Questa estate la stampa nazionale è più volte intervenuta su
questioni religiose, senza per altro aprire un vero dibattito nell’opinione
pubblica. La Svizzera ha conosciuto la guerra di religione, le difficoltà di
convivenza tra etnie diverse non solo per lingua, cultura, condizione
economica, ma anche per confessione religiosa. Persino la provenienza di
numerosi immigrati da Paesi tradizionalmente cattolici come l’Italia e la
Spagna ha creato fino agli anni ’70 del secolo scorso difficoltà di rapporti
tra indigeni e stranieri. Ora, da qualche decennio, la Svizzera conosce una
solida pace religiosa, e non intende certo metterla in pericolo, nonostante
periodiche strumentalizzazioni di una parte minoritaria della popolazione che
considera l’ascesa della componente musulmana una minaccia.
La pace religiosa tiene
La pace religiosa tiene perché non ci sono più motivi di
conflitto. Il paesaggio religioso della Svizzera è abbastanza stabile, dopo i
grandi mutamenti degli ultimi cinquant’anni, che hanno visto aumentare la
componente cattolica, divenuta predominante, e diminuire quella protestante. Entrambe
le confessioni non hanno più motivi di rivalità o di contrasto e non sembrano
affatto preoccupate dell’aumento dei musulmani, con cui per altro cercano il
dialogo. Semmai, a creare qualche problema (anche di natura finanziaria) per
entrambe è il numero crescente di persone che escono dalla chiesa e vanno ad ingrossare
la fila delle persone che si dichiarano senza confessione (circa 1 milione e
mezzo).
La pace tiene anche o forse soprattutto (?) perché la
religione ha nettamente perso il significato e il valore che avevano in
passato. L’appartenenza religiosa è sempre più un fatto privato, a parte
l’aspetto fiscale obbligatorio per gli appartenenti alle maggiori confessioni
di diritto pubblico (la cosiddetta imposta ecclesiastica). Quanto alla
partecipazione dei fedeli alle cerimonie religiose, è facile costatare quanto
sia divenuto raro e difficile riempire i luoghi di culto.
In questo contesto non può sorprendere che il dibattito
religioso in Svizzera sia alquanto sottotono, a cominciare dall’interrogativo
sulle responsabilità della situazione, ossia se questa perdita d’importanza
della religione, almeno apparentemente, sia più dovuta a forme di materialismo
e relativismo assai diffuse in una società del benessere come quella svizzera o
anche all’incapacità delle chiese di «sentire» le esigenze della gente e
proporre ideali perseguibili.
La discussione sulla famiglia

Uno dei pochi temi su cui il tono del dibattito si è un
tantino elevato in questi ultimi mesi è stato quello sulla famiglia. Sebbene in
Svizzera questa discussione sia aperta da tempo, sia pure in tono sommesso,
quest’estate si è a
nimata per due circostanze particolari.
La prima spinta è venuta dalla convocazione di
papa Francesco di un sinodo speciale
dedicato alla famiglia ed è stata sicuramente quella più produttiva in quanto ha
avviato tra i cattolici una riflessione sul significato della «famiglia
cristiana» in un mondo, in particolare quello svizzero, in cui convivono pacificamente
diverse tipologie di famiglia: oltre a quella tradizionale fondata sul
matrimonio, tutte quelle altre forme costituite dalle famiglie allargate, dalle
coppie «di fatto», con o senza figli, eterosessuali e omosessuali, ecc.
La seconda circostanza, che ha provocato molto rumore e poca
sostanza, è dovuta ad alcune affermazioni del vescovo di Coira
Vitus Huonder sulla omosessualità. Pur
essendosi limitato a citare un brano della Bibbia del Vecchio Testamento in cui
si evoca la pena di morte per gli omosessuali maschi, fu accusato nientemeno
che di istigazione alla violenza. Non penso che intendesse provocare più che
una riflessione sulla delicatezza del tema nell’ambito di un approfondimento
attorno alla famiglia «cristiana», ma tant’è che tutta la stampa per qualche
giorno non ha fatto che parlare del vescovo «ultraconservatore» di Coira,
invocando un intervento chiarificatore dei vescovi svizzeri e addirittura del
papa.
Temi caldi e aspettative deboli
Anche a prescindere dal tema sollevato dal vescovo Huonder, il
prossimo sinodo che si aprirà ad ottobre, dovrà affrontare anche altri aspetti
della «famiglia» sui quali a dire il vero le opinioni sono molteplici e
alquanto discordanti: le coppie di fatto, etero e omosessuali, la condizione
dei divorziati risposati nella chiesa, l’aborto, lo sfruttamento sessuale di
donne e bambini, ecc.
Dai media o da discussioni occasionali, se posso
interpretare l’opinione pubblica, non mi risulta ci sia tra i cattolici svizzeri
una grande attesa di risultati sorprendenti dal prossimo sinodo. In fondo si dà
per scontato che né i vescovi né il papa possano allontanarsi dalla tradizione
che considera famiglia unicamente quella fondata sul matrimonio e condanna in
linea di principio l’aborto, i contraccettivi e altre pratiche contrarie alla
morale cattolica. Non si nasconde tuttavia una certa curiosità di vedere come l’assemblea
romana e lo stesso papa si esprimeranno alla fine del sinodo sui temi più
caldi.
Personalmente ritengo probabile che, soprattutto per impulso
di papa Bergoglio, pur lasciando intatta la sostanza della tradizione cattolica
in materia di famiglia e sessualità, il sinodo indicherà un diverso
orientamento rispetto al passato. Se prima tutta la problematica era vista
quasi esclusivamente alla luce della dottrina della fede, dei comandamenti, delle
norme canoniche, ora è possibile e oltremodo probabile che finirà per prevalere
nelle conclusioni sinodali un’impostazione meno dottrinale e più pastorale.
Per questo, credo, il sinodo insisterà anche sulla
variabilità dell’approccio per tener conto delle molteplici problematiche e
sensibilità a livello mondiale, senza pretendere d’imporre un’unica visione
universalmente valida (si ricadrebbe inevitabilmente nella visione dottrinale
del passato). Dal sinodo risulterà inevitabilmente anche una maggiore
responsabilità dei vescovi e dei pastori delle diverse chiese locali. Perché la
loro azione produca effetti salutari, nel solco della fede cristiana, sarà
comunque inevitabile che si lascino guidare dallo Spirito e non dalle mode e
nemmeno dai costumi, per quanto diffusi e accettati possano essere.
L’inno nazionale cambierà?

Un altro tema che ha provocato alcuni interventi
appassionati sulla stampa ha riguardato la scelta del nuovo inno nazionale.
Anche al riguardo va detto che il tema non ha appassionato l’opinione pubblica,
ma è interessante notare che anche il mondo politico è intervenuto per non
lasciare a parolieri e musicisti in esclusiva la scelta dell’inno nazionale
della Svizzera.
Va ricordato che l’attuale inno, che si vorrebbe sostituire,
è più simile a un salmo del Vecchio Testamento che a un inno patriottico. Il
nome di Dio vi risuona più volte e sta a denotare quanto i padri della moderna
Confederazione tenessero a porre la nazione sotto la benedizione e la
protezione dell’Onnipotente. Poiché a molti svizzeri questo inno non piace, la
Società svizzera di utilità pubblica (SSUP) ha pensato bene di lanciare un
concorso per un nuovo inno.
In un ambiente sociale e culturale in cui ormai la religione
è divenuta un valore minore, non ci si poteva certo aspettare un semplice
ammodernamento della forma del vecchio inno, lasciando in qualche modo
inalterata la sostanza. Il fatto è che il nuovo inno uscito vincitore dal
concorso a cui hanno partecipato decine di concorrenti sembra tutt’altra cosa rispetto
a quello attuale. Il significato religioso è totalmente scomparso perché,
secondo l’autore dell’inno vincitore, Werner Widmer, «non abbiamo bisogno di
una nuova preghiera», ma di una maggiore «apertura al mondo», in cui i valori da
difendere sono la libertà, la pace, la pluralità, la solidarietà, ma non la
religione. Eppure, secondo il mandato dell’associazione che aveva lanciato il
concorso, la base del nuovo inno doveva essere il preambolo della Costituzione
federale, che inizia con queste parole: «In nome di Dio Onnipotente!».
Questa scelta però non a tutti piace e, soprattutto nel
mondo cattolico, molti sono insorti contro la proposta sostitutiva dell’attuale
inno, che secondo la deputata al Gran Consiglio retico
Nicoletta Noi-Togni, «è bello e pulito come i paesaggi svizzeri che
evoca e rappresenta quella radice di comune conoscenza nel tempo e nel luogo
capace di raggiungere l’intimo e di commuovere». Anche il consigliere nazionale
Marco Romano è intervenuto presso il
Consiglio federale per accertarsi se a fronte dell’iniziativa della SSUP ci sia
stato un mandato del governo e contributi federali. Il Consiglio federale ha
escluso l’uno e l’altro. Segno che per avere un nuovo inno il popolo svizzero
dovrà prima o contemporaneamente dire no a quello attuale e trovare una buona
maggioranza per approvarne un altro, che rivesta davvero un carattere
«nazionale».
La discussione, anche se molto contenuta, su uno dei
principali simboli del Paese sta a denotare che il popolo svizzero non si
appassiona forse tanto alle questioni religiose istituzionali, ma è ancora
molto sensibile ai suoi miti e ai suoi simboli. La «croce svizzera» fu
decretata stemma ufficiale della Confederazione già nel 1815, quando ancora lo
Stato federale non esisteva. Il mitico «Patto federale» del 1291 comincia con
questa invocazione: «Nel nome del Signore, così sia». La prima Costituzione
federale del 1848, fondamento della Confederazione moderna, si apre con un
richiamo simile: «In nome di Dio Onnipotente!». La stessa espressione è ancora
presente nel preambolo dell’attuale Costituzione del 1999. La Svizzera è
disseminata di monumenti religiosi ultramillenari, considerati di «importanza
nazionale». E’ ancora attiva, ininterrottamente da oltre 1500 anni, la più
vecchia abbazia benedettina dell’Occidente,
Saint-Maurice nel Vallese.
Non è pensabile che, all’improvviso, il popolo svizzero
volti le spalle a questa plurisecolare tradizione, sia pure per un nuovo inno
nazionale… che non la rappresenta.
Giovanni Longu
Berna, 23.9.2015