02 aprile 2009

Cause di morte degli italiani in Svizzera – un indicatore dell’integrazione?

Recentemente l’Ufficio federale di statistica (UST) ha pubblicato la statistica delle cause di morte, una delle statistiche più antiche della Svizzera (esiste infatti dal 1876). Essa è un formidabile strumento conoscitivo non solo per seguire l’evoluzione delle cause di morte, ma anche per valutare lo stato attuale della salute della popolazione.
La speranza di vita aumenta per tutti
E’ interessante osservare che il numero complessivo dei decessi negli ultimi cento anni è rimasto, in cifre assolute, molto costante: 59.252 nel 1907 e 61.089 nel 2007. La costatazione è sorprendente perché nel 1907 la popolazione residente era di poco superiore ai 3,5 milioni, mentre nel 2007 era più che raddoppiata (7.593.500 abitanti). L’apparente incoerenza si spiega con l’aumento della speranza di vita e, conseguentemente, la diminuzione del tasso di mortalità (numero di morti sul totale della popolazione considerata).
La speranza di vita, che cento anni fa non arrivava a 50 anni per gli uomini ed era di poco superiore per le donne, è costantemente aumentata fino a raggiungere, nel 2007, 79,4 anni per gli uomini e 84,2 anni per le donne. Di conseguenza è costantemente diminuito il tasso di mortalità (numero di morti in rapporto alla popolazione totale).
All’inizio del secolo scorso più della metà dei decessi avveniva prima dei 50 anni, oggi l’83% dei decessi avviene dopo i 65 anni. Nel 2007, circa il 50% delle donne decedute avevano superato gli 85 anni. Persino tra gli uomini, meno longevi delle donne, oltre un quarto dei decessi è sopraggiunto dopo gli 85 anni.
Evoluzione delle principali cause di morte
Anche le cause di morte hanno subito un’interessante evoluzione. Basti pensare che agli inizi del secolo scorso si moriva soprattutto a causa di malattie infettive e parassitarie (22,3%), malattie del sistema respiratorio (15,4%), problemi cardiovascolari (13,4%), malattie dell’apparato digerente (11,3%), varie forme di cancro (7,7%), ecc. E’ anche risaputo che la mortalità nel primo anno di vita era molto elevata.
Oggi le principali cause di morte sono invece le malattie cardiocircolatorie (37%), seguite dai tumori (26%) e, sebbene a distanza, dalla demenza senile (7%). I decessi per malattie infettive (compresa l’Aids) sono ormai regrediti a poco più dell’uno per cento; quelli per malattie del sistema respiratorio rappresentano solo il 6%.
Tasso di mortalità degli italiani in Svizzera
I decessi degli italiani rientrano essenzialmente nei primi due grandi gruppi di cause menzionati prima, anche se tra svizzeri e stranieri esistono differenze.
Una prima differenza riguarda il tasso di mortalità. Nel 2007 sono deceduti 1784 italiani, un po’ meno di quanti ne morirono, per esempio, nel 1970 (1813), quando tuttavia gli italiani residenti in Svizzera erano quasi il doppio degli attuali (583.855 contro i 295 507 del 2007). Questa apparente anomalia si spiega non solo con l’aumento generale della speranza di vita tra il 1970 e il 2007, ma anche con la particolare situazione dell’immigrazione italiana in tale periodo.
Nel 1970 i decessi di italiani sarebbero stati molti di più se la fascia d’età in cui si registra il maggior numero dei decessi, ossia dopo i 65 anni, e soprattutto dopo gli 80 anni, non fosse stata particolarmente ristretta a causa dei numerosi rientri in Italia dopo il pensionamento. Ora il tasso di mortalità tende ad aumentare perché sempre più italiani restano in Svizzera dopo il pensionamento.
Principali cause di morte
Una seconda differenza riguarda alcune cause di morte. Ponendo a 100 il rapporto tra il numero dei decessi per tumore (oggi la seconda principale causa di morte) e l’intera popolazione residente, all’inizio di questo decennio il valore riguardante gli uomini italiani (106) era superiore sia a quello degli svizzeri (101) che, soprattutto, a quello degli altri stranieri (93). Questa sovramortalità degli italiani per tumore era dovuta soprattutto all’incidenza del cancro dei polmoni (molto legato alla pratica del fumo) e dello stomaco. Per le donne italiane, invece, il valore (90) risultava inferiore sia a quello delle donne svizzere (102) che a quello delle altre straniere (91).
Per i decessi a causa di malattie cardiovascolari (in particolare cardiopatie ischemiche) il valore degli italiani (84) era inferiore a quello degli svizzeri (102), ma superiore a quello degli altri stranieri (80). La situazione è analoga per le donne italiane, il cui valore (87) era inferiore a quello delle svizzere (101) e superiore a quello delle altre straniere (77). La notevole differenza tra stranieri (italiani compresi) e svizzeri è dovuta soprattutto al fatto che in questo gruppo dominano i decessi degli ultraottantenni.
Nel gruppo dei decessi a causa di malattie infettive, pur non avendo ormai grande incidenza sul numero complessivo dei decessi, era particolarmente significativo il divario tra i valori riguardanti le donne italiane (147) e quelli delle donne svizzere (100) e anche delle altre straniere (103). Per gli uomini italiani (117) quel valore era meno significativo sia rispetto agli svizzeri (100) che rispetto agli altri stranieri (99).
Guardando al futuro
Le differenze alle quali si è accennato, soprattutto tra italiani e svizzeri, tenderanno a ridursi e sarà sempre più difficile riscontrare differenze sia sul tasso di mortalità che sulla speranza di vita e sulle cause di morte. Anche questo è un indice significativo del progressivo e costante avvicinamento delle condizioni di vita e di morte delle due popolazioni e di una sorta di «integrazione compiuta». Se questa tendenza proseguirà, c’è da credere ai demografi dell’Ufficio federale di statistica, che per il 2050 hanno previsto per gli abitanti della Svizzera una speranza di vita alla nascita di ben 85,0 anni per gli uomini e 89,5 anni per le donne. Chi vivrà vedrà.
Giovanni Longu
Berna 2.4.2009






27 marzo 2009

Diritto di voto all’estero

Capisco l’indignazione del direttore del portale «Politicamente corretto», Salvatore Viglia, perché a una sua lettera aperta ai 18 eletti all’estero gli hanno tutti risposto picche. Ma perché stupirsi? In certo senso la mancata risposta o una risposta generica andava data per scontata, data la materia e dati gli interlocutori.
Con quella lettera era come se si volesse un atto di ammissione che la loro elezione era frutto di un errore se non addirittura di un inganno. E’ vero che in quella lettera senza risposta si chiedeva agli interpellati di farsi promotori di «una legge che consentisse agli italiani all’estero di poter votare per corrispondenza a tutti gli appuntamenti elettorali in Italia», ma implicitamente si chiedeva anche l’abolizione e quantomeno la revisione dell’attuale legge elettorale per gli italiani all’estero.
Per una strana distrazione o espressa volontà del legislatore (ma si tratta comunque di un travisamento delle iniziali richieste degli italiani all’estero che volevano semplicemente il diritto di voto per corrispondenza) l’attuale legge non consente infatti agli italiani all’estero di poter eleggere per corrispondenza o con voto elettronico candidati residenti in Italia nella propria (nel senso della residenza AIRE) circoscrizione nazionale, in alternativa ai candidati della Circoscrizione Estero.
V’immaginate cosa succederebbe se questa possibilità esistesse? Quante probabilità avrebbero gli attuali eletti di essere rieletti? Non deve dunque meravigliarsi il direttore Viglia delle mancate risposte. Con questo non voglio dire che la sua richiesta non sia legittima e giudiziosa. Lo è e come! E mi auguro che il tema venga tenuto vivo fin quando a decidere non sia l’intero parlamento italiano.
In più occasioni ho detto e scritto che la Circoscrizione Estero è di per sé un’anomalia e lo sarà ancora di più quando si dovrà davvero ridurre l’elefantiaco apparato legislativo italiano. Che senso avrebbe disporre a Roma di uno o due rappresentanti per continente? Già attualmente, chi conosce i 18 eletti all’estero e chi rappresentano veramente ? E chi conoscerebbe gli eventuali 9-10 rappresentanti superstiti? E soprattutto, chi rappresenterebbero?
Credo che il problema del diritto di voto e di rappresentanza degli italiani all’estero non sia ancora risolto e francamente mi stupisce che nei vari portali Web e nella stampa italiana all’estero l’attenzione al riguardo sia molto discontinua. Senza una discussione disinteressata e approfondita c’è il rischio che gli italiani all’estero continuino a subire chi sa fino a quando un tipo di rappresentanza che è assolutamente inadeguata e autoreferenziale.
Mi auguro che i vari portali e organi di stampa si facciano promotori di una discussione su tutte le attuali forme di rappresentanza per individuare alcuni, pochi, modelli di rappresentanza. Solo alla luce di modelli accettabili e condivisi, e non viceversa come sta accadendo, si potranno prendere in esame le proposte di legge (qualcuna per altro confusa e mal congegnata sotto il profilo tecnico-giuridico), che cominciano a circolare. E’ una questione di logica: prima si discute il modello e poi si fa la legge.
Giovanni Longu
Berna 27.3.2009

08 marzo 2009

In Svizzera ancora lontana la parità donna-uomo

Negli ultimi decenni, la donna ha fatto in Svizzera enormi progressi verso la piena parità con l’uomo in campo politico, formativo, professionale e salariale; ma l’uguaglianza è ancora lontana. Alcuni dati recenti dell’Ufficio federale di statistica (UST) lo confermano.
Arrivata tardi al diritto di voto rispetto alle donne degli altri Paesi vicini, la donna svizzera è oggi ben inserita nella politica locale e federale. Tre su sette consiglieri federali sono donne. Sfiora il 30% la presenza femminile nel Consiglio nazionale e il 22% nel Consiglio degli Stati; nei parlamenti cantonali supera il 26%, mentre negli esecutivi cantonali si ferma al 20,5%. Nel confronto internazionale, la quota di donne nel parlamento federale è di poco inferiore a quella della Germania, ma di gran lunga superiore a quella ad es. di Italia e Francia.
In campo formativo si osserva la maggiore discrepanza tra uomo e donna. Le donne sono infatti la grande maggioranza (63,5%) di quanti concludono la loro formazione con la scuola dell’obbligo e sono in minoranza (40,4%) tra coloro che acquisiscono un titolo universitario. Nella formazione di terzo grado (universitaria) le donne presentano un alto grado di interruzione degli studi: sono infatti più numerose degli uomini tra i nuovi iscritti agli istituti universitari (ad eccezione degli indirizzi tecnico-scientifici, dove le donne sono particolarmente sottorappresentate), ma sono relativamente poche quelle che raggiungono il traguardo. Occorre dire, tuttavia, che la quota di diplomi universitari conseguiti dalle donne è in costante aumento, riducendo sempre più lo scarto che le separa dagli uomini.
Le donne si posizionano meglio degli uomini solo nelle formazioni generali di secondo grado superiore (licei) e nelle formazioni universitarie nei comparti della preparazione degli insegnanti, del lavoro sociale, della salute, delle arti (musica, teatro, design), della linguistica applicata ecc.
E’ interessante osservare che nel settore dell’insegnamento la presenza delle donne diminuisce col crescere del grado d’insegnamento. Così, se le donne insegnanti sono il 95,2% nel grado prescolare (asili) e il 78,8% nelle scuole primarie (elementari), la loro quota scende al 50,5% nel grado secondario inferiore (scuola media) per ridursi al 37,6% nelle scuole universitarie professionali e al 34,1% nelle università e politecnici federali. Anche al riguardo, tuttavia, va osservato che le donne sono in costante progressione.
In campo professionale, il lavoro femminile è generalmente più «precario». Nel lavoro a tempo parziale le donne occupano una posizione assolutamente preponderante (79,1%), mentre nel lavoro a tempo pieno sono una minoranza rispetto agli uomini (solo il 29,3%).
Nelle funzioni dirigenziali le donne sono nettamente meno presenti degli uomini. Gli ostacoli alla carriera professionale delle donne sono noti, per cui molte di esse vi rinunciano prima ancora di tentare. Altre sono «costrette» a rinunciarvi per dedicarsi a compiti domestici ed educativi e altre ancora preferiscono accettare fin dall’inizio un impiego di grado inferiore a quello che le consentirebbe la formazione acquisita. Nel 2004, in campo scientifico, solo il 62 per cento delle donne in possesso di un diploma universitario occupava una posizione in linea con la propria formazione. Si trattava comunque di una percentuale superiore alla media europea (UE25) del 56%.
A differenza di qualche decennio addietro, oggi tuttavia la donna ha raggiunto un buon livello di rappresentanza (34,2%) nei consigli di amministrazione e nelle funzioni dirigenziali.
Ancora lontana è la parità salariale tra uomo e donna. La differenza a favore dell’uomo si aggira attorno al 20%. Secondo l’UST, nel 2006 il salario mensile lordo standardizzato delle donne nel settore privato era di 4875 franchi contro i 6023 franchi degli uomini, il che corrisponde a una differenza del 19,1%. Lo strano è che anche nel settore pubblico della Confederazione si osservava una differenza notevole vicina al 13%. Nel settore pubblico cantonale lo scarto salariale tra uomini e donne era addirittura del 18,8%. Vale tuttavia anche qui l’osservazione che il divario tende col tempo a diminuire (nel 1994 era ancora del 23,8%).
In campo sociale, soprattutto nella vita familiare, nel lavori domestici e nel volontariato le differenze sono ancora notevoli. Mentre per l’uomo la scelta tra famiglia e lavoro va nettamente a favore di quest’ultimo, per la donna resta sempre difficile conciliare famiglia e professione. I lavori domestici e la cura dei figli incombono ancora principalmente sulla donna, anche se l’uomo vi partecipa sempre più. La donna è inoltre più presente dell’uomo nel volontariato. Sarà per la maggiore sensibilità delle donne e per la loro innata generosità, o sarà, anche, per la vigliaccheria di molti uomini, sta di fatto che a curare gli ammalati, le persone anziane, i bisognosi sono enormemente più le donne degli uomini.
La festa della donna, l’8 marzo, più che un’occasione per regalare alle donne mimose e omaggi effimeri, dovrebbe essere l’occasione per dire loro di cuore un bel grazie per la loro insostituibile presenza, per la bellezza che esprimono nel mondo, per la bontà che sanno diffondere meglio degli uomini, per la loro inesauribile generosità nell’ambito della famiglia e nella società. Grazie donne!
Giovanni Longu
Berna, 7.3.2009

18 febbraio 2009

Rapporti italo-svizzeri in «salsa ticinese»

Dopo la votazione dell’8 febbraio scorso, gran parte delle analisi politiche hanno messo in rilievo la maturità e l’intelligenza del popolo svizzero, che non si è lasciato influenzare dalle voci che preconizzavano un aggravarsi della situazione occupazionale in seguito alla crisi internazionale.
A votare controcorrente sono rimasti solo quattro Cantoni: Svitto (56,6%), Appenzello interno (53,4%), Glarona (51%) e Ticino (65,8%). Il loro voto negativo era prevedibile, ma dal Ticino non ci si attendeva un no così netto. Per questo le analisi del voto antieuropeo si sono concentrate soprattutto sul no ticinese. Se ritorno sull’argomento (v. L’ECO dell’11.2.2009) è per chiarire ulteriormente alcuni aspetti della posizione singolare del Ticino.
Il giorno stesso delle votazioni, appena noti i risultati, mi ha sorpreso la grande convergenza di opinioni trasversali a tutti i partiti, che individuavano nell’inosservanza della «reciprocità» dei Bilaterali da parte italiana una delle principali ragioni del no ticinese. Continuo infatti a chiedermi quanti ticinesi fossero al corrente di questa inadempienza italiana e quanti ticinesi siano stati discriminati finora nel tentativo di esercitare un lavoro in Italia. E’ sicuramente vero che alcune ditte svizzere hanno incontrato difficoltà a partecipare alle gare d’appalto, ma quante siano nessuno lo sa. Quanto ha veramente pesato questa incertezza sull’esito del voto ticinese?
Si è detto che il no del Ticino alla libera circolazione delle persone dell’Unione Europa provenienti anche da Bulgaria e Romania esprimesse una grande paura di essere ancor più «invasi» da stranieri. Ma quanti sono, finora, i ticinesi che hanno perso il posto di lavoro a causa degli stranieri? Si tratta di un’ipotesi realistica o di una paura strumentale per altri fini, soprattutto di politica interna ticinese? Se all’elettorato ticinese si fosse chiarito dove vengono impiegati gli stranieri, soprattutto i frontalieri, forse l’atteggiamento di voto sarebbe stato diverso. E’ innegabile infatti che la manodopera meno qualificata occupa principalmente posti non più ambiti dai ticinesi e i superqualificati o i liberi professionisti vengono in Ticino solo se trovano la «domanda» corrispondente. Il discorso vale, a maggior ragione, quando si tratta di imprese italiane che operano sul territorio cantonale.
Un altro tentativo di spiegare il no ticinese fa riferimento alla paura della pressione sui salari da parte della concorrenza straniera-italiana. Anche questo argomento mi sembra molto fragile. La pressione sui salari, come ho già avuto occasione di dire, non la fanno i salariati ma il mercato del lavoro. In un regime di libera concorrenza – e la Svizzera ne è una strenua difensora – non c’è spazio per il protezionismo. Incolpare i lavoratori (italiani) se percepiscono salari che non rispettano le condizioni contrattuali è semplicemente ingiusto, semmai sono da incolpare quei datori di lavoro che non le rispettano e propongono e impongono ai lavoratori salari più bassi di quelli usuali. Se si dovesse considerare «sleale» la concorrenza italiana, come bisognerebbe qualificare chi se ne serve per ottenere grandi profitti?
Mi sembra condivisibile la lettura del no ticinese come un segnale lanciato a Berna, soprattutto alla luce di quanto hanno dichiarato mi pare tutti i deputati e senatori ticinesi all’indomani del voto e soprattutto i rappresentanti della Lega, i principali sostenitori del no. E’ sicuramente un segnale forte, ma non credo che Berna sia in grado di trovare (da sola) gli antidoti necessari a sanare il disagio del Cantone italofono. Il Consiglio federale potrà forse intervenire (se dispone della documentazione giusta!) per garantire da parte dell’Italia la reale reciprocità degli Accordi bilaterali, ma non potrà certo innalzare lungo la frontiera italo-svizzera barriere tali da impedire la libera circolazione delle persone.
Oltretutto, nelle controversie internazionali bisogna andare cauti. Per questa ragione, alla richiesta del Cantone Ticino di rinegoziare con l’Italia la questione delle imposte prelevate ai frontalieri, il Consiglio federale ha già fatto sapere che riaprire le trattative potrebbe portare a un peggioramento della situazione. Talvolta si dimentica che certi problemi si risolvono meglio con la trattativa e la collaborazione che con i contenziosi.
Il Ticino deve cercare di risolvere i propri problemi contando soprattutto sulle proprie forze. Il no all’estensione della libera circolazione a Romania e Bulgaria non era probabilmente solo un segnale indirizzato a Berna, «colpevole» di essere troppo lontana e disattenta al lembo meridionale della Svizzera, ma anche rivolto a Bellinzona, al governo ticinese, «incapace» di farsi portavoce del disagio della popolazione. Piove, o minaccia di piovere? Governo…!
Credo infine che i ticinesi non debbano guardare gli italiani e i lombardi solo come concorrenti, ma anche come partner. Il mercato lombardo è vitale per il Ticino, a tal punto che la Lombardia potrebbe sicuramente fare a meno del Ticino, ma non sarebbe possibile il contrario. Non bisognerebbe inoltre dimenticare che all’Italia e alla Lombardia il Ticino deve molto della sua prosperità raggiunta in pochi decenni.
Per concludere vorrei citare l’ex consigliere nazionale Adriano Cavadini, che in un commento articolato alla recente votazione ha scritto riguardo ai rapporti tra il Ticino e l’Italia:
«Si è dimenticato troppo facilmente che il benessere economico, di cui beneficia tuttora il nostro Cantone, proviene in gran parte dalla vicinanza con l’Italia. La nostra industria e numerose aziende dell’edilizia e di servizio, ad esempio nella sanità (ospedali, case per anziani), non sarebbero in grado di produrre e funzionare senza la preziosa collaborazione dei lavoratori italiani residenti e dei moltissimi frontalieri. La piazza finanziaria ticinese deve gran parte del suo sviluppo alla vicinanza dell’Italia. Molti commerci vivono grazie agli acquisti della clientela italiana. Negli ultimi trent’anni infine decine di imprenditori italiani si sono stabiliti nel Ticino, aprendovi importanti iniziative nell’industria, nei servizi e nel commercio, spesso facendo del nostro cantone una importante sede strategica per le loro attività a livello internazionale. Diversamente da loro si comportarono dirigenti d’oltre Gottardo che sovente, quando le condizioni cambiavano, decisero di ridurre e chiudere le filiali presenti nel Ticino. Per una valutazione oggettiva dei nostri rapporti con l’Italia questi essenziali elementi positivi non possono essere semplicemente ignorati».
Giovanni Longu
(L’ECO 18.2.2009)

20 gennaio 2009

Non è triste essere italiani in Svizzera

Prendo in prestito, con una leggera modifica, il titolo di un articolo che scrisse molti anni fa un amico giornalista. Riferendosi alla situazione migratoria italiana nel mondo scriveva: «non è triste essere un italiano che vive all’estero», presupponendo che la condizione di immigrato fosse vissuta come lo stato d’animo di chi si sente «cittadino del mondo».
Limitandoci alla sola Svizzera, dove risiede oltre mezzo milione d’italiani, e dando per scontato quel presupposto, l’affermazione di quel mio amico mi pare ampiamente condivisibile.
In questo Paese, infatti, la grande maggioranza degli italiani immigrati e la quasi totalità delle seconde e soprattutto delle terze generazioni hanno trovato il loro domicilio stabile e il luogo dei loro principali interessi, anche affettivi. Ormai, per la collettività italiana immigrata o con origini migratorie, la condizione legata direttamente o indirettamente all’immigrazione non è più vissuta in maniera traumatica o di forte disagio psicologico a causa della lontananza e della nostalgia.
L’emigrazione e la vita in Svizzera non sono più, come spesso lo è stato in passato, una sorta di esilio in Babilonia – per usare un’immagine biblica – dove non si smetteva di piangere al ricordo di Sion. No, la Svizzera non è (più) un luogo di pena, ma è per la stragrande maggioranza degli italiani qui residenti un Paese accogliente, che offre anche all’emigrato molte opportunità di riuscita.
E’ evidente che anche tra gli italiani ci sono le eccezioni. Ma con tutto il rispetto che si deve a chi soffre e a chi non ha ancora superato le difficoltà dell’integrazione sostanziale e di un sereno equilibrio, non v’è dubbio che, in generale, gli italiani in Svizzera non hanno motivo per essere tristi a causa della loro condizione migratoria.
Da alcuni decenni, ormai, la decisione di emigrare o di restare in questo Paese, anche dopo il pensionamento, è una scelta personale. Il regime di libera circolazione introdotto da anni, ha eliminato se non tutte almeno le principali ragioni che facevano ritenere la migrazione una specie di condanna o di maledizione o comunque una condizione molto penosa. Oggi, in generale, chi resta in Svizzera non è triste a causa della sua origine.
Eppure, durante l’anno appena trascorso, alcuni personaggi di spicco non hanno fatto altro che preannunciare disagi e disgrazie, come se la mannaia dei tagli governativi e il disinteresse della politica italiana fossero davvero in grado di travolgere tutto e tutti. L’idea di una Roma-dipendenza degli italiani in Svizzera è una sottovalutazione delle potenzialità di questa collettività che in buona parte si è fatta da sé e trova nello Stato italiano solo un sostegno sussidiario al proprio sviluppo, non la spinta vitale. Non hanno dunque motivo, i predicatori più pessimisti, di essere tristi e indurre tristezza.
Certo, in una realtà come quella svizzera, anche timori e preoccupazioni hanno la loro ragion d’essere. Ma nella valutazione complessiva di ombre e luci, queste prevalgono nettamente sulle prime. E poi, gli italiani hanno sempre dimostrato di sapersela cavare anche nelle peggiori situazioni. Se lo vorranno, potranno conservare e magari rafforzare la loro italianità, nonostante la crisi e i sussidi romani.
Dovrebbero prenderne atto anche gli onorevoli eletti in Svizzera e i membri del CGIE. Battersi per una causa giusta anche se concerne un numero limitato di persone è sacrosanto, generalizzare e amplificare situazioni particolari è irresponsabile e demagogico. Se poi, invece di cavalcare il disagio e la protesta, fossero più presenti tra i loro elettori e più produttivi di idee e stimolatori di iniziative, anche a carattere volontaristico, si renderebbero conto che le loro energie sarebbero mille volte meglio investite. E proprio in questo lavoro utile e fruttuoso troverebbero anch’essi buone ragioni per non essere tristi.
Certo, molte notizie che giungono ogni giorno dall’Italia non sono di quelle che sollevano il morale. Ferisce nel profondo gli italiani dell’estero sentir parlare ancora di mafia, corruzione, evasione, conflitti d’interesse, mala sanità, politica scalmanata e inconcludente, povertà in aumento, delinquenza diffusa e chi più ne ha più ne metta. Ma è proprio nei momenti di crisi che bisogna dar prova di ottimismo, non di abbattimento.
Tanto più che i motivi di speranza, pensando all’Italia, sono ben più consistenti delle ragioni del dubbio e dello scoramento. Basterebbe la considerazione che il popolo italiano è pieno di risorse, intraprendente, fondamentalmente ottimista, solare come il cielo che lo ricopre e aperto come il bel mare che lo avvolge, per rincuorarsi ed eliminare la tristezza.
Non ha ragione di essere triste, posto che lo sia, l’Ambasciatore d’Italia a Berna perché può senz’altro andar fiero di essere il primo cittadino di una comunità che tutto sommato fa onore all’Italia per la sua laboriosità, per la sua capacità di riuscita, per i traguardi raggiunti. E anche se all’orizzonte fa capolino di tanto in tanto qualche nube oscura, portatrice di qualche rivendicazione o contestazione indesiderata, potrebbe al massimo preoccuparsi ma non dovrebbe certo essere triste. Non basta una nube per turbare la tradizione consolidata dei buoni rapporti italo-svizzeri.
Non hanno ragione di essere tristi nemmeno quanti si erano a suo tempo mobilitati contro la chiusura del Consolato d’Italia a Berna, situato alla Belpstrasse 11. E’ vero, è stato trasformato in Cancelleria consolare, ma a parte il cambiamento del nome, i servizi consolari continuano ad essere erogati come prima e nella stessa sede. E chi ha ancora bisogno di rinnovare il passaporto o farsi fare una procura e quant’altro si faceva al Consolato fino al 30 novembre scorso, può continuare a recarsi negli stessi uffici, allo stesso indirizzo, per avere gli stessi servizi.
Questa sostanziale continuità dei servizi consolari di Berna potrebbe essere un buon motivo per essere un po’ più ottimisti anche riguardo ad altri campi, come quello della scuola e della cultura, su cui sembrano addensarsi nuvole minacciose. Perché non dar prova, anche in questi campi, di consolidate virtù italiche quali la speranza, la tenacia, la ricerca di alternative, la solidarietà, l’intraprendenza personale e collettiva?
Tutti dunque felici e contenti? Non esageriamo. Nessuno sa che sorprese ci riserva il 2009. Ma proprio per questo, guai abbandonarsi alla tristezza. E’ sempre meglio la speranza!
Giovanni Longu
Berna 20.1.2009

19 gennaio 2009

La Svizzera riconosca i propri figli «stranieri»!

I tempi della politica sono generalmente lunghi, in Svizzera forse ancora più che altrove, ma prima o poi i risultati arrivano. Sarà così anche per la naturalizzazione «automatica» della terza generazione? Speriamo, ma intanto si può già registrare il successo ottenuto nelle scorse settimane da una iniziativa parlamentare che, pur non chiedendo l’attribuzione automatica della cittadinanza svizzera agli stranieri di terza generazione, intende facilitarne l’acquisizione a semplice richiesta.
Nel giugno 2008, la consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra depositò al Consiglio nazionale una iniziativa, sottoscritta da altri 49 consiglieri, di questo tenore: «La terza generazione di stranieri stabilitisi in Svizzera deve poter ottenere la cittadinanza su richiesta dei genitori o dei diretti interessati».
A prima vista l’obiettivo potrebbe sembrare ben poca cosa. Infatti già ora le persone straniere di terza generazione possono richiedere la naturalizzazione tramite i loro genitori (nel caso di figli minorenni) o direttamente (se maggiorenni), ma senza garanzia di successo e attraverso una complessa procedura. L’iniziativa, invece, mira a superare questa semplice «possibilità», introducendo il «diritto» alla naturalizzazione a semplice richiesta dei genitori o degli stessi interessati.
Per capire meglio la portata dell’iniziativa, basta leggere la motivazione della combattiva consigliera nazionale Ada Marra a giustificazione della sua richiesta:
«La Svizzera deve riconoscere i propri figli e smettere di chiamare "straniere" persone che non lo sono. Infatti, le persone nate in Svizzera da genitori nati in Svizzera da genitori che hanno soggiornato per oltre 20 anni in Svizzera non sono più straniere: la maggior parte di loro conosce solo vagamente la lingua degli avi e non superebbe mai un esame linguistico teso a determinare se sono integrati nel Paese di cui hanno la cittadinanza. Le persone della terza generazione hanno solo legami di carattere turistico e simbolico con il Paese mitico degli avi e hanno invece le radici in Svizzera, indipendentemente dalla realtà in cui vivono e dal loro livello socioeconomico. Sono il prodotto della realtà elvetica. (…) La Svizzera è un Paese di immigrazione. Ma non si può certo parlare di immigrati quando siamo alla terza generazione che sta per mettere al mondo la quarta».
Prima di gridare «hurrà» è ovviamente indispensabile attendere che il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati si pronuncino definitivamente sull’iniziativa e soprattutto aspettare di conoscere come si tradurrà nella relativa legge. Dovrà dunque passare ancora parecchio tempo, purtroppo, prima che l’iniziativa Marra diventi legge dello Stato. E’ tuttavia importante che essa abbia già superato brillantemente gli scogli sia della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale che della corrispondente commissione del Consiglio degli Stati.
Queste approvazioni intermedie (fra l’altro a larga maggioranza) sono beneauguranti perché stanno ad indicare l’interesse del Parlamento a trovare una soluzione praticabile ad un problema che si trascina praticamente da oltre cent’anni.
Già verso la fine dell’Ottocento, infatti, quando in Svizzera la proporzione degli stranieri superava di poco il 10 per cento, molti politici, amministratori e intellettuali ritenevano che fosse un errore e una grave perdita considerare «straniere» persone nate e cresciute in questo Paese da genitori che vi si erano stabiliti definitivamente. Finirono per convincersene anche i deputati e senatori di Berna, tanto è vero che nel 1903 il parlamento federale approvò una legge che lasciava ai Cantoni la libertà di concedere automaticamente la nazionalità agli stranieri nati in Svizzera da genitori domiciliati.
Purtroppo nessun Cantone intese avvalersi di questa possibilità e quella legge finì per decadere. Ma il problema è rimasto ed è stato affrontato in più occasioni dal parlamento e dal popolo svizzero, ma senza mai concluderlo con una buona soluzione. Purtroppo, con motivazioni che sarebbe troppo lungo riprendere in questa sede, la maggioranza degli elettori ha sempre preferito mantenere una proporzione elevata di stranieri piuttosto che introdurre il diritto alla naturalizzazione, sia pure a condizioni minime indispensabili e valide per tutti e ovunque. In tal modo, non solo si sarebbe eliminata l’anomalia di cui parla la consigliera Marra, ma si sarebbe dato un decisivo contributo alla soluzione del «problema degli stranieri» e dell’«inforestierimento», che da oltre cent’anni pervade con pochi intervalli la politica svizzera in materia di stranieri.
Può darsi che l’iniziativa Marra, situandosi a metà strada tra la prassi attuale e la naturalizzazione automatica (bocciata l’ultima volta nel 2004 dal popolo svizzero), abbia successo non solo nel Parlamento ma anche, eventualmente, nell’elettorato.
A giustificare un certo ottimismo c’è anche il fatto che sono ormai in molti, probabilmente la maggioranza del popolo svizzero, a ritenere anacronistico che uno Stato democratico ed evoluto come la Svizzera, sempre più integrato in un’Europa della «libera circolazione delle persone», continui a considerare «straniere» persone che sono ormai tali solo sulla carta, mentre nella vita quotidiana, nei rapporti sociali e professionali, sono profondamente «svizzere». Diventa sempre più incomprensibile che non si trovi la maniera di considerare questi «stranieri di carta» (come li ha definiti qualche anno fa il Consigliere federale Moritz Leuenberger, «Papier-Ausländerinnen und –Ausländer») cittadini svizzeri a tutti gli effetti, dotati anche dei diritti politici.
Giovanni Longu
Berna 19.01.2009

01 dicembre 2008

Integrazione e matrimoni misti

Il tema dell’integrazione, in Svizzera come in Italia, è di grande attualità anzitutto perché è cresciuta in questi ultimi anni la sensibilità sociale per il fenomeno migratorio e la comprensione delle sue cause e delle sue finalità. Al tempo stesso si vogliono evitare per quanto possibile nei nuovi arrivati sentimenti di frustrazione e d’isolamento dovuti alle inevitabili difficoltà del primo impatto, spesso traumatico, in un Paese nuovo. Non da ultimo, facendo tesoro di esperienze negative del passato, si vorrebbe non dare adito a sentimenti xenofobi, che purtroppo sono sempre latenti, anche nelle migliori società.
All’integrazione sono dedicati ormai centinaia di studi e ricerche, per capirne la dinamica naturale più che per escogitare ricette. Anche recentemente a Roma è stato organizzato al Senato un convegno, in cui è stata presentata fra l’altro l’esperienza svizzera. Per quanto si legga, si ascolti e si ricerchi, non sarà tuttavia mai possibile capire fino in fondo i meccanismi che producono l’integrazione e quindi arrivare a definirla.
In questa materia sono pertanto legittime molteplici opinioni. Quando si parla d’integrazione, bisognerebbe tuttavia cercare di uscire dal vago e dal troppo teorico. L’integrazione è infatti qualcosa di molto reale, visibile e persino «misurabile», naturalmente tenendo presente che non si tratta di un fenomeno fisico, ma di un modo di relazionarsi con un Paese e soprattutto con i suoi abitanti. Non si tratta quindi solo in uno «stato d’animo», ma di comportamenti.
Nel breve spazio disponibile è impossibile affrontare da vicino questo problema, ma vorrei accennare solo a un indicatore misurabile dell’integrazione, che mi pare alquanto trascurato da molti studi e convegni, quello dei matrimoni misti. Detto semplicemente, in una comunità emigrata, quanto più alta è la frequenza dei matrimoni misti tanto maggiore è l’integrazione.
I matrimoni misti sono un indice d’integrazione perché essi suppongono in generale un buon livello di comunicazione con la popolazione locale e quindi una conoscenza del Paese ospite, delle sue istituzioni e delle sue consuetudini.
Osservando la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera è facile trovare una sorta di conferma di quanto appena detto. E’ noto che fino a pochi decenni orsono gli italiani residenti stabilmente non s’integravano, se non in misura molto ridotta, tanto è vero che erano in pochi a chiedere la naturalizzazione e relativamente pochi erano i matrimoni misti. Le ragioni erano molteplici, ma una era sicuramente la scarsa conoscenza della lingua locale (almeno nella Svizzera tedesca) e quindi la mancanza di comunicazione.
Va aggiunto che fino agli anni Settanta, né le istituzioni ufficiali né le grandi associazioni storiche facevano alcunché per favorire l’integrazione. In uno studio dei primi anni Settanta si trova questa testimonianza: «Non esistono praticamente rapporti tra italiani e svizzeri, se si escludono quelli puramente formali derivanti dai contatti quotidiani sui luoghi di lavoro, e dal vivere nella stessa città. Italiani e svizzeri, pur lavorando nelle medesime fabbriche, abitando talvolta fianco a fianco, usando gli stessi servizi e infrastrutture, si ignorano reciprocamente, svolgendo vite parallele, ma completamente separate. (…) Le discriminazioni non avvengono con limitazioni e prescrizioni, ma piuttosto in modo automatico, per cui alcuni quartieri, locali, abitazioni diventano “per italiani” e non vengono frequentati dagli svizzeri e viceversa. Da ambo le parti si riscontra la tendenza a mantenere le proprie caratteristiche ed abitudini, senza sentire l’esigenza di un interscambio ed anzi l’un gruppo etnico guardando con un certo senso di fastidio l’altro. Tale situazione è accettata come un dato di fatto dalle associazioni che non pensano di avere la forza sufficiente per mutarla, essendo essa troppo generale e diffusa e affondando le proprie radici in un costume generale e ormai consolidato» (De Marchi, 1972).
Dagli anni Settanta, quando sia la politica svizzera che quella italiana, insistono sulla necessità dell’integrazione soprattutto dei giovani della seconda generazione, cominciano a cadere molti pregiudizi e ostacoli, comincia la comunicazione e i progressi verso una effettiva integrazione in campo scolastico (quindi anche linguistico), sociale e professionale sono sempre maggiori. Aumentano notevolmente anche le naturalizzazioni e i matrimoni misti.
I cittadini italiani che chiedono la naturalizzazione svizzera sono relativamente pochi fino alla fine degli anni Sessanta, superando una sola volta, nel 1969 la soglia di 2000. Dagli anni Settanta in poi la tendenza è sempre all’aumento, tenendo ovviamente presente che la popolazione con la sola cittadinanza italiana diminuisce costantemente. Nel 1977 si è toccato per la prima volta il record di 5434 naturalizzazioni, che sarà poi superato nel 2000 con 6652 naturalizzazioni.
Per quanto riguarda i matrimoni misti (italiano/a-svizzera/o), le statistiche parlano chiaro. Se fino agli anni Sessanta i matrimoni tra svizzeri e italiani sono inferiori a quelli tra coniugi entrambi italiani, le proporzioni cominciano a invertirsi già dal 1970 (51,3% contro il 48,7%). Nel 1980 tali proporzioni diventeranno rispettivamente del 66,5% e 33,5%, nel 1990 del 67,2% e 32,8%, nel 2000: 76% e 24%, nel 2007: 83% e 17%.
Questi dati si commentano da sé. Occorre tuttavia avvertire che si riferiscono a italiani con la sola cittadinanza italiana. Se venissero inclusi nella statistica anche i doppi cittadini, le proporzioni sarebbero ancor più significative.
Se all’inizio del secolo scorso si parlava di una «questione degli italiani» (Italienerfrage) e di «inforestierimento» (intendendo soprattutto gli italiani) perché non erano affatto integrati, oggi gli italiani non pongono alcuna questione e il livello d’integrazione è quasi totale, a parte l’esercizio dei principali diritti politici. Una conquista ancora da realizzare, ma è solo questione di tempo.
Giovanni Longu
Berna 1.12.2008

09 ottobre 2008

UNITRE-Svizzera: centri di sapere e di comunicazione

Da alcuni anni l’UNITRE o Università delle Tre Età si presenta come un’opportunità di apprendimento e di socialità per chiunque voglia raccogliere una sfida tra le più moderne, soprattutto quando ci si trova per un’infinità di ragioni in una condizione d’isolamento o di limitatezza di rapporti sociali. Questa sfida si chiama “comunicazione”.
La nostra società è denominata “società dell’informazione” perché siamo letteralmente bombardati da un’infinità d’informazioni. Basti pensare ai quotidiani gratuiti, alla radio e alla televisione e da qualche tempo alle più sofisticate tecnologie telematiche (soprattutto Internet) che facilitano la diffusione delle informazioni di ogni genere. Quanto più cresce l’informazione, tanto meno tempo riserviamo alla comunicazione interpersonale. Se l’espressione “società dell’informazione” compare circa mezzo milione di volte in Internet, l’espressione “società della comunicazione” vi compare solo poche migliaia di volte e spesso come sinonimo della prima. La comunicazione è veramente in crisi.
Sotto questo profilo, i corsi offerti dall’UNITRE rappresentano una sfida e un’opportunità perché oltre che informazioni offrono occasioni intelligenti d’incontro e di comunicazione. Essi non servono esclusivamente o principalmente a elargire conoscenze, ma devono essere soprattutto occasioni di scambio e di dialogo interpersonale, interculturale e possibilmente intergenerazionale e persino interetnico. Impostati in questo modo, ponendo al centro l’interesse culturale e sociale dei partecipanti, dovrebbero essere un’opportunità da non perdere.
Quando esattamente tre anni fa, l’8 ottobre 2005, venne inaugurata la prima sede dell’Università delle tre età a Lucerna, a giusta ragione gli inizianti affermarono che il centro d’interesse dell’UNITRE, dei suoi corsi e delle varie attività connesse dev’essere sempre l’uomo, nel suo bisogno naturale di conoscere, di situarsi nel mondo, di relazionarsi con altre persone di culture, lingue, religioni, età diverse. Non per nulla nel logo dell’UNITRE alla U stilizzata è affiancata in basso a destra la lettera E con soprastante la cifra romana III che stanno per: Universalità, Umanità, Umiltà e Unione delle Tre Età.
Mentre in questo periodo stanno per concludersi le iscrizioni nelle varie sedi ormai numerose in Svizzera (consultare al riguardo il sito Internet: www.unitre.ch), c’è da augurarsi che i corsi vengano ben frequentati, anche se probabilmente, e come è giusto che sia, saranno più frequentati quelli che meglio rispondono alle problematiche maggiormente sentite e che insieme all’arricchimento personale favoriscono anche la comunicazione e il dialogo.
Giovanni Longu
Berna, 8.10.2008

21 luglio 2008

Rapporti italo-svizzeri: 140 anni di stretta collaborazione

Il 22 luglio 1868 veniva firmato il primo trattato di collaborazione in materia di emigrazione tra l’Italia e la Svizzera. Quell’accordo, denominato «Convenzione di stabilimento fra la Svizzera e il Regno d’Italia», oltre a dichiarare «amicizia perpetua e libertà reciproca di domicilio e commercio» tra la Svizzera e l’Italia, prevedeva che in ogni Cantone della Confederazione Svizzera, «gli Italiani saranno ricevuti e trattati riguardo alle persone e proprietà loro sul medesimo piede e nella medesima maniera come lo sono o potranno esserlo in avvenire gli attinenti degli altri Cantoni. E reciprocamente gli Svizzeri saranno in Italia ricevuti e trattati riguardo alle persone e proprietà loro sul medesimo piede e nella medesima maniera come i nazionali. Di conseguenza, i cittadini di ciascuno dei due stati, non meno che le loro famiglie, quando si uniformino alle leggi del paese, potranno liberamente entrare, viaggiare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte dei territorio, senza che pei passaporti e pei permessi di dimora e per l’esercizio di loro professione siano sottoposti a tassa alcuna, onere o condizione fuor di quelle cui sottostanno i nazionali».
I rapporti italo-svizzeri in materia di emigrazione non potevano avere inizio migliore. Da allora sono andati intensificandosi e rafforzandosi. Non hanno mai avuto periodi di crisi e rari sono stati i momenti di tensione. Stando alle dichiarazioni ufficiali, le relazioni tra i due Paesi sono sempre state intense e, in generale, «eccellenti». Non c’è stato incontro ufficiale tra i rappresentanti dei due Paesi in cui non si sia sottolineata l’amicizia e la collaborazione.
Non altrettanto si può dire per le relazioni tra il popolo svizzero e gli immigrati italiani in Svizzera. I loro rapporti sono stati spesso contrassegnati da diffidenza, malintesi e persino atti di ostilità.
Non era ancora finito il secolo XIX che in Svizzera si registrarono numerosi episodi di violenza reciproca che richiesero l’intervento della polizia e persino dell’esercito. Rimasero a lungo nella memoria degli italiani gli episodi Berna e Losanna (1893) e soprattutto Zurigo (1896) quando si scatenò una vera e propria caccia all’italiano con atti di violenza, distruzioni e saccheggi di negozi, caffè e ristoranti italiani.
All’inizio del Novecento si cominciò a parlare di una «questione degli italiani» (Italienerfrage) e nei loro confronti sembrava lecita ogni accusa. Spesso erano osteggiati perché sembrava che rifiutassero l’integrazione ed evitassero persino i matrimoni misti. Ma le accuse più frequenti erano che portavano via posti di lavoro agli svizzeri, si accontentavano di salari molto bassi e si lasciavano manovrare da sobillatori anarcoidi. Nel 1908 intervenne con una pubblicazione il signor De Michelis, direttore dell’ufficio regio dell'emigrazione italiana nella Svizzera per difendere gli operai italiani dall'accusa di accontentarsi d'un minimo salario.
Nel 1900 entra nel vocabolario politico e giornalistico il neologismo «Überfremdung», che verrà tradotto in seguito «inforestierimento» e che farà da filo conduttore per l’intera politica migratoria svizzera fino ai giorni nostri. Il termine assumerà nell’opinione pubblica una connotazione fortemente negativa e sarà riferito per decenni soprattutto agli immigrati italiani. Esponenti della destra nazionalista se ne serviranno per sobillare le masse contro la «invasione degli stranieri».
Dopo la calma subentrata in seguito alla chiusura delle frontiere durante la prima guerra mondiale e alle restrizioni del dopoguerra, gli italiani cominciarono a venire in massa fin dal 1946, in forma sia regolare che clandestina e ricominciarono i problemi di convivenza.
Nel 1970 il malessere della popolazione svizzera nei confronti degli stranieri raggiunse probabilmente il culmine. La questione fu sottoposta al giudizio degli elettori con una iniziativa riuscita dei movimenti antistranieri. Il tema era scottante e la decisione drammatica. In caso di accettazione decine di migliaia di immigrati (soprattutto italiani) avrebbero dovuto lasciare la Svizzera. Si recò alle urne il 74,7% degli elettori, una percentuale mai più superata. L’iniziativa fu respinta, ma ben il 46% votò a favore. Si disse che a vincere sia stata la paura delle imprevedibili conseguenze economiche, sociali e internazionali che avrebbe provocato la riduzione forzata degli stranieri. Non fu una votazione a favore degli stranieri, per migliorarne le condizioni.
In gran parte degli stranieri, soprattutto tra gli italiani, l’esito di quella votazione lasciò molto amaro in bocca. Di lì a qualche anno il saldo immigratorio italiano avrebbe cominciato ad essere negativo.
Negli stessi anni Settanta per gli italiani decisi a rimanere e soprattutto per i giovani di seconda e terza generazione incomincia un lungo cammino verso la piena integrazione. Le difficoltà furono tante, soprattutto in ambito scolastico e professionale, ma già negli anni Novanta la collettività italiana risultava la più integrata.
Oggi gli Accordi bilaterali CH-UE facilitano ulteriormente i buoni rapporti tra italiani e svizzeri. Di fatto gli italiani sono considerati dall’opinione pubblica svizzera il gruppo etnico meglio integrato e quando si tematizzano problemi tipici dell’immigrazione e degli stranieri si tende automaticamente ad escludere gli italiani, considerati dagli svizzeri ormai dei «nostri». Del resto, a parte la variabile dei diritti politici (che si tende a relativizzare sempre più), per tutte le altre caratteristiche (integrazione linguistica, scolastica, sociale, professionale, culturale, economica, ecc.) le differenze diventano sempre meno percettibili.
Oggi regna nuovamente l’amicizia. Nel corso della visita di stato in Svizzera dell’allora presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 14.5.2003, il presidente della Confederazione Pascal Couchepin ebbe a dire che «l’amicizia tra i nostri due popoli non deriva semplicemente dalla prossimità geografica, ma è il risultato di una volontà comune fondata sulla condivisione degli stessi valori culturali e morali. Un legame forte si è creato grazie ai numerosi italiani che si sono stabiliti in Svizzera». Nella sua risposta anche il presidente Carlo Azeglio Ciampi sottolineò «le solide relazioni tra i nostri Paesi, rafforzate dal contributo di una comunità italiana in Svizzera, attiva e stimata».
Oggi c’è un collante formidabile che lega ancora di più i rapporti italo-svizzeri. E’ dato dalle migliaia di doppi cittadini italiani e svizzeri. Essi non appartengono a quella generazione che venne definita negli anni Settanta e Ottanta «Weder-noch-Generation», la generazione senza appartenenza né svizzera né italiana. Essi si sentono sia italiani che svizzeri, talvolta più italiani che svizzeri o più svizzeri che italiani, ma rappresentano comunque e sempre un punto avanzato della moderna integrazione che tende a superare confini nazionali, barriere linguistiche e culturali, tradizioni bloccanti.
Giovanni Longu
Berna, 21.7.2008

20 luglio 2008

La disgrazia del Lötschberg cent’anni dopo: 25 morti: eroi o vittime?

Ogni anno, ormai da cent’anni, il 24 luglio si commemora nel piccolo cimitero di Kandersteg (Oberland bernese) la tragedia che durante lo scavo della galleria ferroviaria del Lötschberg colpì un gruppo di 25 lavoratori italiani intenti alla perforazione della roccia al km 2,675 dall’ingresso di Kandersteg. Si trattò di una delle maggiori disgrazie sul lavoro che ha colpito immigrati italiani in Svizzera. Eroi o vittime?
La febbre ferroviaria
Tra il 1872, inizio dei lavori della galleria del San Gottardo, e il 1913, inaugurazione della galleria del Lötschberg, la Svizzera fu pervasa dalla febbre ferroviaria. Cantoni, Città e, dal 1902, anche la Confederazione volevano le proprie ferrovie, a scartamento normale o ridotto, a fune o a cremagliera, tranvie, ecc. Le reclamavano il progresso, interessi nazionali e internazionali, i commerci, le comunicazioni, il turismo e persino il prestigio. Si trattava anche di recuperare il forte ritardo rispetto alla Francia e alla Germania.
Una volta realizzato, fra enormi difficoltà tecniche e umane, il traforo del San Gottardo (1873-1882), nulla sembrava più impossibile. Nel 1906, era appena ultimata la seconda grande galleria transalpina, quella del Sempione, che già si poneva mano a un’altra opera gigantesca, la galleria del Lötschberg.
La preoccupazione di restare tagliata fuori dai grandi assi del traffico, indusse il Cantone di Berna a volere a tutti i costi un collegamento col Vallese e con la linea internazionale del Sempione, che collegava ormai il nord della Francia con Milano e il porto di Genova. Il tracciato era pronto (fin dal 1889)ed approvato (dal 1891) dalle Camere federali ai fini della necessaria concessione per la costruzione. Titolare della concessione era la Compagnia delle ferrovie delle Alpi bernesi.
Prima dell’avvio dei lavori, il progetto di attraverso del Lötschberg venne analizzato e perfezionato dall’elite degli ingegneri ferroviari del momento e vagliato anche da esperti internazionali. Influenzati probabilmente da una diffusa euforia della tecnica e da una fiducia quasi illimitata nella scienza, i pareri circa la fattibilità del tunnel risultarono quasi tutti favorevoli. La Compagnia non tenne conto di alcune proposte di ulteriori indagini, soprattutto in corrispondenza della vallata del fiume Kander. Oltretutto non c’era tempo da perdere perché il tunnel del Sempione era già entrato in funzione e per il prestigio di Berna era importante aprire nel più breve tempo possibile questa nuova perla delle trasversali alpine a 1240 m.s.l.m., l’altitudine massima per le ferrovie a scartamento normale in Svizzera. Potenti locomotive avrebbero superato pendenze straordinarie lungo le rampe di accesso fino al 27 per mille. Avrebbero collegato finalmente durante tutto l’anno Berna e l’Altopiano col Vallese. Di più, sarebbe stata la ferrovia di collegamento più veloce tra Nord e Sud, tra i grandi centri industriali della Germania e della regione parigina con Milano e Genova.
Dopo il benestare definitivo della Confederazione e la sicurezza dei finanziamenti necessari, l’esecuzione del lavori venne affidata il 15 agosto 1906 a un consorzio francese, l’«Entreprise Générale des Travaux du chemin de fer des Alpes Bernoises Berne-Lötschberg-Simplon». Il tunnel doveva essere terminato entro quattro anni e mezzo dall’inizio dei lavori e prevedeva una lunghezza di 13.735 m. L’Entreprise era libera nella scelta del tracciato, ma dati i tanti pareri favorevoli non furono effettuati ulteriori rilevamenti o sondaggi preliminari. La manodopera fu reclutata quasi interamente tra gli italiani, ormai sperimentati, affidabili e a basso costo. Vennero alloggiati in enormi baraccopoli soprattutto a Goppenstein e a Kandesteg.
Errore fatale
I lavori iniziarono il 1° ottobre 1906. Grazie alle perforatrici ad aria compressa e la potentissima dinamite capace di sbriciolare qualsiasi roccia, l’avanzamento in galleria era più rapido che al San Gottardo e al Sempione. Sul proseguimento dei lavori regnava da ogni parte il massimo ottimismo. Nessuno dubitava dell’accuratezza dei piani di lavoro. Certo gli infortuni, anche gravi, erano all’ordine del giorno, ma erano prevedibili. Per questo erano stati predisposti due ospedali, uno a Goppenstein e uno a Kandersteg. Nessuno s’immaginava che la progettazione di quella galleria contenesse un errore fatale che prima o poi si sarebbe manifestato, tragicamente.
Quel momento fu il 24 luglio 1908, alle ore 2.30, al km 2,675 dall’ingresso nord (Kandersteg). Completamente ignari di quel che stava per accadere, i 25 minatori che si apprestavano a far brillare le mine per l’avanzamento, si ritirarono in luogo sicuro (!), come d’abitudine. Non potevano sapere che a proteggerli era proprio quello strato di roccia che stava per saltare. In effetti, subito dopo lo scoppio, un’immensa massa di acqua, fango e detriti invase prepotentemente la galleria per oltre un chilometro travolgendo inesorabilmente tutto. Per i 25 minatori, tutti italiani e prevalentemente del sud, (perché «i lombardi non prestano più il loro lavoro per 4 fr. e 4,50 al giorno», come annotava un cronista) non ci fu scampo. Il ventre della montagna restituì un solo corpo e pochi resti di altri.
Ci furono momenti di tensione e di rabbia, soprattutto quando si seppe dalla stampa dell’esistenza di un rapporto geologico del prof. Rollier che aveva messo in luce la pericolosità di quel tratto del tracciato. L’analisi del terreno era stata evidentemente effettuata in maniera approssimativa perché un intero tratto della valle di Gastern dove scorre il fiume Kander era stato supposto (!) di roccia compatta mentre era costituito da detriti permeabili di sabbia, ghiaia e argilla. Con che coscienza e senso di responsabilità erano stati messi a rischio decine e forse centinaia di minatori?
Le responsabilità
I lavori nel tunnel nella zona nord furono subito interrotti, anche se per la Compagnia i lavori di scavo dovevano riprendere quanto prima, dopo aver sgomberato la galleria. L’impresa era di avviso diverso. Per questioni di sicurezza, preferì anzitutto rinunciare al tentativo di recuperare gli altri cadaveri e fece chiudere la galleria ritenuta ormai pericolosa a 1436 m dall’ingresso nord con un muro di 10 metri di spessore. Poi, per evitare altre disgrazie, ordinò quei sondaggi del sottosuolo che avrebbero dovuto essere effettuati prima di cominciare i lavori. L’esito delle perforazioni fino ad incontrare la roccia sconsigliò di proseguire lo scavo in linea retta, se non dopo una deviazione verso est prima di riprendere il tracciato originale. I lavori di scavo secondo il nuovo tracciato ripresero dopo sei mesi d’interruzione. Il tunnel risulterà 800 metri più lungo del previsto ossia 14.605,45 metri invece dei previsti 13.770.
Nel corso dell’inchiesta che venne ordinata per appurare le responsabilità, l’Entreprise si dichiarò all’oscuro del rapporto Rollier. Eppure doveva sapere che quel tratto di galleria poteva rappresentare qualche pericolo speciale, tanto è vero che il giorno stesso della disgrazia si apprese dalla stampa quanto era successo, sia pure ancora approssimativamente, e che in quel punto non c’era la prevista roccia, ma una sorta di giacimento formato da acqua, fango e detriti vari.
La principale imputata fu la Compagnia, che fu ritenuta responsabile delle conseguenze finanziarie della catastrofe. Il giudice, tuttavia, condannò anche l’impresa a pagare metà delle spese processuali.
Eroi o vittime?
La tragedia del 24 luglio 1908 gettò la collettività italiana, che forniva il 97 per cento della manodopera, in una profonda costernazione, ma anche la collettività svizzera fu profondamente colpita. I sentimenti erano tuttavia molto divisi perché un numero così alto di vittime in un sol colpo andava al di là di ogni prevedibile rischio.
Nel corso della cerimonia di sepoltura, a cui parteciparono moltissimi sia italiani che svizzeri, e rappresentanti dei governi italiano, francese e svizzero, quasi tutti gli intervenuti parlarono di disgrazia. Un ministro italiano, con un po’ di retorica, parlò di «irreparabile sciagura», di «orrendo disastro», e di «lotta immane delle civiltà contro le forze brutali della natura» in cui i 25 lavoratori italiani «hanno dovuto soccombere», aggiungendo che «sono caduti da forti sul campo di battaglia, lottando fino all’ultimo istante con le armi in pugno, contro un nemico insidioso che li assale a tradimento». Non accennò minimamente alle responsabilità, dando anzi assicurazione che da parte delle autorità preposte ai lavori era stato fatto «quanto era umanamente possibile». Ufficialmente le relazioni tra l’Italia e la Svizzera erano ottime e non sarebbero certo bastate le vittime del Lötschberg ad incrinarle.
Anche nelle successive commemorazioni ufficiali c’è sempre stata una certa retorica, nel tentativo, forse, di allontanare il più possibile anche solo il sospetto che all’origine dell’orribile tragedia ci potessero essere responsabilità umane. Tutto sommato era anche più tranquillizzante sottolineare l’evento eccezionale e drammatico, la sciagura, la catastrofe, una specie di ritorsione di un Moloch nascosto dentro le viscere della terra per vendicarsi dello sfregio subito.
Altri, un po’ cinicamente loro malgrado, non hanno esitato a considerare queste vittime lo scotto da pagare per la realizzazione di opere gigantesche come i tunnel ferroviari, tanto più che «non si potrà mai garantire una sicurezza assoluta». Ma già un cronista di quel tragico evento annotava quanto sia «triste che l'umanità non sappia procedere di un passo verso il progresso senza lasciare sul cammino tante vittime».
Non so quanto sia appropriata la frase incisa sul cippo che ricorda la tragedia nel cimitero di Kandesteg: «Frangar non flectar» (mi spezzo ma non mi piego), perché purtroppo quelle vite umane furono brutalmente spezzate e piegate. Avrebbero potuto, anzi dovuto, restare integre, se gli autori del progetto si fossero accertati della reale situazione geologica nella vallata della Kander, se la Compagnia avesse preso in considerazione il rapporto Rollier e se l’impresa di costruzione avesse a sua volta verificato se lungo l’intero tracciato originale i minatori italiani avrebbero incontrato solo roccia.
E’ però vero che nessun sacrificio umano è inutile e anche se produce solo il ricordo, che si rinnova ogni anno ormai da cent’anni, è un richiamo al valore e al rispetto della vita umana. Un bene da proteggere, da valorizzare, da difendere e da amare anche quando sembra umiliata dal destino avverso o dall’imperizia e talvolta dall’avidità e dall’irresponsabilità umane.
Il ricordo di quella tragedia ne richiama inevitabilmente altre, precedenti e seguenti, ma richiama anche un’epoca dell’immigrazione italiana in Svizzera, che costituisce una delle più complesse e importanti pagine della storia e della civiltà di questo Paese e che onora anche l’Italia. Furono uomini e donne dediti al lavoro, disposti a sacrifici che altri ormai si rifiutavano di fare, che aspiravano a una vita migliore. Furono, consapevolmente o senza rendersene ben conto essi stessi, protagonisti di una modernità di cui noi oggi cogliamo i frutti a piene mani. Anche per questo, dobbiamo ricordarli con riconoscenza.
Giovanni Longu

Condizione e sistemazione dei lavoratori del Lötschberg
Le condizioni di lavoro erano durissime, ma l’impresa aveva fatto tesoro delle esperienze del traforo del Gottardo e del Sempione. All’esterno si lavorava 10-11 ore al giorno, in galleria in continuazione, giorno e notte, compresi i giorni festivi in turni di 8 ore ciascuno. Le paghe variavano a seconda della categoria (garzone, manovale, artigiano, minatore, muratore) da 3,30 a 6,00 franchi al giorno. Nonostante le paghe assai modeste, gli operai riuscivano a mandarne mediamente in Italia circa un quarto (23%). Durante i lavori della galleria gli operai inviarono in Italia oltre 5 milioni di franchi (5.150.000 fr.)
Le installazioni per gli operai erano generalmente ben attrezzate. Era stata data molta importanza all’igiene personale. In galleria bisognava utilizzare solo i servizi igienici predisposti e al termine del turno di lavoro sia a Goppenstein che a Kandersteg gli operai potevano usufruire di docce. Tanto a Goppenstein quanto a Kandersteg era stato predisposto un ospedale per poter ospitare fino a 40 pazienti in caso d’infortuni. Questi erano purtroppo frequenti. Durante tutto il periodo dello scavo, se ne registrarono 4.660 con almeno un’incapacità lavorativa di almeno 6 giorni. I morti in galleria furono 64. L’impresa aveva stipulato per gli operai un’assicurazione contro gli infortuni a cui gli operai contribuivano con il 2% del loro salario.
Grazie ai mezzi tecnici a disposizione e alle esperienze di altri scavi, l’avanzamento in galleria (sommando la parte sud e la parte nord) era mediamente di oltre 12 m al giorno, contro i 6 m del Gottardo e i 10,4 m del Sempione. Lo sgombero dei detriti avveniva in 22 minuti al m3 (contro i 34 minuti del Gottardo e i 25 del Sempione).
Vista la lunghezza dei lavori, molti operai avevano portato con sé la famiglia. Complessivamente dalla parte sud tra Briga e Goppenstein vennero ospitate circa 3600 persone, nella parte nord tra Frutigen e Kandersteg 4350 persone. Sia a Goppenstein che a Kandersteg vennero organizzate le scuole, gestite dall’Opera Bonomelli, che potevano ospitare fino a 240 bambini. A Goppenstein c’erano inoltre 2 panetterie, 2 macellerie e 5 negozi di alimentari. L’impresa gestiva in proprio un magazzino di alimentari in cui si poteva acquistare una porzione di carne e verdura per 50 cts., un litro di vino rosso per 40 cts. (80 cts. per il vino bianco), un kg di formaggio Fr. 2.20-3.50, un kg di pane 0.35-0.40 cts., un kg di farina 55 cts., un kg di zucchero 55 cts. ecc.
Lavoravano in galleria da un minimo di 2010 a un massimo di 3250 persone al giorno. Erano quasi esclusivamente italiani provenienti per il 40% dal Sud Italia, il 30% dal Centro, il 15% dal Piemonte e il 12% dalla Lombardia. Il restante 3% era costituito da svizzeri, si legge nel rapporto finale sulla costruzione del tunnel inviato al Dipartimento federale delle poste e delle ferrovie.