30 marzo 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 01.Una nuova era

L’immigrazione italiana in Svizzera durante il decennio 1991-2000 ha sviluppato tutti i principali segni del cambiamento avviato nel ventennio precedente. La trasformazione non si concluderà tuttavia nel periodo considerato, ma durerà ancora qualche anno prima di entrare definitivamente nel regime della libera circolazione da tempo auspicato da molti immigrati. Si tratta di un decennio importante perché ha visto trasformarsi non solo l’immigrazione italiana, ma pure la Svizzera che, entrando nell'ottavo secolo della sua storia, ha deciso di aprirsi maggiormente all'Europa e al mondo. Anche la politica immigratoria è entrata in una nuova era e un segnale molto significativo l’ha dato la modifica della legge sulla cittadinanza (entrata in vigore il 1° gennaio 1992) che ha consentito a molti giovani di naturalizzarsi e di conservare al tempo stesso la cittadinanza originaria. Moltissimi italiani ne hanno approfittato.

1991: 700° della Confederazione e apertura all'Europa

Flavio Cotti (1939-2020)

Nel 1991, celebrando i suoi 700 anni di esistenza, la Confederazione ha avuto l’opportunità di ripensare il proprio passato dalle origini mitiche al presente non troppo rassicurante (lieve recessione in corso, forte rincaro e leggero calo del prodotto interno lordo), ma anche di scrutare il futuro in una visione che sembrava avvicinarla molto al resto del mondo e specialmente all'Europa («L’Europa è una parte di noi stessi, e noi siamo parte di essa. Così è sempre stato. Così sarà sempre», Flavio Cotti, 7.9.1991). L’Europa sarà il nuovo orizzonte anche della politica immigratoria federale.

In alcune celebrazioni è stato riconosciuto anche il contributo importante degli immigrati italiani sia nell'ampia cornice dei rapporti italo-svizzeri che nella prospettiva dei futuri rapporti tra la Svizzera e l’Europa. Alcune considerazioni al riguardo sono state espresse dall'allora Presidente della Confederazione Flavio Cotti e dal Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga nella prefazione a un libro commemorativo sul 700° offerto alla Svizzera dal governo italiano.

Interventi di Cotti e Cossiga

Il Presidente della Confederazione Flavio Cotti sottolineava in particolare l’«amicizia sincera e profonda che unisce – sulla scorta della prossimità geografica e di antichissime relazioni storiche e culturali – il popolo italiano con quello svizzero» augurandosi che «l’amicizia fra Italia e Svizzera possa ulteriormente fiorire e svilupparsi in un quadro europeo di pace e di prosperità».

Francesco Cossiga (1928-2010)
Il Presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga considerava invece «la storia della Svizzera e le sue relazioni con l’Italia come tappe di un cammino che non sarà privo di asperità, ma che tutti i popoli europei si accingono ad imboccare insieme in vista della realizzazione di un’integrazione sempre più pronunciata, per l’edificazione di un’Europa più unita, più libera, fiorente e progredita». In questo cammino, egli vedeva la presenza della collettività italiana, che si stava integrando armoniosamente nella società elvetica, quale anticipatrice di un processo analogo a quello che dovrà condurre «alla nuova coesione fra le genti europee».

Il nuovo quadro di riferimento dell’immigrazione italiana in Svizzera sarà in effetti sempre più l’Europa e il processo d’integrazione europea condizionerà, lentamente come tutti i processi di cambiamento in questo Paese, anche l’integrazione della «collettività italiana». Questa espressione sarà d’ora in poi quella più giusta per segnalare la trasformazione in atto e in parte già avvenuta degli italiani residenti sempre più stabilmente in Svizzera.

Politica immigratoria di fronte a nuove sfide

I problemi politici che poneva la questione degli stranieri in Svizzera all'inizio degli anni Novanta erano notevoli. In un Rapporto del Consiglio federale sulla politica in materia di stranieri e di rifugiati del 15 maggio 1991 venivano così riassunti:

«La politica svizzera in materia di stranieri deve far fronte a un numero rilevante di sfide. Il mercato del lavoro è ancora sempre prosciugato, e si fa più forte la richiesta d'ammissione di altri stranieri. Lo statuto dello stagionale è contestato. Gli si rimprovera di essere inumano e di promuovere il deperimento occulto della capacità concorrenziale dell'economia svizzera. Lo sviluppo demografico futuro è infausto. Anche gli effettivi degli stranieri crescono rapidamente. A livello mondiale s'infittiscono i movimenti migratori. Dall'Europa centrale e orientale, apertesi al mondo occidentale, sorgono nuove sfide. Sottostanno a nuovi indirizzi anche l'attitudine migratoria degli stranieri che vivono in Svizzera e le possibilità migratone all'interno dell' Europa occidentale. Il numero degli stranieri originari dei Paesi membri della Comunità Europea (CE) diminuisce in percento da ormai 20 anni, il che lascia intendere che scema l'attrattività dei posti di lavoro in Svizzera. Permane tuttora rilevante la quota degli stranieri residenti in Svizzera che rientrano nel Paese d'origine».

Per il Consiglio federale una sfida importante era costituita dalla crescente attuazione del mercato interno della CE, che poneva la Svizzera di fronte alla necessità di modificare la sua politica in materia di stranieri perché quella seguita sino ad allora non era più compatibile con il diritto comunitario. In particolare avrebbe dovuto affrontare la questione della «libera circolazione», reclamata per altro da tempo dall'immigrazione italiana.

Alcune di queste sfide avrebbero riguardato anche gli italiani residenti in Svizzera sia di prima che di seconda generazione, ma a beneficiarne sarebbero stati soprattutto i secondi. Specialmente la prospettiva della libera circolazione, ormai una condizione acquisita nella CE, avrebbe infatti garantito maggiori possibilità d’integrazione scolastica, professionale e sociale e migliori condizioni generali, certamente non inferiori a quelle garantite da altri Paesi. Qualsiasi cambiamento avrebbe interessato sempre meno gli italiani vicini al pensionamento o già decisi a rientrare in Italia in tempi brevi.

La popolazione italiana diminuisce…

Il censimento federale della popolazione del 1990 aveva attestato che la popolazione residente straniera era nuovamente in crescita, ma non quella italiana, ancora in diminuzione nonostante risultasse ancora il gruppo straniero più consistente (30,8%). Il numero degli italiani era sceso in dieci anni da 420.700 a 381.493 persone.

Poiché a rientrare in Italia erano stati soprattutto gli adulti in età vicina alla pensione, si potrebbe pensare che la popolazione italiana restante risultasse più giovane. Si nota invece una progressiva diminuzione della popolazione giovane. Se infatti nel 1980 la fascia d’età da 0 (zero) a 29 anni costituiva il 46,6 per cento degli italiani, nel 1990 non costituiva che il 42,4 per cento e nel 2000 scendeva addirittura al 32,2 per cento.

In realtà, la diminuzione era dovuta a diversi fattori, che verranno analizzati in altra occasione, ma si può già anticipare ch'essa denota un progressivo adeguamento del tasso di natalità degli italiani a quello degli svizzeri e, in  generale, ad una trasformazione della struttura demografica della popolazione italiana residente.

… e si trasforma

Osservando la popolazione italiana per fasce d’età si nota anche la tendenza alla prevalenza della seconda generazione e specialmente dei nati in Svizzera. Nel 1990, su 383.204 italiani censiti, il 33,6 per cento era nato in Svizzera e nel 2000 la percentuale salirà al 37,1 per cento. Sono particolarmente significativi i dati sul luogo di nascita dei giovani nella fascia d’età dai 15 ai 29 anni. Se nel 1990 gli appartenenti alla seconda generazione nati in Svizzera costituivano circa il 63 per cento dei 15-29enni (poco più di 100.000 persone) e solo il 37 per cento risultava nato all'estero (Italia), nel 2000 la tendenza sarà abbondantemente confermata perché i giovani nati in Svizzera costituiranno oltre il 70 per cento dei poco meno di 60.000 15-29enni e meno del 30 per cento quelli nati all’estero (Italia).

Un’altra conseguenza della diminuzione e della trasformazione dell’immigrazione dall'Italia è stata nel decennio in esame la riduzione della proporzione di italofoni, scesa dal 9,3 all'8 per cento. In cifre assolute il numero degli italofoni (italiani e svizzeri) è sceso da 376.426 (1980) a 282.389. Poiché il numero degli svizzeri italofoni risultava abbastanza stabile, il calo di oltre 94.037 persone è imputabile soprattutto alla componente italiana. Non è dipeso tuttavia solo dal saldo migratorio negativo (a causa del maggior numero di italiani rientrati in Italia rispetto ai nuovi arrivati), ma anche dall'incremento delle naturalizzazioni e dall'intensificarsi dell’integrazione della seconda generazione. In entrambi i casi, la tendenza a considerare il tedesco o il francese come lingua materna risultava sempre più diffusa anche tra i titolari della sola cittadinanza italiana. La salvaguardia dell’italianità diventerà per gli italiani, ma anche per molti svizzeri, una sfida importante da non perdere.

Giovanni Longu
Berna 30.03.2022

25 marzo 2022

Ucraina-Russia: la questione linguistica e della neutralità

Tra i numerosi interventi sulla guerra in Ucraina, molti vedono nell’invasione russa dell’Ucraina un «attacco alla democrazia» e all'Occidente. Trattandosi di opinioni, tutte meritano rispetto. La mia opinione l’ho già espressa, ma desidero ribadire che la guerra bisognerebbe cercare di evitarla prima che scoppi e finirla il più presto possibile se malauguratamente è scoppiata. In questi giorni mi sono chiesto più volte se anche questa tremenda guerra avrebbe potuto essere evitata, anche col contributo determinante delle democrazie occidentali. La risposta, affermativa, mi è venuta quasi spontanea alla luce della storia di questo Paese, la Svizzera, che, per quanto possa essere criticato e io stesso l’abbia più volte criticato, è ritenuta una delle più antiche democrazie del mondo.

Le domande

Le domande insistenti a cui desideravo dare una risposta sono sostanzialmente tre:

1. La Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina se questo Paese avesse garantito una adeguata autonomia alle regioni russofone?

2. La Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina se questo Paese avesse dato segnali chiari di voler restare un Paese neutrale e quindi di non voler entrare a far parte della NATO?

3. La Russia di Putin avrebbe invaso l’Ucraina se questo Paese avesse cercato di rassicurare la Russia di voler mantenere buoni rapporti tra Paesi liberi che si rispettano?

So bene che le spiegazioni della guerra in corso sono piuttosto complesse e vanno ben aldilà della problematica che sollevano queste domande, ma non credo che possano essere considerate del tutto marginali. Ritengo anzi ch’esse meritino qualche considerazione, che faccio proprio alla luce della storia svizzera.

Considerazioni di merito

Circa la prima domanda, anzitutto va ricordato che in Ucraina il secondo gruppo etnico, con una percentuale considerevole, è costituito dai russi: 22,1% al censimento del 1989 e 17,2% al censimento del 2001. I russofoni risultano ancora più numerosi, perché nel 2001 costituivano il 29,6% della popolazione e in alcune regioni orientali e meridionali la maggioranza assoluta. Ciò nonostante, l’Ucraina ha dichiarato lingua ufficiale, anche in quelle regioni, solo l’ucraino e con una legge del 2019 intende «creare le condizioni adeguate per la protezione dei diritti e dei bisogni linguistici degli ucraini», limitando di fatto l’uso del russo in campo mediatico e didattico. La minoranza russofona si è lamentata in numerose occasioni di essere discriminata e Mosca ha più volte criticato il disinteresse della comunità internazionale di fronte a tale discriminazione.

La Svizzera, molto probabilmente, avrebbe risolto il problema in altra maniera. Basti pensare che l’italiano è lingua nazionale e ufficiale fin dal 1848, quando gli italofoni (ticinesi e poche migliaia di grigionesi) erano solo il 5,4%. Anche i ticinesi in più occasioni si sono sentiti culturalmente, linguisticamente ed economicamente discriminati, ma mai la Confederazione ha approvato una norma che mirasse a penalizzarli ulteriormente. Anzi, quando nel 1924-1926 le «rivendicazioni» ticinesi stavano per fornire un pretesto a Benito Mussolini, da poco al potere in Italia, per ingerirsi negli affari interni della Svizzera, il Consiglio federale si affrettò a dare ampia soddisfazione al Ticino. Fu deciso ad esempio di versare al Cantone un contributo non indifferente di 450.000 franchi l’anno per la difesa della lingua e della cultura italiane. Sta di fatto che il fascismo in Ticino, nonostante i cospicui aiuti finanziari inviati da Mussolini, ebbe uno scarsissimo seguito.

Nel dopoguerra, anche tra l’Italia e l’Austria si riuscì con un negoziato, condotto in parte anche in Svizzera, a risolvere pacificamente un problema analogo riguardante la minoranza tedescofona dell’Alto Adige. Nel trattato conclusivo l’Italia s’impegnava, fra l’altro, a ripristinare l’uso ufficiale del tedesco e del suo insegnamento e a concedere in quella regione l’esercizio del potere legislativo ed esecutivo autonomo. Nell'interesse reciproco di stabilire relazioni di buon vicinato tra entrambi i Paesi, le controversie restanti furono superate col dialogo e poi definitivamente con l’ingresso dell’Austria nell'Unione Europea. Non potrebbe/dovrebbe essere possibile anche tra la Russia e l’Ucraina?

Sulla seconda domanda bisogna ricordare che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’Ucraina proclamò la propria indipendenza, ma si dichiarò al tempo stesso «Stato neutrale». L’attuale presidente Volodymyr Zelens'kyj non ha mai negato di voler richiedere l’adesione piena all'Unione Europea e alla NATO, e proprio in queste ultime settimane ha invocato più volte l’intervento della NATO a sostegno dell’Ucraina contro l’invasore russo.

La Svizzera, dal 1815, ha modificato in diverse occasioni la propria idea di Paese neutrale (adottando o non adottando sanzioni decise da altri Stati nei confronti di questo o quel Paese belligerante), ma si è sempre astenuta dal sostegno diretto (per esempio fornendo armi o concedendo il passaggio di materiale bellico o truppe sul suo territorio) di un belligerante contro un altro e non ha nemmeno mai aderito ad alcuna alleanza militare.

Non credo che si possa mettere in dubbio la legittimità di uno Stato sovrano di chiedere la sua adesione a un’alleanza anche militare di Stati, ma nel caso specifico la domanda concerne l’opportunità di farlo, per cui ritengo legittima la domanda: se l’Ucraina si fosse astenuta da questa pressante richiesta di adesione e di intervento della NATO, la Russia avrebbe ugualmente invaso l’Ucraina? E avrebbe rischiato l’ostracismo dal mondo occidentale?

Sulla terza domanda l’incertezza evidentemente non può essere superata, ma si può ben ritenere che un Paese neutrale come per esempio la Svizzera ha molte più probabilità di uno Stato schierato ad avere buone relazioni, non solo commerciali, con tutti i Paesi vicini. Lo scontro, invece, come quello in corso, rischia invece di avere conseguenze molto negative per generazioni.

Ma se non fare la guerra sarebbe convenuto a tutti, compresa l’Unione Europea, perché non tentare almeno di terminarla subito, immediatamente, e rimediare una pace in grado di garantire che nel futuro non si commetteranno mai più gli stessi errori?

Giovanni Longu
Berna, 25.03.2022

23 marzo 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 76. Considerazioni finali (2a parte)

L’immigrazione italiana in Svizzera durante il ventennio 1970-1990 sarebbe stata caratterizzata, stando ad alcune opere superficiali di critici frettolosi, dall'odio degli ambienti xenofobi nei confronti dei Gastarbeiter italiani. Nessuno studioso serio può negare l’incidenza dei movimenti xenofobi sul saldo migratorio negativo degli immigrati italiani a partire dai primi anni Settanta e sulla politica immigratoria svizzera. Tuttavia, a caratterizzare la popolazione immigrata nel periodo in esame non sono stati gli atteggiamenti e i comportamenti degli ambienti antistranieri, quanto piuttosto la sua radicale trasformazione in seguito ai profondi mutamenti intervenuti nella società, nella politica e nell'economia della Svizzera. L’immigrazione, inizialmente soprattutto italiana, non poteva non esserne coinvolta.

L’integrazione possibile e utile

Uno dei principali cambiamenti registrati nel periodo in esame (1970-1990) è stato sicuramente il miglioramento dei rapporti tra svizzeri e stranieri (italiani), a cui si è giunti gradualmente col progressivo ridimensionamento del sostegno popolare ai movimenti xenofobi, con l’affermarsi della nuova politica immigratoria federale incentrata sulla stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera e con la crescente conoscenza e stima reciproca tra svizzeri e stranieri.Vi hanno contribuito anche, come illustrato in diversi articoli, la Commissione federale per i problemi degli stranieri, analoghe commissioni create a livello cantonale e comunale, gruppi di lavoro misti finalizzati alla soluzione di problemi particolari, l’apertura di numerose associazioni italiane alla partecipazione di membri svizzeri e viceversa, le commissioni miste di genitori di allievi della scuola obbligatoria, i matrimoni misti, il miglioramento delle conoscenze linguistiche sia degli stranieri che degli svizzeri, ecc.

Le varie iniziative in differenti campi (sociale, commerciale, sportivo, formativo, culturale, linguistico, ecc.) evidenziavano che l’integrazione era non solo possibile ma anche utile, perché facilitava la convivenza, stimolava la collaborazione, rafforzava l’italianità, diffondeva il Made in Italy, ecc. In più occasioni è stato citato l’esempio del CISAP nel settore della formazione professionale, perché costituiva un simbolo di quanto si poteva ottenere da una leale e fattiva collaborazione tra istanze svizzere e italiane. Infatti fu possibile realizzare una straordinaria piattaforma di successo professionale, economico e sociale per migliaia di immigrati e centinaia di giovani della seconda generazione. Furono molti a beneficiarne.

La spinta della seconda generazione

Com'è stato più volte ricordato, fino agli anni Settanta, tra gli immigrati italiani (prima generazione) era difficile non solo parlare d’integrazione (persino il termine era quasi sconosciuto), ma anche solo immaginarla. Mancava soprattutto la motivazione. Chiedersi «perché integrarsi?» era legittimo perché la stragrande maggioranza degli italiani emigrava in Svizzera non per restarci a vita, ma per lavorare, guadagnare e rientrare al più tardi all'età della pensione. Oltretutto, per lungo tempo il concetto d’integrazione veniva abbinato a quello di rinuncia, come se per rassomigliare agli svizzeri bisognasse imitarli e allo stesso tempo rinunciare ad atteggiamenti e comportamenti tipici italiani.

Questo atteggiamento di molti immigrati fu messo in crisi negli anni Settanta, quando l’avanzata della seconda generazione cominciò a porre seri problemi di scolarizzazione dei figli degli immigrati. A quelli numerosi già in Svizzera (nati negli anni Sessanta di forte natalità) si aggiungevano infatti continuamente nuovi arrivati dall'Italia grazie ai più facili ricongiungimenti familiari. La frequenza della scuola (ma quale scuola, quella italiana delle MCI o quella pubblica svizzera?) poneva inesorabilmente il problema del loro futuro, ma anche dell’intera famiglia: rientrare in Italia o restare in Svizzera? In questo caso il problema dell’integrazione diveniva ineludibile.

Per gli adolescenti si cominciava a porre anche il problema del futuro professionale, sia che si fosse programmato a breve termine il rientro in Italia e sia che si fosse deciso di restare in Svizzera. In questo caso, però, il tema dell’integrazione costringeva anche gli adulti (prima generazione) a un ripensamento serio della scelta migratoria. Per questo negli anni Settanta e Ottanta sorsero innumerevoli iniziative volte all'apprendimento della lingua locale (tedesco o francese) e al miglioramento delle capacità professionali.

Anni ’70, quando le associazioni italiane erano molto
attive e combattive (Corriere della Sera del 26.04.1970)
 
La seconda generazione diede una forte spinta anche al superamento di molti pregiudizi e al progressivo avvicinamento tra svizzeri e stranieri. L’asilo, la scuola, il tempo libero, le associazioni di genitori, le serate informative organizzate da enti pubblici e privati facilitavano gli incontri, la comunicazione, la conoscenza e la stima reciproca, il superamento di luoghi comuni. L’incomunicabilità stava finendo per migliaia di immigrati, anche se molti riuscivano a comunicare solo grazie ai loro figli.

Crisi dell’associazionismo

Soprattutto negli anni Ottanta cominciò a entrare in crisi anche l’associazionismo, che fino ad allora aveva dato una soluzione proprio ai problemi dell’incomunicabilità e dell’isolamento. Le associazioni, infatti, erano riuscite a ricreare su tutto il territorio svizzero lembi d’Italia, in cui era possibile incontrarsi, parlare liberamente l’italiano e persino il proprio dialetto, discutere e coltivare amicizie, estraniarsi dai crucci quotidiani e dalla sensazione di sentirsi sfruttati e maltrattati, rivivere usanze e tradizioni paesane e regionali, adottare la cucina «nostrana» (solleticando anche il palato di molti svizzeri), organizzare feste, ecc.

Le associazioni erano divenute così bene organizzate e in certa misura autosufficienti da riuscire a soddisfare direttamente o indirettamente quasi tutti i bisogni sociali dei connazionali, dall'asilo alla scuola dell'obbligo, dalla ricreazione all'impegno sociale, dall'assistenza alla politica, dallo sport all'arte, dalla cultura alla beneficenza. Persino i bisogni religiosi venivano soddisfatti in italiano grazie alle numerose Missioni cattoliche italiane, che oltre i servizi religiosi gestivano servizi sociali, mense, asili, scuole, ecc.

A pochi dirigenti delle associazioni italiane attive nel periodo in esame dev'essere venuto in mente che tra i principali bisogni degli immigrati sarebbe divenuto fondamentale quello dell’apertura, della comunicazione col mondo esterno, quello svizzero, e dell’integrazione nella società locale. Di fatto pochissime associazioni se ne resero conto, CISAP in primis, e agirono di conseguenza. Molte altre, più o meno inconsapevolmente, anche perché non riuscivano a garantirsi un ricambio generazionale, finirono per esaurirsi e scomparire.

La lotta per la rappresentanza

Alle ultime elezioni dei Comites svizzeri (3.12.2021) 
solo poche migliaia di italiani li hanno votati.

Negli anni Ottanta, venendo meno le necessità originarie dell’associazionismo tradizionale, alcune associazioni riuscirono a garantirsi la sopravvivenza trasformandosi in organizzazioni ben caratterizzate ideologicamente e politicamente, orientate prettamente all'Italia. Se nell'associazionismo tradizionale lo scopo era quello di contribuire a risolvere i problemi reali vissuti dagli immigrati e dai loro figli per vivere meglio in Svizzera, in queste nuove associazioni a dominare sarà sempre più il tentativo di rafforzare la propria influenza in vista delle votazioni italiane (soprattutto dopo l’introduzione del diritto di voto all'estero) e delle elezioni dei rappresentanti degli italiani all'estero nel Parlamento italiano (dopo il 2000).

Questo potrebbe spiegare perché dagli anni Ottanta il massimo sforzo dell’associazionismo italiano in Svizzera sia stato quello di acquisire e mantenere posizioni dominanti nelle principali associazioni rimaste, nei cosiddetti organismi di rappresentanza (Comites e CGIE) e nell'elezione dei rappresentanti degli italiani all'estero nel Parlamento italiano. Tuttavia, poiché anche in questi organismi è quasi del tutto assente l’elemento giovanile, per disinteresse o forse per rifiuto, è lecito chiedersi chi può ancora rappresentare sia in Svizzera che in Italia la seconda e terza generazione.

Per di più, le associazioni rimaste sono poche e non sembrano molto vitali. Alcune sopravvivono per inerzia (perché legate a una forte tradizione come le Colonie libere italiane, le ACLI e qualche altra) o perché ancorate a una sede propria (Case d’Italia, Missioni cattoliche italiane), altre perché finanziate dall'Italia (patronati) o autofinanziate (ECAP, UNITRE, alcune associazioni sportive …) e altre ancora perché possono contare su un sodalizio elitario (per es. Società Dante Alighieri).

Purtroppo, dagli anni Novanta, come si vedrà meglio in seguito, nel mondo associazionistico sarà sempre più evidente l’assenza delle associazioni riguardanti, specialmente come protagonisti, la seconda e terza generazione e i doppi cittadini italiani e svizzeri. Eppure saranno proprio loro che garantiranno l’italianità soprattutto al di fuori della Svizzera italiana. (Fine)

Giovanni Longu
Berna 23.03.2022

22 marzo 2022

Guerra in Ucraina: pace subito!

Premetto che sono contro qualsiasi guerra e non credo che esista la guerra «giusta». Pertanto, nel caso specifico della guerra in Ucraina, non giustifico in alcun modo l’aggressione russa, ma non mi schiero nemmeno con coloro che sostengono che gli invasi debbano proseguire a oltranza la guerra contro gli invasori. Non condivido nemmeno il punto di vista di coloro che ritengono «giusto» inviare agli ucraini armi «letali» per difendersi meglio uccidendo più soldati russi. Sono, infine, per ragioni di civiltà prima ancora che cristiane, per il rispetto assoluto della vita, di qualunque vita umana, anche quella dei nemici, perché «la vita umana è sacra… e solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine» (Catechismo della chiesa cattolica). Diversamente si ritorna alla barbarie.


Ciò premesso, comprendo che sull'attuale guerra in Ucraina, il mondo occidentale si sia schierato nella stragrande maggioranza contro i russi perché invasori e a favore degli ucraini perché invasi; ma avrei preferito che la stragrande maggioranza si fosse pronunciata contro il proseguimento della guerra ad oltranza e a favore di un cessate il fuoco immediato e della pace. La guerra, infatti, fa solo vittime, sia ucraini che russi, e anche solo per questo motivo andrebbe fermata. Se la vita dei soldati e dei civili ucraini è sacra, quella dei soldati russi non è meno sacra. Ogni guerra è disumana.

Decisioni sciagurate e ingiuste

Purtroppo, però, le guerre continuano a mietere vittime, segno che l’umanità non le ha ancora estromesse dall'inventario delle soluzioni possibili per risolvere le controversie tra i popoli. Non solo, a seguito della guerra in Ucraina, molti Paesi occidentali in queste settimane hanno deciso di aumentare notevolmente le spese militari, ritenendole utili e necessarie. Trovo tali decisioni sciagurate e ingiuste. Dopo la tremenda pandemia, per altro non ancora definitivamente superata, tutti gli Stati avrebbero fatto bene a investire in salute, non in armi. Oltretutto si tratta di soldi pubblici, che andrebbero dunque spesi per il bene pubblico, non per minacce ipotetiche. Una tale distrazione di risorse potrebbe configurarsi come un furto ai danni del Popolo, che ha bisogno di pace, non di guerre.

Eppure, persino l’Italia, che per la sua Costituzione è contro la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ha deciso di schierarsi e di inviare armi a sostegno di uno dei due belligeranti. E anche la Svizzera, nonostante la sua vantata neutralità, in questa guerra ha preferito schierarsi con una parte piuttosto che intervenire decisamente per risolvere pacificamente le controversie tra Russia e Ucraina. Se la posizione dell’Italia mi scandalizza, perché l’articolo 11 della Costituzione mi sembra chiaramente contro la guerra, la posizione della Svizzera mi sorprende, negativamente, per le ragioni seguenti.

Svizzera sorprendente, in negativo

Anzitutto vorrei ricordare che nel 2014, quando venne firmato il famoso Protocollo di Minsk (5 settembre 2014) tra Ucraina, Russia e le repubbliche secessioniste di Doneck e Lugansk sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), alla presidenza dell’OSCE c’era la Svizzera (con il consigliere federale Didier Burkhalter come presidente) e nei negoziati la rappresentante dell’OSCE era l’ambasciatrice svizzera di origine italiana Heidi Tagliavini. Qualche giorno dopo la firma del Protocollo (che prevedeva fra l’altro l’impegno dell’Ucraina a garantire il decentramento e maggiori poteri alle regioni di Doneck e Lugansk), il presidente Burkhalter aveva dichiarato che il successo dell’accordo sarebbe dipeso soprattutto dal dialogo tra la Russia e l’Ucraina e la Svizzera era pronta «a facilitare e ospitare qualsiasi incontro tra Ucraina e Russia a livello presidenziale».

Non so se la Svizzera ha svolto bene il suo ruolo, ma di fatto gli accordi di Minsk non sono stati rispettati, nessuno li ha fatti rispettare e il mancato dialogo tra Russia e Ucraina è stato sostituito da una guerra fratricida che ha già provocato migliaia di morti e feriti, milioni di profughi e devastazioni incalcolabili. Eppure, stando alle cronache e a certi discorsi presidenziali insensati, si vorrebbe proseguire nella guerra ad oltranza. Che oltraggio ai rispettivi popoli, che dalla guerra hanno solo da perdere.

Un'altra ragione è di carattere storico, anche se la storia in questo campo non insegna molto, sebbene quella svizzera sia emblematica perché dimostra che, quando la guerra non può essere prevenuta perché già in corso, dev'essere terminata il più in fretta possibile per limitare le conseguenze negative e concludere una pace «giusta», ossia sanzionatoria ma non vendicativa.

Gen. Guillaume-Henri Dufour (1787-1875)
Nel 1847, quando i Cantoni cattolici, desiderosi di una maggiore autonomia in seno alla vecchia Confederazione, ebbero la cattiva idea di conquistarsela con le armi. Costituirono una «Lega separata» (Sonderbund) e dichiararono guerra ai Cantoni protestanti ritenuti prepotenti. Questi, però, costituirono a loro volta un «esercito federale» che non impiegò molto tempo (25 giorni) né molte milizie, ma ben equipaggiate, per sconfiggere i «ribelli». Fortunatamente ci furono pochi morti (98 in entrambe le parti) e pochi danni, ma il rischio che in futuro potessero scoppiare altre guerre non era stato sconfitto.

Fu al momento della pace che la diplomazia e il buon senso (accoppiata sempre vincente) presero il sopravvento e meriterebbero ancora oggi una qualche attenzione. Il vero vincitore, il generale Guillaume-Henri Dufour, pretese infatti che le condizioni di pace fossero giuste ma al tempo stesso onorevoli per i vinti (i vincitori non dovevano infierire sui vinti, evitando sanzioni umilianti) ed egli stesso si fece promotore di una riconciliazione e di una nuova Costituzione federale, garante, per esempio, della sovranità di tutti i Cantoni del nuovo Stato federale. La Svizzera di oggi, si è dimenticata della sua nascita?

Attenti alla pace!

Poiché anche la guerra in Ucraina prima o poi finirà, bisognerà stare particolarmente attenti alle condizioni di pace, che dovranno essere giuste e moderate in modo da evitare altri rischi di guerre e garantire la coesistenza pacifica, il dialogo e la collaborazione tra le parti, evitando il più possibile interferenze esterne ingiustificate. L’esempio svizzero potrebbe anche insegnare che la migliore garanzia di una convivenza è l’autonomia più ampia possibile di tutti i popoli-nazione in uno Stato federale.

Da parte mia, auspico che si estenda il più possibile il fronte di chi ritiene anche l’attuale guerra non solo inutile, ma anche «ingiusta», sia da parte dell’aggressore che da parte dell’aggredito, perché non ritengo lecito utilizzare il popolo, in divisa o senza, come arma di attacco o di difesa in una guerra insensata perché esistono altri modi ben più efficaci per risolvere le controversie internazionali e i diritti dei popoli-nazione.

Per queste ragioni ritengo che soprattutto l’Italia, conformemente allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione, e la Svizzera, conformemente alla sua storia di convivenza e di neutralità dovrebbero fare di più e subito per far cessare la guerra e garantire una pace giusta e duratura.

Giovanni Longu
Berna, 22.3.2022

16 marzo 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 75. Considerazioni finali (1a parte)

Il ventennio dell’immigrazione italiana in Svizzera 1970-1990 è uno dei più importanti della storia dell'emigrazione italiana del secolo scorso. In quei vent'anni, infatti, la collettività italiana ha conosciuto una radicale trasformazione. Per osservarne i risultati più significativi si dovranno attendere i decenni successivi, ma le premesse sono state poste nel periodo in esame. Il 1970 rappresenta simbolicamente l’anno della svolta (in seguito alla bocciatura dell'iniziativa antistranieri promossa da Schwarzenbach, sebbene non sia stata determinante) perché ha visto l’avvio dei principali cambiamenti del ventennio considerato. In questo e nel prossimo articolo si cercherà di evidenziarne alcuni, ritenuti particolarmente rilevanti per meglio comprendere il periodo 1990-2000, che si comincerà a esaminare prossimamente.

I protagonisti del ventennio

Nello Celio (1967-1973) e Kurt Furgler (1972-1986),
due consiglieri federali convinti sostenitori dell'integrazione degli stranieri.

Chi ha seguito la lunga trattazione del periodo in esame avrà sicuramente notato che i cambiamenti intervenuti nella collettività italiana in Svizzera hanno richiesto tempi lunghi. Tuttavia, l’avvenuta trasformazione non può essere considerata il risultato naturale di inevitabili mutamenti operati dal tempo e dal susseguirsi di varie ondate immigratorie.

Osservati attentamente, non si può nemmeno ritenere che i grandi cambiamenti siano il frutto di un’accurata politica immigratoria del Consiglio federale o di una scelta precisa degli italiani residenti in questo Paese o, ancor meno, il risultato di un’intensa azione del governo italiano su quello svizzero e sugli emigrati italiani dei primi decenni del secondo dopoguerra.

La trasformazione radicale che ha investito la collettività italiana residente in Svizzera nel ventennio 1970-1990 fu dovuta, infatti, alla convergenza di forze eterogenee di varia intensità, sotto la guida di un Consiglio federale chiaro negli intenti e fortemente impegnato nel perseguirli e con l’adesione sempre più convinta degli italiani coinvolti.

Oltre al Consiglio federale, protagonista indiscusso della nuova politica immigratoria avviata negli anni Settanta, bisogna pertanto riconoscere anche la notevole capacità di adattamento dimostrata dai numerosi immigrati italiani che, dopo la crisi economica della metà degli anni Settanta e nonostante innumerevoli difficoltà specialmente psicologiche, scelsero l'opzione di restare in Svizzera (mentre decine di migliaia decidevano di rientrare in patria) e in certa misura di integrarsi, se non altro per dare maggiori garanzie per il futuro ai propri figli (seconda generazione). Senza questa massiccia adesione, avvenuta sia pure in tempi lunghi, quasi certamente la collettività italiana sarebbe oggi meno consistente e meno influente.

Tra le forze importanti intervenute nel cambiamento non possono essere dimenticate, tuttavia, le spinte dell'economia alla razionalizzazione delle risorse e all'ammodernamento dei sistemi produttivi, la forte pressione esercitata sul Consiglio federale e sull'opinione pubblica dai movimenti xenofobi sempre più ostili a una presunta politica immigratoria fuori controllo e le insistenti richieste delle parti sociali (imprenditori e sindacati) a introdurre nella politica verso gli stranieri importanti correttivi.

Contribuirono, inoltre, soprattutto per umanizzare la trasformazione e in generale per rendere più accettabili i cambiamenti agli stranieri, gli ambienti politici specialmente di sinistra sia svizzeri che italiani, le rappresentanze diplomatiche e consolari, l’associazionismo e altre forze intermedie.

Riorientamento della politica immigratoria

L’iniziativa antistranieri di Schwarzenbach, respinta di stretta misura dal voto popolare del 7 giugno 1970, a parte l’aspetto disumano della richiesta che conteneva, sollevava un problema reale: un’immigrazione senza controllo era pericolosa perché rischiava di inasprire i rapporti sociali tra svizzeri e stranieri e poteva creare forme di dipendenza dalla manodopera straniera in alcuni rami economici. Andava perciò corretta.

Il Consiglio federale, come si è visto più volte, intervenne prontamente, ma non sugli arrivi, come volevano gli ambienti xenofobi, bensì sui residenti, proponendo un riorientamento della politica federale verso gli stranieri e adottando misure che nel breve e medio periodo avrebbero dovuto sedare i malumori serpeggianti nell'opinione pubblica, dare certezze all'economia e ai sindacati e dare fiducia agli immigrati.

Le parole d’ordine divennero «stabilizzare» e «integrare», lasciando intendere che favorendo la stabilizzazione il numero degli immigrati temporanei si sarebbe automaticamente ridotto e gli stranieri rimasti, integrandosi, avrebbero avuto molte più possibilità di raggiungere socialmente, professionalmente ed economicamente gli stessi livelli degli svizzeri.

Chi pensasse che il compito del Consiglio federale sia stato facile ignora le difficoltà che dovette affrontare in questo campo fin dalla seconda metà degli anni Sessanta. Basti pensare che tradizionalmente il governo svizzero non prendeva mai iniziative importanti di gestione e di controllo in campo economico (specialmente nel mercato del lavoro), non interveniva se non in casi eccezionali nella politica dei Cantoni verso gli stranieri, non aveva mai voluto prendere atto che la Svizzera diventava sempre più un Paese d’immigrazione, che gli immigrati tendevano a stabilizzarsi e reclamavano perciò nuovi diritti riguardanti, la sicurezza sociale, il ricongiungimento familiare, la scolarizzazione della seconda generazione, l’accesso alle abitazioni a pigioni moderate, ecc.

Coinvolgimento degli immigrati

Non va nemmeno dimenticato che anche nel campo degli immigrati le difficoltà da superare erano tante, perché bisognava liberarsi da numerosi e talvolta radicati pregiudizi, occorreva rendersi conto che certi traguardi si raggiungono a fatica e che quella richiesta agli immigrati poteva essere anche maggiore qualora si dovessero colmare lacune scolastiche, carenze linguistiche, impreparazione professionale e svantaggi simili. Per integrarsi o fare anche solo qualche passo in quella direzione occorreva molta motivazione, ma non era facile pretenderla e nemmeno suggerirla a chi svolgeva lavori faticosi, faceva magari volentieri gli straordinari, aveva una famiglia da mantenere e un grande sogno da realizzare, quello di farsi un gruzzolo, tornare al proprio paese, costruire la casa e sistemare i figli.

Allievi dei corsi CISAP a Berna negli anni Settanta e Ottanta.
Eppure si sa che, nel piano del Consiglio federale, ma anche negli auspici delle autorità italiane e nella logica degli eventi non c’erano alternative: per riuscire bisognava integrarsi, ossia mettersi in condizione di poter cogliere le stesse opportunità degli svizzeri. Per chiunque non abbia conosciuto da vicino il mondo dell’immigrazione italiana negli anni Settanta e Ottanta può risultare difficile anche solo immaginare le rinunce, i sacrifici, gli sforzi che comportava l’integrazione agli immigrati italiani del dopoguerra, specialmente ai meridionali, soprattutto se mancava (sovente) la prospettiva di restare a lungo in questo Paese.

Per rendersi maggiormente conto delle difficoltà incontrate da moltissimi italiani nel processo d’integrazione, va ricordato che allora c’erano anche meno incentivi di oggi. L’iniziativa individuale era sostenuta quasi esclusivamente dalle famiglie. Il governo italiano garantiva il rispetto dei diritti fondamentali e degli accordi bilaterali, organizzava corsi di lingua e cultura italiane per i bambini in età scolastica, contribuiva a sostenere finanziariamente alcune attività di formazione professionale, ma non allestiva corsi conformi ai regolamenti svizzeri, non organizzava corsi di tedesco
o di francese finalizzati all’integrazione, non stimolava l’integrazione. Per le grandi associazioni degli italiani, non solo il tema della naturalizzazione era una sorta di tabù (cfr. articolo precedente), ma anche quello dell’integrazione.

Fortunatamente, dagli anni Settanta, una grande motivazione ad integrarsi è giunta dall’avanzata in larga misura imprevista della seconda generazione, sempre più numerosa e sempre più esigente. Per molti italiani divenne indispensabile poter comunicare con gli svizzeri, con le maestre d’asilo, con gli insegnanti, con le autorità, con le istituzioni senza dover sempre ricorrere a intermediari. Tanti cercarono d’imparare il tedesco o il francese, alcuni tentando l’apprendimento autonomo, altri frequentando corsi organizzati da istituzioni o da privati. La consapevolezza che senza un minimo di conoscenza della lingua del posto non sarebbe stato possibile alcun avvicinamento tra stranieri e svizzeri era molto diffusa.

Alcuni si spinsero anche oltre la conoscenza minimale della lingua locale e decisero di elevare il proprio livello culturale e professionale, frequentando veri e propri corsi di formazione professionale coerenti con le esigenze regolamentari svizzere. Molti vi riuscirono e a loro andrebbe riconosciuta una buona dose di eroismo, perché dovettero superare enormi difficoltà di apprendimento, sacrificare tre o più anni del loro tempo libero per frequentare una scuola serale (come per esempio il CISAP), studiare a casa, esercitarsi il più possibile nel mestiere scelto con l’obiettivo preciso di riuscire, farsi apprezzare sul lavoro per le competenze acquisite, acquistare una nuova dignità ed essere di esempio ai figli. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 16.3.2022

04 marzo 2022

Ucraina ieri e oggi

Ripubblico, tale e quale, un articolo del 2014 soprattutto per le conclusioni a cui ero giunto: inutilità della guerra e necessità del dialogo. Aggiungo solo che ritengo ingiustificabile qualsiasi guerra, tanto più da chi si proclama «cristiano», e che la Svizzera («forte del suo esempio vivente e della sua tradizione pacifica e proficua convivenza tra etnie e culture diverse, ma aperte alla collaborazione e al rispetto reciproco») non solo «potrebbe fare di più», ma dovrebbe fare di più. 

17 settembre 2014

Ucraina 1914-2014: evitare gli errori del passato


Le cronache su quel che sta avvenendo nell’Europa orientale non lasciano purtroppo ben sperare: nella migliore delle ipotesi, infatti, i problemi all'origine della crisi ucraina verranno repressi ma non eliminati. Essi hanno origini lontane e può essere utile ricordarle.

Ucraina: un Paese quasi sconosciuto fino al 1914
La popolazione ucraina è in prevalenza di origine slava, ma nei secoli prima e dopo l’anno 1000 ha subito molteplici influssi di diversa origine, sia orientale che occidentale. L’Ucraina di oggi (più di 600.000 kmq e una popolazione di più di 45 milioni di abitanti) è il risultato di una lunga storia, piuttosto complessa, di popoli e dominazioni differenti, che non ha ancora trovato il suo punto di equilibrio stabile. Alcuni elementi conflittuali già presenti cent’anni fa, quando l’Ucraina, suddivisa in governatorati, faceva parte dell’Impero Russo, sono riemersi in questi ultimi anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Per cercare di comprendere quello che le cronache quotidiane ci descrivono e ci mostrano della parte orientale dell’Ucraina è utile ricordare qual era la situazione di quella regione cent’anni fa. Questo riferimento temporale non è casuale, ma dovuto al fatto che prima dello scoppio della prima guerra mondiale dell’Ucraina si conosceva ben poco, se non che si trattasse di una grande regione dell’est europeo «le cui sorti erano indissolubilmente congiunte con quelle della Russia».
Solo gli specialisti conoscevano la storia piuttosto complicata delle popolazioni ucraine, che non costituirono mai un’entità unica, ma si svilupparono con storie diverse subendo anche influssi diversi da parte degli Stati vicini, della Russia soprattutto ma anche della Polonia e della Lituania. Sapevano certamente che una di queste popolazioni era russofona e che quando la Russia aveva cercato di russificare l’intera Ucraina, limitando ad esempio l’uso della lingua ucraina, scoppiò una vera rivoluzione (1905).

1914-18: importanza strategica dell’Ucraina
Solo dopo il 1914 il grande pubblico occidentale cominciò a conoscere più nel dettaglio la realtà ucraina e il valore strategico di questa regione, fino ad allora sotto l’influenza incontrastata della Russia.
Quando allo scoppio della prima guerra mondiale gli Imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria dichiararono guerra alla Russia, l’Ucraina venne occupata militarmente dal potente vicino, per impedire che diventasse facile preda dei suoi nemici, perché allora l’Ucraina era considerata il «granaio d’Europa».
Com’è noto, le operazioni militari non andarono bene alla Russia, sconvolta nel 1917 dalla «rivoluzione d’ottobre» guidata da Lenin e dalla guerra civile. L’Ucraina ne approfittò per sottrarsi all’influenza russa, proclamarsi repubblica indipendente (22 novembre 1917) e firmare una pace separata con l’Impero germanico, che sembrava garantire la sua indipendenza e integrità.

Il sogno infranto degli ucraini
Il sogno degli ucraini di non dover continuare a lavorare per i russi sembrava finalmente realizzato. Pensavano che il loro Paese avesse finito di essere considerato «una regione da sfruttare» e avrebbe presto raggiunto, in altre condizioni, grazie alle immense ricchezze che possedeva, il grado di prosperità che gli spettava. Sembrava cambiare anche la prospettiva commerciale perché, come osservava un commentatore occidentale, «gli sbocchi dell’Ucraina sono «naturalmente rivolti verso l’Europa».
Non tutti, meno che mai gli ucraini, si resero subito conto che non bastava proclamarsi indipendenti per esserlo davvero. Infatti la nuova repubblica nel febbraio 1918 divenne di fatto una specie di «protettorato tedesco».
Un quotidiano ticinese commentava l’indipendenza dell’Ucraina grazie al sostegno della Germania in questi termini: «E’ ormai un fatto compiuto la pace con l'Ucraina che a quanto sembra assicura agli Imperi centrali importanti contingenti di grano, migliorando così la loro situazione economica».
Lo stesso giornale, qualche settimana più tardi, denunciava la strategia della Germania, che non bastandole l’estromissione della Russia dall’Ucraina, aveva occupato Odessa, la maggiore città commerciale russa del mar Nero in territorio ucraino, e contava di estendere ulteriormente il suo dominio: «La notizia della caduta di Odessa denota quale valore si possa attribuire alle paci che gli Imperi vanno concludendo in Oriente. Gli Austro-Tedeschi hanno stipulato la pace con l’Ucraina e scorrazzano per l’Ucraina in barba ai trattati, occupano città, fanno la guerra a chi e dove vogliono. […] Se si continua di questo passo i Russi un giorno finiranno, svegliandosi dall' incantesimo leninista, col trovarsi legati, imbavagliati e premuti in ogni senso dai Tedeschi. Allora forse insorgeranno, ma sarà troppo tardi. La Germania lavora a sgretolare mano mano l’Intesa [costituita principalmente da Francia, Russia e Gran Bretagna] cominciando dai popoli più piccoli che hanno i territori invasi».
Invano gli ucraini, che si erano accorti ben presto di essere nuovamente occupati, cominciarono a criticare il nuovo governo e a rimpiangere il vecchio. Molti giornali, nonostante la censura sulla stampa, chiesero invano «l'unione dell'Ucraina alla grande Repubblica russa».

Le ricchezze dell’Ucraina
Nel 1918 un ufficiale svizzero, nel redigere per un quotidiano ticinese una specie di nota segnaletica dell’Ucraina, ricordava anzitutto che si trattava di un «immenso paese» con una superficie di quasi tre volte quella dell’Inghilterra e una popolazione di 40 milioni di abitanti in forte crescita.
Passava poi a segnalare le ricchezze di questo Paese cominciando dall’agricoltura: «La produzione agricola dell’Ucraina è incredibile, sopra tutto per quanto riguarda il frumento: essa costituisce il granaio della Russia». Oltre al frumento l’Ucraina produceva l’88 per cento dell’intera produzione russa di zucchero e grandi quantitativi di altri prodotti come granoturco, semi oleosi, frutta, legumi, miele. Allevava inoltre «molto bestiame».
L’Ucraina, aggiungeva l’ufficiale-cronista, «ha pure un sottosuolo molto ricco con ferro carbone, petrolio, sale, mercurio, manganese» (allora ritenuto «indispensabile per la produzione di certe qualità superiori di acciaio»), ecc.
Da buon svizzero, riteneva infine che l’Ucraina, grande Paese ricco di prodotti dell’agricoltura e del sottosuolo, potesse rappresentare per la Svizzera un buon mercato, da cui importare tanti prodotti «di grande utilità» e in cui esportare per esempio orologi, motori a vapore, utensili agricoli ed in generale prodotti metallurgici.
Già da queste sommarie indicazioni si può comprendere quanto l’Ucraina fosse ritenuta importante per la Russia e appetibile per la Germania e più in generale per l’Occidente.

Problemi irrisolti
Frattanto la Russia aveva firmato l’armistizio (15 dicembre 1917), sospeso i combattimenti e avviato trattative di pace con gli Imperi centrali. Perché non sussistessero dubbi circa il futuro dell’Ucraina, tra le condizioni di pace fissate dalla Germania alla Russia di Lenin figurava al quarto punto che: «la Russia dovrà evacuare immediatamente la Finlandia e l'Ucraina e concludere con esse la pace».
La Russia non ebbe scelta e dovette firmare il trattato di pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) che sanciva la vittoria degli Imperi centrali sul fronte orientale e poneva le premesse per l’indipendenza dell’Ucraina, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia. Nei giorni successivi il quotidiano socialista ticinese Libera Stampa commentava: «La Russia rivoluzionaria ha dovuto piegare il capo davanti alla forza brutale del militarismo prussiano e firmare il trattato di pace. La Germania ha applicato i suoi principi di pace «senza indennità e senza annessioni», coll’occupare tutte le province baltiche fin quasi a Pietrogrado [così si chiamava all’epoca San Pietroburgo], la Polonia, l'Ucraina, divenuta sua alleata…».
Con la pace di Brest-Litovsk il futuro indipendente dell’Ucraina non era affatto garantito, anzi restavano irrisolti i problemi fondamentali della convivenza tra le varie regioni e popolazioni dell’Ucraina come pure gli orientamenti politici nei confronti dei Paesi vicini.

Inutilità della guerra e soluzioni possibili
Quanto la prima guerra mondiale sul fronte orientale sia stata inconcludente e dannosa lo dimostreranno ampiamente i decenni successivi e anche oggi, purtroppo, si può osservare quanto le guerre siano inadeguate per risolvere i problemi della convivenza tra i popoli.
La storia recente dell’Ucraina ne è una chiara testimonianza e, purtroppo, non mi sembra che i responsabili delle grandi potenze, Unione Europea compresa, abbiano bene appreso la lezione del passato, ossia l’inutilità della guerra (anche se mentre scrivo vige una fragile tregua) per risolvere questo genere di problemi. Dico purtroppo perché ancora una volta per decidere del destino dei popoli si ricorre alle armi e alle sanzioni piuttosto che alla saggezza, al dialogo e al limite, perché no, visto che è in uso tra le persone civili, alla separazione consensuale.
Per risolvere questo genere di problemi bisognerebbe abbandonare (definitivamente) la logica degli interessi degli Stati (ancora di tipo ottocentesco) e adottare la logica degli interessi legittimi dei popoli. Nel conflitto ucraino finora la Svizzera si è impegnata molto nell’ambito dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Forse potrebbe fare di più, forte del suo esempio vivente e della sua tradizione di pacifica e proficua convivenza tra etnie e culture diverse, ma aperte alla collaborazione e al rispetto reciproco.

Giovanni Longu

02 marzo 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 74. Seconda generazione: integrazione certa

Quando agli inizi degli anni Settanta il Consiglio federale decise di riorientare la politica immigratoria verso la stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera, i dubbi erano legittimi. Lo era soprattutto quello sulla stabilizzazione perché il numero degli stranieri dipendeva tradizionalmente dallo sviluppo dell’economia. Lo era anche quello riguardo all’integrazione, ma meno, perché si avvertiva già il prolungamento costante del soggiorno degli immigrati e questo avrebbe favorito l’integrazione. Il processo richiese tuttavia un tempo probabilmente molto più lungo del previsto, ma si deve riconoscere che nel periodo in esame sono state poste le basi indispensabili per raggiungere in seguito i risultati auspicati.

Integrazione possibile e necessaria

Il prolungamento del soggiorno degli immigrati italiani in Svizzera era costante dalla seconda metà

degli anni Sessanta. Alla fine del 1980 la durata media era già di 14,3 anni, alla fine del 1990 di ben 19,7 anni ( e sarà di circa 24 anni sul finire degli anni Novanta). Un periodo indubbiamente favorevole all'integrazione.

L’elevato tasso di natalità degli immigrati italiani nella seconda metà degli anni Sessanta (massimo storico nel 1969 con 19.101 nascite) e l’incessante arrivo dall'Italia di bambini in età scolastica grazie alle agevolazioni del ricongiungimento familiare previsto dall'accordo italo-svizzero del 1964 avevano prospettato una forte presenza di giovani italiani nei decenni successivi.

Dai primi anni Settanta, tuttavia, il loro futuro cominciò a preoccupare sia gli ambienti politici svizzeri e italiani che le famiglie direttamente interessate. Tutti infatti tendevano ad escludere, sia pure con motivazioni diverse, che questi giovani sarebbero succeduti nell'economia svizzera ai loro genitori (in gran parte manovali) una volta rientrati in Italia, al più tardi all'età della pensione. Nessuno, però, era in grado di proporre soluzioni sicure su larga scala.

La preoccupazione si accentuò nella seconda metà degli anni Settanta, quando la crisi economica soppresse numerosi posti di lavoro, occupati soprattutto da stranieri, e indusse molti italiani a rientrare in patria. Se però molti partivano, coloro che restavano erano ben più numerosi (nonostante il calo delle nascite a partire dal 1970). Ai giovani bisognava garantire un futuro diverso da quello dei loro genitori, ma non diverso da quello dei coetanei svizzeri.

Percorso difficile

Come più volte ricordato in diversi articoli, il Consiglio federale era deciso a mettere in campo nei loro confronti una politica d’integrazione completa, che comprendeva (già nel disegno di legge sugli stranieri del 1978) tutti i diritti fondamentali, compresa l’attività politica. Di più, il Consiglio federale prospettava, a chi l’avesse chiesta, anche una procedura agevolata di naturalizzazione (poi naufragata nel voto popolare).

Nonostante l’ottimismo del Consiglio federale, il processo d’integrazione avanzava tuttavia lentamente perché gli ostacoli da superare erano tanti, uno in particolare, l’insicurezza (di origine interna ed esterna) sia del cittadino integrato (quasi svizzero? Straniero di carta? Né l’uno né l’altro?) che del naturalizzato, combattuto tra due culture, due patrie, due affetti.

Ripensando all'atmosfera che si respirava al riguardo negli anni Settanta e Ottanta è facile ricordare con quanta esitazione si consigliava a un giovane interessato di presentare una domanda di naturalizzazione per facilitargli l’accesso all'esercizio di alcune professioni. Con quanta insistenza, invece, si ricordava agli italiani di appartenere ad una grande cultura, a un grande Paese, a un’Europa che garantiva la libera circolazione, ecc.

Andamento lento ma sicuro

Alla fine del periodo in esame (1970-1990) si poteva ancora essere pessimisti perché l’integrazione sembrava garantire alla seconda generazione meno vantaggi di quanti ne prometteva, nonostante il superamento delle note difficoltà di comunicazione della prima generazione. Infatti, ad un’attenta osservazione, non era difficile notare che gli stranieri erano spesso svantaggiati rispetto ai coetanei svizzeri nella formazione scolastica e professionale, nella posizione professionale, nella prospettiva di carriera. Solo nei naturalizzati questi svantaggi tendevano a scomparire.

Probabilmente molti si erano illusi di poter vedere in pochi anni cambiamenti che generalmente durano generazioni. Se uno avesse avuto la pazienza o la possibilità di attendere, già negli anni Novanta (come si vedrà prossimamente) avrebbe costatato evidenti progressi, soprattutto dal 1992, quando divenne possibile la doppia nazionalità, italiana e svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 2.3.2022 

23 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 73. Seconda generazione: perché naturalizzarsi?! (2a parte)

Alla domanda che figura nel titolo si è in parte già risposto nel precedente articolo, nel quale si è pure accennato alle difficoltà di considerare la naturalizzazione un’opzione praticabile almeno per la seconda generazione. Rientra nell'ottica di questi articoli cercare di spiegare perché le naturalizzazioni degli italiani nel periodo considerato (1970-1990) sono state relativamente poche (poco più di 65.500 su circa 230.000 naturalizzazioni complessive) e quali erano le maggiori difficoltà che incontravano i richiedenti la cittadinanza svizzera.

Prendere e lasciare

Il dilemma è stato per molti italiani: svizzeri o italiani?
Una delle ragioni per cui tra il 1970 e il 1990 sono stati relativamente pochi gli italiani di prima e seconda generazione che hanno chiesto e ottenuto la naturalizzazione era dovuta al principio di unicità della nazionalità, per cui se uno straniero voleva diventare svizzero doveva rinunciare alla cittadinanza di origine. La legge prescriveva infatti che «chiunque vuole farsi naturalizzare deve astenersi da qualsiasi passo inteso a conservare la sua cittadinanza. La rinuncia alla cittadinanza straniera deve essere pretesa… » (art. 17).

Soprattutto negli anni Settanta erano tuttavia pochi gli immigrati italiani disposti a rinunciare alla cittadinanza italiana, se non in casi particolari dov'era in gioco una promozione nella professione, un nuovo incarico, la possibilità di un avanzamento nella carriera. Una tale rinuncia appariva perciò a molti adulti incomprensibile e ingiustificata. Talvolta poneva anche seri problemi di ordine morale, perché appariva come un misconoscimento delle proprie origini, un tradimento del proprio Paese, l’abbandono di una cultura superiore per una cultura inferiore (in questi termini erano spesso viste le culture italiana e svizzera), un rinnegamento dell’ambiente in cui si era vissuti fino ad allora, una svendita della propria nazionalità.

Se per un adulto era comunque legittimo chiedersi per quale ragione dovesse rinunciare alla cittadinanza italiana, nel caso di un giovane i dubbi erano soprattutto di carattere psicologico, perché la naturalizzazione poteva sembrare una sorta di allontanamento dal gruppo sociale di appartenenza dei genitori, una possibile fonte di conflitti familiari, un cambiamento forzato del modo di pensare, una scelta di campo che, in qualche ambiente, avrebbe potuto essere considerata una slealtà, un’ingratitudine, un tradimento. E poi il dubbio restava: rappresentava davvero un vantaggio la sostituzione della cittadinanza italiana con quella svizzera?

Percorso a ostacoli

Un’altra difficoltà di fronte alla quale molti italiani si arrendevano prima ancora di presentare la domanda di naturalizzazione era costituita dalla procedura, lunga, complicata (a causa della cittadinanza svizzera a più livelli), esigente e costosa. Essa mirava all'accertamento dell’idoneità dello straniero a diventare svizzero, ossia se il richiedente si fosse «adattato in modo decisivo alle condizioni svizzere», fosse «completamente assimilato», «se il suo genere di vita, il suo carattere, la sua stessa personalità» permettessero di «presumere che diventerà certamente un ottimo svizzero, meritevole della piena fiducia» e «degno di tale favore».

In base alla legge in vigore sulla cittadinanza del 1951, non bastava che lo straniero richiedente la naturalizzazione avesse risieduto almeno dodici anni in Svizzera (i minorenni molto meno), un esame accurato doveva appurarne «l'idoneità alla naturalizzazione» in modo da «dare un quadro per quanto possibile completo della personalità del richiedente e dei membri della sua famiglia» (art. 14). I «fabbricatori di svizzeri», gli Schweizermacher del film di Rolf Lyssy (1978) avevano un bel da fare negli anni Settanta, ma anche dopo.

Alle difficoltà di natura ideale o psicologica per i richiedenti la nazionalità svizzera, per molti immigrati si aggiungevano anche difficoltà di ordine pratico dovute alla lunghezza delle procedure e non da ultimo alle tasse connesse, basate spesso sul reddito e il patrimonio del candidato. Solo quando il rapporto costi-benefici risultava nettamente vantaggioso molti stranieri si sottoponevano alle procedure e ai costi della naturalizzazione.

Disorientamento tra gli italiani

Bisogna anche aggiungere che l’atteggiamento critico degli italiani, già tradizionalmente sfavorevoli alla naturalizzazione, negli anni Settanta e Ottanta si era accentuato a causa del clima generale negativo che dominava i rapporti tra italiani e svizzeri a causa della xenofobia, dei divieti, delle restrizioni, delle presunte discriminazioni nei confronti degli stranieri, della penalizzazione in materia scolastica della seconda generazione, dell’incertezza del futuro, ecc.

Preoccupazioni per i giovani: i manovali di domani?
In generale, in quel periodo, gli italiani della prima generazione non vedevano di buon occhio nemmeno la naturalizzazione dei giovani della seconda generazione. Le maggiori associazioni e lo stesso Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) erano stati concepiti come associazioni di italiani in funzione di supporto per la tutela dei loro diritti, il disbrigo delle pratiche burocratiche e l’organizzazione del tempo libero… fino al loro rientro in patria all'età.

In alcuni ambienti si era persino diffuso il sospetto che gli stranieri fossero discriminati già nella scuola dell’obbligo per assicurare anche in futuro all'economia svizzera la disponibilità di «manovali» in sostituzione dei partenti. Emblematico al riguardo un volantino delle Colonie Libere Italiane di Zurigo del 1973 con cui s’invitavano a una serata informativa i genitori italiani di un quartiere e su cui campeggiata la scritta: «I nostri figli, una nuova generazione di manovali?».

Per le grandi associazioni degli italiani il tema della naturalizzazione era una sorta di tabù. Durante il Convegno di Lucerna nel 1970 nessuno sollevò la questione benché si sapesse che i giovani di seconda generazione erano in forte crescita. All'ordine del giorno delle assemblee sociali, figuravano solitamente temi interni all'associazione, questioni riguardanti il lavoro, la sicurezza sociale, le pensioni, i corsi di lingua e cultura, i servizi consolari, il voto all'estero, ecc. La naturalizzazione non compariva mai, l’integrazione raramente.

Approccio svizzero

Anche tra gli svizzeri il tema della naturalizzazione non era molto discusso, sebbene fosse spesso presente nell'agenda politica del Consiglio federale, favorevole a «facilitare la naturalizzazione degli stranieri residenti e nati in Svizzera». Il tema però era molto controverso. Le posizioni tra coloro che vedevano nella naturalizzazione il punto di arrivo di un processo integrativo riuscito e coloro che la consideravano un mezzo efficace per incoraggiare l’integrazione erano troppo distanti. Per molti svizzeri, inoltre, la cittadinanza svizzera non andava affatto «facilitata» e il passaporto svizzero non andava «svenduto».

Questo spiega perché nel periodo in esame tutti i tentativi del Consiglio federale sulla naturalizzazione agevolata (ossia meno burocratica di quella ordinaria) degli stranieri sono naufragati, salvo nei confronti dei figli di madre svizzera. Nel 1952, infatti, essa fu consentita  ai figli di madre svizzera sposata a uno straniero, «a condizione tuttavia che la madre [fosse] nata svizzera e che i figli [fossero] vissuti durante almeno dieci anni nella Svizzera».

La naturalizzazione agevolata per i figli di madre svizzera venne ancora migliorata nel 1976 («i figli di madre svizzera e di padre straniero uniti in matrimonio acquistano dalla nascita la cittadinanza svizzera se la madre è svizzera d'origine e i genitori sono domiciliati in Svizzera al momento della nascita») e superata definitivamente nel 1978 con l’entrata in vigore del nuovo diritto di filiazione, secondo cui il figlio di una svizzera e di un padre straniero acquista la cittadinanza della madre alla nascita. Per i figli di genitori entrambi stranieri, invece, la naturalizzazione agevolata non è mai riuscita a superare lo scoglio del voto popolare.

Politica d’integrazione ragionata

Piuttosto che insistere sull'opportunità della naturalizzazione agevolata per i figli degli stranieri, dagli anni Settanta il Consiglio federale ha preferito percorrere la più promettente strada della loro integrazione linguistica, scolastica, professionale. E’ stata certamente una scelta ragionata, ma probabilmente ha tolto vigore alle rivendicazioni sulla naturalizzazione agevolata dei figli e dei nipoti degli immigrati del dopoguerra, benché restasse sempre possibile anche per loro l’acquisizione della cittadinanza svizzera per via «ordinaria».

La conquista della naturalizzazione agevolata era solo rimandata, ma intanto, con la possibilità di conservare la precedente cittadinanza (dal 1° gennaio 1992), agli stranieri in possesso dei requisiti previsti dalla legge si apriranno, pure con la naturalizzazione ordinaria, nuove opportunità d’integrazione completa anche nel sistema politico svizzero. Gli italiani saranno i più numerosi ad approfittarne.

Giovanni Longu
Berna 23.2.2022

16 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 72. Seconda generazione: perché naturalizzarsi?! (prima parte)

Nel periodo in esame, caratterizzato da una profonda trasformazione della popolazione italiana immigrata in Svizzera, mai prima di allora furono discussi tanto animatamente e diffusamente gli stessi concetti di emigrazione e immigrazione e i rapporti degli italiani qui residenti con l’Italia e con la Svizzera. Tanto più che, per la prima volta, gli immigrati (prima generazione) avvertivano chiaramente che il numero degli arrivi dall'Italia per motivi di lavoro tendeva inesorabilmente a diminuire, mentre quello degli italiani non immigrati, nati qui o venuti per ricongiungimento familiare (seconda generazione), non faceva che aumentare. La «svizzeritudine» di questi ultimi preoccupava non poco molti loro genitori e l’intero ambiente migratorio.

«Seconda generazione» contesa

Chi ha vissuto quel periodo non può dimenticare che una delle ragioni del disagio psicologico di numerosi italiani immigrati del dopoguerra derivava, oltre che dalle condizioni generali dell’immigrazione e dall'atteggiamento sfavorevole di molti svizzeri, dall'incertezza sulla durata del loro soggiorno in Svizzera e sul futuro dei loro figli. Il disagio era vissuto soprattutto nelle famiglie interessate, ma anche nelle associazioni e nei dibattiti pubblici, ogniqualvolta i giovani, per una ragione o per l’altra, diventavano oggetto di discussione.

A ben vedere, nella lunga storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, il problema si era presentato già altre volte e si era cercato di risolverlo per così dire alla radice. Nell'Ottocento, per esempio, a parte le difficoltà per ottenere la naturalizzazione (perché i criteri dei Cantoni e dei Comuni per concederla o negarla erano ispirati spesso a interessi prettamente economici), gran parte degli immigrati italiani non manifestava alcun interesse a cambiare nazionalità, trovando più conveniente restare «stranieri» e «italiani». In effetti, nell'arco di vent'anni, tra il 1885 e il 1905, solo 1751 italiani chiesero ed ottennero la naturalizzazione (contro quasi 10.000 tedeschi).

All'inizio del Novecento, la situazione era pressoché identica, ma cominciava a suscitare non poche preoccupazioni sia tra le autorità svizzere che tra quelle italiane. Infatti, le prime ritenevano gli italiani dei privilegiati (perché erano esentati dall'obbligo del servizio militare e da altri obblighi) e consideravano i nati e cresciuti qui come dei falsi stranieri, perché già «assimilati», come si diceva allora, e quindi da naturalizzare. Tanto è vero che nel 1903 fu approvata una legge federale che autorizzava i Cantoni a naturalizzarli «d’ufficio».

A loro volta, le autorità italiane consideravano i figli degli italiani «troppo svizzeri» e cittadini persi per l’Italia. Il rappresentante del Regno d’Italia Giuseppe De Michelis (1872-1951), primo «Regio Addetto dell’emigrazione in Svizzera», vedendo crescere «con animo svizzero» questi bambini se ne rammaricava perché «i padri loro non sanno e non possono alimentare la fiamma dell’amor patrio colla storia del passato; lo ignorano. Non possono insegnar loro la lingua; non la conoscono. Così vecchi e giovani sono perduti per il paese nostro».

Una perdita per la patria?


Evidentemente, tanto le autorità svizzere quanto quelle italiane non si rendevano conto che già allora nei figli degli stranieri nati e cresciuti in questo Paese il concetto di «patria» stava cambiando, anche perché lo vedevano troppo legato alla divisa militare che avrebbero dovuto indossare per il servizio militare e magari per la guerra, come capiterà a moltissimi italiani qualche anno più tardi.

Di fatto la seconda generazione continuerà a vivere a lungo nell'incertezza della «patria» perché nessun Cantone approfittò della legge del 1903 e probabilmente nessun rappresentante italiano riuscì a far cambiare idea a chi aspirava alla naturalizzazione. Per di più si cominciò a disputare quando uno straniero poteva essere considerato assimilato, mettendo seriamente in dubbio che bastasse nascere in Svizzera per essere considerato tale e naturalizzabile. Forse anche per queste perplessità il numero delle naturalizzazioni degli italiani restò molto basso fino alla fine degli anni Sessanta, salvo alcune brevi eccezioni per evidenti ragioni di opportunità durante la prima guerra mondiale (1915 al 1918: 6254 naturalizzazioni), durante il periodo fascista (1930-1936: 10.050 naturalizzazioni) e durante la seconda guerra mondiale (1940-44: 6808 naturalizzazioni).

Incertezza penalizzante

Questa specie di sospensione della patria dovuta sia alle circostanze (emigrazione) che alla volontà politica della Svizzera (soprattutto dopo l’adozione della legge sugli stranieri del 1931) deve aver pesato non poco sulla seconda generazione degli anni Sessanta e Settanta. Molti racconti di viaggi di vacanza specialmente nel Mezzogiorno evidenziano il disagio provato da molti giovani di fronte alla realtà in gran parte sconosciuta del Paese d’origine dei loro genitori. Tuttavia, in quegli anni, era sicuramente ancor più profondo, perché più durevole, il disagio di tanti giovani che non si sentivano pienamente accettati proprio qui, nel luogo dov'erano nati, crescevano, cercavano amicizie, apprendevano lingua, cultura e tradizioni e dove speravano di poter realizzare i sogni della propria vita.

Giuseppe De Michelis

Comprensibile, dunque, lo stupore e la rabbia provata da molti bambini nel sentirsi chiamare da compagni di scuola o di gioco Tschingge come i loro genitori, pur non essendo immigrati, pur essendo (quasi) in tutto e per tutto bambini come loro. E come non comprendere anche l’affiorare in molti di essi un pericoloso complesso d’inferiorità nel costatare che le selezioni scolastiche avvenivano molto spesso a loro sfavore, che nelle «classi speciali» c’erano soprattutto loro, i figli degli immigrati, tra cui moltissimi italiani, che gli insuccessi scolastici riguardassero soprattutto loro.

Comprensibile anche che molti giovani di seconda generazione, prim'ancora di essere classificati da qualche osservatore frettoloso appartenenti alla Weder-noch-Generation, provassero un grande senso di frustrazione non sentendosi pienamente né italiani né svizzeri, né carne né pesce. In effetti il loro equilibrio psicologico era messo a dura prova e rischiava di mettere in crisi il sentimento d’identità (cfr. articolo precedente), fondamentale per qualunque progetto di vita.

Non è meno comprensibile, purtroppo, che contro questi sentimenti molti bambini non trovassero nell'ambiente familiare un’adeguata spinta a reagire. Molti immigrati, come ai tempi di De Michelis, non erano preparati al ruolo, gli obiettivi all'origine dell’emigrazione erano altri, il loro orizzonte temporale in Svizzera era mobile e il rientro in Italia certo.

Nessun immigrato italiano, forse, aveva mai pensato che per i figli in età scolastica restare in questo Paese, magari per sempre, sarebbe stata una possibilità da prendere in considerazione. L’incertezza e l’esclusione di una prospettiva «svizzera» per la seconda generazione è stata per molti giovani italiani assai penalizzante.

La naturalizzazione diventa un’opzione

Solo negli anni Settanta (ma già negli ultimi anni Sessanta), quando cambia la politica immigratoria svizzera, la naturalizzazione cominciò ad essere presa in considerazione sempre più frequentemente da molti immigrati italiani per l’intera famiglia o almeno per i figli minorenni. Nel 1969 furono per la prima volta oltre 2000 gli italiani che ottennero la cittadinanza svizzera. Negli anni Settanta la media annua delle naturalizzazioni concernenti italiani superò le 3300 unità.

Negli anni Ottanta, parallelamente all'introduzione della cittadinanza europea, l’acquisizione della nazionalità svizzera perse attrattiva, ma le naturalizzazioni continuarono con una media annua superiore alle 3000 unità. Nel 1991 raggiunsero il minimo storico del periodo (1802 naturalizzazioni), ma c’era una ragione, che sarà illustrata nel prossimo articolo.

Chi pensasse, leggendo queste cifre, che sia stato facile raggiungerle si sbaglierebbe. Fu infatti difficile sia allentare le condizioni per l’ottenimento della nazionalità da parte della politica svizzera e sia eliminare dall'opinione pubblica italiana alcuni pregiudizi riguardanti l’«acquisto» della cittadinanza svizzera. Se ne parlerà più diffusamente nel prossimo articolo, dove si accennerà anche al ruolo esercitato in questa materia dalle grandi associazioni degli immigrati italiani in Svizzera.

Giovanni Longu
Berna 16.02.2022