruendo una grande diga, all’improvviso si staccò una parte molto consistente del ghiacciaio sovrastante il cantiere, distruggendolo completamente e uccidendo 88 lavoratori, di cui 56 italiani. Erano immigrati, giunti in Svizzera per lavorare, sognando una vita migliore. Per loro l’emigrazione fu fatale.
Subito dopo la disgrazia furono avviate inchieste, allestiti processi, si aprì un ampio dibattito pubblico e politico che portò a migliorare ulteriormente la sicurezza dei cantieri. Si ebbe il coraggio di denunciare i carenti sistemi di sicurezza delle imprese, i carenti sistemi di controllo da parte delle autorità e dei sindacati, ma anche la politica immigratoria della Svizzera, poco attenta agli aspetti umani degli immigrati, e la politica emigratoria dell’Italia, interessata soprattutto ad allentare la pressione sociale e le condizioni di precarietà di molti cittadini, venendo meno clamorosamente a tante promesse fatte.
Forse, anche di fronte alle disgrazie «migratorie» di oggi, varrebbe la pena di protestare e denunciare tutto, ma veramente tutto ciò che impedisce di riportare alla «normalità» un fenomeno che è mondiale, che è soprattutto «umano», senza troppe distinzioni o regolamenti, che tocca sempre più persone. L’emigrazione esige soprattutto solidarietà e un po’ più di rispetto. Mattmark è un richiamo.
Giovanni Longu
Berna, 30 agosto 2017

23 agosto 2017

Italianità nel Consiglio federale (seconda parte)


I due primi consiglieri federali italofoni, Franscini e Pioda, contribuirono non solo a stringere buoni rapporti con la vicina Italia che si stava organizzando come Stato unitario, ma anche a creare le basi del futuro sviluppo della Svizzera (coesione nazionale, formazione superiore, relazioni internazionali). I successivi consiglieri federali italofoni, dopo un lungo intervallo di quasi mezzo secolo, ne seguirono la scia contribuendo notevolmente al consolidamento della Confederazione nel panorama incerto europeo.

Il disagio dei ticinesi e le accuse dei confederati
Completata la ferrovia del Gottardo (1882), iniziava la delusione dei ticinesi perché non sembrava apportare il benessere sperato. Profondamente intrisi di italianità e convinti svizzeri, i ticinesi si sentivano svantaggiati nei confronti dei «confederati» che approfittavano della ferrovia per i loro interessi, occupando in Ticino molti posti chiave. Pur essendo una esigua minoranza, si comportavano da padroni: aprivano aziende e alberghi, dirigevano gran parte dei servizi federali dislocati nel Cantone; avevano le loro associazioni, le loro scuole, i loro giornali e non mostravano alcun interesse a integrarsi.
Gli intellettuali ticinesi accusavano la Confederazione di non aver alcun riguardo della terza lingua nemmeno nei servizi federali presenti in Ticino e nella corrispondenza con le autorità cantonali. La Svizzera italiana era vistosamente sottorappresentata nelle direzioni dell’amministrazione federale e assente ormai dal 1864 dal Consiglio federale. Come se ciò non bastasse, i ticinesi venivano accusati dai confederati di essere più sensibili alla propaganda irredentista italiana che ai richiami di Berna.

Giuseppe Motta (1871-1940)

Giuseppe Motta (1871-1940)
In questa situazione, l’elezione in Consiglio federale del ticinese Giuseppe Motta (1911-1940), grande sostenitore dell’italianità del Ticino e della Svizzera, fu provvidenziale. La sua candidatura era stata sostenuta dall’opinione pubblica ticinese e confederata e la sua elezione fu interpretata come un segnale importante dell’attenzione della Confederazione alla Svizzera italiana e come una garanzia di fedeltà di quest’ultima alla patria comune. Motta appariva la personalità più idonea a rassicurare i ticinesi e a stringere i legami tra il Ticino e la Confederazione.
Oltre alle motivazioni di carattere personale e di politica interna, la candidatura di Motta assumeva in quel momento anche un significato di politica internazionale, sottolineato dall’ex consigliere federale e allora Ministro di Svizzera in Italia, G. B. Pioda. Da Roma aveva fatto sapere che l’on. Giolitti intendeva convocare le Camere verso la fine di gennaio o al principio di febbraio 1912 per discutere la convenzione con la Svizzera sulla ferrovia del Gottardo e considerava «la presenza di uno svizzero italiano nel governo federale… di capitale importanza».
In effetti, la lunga presenza di Motta in Consiglio federale è stata preziosa per la Svizzera e per i rapporti a volta difficili con l’Italia soprattutto nel periodo fascista. Comunque si giudichi l’atteggiamento di Motta nei confronti di Mussolini e del fascismo (le opinioni sono controverse), egli ha sicuramente contribuito a rafforzare la «coscienza svizzera» dei ticinesi e il sentimento di «unità nazionale» dei confederati, indebolito dai numerosi contrasti interni nel periodo tra le due guerre mondiali. Morì in carica nel 1940.

Enrico Celio (1889-1980)
Fu chiamato a succedergli un altro ticinese, Enrico Celio (1940-1950) e anch’egli si rivelò un grande difensore dell’italianità e dei buoni rapporti con l’Italia sia come capo del Dipartimento delle poste e delle ferrovie e sia, dopo le sue dimissioni dal Consiglio federale, come Ministro di Svizzera in Italia (1950-1955).
Enrico Celio (1889-1980)
Enrico Celio era convinto che la Svizzera «senza le sue minoranze latine cesserebbe d’essere quello Stato che il mondo osserva, rispetta ed anche ammira». Riteneva che l’apporto della Svizzera italiana all’insieme della Svizzera non andasse valutato solo in termini di «efficienze economiche e numeriche», ma soprattutto in termini culturali («una stirpe, un idioma ed una tradizione che furono al centro della civiltà europea») e per il patriottismo sempre dimostrato dai suoi abitanti.
Celio era anche convinto dell’importanza delle buone relazioni con l’Italia. Favorì l’accordo di immigrazione del 1948 tra la Svizzera e l’Italia e dell’elevazione della Legazione italiana in Ambasciata d’Italia a Berna (1953) e, soprattutto, aveva grande stima degli immigrati italiani. Nel corso di una cerimonia commemorativa dei 15 operai italiani e i 2 svizzeri periti durante la costruzione dei bacini idroelettrici di Robiei-Stabiascio (Canton Ticino) nel febbraio 1966, affermò che «né la galleria ferroviaria del San Gottardo nel 1872, né quella del Sempione (1905), né i ponti riallaccianti i dossi dei valloni nelle nostre valli, né i diversi manufatti su cui si snodano le nostre strade ferrate, automobilistiche, del piano ed alpine, né i muraglioni atti a raccogliere le nostre acque nei bacini delle montagne, né molte opere edili d’eccezionale o anche di minore consistenza sarebbero state materialmente realizzate senza l’apporto di lavoro e di sacrificio della mano d’opera italiana». (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 23.08.2017