03 ottobre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 1. Tanto per intenderci!


Questo è il primo di una serie di articoli che saranno presentati in questa rubrica su alcuni temi che ruotano intorno ad espressioni quali «italianità», «Svizzera italiana», «rappresentanza italofona» e simili. Sono temi ed espressioni di cui si discute correntemente, non sempre con la chiarezza che meritano, anche se pretendere in questa materia l’univocità dei termini sarebbe assurdo e quindi è escluso a priori. Inoltre, nella discussione attuale, spesso prevale l’attenzione al particolare e al contingente più che all’essenziale e al duraturo. Occorrerebbe rovesciare la scala delle priorità, relativizzando i fenomeni passeggeri e privilegiando i valori che nelle relazioni italo-svizzere hanno superato ogni tipo di ostacoli, persino la temporanea rottura diplomatica (a seguito del caso Silvestrelli nel 1902; cfr. L’ECO del 25.07.2012).
In quest’ottica bisognerebbe anche saper distinguere quelli che sono i rapporti istituzionali tra la Svizzera e l’Italia dai rapporti tra svizzeri e italiani residenti in Svizzera, pur senza negare l’influenza dei primi sui secondi. Purtroppo anche i contrasti recenti e non ancora definitivamente appianati tra la Svizzera e l’Italia distolgono l’attenzione dei media e dei cittadini dai forti legami che hanno tenuto sempre saldamente uniti i due Paesi confinanti e dalla pacifica e proficua convivenza e collaborazione che si è solidamente sviluppata nel tempo tra immigrati italiani e cittadini svizzeri.
Del resto, anche i rapporti italo-svizzeri andrebbero visti alla luce di una lunga tradizione e non di singoli episodi, seppur gravi. Sono stati resi solidi ed eccellenti non solo dalle necessità legate alla continuità territoriale dei due Paesi, divisi da un confine sempre più permeabile, ma anche, e soprattutto, da una comunanza di valori fondamentali che hanno sviluppato interessi reciproci di natura commerciale, finanziaria, culturale, turistica, migratoria (in entrambe le direzioni). Evidentemente, la comunanza della lingua tra l’Italia e la parte meridionale della Svizzera ha enormemente facilitato qualunque tipo di scambi. Anche solo in questa ottica la lingua italiana (e la cultura ad essa collegata) andrebbe difesa e salvaguardata con ogni sforzo in tutta la Svizzera.

Obiettivi
Lo scopo principale di questa serie di articoli è quello di cercare di introdurre nel dibattito attuale sull’italianità del Ticino e della Svizzera qualche richiamo storico sull’origine e sull’evoluzione delle problematiche connesse, sviluppatesi nell’arco di quasi due secoli di storia. Non c’è evidentemente alcuna pretesa di completezza, trattandosi di materia vastissima e già oggetto di studi approfonditi soprattutto in Ticino e ai quali farò spesso riferimento.
Non nascondo che uno degli obiettivi che mi propongo è anche quello di contribuire a superare vecchi pregiudizi e incomprensioni che ancora pesano sui rapporti tra svizzeri e italiani e soprattutto tra ticinesi e italiani, specialmente in Ticino. Sono infatti convinto che solo liberando il terreno da luoghi comuni di antica matrice culturale e sterili contrapposizioni sia possibile trovare l’intesa necessaria per poter riaffermare oggi come un secolo fa i diritti di quanti rivendicano in Svizzera un’appartenenza a un’area culturale «italiana». Per raggiungere gli obiettivi sperati è indispensabile un’ampia convergenza di idee, di intenzioni e di azioni tra tutti gli appartenenti a quest’area.
Riaffermare i diritti della minoranza di cultura italiana in Svizzera è non solo possibile, ma potrebbe essere anche enormemente più facile che in passato. Le risorse umane oggi disponibili sono molto più numerose e più efficaci di quelle di un secolo fa. Basti pensare ai parlamentari federali italofoni e italofili che hanno dato vita di recente all’Intergruppo parlamentare «Italianità» (copresidenti Silvia Semadeni e Ignazio Cassis), alla nuova presa di coscienza del Consiglio di Stato ticinese di avere compiti «nazionali» per la salvaguardia della lingua italiana anche fuori del territorio cantonale, ai politici di origine italiana presenti in numerosi legislativi ed esecutivi cantonali e comunali, alle migliaia di insegnanti (dalle elementari all’università), giornalisti, ricercatori, scrittori, professionisti di lingua italiana, alla fitta rete di associazioni italiane (ancora in grado di mobilitare migliaia di persone), ai media di lingua italiana (dalla carta stampata alla radio e alla televisione) e alla massa critica di potenziali italofoni che sfiora il milione di cittadini. Per di più, l’«italianità» linguistica e culturale è oggi presente in tutte le parti della Svizzera, anche se spesso non emerge e non rivendica visibilità.

Evitare gli errori del passato
Fortunatamente sono anche scomparsi quasi del tutto in gran parte della Svizzera i sentimenti xenofobi e anti-italiani che erano presenti già negli ultimi decenni dell’Ottocento e poi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Sul finire dell’Ottocento, i contrasti erano dovuti soprattutto allo scontro di due mentalità e culture assai diverse o ritenute tali. Ha scritto recentemente lo studioso Fabrizio Mena: «Nell’ultimo terzo dell’Ottocento, l’assai rapida irruzione di una comunità italiana numerosa quanto variegata in una società ticinese ancora fondamentalmente rurale suscitò ben presto incomprensioni e conflitti, rafforzando sentimenti xenofobi latenti, visto che già nel 1831 un giornale aveva denunciato il “mal celato odio verso ogni straniero che venga ad abitare nella nostra repubblica” e l’atteggiamento di molti emigrati ticinesi, “ingrati odiatori di quegli stranieri medesimi, alla buona accoglienza de’ quali sono debitori della loro fortuna e del loro benessere”».
Ricorda ancora Mena: «All'epoca dei cantieri della Gotthardbahn, la convivenza fra gli immigrati e i ticinesi si dimostrò subito difficile. Il medico italiano assegnato al cantiere di Airolo assicurava che “l'odio ed il disprezzo contro la nostra nazionalità” si era manifestato dall'inizio, quando gli operai erano ancora pochi: “non potevano traversare il villaggio senza sentirsi sussurrare negli orecchi scherni ed insulti (...) se l'essere forestieri qui è un torto, l'essere Italiani è un'infamia”. Già sul finire del 1873, del resto, la tensione fra le due comunità era culminata in una rissa nella quale diverse persone erano finite accoltellate, e una di loro, un abitante di Airolo, mortalmente. Episodi di violenza si verificarono anche in seguito, un po' in tutte le località che ospitavano i cantieri ferroviari, sovente fra gli stessi operai, diffondendo lo stereotipo dell'italiano turbolento, facinoroso, facile al coltello, frequentatore di osterie, bevitore, cattivo esempio per la popolazione».

Guardare ai risultati
Dalla costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo sono trascorsi più di 130 anni e nessuno sicuramente ricorda nemmeno per sentito dire episodi di violenza o anche solo atteggiamenti di disprezzo tra le due comunità. Tempi passati! Tutti invece, percorrendo la linea del Gottardo e attraversando quella che è stata a lungo tempo la galleria ferroviaria più lunga del mondo, costruita quasi esclusivamente da italiani, beneficiamo di un manufatto che ha contribuito notevolmente non solo allo sviluppo del Ticino, ma anche allo sviluppo delle relazioni internazionali tra nord e sud.

Il risultato (inizialmente solo sperato o progettato) dovrebbe sempre qualificare gli operatori che hanno contribuito a raggiungerlo. La ferrovia del Gottardo, ma non solo quella, è un risultato eccellente della collaborazione internazionale e in particolare della collaborazione tra svizzeri e italiani.
Solo i risultati contano. Bisognerebbe rifletterci anche guardando all’insieme delle relazioni bilaterali complessive, che hanno portato a questi risultati. La Svizzera, oggi, dimostra nei confronti dell’Italia il maggiore interesse complessivo (commerciale, turistico, culturale). Nonostante le difficoltà dei rapporti negli ultimi anni l’interscambio tra i due Paesi è sempre molto elevato. L’Italia rappresenta il secondo partner commerciale della Svizzera dopo la Germania. In campo turistico, l’Italia è la seconda meta preferita dagli svizzeri. I rapporti culturali tra i due Paesi sono sempre molto intensi, soprattutto nei campi della formazione e della ricerca. La Svizzera sarà presente con un grande padiglione all’Esposizione universale del 2015 a Milano. La Svizzera è il Paese che ha l’unica università italofona fuori d’Italia. In Svizzera vivono e lavorano circa 520.000 italiani, compresi i doppi cittadini, con una cultura radicata profondamente nell’italianità e un’integrazione totale nella vita e nelle prospettive di questo Paese.

Una condizione essenziale
Nello sviluppo di questi rapporti, il Ticino ha sempre svolto un ruolo fondamentale come «ponte fra la Svizzera e l’Italia» (Didier Burkhalter, 2010). Occorre tuttavia essere in chiaro: la condizione fondamentale perché il discorso sull’italianità in Svizzera abbia successo oggi presuppone incondizionatamente un’ampia convergenza di idee e di azioni tra le due componenti principali, ticinesi e italiani. Che tra loro non sia corso sempre buon sangue è risaputo; ma che si continui ancora a ignorarsi reciprocamente e persino a insultarsi (talvolta con immagini di topi e di formaggi assai eloquenti) è assolutamente incomprensibile e in contrasto con la logica che vorrebbe compattezza e unità d’intenti per salvaguardare valori comuni, quali il lavoro, la lingua, la reputazione, il rispetto delle idee, l’aspirazione a un maggiore benessere. Per non parlare della trovata strampalata, ma non per questo meno offensiva, di quel populista ticinese anti-italiano che recentemente ha proposto nientemeno che la costruzione di un muro tra la Svizzera e l’Italia per arrestare i flussi dei frontalieri italiani che ogni giorno entrano in Ticino per lavorare, sottraendo a suo dire occupazione agli svizzeri. (Continua).

Giovanni Longu
Berna, 3.10.2012

26 settembre 2012

Cercasi consigliere federale italofono!



E’ delle scorse settimane l’ennesima discussione parlamentare e mediatica sulla necessità o quantomeno sull’opportunità della presenza nell’esecutivo federale di un rappresentante della Svizzera italiana. L’esito è stato ancora una volta negativo. E’ da oltre un secolo e mezzo che il tema è ricorrente nelle Camere federali in attesa di una soluzione soddisfacente. Viene da chiedersi se il problema sia ben posto e se la strategia seguita sia quella giusta.

Il consigliere nazionale ticinese Marco Romano, grande sostenitore di una «rappresentanza regolare della Svizzera italiana in Consiglio federale» ritiene un «paradosso» che il supremo organo direttivo ed esecutivo della Confederazione sia ancora composto di 7 membri come nel 1848. Evidentemente la maggioranza dei colleghi non è dello stesso avviso. Inoltre, secondo l’esponente ticinese, l’attuale composizione, senza la partecipazione di un italofono, dopo la partenza dell’ultimo consigliere federale italofono Flavio Cotti, non sarebbe conforme all’articolo 175 della Costituzione federale secondo cui «le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate» nel Consiglio federale. Per garantire maggiori possibilità a una rappresentanza «regolare» della Svizzera italiana, Romano e la Deputazione ticinese alle Camere federali quasi all’unanimità hanno difeso in Consiglio nazionale l’iniziativa del Cantone Ticino di ampliare il Consiglio federale da 7 a 9 membri.

Il Consiglio nazione respinge l’iniziativa ticinese
Berna 2012: i 7 consiglieri federale e la cancelliera federale
Con tale iniziativa, i sostenitori speravano che aumentando il numero dei consiglieri federali fosse più facile l’elezione di un rappresentante italofono. Come noto, dopo breve discussione, il Consiglio nazionale ha respinto l’iniziativa del Cantone Ticino (96 voti contro 76 e 2 astenuti), seguendo il parere della maggioranza della Commissione delle istituzioni politiche, che con 15 voti contro 9 e 1 astensione aveva proposto al Plenum di non dar seguito all’iniziativa con queste motivazioni principali:
a) un aumento del numero di consiglieri federali nuocerebbe al principio di collegialità, col rischio che s’instaurino tra i vari dipartimenti meccanismi di concorrenza e tentativi di profilarsi;
b) risulterebbe più difficile gestire un collegio composto di nove consiglieri in quanto più un'autorità è grande e meno ciascuno dei suoi membri si sente coinvolto nel funzionamento dell'autorità collegiale;
c) non è affatto garantito che l'ampliamento del Consiglio federale consenta di rappresentare meglio le varie regioni del Paese; infatti, «se i seggi fossero nove, il Parlamento eleggerebbe sicuramente ancor più spesso due membri dello stesso grande Cantone, semplicemente perché tali Cantoni possiedono un serbatoio più ampio di potenziali candidati»;
d) il Consiglio federale deve salvaguardare gli interessi generali e la prosperità di tutto il Paese e non è tenuto a rappresentare gli interessi regionali, che spetta piuttosto al Parlamento difendere.
Francamente l’esito del dibattito commissionale e in Aula non è sorprendente. Come accennato sopra, il tema è ricorrente nelle cronache parlamentari da oltre un secolo e mezzo (se ne parlò addirittura prima ancora della definizione della Costituzione federale del 1848) ed è sempre stato liquidato più o meno con gli stessi argomenti.

Richiesta sempre respinta
Nel 1900, credo per la prima volta, la richiesta di un ampliamento del Consiglio federale a 9 membri sia stata avanzata dai deputati francofoni per garantire alle cosiddette «minoranze», ma s’intendeva la Svizzera latina (che allora rappresentava quasi un terzo della popolazione svizzera) e soprattutto la Svizzera romanda, almeno due rappresentanti. Non se ne fece nulla, anche se i romandi riusciranno ad avere quasi sempre almeno due rappresentanti.
La proposta dell’ampliamento del Consiglio federale venne nuovamente avanzata e discussa nel 1913-14, invocando il diritto delle diverse regioni linguistiche e delle minoranze linguistiche ad una «adeguata» rappresentanza. Ma la proposta fu respinta.
Nel 1917 fu lo stesso Consiglio federale a proporre, in un progetto di revisione dell’art. 95 della Costituzione, il numero di 9 consiglieri federali. Al Consiglio degli Stati, una richiesta di minoranza chiedeva nuovamente che la composizione del Consiglio tenesse conto fra l’altro delle «regioni linguistiche», ma anche in questa occasione il Parlamento non accolse la richiesta. In tanti si mostrarono d’accordo per un’equa rappresentanza anche della Svizzera italiana (in quel momento ben rappresentata dal consigliere federale Giuseppe Motta), anche in un Consiglio federale di 7 membri, ma un parlamentare ammonì che il Ticino si guardasse bene da rivendicare più di quanto potrebbero fare altri Cantoni più grandi.
La questione venne riproposta e nuovamente respinta nel 1940. Nel dopoguerra venne più volte evocata fino ai tentativi degli ultimi dodici anni.

I consiglieri federali italofoni
Di fronte all’ennesima risposta negativa del Parlamento di trovare una soluzione alle aspettative soprattutto ticinesi, sia pure in nome della «Svizzera italiana», di una rappresentanza italofona regolare in seno al Consiglio federale, c’è da chiedersi anzitutto se la presenza di un italofono deve dipendere dal numero dei consiglieri federali. La risposta credo che debba essere negativa, perché il diritto a una rappresentanza, se è dimostrato, dev’essere garantito anche in un Consiglio federale di sette membri.
Probabilmente più che di un diritto occorrerebbe parlare dell’opportunità di una rappresentanza italofona in Consiglio federale. Storicamente, tuttavia, l’opportunità è stata quasi sempre legata a condizioni particolari. Quasi tutti i consiglieri federali italofoni sono stati eletti in circostanze che avevano un carattere di eccezionalità e gli eletti rappresentavano in quel momento le persone più idonee a rivestire il ruolo in ragione delle loro personalità e competenze linguistiche e professionali più che della loro appartenenza a una stirpe, lingua o cultura. Inoltre, tutti avevano un ottimo rapporto con l’Italia sia per formazione sia per contatti personali. Di fatto la storia del Consiglio federale dimostra che tutte le elezioni di un consigliere federale italofono rispondevano non tanto a un diritto quanto piuttosto a un principio di opportunità.
Stefano Franscini
Basti pensare a Stefano Franscini (1848-1857), eletto nel primo Consiglio federale perché doveva rappresentare l’uguaglianza di tutte le stirpi e culture e di tutti i Cantoni, anche quelli di più recente entrata nella Confederazione, Ticino compreso, nel nuovo Stato federale, in cui era fondamentale dare radici profonde alla coesione nazionale.
Eccezionale fu anche l’elezione di Giuseppe Motta (1912-1940), dopo il lungo periodo di assenza di un italofono in Consiglio federale, quando il disagio dei ticinesi che si sentivano dimenticati e umiliati da Berna stava per toccare l’esasperazione. La sua elezione fu interpretata unanimemente come un segno importante dell’attenzione della Confederazione alla Svizzera italiana e come una garanzia di fedeltà di quest’ultima alla patria comune.
Ma anche gli altri consiglieri federali italofoni Giovan Battista Pioda (1857-1864), Enrico Celio (1940-1950), Giuseppe Lepori (1954-1959), Nello Celio (1966-1973) e Flavio Cotti (1987-1999) hanno rappresentato personalità eccezionali in momenti eccezionali per lo sviluppo di questo Paese. Con le loro caratteristiche personali, la loro ampia cultura umanistica e italiana, la passione per la cosa pubblica, gli ottimi rapporti con l’Italia hanno contribuito ad arricchire la terza componente fondamentale della Svizzera in misura importante, come sarebbe facile dimostrare.
Dal 1999 Flavio Cotti attende un successore italofono!

Cambio di strategia
Dalla votazione con cui il Consiglio nazionale ha respinto l’iniziativa del Cantone Ticino (96 voti contro 76 e 2 astenuti) emerge chiaramente che l’idea di un consigliere federale italofono non è ritenuta né strampalata né del tutto infondata. Per riuscire nell’impresa, tuttavia, alla luce degli esempi citati, occorre forse cambiare strategia.
Occorrerebbe anzitutto maggiore chiarezza nella formulazione delle intenzioni. Se l’ampliamento del Consiglio federale mira soprattutto a facilitare l’elezione di un italofono, tanto varrebbe avanzare la richiesta diretta di un consigliere federale italofono anche in Consiglio federale di sette membri. Ma anche in questo caso occorre non meno chiarezza: se per italofono s’intende un ticinese, bisognerebbe rivendicare un diritto del Ticino ad essere rappresentato. Lo stesso vale se invece del Ticino si usa l’espressione «Svizzera italiana». Basta leggere qualche agenzia di stampa o qualche intervento di parlamentari ticinesi per rendersi conto che le due dizioni sono usate come sinonimi. E’ vero che l’espressione «Svizzera italiana» è consacrata fin dai tempi di Franscini, ma non ci vuole molto a capire che allora l’italianità era tutta concentrata nel Ticino e in qualche lembo dei Grigioni. Oggi invece l’italianità è molto più diffusa e non è racchiudibile in una «regione unica e particolare del Paese» (l’espressione è di Marco Romano).
Purtroppo l’italofonia fuori del Ticino è oggi in crisi e bisognosa di attenzioni e di cure ben più intense di quella del Ticino e dei Grigioni italiani. Questa situazione, insieme all’esigenza di un rafforzamento dei rapporti bilaterali con l’Italia, potrebbe essere una di quelle circostanze eccezionali che hanno giustificato l’elezione di gran parte dei consiglieri federali italofoni da Franscini a Cotti.

Giovanni Longu
Berna, 26.09.2012

19 settembre 2012

Festa italiana



Recentemente l’Ufficio federale della cultura ha pubblicato una lista di 167 «tradizioni vive», ossia rievocazioni di feste, attività, personaggi, rimasti nel sentimento delle persone che ne vogliono tramandare il ricordo nelle forme più svariate, per lo più in quella della festa, dello spettacolo, delle pratiche sociali (raduni, incontri, cortei…), a carattere religioso (si pensi alle processioni in costume) o profano (cortei, sfilate di carri, carnevali, mercatini, ecc.).

Italianità nel Vallese
Ho percorso la lista cercando qualcosa che ricordasse anche solo vagamente qualcosa della lunghissima tradizione migratoria italiana. Ho trovato soltanto «Italianità nel Vallese» con questa breve descrizione: «Nonostante la loro connotazione mediterranea, dei nomi come Pierre Gianadda e Denis Rabaglia ricordano a colpo sicuro il Vallese.
Gli italiani, primo grande gruppo di migranti stabilitisi nel Cantone, hanno contribuito sostanzialmente alla sua vita economica, sociale e culturale e continuano a farlo oggi. Questo contributo costante nel tempo si traduce nell'apporto di differenti associazioni: missioni cattoliche, colonie italiane, società scientifiche, club di calcio, compagnie teatrali, ecc. Si manifesta anche attraverso singole persone, come le due citate in apertura, imprenditori edili diventati mecenati sportivi o culturali, cineasti, umoristi, scrittori, ricercatori, ecc.
Tutte queste sfaccettature dell'italianità nel Vallese ricordano che l'identità sociale e culturale della regione, le sue «tradizioni viventi», si elaborano e si modulano in permanenza nella relazione complessa instauratasi tra coloro che si spostano, partendo o arrivando, e coloro che restano. Un bel modo di “contribuire a una presa di coscienza della diversità culturale in Svizzera e del suo potenziale creativo” come auspica la Convenzione UNESCO del 2003. Il caso dell'immigrazione italiana nel Vallese appare esemplare e spiana la strada ad altri gruppi di immigrati – spagnoli, portoghesi, tamil e cossovari – che s'installano in Svizzera, con dinamiche di scambio tra la popolazione locale e gruppi di migranti analoghe sul piano nazionale».

Italianità nella Svizzera
Mi chiedo: perché non diffondere in tutta la Svizzera il «modello vallesano»? Di più: perché non organizzare ogni anno una «festa italiana», a carattere nazionale, eventualmente una festa «mobile», ossia in luoghi diversi nelle varie regioni del Paese, soprattutto dove sono ancora particolarmente vive tradizioni di tipo «vallesano»?
In fondo, la collettività italiana in Svizzera di origine migratoria ha una storia lunghissima quasi quanto quella della Svizzera moderna, che ha contribuito forse più di qualunque altra comunità nazionale a sviluppare. In molte regioni sono ancora evidenti i segni di questa storia e la collettività italiana è particolarmente numerosa e attiva.
Ritengo un errore imperdonabile lasciare che le tradizioni legate al fenomeno migratorio italiano vadano pian piano dimenticate. Basti pensare al contributo italiano nel settore delle grandi infrastrutture ferroviarie, stradali e idroelettriche, nei campi della moda, del design, del vitto (varietà e gusti della cucina mediterranea), nella religione (contributo fondamentale delle missioni cattoliche italiane, trasformazione in molti Cantoni del panorama religioso tradizionale), in campo scientifico, imprenditoriale, artistico, letterario, culturale in genere, comportamentale (usi e costumi, modi di vivere e di pensare, relazioni umane…), ecc. Perché non rievocare ogni anno nel corso di una festa italiana a carattere nazionale qualcuno, a turno, di questi contributi e di queste tradizioni?
La data potrebbe essere variabile o fissa. In questo caso potrebbe essere il fine settimana più vicino al 22 luglio, che ricorda il primo accordo di emigrazione (ufficialmente: «Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia») del 1868. Si potrebbe cominciare già nel 2013 o 2014, magari a Berna. Utopia? Forse no!
Se ci fosse un interesse, la fattibilità è garantita e sono convinto che si otterrebbe facilmente il sostegno di molte istituzioni sia italiane che svizzere. Ci proviamo?

Giovanni Longu
Berna, 19.09.2012

Non c’è crescita senza formazione



Leggevo qualche giorno fa che la Svizzera, nel panorama europeo, rappresenta ancora un’«isola felice». Io non so quanto siano felici gli svizzeri, ma sicuramente non hanno i patemi d’animo di molti cittadini comunitari alle prese con una recessione che non accenna a diminuire. Coloro che già intravedono la luce in fondo al tunnel evidentemente non hanno le preoccupazioni di quanti fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, devono far fronte con una drastica riduzione dei consumi all’aumento della pressione fiscale e del carovita, vedono diminuire le speranze di un avvenire migliore. Per non creare allarmismi, in Italia, si è persino truccato il linguaggio: alle persone che hanno perso il lavoro e il salario vengono offerti «ammortizzatori sociali», «piani sociali», «mobilità in deroga», «contratti di solidarietà», «incentivi al reinserimento», ecc., guardandosi bene dall’ammettere che si tratta di provvedimenti per evitare lo schianto e la disperazione.

A sentire, in questa «isola felice», le cronache quotidiane dell’Italia in recessione viene la pelle d’oca e si prova una grande tristezza accompagnata da una forte indignazione. Questa nasce spontanea quando si sentono gli interminabili dibattiti inconcludenti dei soliti politicanti, preoccupati più delle forme che della sostanza, delle loro ambizioni personali che delle difficoltà della gente comune. Dai loro discorsi non emerge mai alcun segnale di autocritica o un minimo senso di colpa per la politica scriteriata attuata finora all’insegna dello spreco e del clientelismo, con un innalzamento spaventoso del debito pubblico, che rende sempre più difficile l’uscita dalla recessione e la crescita.
Ora è facile essere tutti d’accordo sulla necessità di una politica di austerità e di abbattimento del debito pubblico, ma i costi di questa politica sono sproporzionati, per molti troppo pesanti, per pochi troppo leggeri. Spero che alle prossime elezioni i cittadini stiano più attenti nella scelta delle persone a cui affidare i destini del Paese.

La formazione come strumento di crescita
Ma perché la Svizzera è per diversi aspetti un’«isola felice» e l’Italia non lo è? Domanda difficile a cui è impossibile rispondere in maniera esaustiva e soddisfacente. Pertanto non provo nemmeno ad abbozzare una risposta. C’è però un elemento che può essere illuminante per chi volesse darne una. Questo elemento si chiama formazione. In Svizzera conta molto, in Italia molto meno. Per il Consiglio federale la formazione è un settore prioritario. E per il governo italiano?
La Svizzera ha fatto della formazione, da quella prescolastica a quella professionale, universitaria e postuniversitaria, un motore indispensabile per la crescita. Solo lo studio, soprattutto nella sua forma di ricerca fondamentale e ricerca applicata, può garantire l’innovazione e la competitività delle imprese, e quindi occupazione e ricchezza. Per questo la Confederazione spende per la formazione e la ricerca molto, sempre di più. Perché non fa altrettanto l’Italia?
Probabilmente il divario tra i due Paesi dipende non solo dalla differente disponibilità di risorse, ma anche da una profonda differenza culturale. In Svizzera, Paese liberale, lo Stato sostiene le idee e i progetti dei cittadini, delle imprese, dei centri di ricerca. In Italia, Paese molto centralista e assistenzialista, i cittadini, le imprese e i centri di ricerca aspettano che sia lo Stato a fornire non solo finanziamenti ma anche impulsi e idee. E siccome lo Stato italiano è povero di mezzi e di idee l’Italia continua a perdere posizioni nella classifica internazionale dei Paesi più virtuosi per innovazione e ricerca.
Mi sarei aspettato da un governo «tecnico» di professori maggiore attenzione a questo problema vitale per lo sviluppo dell’Italia, ma temo che abbia nella sua agenda altre priorità, certamente legittime e utili, ma non centrali e fondamentali come la formazione e la ricerca. Quanto alla carenza di risorse finanziarie da mettere in campo si può rispondere che se l’obiettivo è ritenuto prioritario le risorse si trovano e comunque vanno cercate. E una volta trovate vanno utilizzate con rigore e con criteri selettivi in base ai principi della meritocrazia, della competitività e dell’utilità generale. E’ tuttavia fondamentale che tutti, dalle forze politiche alla società civile, siano convinti che senza formazione non c’è crescita e senza ricerca non c’è futuro.

Giovanni Longu
Berna, 19.09.2012

12 settembre 2012

Emigrazione sedotta e abbandonata


A chi osserva con una certa attenzione la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera salta facilmente all’occhio una costante: essa è sempre stata prima sedotta e poi abbandonata. L’emigrazione di massa non è mai stata, fino agli ultimi decenni, frutto di una libera scelta individuale, ma il risultato di una sorta di attrazione fatale del facile guadagno e persino della benevola accoglienza di datori di lavoro generosi. Solo successivamente la maggior parte degli emigrati si rendeva conto dell’inganno, delle difficoltà, della durezza e pericolosità del lavoro da svolgere, della sua precarietà, delle discriminazioni, dello sradicamento.

Pur essendo stata costituzionalmente «libera», l’emigrazione italiana è sempre stata, soprattutto nell’Ottocento, attratta da datori di lavoro generosi di promesse vane e manipolata da intermediari senza scrupoli. I vari governi succedutisi fino agli anni Settanta del secolo scorso sapevano della drammaticità dell’emigrazione e del danno provocato a intere regioni (soprattutto nel Mezzogiorno), ma non fecero (quasi) nulla per eliminarne le cause alla radice. Preferivano accusare chi sull’emigrazione intendeva a loro avviso lucrare, come gli «ingaggiatori», agenti d’emigrazione che reclutavano operai e contadini per conto di imprese e compagnie di navigazione e vendevano i biglietti di viaggio. Raramente osavano protestare con i governi dei Paesi d’immigrazione, Svizzera compresa, per paura di conseguenze negative sui flussi migratori.
Molti governi italiani, sia in epoca monarchica che in epoca repubblicana, si dichiaravano spesso contrari all’emigrazione, e per questo magari introducevano misure amministrative come la tassa sul passaporto o, sotto il Fascismo, la sorveglianza dei prefetti «su tutti gli organismi esistenti nelle loro giurisdizioni, aventi attinenza con l'emigrazione». In realtà quasi tutti i governi l’hanno favorita sia per ragioni di ordine pubblico (paura che il disagio sociale degenerasse) e sia per precisi calcoli economico-finanziari (l’interesse dei bilanci dello Stato alle rimesse degli emigrati).

Emigrazione problema nazionale
Solo dopo gli anni Cinquanta l’Italia e le forze politiche cominciarono a rendersi conto dell’emigrazione quale problema nazionale. Sono illuminanti al riguardo i resoconti parlamentari di accesi dibattiti (provocati quasi sempre da esponenti della sinistra) negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Non seguirono però politiche adeguate, ma solo un diffuso assistenzialismo (individui, associazioni, scuole, giornali, ecc.). Dagli anni Ottanta, quando l’Italia finì per divenire da Paese d’emigrazione Paese d’immigrazione, l’impegno dello Stato verso i propri cittadini all’estero andò via via riducendosi. E sull’emigrazione cominciò a calare il silenzio e la perdita del ricordo.
Un giudizio sulla politica migratoria italiana a mio avviso non può che essere molto critico. Per quasi 150 anni dall’unità d’Italia, i vari governi di qualunque colore hanno mal gestito i flussi in uscita e si sono poi disinteressati, salvo in certi periodi, della vita e dei problemi reali degli emigrati. Le varie rappresentanze diplomatiche e consolari si sono per lo più limitate a curare i rapporti istituzionali con i Paesi d’immigrazione e a gestire gli aspetti più burocratici degli emigrati (passaporti, visti, obblighi di leva, atti notarili, ecc.). E’ sempre stata assente o molto carente una vera politica migratoria, che privilegiasse i settori chiave della tutela dei diritti, dell’integrazione, della cultura e della formazione (salvo pochi interventi mirati nel campo della formazione).

Carenze delle istituzioni e crisi d’identità
Nell’intento di sollecitare una maggiore attenzione dello Stato ai problemi concreti degli emigrati, dagli anni Settanta (approfittando del diffuso assistenzialismo) sono sorte innumerevoli forme associative e di rappresentanza fino all’elezione diretta di alcuni rappresentanti nel Parlamento italiano. E’ innegabile, tuttavia, che almeno stando alla cronologia, quanto più si moltiplicavano queste organizzazioni (alibi) tanto meno lo Stato si preoccupava dei problemi reali degli emigrati e dei loro figli e nipoti.
Oggi è legittimo chiedersi se almeno gli organismi di rappresentanza e i parlamentari eletti all’estero sono in grado di esibire un resoconto di quanti e quali problemi hanno risolto. Tanto varrebbe, forse, dire chiaramente che l’emigrazione è finita e con essa il tempo dell’assistenzialismo. Forse ne guadagnerebbe anche la collettività italiana in Svizzera, oggi più che mai alle prese con una crisi d’identità.

Giovanni Longu
Berna, 12.09.2012

Plurilinguismo da salvare. Ma come?



E’ difficile seguire i vari interventi mediatici sulla situazione linguistica (plurilinguismo) in Svizzera e dell’italiano in particolare. Il fatto che siano tanti, anche solo negli ultimi mesi, denota che l’interesse e vivo, almeno in Ticino. Non è detto, tuttavia, che il fatto che se ne scriva e se ne discuta (anche in quest’ultimo fine settimana a Lugano) sia un indice positivo dello stato di salute del plurilinguismo e della lingua italiana. Si direbbe anzi il contrario. Se ne parla tanto perché l’uno e l’altra sono in pericolo.

Del resto, per rendersene conto, basterebbe leggere sul Corriere del Ticino di quest’estate alcuni interventi di Moreno Bernasconi (Stavolta è minacciato il francese, Cosa direbbe il grande Burckhardt?) o di Mauro Guindani (Il lento ma sicuro declino del plurilinguismo elvetico) o l’intervista al dimissionario delegato federale al plurilinguismo Vasco Dumartheray. Per non parlare del settimanale Beobachter (Molto rumor um nichts), che ironizza sull’iniziativa del Consigliere di Stato Manuele Bertoli di creare in Ticino un Forum per la salvaguardia dell’italiano in Svizzera.
Di fronte alla situazione con tendenza peggiorativa dell’italiano che è facile riscontrare nella Svizzera tedesca e francese, non mi sembra affatto confortante l’affermazione del Consigliere federale Alain Berset, secondo cui oggi «la pluralità culturale è più protetta». Sono anche scettico sulle iniziative dell’Università della Svizzera Italiana (USI) per favorire i soggiorni linguistici in Ticino di studenti romandi e svizzero tedeschi o per avviare una discussione a livello nazionale sulla lingua italiana «per trovare soluzioni». Mi domando anche se la sede più adeguata per sensibilizzare l’opinione pubblica svizzera e le autorità competenti (soprattutto cantonali e federali) sia il Ticino piuttosto che Berna, Zurigo, Basilea, Ginevra o altre città direttamente coinvolte.

Coinvolgere maggiormente le istituzioni italiane
I grandi dibattiti, soprattutto quelli organizzati da istituzioni serie e prestigiose come le università, possono essere utili se provocano conseguenze pratiche, ma diventano sterili se si limitano alle analisi e al rimpallo delle responsabilità (spetta ai cittadini, spetta ai Comuni, spetta piuttosto ai Cantoni anzi alla Confederazione…!). Forse andrebbe anche interpellata la popolazione per conoscere se davvero ha così bisogno della lingua italiana e perché la studia sempre meno.
Un altro interrogativo che mi preoccupa è dove sta lo Stato italiano in questa discussione. E’ mai possibile che l’Ambasciata e i Consolati non abbiano nulla da dire, da offrire, da rivendicare? Come si fa a immaginare un futuro per la lingua italiana nella Svizzera tedesca e francese senza garantire in regime bipartisan l’avvenire dei corsi di lingua e cultura italiana fin dal livello elementare? Perché i Cantoni maggiormente interessati non prendono iniziative al riguardo, se è vero com’è vero che il plurilinguismo è un privilegio della Confederazione?
Proprio sul plurilinguismo nell’amministrazione federale si è focalizzata per qualche giorno l’attenzione dei media in seguito alle dimissioni del delegato federale al plurilinguismo perché si sentiva «con le mani legate».

Maggiori poteri al delegato al plurilinguismo
Conoscendo Vasco Demartheray, la notizia non mi ha sorpreso. Gli era stato affidato un compito importante senza mettergli a disposizione i mezzi e soprattutto le competenze. Mi aveva invece sorpreso due anni fa l’atteggiamento di grande soddisfazione della Deputazione ticinese alle Camere federali, dopo che il Consiglio degli Stati aveva accolto una mozione di Filippo Lombardi che chiedeva una specie di mediatore per promuovere l’italiano e il francese e vigilare sull’adeguata rappresentanza di queste componenti nell’amministrazione federale.
Avevo scritto (L’ECO 24.03.2010) al riguardo: «Prima di fare salti di gioia aspetterei i risultati. Non è infatti chiaro che «statuto» avrà questo «mediatore» e di quale autorità disporrà. Sembrerebbe anzi che sarà una persona «nominata» e non «eletta» (com’è invece il caso dei mediatori parlamentari). Soprattutto non si sa come potrebbe «promuovere» l’italiano e il francese senza mezzi finanziari a disposizione e se, oltre a «vigilare» sull’adeguata rappresentanza di italofoni e francofoni nell’amministrazione federale, potrà anche «intervenire» (con quali poteri?) in caso di inosservanza della legge e delle ordinanze sulle lingue».
La domanda che mi pongo ora è se il successore del delegato dimissionario avrà lo stesso «statuto» e se la Deputazione avrà la forza di rivendicare per lui maggiori competenze, nella consapevolezza che il pieno rispetto della legge e dell’ordinanza sulle lingue rappresenta nell’amministrazione federale il principale baluardo del plurilinguismo elvetico.

Giovanni Longu
Berna, 12.09.2012



05 settembre 2012

Le radici cristiane della Svizzera



La storia delle «croce svizzera» è molto interessante. Fino al 1848 la Svizzera non aveva una bandiera nazionale, anche se le truppe svizzere portavano una croce bianca cucita sulle loro divise fin dal XIV secolo. Sotto il dominio francese, durante la Repubblica Elvetica (1798-1803) «una e indivisibile» voluta da Napoleone, la croce svizzera fu ritenuta antiquata e sostituita col tricolore verde rosso e giallo. Nel 1803, quando la Repubblica fu sciolta, venne abolito il tricolore e le truppe riottennero la croce non più sulle loro divise ma sui vessilli dei Cantoni di appartenenza. Con il Patto federale del 1815 la croce svizzera fu decretata stemma ufficiale della Confederazione. E lo è tuttora.

«In nome di Dio Onnipotente»
Bisogna dire che al simbolo per eccellenza della cristianità gli svizzeri hanno sempre tenuto, rendendolo visibile ovunque, nelle città e nelle campagne. Non hanno mai dimenticato che il testo di riferimento più antico dei confederati, il «Patto federale» del 1291, comincia con questa invocazione: «Nel nome del Signore, così sia». E anche la Costituzione federale del 12 settembre 1848, il fondamento della Confederazione moderna, si apre con lo stesso richiamo: «In nome di Dio Onnipotente!».
 

Mosaico della cupola del Palazzo federale con al centro la croce svizzera e il motto
«UNUS PRO OMNIBUS /OMNES PRO UNO»  (uno per tutti, tutti per uno)
Nel suo monumento nazionale più significativo, il Palazzo federale, la croce sormonta la grande cupola che si eleva su un atrio grandioso la cui pianta riproduce una croce e all’interno della cupola di vetro è sospeso un grandioso mosaico con la croce svizzera bianca in campo rosso.
Il giorno dell’inaugurazione del Palazzo federale (1° aprile 1902), il Presidente della Confederazione Josef Zemp auspicava che potessero abitare questa casa «la giustizia, la saggezza, la fedeltà e l’amore per la nostra bella e libera patria. Tutto ciò sotto la protezione della potenza divina». A sua volta, il presidente del Consiglio nazionale Meister, dichiarava a nome dell’Assemblea federale di prendere possesso della nuova sede del Parlamento, pronunciando le parole del preambolo della Costituzione: «In nome di Dio Onnipotente…».
Come noto, anche il Preambolo della nuova Costituzione federale, revisionata totalmente nel 1999 ed entrata in vigore il 1° gennaio 2000, inizia con questa invocazione/affermazione: «In nome di Dio Onnipotente», quale richiamo perenne per i comportamenti dello Stato e dei cittadini.

Il salmo svizzero va modificato ?
Un altro simbolo, che ha accompagnato la storia più recente della Svizzera è il controverso Inno svizzero, noto anche come «Salmo svizzero», che inizia con questi celebri versi: «Quando bionda aurora il mattin c'indora / l'alma mia t'adora re del ciel!».
Composto in un clima «ecumenico» nella prima metà dell’Ottocento dal monaco cistercense Alberik Zwyssing (1808-1854), con testo originale tedesco del protestante Leonhard Widmer (1809-1867), il «salmo» fu accolto con grande entusiasmo nel 1858 alla prima festa di canto svizzera di Zurigo. Da allora venne eseguito spesso nelle manifestazioni pubbliche, tanto che nel 1981 venne dichiarato dal Consiglio federale l’inno ufficiale svizzero. A molti il testo non piace e per questo la Società svizzera di pubblica utilità SGG, quella che amministra il prato del Grütli, il 1° agosto di quest’anno ha deciso di indire un concorso pubblico per modificarlo, purché il nuovo testo rispecchi senso e contenuto del preambolo della Costituzione federale.
Non c’è, mi sembra, nulla di male a discutere sui simboli e a rinnovare testi fin troppo datati, ma occorre sempre stare attenti a non stravolgere i significati. Troppi attacchi al simbolo della croce e a riferimenti espliciti al Dio cristiano danno l’impressione che in realtà si vogliano colpire non i simboli ma i significati. E questo non è accettabile, soprattutto in un Paese come la Svizzera che ha fatto della croce il suo simbolo principale e ha posto da sempre lo sviluppo della sua popolazione sotto la protezione di Dio Onnipotente. E’ anche un principio di civiltà quello di rispettare le tradizioni, le credenze, le radici di un popolo. E non c’è dubbio che anche la Svizzera, come gran parte dell’Occidente, ha profonde radici cristiane che non si possono estirpare.

Giovanni Longu
Berna 5.9.2012





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Nuove iniziative antistranieri


La storia moderna della Svizzera è costellata di iniziative xenofobe, frutto più di paura che di razzismo. Restano ancora vive nella memoria di molti le iniziative antistranieri e anti-italiane degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, caratterizzate da populismo, pregiudizi sugli immigrati e dalla paura di perdere qualche privilegio. Furono tutte respinte in votazione perché la maggioranza del popolo svizzero intravedeva nel caso di un’eventuale accettazione più danni che vantaggi.

Chi ritenesse che l’epoca di James Schwarzenbach e Valentin Oehen sia definitivamente chiusa deve purtroppo ricredersi. Sono infatti pendenti due iniziative che, pur senza alcun legame apparente con le iniziative xenofobe degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ne conservano l’obiettivo e in parte le motivazioni.
Mi riferisco in particolare all’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) lanciata nell’estate 2011, volta a limitare l’immigrazione di massa, e all’iniziativa popolare «Stop alla sovrappopolazione» lanciata lo scorso anno dall’associazione «Ecologia e Popolazione» (Ecopop). Questa associazione, nata nel 1970 (!), è considerata l’erede della destra storica svizzera, che aveva dato origine nel 1961 al partito dei Democratici Svizzeri, denominato allora «Azione Nazionale contro l’inforestierimento del popolo e della patria» (AN). Allora questo movimento avversava principalmente gli immigrati italiani, contro i quali venne lanciata la famosa iniziativa del 1970 respinta in votazione popolare per una manciata di voti.

Crescente inforestierimento?
E’ bastato che l’Ufficio federale di statistica annunciasse che a fine 2011 la popolazione della Svizzera avrebbe sfiorato gli 8 milioni per far riesplodere il «problema» degli stranieri (immigrati e asilanti) e denunciare il «crescente inforestierimento». Non sono forse troppi gli stranieri in Svizzera? Nessuno lo afferma esplicitamente ma molti lo lasciano intendere, e non solo nei partiti di destra o tra i sostenitori delle nuove iniziative antistranieri.
Mentre l’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC), erede della tradizione risalente a Schwarzenbach, non sorprende più nessuno perché proveniente da un partito che ha fatto del tema immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia, ha sorpreso un po’ l’iniziativa di Ecopop, anche per il semplicismo con cui è stata giustificata. Stando ai promotori, la popolazione svizzera crescerebbe troppo e l'80% di questa crescita sarebbe dovuta all'immigrazione. Al ritmo di crescita attuale, essi sostengono, l’equilibrio ecologico della Svizzera è in pericolo. Se si vuole garantire uno standard di vita accettabile e di qualità, la popolazione in Svizzera dovrebbe crescere in media soltanto dello 0,2% in tre anni.
Come questa limitazione debba o possa avvenire non è dato sapere. Ciononostante, a dare man forte all’iniziativa è sceso in campo anche il famoso ecologista Franz Weber, sostenendo che lo spazio vivibile si sta riducendo sempre più e che occorre porre un freno alla sovrappopolazione.
L’iniziativa dell’UDC almeno sotto questo aspetto è più esplicita: occorre limitare l'afflusso di lavoratori dall'estero contrastando l'attuale libera circolazione delle persone e per raggiungere questo scopo la Svizzera dovrebbe rinegoziare gli accordi bilaterali con l’UE e reintrodurre i contingenti per gli immigrati stranieri.

La soluzione sta nell’integrazione
In entrambe le iniziative, come al solito, si perde di vista il contesto e s’immagina la Svizzera come un’isola tranquilla in un mare in tempesta. Si dimentica anche facilmente che l’immigrazione interviene quasi sempre non in sostituzione degli autoctoni ma per svolgere attività che questi evitano o sono insufficienti a garantire.
Per fortuna le lezioni delle iniziative degli anni Settanta e Ottanta sono servite. Molte autorità politiche, civili e religiose hanno capito che la vera soluzione del problema degli stranieri va trovata nella loro attiva integrazione. Quando questa soluzione sarà recepita anche dall’opinione pubblica su vasta scala, molti pregiudizi crolleranno da soli e la solidarietà, la partecipazione e la collaborazione garantiranno una convivenza umana e civile senza contrapposizioni estreme e primitive.

Giovanni Longu
Berna, 5.9.2012

22 agosto 2012

L’Adula e la «crociata» per l’italianità



Oggi è facile affermare che «senza il Ticino la Svizzera non sarebbe di certo quella che è, caratterizzata dalla sua pluralità linguistico-culturale, motivo di vanto e orgoglio per questo Paese» (Cons. fed. Alain Berset a Locarno il 1° agosto 2012). Non è sempre stato evidente.

Dato l’interesse attuale per la lingua e la cultura italiane in Svizzera, il tema sarà affrontato prossimamente in questa rubrica in una serie di articoli, in cui si cercherà di mettere in luce gli stretti rapporti tra il Ticino e l’Italia da una parte e l’apporto specifico del Ticino alla Confederazione dall’altra. Due aspetti della stessa realtà che vanno tenuti uniti, come lo erano cent’anni fa, quando l’intensità del dibatto sull’italianità del Ticino raggiunse un livello molto elevato e coinvolse le maggiori personalità ticinesi e persino intellettuali italiani.

Il dibattito sull’italianità cent’anni fa
La questione della specificità «italiana» del Ticino, rimasta latente per decenni, esplose dopo che il 1° ottobre 1908 tutti i quotidiani ticinesi pubblicarono un manifesto redatto da Francesco Chiesa per conto di un gruppo di intellettuali ticinesi, in cui si proponeva la costituzione di una sezione ticinese della Società Dante Alighieri. Fu la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Andando ben al di là dell’oggetto in questione si aprì un dibattito addirittura a livello nazionale sull’essenza stessa, linguistica, culturale e politica, del Ticino nel contesto della Confederazione. Mentre alcuni oppositori rifiutavano la proposta perché ritenevano la Dante Alighieri d’Italia un’espressione della massoneria, il quotidiano bernese Der Bund, considerato organo ufficioso del Consiglio federale, riteneva che la sezione ticinese della Dante sarebbe stata una sorta di cavallo di Troia dell’irredentismo italiano.
Viste le opposizioni (con motivazioni talvolta pretestuose), la proposta di una sezione ticinese della Dante Alighieri fu per il momento lasciata cadere, mentre il dibattito sull’italianità restò più aperto che mai. Dapprima si caratterizzò soprattutto come reazione all’«intedeschimento» del Ticino e difesa dell’italianità. Tornò persino alla ribalta un vecchio progetto di una Università Ticinese «non solo per salvaguardare i diritti della nostra cultura latina (...) ma anche per permetterci di fare comodamente i nostri studi nel Cantone, senza dover rivolgerci agli Atenei d'Italia o delle altre parti della Svizzera, ciò che crea spesso delle difficoltà non lievi».
Intanto la discussione si animava sempre più per l’accusa al Ticino d’irredentismo. A dar fuoco alle micce erano stati alcuni articoli pubblicati sul Giornale degli Italiani, un periodico sedicente «apolitico», organo della colonia italiana del Ticino, che credendo di dare man forte ai ticinesi in funzione antigermanica, di fatto contribuirono ad alimentare le diffidenze di numerosi confederati. Il Ticino prese subito le distanze dal Giornale degli Italiani, non accettando intromissioni straniere nelle questioni interne ticinesi, ma respinse ai vari mittenti anche le accuse d’irredentismo. Contemporaneamente molti ticinesi percepirono chiaramente che lo sviluppo dell’italianità nel Ticino e nei Grigioni doveva avvenire non solo nell’interesse della Svizzera italiana, ma anche degli svizzeri tedeschi e francesi, considerando sicuramente «un gran vantaggio poter studiare tre lingue e tre culture sul nostro territorio».

La «crociata» dell’Adula
Fu nel bel mezzo di questo dibattito che nel 1912 venne fondato da Rosetta Colombi e Teresa Bontempi l’Adula come «organo svizzero di coltura italiana». Il nome della testata non fu ovviamente casuale. L’Adula è infatti la vetta più alta del Ticino al confine con i Grigioni. Si voleva, tentando di coinvolgere i migliori elementi dell’italianità presenti in Svizzera, creare una specie di piattaforma su cui i vari temi di cultura italiana ed europea potessero essere discussi ad alto livello. Doveva anche rappresentare concretamente un efficace strumento di difesa dell’italianità del Ticino «dall’intedeschimento e dall’imbastardimento culturale».
L’Adula avviò ufficialmente la sua «crociata» in difesa dell’italianità il 4 luglio 1912 e per diversi anni operò efficacemente. Il livello degli articoli era generalmente alto perché vi scrivevano, oltre alle due fondatrici, firme illustri come Francesco Chiesa, lo storico Eligio Pometta, il glottologo Carlo Salvioni e lo stesso Giuseppe Prezzolini dall’Italia.

Giovanni Longu
Berna, 22.08.2012

Marcinelle e la memoria corta



Da alcuni anni, l’8 agosto si celebra la Giornata del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo. In realtà da celebrare non c’è nulla, da commemorare e ricordare molto, a cominciare dalla tragedia di Marcinelle (Belgio) dell’8 marzo 1956, che stroncò la vita a 262 lavoratori, fra cui 136 italiani. Questa Giornata fu istituita, tuttavia, per dare l’occasione, almeno una volta l’anno, di una riflessione individuale e collettiva sull’emigrazione più o meno forzata di milioni di italiani, molti dei quali morti sul lavoro in terra straniera.

Ricordare è importante per la memoria collettiva, fatta di dati e di emozioni tramandati e da tramandare. La tragedia di Marcinelle, nella miniera di carbone di Bois du Cazier, è un punto di riferimento insostituibile perché quella tragedia fu vissuta praticamente in diretta nel mondo intero grazie ai mezzi di comunicazione di massa già allora molto sviluppati. Per questo, a giusta ragione, quella miniera, conservata quasi allo stato in cui si trovava nel 1956, è dal 1° luglio di quest’anno patrimonio della umanità dell’Unesco. E’ sacrosanto, dunque che la Giornata del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo parta di lì.
Il contributo della stampa italiana anche quest’anno è stato notevole nel rievocare quella tragedia, assurta ormai a simbolo delle mille tragedie, fortunatamente meno gravi di quella di Marcinelle ma pur sempre drammatiche, occorse a migliaia di lavoratori italiani all’estero. Tra i vari discorsi e messaggi commemorativi spiccano anche quest’anno quelli istituzionali del Capo dello Stato e dei presidenti delle due Camere e quelli ormai consuetudinari di alcuni deputati eletti all’estero, per i quali guai non essere «presenti» in certe circostanze.

Sacrosanto ricordare… tutto!
Giusto e sacrosanto, ricordare le vittime e le disgrazie, ma il ricordo, per essere obiettivo e condiviso dovrebbe essere anche completo. Invece ciò che manca, sistematicamente, in queste commemorazioni, mi verrebbe da dire d’ufficio, è proprio la completezza. Non mi riferisco alla mancata menzione di altre gravi disgrazie, soprattutto a quelle capitate in Svizzera, da quella del Lötschberg o quella di Mattmark (il cui triste anniversario cade proprio alla fine di questo mese), perché l’elenco sarebbe ovviamente lunghissimo. Mi riferisco alla sistematica dimenticanza, non saprei dire se consapevole (e sarebbe gravissimo!) o inconsapevole delle responsabilità della politica, ossia della famosa «casta» a cui appartengono i vari mentori della tragedia di Marcinelle.
A prescindere da eventuali responsabilità personali, difficili da individuare e documentare, è innegabile che la politica italiana in generale è sempre stata carente e negligente nella gestione del fenomeno migratorio. Non c’è dubbio che soprattutto nei primi decenni del dopoguerra i vari governi della Repubblica, a cominciare da quello di De Gasperi, non hanno saputo contemperare le esigenze della nazione e il dovere di garantire i diritti fondamentali dei cittadini italiani emigrati.

La responsabilità della politica
In questa Giornata avrei voluto leggere qualche parola critica proprio nei confronti dell’accordo tra l’Italia e il Belgio del 23 giugno 1946, il famoso (o famigerato?) Protocollo di Roma, firmato da De Gasperi (col benestare di Togliatti e Nenni!) e il ministro belga Van Hacker. In esso si formalizzava lo scambio tra carbone e manodopera. L’Italia s’impegnava a favorire l’emigrazione nelle miniere del Belgio di circa 50.000 lavoratori, duemila ogni settimana, e il Belgio a vendere mensilmente all’Italia almeno 2500 tonnellate di carbone per ogni mille operai inviati.
Si gridò allora allo scandalo perché, si diceva, cittadini italiani erano «venduti per un sacco di carbone». Quel sentimento era ampiamente condiviso tra la popolazione, soprattutto dopo i racconti delle condizioni di lavoro, di alloggio e di vita dei primi minatori. Ufficialmente, invece, l’Italia stava combattendo la «guerra del carbone» necessario per la ripresa economica.
Si partiva, è vero, su base «volontaria» perché molti italiani, soprattutto disoccupati, si lasciarono sedurre da una propaganda ingannevole – il famoso «manifesto rosa» diffuso in tutta Italia dalla Federazione carbonifera belga di Bruxelles – che prometteva «condizioni particolarmente vantaggiose» a chi andava a svolgere «il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe». Nessuno, né del governo né dell’opposizione, diceva loro che le condizioni di sicurezza in quelle miniere erano scarse, che gli incidenti sul lavoro era molto frequenti e spesso mortali, che le condizioni di alloggio erano miserevoli, che spesso gli operai «erano trattati come bestie o poco più», che a causa del lavoro in miniera si moriva, spesso, anche dopo aver smesso di lavorare, per silicosi.

Questo e magari altro ancora non andrebbe cancellato dalla memoria collettiva quando si commemorano certe ricorrenze, riguardanti l’emigrazione italiana. Anche questo è storia.

Giovanni Longu
Berna 22.08.2012