Sulla Prima Conferenza dei giovani italiani nel mondo, tenutasi a Roma dal 10 al 12.12.2008, è calato il silenzio. Nessuno ne parla più. Se vi faccio riferimento è perché uno dei temi trattati mi pare degno di essere ancora dibattuto: quello dell’identità dei giovani e in generale degli «italiani all’estero» (ma forse sarebbe più appropriata l’espressione «italiani dell’estero»).
L’«identità nazionale» figurava tra i cinque temi principali della Conferenza e giustamente, in apertura dei lavori, il Ministro degli esteri Frattini aveva sottolineato che questa «è la questione centrale che alimenta anche tutte le altre: cosa vuol dire sentirsi italiani oggi, per voi che vivete fuori dell’Italia». Lo stesso Frattini aveva suggerito una risposta dicendo che «voi dovete sentire l’orgoglio di appartenere ad un’Italia che è cambiata. Che vi dovete ormai sentire parte di un sistema allargato e coordinato. Che noi guardiamo a voi come ad un patrimonio italiano che aiuta l’immagine italiana a crescere». Ma l’identità non può consiste in un «dover sentire».
Il tema è stato sicuramente dibattuto, tanto è vero che la Conferenza ha approvato un documento finale intitolato «Identità italiana e multiculturalismo», ma anche leggendo attentamente questo testo, non emerge in modo chiaro come realmente questi giovani italiani all’estero o, meglio, dell’estero, sentano e vivano la loro «identità italiana».
Mi sembra pertanto utile aprire un dialogo con i lettori alla ricerca di questa «identità».
Senza dare nulla per scontato, credo che per una discussione seria si debba tuttavia sgomberare subito il campo sia da alcune immagini vecchie degli «italiani all’estero» e sia dall’enfatizzazione di alcune recenti visioni evidentemente esagerate.
Tra queste ultime credo che si debba scartare, per esempio, quella avuta dall’on. Di Biagio, deputato PdL eletto all’estero, per il quale «i giovani italiani all’estero sono la speranza e il futuro dell’Italia». Ma davvero i giovani italiani all’estero si sentono il futuro dell’Italia? O potranno mai esserlo?
Tra le visioni vecchie da abbandonare, perché decisamente superate, vi sono tutte quelle che consideravano e in parte ancora oggi considerano le comunità italiane all’estero una sorta di «diaspora italiana» dominata dal desiderio del ritorno come il popolo di Sion deportato in Babilonia. Altre visioni, meno bibliche, consideravano e considerano gli italiani all’estero semplici «espatriati» destinati prima o poi a tornare dopo un periodo più o meno lungo di lavoro all’estero. Secondo queste visioni, è logico che lo Stato debba esercitare nei confronti dei propri cittadini lontani una specie di «protettorato», a fini di tutela e di promozione, almeno nella misura in cui rappresentano una risorsa e possono fornire un contributo alla patria.
Per il passato, a titolo di esempio, mi sembra emblematico un intervento alla Camera del deputato comunista G. Pellegrino, che nel 1963 interpellava così il Ministro degli esteri in merito all’espulsione dalla Svizzera di alcuni connazionali accusati di propaganda comunista: «Le chiedo, onorevole ministro: i lavoratori italiani in Svizzera sono o no dei cittadini del nostro Paese, con tutti i doveri e i diritti che ne conseguono? (…) I cittadini varcando le frontiere dello Stato italiano non lasciano dietro di sé il proprio cuore e il proprio cervello. (…) Non lo lasciano alla frontiera come un vile contrabbando di cui debbano disfarsi per non incorrere in sanzioni. (…) Teniamo presente che l'aspirazione degli emigrati è quella di ritornare in patria». Nulla da obiettare. Quella era l’aspirazione dei migranti e tutti, politici e no, la pensavano più o meno alla stessa maniera.
Altri tempi? Eppure quella visione non è del tutto tramontata. Cito, ancora a titolo di esempio, alcuni passaggi di un intervento di pochi giorni fa di M. Schiavone, esponente del PD in Svizzera (l’appartenenza alla stessa famiglia politica dell’on. Pellegrino è puramente casuale), che in polemica col segretario dei socialisti italiani in Svizzera G. De Bortoli scriveva: «A scanso di equivoci ci tengo a ribadirlo, perché ne sono convinto: gli italiani all’estero non costituiscono né una riserva indiana, tanto meno sono soggetti giuridici e civili con un’autonomia limitata, ma sono e saranno dei cittadini italiani a pieno titolo, residenti in Paesi diversi dal loro luogo natio, e come tali vanno rispettati e presi in considerazione per lo straordinario apporto che danno al nostro Paese e come tali sono soggetti di diritto anche se le loro rivendicazioni e le loro battaglie, come afferma De Bortoli, sono scontate e a rischio di inutilità».
Sembrerebbe che dall’epoca dell’on. Pellegrino a oggi la situazione migratoria non sia per nulla cambiata. Eppure, per poco che si conosca la storia dell’immigrazione in Svizzera, è evidente che da allora la tipologia della collettività italiana in questo Paese è radicalmente cambiata; che l’ondata d’immigrati degli anni ’50 e ’60 è uscita ormai dal mercato del lavoro e rientrata definitivamente in Italia o stabilita stabilmente in questo Paese; che gli italiani della seconda e terza generazione (nati e cresciuti in Svizzera) costituiscono già attualmente la maggioranza della popolazione attiva italiana; che la collettività italiana in Svizzera non è più Roma-dipendente come una volta.
Osservando poi i giovani in particolare, si vede benissimo che per quanto possano sentirsi italiani, in realtà ben poco conoscono dell’Italia e del «sistema Italia» e, soprattutto, vivono, studiano, lavorano e pensano come i loro coetanei svizzeri perché questa è l’integrazione.
Probabilmente, nemmeno i giovani partecipanti alla Conferenza di Roma del dicembre scorso hanno individuato la loro identità meglio del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, il quale, nel salutarli, disse: «Lasciate che vi rivolga la più semplice esortazione: siate buoni cittadini nei Paesi che vi hanno accolto perché anche così voi fate onore all'Italia; e siate buoni italiani anche cercando di seguire l'evoluzione del nostro Paese, i suoi progressi e le sue difficoltà. Coltivate la vostra italianità non solo come antica memoria famigliare ma come condivisione sempre viva delle sorti della vostra patria d'origine».
Sarebbe utile, a questo punto, che soprattutto i giovani si esprimessero al riguardo. Il dialogo è aperto. A tutti Buon Anno.
Giovanni Longu
Berna 12.01.2009
05 maggio 2009
Costituzione italiana rigida ma non immutabile!
Questa espressione fu pronunciata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso d’insediamento il 15 maggio 2006. Egli ricordò che «i costituenti si pronunciarono a tutte lettere per una Costituzione "destinata a durare", per una Costituzione rigida ma non immutabile, e definirono le procedure e garanzie per la sua revisione».
Alla parte «rigida», secondo il neopresidente, appartengono i valori fondamentali che ispirarono la Costituzione: «Il richiamo a quei valori trae forza dalla loro vitalità, che resiste, intatta, ad ogni controversia. Parlo (…) di quei "principi fondamentali" che scolpirono nei primi articoli della Carta Costituzionale il volto della Repubblica. Principi, valori, indirizzi che scritti ieri sono aperti a raccogliere oggi nuove realtà e nuove istanze».
Dunque su quei principi e valori (che riguardano il lavoro, i diritti inviolabili della persona umana, il principio di eguaglianza di tutti i cittadini, ecc.) non c’è discussione. Di fatto, lungo tutto il cosiddetto arco costituzionale, nessuno ha mai messo in dubbio la validità e la sostenibilità di quei principi che occupano la prima parte della Costituzione italiana.
Il Presidente Napolitano, accennando alla seconda parte della Costituzione, quella «mutabile», fece un interessante richiamo al pensiero dei costituenti: «Già nell'Assemblea Costituente si espresse - nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare - la preoccupazione di "tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Quella questione rimase aperta e altre ne sono insorte in anni più recenti, anche sotto il profilo del ruolo dell'opposizione e del sistema delle garanzie, in rapporto ai mutamenti intervenuti nella legislazione elettorale».
E’ bene ricordare che quando si parla di modifiche alla Costituzione ci si riferisce sempre alla seconda parte, riguardante l’ordinamento della Repubblica, ritenuta «modificabile» anche dai costituenti. Perché dunque gridare allo scandalo, anzi a un vero e proprio attentato alla Costituzione, quando a chiederne la modifica è Berlusconi? Prima di rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro.
Il tema della modificabilità o meno della Costituzione è ritornato di grande attualità in concomitanza della triste vicenda di Eluana Englaro (v. L’ECO del 18.2.09). I fatti sono noti. Nel momento in cui, in base a una sentenza della Corte di Cassazione (sulla cui interpretazione non è mai stata fatta definitiva chiarezza), si cercava di porre fine alla vita di Eluana Englaro interrompendone l’alimentazione e la disidratazione, il governo Berlusconi intervenne con un decreto legge finalizzato a impedirlo. Sennonché il Capo dello Stato, cui spetta per Costituzione di «emanare i decreti aventi valore di legge» negò la sua approvazione ritenendolo incostituzionale. Berlusconi, visibilmente contrariato, minacciò un ritorno al popolo per chiedere «il cambiamento della Costituzione».
Che cosa intendesse fare davvero Berlusconi nessuno lo sa, ma tanto bastò perché le opposizioni insorgessero in difesa della Costituzione facendo dire a più di un leader politico autentiche idiozie, come quella di voler di «stravolgere la Costituzione» e di «trasferire nelle mani di una sola persona il potere legislativo».
Già a questo punto sorge un primo dubbio: si tratta davvero di difendere la Costituzione o piuttosto di portare un attacco a Berlusconi e al suo governo? Infatti la Costituzione è stata già in passato modificata, anche dalle sinistre al potere, e Berlusconi non ha mai manifestato l’intenzione di modificare alcunché della parte «rigida» della carta fondamentale dello Stato italiano. Egli sa anche bene che per qualunque modifica della seconda parte ci vogliono pur sempre i due terzi dei parlamentari.
Lo stesso «conflitto» sollevato da Berlusconi nei confronti del Capo dello Stato per la mancata approvazione del decreto-legge a favore della vita di Eluana non può essere visto, a mio modesto avviso, come un attentato alla Costituzione o alle prerogative del Capo dello Stato, dato che è la stessa Costituzione che attribuisce al Governo il potere di intervenire «sotto la sua responsabilità» con «provvedimenti provvisori con forza di legge …in casi straordinari di necessità e d'urgenza». Chi ha ragione?
Lasciamo che siano i costituzionalisti a risolvere il conflitto di attribuzioni delle due istituzioni. Ma per la gente comune resta inspiegabile che la valutazione del Capo dello Stato, per quanto autorevole, sia più «costituzionale» della valutazione del Governo, che dispone di un importante apparato giuridico per far verificare la costituzionalità dei suoi provvedimenti.
Si dirà che il conflitto, fortunatamente non proseguito, tra il Governo e il Capo dello Stato, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non è infatti un mistero che le ambizioni di Berlusconi e della maggioranza di cui dispone in Parlamento mirino effettivamente a una grande riforma dello Stato. Che queste ambizioni possano dare fastidio è anche comprensibile, perché sarebbero coinvolte molte istituzioni della Repubblica. E’ tuttavia ingiustificato l’allarmismo suscitato ad arte e soprattutto il rischio di dittatura rappresentato da Berlusconi.
Mi sembra invece sotto gli occhi di tutti la necessità di porre mano quanto prima a una vera riforma che incida profondamente sui tre poteri fondamentali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Ad esempio, è il caso di avere un migliaio di parlamentari quando a frequentare le aule sono di fatto pochissimi e il Presidente della Camera è costretto a introdurre un sistema di voto elettronico con tanto di impronte digitali dei deputati per evitare che i pochi presenti (denominati «pianisti») possano ancora votare per i colleghi assenti?
Quanto all’esecutivo, già attualmente in Parlamento c’è una forte convergenza sulla necessità di introdurre un sistema di governo più conforme alle intenzioni degli stessi costituzionalisti che auspicavano governi stabili e in grado di governare, liberati dalle degenerazioni e dalle debolezze del parlamentarismo. Perché in Italia dovrebbe far paura il presidenzialismo, quando si guarda ancora all’America come un modello di democrazia e alla Francia come un modello di efficientismo? E chi, in Italia, può ritenersi soddisfatto della lentezza della giustizia, delle disfunzioni della sanità, della complicazione burocratica?
Invece di tante polemiche, inutili e deleterie, non sarebbe meglio dare ascolto e seguito alle reazioni dei cittadini, che vorrebbero solo un governo in grado di intervenire prontamente e autorevolmente per risolvere i problemi? I cittadini si aspettano sì buone leggi, ma soprattutto che vengano rispettate, che i processi si svolgano in tempi rapidi, che la giustizia sia garantita, che gli ospedali e le scuole funzionino, che la disoccupazione diminuisca invece di crescere, che si possa vivere in pace e dignitosamente, ecc.
Giovanni Longu
Berna, 2.3.2009
Alla parte «rigida», secondo il neopresidente, appartengono i valori fondamentali che ispirarono la Costituzione: «Il richiamo a quei valori trae forza dalla loro vitalità, che resiste, intatta, ad ogni controversia. Parlo (…) di quei "principi fondamentali" che scolpirono nei primi articoli della Carta Costituzionale il volto della Repubblica. Principi, valori, indirizzi che scritti ieri sono aperti a raccogliere oggi nuove realtà e nuove istanze».
Dunque su quei principi e valori (che riguardano il lavoro, i diritti inviolabili della persona umana, il principio di eguaglianza di tutti i cittadini, ecc.) non c’è discussione. Di fatto, lungo tutto il cosiddetto arco costituzionale, nessuno ha mai messo in dubbio la validità e la sostenibilità di quei principi che occupano la prima parte della Costituzione italiana.
Il Presidente Napolitano, accennando alla seconda parte della Costituzione, quella «mutabile», fece un interessante richiamo al pensiero dei costituenti: «Già nell'Assemblea Costituente si espresse - nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare - la preoccupazione di "tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Quella questione rimase aperta e altre ne sono insorte in anni più recenti, anche sotto il profilo del ruolo dell'opposizione e del sistema delle garanzie, in rapporto ai mutamenti intervenuti nella legislazione elettorale».
E’ bene ricordare che quando si parla di modifiche alla Costituzione ci si riferisce sempre alla seconda parte, riguardante l’ordinamento della Repubblica, ritenuta «modificabile» anche dai costituenti. Perché dunque gridare allo scandalo, anzi a un vero e proprio attentato alla Costituzione, quando a chiederne la modifica è Berlusconi? Prima di rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro.
Il tema della modificabilità o meno della Costituzione è ritornato di grande attualità in concomitanza della triste vicenda di Eluana Englaro (v. L’ECO del 18.2.09). I fatti sono noti. Nel momento in cui, in base a una sentenza della Corte di Cassazione (sulla cui interpretazione non è mai stata fatta definitiva chiarezza), si cercava di porre fine alla vita di Eluana Englaro interrompendone l’alimentazione e la disidratazione, il governo Berlusconi intervenne con un decreto legge finalizzato a impedirlo. Sennonché il Capo dello Stato, cui spetta per Costituzione di «emanare i decreti aventi valore di legge» negò la sua approvazione ritenendolo incostituzionale. Berlusconi, visibilmente contrariato, minacciò un ritorno al popolo per chiedere «il cambiamento della Costituzione».
Che cosa intendesse fare davvero Berlusconi nessuno lo sa, ma tanto bastò perché le opposizioni insorgessero in difesa della Costituzione facendo dire a più di un leader politico autentiche idiozie, come quella di voler di «stravolgere la Costituzione» e di «trasferire nelle mani di una sola persona il potere legislativo».
Già a questo punto sorge un primo dubbio: si tratta davvero di difendere la Costituzione o piuttosto di portare un attacco a Berlusconi e al suo governo? Infatti la Costituzione è stata già in passato modificata, anche dalle sinistre al potere, e Berlusconi non ha mai manifestato l’intenzione di modificare alcunché della parte «rigida» della carta fondamentale dello Stato italiano. Egli sa anche bene che per qualunque modifica della seconda parte ci vogliono pur sempre i due terzi dei parlamentari.
Lo stesso «conflitto» sollevato da Berlusconi nei confronti del Capo dello Stato per la mancata approvazione del decreto-legge a favore della vita di Eluana non può essere visto, a mio modesto avviso, come un attentato alla Costituzione o alle prerogative del Capo dello Stato, dato che è la stessa Costituzione che attribuisce al Governo il potere di intervenire «sotto la sua responsabilità» con «provvedimenti provvisori con forza di legge …in casi straordinari di necessità e d'urgenza». Chi ha ragione?
Lasciamo che siano i costituzionalisti a risolvere il conflitto di attribuzioni delle due istituzioni. Ma per la gente comune resta inspiegabile che la valutazione del Capo dello Stato, per quanto autorevole, sia più «costituzionale» della valutazione del Governo, che dispone di un importante apparato giuridico per far verificare la costituzionalità dei suoi provvedimenti.
Si dirà che il conflitto, fortunatamente non proseguito, tra il Governo e il Capo dello Stato, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non è infatti un mistero che le ambizioni di Berlusconi e della maggioranza di cui dispone in Parlamento mirino effettivamente a una grande riforma dello Stato. Che queste ambizioni possano dare fastidio è anche comprensibile, perché sarebbero coinvolte molte istituzioni della Repubblica. E’ tuttavia ingiustificato l’allarmismo suscitato ad arte e soprattutto il rischio di dittatura rappresentato da Berlusconi.
Mi sembra invece sotto gli occhi di tutti la necessità di porre mano quanto prima a una vera riforma che incida profondamente sui tre poteri fondamentali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Ad esempio, è il caso di avere un migliaio di parlamentari quando a frequentare le aule sono di fatto pochissimi e il Presidente della Camera è costretto a introdurre un sistema di voto elettronico con tanto di impronte digitali dei deputati per evitare che i pochi presenti (denominati «pianisti») possano ancora votare per i colleghi assenti?
Quanto all’esecutivo, già attualmente in Parlamento c’è una forte convergenza sulla necessità di introdurre un sistema di governo più conforme alle intenzioni degli stessi costituzionalisti che auspicavano governi stabili e in grado di governare, liberati dalle degenerazioni e dalle debolezze del parlamentarismo. Perché in Italia dovrebbe far paura il presidenzialismo, quando si guarda ancora all’America come un modello di democrazia e alla Francia come un modello di efficientismo? E chi, in Italia, può ritenersi soddisfatto della lentezza della giustizia, delle disfunzioni della sanità, della complicazione burocratica?
Invece di tante polemiche, inutili e deleterie, non sarebbe meglio dare ascolto e seguito alle reazioni dei cittadini, che vorrebbero solo un governo in grado di intervenire prontamente e autorevolmente per risolvere i problemi? I cittadini si aspettano sì buone leggi, ma soprattutto che vengano rispettate, che i processi si svolgano in tempi rapidi, che la giustizia sia garantita, che gli ospedali e le scuole funzionino, che la disoccupazione diminuisca invece di crescere, che si possa vivere in pace e dignitosamente, ecc.
Giovanni Longu
Berna, 2.3.2009
«Liberi e Svizzeri, siam Ticinesi», ma … l’Europa avanza!
Votando NO all’estensione della libera circolazione delle persone all’intera Unione Europea, compresi i due nuovi Stati membri Bulgaria e Romania, il Ticino conferma ancora una volta la sua difficoltà storica a convivere tra due entità forti, la Svizzera tedesca a nord e l’Italia, in particolare la Lombardia, a sud.
Il disagio dei ticinesi è soprattutto interiore, perché fanno talvolta fatica a conciliare nel loro cuore i «due santi affetti» di cui sono plasmati, la loro «svizzeritudine» e la loro «italianità» di cui sono impastati. Nei momenti di difficoltà o di pericolo, come quelli che stiamo vivendo a causa di una grave crisi internazionale, è comprensibile che i timori prevalgano sugli amori. In questi momenti, persino l’Inno del Cantone Ticino sembra somigliare più a un’invocazione che a un’affermazione di fierezza e d’indipendenza:
«Liberi e Svizzeri, siam Ticinesi! Ci diè natura ridente suol, d'Elvezia il palpito, col caldo Maggio in noi ravviva d'Italia il sol. Così da fiamma gagliarda accesi, due santi affetti ci stanno in cor: ci dà l'Elvezia l'odio al servaggio, d'Italia all'arte ci dà l'amor».
Il Ticino ha sempre respinto, in votazione popolare, tutte le iniziative aventi per oggetto un maggior coinvolgimento della Svizzera nel mondo, dall’adesione allo Spazio Economico Europeo (1992), all’ingresso della Svizzera nell’Organizzazione delle Nazioni Unite (2002) fino agli Accordi bilaterali I (2000)e a quelli di Schengen (2005). Mai come nelle recenti votazioni si è tuttavia schierato così massicciamente dalla parte degli oppositori.
Ticinesi conservatori in politica estera
Nel 1992 il Ticino contribuì col 61,5% di no ad affossare il tentativo della Svizzera di entrare nello Spazio Economico Europeo (SEE). Nel 2000 fu tra i più strenui oppositori agli Accordi bilaterali I tra la Svizzera e l’Unione Europea (UE) sulla libera circolazione delle persone (57% di no). Nel 2001 contribuì ad affossare l’iniziativa popolare «Sì all’Europa» con l’84,2% di no. Nel 2002, col 58,7% di no fu tra i Cantoni che votarono contro l’adesione della Svizzera all’ONU (approvata invece dalla maggioranza del popolo e dei Cantoni). Nel 2004 la Svizzera e l’UE hanno firmato gli Accordi bilaterali II e gli Accordi di Schengen, ma il Ticino li ha sempre osteggiati. Nella votazione popolare del 2005 bocciò a larghissima maggioranza (quasi 70% di no) gli Accordi di Schengen (approvati invece dal 54,6% dell’elettorato svizzero) e si oppose con quasi il 64% dei votanti all’estensione della libera circolazione delle persone ai nuovi Paesi dell’UE (approvata sul piano nazionale col 56% di sì). Nel 2006 votò contro la cooperazione della Svizzera con i Paesi dell’Est europeo (quasi il 63% di no). L’8 febbraio 2009 ha segnato per il Ticino il record di opposizione all’ampliamento della libera circolazione delle persone a Bulgaria e Romania con il 65,8% (approvato invece a livello nazionale col 59,6% ).
Ciò che maggiormente ha spinto finora i ticinesi a votare costantemente (con pochissime eccezioni) contro ogni tipo di apertura e di collaborazione della Svizzera in campo internazionale non è probabilmente un vago sentimento di paura nei confronti degli stranieri, ma la paura precisa di una loro «invasione» dal Sud. Anche all’inizio del secolo scorso il ceto medio-basso dei centri urbani della Svizzera tedesca aveva la stessa paura. Ma a differenza di allora oggi dovrebbe essere facile rendersi conto che è stato anche grazie a quella «invasione» che la Svizzera è cresciuta divenendo uno dei Paesi più progrediti del mondo e comunque oggi esistono delle protezioni che allora non esistevano.
Paure infondate
Sarebbe facile dimostrare che dopo l’entrata in vigore dei Bilaterali I non c’è stata, in Ticino e nel resto della Svizzera, quella temuta «invasione» della vigilia ed è impossibile che ciò avvenga dopo questa votazione. Non è nemmeno vero che i lavoratori stranieri sono disposti a tutto e a qualunque prezzo, semmai ci potrà essere qualche padroncino disposto ad approfittarne, ma i sindacati e le autorità sono lì anche per vigilare che ciò non avvenga. I lavoratori, anche quelli stranieri, non sono per l’abbassamento dei salari, al contrario puntano sempre verso il loro innalzamento. Chi vorrebbe deprimere i salari sono altri ed è pertanto ingiusto accusare gli stranieri di prestarsi al gioco. Da controllare non è tanto la disponibilità dei lavoratori ad accettare un salario magari ingiusto, ma la politica salariale in generale, che non deve discriminare gli stranieri.
Anche la paura di un aumento della criminalità a causa degli stranieri va decisamente ridimensionata. Lo straniero che si sente bene accolto, ha un lavoro ed è soddisfatto del salario che percepisce non ha alcuna intenzione di delinquere. Non è mai stato dimostrato che questo tipo di stranieri è più propenso alla delinquenza dei nativi, semplicemente perché non è mai stato vero. Tutte le statistiche serie dimostrano che il tasso di delinquenza degli stranieri residenti regolarmente è del tutto comparabile a quello della popolazione locale. Perché dunque insistere su questo argomento puramente strumentale e oggettivamente falso?
Inutile dire che queste paure sono frutto di pregiudizi perché i dati oggettivi confermano che finora nessuna di queste situazioni si è verificata. Eppure queste paure, rappresentate in un manifesto dell’Unione democratica di centro (contraria all’estensione della libera circolazione delle persone) con tre corvi neri pronti ad abbattersi sulla Svizzera, sono ancora presenti nella maggioranza dell’elettorato ticinese.
Per cercare di comprendere un tale comportamento, è necessario chiedersi a questo punto chi sono per i ticinesi gli stranieri e perché fanno loro paura. Non è difficile rispondere che gli stranieri sono soprattutto gli italiani. A far paura, in un Ticino che fra l’altro sa bene integrare gli stranieri, non sono tanto i rumeni, i bulgari o i polacchi ma gli italiani e semmai i bulgari e i rumeni provenienti dall’Italia.
Il pericolo viene dal sud?
A prima vista questo può apparire strano perché gli italiani non sono «estranei» al Ticino. Con loro i ticinesi condividono non solo una frontiera, ma anche la lingua, la cultura e una lunga storia. Con loro si sono stabiliti nel tempo rapporti intensi ed è difficile immaginare il Ticino di oggi svincolato da questi rapporti linguistici, culturali, artistici, finanziari, economici con l’Italia e in particolare con la Lombardia. Eppure sono proprio gli italiani, i vicini di casa. gli «stranieri» di cui la maggioranza dei Ticinesi sembra aver paura.
Un tempo, all’epoca dei grandi lavori ferroviari, essi erano i benvenuti. Ancor oggi decine di migliaia di frontalieri lavorano per le aziende ticinesi. In un regime di libera circolazione dei lavoratori, è comprensibile che gli italiani possano essere attratti dal mercato svizzero-ticinese a causa della differenza dei salari tra l’Italia e la Svizzera. Col tempo però gli italiani del nord Italia, in particolare i lombardi, sono diventati anche competitivi sul mercato del lavoro e la paura dei ticinesi è che per colmare il divario salariale possano «invadere» il Ticino.
Ma se questo non è accaduto finora in seguito ai Bilaterali I, perché dovrebbe succedere adesso aprendo le frontiere ai bulgari e ai rumeni? In realtà non c’è nessuna logica. Il Ticino è fatto così: si sente una regione pienamente svizzera e al tempo stesso profondamente italiana, ma non sufficientemente forte per difendere questa sua caratteristica unica in Svizzera. Inserito in una Confederazione a predominio germanofono, il Ticino si sente (spesso) poco considerato da Berna, mentre rivendica il diritto di appartenenza a pieno titolo e con la stessa dignità degli altri Cantoni allo Stato federale. D’altra parte, come unico Cantone italofono, sa bene di non poter fare a meno della vicina Italia. Questa sorta di doppia dipendenza spaventa molti ticinesi e approfittano anche delle votazioni in materia di politica estera per manifestare questo disagio.
D’altra parte, in un sistema globalizzato e d’interdipendenza economica e finanziaria a cui si è aggiunto da alcuni anni un regime di libera circolazione delle persone sempre più allargato, la vicinanza a un polo di attrazione potentissimo come quello di Milano e della Lombardia crea nei ticinesi una forte apprensione per la loro struttura economico-finanziaria debole, per il loro benessere e la loro vocazione a rappresentare una sorta di anello di congiunzione tra nord e sud.
Ticino, anello debole tra nord e sud?
Questa situazione particolare del Ticino spiega l’atteggiamento conservatore dei ticinesi in politica estera e spiega anche perché il Ticino voti spesso in maniera differente dagli altri Cantoni periferici, non solo quelli romandi ma anche quelli germanofoni. Nessuno di essi si sente «minacciato» anche perché sanno di poter contare sul sostegno di altri Cantoni dello stesso ceppo culturale e linguistico. Solo il Ticino non ha tra i Cantoni vicini parenti che gli somigliano e lo sostengono. Nessun altro Cantone confina col bacino d’influenza di una grande metropoli straniera. I romandi hanno la loro metropoli in Ginevra e non in Parigi, gli svizzeri tedeschi hanno Zurigo e Basilea, solo i ticinesi hanno nelle vicinanze un potente centro gravitazionale estero come Milano.
Per recarsi a Berna o a Zurigo, i ticinesi devono mettere in conto lunghi tragitti attraverso le montagne, mentre Milano è a due passi, ne subiscono il fascino e l’attrazione, ma non vogliono esserne una periferia. Per questo il Ticino non perde di vista Berna e Zurigo, garanti dell’integrità e sovranità della Repubblica e Cantone Ticino, ma nemmeno della Confederazione vuol essere una periferia.
Questo stare nel mezzo, quale Cantone cerniera, tra due culture, due mondi, due economie, due politiche di sviluppo, ha procurato da sempre al Ticino grandi difficoltà. Solo da qualche decennio ha intravisto nella sua posizione di confine un’opportunità, una funzione strategica di collegamento e di ponte, ma una sua debolezza strutturale gli impedisce di esercitarla fino in fondo.
Il NO dei ticinesi in queste come in altre simili votazioni è un segnale di paura (inviato soprattutto a Berna) di perdere le posizioni acquisite e di non poter resistere, da soli, ai «pericoli» rappresentati dalla concorrenza lombarda, dal possibile afflusso massiccio di immigrati, attratti dalle migliori condizioni salariali offerte dal Ticino, dalla difficoltà di quest’ultimo di creare col potente vicino rapporti di effettiva reciprocità, ad esempio nei bandi di concorso pubblici.
Messaggio a Berna
Prima di questa votazione, Moreno Bernasconi, editorialista del Corriere del Ticino, forniva (CdT 23.21.2009) una chiave interpretativa pienamente condivisibile dell’atteggiamento conservatore dei ticinesi in questa materia, ossia il cedimento pressoché costante di una parte del Ticino politico alla tentazione di «incoraggiare il no a tutto quanto riguarda i nostri rapporti con l’Europa per far capire a Berna che deve aprire il portafoglio e compensare il Ticino delle sue difficoltà strutturali di Cantone di frontiera». L’interpretazione di Bernasconi mi sembra pienamente condivisibile.
Non c’è sicuramente odio verso l’Italia o l’Europa, c’è anzi attrazione, ma probabilmente manca ancora nella maggioranza dei ticinesi la consapevolezza che ormai, volenti o nolenti, alla globalizzazione non c’è alternativa. Soprattutto non c’è alternativa all’integrazione europea. E’ giusto continuare a sentirsi ticinesi, perché le regioni non scompaiono e il senso di appartenenza alla propria regione d’origine resterà fortissimo, ma sempre più l’ambiente vitale, economico e culturale, in cui ci muoveremo tutti è quello delle grandi regioni e dell’Europa.
Il villaggio diventa sempre più grande. Le nostre radici e le radici dei nostri figli saranno sempre meno regionali, cantonali, nazionali e sempre più europee.
Per facilitare questa apertura e questo sentimento di appartenenza all’Europa sarà inevitabile che tutti, entità statali e regionali, associazioni e individui, contribuiamo all’abbattimento di ogni tipo di steccato, economico, finanziario, fiscale, culturale, valoriale, politico, religioso ecc.
La libera circolazione delle persone accolta favorevolmente dalla maggioranza del popolo svizzero non è ancora il punto di arrivo, ma è sicuramente un ottimo indicatore della buona strada intrapresa. Non resta che percorrerla con lena e senza rimpianti.
Giovanni Longu
(L’ECO 11.02.2009
Il disagio dei ticinesi è soprattutto interiore, perché fanno talvolta fatica a conciliare nel loro cuore i «due santi affetti» di cui sono plasmati, la loro «svizzeritudine» e la loro «italianità» di cui sono impastati. Nei momenti di difficoltà o di pericolo, come quelli che stiamo vivendo a causa di una grave crisi internazionale, è comprensibile che i timori prevalgano sugli amori. In questi momenti, persino l’Inno del Cantone Ticino sembra somigliare più a un’invocazione che a un’affermazione di fierezza e d’indipendenza:
«Liberi e Svizzeri, siam Ticinesi! Ci diè natura ridente suol, d'Elvezia il palpito, col caldo Maggio in noi ravviva d'Italia il sol. Così da fiamma gagliarda accesi, due santi affetti ci stanno in cor: ci dà l'Elvezia l'odio al servaggio, d'Italia all'arte ci dà l'amor».
Il Ticino ha sempre respinto, in votazione popolare, tutte le iniziative aventi per oggetto un maggior coinvolgimento della Svizzera nel mondo, dall’adesione allo Spazio Economico Europeo (1992), all’ingresso della Svizzera nell’Organizzazione delle Nazioni Unite (2002) fino agli Accordi bilaterali I (2000)e a quelli di Schengen (2005). Mai come nelle recenti votazioni si è tuttavia schierato così massicciamente dalla parte degli oppositori.
Ticinesi conservatori in politica estera
Nel 1992 il Ticino contribuì col 61,5% di no ad affossare il tentativo della Svizzera di entrare nello Spazio Economico Europeo (SEE). Nel 2000 fu tra i più strenui oppositori agli Accordi bilaterali I tra la Svizzera e l’Unione Europea (UE) sulla libera circolazione delle persone (57% di no). Nel 2001 contribuì ad affossare l’iniziativa popolare «Sì all’Europa» con l’84,2% di no. Nel 2002, col 58,7% di no fu tra i Cantoni che votarono contro l’adesione della Svizzera all’ONU (approvata invece dalla maggioranza del popolo e dei Cantoni). Nel 2004 la Svizzera e l’UE hanno firmato gli Accordi bilaterali II e gli Accordi di Schengen, ma il Ticino li ha sempre osteggiati. Nella votazione popolare del 2005 bocciò a larghissima maggioranza (quasi 70% di no) gli Accordi di Schengen (approvati invece dal 54,6% dell’elettorato svizzero) e si oppose con quasi il 64% dei votanti all’estensione della libera circolazione delle persone ai nuovi Paesi dell’UE (approvata sul piano nazionale col 56% di sì). Nel 2006 votò contro la cooperazione della Svizzera con i Paesi dell’Est europeo (quasi il 63% di no). L’8 febbraio 2009 ha segnato per il Ticino il record di opposizione all’ampliamento della libera circolazione delle persone a Bulgaria e Romania con il 65,8% (approvato invece a livello nazionale col 59,6% ).
Ciò che maggiormente ha spinto finora i ticinesi a votare costantemente (con pochissime eccezioni) contro ogni tipo di apertura e di collaborazione della Svizzera in campo internazionale non è probabilmente un vago sentimento di paura nei confronti degli stranieri, ma la paura precisa di una loro «invasione» dal Sud. Anche all’inizio del secolo scorso il ceto medio-basso dei centri urbani della Svizzera tedesca aveva la stessa paura. Ma a differenza di allora oggi dovrebbe essere facile rendersi conto che è stato anche grazie a quella «invasione» che la Svizzera è cresciuta divenendo uno dei Paesi più progrediti del mondo e comunque oggi esistono delle protezioni che allora non esistevano.
Paure infondate
Sarebbe facile dimostrare che dopo l’entrata in vigore dei Bilaterali I non c’è stata, in Ticino e nel resto della Svizzera, quella temuta «invasione» della vigilia ed è impossibile che ciò avvenga dopo questa votazione. Non è nemmeno vero che i lavoratori stranieri sono disposti a tutto e a qualunque prezzo, semmai ci potrà essere qualche padroncino disposto ad approfittarne, ma i sindacati e le autorità sono lì anche per vigilare che ciò non avvenga. I lavoratori, anche quelli stranieri, non sono per l’abbassamento dei salari, al contrario puntano sempre verso il loro innalzamento. Chi vorrebbe deprimere i salari sono altri ed è pertanto ingiusto accusare gli stranieri di prestarsi al gioco. Da controllare non è tanto la disponibilità dei lavoratori ad accettare un salario magari ingiusto, ma la politica salariale in generale, che non deve discriminare gli stranieri.
Anche la paura di un aumento della criminalità a causa degli stranieri va decisamente ridimensionata. Lo straniero che si sente bene accolto, ha un lavoro ed è soddisfatto del salario che percepisce non ha alcuna intenzione di delinquere. Non è mai stato dimostrato che questo tipo di stranieri è più propenso alla delinquenza dei nativi, semplicemente perché non è mai stato vero. Tutte le statistiche serie dimostrano che il tasso di delinquenza degli stranieri residenti regolarmente è del tutto comparabile a quello della popolazione locale. Perché dunque insistere su questo argomento puramente strumentale e oggettivamente falso?
Inutile dire che queste paure sono frutto di pregiudizi perché i dati oggettivi confermano che finora nessuna di queste situazioni si è verificata. Eppure queste paure, rappresentate in un manifesto dell’Unione democratica di centro (contraria all’estensione della libera circolazione delle persone) con tre corvi neri pronti ad abbattersi sulla Svizzera, sono ancora presenti nella maggioranza dell’elettorato ticinese.
Per cercare di comprendere un tale comportamento, è necessario chiedersi a questo punto chi sono per i ticinesi gli stranieri e perché fanno loro paura. Non è difficile rispondere che gli stranieri sono soprattutto gli italiani. A far paura, in un Ticino che fra l’altro sa bene integrare gli stranieri, non sono tanto i rumeni, i bulgari o i polacchi ma gli italiani e semmai i bulgari e i rumeni provenienti dall’Italia.
Il pericolo viene dal sud?
A prima vista questo può apparire strano perché gli italiani non sono «estranei» al Ticino. Con loro i ticinesi condividono non solo una frontiera, ma anche la lingua, la cultura e una lunga storia. Con loro si sono stabiliti nel tempo rapporti intensi ed è difficile immaginare il Ticino di oggi svincolato da questi rapporti linguistici, culturali, artistici, finanziari, economici con l’Italia e in particolare con la Lombardia. Eppure sono proprio gli italiani, i vicini di casa. gli «stranieri» di cui la maggioranza dei Ticinesi sembra aver paura.
Un tempo, all’epoca dei grandi lavori ferroviari, essi erano i benvenuti. Ancor oggi decine di migliaia di frontalieri lavorano per le aziende ticinesi. In un regime di libera circolazione dei lavoratori, è comprensibile che gli italiani possano essere attratti dal mercato svizzero-ticinese a causa della differenza dei salari tra l’Italia e la Svizzera. Col tempo però gli italiani del nord Italia, in particolare i lombardi, sono diventati anche competitivi sul mercato del lavoro e la paura dei ticinesi è che per colmare il divario salariale possano «invadere» il Ticino.
Ma se questo non è accaduto finora in seguito ai Bilaterali I, perché dovrebbe succedere adesso aprendo le frontiere ai bulgari e ai rumeni? In realtà non c’è nessuna logica. Il Ticino è fatto così: si sente una regione pienamente svizzera e al tempo stesso profondamente italiana, ma non sufficientemente forte per difendere questa sua caratteristica unica in Svizzera. Inserito in una Confederazione a predominio germanofono, il Ticino si sente (spesso) poco considerato da Berna, mentre rivendica il diritto di appartenenza a pieno titolo e con la stessa dignità degli altri Cantoni allo Stato federale. D’altra parte, come unico Cantone italofono, sa bene di non poter fare a meno della vicina Italia. Questa sorta di doppia dipendenza spaventa molti ticinesi e approfittano anche delle votazioni in materia di politica estera per manifestare questo disagio.
D’altra parte, in un sistema globalizzato e d’interdipendenza economica e finanziaria a cui si è aggiunto da alcuni anni un regime di libera circolazione delle persone sempre più allargato, la vicinanza a un polo di attrazione potentissimo come quello di Milano e della Lombardia crea nei ticinesi una forte apprensione per la loro struttura economico-finanziaria debole, per il loro benessere e la loro vocazione a rappresentare una sorta di anello di congiunzione tra nord e sud.
Ticino, anello debole tra nord e sud?
Questa situazione particolare del Ticino spiega l’atteggiamento conservatore dei ticinesi in politica estera e spiega anche perché il Ticino voti spesso in maniera differente dagli altri Cantoni periferici, non solo quelli romandi ma anche quelli germanofoni. Nessuno di essi si sente «minacciato» anche perché sanno di poter contare sul sostegno di altri Cantoni dello stesso ceppo culturale e linguistico. Solo il Ticino non ha tra i Cantoni vicini parenti che gli somigliano e lo sostengono. Nessun altro Cantone confina col bacino d’influenza di una grande metropoli straniera. I romandi hanno la loro metropoli in Ginevra e non in Parigi, gli svizzeri tedeschi hanno Zurigo e Basilea, solo i ticinesi hanno nelle vicinanze un potente centro gravitazionale estero come Milano.
Per recarsi a Berna o a Zurigo, i ticinesi devono mettere in conto lunghi tragitti attraverso le montagne, mentre Milano è a due passi, ne subiscono il fascino e l’attrazione, ma non vogliono esserne una periferia. Per questo il Ticino non perde di vista Berna e Zurigo, garanti dell’integrità e sovranità della Repubblica e Cantone Ticino, ma nemmeno della Confederazione vuol essere una periferia.
Questo stare nel mezzo, quale Cantone cerniera, tra due culture, due mondi, due economie, due politiche di sviluppo, ha procurato da sempre al Ticino grandi difficoltà. Solo da qualche decennio ha intravisto nella sua posizione di confine un’opportunità, una funzione strategica di collegamento e di ponte, ma una sua debolezza strutturale gli impedisce di esercitarla fino in fondo.
Il NO dei ticinesi in queste come in altre simili votazioni è un segnale di paura (inviato soprattutto a Berna) di perdere le posizioni acquisite e di non poter resistere, da soli, ai «pericoli» rappresentati dalla concorrenza lombarda, dal possibile afflusso massiccio di immigrati, attratti dalle migliori condizioni salariali offerte dal Ticino, dalla difficoltà di quest’ultimo di creare col potente vicino rapporti di effettiva reciprocità, ad esempio nei bandi di concorso pubblici.
Messaggio a Berna
Prima di questa votazione, Moreno Bernasconi, editorialista del Corriere del Ticino, forniva (CdT 23.21.2009) una chiave interpretativa pienamente condivisibile dell’atteggiamento conservatore dei ticinesi in questa materia, ossia il cedimento pressoché costante di una parte del Ticino politico alla tentazione di «incoraggiare il no a tutto quanto riguarda i nostri rapporti con l’Europa per far capire a Berna che deve aprire il portafoglio e compensare il Ticino delle sue difficoltà strutturali di Cantone di frontiera». L’interpretazione di Bernasconi mi sembra pienamente condivisibile.
Non c’è sicuramente odio verso l’Italia o l’Europa, c’è anzi attrazione, ma probabilmente manca ancora nella maggioranza dei ticinesi la consapevolezza che ormai, volenti o nolenti, alla globalizzazione non c’è alternativa. Soprattutto non c’è alternativa all’integrazione europea. E’ giusto continuare a sentirsi ticinesi, perché le regioni non scompaiono e il senso di appartenenza alla propria regione d’origine resterà fortissimo, ma sempre più l’ambiente vitale, economico e culturale, in cui ci muoveremo tutti è quello delle grandi regioni e dell’Europa.
Il villaggio diventa sempre più grande. Le nostre radici e le radici dei nostri figli saranno sempre meno regionali, cantonali, nazionali e sempre più europee.
Per facilitare questa apertura e questo sentimento di appartenenza all’Europa sarà inevitabile che tutti, entità statali e regionali, associazioni e individui, contribuiamo all’abbattimento di ogni tipo di steccato, economico, finanziario, fiscale, culturale, valoriale, politico, religioso ecc.
La libera circolazione delle persone accolta favorevolmente dalla maggioranza del popolo svizzero non è ancora il punto di arrivo, ma è sicuramente un ottimo indicatore della buona strada intrapresa. Non resta che percorrerla con lena e senza rimpianti.
Giovanni Longu
(L’ECO 11.02.2009
21 aprile 2009
A chi giovano le polemiche inopportune ?
Per noi italiani che viviamo all’estero, l’immagine che percepiamo dell’Italia attraverso i media è spesso deprimente.
Non mi riferisco evidentemente al terremoto dell’Abruzzo. Anzi questa catastrofe «naturale» è riuscita, nella sua tragicità, a far emergere alcuni aspetti positivi del popolo italiano che restano abitualmente nell’ombra o completamente dimenticati, la solidarietà e la generosità.
Mi riferisco all’incessante e asfissiante polemica (soprattutto politica) che sta minando la convivenza civile e rallentando quella crescita di cui l’Italia ha enormemente bisogno per tenere il passo delle altre nazioni europee. La polemica ad oltranza ha tentato persino di gettare un’ombra di discredito su una delle migliori prestazioni della Protezione civile e del Governo degli ultimi tempi, alle prese con un cataclisma terribile, imprevedibile e inaspettato.
Credo che la prima trasmissione Annozero di Michele Santoro dedicata al terremoto dell’Abruzzo non faccia onore né al giornalismo italiano né tantomeno al servizio pubblico. Uno dei migliori giornalisti svizzeri di lingua italiana, Michele Fazioli, ha definito «sconcia» quella trasmissione e Santoro un giornalista «fazioso populista di sinistra travestito da coraggioso».
Quando in Italia si parla di perdita di valori si dimentica spesso di denunciare la deriva di una certa stampa scritta e parlata che scambia la sacrosanta libertà di opinione e di critica in licenza di infangare, uso spregiudicato del giornalismo alla maniera dello sciacallo, uso improprio del servizio pubblico come megafono di opinioni private demagogiche e faziose, con l’aggravante, per l’azienda pubblica Rai, che paga profumatamente certi giornalisti attenti soprattutto a curare la propria immagine più che a servire l’informazione.
Ma la polemica che sta minando la pacifica convivenza degli italiani non è solo quella di certa stampa o televisione. E’ anche l’estenuante contrapposizione politica sempre più distante dalla realtà e dalla verità. Non c’è proposta della maggioranza e del governo che non venga contestata in base a pregiudizi ideologici. Una delle ultime riguarda la data del voto per il referendum. La decisione del governo di non tenere lo stesso giorno 7 giugno le elezioni europee e il referendum ha scatenato le ire di buona parte della sinistra. In mancanza di argomenti convincenti, certi politici hanno tuonato: «no a election day grida vendetta», «il governo butta via i soldi», «400 milioni sprecati solo per soddisfare l’egoismo politico-elettorale della Lega Nord» e via dicendo. Perché non chiedersi anche a chi interessi veramente il referendum, a cosa serva in un quadro politico ormai assai ben delineato e se non esista già la possibilità di soddisfare quanto chiede il referendum?
A dimostrare quanto la polemica sia divenuta pretestuosa e sterile lo dimostrano i sondaggi d’opinione che danno sistematicamente torto a chi la provoca e fanno crescere nella maggioranza degli italiani la fiducia nel governo. La prova dell’emergenza terremoto è stata ben superata e la gente ha riacquistato fiducia nelle istituzioni. Lo Stato ha dato prova di essere vicino ai cittadini e questi stanno imparando a guardare più ai fatti che a seguire le polemiche sterili dei politicanti.
Gli italiani avevano bisogno di sentirsi dire in questo periodo di crisi, contro i predicatori di sciagure: «nessuno sarà lasciato solo». E così è o almeno sembra. Per cui quando il governo assicura: «prima dell’inverno nessuno sarà più nelle tende», i terremotati gli credono. E perché non credergli quando afferma che la ricostruzione avverrà in tempi brevi, come non è mai avvenuto finora in Italia? Certo, se davvero si riuscirà a costruire alloggi idonei a sufficienza entro cinque o sei mesi, significherà che l’Italia intera è sulla buona strada. Ma significherà anche, spero, che la dialettica politica dovrà pure cambiare stile, all’insegna di una maggiore concretezza e convergenza verso il fare utile e necessario.
Giovanni Longu
Berna 21.04.2009
Non mi riferisco evidentemente al terremoto dell’Abruzzo. Anzi questa catastrofe «naturale» è riuscita, nella sua tragicità, a far emergere alcuni aspetti positivi del popolo italiano che restano abitualmente nell’ombra o completamente dimenticati, la solidarietà e la generosità.
Mi riferisco all’incessante e asfissiante polemica (soprattutto politica) che sta minando la convivenza civile e rallentando quella crescita di cui l’Italia ha enormemente bisogno per tenere il passo delle altre nazioni europee. La polemica ad oltranza ha tentato persino di gettare un’ombra di discredito su una delle migliori prestazioni della Protezione civile e del Governo degli ultimi tempi, alle prese con un cataclisma terribile, imprevedibile e inaspettato.
Credo che la prima trasmissione Annozero di Michele Santoro dedicata al terremoto dell’Abruzzo non faccia onore né al giornalismo italiano né tantomeno al servizio pubblico. Uno dei migliori giornalisti svizzeri di lingua italiana, Michele Fazioli, ha definito «sconcia» quella trasmissione e Santoro un giornalista «fazioso populista di sinistra travestito da coraggioso».
Quando in Italia si parla di perdita di valori si dimentica spesso di denunciare la deriva di una certa stampa scritta e parlata che scambia la sacrosanta libertà di opinione e di critica in licenza di infangare, uso spregiudicato del giornalismo alla maniera dello sciacallo, uso improprio del servizio pubblico come megafono di opinioni private demagogiche e faziose, con l’aggravante, per l’azienda pubblica Rai, che paga profumatamente certi giornalisti attenti soprattutto a curare la propria immagine più che a servire l’informazione.
Ma la polemica che sta minando la pacifica convivenza degli italiani non è solo quella di certa stampa o televisione. E’ anche l’estenuante contrapposizione politica sempre più distante dalla realtà e dalla verità. Non c’è proposta della maggioranza e del governo che non venga contestata in base a pregiudizi ideologici. Una delle ultime riguarda la data del voto per il referendum. La decisione del governo di non tenere lo stesso giorno 7 giugno le elezioni europee e il referendum ha scatenato le ire di buona parte della sinistra. In mancanza di argomenti convincenti, certi politici hanno tuonato: «no a election day grida vendetta», «il governo butta via i soldi», «400 milioni sprecati solo per soddisfare l’egoismo politico-elettorale della Lega Nord» e via dicendo. Perché non chiedersi anche a chi interessi veramente il referendum, a cosa serva in un quadro politico ormai assai ben delineato e se non esista già la possibilità di soddisfare quanto chiede il referendum?
A dimostrare quanto la polemica sia divenuta pretestuosa e sterile lo dimostrano i sondaggi d’opinione che danno sistematicamente torto a chi la provoca e fanno crescere nella maggioranza degli italiani la fiducia nel governo. La prova dell’emergenza terremoto è stata ben superata e la gente ha riacquistato fiducia nelle istituzioni. Lo Stato ha dato prova di essere vicino ai cittadini e questi stanno imparando a guardare più ai fatti che a seguire le polemiche sterili dei politicanti.
Gli italiani avevano bisogno di sentirsi dire in questo periodo di crisi, contro i predicatori di sciagure: «nessuno sarà lasciato solo». E così è o almeno sembra. Per cui quando il governo assicura: «prima dell’inverno nessuno sarà più nelle tende», i terremotati gli credono. E perché non credergli quando afferma che la ricostruzione avverrà in tempi brevi, come non è mai avvenuto finora in Italia? Certo, se davvero si riuscirà a costruire alloggi idonei a sufficienza entro cinque o sei mesi, significherà che l’Italia intera è sulla buona strada. Ma significherà anche, spero, che la dialettica politica dovrà pure cambiare stile, all’insegna di una maggiore concretezza e convergenza verso il fare utile e necessario.
Giovanni Longu
Berna 21.04.2009
02 aprile 2009
Cause di morte degli italiani in Svizzera – un indicatore dell’integrazione?
Recentemente l’Ufficio federale di statistica (UST) ha pubblicato la statistica delle cause di morte, una delle statistiche più antiche della Svizzera (esiste infatti dal 1876). Essa è un formidabile strumento conoscitivo non solo per seguire l’evoluzione delle cause di morte, ma anche per valutare lo stato attuale della salute della popolazione.
La speranza di vita aumenta per tutti
E’ interessante osservare che il numero complessivo dei decessi negli ultimi cento anni è rimasto, in cifre assolute, molto costante: 59.252 nel 1907 e 61.089 nel 2007. La costatazione è sorprendente perché nel 1907 la popolazione residente era di poco superiore ai 3,5 milioni, mentre nel 2007 era più che raddoppiata (7.593.500 abitanti). L’apparente incoerenza si spiega con l’aumento della speranza di vita e, conseguentemente, la diminuzione del tasso di mortalità (numero di morti sul totale della popolazione considerata).
La speranza di vita, che cento anni fa non arrivava a 50 anni per gli uomini ed era di poco superiore per le donne, è costantemente aumentata fino a raggiungere, nel 2007, 79,4 anni per gli uomini e 84,2 anni per le donne. Di conseguenza è costantemente diminuito il tasso di mortalità (numero di morti in rapporto alla popolazione totale).
All’inizio del secolo scorso più della metà dei decessi avveniva prima dei 50 anni, oggi l’83% dei decessi avviene dopo i 65 anni. Nel 2007, circa il 50% delle donne decedute avevano superato gli 85 anni. Persino tra gli uomini, meno longevi delle donne, oltre un quarto dei decessi è sopraggiunto dopo gli 85 anni.
Evoluzione delle principali cause di morte
Anche le cause di morte hanno subito un’interessante evoluzione. Basti pensare che agli inizi del secolo scorso si moriva soprattutto a causa di malattie infettive e parassitarie (22,3%), malattie del sistema respiratorio (15,4%), problemi cardiovascolari (13,4%), malattie dell’apparato digerente (11,3%), varie forme di cancro (7,7%), ecc. E’ anche risaputo che la mortalità nel primo anno di vita era molto elevata.
Oggi le principali cause di morte sono invece le malattie cardiocircolatorie (37%), seguite dai tumori (26%) e, sebbene a distanza, dalla demenza senile (7%). I decessi per malattie infettive (compresa l’Aids) sono ormai regrediti a poco più dell’uno per cento; quelli per malattie del sistema respiratorio rappresentano solo il 6%.
Tasso di mortalità degli italiani in Svizzera
I decessi degli italiani rientrano essenzialmente nei primi due grandi gruppi di cause menzionati prima, anche se tra svizzeri e stranieri esistono differenze.
Una prima differenza riguarda il tasso di mortalità. Nel 2007 sono deceduti 1784 italiani, un po’ meno di quanti ne morirono, per esempio, nel 1970 (1813), quando tuttavia gli italiani residenti in Svizzera erano quasi il doppio degli attuali (583.855 contro i 295 507 del 2007). Questa apparente anomalia si spiega non solo con l’aumento generale della speranza di vita tra il 1970 e il 2007, ma anche con la particolare situazione dell’immigrazione italiana in tale periodo.
Nel 1970 i decessi di italiani sarebbero stati molti di più se la fascia d’età in cui si registra il maggior numero dei decessi, ossia dopo i 65 anni, e soprattutto dopo gli 80 anni, non fosse stata particolarmente ristretta a causa dei numerosi rientri in Italia dopo il pensionamento. Ora il tasso di mortalità tende ad aumentare perché sempre più italiani restano in Svizzera dopo il pensionamento.
Principali cause di morte
Una seconda differenza riguarda alcune cause di morte. Ponendo a 100 il rapporto tra il numero dei decessi per tumore (oggi la seconda principale causa di morte) e l’intera popolazione residente, all’inizio di questo decennio il valore riguardante gli uomini italiani (106) era superiore sia a quello degli svizzeri (101) che, soprattutto, a quello degli altri stranieri (93). Questa sovramortalità degli italiani per tumore era dovuta soprattutto all’incidenza del cancro dei polmoni (molto legato alla pratica del fumo) e dello stomaco. Per le donne italiane, invece, il valore (90) risultava inferiore sia a quello delle donne svizzere (102) che a quello delle altre straniere (91).
Per i decessi a causa di malattie cardiovascolari (in particolare cardiopatie ischemiche) il valore degli italiani (84) era inferiore a quello degli svizzeri (102), ma superiore a quello degli altri stranieri (80). La situazione è analoga per le donne italiane, il cui valore (87) era inferiore a quello delle svizzere (101) e superiore a quello delle altre straniere (77). La notevole differenza tra stranieri (italiani compresi) e svizzeri è dovuta soprattutto al fatto che in questo gruppo dominano i decessi degli ultraottantenni.
Nel gruppo dei decessi a causa di malattie infettive, pur non avendo ormai grande incidenza sul numero complessivo dei decessi, era particolarmente significativo il divario tra i valori riguardanti le donne italiane (147) e quelli delle donne svizzere (100) e anche delle altre straniere (103). Per gli uomini italiani (117) quel valore era meno significativo sia rispetto agli svizzeri (100) che rispetto agli altri stranieri (99).
Guardando al futuro
Le differenze alle quali si è accennato, soprattutto tra italiani e svizzeri, tenderanno a ridursi e sarà sempre più difficile riscontrare differenze sia sul tasso di mortalità che sulla speranza di vita e sulle cause di morte. Anche questo è un indice significativo del progressivo e costante avvicinamento delle condizioni di vita e di morte delle due popolazioni e di una sorta di «integrazione compiuta». Se questa tendenza proseguirà, c’è da credere ai demografi dell’Ufficio federale di statistica, che per il 2050 hanno previsto per gli abitanti della Svizzera una speranza di vita alla nascita di ben 85,0 anni per gli uomini e 89,5 anni per le donne. Chi vivrà vedrà.
Giovanni Longu
Berna 2.4.2009
La speranza di vita aumenta per tutti
E’ interessante osservare che il numero complessivo dei decessi negli ultimi cento anni è rimasto, in cifre assolute, molto costante: 59.252 nel 1907 e 61.089 nel 2007. La costatazione è sorprendente perché nel 1907 la popolazione residente era di poco superiore ai 3,5 milioni, mentre nel 2007 era più che raddoppiata (7.593.500 abitanti). L’apparente incoerenza si spiega con l’aumento della speranza di vita e, conseguentemente, la diminuzione del tasso di mortalità (numero di morti sul totale della popolazione considerata).
La speranza di vita, che cento anni fa non arrivava a 50 anni per gli uomini ed era di poco superiore per le donne, è costantemente aumentata fino a raggiungere, nel 2007, 79,4 anni per gli uomini e 84,2 anni per le donne. Di conseguenza è costantemente diminuito il tasso di mortalità (numero di morti in rapporto alla popolazione totale).
All’inizio del secolo scorso più della metà dei decessi avveniva prima dei 50 anni, oggi l’83% dei decessi avviene dopo i 65 anni. Nel 2007, circa il 50% delle donne decedute avevano superato gli 85 anni. Persino tra gli uomini, meno longevi delle donne, oltre un quarto dei decessi è sopraggiunto dopo gli 85 anni.
Evoluzione delle principali cause di morte
Anche le cause di morte hanno subito un’interessante evoluzione. Basti pensare che agli inizi del secolo scorso si moriva soprattutto a causa di malattie infettive e parassitarie (22,3%), malattie del sistema respiratorio (15,4%), problemi cardiovascolari (13,4%), malattie dell’apparato digerente (11,3%), varie forme di cancro (7,7%), ecc. E’ anche risaputo che la mortalità nel primo anno di vita era molto elevata.
Oggi le principali cause di morte sono invece le malattie cardiocircolatorie (37%), seguite dai tumori (26%) e, sebbene a distanza, dalla demenza senile (7%). I decessi per malattie infettive (compresa l’Aids) sono ormai regrediti a poco più dell’uno per cento; quelli per malattie del sistema respiratorio rappresentano solo il 6%.
Tasso di mortalità degli italiani in Svizzera
I decessi degli italiani rientrano essenzialmente nei primi due grandi gruppi di cause menzionati prima, anche se tra svizzeri e stranieri esistono differenze.
Una prima differenza riguarda il tasso di mortalità. Nel 2007 sono deceduti 1784 italiani, un po’ meno di quanti ne morirono, per esempio, nel 1970 (1813), quando tuttavia gli italiani residenti in Svizzera erano quasi il doppio degli attuali (583.855 contro i 295 507 del 2007). Questa apparente anomalia si spiega non solo con l’aumento generale della speranza di vita tra il 1970 e il 2007, ma anche con la particolare situazione dell’immigrazione italiana in tale periodo.
Nel 1970 i decessi di italiani sarebbero stati molti di più se la fascia d’età in cui si registra il maggior numero dei decessi, ossia dopo i 65 anni, e soprattutto dopo gli 80 anni, non fosse stata particolarmente ristretta a causa dei numerosi rientri in Italia dopo il pensionamento. Ora il tasso di mortalità tende ad aumentare perché sempre più italiani restano in Svizzera dopo il pensionamento.
Principali cause di morte
Una seconda differenza riguarda alcune cause di morte. Ponendo a 100 il rapporto tra il numero dei decessi per tumore (oggi la seconda principale causa di morte) e l’intera popolazione residente, all’inizio di questo decennio il valore riguardante gli uomini italiani (106) era superiore sia a quello degli svizzeri (101) che, soprattutto, a quello degli altri stranieri (93). Questa sovramortalità degli italiani per tumore era dovuta soprattutto all’incidenza del cancro dei polmoni (molto legato alla pratica del fumo) e dello stomaco. Per le donne italiane, invece, il valore (90) risultava inferiore sia a quello delle donne svizzere (102) che a quello delle altre straniere (91).
Per i decessi a causa di malattie cardiovascolari (in particolare cardiopatie ischemiche) il valore degli italiani (84) era inferiore a quello degli svizzeri (102), ma superiore a quello degli altri stranieri (80). La situazione è analoga per le donne italiane, il cui valore (87) era inferiore a quello delle svizzere (101) e superiore a quello delle altre straniere (77). La notevole differenza tra stranieri (italiani compresi) e svizzeri è dovuta soprattutto al fatto che in questo gruppo dominano i decessi degli ultraottantenni.
Nel gruppo dei decessi a causa di malattie infettive, pur non avendo ormai grande incidenza sul numero complessivo dei decessi, era particolarmente significativo il divario tra i valori riguardanti le donne italiane (147) e quelli delle donne svizzere (100) e anche delle altre straniere (103). Per gli uomini italiani (117) quel valore era meno significativo sia rispetto agli svizzeri (100) che rispetto agli altri stranieri (99).
Guardando al futuro
Le differenze alle quali si è accennato, soprattutto tra italiani e svizzeri, tenderanno a ridursi e sarà sempre più difficile riscontrare differenze sia sul tasso di mortalità che sulla speranza di vita e sulle cause di morte. Anche questo è un indice significativo del progressivo e costante avvicinamento delle condizioni di vita e di morte delle due popolazioni e di una sorta di «integrazione compiuta». Se questa tendenza proseguirà, c’è da credere ai demografi dell’Ufficio federale di statistica, che per il 2050 hanno previsto per gli abitanti della Svizzera una speranza di vita alla nascita di ben 85,0 anni per gli uomini e 89,5 anni per le donne. Chi vivrà vedrà.
Giovanni Longu
Berna 2.4.2009
27 marzo 2009
Diritto di voto all’estero
Capisco l’indignazione del direttore del portale «Politicamente corretto», Salvatore Viglia, perché a una sua lettera aperta ai 18 eletti all’estero gli hanno tutti risposto picche. Ma perché stupirsi? In certo senso la mancata risposta o una risposta generica andava data per scontata, data la materia e dati gli interlocutori.
Con quella lettera era come se si volesse un atto di ammissione che la loro elezione era frutto di un errore se non addirittura di un inganno. E’ vero che in quella lettera senza risposta si chiedeva agli interpellati di farsi promotori di «una legge che consentisse agli italiani all’estero di poter votare per corrispondenza a tutti gli appuntamenti elettorali in Italia», ma implicitamente si chiedeva anche l’abolizione e quantomeno la revisione dell’attuale legge elettorale per gli italiani all’estero.
Per una strana distrazione o espressa volontà del legislatore (ma si tratta comunque di un travisamento delle iniziali richieste degli italiani all’estero che volevano semplicemente il diritto di voto per corrispondenza) l’attuale legge non consente infatti agli italiani all’estero di poter eleggere per corrispondenza o con voto elettronico candidati residenti in Italia nella propria (nel senso della residenza AIRE) circoscrizione nazionale, in alternativa ai candidati della Circoscrizione Estero.
V’immaginate cosa succederebbe se questa possibilità esistesse? Quante probabilità avrebbero gli attuali eletti di essere rieletti? Non deve dunque meravigliarsi il direttore Viglia delle mancate risposte. Con questo non voglio dire che la sua richiesta non sia legittima e giudiziosa. Lo è e come! E mi auguro che il tema venga tenuto vivo fin quando a decidere non sia l’intero parlamento italiano.
In più occasioni ho detto e scritto che la Circoscrizione Estero è di per sé un’anomalia e lo sarà ancora di più quando si dovrà davvero ridurre l’elefantiaco apparato legislativo italiano. Che senso avrebbe disporre a Roma di uno o due rappresentanti per continente? Già attualmente, chi conosce i 18 eletti all’estero e chi rappresentano veramente ? E chi conoscerebbe gli eventuali 9-10 rappresentanti superstiti? E soprattutto, chi rappresenterebbero?
Credo che il problema del diritto di voto e di rappresentanza degli italiani all’estero non sia ancora risolto e francamente mi stupisce che nei vari portali Web e nella stampa italiana all’estero l’attenzione al riguardo sia molto discontinua. Senza una discussione disinteressata e approfondita c’è il rischio che gli italiani all’estero continuino a subire chi sa fino a quando un tipo di rappresentanza che è assolutamente inadeguata e autoreferenziale.
Mi auguro che i vari portali e organi di stampa si facciano promotori di una discussione su tutte le attuali forme di rappresentanza per individuare alcuni, pochi, modelli di rappresentanza. Solo alla luce di modelli accettabili e condivisi, e non viceversa come sta accadendo, si potranno prendere in esame le proposte di legge (qualcuna per altro confusa e mal congegnata sotto il profilo tecnico-giuridico), che cominciano a circolare. E’ una questione di logica: prima si discute il modello e poi si fa la legge.
Giovanni Longu
Berna 27.3.2009
Con quella lettera era come se si volesse un atto di ammissione che la loro elezione era frutto di un errore se non addirittura di un inganno. E’ vero che in quella lettera senza risposta si chiedeva agli interpellati di farsi promotori di «una legge che consentisse agli italiani all’estero di poter votare per corrispondenza a tutti gli appuntamenti elettorali in Italia», ma implicitamente si chiedeva anche l’abolizione e quantomeno la revisione dell’attuale legge elettorale per gli italiani all’estero.
Per una strana distrazione o espressa volontà del legislatore (ma si tratta comunque di un travisamento delle iniziali richieste degli italiani all’estero che volevano semplicemente il diritto di voto per corrispondenza) l’attuale legge non consente infatti agli italiani all’estero di poter eleggere per corrispondenza o con voto elettronico candidati residenti in Italia nella propria (nel senso della residenza AIRE) circoscrizione nazionale, in alternativa ai candidati della Circoscrizione Estero.
V’immaginate cosa succederebbe se questa possibilità esistesse? Quante probabilità avrebbero gli attuali eletti di essere rieletti? Non deve dunque meravigliarsi il direttore Viglia delle mancate risposte. Con questo non voglio dire che la sua richiesta non sia legittima e giudiziosa. Lo è e come! E mi auguro che il tema venga tenuto vivo fin quando a decidere non sia l’intero parlamento italiano.
In più occasioni ho detto e scritto che la Circoscrizione Estero è di per sé un’anomalia e lo sarà ancora di più quando si dovrà davvero ridurre l’elefantiaco apparato legislativo italiano. Che senso avrebbe disporre a Roma di uno o due rappresentanti per continente? Già attualmente, chi conosce i 18 eletti all’estero e chi rappresentano veramente ? E chi conoscerebbe gli eventuali 9-10 rappresentanti superstiti? E soprattutto, chi rappresenterebbero?
Credo che il problema del diritto di voto e di rappresentanza degli italiani all’estero non sia ancora risolto e francamente mi stupisce che nei vari portali Web e nella stampa italiana all’estero l’attenzione al riguardo sia molto discontinua. Senza una discussione disinteressata e approfondita c’è il rischio che gli italiani all’estero continuino a subire chi sa fino a quando un tipo di rappresentanza che è assolutamente inadeguata e autoreferenziale.
Mi auguro che i vari portali e organi di stampa si facciano promotori di una discussione su tutte le attuali forme di rappresentanza per individuare alcuni, pochi, modelli di rappresentanza. Solo alla luce di modelli accettabili e condivisi, e non viceversa come sta accadendo, si potranno prendere in esame le proposte di legge (qualcuna per altro confusa e mal congegnata sotto il profilo tecnico-giuridico), che cominciano a circolare. E’ una questione di logica: prima si discute il modello e poi si fa la legge.
Giovanni Longu
Berna 27.3.2009
08 marzo 2009
In Svizzera ancora lontana la parità donna-uomo
Negli ultimi decenni, la donna ha fatto in Svizzera enormi progressi verso la piena parità con l’uomo in campo politico, formativo, professionale e salariale; ma l’uguaglianza è ancora lontana. Alcuni dati recenti dell’Ufficio federale di statistica (UST) lo confermano.
Arrivata tardi al diritto di voto rispetto alle donne degli altri Paesi vicini, la donna svizzera è oggi ben inserita nella politica locale e federale. Tre su sette consiglieri federali sono donne. Sfiora il 30% la presenza femminile nel Consiglio nazionale e il 22% nel Consiglio degli Stati; nei parlamenti cantonali supera il 26%, mentre negli esecutivi cantonali si ferma al 20,5%. Nel confronto internazionale, la quota di donne nel parlamento federale è di poco inferiore a quella della Germania, ma di gran lunga superiore a quella ad es. di Italia e Francia.
In campo formativo si osserva la maggiore discrepanza tra uomo e donna. Le donne sono infatti la grande maggioranza (63,5%) di quanti concludono la loro formazione con la scuola dell’obbligo e sono in minoranza (40,4%) tra coloro che acquisiscono un titolo universitario. Nella formazione di terzo grado (universitaria) le donne presentano un alto grado di interruzione degli studi: sono infatti più numerose degli uomini tra i nuovi iscritti agli istituti universitari (ad eccezione degli indirizzi tecnico-scientifici, dove le donne sono particolarmente sottorappresentate), ma sono relativamente poche quelle che raggiungono il traguardo. Occorre dire, tuttavia, che la quota di diplomi universitari conseguiti dalle donne è in costante aumento, riducendo sempre più lo scarto che le separa dagli uomini.
Le donne si posizionano meglio degli uomini solo nelle formazioni generali di secondo grado superiore (licei) e nelle formazioni universitarie nei comparti della preparazione degli insegnanti, del lavoro sociale, della salute, delle arti (musica, teatro, design), della linguistica applicata ecc.
E’ interessante osservare che nel settore dell’insegnamento la presenza delle donne diminuisce col crescere del grado d’insegnamento. Così, se le donne insegnanti sono il 95,2% nel grado prescolare (asili) e il 78,8% nelle scuole primarie (elementari), la loro quota scende al 50,5% nel grado secondario inferiore (scuola media) per ridursi al 37,6% nelle scuole universitarie professionali e al 34,1% nelle università e politecnici federali. Anche al riguardo, tuttavia, va osservato che le donne sono in costante progressione.
In campo professionale, il lavoro femminile è generalmente più «precario». Nel lavoro a tempo parziale le donne occupano una posizione assolutamente preponderante (79,1%), mentre nel lavoro a tempo pieno sono una minoranza rispetto agli uomini (solo il 29,3%).
Nelle funzioni dirigenziali le donne sono nettamente meno presenti degli uomini. Gli ostacoli alla carriera professionale delle donne sono noti, per cui molte di esse vi rinunciano prima ancora di tentare. Altre sono «costrette» a rinunciarvi per dedicarsi a compiti domestici ed educativi e altre ancora preferiscono accettare fin dall’inizio un impiego di grado inferiore a quello che le consentirebbe la formazione acquisita. Nel 2004, in campo scientifico, solo il 62 per cento delle donne in possesso di un diploma universitario occupava una posizione in linea con la propria formazione. Si trattava comunque di una percentuale superiore alla media europea (UE25) del 56%.
A differenza di qualche decennio addietro, oggi tuttavia la donna ha raggiunto un buon livello di rappresentanza (34,2%) nei consigli di amministrazione e nelle funzioni dirigenziali.
Ancora lontana è la parità salariale tra uomo e donna. La differenza a favore dell’uomo si aggira attorno al 20%. Secondo l’UST, nel 2006 il salario mensile lordo standardizzato delle donne nel settore privato era di 4875 franchi contro i 6023 franchi degli uomini, il che corrisponde a una differenza del 19,1%. Lo strano è che anche nel settore pubblico della Confederazione si osservava una differenza notevole vicina al 13%. Nel settore pubblico cantonale lo scarto salariale tra uomini e donne era addirittura del 18,8%. Vale tuttavia anche qui l’osservazione che il divario tende col tempo a diminuire (nel 1994 era ancora del 23,8%).
In campo sociale, soprattutto nella vita familiare, nel lavori domestici e nel volontariato le differenze sono ancora notevoli. Mentre per l’uomo la scelta tra famiglia e lavoro va nettamente a favore di quest’ultimo, per la donna resta sempre difficile conciliare famiglia e professione. I lavori domestici e la cura dei figli incombono ancora principalmente sulla donna, anche se l’uomo vi partecipa sempre più. La donna è inoltre più presente dell’uomo nel volontariato. Sarà per la maggiore sensibilità delle donne e per la loro innata generosità, o sarà, anche, per la vigliaccheria di molti uomini, sta di fatto che a curare gli ammalati, le persone anziane, i bisognosi sono enormemente più le donne degli uomini.
La festa della donna, l’8 marzo, più che un’occasione per regalare alle donne mimose e omaggi effimeri, dovrebbe essere l’occasione per dire loro di cuore un bel grazie per la loro insostituibile presenza, per la bellezza che esprimono nel mondo, per la bontà che sanno diffondere meglio degli uomini, per la loro inesauribile generosità nell’ambito della famiglia e nella società. Grazie donne!
Giovanni Longu
Berna, 7.3.2009
Arrivata tardi al diritto di voto rispetto alle donne degli altri Paesi vicini, la donna svizzera è oggi ben inserita nella politica locale e federale. Tre su sette consiglieri federali sono donne. Sfiora il 30% la presenza femminile nel Consiglio nazionale e il 22% nel Consiglio degli Stati; nei parlamenti cantonali supera il 26%, mentre negli esecutivi cantonali si ferma al 20,5%. Nel confronto internazionale, la quota di donne nel parlamento federale è di poco inferiore a quella della Germania, ma di gran lunga superiore a quella ad es. di Italia e Francia.
In campo formativo si osserva la maggiore discrepanza tra uomo e donna. Le donne sono infatti la grande maggioranza (63,5%) di quanti concludono la loro formazione con la scuola dell’obbligo e sono in minoranza (40,4%) tra coloro che acquisiscono un titolo universitario. Nella formazione di terzo grado (universitaria) le donne presentano un alto grado di interruzione degli studi: sono infatti più numerose degli uomini tra i nuovi iscritti agli istituti universitari (ad eccezione degli indirizzi tecnico-scientifici, dove le donne sono particolarmente sottorappresentate), ma sono relativamente poche quelle che raggiungono il traguardo. Occorre dire, tuttavia, che la quota di diplomi universitari conseguiti dalle donne è in costante aumento, riducendo sempre più lo scarto che le separa dagli uomini.
Le donne si posizionano meglio degli uomini solo nelle formazioni generali di secondo grado superiore (licei) e nelle formazioni universitarie nei comparti della preparazione degli insegnanti, del lavoro sociale, della salute, delle arti (musica, teatro, design), della linguistica applicata ecc.
E’ interessante osservare che nel settore dell’insegnamento la presenza delle donne diminuisce col crescere del grado d’insegnamento. Così, se le donne insegnanti sono il 95,2% nel grado prescolare (asili) e il 78,8% nelle scuole primarie (elementari), la loro quota scende al 50,5% nel grado secondario inferiore (scuola media) per ridursi al 37,6% nelle scuole universitarie professionali e al 34,1% nelle università e politecnici federali. Anche al riguardo, tuttavia, va osservato che le donne sono in costante progressione.
In campo professionale, il lavoro femminile è generalmente più «precario». Nel lavoro a tempo parziale le donne occupano una posizione assolutamente preponderante (79,1%), mentre nel lavoro a tempo pieno sono una minoranza rispetto agli uomini (solo il 29,3%).
Nelle funzioni dirigenziali le donne sono nettamente meno presenti degli uomini. Gli ostacoli alla carriera professionale delle donne sono noti, per cui molte di esse vi rinunciano prima ancora di tentare. Altre sono «costrette» a rinunciarvi per dedicarsi a compiti domestici ed educativi e altre ancora preferiscono accettare fin dall’inizio un impiego di grado inferiore a quello che le consentirebbe la formazione acquisita. Nel 2004, in campo scientifico, solo il 62 per cento delle donne in possesso di un diploma universitario occupava una posizione in linea con la propria formazione. Si trattava comunque di una percentuale superiore alla media europea (UE25) del 56%.
A differenza di qualche decennio addietro, oggi tuttavia la donna ha raggiunto un buon livello di rappresentanza (34,2%) nei consigli di amministrazione e nelle funzioni dirigenziali.
Ancora lontana è la parità salariale tra uomo e donna. La differenza a favore dell’uomo si aggira attorno al 20%. Secondo l’UST, nel 2006 il salario mensile lordo standardizzato delle donne nel settore privato era di 4875 franchi contro i 6023 franchi degli uomini, il che corrisponde a una differenza del 19,1%. Lo strano è che anche nel settore pubblico della Confederazione si osservava una differenza notevole vicina al 13%. Nel settore pubblico cantonale lo scarto salariale tra uomini e donne era addirittura del 18,8%. Vale tuttavia anche qui l’osservazione che il divario tende col tempo a diminuire (nel 1994 era ancora del 23,8%).
In campo sociale, soprattutto nella vita familiare, nel lavori domestici e nel volontariato le differenze sono ancora notevoli. Mentre per l’uomo la scelta tra famiglia e lavoro va nettamente a favore di quest’ultimo, per la donna resta sempre difficile conciliare famiglia e professione. I lavori domestici e la cura dei figli incombono ancora principalmente sulla donna, anche se l’uomo vi partecipa sempre più. La donna è inoltre più presente dell’uomo nel volontariato. Sarà per la maggiore sensibilità delle donne e per la loro innata generosità, o sarà, anche, per la vigliaccheria di molti uomini, sta di fatto che a curare gli ammalati, le persone anziane, i bisognosi sono enormemente più le donne degli uomini.
La festa della donna, l’8 marzo, più che un’occasione per regalare alle donne mimose e omaggi effimeri, dovrebbe essere l’occasione per dire loro di cuore un bel grazie per la loro insostituibile presenza, per la bellezza che esprimono nel mondo, per la bontà che sanno diffondere meglio degli uomini, per la loro inesauribile generosità nell’ambito della famiglia e nella società. Grazie donne!
Giovanni Longu
Berna, 7.3.2009
18 febbraio 2009
Rapporti italo-svizzeri in «salsa ticinese»
Dopo la votazione dell’8 febbraio scorso, gran parte delle analisi politiche hanno messo in rilievo la maturità e l’intelligenza del popolo svizzero, che non si è lasciato influenzare dalle voci che preconizzavano un aggravarsi della situazione occupazionale in seguito alla crisi internazionale.
A votare controcorrente sono rimasti solo quattro Cantoni: Svitto (56,6%), Appenzello interno (53,4%), Glarona (51%) e Ticino (65,8%). Il loro voto negativo era prevedibile, ma dal Ticino non ci si attendeva un no così netto. Per questo le analisi del voto antieuropeo si sono concentrate soprattutto sul no ticinese. Se ritorno sull’argomento (v. L’ECO dell’11.2.2009) è per chiarire ulteriormente alcuni aspetti della posizione singolare del Ticino.
Il giorno stesso delle votazioni, appena noti i risultati, mi ha sorpreso la grande convergenza di opinioni trasversali a tutti i partiti, che individuavano nell’inosservanza della «reciprocità» dei Bilaterali da parte italiana una delle principali ragioni del no ticinese. Continuo infatti a chiedermi quanti ticinesi fossero al corrente di questa inadempienza italiana e quanti ticinesi siano stati discriminati finora nel tentativo di esercitare un lavoro in Italia. E’ sicuramente vero che alcune ditte svizzere hanno incontrato difficoltà a partecipare alle gare d’appalto, ma quante siano nessuno lo sa. Quanto ha veramente pesato questa incertezza sull’esito del voto ticinese?
Si è detto che il no del Ticino alla libera circolazione delle persone dell’Unione Europa provenienti anche da Bulgaria e Romania esprimesse una grande paura di essere ancor più «invasi» da stranieri. Ma quanti sono, finora, i ticinesi che hanno perso il posto di lavoro a causa degli stranieri? Si tratta di un’ipotesi realistica o di una paura strumentale per altri fini, soprattutto di politica interna ticinese? Se all’elettorato ticinese si fosse chiarito dove vengono impiegati gli stranieri, soprattutto i frontalieri, forse l’atteggiamento di voto sarebbe stato diverso. E’ innegabile infatti che la manodopera meno qualificata occupa principalmente posti non più ambiti dai ticinesi e i superqualificati o i liberi professionisti vengono in Ticino solo se trovano la «domanda» corrispondente. Il discorso vale, a maggior ragione, quando si tratta di imprese italiane che operano sul territorio cantonale.
Un altro tentativo di spiegare il no ticinese fa riferimento alla paura della pressione sui salari da parte della concorrenza straniera-italiana. Anche questo argomento mi sembra molto fragile. La pressione sui salari, come ho già avuto occasione di dire, non la fanno i salariati ma il mercato del lavoro. In un regime di libera concorrenza – e la Svizzera ne è una strenua difensora – non c’è spazio per il protezionismo. Incolpare i lavoratori (italiani) se percepiscono salari che non rispettano le condizioni contrattuali è semplicemente ingiusto, semmai sono da incolpare quei datori di lavoro che non le rispettano e propongono e impongono ai lavoratori salari più bassi di quelli usuali. Se si dovesse considerare «sleale» la concorrenza italiana, come bisognerebbe qualificare chi se ne serve per ottenere grandi profitti?
Mi sembra condivisibile la lettura del no ticinese come un segnale lanciato a Berna, soprattutto alla luce di quanto hanno dichiarato mi pare tutti i deputati e senatori ticinesi all’indomani del voto e soprattutto i rappresentanti della Lega, i principali sostenitori del no. E’ sicuramente un segnale forte, ma non credo che Berna sia in grado di trovare (da sola) gli antidoti necessari a sanare il disagio del Cantone italofono. Il Consiglio federale potrà forse intervenire (se dispone della documentazione giusta!) per garantire da parte dell’Italia la reale reciprocità degli Accordi bilaterali, ma non potrà certo innalzare lungo la frontiera italo-svizzera barriere tali da impedire la libera circolazione delle persone.
Oltretutto, nelle controversie internazionali bisogna andare cauti. Per questa ragione, alla richiesta del Cantone Ticino di rinegoziare con l’Italia la questione delle imposte prelevate ai frontalieri, il Consiglio federale ha già fatto sapere che riaprire le trattative potrebbe portare a un peggioramento della situazione. Talvolta si dimentica che certi problemi si risolvono meglio con la trattativa e la collaborazione che con i contenziosi.
Il Ticino deve cercare di risolvere i propri problemi contando soprattutto sulle proprie forze. Il no all’estensione della libera circolazione a Romania e Bulgaria non era probabilmente solo un segnale indirizzato a Berna, «colpevole» di essere troppo lontana e disattenta al lembo meridionale della Svizzera, ma anche rivolto a Bellinzona, al governo ticinese, «incapace» di farsi portavoce del disagio della popolazione. Piove, o minaccia di piovere? Governo…!
Credo infine che i ticinesi non debbano guardare gli italiani e i lombardi solo come concorrenti, ma anche come partner. Il mercato lombardo è vitale per il Ticino, a tal punto che la Lombardia potrebbe sicuramente fare a meno del Ticino, ma non sarebbe possibile il contrario. Non bisognerebbe inoltre dimenticare che all’Italia e alla Lombardia il Ticino deve molto della sua prosperità raggiunta in pochi decenni.
Per concludere vorrei citare l’ex consigliere nazionale Adriano Cavadini, che in un commento articolato alla recente votazione ha scritto riguardo ai rapporti tra il Ticino e l’Italia:
«Si è dimenticato troppo facilmente che il benessere economico, di cui beneficia tuttora il nostro Cantone, proviene in gran parte dalla vicinanza con l’Italia. La nostra industria e numerose aziende dell’edilizia e di servizio, ad esempio nella sanità (ospedali, case per anziani), non sarebbero in grado di produrre e funzionare senza la preziosa collaborazione dei lavoratori italiani residenti e dei moltissimi frontalieri. La piazza finanziaria ticinese deve gran parte del suo sviluppo alla vicinanza dell’Italia. Molti commerci vivono grazie agli acquisti della clientela italiana. Negli ultimi trent’anni infine decine di imprenditori italiani si sono stabiliti nel Ticino, aprendovi importanti iniziative nell’industria, nei servizi e nel commercio, spesso facendo del nostro cantone una importante sede strategica per le loro attività a livello internazionale. Diversamente da loro si comportarono dirigenti d’oltre Gottardo che sovente, quando le condizioni cambiavano, decisero di ridurre e chiudere le filiali presenti nel Ticino. Per una valutazione oggettiva dei nostri rapporti con l’Italia questi essenziali elementi positivi non possono essere semplicemente ignorati».
Giovanni Longu
(L’ECO 18.2.2009)
A votare controcorrente sono rimasti solo quattro Cantoni: Svitto (56,6%), Appenzello interno (53,4%), Glarona (51%) e Ticino (65,8%). Il loro voto negativo era prevedibile, ma dal Ticino non ci si attendeva un no così netto. Per questo le analisi del voto antieuropeo si sono concentrate soprattutto sul no ticinese. Se ritorno sull’argomento (v. L’ECO dell’11.2.2009) è per chiarire ulteriormente alcuni aspetti della posizione singolare del Ticino.
Il giorno stesso delle votazioni, appena noti i risultati, mi ha sorpreso la grande convergenza di opinioni trasversali a tutti i partiti, che individuavano nell’inosservanza della «reciprocità» dei Bilaterali da parte italiana una delle principali ragioni del no ticinese. Continuo infatti a chiedermi quanti ticinesi fossero al corrente di questa inadempienza italiana e quanti ticinesi siano stati discriminati finora nel tentativo di esercitare un lavoro in Italia. E’ sicuramente vero che alcune ditte svizzere hanno incontrato difficoltà a partecipare alle gare d’appalto, ma quante siano nessuno lo sa. Quanto ha veramente pesato questa incertezza sull’esito del voto ticinese?
Si è detto che il no del Ticino alla libera circolazione delle persone dell’Unione Europa provenienti anche da Bulgaria e Romania esprimesse una grande paura di essere ancor più «invasi» da stranieri. Ma quanti sono, finora, i ticinesi che hanno perso il posto di lavoro a causa degli stranieri? Si tratta di un’ipotesi realistica o di una paura strumentale per altri fini, soprattutto di politica interna ticinese? Se all’elettorato ticinese si fosse chiarito dove vengono impiegati gli stranieri, soprattutto i frontalieri, forse l’atteggiamento di voto sarebbe stato diverso. E’ innegabile infatti che la manodopera meno qualificata occupa principalmente posti non più ambiti dai ticinesi e i superqualificati o i liberi professionisti vengono in Ticino solo se trovano la «domanda» corrispondente. Il discorso vale, a maggior ragione, quando si tratta di imprese italiane che operano sul territorio cantonale.
Un altro tentativo di spiegare il no ticinese fa riferimento alla paura della pressione sui salari da parte della concorrenza straniera-italiana. Anche questo argomento mi sembra molto fragile. La pressione sui salari, come ho già avuto occasione di dire, non la fanno i salariati ma il mercato del lavoro. In un regime di libera concorrenza – e la Svizzera ne è una strenua difensora – non c’è spazio per il protezionismo. Incolpare i lavoratori (italiani) se percepiscono salari che non rispettano le condizioni contrattuali è semplicemente ingiusto, semmai sono da incolpare quei datori di lavoro che non le rispettano e propongono e impongono ai lavoratori salari più bassi di quelli usuali. Se si dovesse considerare «sleale» la concorrenza italiana, come bisognerebbe qualificare chi se ne serve per ottenere grandi profitti?
Mi sembra condivisibile la lettura del no ticinese come un segnale lanciato a Berna, soprattutto alla luce di quanto hanno dichiarato mi pare tutti i deputati e senatori ticinesi all’indomani del voto e soprattutto i rappresentanti della Lega, i principali sostenitori del no. E’ sicuramente un segnale forte, ma non credo che Berna sia in grado di trovare (da sola) gli antidoti necessari a sanare il disagio del Cantone italofono. Il Consiglio federale potrà forse intervenire (se dispone della documentazione giusta!) per garantire da parte dell’Italia la reale reciprocità degli Accordi bilaterali, ma non potrà certo innalzare lungo la frontiera italo-svizzera barriere tali da impedire la libera circolazione delle persone.
Oltretutto, nelle controversie internazionali bisogna andare cauti. Per questa ragione, alla richiesta del Cantone Ticino di rinegoziare con l’Italia la questione delle imposte prelevate ai frontalieri, il Consiglio federale ha già fatto sapere che riaprire le trattative potrebbe portare a un peggioramento della situazione. Talvolta si dimentica che certi problemi si risolvono meglio con la trattativa e la collaborazione che con i contenziosi.
Il Ticino deve cercare di risolvere i propri problemi contando soprattutto sulle proprie forze. Il no all’estensione della libera circolazione a Romania e Bulgaria non era probabilmente solo un segnale indirizzato a Berna, «colpevole» di essere troppo lontana e disattenta al lembo meridionale della Svizzera, ma anche rivolto a Bellinzona, al governo ticinese, «incapace» di farsi portavoce del disagio della popolazione. Piove, o minaccia di piovere? Governo…!
Credo infine che i ticinesi non debbano guardare gli italiani e i lombardi solo come concorrenti, ma anche come partner. Il mercato lombardo è vitale per il Ticino, a tal punto che la Lombardia potrebbe sicuramente fare a meno del Ticino, ma non sarebbe possibile il contrario. Non bisognerebbe inoltre dimenticare che all’Italia e alla Lombardia il Ticino deve molto della sua prosperità raggiunta in pochi decenni.
Per concludere vorrei citare l’ex consigliere nazionale Adriano Cavadini, che in un commento articolato alla recente votazione ha scritto riguardo ai rapporti tra il Ticino e l’Italia:
«Si è dimenticato troppo facilmente che il benessere economico, di cui beneficia tuttora il nostro Cantone, proviene in gran parte dalla vicinanza con l’Italia. La nostra industria e numerose aziende dell’edilizia e di servizio, ad esempio nella sanità (ospedali, case per anziani), non sarebbero in grado di produrre e funzionare senza la preziosa collaborazione dei lavoratori italiani residenti e dei moltissimi frontalieri. La piazza finanziaria ticinese deve gran parte del suo sviluppo alla vicinanza dell’Italia. Molti commerci vivono grazie agli acquisti della clientela italiana. Negli ultimi trent’anni infine decine di imprenditori italiani si sono stabiliti nel Ticino, aprendovi importanti iniziative nell’industria, nei servizi e nel commercio, spesso facendo del nostro cantone una importante sede strategica per le loro attività a livello internazionale. Diversamente da loro si comportarono dirigenti d’oltre Gottardo che sovente, quando le condizioni cambiavano, decisero di ridurre e chiudere le filiali presenti nel Ticino. Per una valutazione oggettiva dei nostri rapporti con l’Italia questi essenziali elementi positivi non possono essere semplicemente ignorati».
Giovanni Longu
(L’ECO 18.2.2009)
20 gennaio 2009
Non è triste essere italiani in Svizzera
Prendo in prestito, con una leggera modifica, il titolo di un articolo che scrisse molti anni fa un amico giornalista. Riferendosi alla situazione migratoria italiana nel mondo scriveva: «non è triste essere un italiano che vive all’estero», presupponendo che la condizione di immigrato fosse vissuta come lo stato d’animo di chi si sente «cittadino del mondo».
Limitandoci alla sola Svizzera, dove risiede oltre mezzo milione d’italiani, e dando per scontato quel presupposto, l’affermazione di quel mio amico mi pare ampiamente condivisibile.
In questo Paese, infatti, la grande maggioranza degli italiani immigrati e la quasi totalità delle seconde e soprattutto delle terze generazioni hanno trovato il loro domicilio stabile e il luogo dei loro principali interessi, anche affettivi. Ormai, per la collettività italiana immigrata o con origini migratorie, la condizione legata direttamente o indirettamente all’immigrazione non è più vissuta in maniera traumatica o di forte disagio psicologico a causa della lontananza e della nostalgia.
L’emigrazione e la vita in Svizzera non sono più, come spesso lo è stato in passato, una sorta di esilio in Babilonia – per usare un’immagine biblica – dove non si smetteva di piangere al ricordo di Sion. No, la Svizzera non è (più) un luogo di pena, ma è per la stragrande maggioranza degli italiani qui residenti un Paese accogliente, che offre anche all’emigrato molte opportunità di riuscita.
E’ evidente che anche tra gli italiani ci sono le eccezioni. Ma con tutto il rispetto che si deve a chi soffre e a chi non ha ancora superato le difficoltà dell’integrazione sostanziale e di un sereno equilibrio, non v’è dubbio che, in generale, gli italiani in Svizzera non hanno motivo per essere tristi a causa della loro condizione migratoria.
Da alcuni decenni, ormai, la decisione di emigrare o di restare in questo Paese, anche dopo il pensionamento, è una scelta personale. Il regime di libera circolazione introdotto da anni, ha eliminato se non tutte almeno le principali ragioni che facevano ritenere la migrazione una specie di condanna o di maledizione o comunque una condizione molto penosa. Oggi, in generale, chi resta in Svizzera non è triste a causa della sua origine.
Eppure, durante l’anno appena trascorso, alcuni personaggi di spicco non hanno fatto altro che preannunciare disagi e disgrazie, come se la mannaia dei tagli governativi e il disinteresse della politica italiana fossero davvero in grado di travolgere tutto e tutti. L’idea di una Roma-dipendenza degli italiani in Svizzera è una sottovalutazione delle potenzialità di questa collettività che in buona parte si è fatta da sé e trova nello Stato italiano solo un sostegno sussidiario al proprio sviluppo, non la spinta vitale. Non hanno dunque motivo, i predicatori più pessimisti, di essere tristi e indurre tristezza.
Certo, in una realtà come quella svizzera, anche timori e preoccupazioni hanno la loro ragion d’essere. Ma nella valutazione complessiva di ombre e luci, queste prevalgono nettamente sulle prime. E poi, gli italiani hanno sempre dimostrato di sapersela cavare anche nelle peggiori situazioni. Se lo vorranno, potranno conservare e magari rafforzare la loro italianità, nonostante la crisi e i sussidi romani.
Dovrebbero prenderne atto anche gli onorevoli eletti in Svizzera e i membri del CGIE. Battersi per una causa giusta anche se concerne un numero limitato di persone è sacrosanto, generalizzare e amplificare situazioni particolari è irresponsabile e demagogico. Se poi, invece di cavalcare il disagio e la protesta, fossero più presenti tra i loro elettori e più produttivi di idee e stimolatori di iniziative, anche a carattere volontaristico, si renderebbero conto che le loro energie sarebbero mille volte meglio investite. E proprio in questo lavoro utile e fruttuoso troverebbero anch’essi buone ragioni per non essere tristi.
Certo, molte notizie che giungono ogni giorno dall’Italia non sono di quelle che sollevano il morale. Ferisce nel profondo gli italiani dell’estero sentir parlare ancora di mafia, corruzione, evasione, conflitti d’interesse, mala sanità, politica scalmanata e inconcludente, povertà in aumento, delinquenza diffusa e chi più ne ha più ne metta. Ma è proprio nei momenti di crisi che bisogna dar prova di ottimismo, non di abbattimento.
Tanto più che i motivi di speranza, pensando all’Italia, sono ben più consistenti delle ragioni del dubbio e dello scoramento. Basterebbe la considerazione che il popolo italiano è pieno di risorse, intraprendente, fondamentalmente ottimista, solare come il cielo che lo ricopre e aperto come il bel mare che lo avvolge, per rincuorarsi ed eliminare la tristezza.
Non ha ragione di essere triste, posto che lo sia, l’Ambasciatore d’Italia a Berna perché può senz’altro andar fiero di essere il primo cittadino di una comunità che tutto sommato fa onore all’Italia per la sua laboriosità, per la sua capacità di riuscita, per i traguardi raggiunti. E anche se all’orizzonte fa capolino di tanto in tanto qualche nube oscura, portatrice di qualche rivendicazione o contestazione indesiderata, potrebbe al massimo preoccuparsi ma non dovrebbe certo essere triste. Non basta una nube per turbare la tradizione consolidata dei buoni rapporti italo-svizzeri.
Non hanno ragione di essere tristi nemmeno quanti si erano a suo tempo mobilitati contro la chiusura del Consolato d’Italia a Berna, situato alla Belpstrasse 11. E’ vero, è stato trasformato in Cancelleria consolare, ma a parte il cambiamento del nome, i servizi consolari continuano ad essere erogati come prima e nella stessa sede. E chi ha ancora bisogno di rinnovare il passaporto o farsi fare una procura e quant’altro si faceva al Consolato fino al 30 novembre scorso, può continuare a recarsi negli stessi uffici, allo stesso indirizzo, per avere gli stessi servizi.
Questa sostanziale continuità dei servizi consolari di Berna potrebbe essere un buon motivo per essere un po’ più ottimisti anche riguardo ad altri campi, come quello della scuola e della cultura, su cui sembrano addensarsi nuvole minacciose. Perché non dar prova, anche in questi campi, di consolidate virtù italiche quali la speranza, la tenacia, la ricerca di alternative, la solidarietà, l’intraprendenza personale e collettiva?
Tutti dunque felici e contenti? Non esageriamo. Nessuno sa che sorprese ci riserva il 2009. Ma proprio per questo, guai abbandonarsi alla tristezza. E’ sempre meglio la speranza!
Giovanni Longu
Berna 20.1.2009
Limitandoci alla sola Svizzera, dove risiede oltre mezzo milione d’italiani, e dando per scontato quel presupposto, l’affermazione di quel mio amico mi pare ampiamente condivisibile.
In questo Paese, infatti, la grande maggioranza degli italiani immigrati e la quasi totalità delle seconde e soprattutto delle terze generazioni hanno trovato il loro domicilio stabile e il luogo dei loro principali interessi, anche affettivi. Ormai, per la collettività italiana immigrata o con origini migratorie, la condizione legata direttamente o indirettamente all’immigrazione non è più vissuta in maniera traumatica o di forte disagio psicologico a causa della lontananza e della nostalgia.
L’emigrazione e la vita in Svizzera non sono più, come spesso lo è stato in passato, una sorta di esilio in Babilonia – per usare un’immagine biblica – dove non si smetteva di piangere al ricordo di Sion. No, la Svizzera non è (più) un luogo di pena, ma è per la stragrande maggioranza degli italiani qui residenti un Paese accogliente, che offre anche all’emigrato molte opportunità di riuscita.
E’ evidente che anche tra gli italiani ci sono le eccezioni. Ma con tutto il rispetto che si deve a chi soffre e a chi non ha ancora superato le difficoltà dell’integrazione sostanziale e di un sereno equilibrio, non v’è dubbio che, in generale, gli italiani in Svizzera non hanno motivo per essere tristi a causa della loro condizione migratoria.
Da alcuni decenni, ormai, la decisione di emigrare o di restare in questo Paese, anche dopo il pensionamento, è una scelta personale. Il regime di libera circolazione introdotto da anni, ha eliminato se non tutte almeno le principali ragioni che facevano ritenere la migrazione una specie di condanna o di maledizione o comunque una condizione molto penosa. Oggi, in generale, chi resta in Svizzera non è triste a causa della sua origine.
Eppure, durante l’anno appena trascorso, alcuni personaggi di spicco non hanno fatto altro che preannunciare disagi e disgrazie, come se la mannaia dei tagli governativi e il disinteresse della politica italiana fossero davvero in grado di travolgere tutto e tutti. L’idea di una Roma-dipendenza degli italiani in Svizzera è una sottovalutazione delle potenzialità di questa collettività che in buona parte si è fatta da sé e trova nello Stato italiano solo un sostegno sussidiario al proprio sviluppo, non la spinta vitale. Non hanno dunque motivo, i predicatori più pessimisti, di essere tristi e indurre tristezza.
Certo, in una realtà come quella svizzera, anche timori e preoccupazioni hanno la loro ragion d’essere. Ma nella valutazione complessiva di ombre e luci, queste prevalgono nettamente sulle prime. E poi, gli italiani hanno sempre dimostrato di sapersela cavare anche nelle peggiori situazioni. Se lo vorranno, potranno conservare e magari rafforzare la loro italianità, nonostante la crisi e i sussidi romani.
Dovrebbero prenderne atto anche gli onorevoli eletti in Svizzera e i membri del CGIE. Battersi per una causa giusta anche se concerne un numero limitato di persone è sacrosanto, generalizzare e amplificare situazioni particolari è irresponsabile e demagogico. Se poi, invece di cavalcare il disagio e la protesta, fossero più presenti tra i loro elettori e più produttivi di idee e stimolatori di iniziative, anche a carattere volontaristico, si renderebbero conto che le loro energie sarebbero mille volte meglio investite. E proprio in questo lavoro utile e fruttuoso troverebbero anch’essi buone ragioni per non essere tristi.
Certo, molte notizie che giungono ogni giorno dall’Italia non sono di quelle che sollevano il morale. Ferisce nel profondo gli italiani dell’estero sentir parlare ancora di mafia, corruzione, evasione, conflitti d’interesse, mala sanità, politica scalmanata e inconcludente, povertà in aumento, delinquenza diffusa e chi più ne ha più ne metta. Ma è proprio nei momenti di crisi che bisogna dar prova di ottimismo, non di abbattimento.
Tanto più che i motivi di speranza, pensando all’Italia, sono ben più consistenti delle ragioni del dubbio e dello scoramento. Basterebbe la considerazione che il popolo italiano è pieno di risorse, intraprendente, fondamentalmente ottimista, solare come il cielo che lo ricopre e aperto come il bel mare che lo avvolge, per rincuorarsi ed eliminare la tristezza.
Non ha ragione di essere triste, posto che lo sia, l’Ambasciatore d’Italia a Berna perché può senz’altro andar fiero di essere il primo cittadino di una comunità che tutto sommato fa onore all’Italia per la sua laboriosità, per la sua capacità di riuscita, per i traguardi raggiunti. E anche se all’orizzonte fa capolino di tanto in tanto qualche nube oscura, portatrice di qualche rivendicazione o contestazione indesiderata, potrebbe al massimo preoccuparsi ma non dovrebbe certo essere triste. Non basta una nube per turbare la tradizione consolidata dei buoni rapporti italo-svizzeri.
Non hanno ragione di essere tristi nemmeno quanti si erano a suo tempo mobilitati contro la chiusura del Consolato d’Italia a Berna, situato alla Belpstrasse 11. E’ vero, è stato trasformato in Cancelleria consolare, ma a parte il cambiamento del nome, i servizi consolari continuano ad essere erogati come prima e nella stessa sede. E chi ha ancora bisogno di rinnovare il passaporto o farsi fare una procura e quant’altro si faceva al Consolato fino al 30 novembre scorso, può continuare a recarsi negli stessi uffici, allo stesso indirizzo, per avere gli stessi servizi.
Questa sostanziale continuità dei servizi consolari di Berna potrebbe essere un buon motivo per essere un po’ più ottimisti anche riguardo ad altri campi, come quello della scuola e della cultura, su cui sembrano addensarsi nuvole minacciose. Perché non dar prova, anche in questi campi, di consolidate virtù italiche quali la speranza, la tenacia, la ricerca di alternative, la solidarietà, l’intraprendenza personale e collettiva?
Tutti dunque felici e contenti? Non esageriamo. Nessuno sa che sorprese ci riserva il 2009. Ma proprio per questo, guai abbandonarsi alla tristezza. E’ sempre meglio la speranza!
Giovanni Longu
Berna 20.1.2009
19 gennaio 2009
La Svizzera riconosca i propri figli «stranieri»!
I tempi della politica sono generalmente lunghi, in Svizzera forse ancora più che altrove, ma prima o poi i risultati arrivano. Sarà così anche per la naturalizzazione «automatica» della terza generazione? Speriamo, ma intanto si può già registrare il successo ottenuto nelle scorse settimane da una iniziativa parlamentare che, pur non chiedendo l’attribuzione automatica della cittadinanza svizzera agli stranieri di terza generazione, intende facilitarne l’acquisizione a semplice richiesta.
Nel giugno 2008, la consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra depositò al Consiglio nazionale una iniziativa, sottoscritta da altri 49 consiglieri, di questo tenore: «La terza generazione di stranieri stabilitisi in Svizzera deve poter ottenere la cittadinanza su richiesta dei genitori o dei diretti interessati».
A prima vista l’obiettivo potrebbe sembrare ben poca cosa. Infatti già ora le persone straniere di terza generazione possono richiedere la naturalizzazione tramite i loro genitori (nel caso di figli minorenni) o direttamente (se maggiorenni), ma senza garanzia di successo e attraverso una complessa procedura. L’iniziativa, invece, mira a superare questa semplice «possibilità», introducendo il «diritto» alla naturalizzazione a semplice richiesta dei genitori o degli stessi interessati.
Per capire meglio la portata dell’iniziativa, basta leggere la motivazione della combattiva consigliera nazionale Ada Marra a giustificazione della sua richiesta:
«La Svizzera deve riconoscere i propri figli e smettere di chiamare "straniere" persone che non lo sono. Infatti, le persone nate in Svizzera da genitori nati in Svizzera da genitori che hanno soggiornato per oltre 20 anni in Svizzera non sono più straniere: la maggior parte di loro conosce solo vagamente la lingua degli avi e non superebbe mai un esame linguistico teso a determinare se sono integrati nel Paese di cui hanno la cittadinanza. Le persone della terza generazione hanno solo legami di carattere turistico e simbolico con il Paese mitico degli avi e hanno invece le radici in Svizzera, indipendentemente dalla realtà in cui vivono e dal loro livello socioeconomico. Sono il prodotto della realtà elvetica. (…) La Svizzera è un Paese di immigrazione. Ma non si può certo parlare di immigrati quando siamo alla terza generazione che sta per mettere al mondo la quarta».
Prima di gridare «hurrà» è ovviamente indispensabile attendere che il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati si pronuncino definitivamente sull’iniziativa e soprattutto aspettare di conoscere come si tradurrà nella relativa legge. Dovrà dunque passare ancora parecchio tempo, purtroppo, prima che l’iniziativa Marra diventi legge dello Stato. E’ tuttavia importante che essa abbia già superato brillantemente gli scogli sia della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale che della corrispondente commissione del Consiglio degli Stati.
Queste approvazioni intermedie (fra l’altro a larga maggioranza) sono beneauguranti perché stanno ad indicare l’interesse del Parlamento a trovare una soluzione praticabile ad un problema che si trascina praticamente da oltre cent’anni.
Già verso la fine dell’Ottocento, infatti, quando in Svizzera la proporzione degli stranieri superava di poco il 10 per cento, molti politici, amministratori e intellettuali ritenevano che fosse un errore e una grave perdita considerare «straniere» persone nate e cresciute in questo Paese da genitori che vi si erano stabiliti definitivamente. Finirono per convincersene anche i deputati e senatori di Berna, tanto è vero che nel 1903 il parlamento federale approvò una legge che lasciava ai Cantoni la libertà di concedere automaticamente la nazionalità agli stranieri nati in Svizzera da genitori domiciliati.
Purtroppo nessun Cantone intese avvalersi di questa possibilità e quella legge finì per decadere. Ma il problema è rimasto ed è stato affrontato in più occasioni dal parlamento e dal popolo svizzero, ma senza mai concluderlo con una buona soluzione. Purtroppo, con motivazioni che sarebbe troppo lungo riprendere in questa sede, la maggioranza degli elettori ha sempre preferito mantenere una proporzione elevata di stranieri piuttosto che introdurre il diritto alla naturalizzazione, sia pure a condizioni minime indispensabili e valide per tutti e ovunque. In tal modo, non solo si sarebbe eliminata l’anomalia di cui parla la consigliera Marra, ma si sarebbe dato un decisivo contributo alla soluzione del «problema degli stranieri» e dell’«inforestierimento», che da oltre cent’anni pervade con pochi intervalli la politica svizzera in materia di stranieri.
Può darsi che l’iniziativa Marra, situandosi a metà strada tra la prassi attuale e la naturalizzazione automatica (bocciata l’ultima volta nel 2004 dal popolo svizzero), abbia successo non solo nel Parlamento ma anche, eventualmente, nell’elettorato.
A giustificare un certo ottimismo c’è anche il fatto che sono ormai in molti, probabilmente la maggioranza del popolo svizzero, a ritenere anacronistico che uno Stato democratico ed evoluto come la Svizzera, sempre più integrato in un’Europa della «libera circolazione delle persone», continui a considerare «straniere» persone che sono ormai tali solo sulla carta, mentre nella vita quotidiana, nei rapporti sociali e professionali, sono profondamente «svizzere». Diventa sempre più incomprensibile che non si trovi la maniera di considerare questi «stranieri di carta» (come li ha definiti qualche anno fa il Consigliere federale Moritz Leuenberger, «Papier-Ausländerinnen und –Ausländer») cittadini svizzeri a tutti gli effetti, dotati anche dei diritti politici.
Giovanni Longu
Berna 19.01.2009
Nel giugno 2008, la consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra depositò al Consiglio nazionale una iniziativa, sottoscritta da altri 49 consiglieri, di questo tenore: «La terza generazione di stranieri stabilitisi in Svizzera deve poter ottenere la cittadinanza su richiesta dei genitori o dei diretti interessati».
A prima vista l’obiettivo potrebbe sembrare ben poca cosa. Infatti già ora le persone straniere di terza generazione possono richiedere la naturalizzazione tramite i loro genitori (nel caso di figli minorenni) o direttamente (se maggiorenni), ma senza garanzia di successo e attraverso una complessa procedura. L’iniziativa, invece, mira a superare questa semplice «possibilità», introducendo il «diritto» alla naturalizzazione a semplice richiesta dei genitori o degli stessi interessati.
Per capire meglio la portata dell’iniziativa, basta leggere la motivazione della combattiva consigliera nazionale Ada Marra a giustificazione della sua richiesta:
«La Svizzera deve riconoscere i propri figli e smettere di chiamare "straniere" persone che non lo sono. Infatti, le persone nate in Svizzera da genitori nati in Svizzera da genitori che hanno soggiornato per oltre 20 anni in Svizzera non sono più straniere: la maggior parte di loro conosce solo vagamente la lingua degli avi e non superebbe mai un esame linguistico teso a determinare se sono integrati nel Paese di cui hanno la cittadinanza. Le persone della terza generazione hanno solo legami di carattere turistico e simbolico con il Paese mitico degli avi e hanno invece le radici in Svizzera, indipendentemente dalla realtà in cui vivono e dal loro livello socioeconomico. Sono il prodotto della realtà elvetica. (…) La Svizzera è un Paese di immigrazione. Ma non si può certo parlare di immigrati quando siamo alla terza generazione che sta per mettere al mondo la quarta».
Prima di gridare «hurrà» è ovviamente indispensabile attendere che il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati si pronuncino definitivamente sull’iniziativa e soprattutto aspettare di conoscere come si tradurrà nella relativa legge. Dovrà dunque passare ancora parecchio tempo, purtroppo, prima che l’iniziativa Marra diventi legge dello Stato. E’ tuttavia importante che essa abbia già superato brillantemente gli scogli sia della Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale che della corrispondente commissione del Consiglio degli Stati.
Queste approvazioni intermedie (fra l’altro a larga maggioranza) sono beneauguranti perché stanno ad indicare l’interesse del Parlamento a trovare una soluzione praticabile ad un problema che si trascina praticamente da oltre cent’anni.
Già verso la fine dell’Ottocento, infatti, quando in Svizzera la proporzione degli stranieri superava di poco il 10 per cento, molti politici, amministratori e intellettuali ritenevano che fosse un errore e una grave perdita considerare «straniere» persone nate e cresciute in questo Paese da genitori che vi si erano stabiliti definitivamente. Finirono per convincersene anche i deputati e senatori di Berna, tanto è vero che nel 1903 il parlamento federale approvò una legge che lasciava ai Cantoni la libertà di concedere automaticamente la nazionalità agli stranieri nati in Svizzera da genitori domiciliati.
Purtroppo nessun Cantone intese avvalersi di questa possibilità e quella legge finì per decadere. Ma il problema è rimasto ed è stato affrontato in più occasioni dal parlamento e dal popolo svizzero, ma senza mai concluderlo con una buona soluzione. Purtroppo, con motivazioni che sarebbe troppo lungo riprendere in questa sede, la maggioranza degli elettori ha sempre preferito mantenere una proporzione elevata di stranieri piuttosto che introdurre il diritto alla naturalizzazione, sia pure a condizioni minime indispensabili e valide per tutti e ovunque. In tal modo, non solo si sarebbe eliminata l’anomalia di cui parla la consigliera Marra, ma si sarebbe dato un decisivo contributo alla soluzione del «problema degli stranieri» e dell’«inforestierimento», che da oltre cent’anni pervade con pochi intervalli la politica svizzera in materia di stranieri.
Può darsi che l’iniziativa Marra, situandosi a metà strada tra la prassi attuale e la naturalizzazione automatica (bocciata l’ultima volta nel 2004 dal popolo svizzero), abbia successo non solo nel Parlamento ma anche, eventualmente, nell’elettorato.
A giustificare un certo ottimismo c’è anche il fatto che sono ormai in molti, probabilmente la maggioranza del popolo svizzero, a ritenere anacronistico che uno Stato democratico ed evoluto come la Svizzera, sempre più integrato in un’Europa della «libera circolazione delle persone», continui a considerare «straniere» persone che sono ormai tali solo sulla carta, mentre nella vita quotidiana, nei rapporti sociali e professionali, sono profondamente «svizzere». Diventa sempre più incomprensibile che non si trovi la maniera di considerare questi «stranieri di carta» (come li ha definiti qualche anno fa il Consigliere federale Moritz Leuenberger, «Papier-Ausländerinnen und –Ausländer») cittadini svizzeri a tutti gli effetti, dotati anche dei diritti politici.
Giovanni Longu
Berna 19.01.2009
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