21 giugno 2023

La nuova migrazione in Svizzera (seconda parte)

Molti dei nuovi emigranti italiani giungono in Svizzera già con un contratto di lavoro, altri senza. Alla prima categoria appartengono soprattutto persone qualificate che sanno già cosa faranno, dove alloggeranno, ecc. In genere l’azienda che le assume ha già predisposto tutto per l’accoglienza e l’inserimento nell'attività. Alla seconda categoria appartengono, invece, per lo più persone poco qualificate alla ricerca di un impiego, non sempre ben specificato. Spesso per queste la strada dell’integrazione professionale è problematica, perché nell'economia svizzera il lavoro generico è poco richiesto e perché l’azienda eventualmente disposta ad assumerle non offre loro la possibilità di una solida formazione professionale di base. Inoltre, spesso queste persone conoscono poco la Svizzera, la lingua locale, le condizioni di lavoro, ecc.

Perché si continua a emigrare nonostante i rischi?

A prescindere dall'attività svolta dai nuovi immigrati, viene spontaneo chiedersi perché dall'Italia si continua ad emigrare. La risposta più immediata è sicuramente: perché si cerca all'estero ciò che non si è potuto avere in patria, per esempio un posto di lavoro sicuro e ben retribuito, possibilità di mettere a frutto conoscenze e competenze che in Italia non si riesce a valorizzare pienamente o a sviluppare (mancanza di opportunità lavorative e di ricerca), necessità di avere un progetto di vita personale e familiare, desiderio di fare esperienze nuove, ecc. Questa risposta, alquanto generica, merita alcune considerazioni sull'emigrazione in generale e su quella meridionale in particolare.

Una prima considerazione, che interessa soprattutto le persone della seconda categoria evocata sopra, concerne i rischi e le conseguenze dell’emigrazione. Con la «libera circolazione» praticata nell’Unione Europea (UE) si tende spesso a minimizzare i rischi. Con un riferimento particolare alla Svizzera, dove sono ogni anno numerosi i nuovi immigrati italiani, si nota spesso che molti non si rendono conto, per esempio, che per quasi ogni attività sono richieste una qualifica professionale specifica o spiccate capacità lavorative, che non è sempre facile trovare un’occupazione corrispondente alle attese, che sono indispensabili ovunque conoscenze linguistiche sufficienti per comunicare, che il costo della vita è elevato, ecc.

E’ vero che più che in passato i nuovi immigrati hanno una notevole capacità di apprendimento, di adattabilità e di flessibilità, ma si sa che molti non riescono comunque a realizzare le loro aspettative e i loro sogni e l’emigrazione può risultare un motivo di frustrazione. Del resto, lo ricordava nel messaggio del 2 giugno (cfr. articolo precedente), anche il Presidente Sergio Mattarella, l’emigrazione è spesso, anche oggi, accompagnata da privazioni, tribolazioni e sacrifici. E’ un rischio. E già questa considerazione basterebbe per spingere il governo e le forze politiche ad agire, favorendo soprattutto nel Mezzogiorno (che con l’emigrazione rischia d’impoverirsi ancora di più) la creazione di opportunità di lavoro specialmente per i giovani e promuovendo un’economia sostenibile.

Conseguenze dell’emigrazione soprattutto per il Mezzogiorno

Un’altra considerazione, utile da ricordare, concerne le conseguenze della nuova emigrazione e dovrebbe sollecitare ancor di più l’attenzione della classe politica italiana e delle regioni meridionali. L’una e le altre sembrano infatti non accorgersi dei danni che provoca l’emigrazione. Ciò che sorprende e scandalizza è che le statistiche sull'emigrazione sono note, come pure le cause che l’alimentano e le conseguenze che provoca, e ciò nonostante i governi centrale e regionali interessati sembrano, se non indifferenti, incapaci di aggredire alla radice il fenomeno. Si ha l’impressione che lo si accetti come una fatalità e una condizione irrimediabile come nell'immediato dopoguerra, senza rendersi conto che l’emigrazione, oggi più che in passato, rappresenta una perdita enorme per il Paese, sia a Nord che a Sud. A Nord perché molti giovani, spesso altamente qualificati, preferiscono andare all'estero, nei grandi poli industriali dell’UE e della Svizzera, dove sanno di ottenere buoni salari e migliori condizioni di lavoro. A Sud perché la tendenza è ancora quella che spinge soprattutto i giovani a cercare lavoro nel Nord Italia. A farne le spese è dunque soprattutto il Mezzogiorno, che oltre all'ulteriore impoverimento ora deve far fronte anche a una costante perdita di popolazione attiva e alla crisi della denatalità.

Ma come, verrebbe da chiedersi, i politici italiani ancora non si rendono conto che l’emigrazione è peggio della fuga di capitali finanziari perché rappresenta la perdita di un capitale umano ben più prezioso? Eppure il presidente Mattarella nel messaggio del 2 giugno ha ricordato che la moltitudine di emigrati italiani nel mondo, «creando ricchezza e civiltà, grazie al lavoro e all'impegno sviluppati […] ha contribuito, largamente, alla crescita, economica e civile, dei Paesi ospitanti».

Si può rinunciare fatalisticamente a un tale capitale umano senza nemmeno tentare di valorizzarlo? Esistono soluzioni possibili e praticabili? E’ utilizzabile il PNRR anche in questo campo? (Segue)

Giovanni Longu
Berna 21.06.2023

14 giugno 2023

La nuova migrazione auspicata da Mattarella (prima parte)

La migrazione, si sa, è un fenomeno complesso e universale («emigrano i semi sulle ali dei venti, […] emigrano gli uccelli e gli animali, e, più di tutti emigra l'uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata…», Scalabrini 1889), per cui diviene difficile anche solo parlarne con obiettività. A chi scrive appare pertanto deprimente l'ottica e il tono con cui spesso se ne discute nelle sedi istituzionali in Italia e in Europa: l’immigrazione è vista soprattutto come un problema, quasi mai come una risorsa, salvo quando, per esempio, ci si accorge della penuria di manodopera in certi settori, quando il finanziamento della sicurezza sociale appare incerto sul medio e lungo periodo, quando risulta difficile reperire specialisti anche sul mercato internazionale del lavoro.

L’immigrazione arricchisce, se ben gestita

Scene di migranti italiani come queste probabilmente non se ne vedranno più ...
Le recenti discussioni sulla politica migratoria dell’Unione Europea (UE) e in particolare dell’Italia si prestano a qualche riflessione, da un osservatorio, quello svizzero, che si può ritenere interessante per la maniera con cui la Svizzera in questi ultimi decenni ha saputo implementare una politica d’immigrazione e d’integrazione che porta già i suoi frutti.

Anzitutto bisognerebbe considerare la migrazione un fenomeno «naturale» come sosteneva Scalabrini, ma senza dimenticare che concerne esseri umani, che vanno sempre trattati con rispetto. Ridurre i migranti a numeri e a «oggetti» da ripartire e collocare, soprattutto quelli più sfortunati, i profughi, coloro che fuggono da guerre, fame, miseria… è disumano e indegno dei Paesi civili, soprattutto quelli di matrice cristiana. A tutti i migranti va infatti riconosciuta, nell'accoglienza e nell'integrazione, la piena dignità umana.

Si può anche aggiungere che la storia delle civiltà antiche e moderne dimostra che tutti i grandi Paesi sono (stati) il risultato dell’integrazione di popolazioni differenti. Il vero problema, per questi Paesi, non è (stato) costituito dall'immigrazione, ma dalla politica d’integrazione. Un popolo incapace di accogliere e integrare finisce inevitabilmente per disintegrarsi rischiando di scomparire. Un popolo che sa accogliere e integrare prospera.

Verso una nuova politica emigratoria

Se si osservano attentamente le statistiche, l’emigrazione italiana soprattutto in Europa non è cessata negli anni Settanta del secolo scorso (quando si è cominciato a registrare tassi migratori positivi), anche se è notevolmente cambiata. Per esempio, se l’emigrazione tradizionale verso la Svizzera era costituita fino a pochi decenni fa soprattutto da persone scarsamente qualificate, oggi la percentuale di immigrati (altamente) qualificati (laureati, diplomati, personale medico e paramedico, ricercatori, specialisti, «cervelli in fuga») è in forte crescita. Questa tendenza si presta a qualche riflessione sulla nuova migrazione italiana.

... ma dall'Italia si continua a emigrare!

Il 2 giugno scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio per gli italiani all'estero ha ricordato che «oggi, lavorare all'estero non dovrebbe più rappresentare, per nessuno, una scelta obbligata bensì un’opportunità, specialmente per i giovani». Usando il condizionale e avendo ben presente la lunga storia dell’emigrazione italiana nel mondo, il capo dello Stato ha lasciato intendere che purtroppo, per tanti, l’emigrazione è ancora una scelta obbligata, mentre «dovrebbe» essere, specialmente per i giovani, «una opportunità».

Per non restare nel vago dei buoni auspici, Mattarella ha anche aggiunto che «è responsabilità della Repubblica far sì che si tratti di una libera scelta» in modo da «passare dalla fuga dei cervelli, alla circolazione dei talenti, alimentando un circuito virtuoso di capacità e di competenze». Chi ha avuto la possibilità di seguire la politica italiana degli ultimi decenni ricorderà facilmente che è sempre stato nell'agenda politica di tutti i governi del dopoguerra l’obiettivo della piena occupazione per tagliare alla radice la cause dell’emigrazione forzata dovuta alla disoccupazione e alla miseria. Nessun governo ci è riuscito, anche perché finora sono mancati i mezzi necessari.

All'Italia servono investimenti e piani di sviluppo mirati

Oggi, però, i mezzi ci sono, quelli del PNRR e altri, e sarebbe auspicabile che una parte congrua venisse destinata a rimuovere concretamente le cause dell’emigrazione, ma è difficile in questo momento essere ottimisti. Per raggiungere obiettivi significativi si dovrebbero investire somme importanti nella formazione (primaria, secondaria e terziaria), nella ricerca (in grado di attrarre investimenti e competenze anche straniere), nell'innovazione, nella trasformazione digitale, nella sistemazione del territorio, ecc.

Solo con grandi piani d’intervento e una decisa volontà di realizzarli sarebbe possibile raggiungere quel «circuito virtuoso di capacità e di competenze» di cui ha parlato il presidente Mattarella. Diversamente si resterà ancora nel mondo degli auspici e si continuerà ad emigrare. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 14.06.2023

07 giugno 2023

Deprivazione e formazione (quarta parte)

In Italia, la distanza tra Nord e Sud continuerà ad aumentare finché il ritmo di sviluppo economico, sociale e culturale delle Regioni meridionali non raggiungerà almeno la stessa velocità delle Regioni settentrionali. Purtroppo, mentre queste corrono sotto la spinta della ricerca e della competitività, quelle meridionali sembrano non avere stimoli per accelerare la crescita e si aggrappano disperatamente agli aiuti di Stato, al reddito di cittadinanza, a imprevedibili ondate turistiche, a una vaga speranza di ripresa. Lo Stato e alcune Regioni in particolare sembrano non avere interesse a un autentico rilancio del Sud. Eppure i soldi ci sarebbero (cfr. articolo precedente), qualche idea pure (per es. attivando i centri per l’impiego), manca probabilmente un serio piano di ripresa e resilienza per il Meridione.

Condizioni essenziali per lo sviluppo economico

Per raggiungere buoni risultati (reddito disponibile comparabile tra tutti i cittadini, sviluppo sostenibile, sistema formativo serio e moderno, sistema produttivo di beni e servizi efficiente, ampia disponibilità di lavoro qualificato, ecc.) non esistono ricette facili, ma è incontestabile che in un Paese non ci può essere sviluppo economico, sociale e individuale sostenibile senza cospicui investimenti e senza una forte coscienza di sé, un livello elevato di formazione generale e professionale e uno spirito competitivo.

Non è qui possibile un’analisi approfondita delle cause del ritardo del Mezzogiorno rispetto al Nord, anche perché sono probabilmente molte, ma due mi sembrano particolarmente rilevanti: la scarsità di investimenti ben orientati e controllati (anche a causa di deficienze legislative e burocratiche) e la carenza di personale qualificato. Per garantire uno sviluppo sostenibile occorrono sia investimenti adeguati e sia disponibilità di forza lavoro qualificata.

Tuttavia, mentre in un Paese gli investimenti per le attività produttive possono venire anche da fuori, non esiste un solo caso in cui un popolo si sia evoluto senza aver investito allo stesso tempo somme considerevoli anche nella formazione e nella ricerca. Si potrebbe menzionare al riguardo il caso svizzero, ma sarebbe superfluo tanto è evidente la relazione tra sviluppo economico e formazione generale e professionale.

Investimenti e formazione

Grazie al PNRR lo Stato e le Regioni italiane potrebbero garantire investimenti consistenti per attività produttive importanti, ma non sarebbero sostenibili se contemporaneamente non si affermasse soprattutto nel Meridione un sistema di formazione generale e professionale conforme agli standard internazionali e corrispondente alle esigenze dell’economia locale. E’ vero che anche nel Meridione ci sono già ora formazioni d’eccellenza, che magari non trovano sul posto sbocchi professionali corrispondenti, ma mancano in larga misura le formazioni intermedie con le competenze professionali richieste dalle attività produttive locali già avviate o che potrebbero essere avviate.

Il legame tra pratica e teoria dev'essere garantito per evitare che una formazione troppo teorica non trovi sbocchi professionali nel territorio (e magari favorisca l’emigrazione), ma soprattutto per garantire che progetti cantierabili seri siano avviati con la partecipazione delle risorse umane locali. Purtroppo dal Meridione si continua ad emigrare e a mantenere alti i tassi di disoccupazione (soprattutto giovanile), di povertà e di deprivazione.

Questa situazione dovrebbe far riflettere, tanto più che al Sud persino i meglio formati cercano invano un lavoro adeguato (e non un lavoro qualunque) e si vedono talvolta costretti a partire perché molte offerte di lavoro (come parrucchieri, camerieri, raccoglitori di ortaggi, addetti alle pulizie…) non corrispondono alle competenze acquisite. A questo punto mi pare lecita la domanda: ma perché le oltre 12.000 società di formazione non sono in grado di immettere nel mercato del lavoro progettisti, meccanici, informatici, elettricisti, operatori sociosanitari, tecnici, operatori turistici, agrotecnici, che probabilmente troverebbero più facilmente un’occupazione coerente con la formazione acquisita e i desideri personali?

Non mi scandalizzo se vengono destinati 4,9 miliardi di euro ai corsi di formazione di breve durata per disoccupati, trovo invece scandaloso che nel campo della formazione professionale di base pluriennale e nella ricerca l’Italia investa troppo poco, soprattutto al Sud, come se lo si volesse abbandonare al proprio destino. E’ questo che vuole la classe politica?

Di fronte a queste realtà attestate da statistiche e testimonianze, risulta difficile comprendere perché il PNRR non preveda, come sembra, importanti investimenti nella ricerca e nella formazione professionale, due fattori determinanti per lo sviluppo. Tra i grandi Paesi europei l’Italia spende per la formazione appena il 4,3% del PIL (70,5 miliardi di euro), meno della media europea (5%), della Germania (4,7%) e della Francia (5,5%), per non parlare della piccola Svizzera che vi destina il 5,9% (quasi 50 miliardi di franchi). (Fine)

Giovanni Longu
Berna 7.6.2023

24 maggio 2023

Deprivazione e formazione (terza parte)

Nell'articolo precedente si è visto che il tasso di deprivazione materiale e sociale è strettamente legato al tasso di povertà. Entrambi i tassi, mentre sono relativamente bassi in Svizzera (pur tra notevoli differenze tra le varie regioni), risultano piuttosto elevati in Italia, con livelli preoccupanti soprattutto al Sud. Molto spesso sono dovuti al debole sviluppo economico e all’insufficiente formazione professionale dei lavoratori disponibili sul mercato del lavoro. In Italia questa percezione è ormai chiara, ma i rimedi stentano a prender forma.

Livelli di povertà e di non-formazione preoccupanti al Sud


Da decenni la politica italiana ha preso coscienza che l’Italia si rafforzerà come Paese e riuscirà ad imporsi come potenza economica su scala continentale e mondiale solo se riuscirà a risolvere la «questione meridionale», ossia a ridurre significativamente lo scarto tra lo sviluppo del Nord e lo scarso sviluppo del Sud.

La realtà dimostra che si è ancora lontani da questo traguardo, ma ora le circostanze lo rendono raggiungibile più facilmente che in passato, perché c’è la consapevolezza della gravità dei mali del Sud, la necessità di interventi urgenti, efficaci e sostenibili, e la disponibilità dei mezzi finanziari necessari per attuarli. Per questo, come dicevo nell'articolo precedente, bisognerebbe approfittare assolutamente della grande disponibilità di denaro rappresentato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Ovviamente il denaro non basta perché ci vogliono anche le idee, ancora lacunose, tenendo presente che questa è forse un’occasione unica per impostare e implementare un sistema di formazione generale e professionale in grado di consentire anche al Sud sviluppo economico, valorizzazione delle risorse disponibili, diminuzione della disoccupazione (in particolare di quella giovanile), riduzione del tasso di povertà e freno all'emigrazione… come al Nord.

Gli esempi a cui ispirarsi non mancano né in Italia (basta osservare la formazione interna ad alcune grandi aziende) né all'estero, soprattutto in alcuni Paesi (Svizzera, Germania, Austria, Olanda, ecc.), dove sono in funzione sistemi di orientamento e di formazione professionale efficaci, sostenibili e orientati al soddisfacimento sia dei desideri e delle capacità individuali che delle esigenze dell’economia.

La formazione è una cosa seria

Detto così può sembrare una banalità, perché è ovvio che la formazione è alla base dello sviluppo degli individui e dei popoli, ma se si osserva attentamente la realtà ci si rende facilmente conto che molti mali individuali e sociali dipendono proprio da un insufficiente livello di formazione. Inoltre, solo esaminando da vicino le implicazioni si può valutare, per esempio, se un’offerta formativa è efficace e sostenibile, dando così al decisore politico la possibilità della scelta più adeguata in un preciso contesto geografico, economico e sociale.

Nell'interminabile e in gran parte inconcludente discussione attorno al «reddito di cittadinanza» si è finito per trovare il principale capro espiatorio nei cosiddetti «centri per l’impiego» nei quali avrebbe dovuto avvenire, e invece è mancato in larga misura, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per favorire la crescita e l’occupazione.

Non entro nel merito di questa discussione, ma sarebbe facile obiettare che per poter corrispondere alle aspettative dell’Unione Europea (all'origine dei centri per l’impiego) e del legislatore italiano mancavano alcuni presupposti essenziali. Il fatto grave, a mio avviso, è che anche nella prospettiva di una trasformazione di questi centri, i presupposti per un felice incontro tra domanda e offerta di lavoro non sono sicuri.

In vista di un successivo approfondimento, accenno qui soltanto, per fare qualche esempio, alla mancanza di chiarezza sui principi, almeno nell'opinione pubblica. Non è infatti ben chiaro se gli obiettivi principali della cosiddetta «politica attiva del lavoro» sono l’occupazione (a qualsiasi livello), la qualità della vita (allontanando il più possibile il rischio di deprivazione materiale e sociale), lo sviluppo economico (a basso o ad alto reddito) o altro ancora. Inoltre, nell'auspicato incontro tra domanda e offerta di lavoro manca spesso la chiarezza da parte sia della domanda e sia dell’offerta. Manca soprattutto una visione chiara sul futuro della formazione professionale per cui anche nel PNRR è difficile capire quante risorse l’Italia intenda destinarvi. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 24.05.2023

18 maggio 2023

Impegno costante a difesa dell'italiano in calo: appendice 2

L’Ambasciatore d’Italia in Svizzera Silvio Mignano evidentemente non accetta le critiche e questo è comprensibile; meno comprensibile è che non abbia la pazienza di leggerle attentamente prima di contestarle. Siccome nell'ultimo numero (20) del settimanale L’ECO ha voluto fare un’ulteriore «precisazione» sul un mio articolo del 3 maggio 2023 (L’ECO n. 18): Impegno costante in difesa dell'italiano in calo (7), desidero anch'io precisare alcuni punti.

L'Ambasciatore insiste

Anzitutto trovo strano che l’Ambasciatore consideri «singolare» che alla sua precedente lettera non abbia risposto la direttrice del giornale, ma l'autore dell'articolo e consideri un un mio «privilegio» aver avuto l’occasione di leggere la sua  lettera  prima di rispondere (L’ECO n. 19). Ma quale giornale serio pubblicherebbe una contestazione a un articolo di un suo collaboratore senza prima chiedergli di prendere posizione, tanto più che L’ECO dichiara espressamente che «gli articoli impegnano solo la responsabilità degli autori»? Non credo che l’Ambasciatore Mignano ignori la prassi giornalistica e tanto meno ritenga che ad una contestazione dell’Ambasciata non si possa replicare o che a rispondere non debba essere l'autore o autrice dell'articolo contestato. Ciò nonostante, si è sentito nuovamente obbligato a inviare al giornale un ulteriore «chiarimento» non solo per esporre quanto egli si sia prodigato per l’italiano in Svizzera, ma anche per contestare nuovamente quanto da me scritto sull'Ambasciata (L’ECO n. 18).

Risposta

Mi spiace dover rispondere a mia volta che non ho mai messo in dubbio l’impegno dell’Ambasciatore a favore dell’italiano in generale, né ho preso a pretesto il suo sostegno alla SAIS (Società degli Accademici Italiani in Svizzera) «per criticare il supposto poco impegno dell’Ambasciata a tutela della lingua italiana in Svizzera». Ho solo cercato di trasmettere all'Ambasciatore la delusione di «una parte dell’opinione pubblica italiana» che sperava in un intervento dell’Ambasciata per far riprendere i corsi di lingua e cultura sospesi in alcune località. Questa speranza era stata manifestata nell'Assemblea del 26 novembre 2022 anche dal presidente del Forum per l’italiano in Svizzera Manuele Bertoli che «deplora[va] quanto sta accadendo» e auspicava una soluzione del problema «magari attraverso l’Ambasciata italiana».

Il fatto che i corsi sospesi non siano più ripartiti ha accresciuto in molti italiani la delusione nei confronti dell’Ambasciata. Che l’Ambasciatore, nella sua ultima comunicazione, imputi la «responsabilità esclusiva» dei casi critici dei corsi di lingua e cultura agli enti gestori non attenua la delusione dei genitori interessati, che contavano evidentemente su un intervento risolutivo dell’Ambasciata quale massima autorità di vigilanza, tanto più che la situazione critica di quegli enti era nota da anni. Ritengo legittimo chiedersi perché non sia stato possibile risolvere gli impedimenti di carattere amministrativo, pur sapendo che a subirne i maggiori danni sarebbero stati i bambini impossibilitati a usufruire di quei corsi.

Infine, poiché l’Ambasciatore nella sua ultima «precisazione» menziona un suo «intervento personale, con appassionato appello alla difesa della lingua, proprio nell'Assemblea Generale di quel Forum per l’italiano in Svizzera del quale parla il Signor Longu», desidero precisare che nei documenti relativi all'Assemblea del 26 novembre 2022 a Lucerna da me citata nella mia presa di posizione del 10.5.2023 (L’ECO n. 19) non ho letto alcun «intervento personale» dell’Ambasciatore Mignano riguardante i corsi di lingua e cultura. Forse l’Ambasciatore si riferiva a qualche precedente Assemblea.

In conclusione, per quanto mi riguarda, ho sempre riconosciuto il cospicuo contributo dello Stato italiano destinato ai corsi di lingua e cultura e l’impegno dell’Ambasciata d’Italia a favore della lingua e della cultura italiana. Nel mio articolo più volte citato in difesa dell’italiano in calo, gli interrogativi sul ruolo dell’Ambasciata riguardavano espressamente «i corsi di lingua e cultura» e non altro. Mi spiace pertanto che l’Ambasciatore non abbia colto «il senso generale» dell’articolo, che verteva sull'esigenza di «buoni esempi» da parte delle istituzioni italiane e l'auspicio che l'Ambasciata intervenisse per salvaguardare i corsi di lingua e cultura dove sono ancora sospesi. 

Giovanni Longu
Berna 18.05.2023

17 maggio 2023

Deprivazione e formazione (seconda parte)

Nel 2021, in Svizzera il tasso di deprivazione materiale e sociale era piuttosto basso (meno della metà di quello italiano ed europeo), come si è visto nell'articolo precedente. Merita tuttavia di essere esaminato più da vicino, per conoscere quali sono le persone più a rischio. Poiché esso è collegato strettamente al rischio di povertà, è opportuno sapere anche chi e in che proporzione corre maggiormente questo pericolo in Svizzera, nell'Unione Europea (UE) e in Italia, e come eventualmente cercare di ridurlo.

Rischio di povertà in Svizzera 

Il rischio di povertà, com'è definito a livello europeo (calcolato sul reddito disponibile), esiste anche nella ricca Svizzera, anzi è più elevato di quel che a prima vista si potrebbe pensare, perché, essendo i redditi tra i più alti d’Europa, quando si riducono considerevolmente è facile cadere nello stato di povertà e di deprivazione. Purtroppo è anche in aumento. Nel 2021 il rischio di povertà concerneva il 14,6 per cento della popolazione residente, ovvero quasi una persona su sette. A titolo di confronto, esso si situava poco al di sotto di quello dell’Unione Europea (16,8%), vicino a quello dell’Austria (14,7%), della Francia (14,3%) e della Germania (16,0%) e inferiore a quello dell’Italia (20,1%).

In Svizzera, le persone più a rischio di povertà appartengono ai seguenti gruppi sociali: persone sole sopra i 65 anni di età (pensionati quando dispongono di un reddito inferiore a 2500 franchi mensili), persone che non hanno terminato una formazione dopo la scuola obbligatoria, persone disoccupate, famiglie monoparentali, coppie con tre figli o più. Inoltre, in generale, la popolazione straniera (specialmente quella proveniente dall'Europa dell'Est o da Paesi extraeuropei) ha un rischio quasi doppio di cadere in povertà rispetto alla popolazione di nazionalità svizzera.

Corrono invece meno rischi, secondo le rilevazioni statistiche europee, le economie domestiche con due persone occupate, in generale le persone occupate, le persone con una formazione di grado terziario e quelle con una formazione di secondo grado superiore (formazione professionale completa). Nel 2021, in Svizzera, il tasso di deprivazione materiale e sociale tra le persone occupate era del 3,3 per cento (inferiore a quello medio dell’UE e di tutti i Paesi confinanti ad eccezione dell’Austria).

Situazione in Italia

Come più volte accennato, in Italia sia il rischio di povertà che il rischio di deprivazione materiale e sociale sono più elevati che in Svizzera. Qui si rinuncia, tuttavia, a una diretta comparazione tra i due Paesi perché la rilevazione europea da cui proviene gran parte dei dati riferiti avviene a livello regionale e non nazionale. Sarebbe pertanto poco significativo riferirsi a medie aritmetiche dei dati riguardanti, in Svizzera, le Regioni statistiche (Zurigo, Ticino, Mittelland, ecc.) e, in Italia, le Regioni del Nord, del Centro e del Sud.

Del resto è notorio che in questa materia (rischio di povertà e deprivazione) le differenze sono notevoli tra una regione e l’altra non solo in Italia, ma anche in Svizzera. Nel 2021, per esempio, il rischio di povertà nella Regione di Zurigo era dell’11,3 per cento, ma del 22,0 per cento nel Ticino. In Italia, il rischio di povertà variava dal 12,3 per cento della Lombardia al 35,5 per cento delle Isole.

Purtroppo in Italia il tema della povertà e delle disuguaglianze è poco presente nei media, mentre dovrebbe servire a riproporre seriamente nell'opinione pubblica e negli ambienti politici nazionali e regionali una nuova «questione meridionale» in termini di necessità e urgenza, per evitare che il distacco lacerante tra Settentrione e Meridione cresca e si aggravi.

Formazione professionale necessaria e urgente

La gravità della situazione, caratterizzata nel Sud da un tasso troppo elevato (a livello europeo) di povertà, denatalità ed emigrazione, dovrebbe indurre le forze politiche e sindacali ad approfittare della grande disponibilità di denaro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per realizzare nel Mezzogiorno importanti progetti, soprattutto nell'istruzione e nella formazione professionale. Il tema verrà ripreso nel prossimo articolo, ma già ora è facile osservare come povertà, denatalità ed emigrazione siano problemi che possono essere avviati a soluzione solo (ri)creando un ambiente favorevole, che non può prescindere da un sistema coerente e sostenibile di istruzione e formazione professionale. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 17.05.2023

10 maggio 2023

Deprivazione e formazione (prima parte)

Non solo in Italia, ma anche in Svizzera si parla sempre più spesso dei problemi della deprivazione e della formazione. Se ne parla sempre più congiuntamente, perché una delle principali cause della prima è la mancanza di una formazione post-obbligatoria. In questo articolo si tratta del fenomeno della deprivazione in Svizzera e in Europa, nel prossimo saranno esaminate alcune cause e specialmente il rapporto con la non-formazione. Nella misura del possibile si cercherà anche di elaborare un confronto tra la situazione e i rimedi adottati in Svizzera e in Italia.

La deprivazione in generale

Per indicare le difficoltà economiche di una persona, di una famiglia o di un gruppo sociale si ricorreva abitualmente a termini come «povertà», «indigenza», «ristrettezza» o a perifrasi come «non riuscire ad arrivare alla fine del mese» ed espressioni simili. Erano parole ed espressioni imprecise, che ora vengono pian piano abbandonate e sostituite da un indicatore più affidabile anche per i confronti internazionali: il tasso di deprivazione (anche se molti continueranno a parlare di «tasso di povertà», che in gran parte gli corrisponde). Esso è importante non solo per misurare le ineguaglianze materiali fra i sottogruppi di popolazione osservati, ma anche per orientare i decisori politici ad adottare misure d’inclusione sociale soprattutto per le persone e i gruppi più sfavoriti.

L’Ufficio federale di statistica (UST) ne dà questa definizione: il tasso di deprivazione materiale e sociale descrive la quota di persone costrette a rinunciare a importanti beni di consumo, servizi e attività sociali per ragioni finanziarie. Pertanto, la deprivazione è caratterizzata dalla mancanza di beni di consumo durevoli o dall'assenza di condizioni esistenziali minime dovute a una mancanza di risorse finanziarie.

La deprivazione materiale e sociale

La deprivazione materiale e sociale è caratterizzata dalla mancanza di beni di consumo durevoli o dall'assenza di condizioni esistenziali minime dovute a una mancanza di risorse finanziarie. A livello europeo si parla di deprivazione quando mancano, per ragioni finanziarie, almeno tre elementi su nove tra questi appresso elencati, riguardanti difficoltà economiche e/o la privazione di beni di consumo durevoli:

• capacità di far fronte entro un mese a una spesa imprevista di un importo pari a 1/12 della soglia di rischio di povertà (60%) per una persona sola (2500 CHF dal 2013);

• capacità di permettersi ogni anno una settimana di vacanza al di fuori del proprio domicilio;

• assenza di arretrati da pagare;

• capacità di permettersi un pasto composto da carne, pollo o pesce (o l’equivalente per vegetariani) almeno ogni due giorni;

• capacità di riscaldare sufficientemente la propria abitazione;

• possesso di una lavatrice, un televisore a colori, un telefono, una vettura.

Vanno inoltre presi in considerazione i fattori di degrado ambientale e sociale relativi all'abitazione principale e alle sue vicinanze (almeno un fattore fra i tre seguenti) quali:
• disturbi sonori provenienti da vicini o dalla pubblica via;

• problemi di criminalità, violenza o vandalismo in prossimità;
• problemi di inquinamento, rifiuti o altri problemi ambientali.

Nel 2021 in Svizzera, dove il tenore di vita generale è uno dei più elevati d'Europa, il tasso di deprivazione era pari al 5,2% della popolazione e concerneva circa 448 000 persone, ossia, una persona su venti era in situazione di deprivazione materiale e sociale. Tante, sicuramente, ma meno che nella media europea (11,9%) e nei Paesi vicini ad eccezione dell’Austria (4,4%): Germania (9,0%), Italia (11,3%), Francia (11,4%).

In Svizzera le forme principali di deprivazione sono soprattutto l'incapacità di sostenere una spesa imprevista di 2500 franchi entro un mese e la rinuncia a svolgere regolarmente un'attività a pagamento nel tempo libero. Le persone maggiormente colpite, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, sono quelle straniere, quelle che vivono sole o in economie domestiche monoparentali, quelle senza formazione post-obbligatoria e quelle che vivono in economie domestiche che non partecipano al mercato del lavoro. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 10.5.2023

03 maggio 2023

Impegno costante a difesa dell’italiano in calo (7)

Per la salvaguardia dell’italiano, da decenni in calo, occorre un impegno costante da parte sia delle istituzioni svizzere e italiane e sia dei singoli italofoni. Delle istituzioni svizzere si è parlato negli articoli precedenti, in questo si tratta di quelle italiane. E’ vero che la pratica del buon italiano spetta soprattutto agli italofoni, ma spetta alle istituzioni fornire buoni esempi (limitando gli anglicismi, producendo testi corretti e facilmente leggibili, favorendo incontri culturali, ecc.), incoraggiare l’apprendimento dell’italiano, sostenere le associazioni impegnate nella lingua e nella cultura italiane, ecc. Agli italofoni sono chiesti soprattutto maggior cura della lingua scritta e parlata (evitando la sciatteria), maggiore partecipazione alle iniziative atte a valorizzare l’italianità, la pratica frequente della lettura (e della scrittura).

Il Governo dovrebbe dare il buon esempio

Il buon uso dell’italiano e il rafforzamento dell’italianità in Svizzera da parte degli italofoni non può fare a meno delle buone pratiche dello Stato e delle istituzioni. Purtroppo gli esempi che vengono forniti non sono sempre positivi. Di seguito ne vengono ricordati alcuni, non per esercitare un legittimo diritto di critica, ma per esprimere un’esigenza di molti cittadini che si aspettano dalle istituzioni buoni esempi da seguire e l’incoraggiamento a fare di più e meglio.

Il primo «cattivo esempio» lo dà il Governo italiano, il quale sembra incontrare grosse difficoltà a parlare di ministre, viceministre, sottosegretarie, direttrici e simili. La stessa Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, continua a presentarsi come «il Presidente del Consiglio», come se la Costituzione (scritta al maschile come si usava in passato) impedisse l’uso del femminile. Per inciso, anche la Costituzione svizzera parla del presidente della Confederazione al maschile, ma quando la carica è ricoperta da una donna è per tutti ovvio che si dica «la presidente della Confederazione…».

Il governo italiano sembra fortemente attratto dall'inglese parlato nei grandi mercati americani e britannico, tanto da chiamare quello che era il Ministero dello sviluppo economico Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Anche il Ministero dell'Istruzione e del Merito (già Ministero della pubblica istruzione) sembra subire il fascino dell’inglese. Tanto è vero che gli allievi italiani devono studiare l’inglese per almeno tredici anni (5 nella scuola primaria, 3 nella secondaria di primo grado, 5 nella secondaria di secondo grado). Qual è la politica linguistica dell’Italia? Quali sono le finalità?

Un caso singolare è rappresentato dal Politecnico di Milano, che chiede agli studenti stranieri come prerequisito per l’immatricolazione la conoscenza dell’italiano, ma a tutti gli studenti chiede come prerequisito per accedere a tutti i corsi magistrali e di dottorato la conoscenza della lingua inglese, perché la maggioranza dei corsi magistrali si tengono ormai in inglese.

La penetrazione dell’inglese nel mondo economico è in crescita e non riguarda solo i consigli d’amministrazione delle imprese orientate all'esportazione, ma anche le maestranze e talvolta lo stesso nome dell’impresa, come nel caso della ex compagnia di bandiera italiana Alitalia, ribattezzata ITA Airways.

Attese dalle istituzioni italiane in Svizzera

Berna, Ambasciata d'Italia

I cattivi esempi, si sa, non favoriscono le buone pratiche. E’ possibile che il calo dell’italiano in Svizzera sia dovuto anche agli esempi poco incoraggianti che vengono dall'Italia e, seguiti, almeno in parte, anche dalle istituzioni italiane operanti in questo Paese? Come giustificare, per esempio, che in alcune parti della Svizzera i corsi di lingua e cultura siano da tempo in sofferenza? L’Ambasciata d’Italia e le rappresentanze consolari fanno abbastanza per garantirli? E’ possibile dimenticare che quei corsi sono molto importanti non solo per mantenere un forte legame con l’Italia, ma anche per garantire la probabilità che un certo numero di italofoni scelga l’italiano nei licei e all'università? Oltre a sostenere la Società degli Accademici Italiani in Svizzera, che ogni anno premia tre tesi di dottorato di autori/autrici «di madre lingua italiana», benché scritte soprattutto in inglese, l’Ambasciata non dovrebbe cercare di risolvere anche i problemi dei corsi degli allievi della scuola dell’obbligo?

MCLI di Berna
Maggiore attenzione ai bisogni degli italofoni è ovviamente auspicata anche dall'Istituto italiano di cultura (IIC), dalle Società Dante Alighieri, dai Comites, dall'associazionismo italiano in generale e anche dalle Missioni cattoliche di lingua italiana (quella di Berna, per esempio, da qualche tempo sembra aver rinunciato unilateralmente al pieno utilizzo in lingua italiana dello spazio che le è riservato nel settimanale cattolico bernese Pfarrblatt).

Gli esempi negativi menzionati e altri che si potrebbero aggiungere non devono indurre a facili critiche, ma piuttosto a richiamare maggiormente la responsabilità degli italofoni a contribuire secondo le possibilità e competenze di ciascuno affinché il calo dell’italiano rallenti e l’italianità (fatta di arte, lingua, filosofia di vita…) resti e si sviluppi in questo Paese in cui anche gli italofoni devono contribuire alla coesione nazionale, al radicamento dello spirito umanistico e rinascimentale ampiamente legato alla lingua e alla cultura italiane, al rafforzamento di una delle principali culture nazionali ed europee. (Fine)

Giovanni Longu
Berna, 3.5.2023

26 aprile 2023

Impegno costante a difesa dell’italiano in calo (6)

Negli articoli precedenti ho cercato di descrivere la situazione dell’italiano in Svizzera facendo riferimento ai dati statistici più recenti. L’unico dato confortante è che nella Svizzera italiana (Ticino e valli italofone dei Grigioni) l’italianità ha un suo baluardo solido e affidabile, perché alimentato per una sorta di osmosi dalla confinante Italia. Per la parte restante della Svizzera è innegabile, invece, che l’italiano perda costantemente quota, sebbene la collettività con passaporto italiano sia in crescita grazie agli italiani con origini migratorie e ai nuovi immigrati. Come si spiega questa apparente contraddizione?

Pratica dell’italiano in calo

Nella Svizzera tedesca e francese i «no» purtroppo sono in aumento!
Mi è capitato di leggere che «è italiano chi parla l’italiano», ma è facile obiettare che proprio in Svizzera almeno metà degli italofoni non sono italiani. Ho letto anche che «è italiano chi conosce Botticelli, Michelangelo, Leonardo da Vinci», ma si sa che molti stranieri conoscono l’arte italiana meglio di tanti italiani. Tuttavia, nella Svizzera tedesca e francese, gli italiani che parlano abitualmente l’italiano sono ancora molti. Sono soprattutto immigrati (prima generazione) giunti in Svizzera prima del 2000.

Per molti di essi è vitale la pratica dell’italiano per gli stretti legami che conservano con l’Italia, per le difficoltà di apprendimento incontrate soprattutto del tedesco e per restare nel mondo di appartenenza sociale tradizionale (associazionismo). Dal punto di vista della conservazione dell’italiano non destano preoccupazione e forse per questo si tende a trascurarli; ma è un errore, perché rappresentano per la lingua e la cultura italiane anelli di trasmissione importanti. Le loro conoscenze meritano pertanto di essere sostenute e sviluppate.

A destare maggiore preoccupazione sono piuttosto i giovani della seconda e terza generazione, che comunicano meglio nella lingua locale, ma anche i nuovi immigrati. Riguardo ai primi, è risaputo che l’integrazione favorisce l’abbandono della lingua materna a vantaggio della lingua tedesca o francese. Riguardo ai secondi, dei quali però si conosce poco, si sa che nella comunicazione ordinaria e professionale usano più facilmente l’inglese, contribuendo di fatto al suo incremento (a discapito delle lingue nazionali).

D’altra parte, è confortante sapere che molti svizzeri conoscono un po’ d’italiano e se ne servono quando incontrano, anche casualmente, italiani e soprattutto durante le vacanze al mare o nelle città d’arte italiane. Vuol dire che l’italiano ha ancora un grande potenziale a condizione che serva o piaccia. Di questo potenziale fanno parte i molti italiani con origini migratorie che non lo praticano più, lo conoscono sempre meno e potrebbero essere interessati a rintracciare le loro origini non solo familiari, ma anche regionali e nazionali.

Condizioni essenziali per sviluppare l’italiano

Tuttavia, non è facile indicare qualche ragione determinante per stimolare la conoscenza della lingua italiana e favorire attraverso di essa l’approccio alla cultura, all’arte e alle bellezze dell’Italia, ma è decisivo evidenziare l’utilità (spendibilità) dell’italiano. Il punto sarà trattato nel prossimo articolo, ma già ora va detto subito che è indispensabile anzitutto fornire buoni esempi ed evitare quelli negativi, soprattutto da parte delle istituzioni, in particolare dell’Ambasciata d’Italia, dei Consolati, dell’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, delle Società Dante Alighieri, dei Comites, delle Missioni cattoliche di lingua italiana. Per esempio, non riuscire a risolvere alcuni problemi di funzionamento nei corsi di lingua e cultura non è sicuramente un buon esempio per incoraggiare l’apprendimento dell’italiano nei bambini e stimolare la fiducia nelle istituzioni.

Non meno indispensabile appare la collaborazione con le istituzioni svizzere che stanno operando egregiamente in questa direzione, per esempio con il Forum per l’italiano in Svizzera, la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, l’associazione Coscienza Svizzera, il Coordinamento del settore universitario. A titolo di esempio: recentemente è iniziato un ciclo di 24 conferenze di lingua e cultura italiane, tenute da docenti delle Cattedre d’italianistica svizzere del programma di ItaliaCHa 2023-24. Mi viene da chiedere: che ruolo hanno svolto l’Ambasciata d’Italia e l’Istituto italiano di cultura di Zurigo in questa programmazione?

Sarebbe tuttavia un errore chiedere alle istituzioni italiane di farsi carico da sole della salvaguardia e dello sviluppo dell’italianità in Svizzera senza coinvolgere gli italofoni nella cura della lingua e della cultura italiana. Per esempio, se è evidente che l’organizzazione del sistema dei corsi di lingua e cultura non può essere lasciata alla spontaneità di volontari che non possono garantirne la continuità e la qualità, non è possibile esonerare gli italofoni dalla doverosa partecipazione, anche finanziaria, alla conservazione e allo sviluppo di un bene prezioso che arricchisce tutta la collettività. Spetta pertanto soprattutto agli individui mostrare interesse alla lettura, alla conoscenza di opere d’arte, alle conferenze, alla formazione continua. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 26.04.2023



12 aprile 2023

Impegno costante a difesa dell’italiano in calo (5)

In Svizzera, la lingua italiana ha radici profonde e sane: nessuno può dubitare della sua sopravvivenza. La Svizzera italiana (Ticino e valli italofone dei Grigioni) ne costituisce un baluardo sicuro e affidabile, che si è sempre dimostrato efficace anche in circostanze ben più pericolose di quelle attuali. Nel resto della Svizzera, tuttavia, le sorti dell’italiano non sono altrettanto tranquillizzanti ed è questa incertezza che dovrebbe stimolare tutti gli ambienti e i singoli italofoni (svizzeri e stranieri) a collaborare per la sua salvaguardia. Che non si tratti di un’impresa impossibile è stato dimostrato in questi ultimi decenni con l’affermazione dell’italianità come caratteristica essenziale dell’identità svizzera e della coesione nazionale fondata sul rispetto e la valorizzazione della diversità. Del resto la sua possibilità è ancorata a solide basi costituzionali, legali e amministrative chiare. Per realizzarla occorre tuttavia un sentire comune, l’amore per la lingua e la cultura italiane e la rinuncia a qualche pregiudizio.

Solidità e garanzia del Ticino

USI Università della Svizzera italiana, Lugano
In questi ultimi decenni va dato atto soprattutto al Cantone Ticino e alla Deputazione ticinese alle Camere federali di essersi adoperati molto (soprattutto attraverso il Forum per l’italiano in Svizzera e l'Intergruppo parlamentare Italianità) per la salvaguardia dell’italianità (intesa come lingua e cultura italiana) anche fuori delle regioni italofone. Questi sforzi hanno indubbiamente favorito nel 2017 l’elezione dell’on. Ignazio Cassis in Consiglio federale e reso possibile l’affermazione nel Ticino del principio d’italianità, ma devono proseguire per poter valorizzare la lingua e la cultura italiane anche nel resto della Svizzera.

Si potrebbe obiettare che in questo campo il Cantone Ticino si è mosso in ritardo (perché il momento migliore, forse, sarebbe stato quello degli anni Settanta), ma è facile rispondere che per poter intervenire utilmente su una materia di competenza strettamente cantonale (politica linguistica e culturale) il Cantone aveva bisogno di rafforzarsi e di raggiungere qualche reale possibilità di successo di eventuali interventi politici e mediatici. In effetti così è stato.

Com'è noto, in pochi decenni il Ticino si è molto rafforzato non solo economicamente (prosperità diffusa, terziario in crescita, turismo florido, polo di attrazione per decine di migliaia di frontalieri, efficace collaborazione transfrontaliera stimolata dalla Comunità di lavoro Regio Insubrica, ecc.), ma anche culturalmente, grazie alla disponibilità di una promettente Università della Svizzera Italiana USI, un’efficiente Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana SUPSI, un eccellente centro artistico e culturale Lugano Arte e cultura LAC, quattro beni del Patrimonio mondiale dell’umanità, centri congressuali, ecc. E’ giusto osservare che questi successi e queste strutture non fanno bene solo al Ticino, ma anche al resto della Svizzera perché rappresentano una solida garanzia per l’italianità.

Iniziative mirate e lungimiranti

Forte di questi successi, il Cantone Ticino ha cominciato anni fa ad attivarsi con iniziative mirate e lungimiranti, da una parte, probabilmente, per evitare che la forte diminuzione di nuovi immigrati (in sostituzione dei vecchi rientrati in seguito a pensionamento o alla crisi economica degli anni Settanta) comportasse un eccessivo indebolimento dell'italofonia su scala nazionale, e dall'altra per garantirsi un ruolo guida dell’italianità in Svizzera, in grado di svilupparsi solo mantenendo l'italofonia ad un livello possibilmente non inferiore a quello attuale (8-10% della popolazione residente).

Del resto è comprensibile l’atteggiamento dei responsabili cantonali ticinesi perché il peso di qualsiasi rivendicazione di rilievo a livello nazionale varia anche a seconda della popolazione interessata. Un conto è rappresentare il 4-5% e altro conto rappresentare una percentuale doppia di interessati, per esempio quando si rivendica una politica linguistica più favorevole all'insegnamento delle lingue nazionali nella scolarità obbligatoria o la giusta considerazione dell’italiano nell'insegnamento liceale o quando si rivendica in seno all'Amministrazione federale un’equa rappresentanza linguistica, spesso sfavorevole a quella italiana, specialmente in alcuni Dipartimenti e uffici.

Ciò che il Ticino e in generale la Svizzera italiana hanno fatto finora, intervenendo a vari livelli per garantire opportunità e possibilità di incidenza della rappresentanza italofona non solo nell'Amministrazione federale, ma anche nel sistema scolastico, nell'organizzazione della politica culturale, nel sistema mediatico pubblico, ecc., dovrebbe continuare anche in futuro, magari coinvolgendo maggiormente le istituzioni e organizzazioni italiane, di cui si tratterà nel prossimo articolo. La Svizzera italiana dovrebbe diventare allo stesso tempo sostenitrice dell'italofonia, ma anche promotrice di iniziative e di collaborazioni. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 12.04.2023