Plurilinguismo: per la Deputazione il compito continua
Il 1° luglio è entrata in vigore la tanto attesa ordinanza sulle lingue. La prima a gioirne sembra essere la Deputazione ticinese alle Camere federali, a cui va dato atto di essersi adoperata molto per ottenere dapprima la legge e ora l’ordinanza. Sarebbe tuttavia un errore pensare che il suo compito sia finito con l’approvazione della legge e la consegna alla Cancelliera della Confederazione, il 1° giugno, di un «Manifesto per il plurilinguismo nell’Amministrazione federale». Al contrario, il lavoro serio e costante comincia solo ora. Sta infatti soprattutto alla Deputazione vigilare e controllare che la legge e l’ordinanza vengano applicate correttamente, almeno per quel che riguarda l’italiano.
E’ vero che l’ordinanza prevede, ad esempio, che gli italofoni nell’Amministrazione federale siano almeno il 7 per cento e che spetta al delegato al plurilinguismo «raccogliere informazioni e riferire sulla rappresentanza delle comunità linguistiche e sullo sviluppo del plurilinguismo nell’Amministrazione federale», ma sta alla Deputazione vigilare e, se il caso, intervenire con gli strumenti parlamentari adeguati. L’ombudsman richiesto dalla Deputazione non è stato infatti concesso, se non con competenze limitate, in quanto il delegato non ha alcun potere vero di mediazione, d’investigazione e d’intervento.
In Svizzera, al di fuori del Ticino, l’italiano è in forte crisi, come ampiamente dimostrato dalle statistiche, dal progetto di ricerca sul plurilinguismo del Fondo nazionale PNR 56, e dalla stessa scarsa rappresentanza italofona nell’Amministrazione federale. Alcuni anni fa, la Consigliera federale Ruth Dreifuss da me interpellata in merito alle competenze del Cantone Ticino circa la promozione dell’italiano fuori del proprio territorio, mi assicurò che il Ticino riceveva contributi finanziari per la difesa dell’italiano anche fuori del Cantone. Da parte cantonale, tuttavia, veniva dichiarata la propria incompetenza ad agire oltre i propri confini.
Oggi, questo ostacolo è dichiarato ufficialmente inconsistente perché l’ordinanza sulle lingue prevede espressamente all’art. 23 che la Confederazione concede «aiuti finanziari al Cantone Ticino per sostenere attività sovraregionali di organizzazioni e istituzioni, segnatamente per: a) progetti di salvaguardia e promozione del patrimonio culturale; b) misure di promozione della creazione letteraria; c) l’organizzazione e lo svolgimento di manifestazioni linguistiche e culturali».
Si spera quindi che il Ticino si avvalga di questi aiuti finanziari per promuovere e sostenere attività promozionali e di salvaguardia anche fuori dei confini cantonali. E’ tuttavia necessario che le autorità ticinesi possano contare al di fuori del Cantone su enti, organizzazioni e persone italofone, svizzere e straniere, motivate a promuovere e valorizzare il ricco patrimonio linguistico e culturale italiano. L’italiano potrà essere salvato solo attraverso un sistema di sinergie.
Bastano questi esempi per sottolineare che il compito del Cantone Ticino e in particolare della Deputazione ticinese alle Camere federali è tutt’altro che esaurito con l’entrata in vigore della legge e dell’ordinanza sulle lingue. Un primo bilancio si potrà già tirare fra un anno, quando verranno presentate le nuove statistiche sulla ripartizione del personale federale, o anche prima se nel frattempo ci saranno sostituzioni importanti in seno agli Uffici federali e magari nello stesso Consiglio federale.
Giovanni Longu
Berna, 1° luglio 2010
[Pubblicato in: Giornale del Popolo del 5.7.2010, Corriere del Ticino dell'8.7.2010, La RegioneTicino dell'8.7.2010]
01 luglio 2010
30 giugno 2010
Tre baluardi a difesa dell’italianità in Svizzera
Col rientro in patria di molti italiani della prima generazione e la crescita esponenziale delle seconde e terze generazioni, spesso nemmeno più italofone, da alcuni decenni l’italiano parlato e studiato in Svizzera perde costantemente utilizzatori e conoscitori. E’ come un malato (grave) che s’indebolisce sempre di più e rischia purtroppo di esaurirsi come una pianta a cui non giunge più linfa vitale. E siccome il fenomeno è interessante sotto il profilo scientifico, sono in molti ormai che lo osservano, lo studiano, lo analizzano, organizzano convegni e tavole rotonde. Linguisti, sociologi, psicologi, discutono, scrivono e concludono inevitabilmente che la situazione è grave, forse irrimediabile. Trattandosi di «esperti», le loro conclusioni non vanno minimizzate, ma forse nemmeno drammatizzate.
Intanto va detto che l’italiano in Svizzera è sì in crisi, ma non dappertutto. Lo è sicuramente nella Svizzera tedesca e francese, ma non nel Ticino e in una parte dei Grigioni, dove l’italiano gode ottima salute e non desta timori circa la sua vitalità. Il Ticino, grazie alla sua solidità, rappresenta un baluardo sicuro per la lingua di Dante e per l’italianità in generale anche fuori del Cantone, dove è particolarmente minacciato. Ma non è l’unico. Anche la Confederazione è schierata in difesa del plurilinguismo e quindi anche dell’italiano come lingua nazionale e lingua ufficiale. Infine, ma non ultimo, anche lo Stato italiano rappresenta un fondamentale riferimento istituzionale per la promozione e la salvaguardia della lingua e della cultura italiane in Svizzera.
Quando si affronta la tematica della crisi dell’italiano in Svizzera non si dovrebbe mai dimenticare l’esistenza di questi tre baluardi. Presi individualmente, tuttavia, essi sono deboli. Per essere efficaci dovrebbero interagire.
Il Ticino
Il Ticino ha sempre avuto, storicamente e istituzionalmente, il compito di garantire nella Confederazione la componente italiana. Sentendosi a sua volta minacciato, questo Cantone ha provveduto soprattutto a garantire la propria identità linguistica e culturale, dimenticandosi molto spesso che la lingua e la cultura italiane andavano salvaguardate anche nel resto della Svizzera. Alcuni anni fa, interpellai al riguardo la Consigliera federale Ruth Dreifuss, che mi assicurò che il Ticino riceveva contributi finanziari per la difesa dell’italiano anche fuori del proprio territorio. Da parte cantonale, tuttavia, veniva dichiarata la propria incompetenza ad agire oltre i propri confini. Oggi, grazie alla legge sulle lingue e alla relativa ordinanza d’applicazione, in vigore dal 1° luglio, questo ostacolo sembra superato.
L’ordinanza sulle lingue prevede espressamente all’art. 23 che la Confederazione concede «aiuti finanziari al Cantone Ticino per sostenere attività sovraregionali di organizzazioni e istituzioni, segnatamente per: a) progetti di salvaguardia e promozione del patrimonio culturale; b) misure di promozione della creazione letteraria; c) l’organizzazione e lo svolgimento di manifestazioni linguistiche e culturali». Si spera quindi che il Ticino si avvalga di questi aiuti finanziari per promuovere e sostenere attività promozionali e di salvaguardia anche fuori dei confini cantonali. E’ altresì auspicabile che sorgano soprattutto nei principali centri urbani della Svizzera tedesca e francese iniziative e progetti atti a mettere in luce il ricco patrimonio linguistico e culturale italiano. Spetterà poi al Cantone la responsabilità di onorare gli impegni che attraverso la legge e l’ordinanza sulle lingue si è assunto.
La Confederazione
La Confederazione è il garante istituzionale del plurilinguismo elvetico, conformemente al dettato costituzionale e ora anche alla nuova legge sulle lingue nazionali e la comprensionetra le comunità linguistiche. In questo quadro, essa garantisce ogni anno migliaia di traduzioni soprattutto in francese e italiano che consentono la stessa informazione all’insieme della popolazione. Si tratta non solo di pubblicazioni ufficiali (come leggi e ordinanze) ma anche di rapporti, opuscoli informativi, analisi, raccomandazioni, ecc.
La Confederazione è anche un importante datore di lavoro che occupa non solo svizzero-tedeschi, ma anche francofoni e italofoni. Con la recente ordinanza sulle lingue s’impegna anche a raggiungere nell’Amministrazione federale determinate quote in rappresentanza delle quattro comunità linguistiche nazionali.
E’ interessante osservare che la quota fissata per gli italofoni è ora del 7%, dopo che per quasi un decennio era rimasta bloccata al 4,3%. E’ stato un errore gravissimo, perché ha consentito l’abbassamento generale e forse irrimediabile della rappresentanza italofona, soprattutto in alcuni Dipartimenti. Per il raggiungimento del nuovo obiettivo occorrerebbe una volontà di ferro dell’intero Consiglio federale, che dovrebbe esigerlo anche in quei Dipartimenti dove lo squilibrio delle lingue è maggiore, ed esigerlo a tutti i livelli gerarchici. Ma ce l’ha il governo una simile determinazione? Il dubbio è legittimo.
Sarà difficile che il nuovo obiettivo possa essere raggiunto anche perché il sistema di controllo previsto dall’ordinanza è obiettivamente fragile. Esso è affidato essenzialmente alla figura del delegato al plurilinguismo, che non ha le competenze che avrebbe potuto avere un ombudsman parlamentare (cioè eletto e non un dipendente di un ufficio federale). L’ordinanza gli assegna in particolare i compiti di «a) trattare le questioni in materia di plurilinguismo sollevate in seno al Parlamento e all’Amministrazione; b) sensibilizzare, consigliare e sostenere le persone e le unità amministrative di cui al capoverso 1 in merito al plurilinguismo nell’ambito del reclutamento e dello sviluppo del personale; c) raccogliere informazioni e riferire sulla rappresentanza delle comunità linguistiche e sullo sviluppo del plurilinguismo nell’Amministrazione federale» e di esprimere pareri e formulare raccomandazioni. Si tratta, come si vede, di compiti importanti, ma non tali da consentire al delegato al plurilinguismo di intervenire in piena autonomia e con autorevolezza nelle situazioni più critiche con reali poteri di mediazione, d’investigazione e di raccomandazione.
La Confederazione resta indubbiamente il garante principale del plurilinguismo in Svizzera, ma il suo ruolo non va sopravvalutato. Tanto la legge che l’ordinanza sulle lingue si basano infatti su un fragile equilibrio tra Confederazione e Cantoni, per cui la prima non può nulla imporre ai secondi in materia linguistica, ma può solo concedere aiuti finanziari (obiettivamente molto modesti) per sostenere determinate iniziative. E se queste iniziative mancano? La Confederazione non può sostituirsi ai Cantoni. La responsabilità principale del plurilinguismo incombe dunque sui Cantoni ed è ancora tutto da dimostrare che abbiano interesse a salvare per esempio l’italiano. Di fatto, in quasi tutti i Cantoni l’offerta di corsi d’italiano nella scuola pubblica e nell’università è in forte calo e non ci sono segni di inversione di tendenza.
Lo Stato italiano
In un’analisi seria del plurilinguismo elvetico, almeno per quel che riguarda la presenza e lo sviluppo dell’italiano e dell’italianità in Svizzera, non c’è dubbio che lo Stato italiano svolga un ruolo di primo piano. Basti pensare alla continua assistenza prestata in tutti i campi ormai da quasi 150 anni a centinaia di migliaia di cittadini italiani qui immigrati. Basti ricordare l’organizzazione e il finanziamento di innumerevoli scuole italiane e migliaia di corsi di lingua e cultura italiane. Senza dimenticare il sostegno a una miriade di associazioni e istituzioni pubbliche e private di italiani, che hanno determinato un’ampia diffusione della lingua e della cultura italiane in tutti gli angoli della Svizzera. Se ancora oggi l’italiano è così diffuso (si pensi che nel 2000 lo parlava almeno saltuariamente circa un milione di persone!) molto si deve all’intervento diretto o indiretto dello Stato italiano.
Purtroppo però da alcuni anni il sostegno pubblico italiano tende a ridursi. In molti gridano allo scandalo. Altri cominciano a rendersi conto che i corsi di lingua e cultura stanno rapidamente esaurendo lo scopo per cui furono istituiti e sviluppati negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Occorre anche dire che i processi d’integrazione, dapprima lenti e poi sempre più rapidi, rendono meno necessari certi interventi statali di tipo assistenziale.
Il ruolo dello Stato italiano diviene dunque secondario nella salvaguardia dell’italiano e dell’italianità in Svizzera? Niente affatto, anche perché la valorizzazione del patrimonio culturale italiano resta anche compito dell’Italia. Le forme degli interventi, tuttavia, è giusto che cambino, devono cambiare.
Collaborazione indispensabile
A Zurigo, dove c’è la più forte concentrazione d’italofoni fuori del Ticino, si stanno sperimentando nuove forme che meritano grande attenzione. Si è riusciti a costituire un «polo scolastico» riconosciuto l’anno scorso dal Cantone quale «scuola bilingue/biculturale italiano-tedesco». Le autorità consolari stanno inoltre cercando, finora con successo, di rilanciare la Casa d’Italia di Zurigo «come luogo di incontro per la collettività italiana, attraverso l’organizzazione di eventi culturali ed altre manifestazioni a favore dei connazionali e delle loro associazioni, unitamente agli amici svizzeri ed italofoni». Si notano molti segni di apertura e sostegno culturale da parte del locale Centro Studi Italiani. Sul modello, ancora incompiuto ma già ben delineato di Zurigo, si stanno muovendo anche altre realtà a forte presenza italiana, a Basilea, a Ginevra, a Berna.
Ovunque ci si rende conto che la salvaguardia dell’italianità passa ormai per altre forme rispetto al passato. Ma in tutto questo movimento c’è una novità: oggi l’italianità può essere difesa solo stando INSIEME. E’ divenuto un compito che spetta congiuntamente al Ticino (ticinesi), alla Confederazione (italofoni), ai Cantoni e allo Stato italiano (italiani). Solo insieme sarà possibile valorizzare e persino sviluppare la lingua e la cultura italiana nelle sue molteplici espressioni. Solo coinvolgendo direttamente i Cantoni e le grandi Città sarà possibile d’ora in poi sviluppare i corsi d’italiano nell’ambito della scuola locale (oggi è possibile grazie alla legge federale sulle lingue). Solo valorizzando insieme il potenziale dell’italofonia sarà possibile garantire nell’Amministrazione federale una presenza efficace e non solo simbolica della lingua e della cultura italiana. Solo con una stretta, leale e costante collaborazione tra italiani, ticinesi e altri italofoni sarà possibile rivitalizzare le associazioni più innovative, realizzare iniziative e progetti culturali nell’ambito dell’italofonia e della cultura italiana, mantenere viva anche nella Svizzera tedesca e francese una tradizione d’italianità che ben s’inserisce nel ricco panorama culturale svizzero.
Giovanni Longu
Berna 30.06.2010
Intanto va detto che l’italiano in Svizzera è sì in crisi, ma non dappertutto. Lo è sicuramente nella Svizzera tedesca e francese, ma non nel Ticino e in una parte dei Grigioni, dove l’italiano gode ottima salute e non desta timori circa la sua vitalità. Il Ticino, grazie alla sua solidità, rappresenta un baluardo sicuro per la lingua di Dante e per l’italianità in generale anche fuori del Cantone, dove è particolarmente minacciato. Ma non è l’unico. Anche la Confederazione è schierata in difesa del plurilinguismo e quindi anche dell’italiano come lingua nazionale e lingua ufficiale. Infine, ma non ultimo, anche lo Stato italiano rappresenta un fondamentale riferimento istituzionale per la promozione e la salvaguardia della lingua e della cultura italiane in Svizzera.
Quando si affronta la tematica della crisi dell’italiano in Svizzera non si dovrebbe mai dimenticare l’esistenza di questi tre baluardi. Presi individualmente, tuttavia, essi sono deboli. Per essere efficaci dovrebbero interagire.
Il Ticino
Il Ticino ha sempre avuto, storicamente e istituzionalmente, il compito di garantire nella Confederazione la componente italiana. Sentendosi a sua volta minacciato, questo Cantone ha provveduto soprattutto a garantire la propria identità linguistica e culturale, dimenticandosi molto spesso che la lingua e la cultura italiane andavano salvaguardate anche nel resto della Svizzera. Alcuni anni fa, interpellai al riguardo la Consigliera federale Ruth Dreifuss, che mi assicurò che il Ticino riceveva contributi finanziari per la difesa dell’italiano anche fuori del proprio territorio. Da parte cantonale, tuttavia, veniva dichiarata la propria incompetenza ad agire oltre i propri confini. Oggi, grazie alla legge sulle lingue e alla relativa ordinanza d’applicazione, in vigore dal 1° luglio, questo ostacolo sembra superato.
L’ordinanza sulle lingue prevede espressamente all’art. 23 che la Confederazione concede «aiuti finanziari al Cantone Ticino per sostenere attività sovraregionali di organizzazioni e istituzioni, segnatamente per: a) progetti di salvaguardia e promozione del patrimonio culturale; b) misure di promozione della creazione letteraria; c) l’organizzazione e lo svolgimento di manifestazioni linguistiche e culturali». Si spera quindi che il Ticino si avvalga di questi aiuti finanziari per promuovere e sostenere attività promozionali e di salvaguardia anche fuori dei confini cantonali. E’ altresì auspicabile che sorgano soprattutto nei principali centri urbani della Svizzera tedesca e francese iniziative e progetti atti a mettere in luce il ricco patrimonio linguistico e culturale italiano. Spetterà poi al Cantone la responsabilità di onorare gli impegni che attraverso la legge e l’ordinanza sulle lingue si è assunto.
La Confederazione
La Confederazione è il garante istituzionale del plurilinguismo elvetico, conformemente al dettato costituzionale e ora anche alla nuova legge sulle lingue nazionali e la comprensionetra le comunità linguistiche. In questo quadro, essa garantisce ogni anno migliaia di traduzioni soprattutto in francese e italiano che consentono la stessa informazione all’insieme della popolazione. Si tratta non solo di pubblicazioni ufficiali (come leggi e ordinanze) ma anche di rapporti, opuscoli informativi, analisi, raccomandazioni, ecc.
La Confederazione è anche un importante datore di lavoro che occupa non solo svizzero-tedeschi, ma anche francofoni e italofoni. Con la recente ordinanza sulle lingue s’impegna anche a raggiungere nell’Amministrazione federale determinate quote in rappresentanza delle quattro comunità linguistiche nazionali.
E’ interessante osservare che la quota fissata per gli italofoni è ora del 7%, dopo che per quasi un decennio era rimasta bloccata al 4,3%. E’ stato un errore gravissimo, perché ha consentito l’abbassamento generale e forse irrimediabile della rappresentanza italofona, soprattutto in alcuni Dipartimenti. Per il raggiungimento del nuovo obiettivo occorrerebbe una volontà di ferro dell’intero Consiglio federale, che dovrebbe esigerlo anche in quei Dipartimenti dove lo squilibrio delle lingue è maggiore, ed esigerlo a tutti i livelli gerarchici. Ma ce l’ha il governo una simile determinazione? Il dubbio è legittimo.
Sarà difficile che il nuovo obiettivo possa essere raggiunto anche perché il sistema di controllo previsto dall’ordinanza è obiettivamente fragile. Esso è affidato essenzialmente alla figura del delegato al plurilinguismo, che non ha le competenze che avrebbe potuto avere un ombudsman parlamentare (cioè eletto e non un dipendente di un ufficio federale). L’ordinanza gli assegna in particolare i compiti di «a) trattare le questioni in materia di plurilinguismo sollevate in seno al Parlamento e all’Amministrazione; b) sensibilizzare, consigliare e sostenere le persone e le unità amministrative di cui al capoverso 1 in merito al plurilinguismo nell’ambito del reclutamento e dello sviluppo del personale; c) raccogliere informazioni e riferire sulla rappresentanza delle comunità linguistiche e sullo sviluppo del plurilinguismo nell’Amministrazione federale» e di esprimere pareri e formulare raccomandazioni. Si tratta, come si vede, di compiti importanti, ma non tali da consentire al delegato al plurilinguismo di intervenire in piena autonomia e con autorevolezza nelle situazioni più critiche con reali poteri di mediazione, d’investigazione e di raccomandazione.
La Confederazione resta indubbiamente il garante principale del plurilinguismo in Svizzera, ma il suo ruolo non va sopravvalutato. Tanto la legge che l’ordinanza sulle lingue si basano infatti su un fragile equilibrio tra Confederazione e Cantoni, per cui la prima non può nulla imporre ai secondi in materia linguistica, ma può solo concedere aiuti finanziari (obiettivamente molto modesti) per sostenere determinate iniziative. E se queste iniziative mancano? La Confederazione non può sostituirsi ai Cantoni. La responsabilità principale del plurilinguismo incombe dunque sui Cantoni ed è ancora tutto da dimostrare che abbiano interesse a salvare per esempio l’italiano. Di fatto, in quasi tutti i Cantoni l’offerta di corsi d’italiano nella scuola pubblica e nell’università è in forte calo e non ci sono segni di inversione di tendenza.
Lo Stato italiano
In un’analisi seria del plurilinguismo elvetico, almeno per quel che riguarda la presenza e lo sviluppo dell’italiano e dell’italianità in Svizzera, non c’è dubbio che lo Stato italiano svolga un ruolo di primo piano. Basti pensare alla continua assistenza prestata in tutti i campi ormai da quasi 150 anni a centinaia di migliaia di cittadini italiani qui immigrati. Basti ricordare l’organizzazione e il finanziamento di innumerevoli scuole italiane e migliaia di corsi di lingua e cultura italiane. Senza dimenticare il sostegno a una miriade di associazioni e istituzioni pubbliche e private di italiani, che hanno determinato un’ampia diffusione della lingua e della cultura italiane in tutti gli angoli della Svizzera. Se ancora oggi l’italiano è così diffuso (si pensi che nel 2000 lo parlava almeno saltuariamente circa un milione di persone!) molto si deve all’intervento diretto o indiretto dello Stato italiano.
Purtroppo però da alcuni anni il sostegno pubblico italiano tende a ridursi. In molti gridano allo scandalo. Altri cominciano a rendersi conto che i corsi di lingua e cultura stanno rapidamente esaurendo lo scopo per cui furono istituiti e sviluppati negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Occorre anche dire che i processi d’integrazione, dapprima lenti e poi sempre più rapidi, rendono meno necessari certi interventi statali di tipo assistenziale.
Il ruolo dello Stato italiano diviene dunque secondario nella salvaguardia dell’italiano e dell’italianità in Svizzera? Niente affatto, anche perché la valorizzazione del patrimonio culturale italiano resta anche compito dell’Italia. Le forme degli interventi, tuttavia, è giusto che cambino, devono cambiare.
Collaborazione indispensabile
A Zurigo, dove c’è la più forte concentrazione d’italofoni fuori del Ticino, si stanno sperimentando nuove forme che meritano grande attenzione. Si è riusciti a costituire un «polo scolastico» riconosciuto l’anno scorso dal Cantone quale «scuola bilingue/biculturale italiano-tedesco». Le autorità consolari stanno inoltre cercando, finora con successo, di rilanciare la Casa d’Italia di Zurigo «come luogo di incontro per la collettività italiana, attraverso l’organizzazione di eventi culturali ed altre manifestazioni a favore dei connazionali e delle loro associazioni, unitamente agli amici svizzeri ed italofoni». Si notano molti segni di apertura e sostegno culturale da parte del locale Centro Studi Italiani. Sul modello, ancora incompiuto ma già ben delineato di Zurigo, si stanno muovendo anche altre realtà a forte presenza italiana, a Basilea, a Ginevra, a Berna.
Ovunque ci si rende conto che la salvaguardia dell’italianità passa ormai per altre forme rispetto al passato. Ma in tutto questo movimento c’è una novità: oggi l’italianità può essere difesa solo stando INSIEME. E’ divenuto un compito che spetta congiuntamente al Ticino (ticinesi), alla Confederazione (italofoni), ai Cantoni e allo Stato italiano (italiani). Solo insieme sarà possibile valorizzare e persino sviluppare la lingua e la cultura italiana nelle sue molteplici espressioni. Solo coinvolgendo direttamente i Cantoni e le grandi Città sarà possibile d’ora in poi sviluppare i corsi d’italiano nell’ambito della scuola locale (oggi è possibile grazie alla legge federale sulle lingue). Solo valorizzando insieme il potenziale dell’italofonia sarà possibile garantire nell’Amministrazione federale una presenza efficace e non solo simbolica della lingua e della cultura italiana. Solo con una stretta, leale e costante collaborazione tra italiani, ticinesi e altri italofoni sarà possibile rivitalizzare le associazioni più innovative, realizzare iniziative e progetti culturali nell’ambito dell’italofonia e della cultura italiana, mantenere viva anche nella Svizzera tedesca e francese una tradizione d’italianità che ben s’inserisce nel ricco panorama culturale svizzero.
Giovanni Longu
Berna 30.06.2010
23 giugno 2010
Como, Varese e la Valle d’Aosta prossimi Cantoni svizzeri?
In diverse epoche, movimenti irredentisti italiani hanno rivendicato il Ticino fino al San Gottardo per il completamento del territorio nazionale. Nei 150 anni di storia delle relazioni italo-svizzere, non credo invece che si sia mai posta seriamente per la Svizzera la questione circa la possibilità d’integrare nel suo territorio regioni appartenenti al Regno d’Italia prima e alla Repubblica Italiana dopo, … fino a qualche mese fa. Sì, fino a qualche mese fa, quando una tale possibilità è stata invocata da alcuni parlamentari svizzeri. Con una mozione hanno infatti chiesto al Consiglio federale svizzero di proporre gli adeguamenti costituzionali e legislativi necessari in modo da poter integrare nel territorio nazionale, ovviamente a richiesta, alcune regioni di confine quali, ad esempio, le province di Como e di Varese, la Valle d’Aosta, Bolzano, l’Alsazia, il Voralberg, ecc.
Ipotesi balzana di qualche paranoico isolato, dirà forse qualcuno. E invece no, si tratta di una vera e propria mozione parlamentare che porta il nome di un deputato (Dominique Baettig) del partito di destra UDC (Unione democratica di centro), ma è stata sostenuta da ben 28 parlamentari.
Seguendo il filo della storia
Si può ricordare che la Svizzera, dopo il Congresso di Vienna del 1815, non è mai stata tentata seriamente d’integrare altri territori nei suoi confini. L’Italia invece, sia prima dell’Unità che dopo, è stata attraversata da movimenti irredentisti, che rivendicavano alcuni territori della Svizzera italiana.
I momenti più problematici si possono collocare all’indomani dell’Unità d’Italia, sull’onda del movimento risorgimentale, e dell’avvento del Fascismo. Ogni velleità irredentista venne tuttavia stroncata sul nascere dai governi dell’epoca, facendo prevalere il buon senso e il calcolo politico. Era nell’interesse delle due parti non solo garantire i rapporti di buon vicinato ma anche sviluppare rapporti di collaborazione.
All’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia fu lo stesso Primo ministro Camillo Benso di Cavour (piemontese di nascita ma di madre svizzera) a garantire al Paese confinante l’assoluto rispetto della propria sovranità nazionale, nella convinzione che fosse nell’interesse dell’Italia avere come confinante uno Stato neutrale. Aveva tacciato di «chimeriche» le voci che parlavano di una possibile annessione della Svizzera italiana e aveva dichiarato che l’Italia non avrebbe mai tentato nulla contro la Svizzera. Secondo lui, «la nuova era che viene ad aprirsi per l’Italia contribuirà a migliorare ancora le buone relazioni d’amicizia che esistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Svizzera. Il Governo del Re d’Italia farà, da parte sua, tutto ciò che è in suo potere per attendere a questo risultato».
Rassicurata da queste affermazioni, la Svizzera fu tra le prime nazioni a riconoscere il nuovo Regno d’Italia ad appena due settimane dalla proclamazione dell’Unità. La Confederazione aveva già stretto un accordo commerciale nel 1851 col Regno di Sardegna e da entrambe le parti si voleva che fosse mantenuto e rafforzato, anche in vista dei lavori per le grandi trasversali ferroviarie nord-sud di cui si cominciava a discutere.
La Svizzera, tuttavia, fiera della propria indipendenza, restava vigilante e non si accontentava delle assicurazioni formali. In ogni caso non avrebbe tollerato alcuna violazione dei suoi confini. In un celebre discorso di fine gennaio 1862, il generale Dufour, aveva rassicurato i politici e la popolazione perché «l’esercito è pronto!» (Die Armee ist da!) e poteva disporre di 100.000 uomini (compresi i riservisti) più 50.000 uomini della milizia territoriale. Tutti ben equipaggiati, istruiti e ben armati.
L’Italia pronta ad accogliere territori svizzeri
La Svizzera era vigilante ma tranquilla. Così accolse `nel 1862 con un certo imbarazzo, ma senza allarmismo, un intervento alla Camera del ministro degli esteri Giacomo Durando (1862) in risposta a voci irredentiste. Sarebbe stato un errore politico, aveva detto, creare difficoltà alle buone relazioni con la Confederazione. E anche nel caso che, spontaneamente, una parte del territorio nazionale svizzero avesse chiesto di ricongiungersi con l’Italia, egli avrebbe fatto di tutto per offrire alla Svizzera una compensazione territoriale. Aveva sottolineato che «l’Italia, Signori miei, farà di tutto per garantire l’indipendenza della Svizzera». In un successivo intervento aveva aggiunto che «se la Svizzera fosse minacciata, il dovere e l’interesse dell’Italia erano di aiutarla e difenderla».
Nell’informare Berna di quanto affermato dal ministro italiano, il rappresentante della Svizzera a Torino aveva sottolineato le «intenzioni amichevoli del ministro verso la Svizzera», anche quando ammetteva la «possibilità» di accogliere eventualmente territori confederati. A sua volta, il Consiglio federale, nel riferire questa comunicazione alle Camere, dichiarava di trovare le affermazioni del ministro generalmente favorevoli alla Confederazione, tranne quella riguardante la «possibilità» che una parte della Svizzera si riunisse volontariamente all’Italia pur garantendo delle compensazioni. Una tale «possibilità» minava, secondo il Consiglio federale, i principi stessi su cui si fonda la politica della Svizzera. Si convenne tuttavia di rinunciare a una protesta diplomatica preferendo mantenere e intensificare i buoni rapporti, soprattutto economici, tanto che nel 1864 la Svizzera decise di inviare quale suo ministro plenipotenziario a Torino un ex Consigliere federale, Giovan Battista Pioda, e non un semplice funzionario dell’amministrazione.
Il Vorarlberg in cambio del Ticino?
La «possibilità» di un’annessione pacifica della Svizzera italiana, restava tuttavia aperta e questo gli svizzeri lo sapevano. Ad una completa unificazione del territorio nazionale, secondo i Savoia, mancavano ancora il Veneto (sotto la dominazione austriaca) e Roma (capitale dello Stato pontificio). Tra gli scenari possibili in caso di vittoria italiana, nell’eventualità di un conflitto contro l’Austria per il controllo del Veneto, c’era anche la possibilità che il Vorarlberg austriaco passasse alla Svizzera in cambio del Ticino da assegnare all’Italia. Per impedire un tale scambio, il Legato svizzero a Torino aveva chiesto rassicurazioni allo stesso primo ministro Cavour che rispose: «Se la carta dell’Europa fosse rimaneggiata, se si donasse alla Svizzera il Vorarlberg e il Tirolo, ciò che io spero per il bene dell’Italia, se allora i Ticinesi desiderassero unirsi a noi, e se la Svizzera lo acconsentisse, certo noi non diremmo di no. Ma, pertanto, non siamo ancora a questo punto».
La questione del Vorarlberg resterà aperta fin dopo la fine della prima guerra mondiale e costituì un problema di politica estera assai delicato non solo per la Svizzera ma anche per l’Italia e le altre potenze europee. Se infatti il Vorarlberg e possibilmente anche il Tirolo fossero divenuti svizzeri, la Svizzera sarebbe diventata una specie di guardiana dell’intero arco alpino, benvista in questa funzione da alcune potenze. L’Italia non si sarebbe opposta, ma solo in cambio di avere il Ticino. E’ bene tuttavia ricordare che nel 1919, quando gli abitanti del Vorarlberg chiesero a grande maggioranza (85%), attraverso un referendum, il distacco dall’Austria e l’unione alla Svizzera, la Confederazione respinse l’offerta. Le buone relazioni con tutti i Paesi vicini erano più importanti.
La «ragliata» di Mussolini…
Durante il Fascismo riemersero alcune rivendicazioni irredentiste sul Ticino, ma anche stavolta il buon senso e gli interessi comuni prevalsero. A stimolare le pretese italiane era stato Mussolini prima che prendesse il potere, con alcuni articoli sul «Popolo d’Italia» (di cui era direttore), ritenuti dal rappresentante della Confederazione a Roma «ingiuriosi nei confronti della Svizzera». Ma fu soprattutto il suo primo discorso da deputato (21 giugno 1921) che sembrava non lasciare dubbi: considerava infatti il San Gottardo il naturale confine settentrionale dell’Italia.
Mentre la stampa italiana non dava alcun rilievo alle affermazioni di Mussolini sul Ticino, la stampa svizzera e soprattutto quella ticinese le condannò energicamente. Solo il quotidiano socialista «Libera Stampa» tentò di sdrammatizzare considerando le affermazioni di Mussolini «una ragliata sonora». Questa volta tuttavia, dietro insistenza dei deputati ticinesi, il Governo federale protestò energicamente e chiese una smentita al Presidente del Consiglio Giolitti, che infatti rispose garantendo alla Svizzera il pieno rispetto della sua sovranità.
Dopo la presa del potere, anche Mussolini, ritenne più opportuno se non cambiare opinione almeno non parlarne più e già nel novembre del 1922 confermava al rappresentante svizzero in Italia la sua «ferma intenzione di mantenere fra i nostri due paesi una perfetta amicizia e una completa fiducia», aggiungendo che «non ci devono essere questioni territoriali tra l'Italia e la Svizzera».
… e quella dell’UDC
La storia fino ad oggi ha confermato le buone intenzioni di entrambe le parti. Suona dunque come un’altra «sonora ragliata», per riesumare l’espressione sopraccitata, la richiesta dei 28 fantasiosi deputati dell’UDC, depositata il 18 marzo 2010, secondo cui «il Consiglio federale è incaricato di proporre un quadro costituzionale e legale che permetta di integrare, quale nuovo Cantone svizzero, le regioni limitrofe, se auspicato dalla maggioranza della popolazione interessata».
Nel proporre alle Camere di respingere la mozione, il 19 maggio 2010 il Consiglio federale motivò il suo parere in questi termini: «Una revisione della Costituzione federale che permetta alle regioni limitrofe al nostro Paese di unirsi alla Confederazione svizzera costituirebbe un atto politico ostile, che gli Stati vicini potrebbero considerare, a giusto titolo, provocatorio e nuocerebbe gravemente alle relazioni con i Paesi in questione. Una tale revisione non sarebbe soltanto politicamente inopportuna, bensì anche problematica sul piano del diritto internazionale. Violerebbe infatti le regole fondamentali del diritto internazionale, che non riconosce un diritto generale alla secessione. Il diritto di secessione costituisce soltanto l'ultima ratio in circostanze eccezionali, che evidentemente non sono date nella fattispecie».
La questione è dunque chiusa? Si direbbe di sì, visto che è impensabile che le Camere possano accogliere la mozione nei termini proposti. Del resto, la stampa non ha dedicato alla notizia molta attenzione. Ma non si può escludere che dal cilindro di qualche testa calda (e ve ne sono diverse anche nel Parlamento elvetico) salti fuori qualche altra amenità, utile solo a far sorridere e ricordare che la storia, nonostante i corsi e ricorsi storici teorizzati dal filosofo napoletano Giambattista Vico (vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento), raramente si ripete.
Giovanni Longu
Berna 23.6.2010
Ipotesi balzana di qualche paranoico isolato, dirà forse qualcuno. E invece no, si tratta di una vera e propria mozione parlamentare che porta il nome di un deputato (Dominique Baettig) del partito di destra UDC (Unione democratica di centro), ma è stata sostenuta da ben 28 parlamentari.
Seguendo il filo della storia
Si può ricordare che la Svizzera, dopo il Congresso di Vienna del 1815, non è mai stata tentata seriamente d’integrare altri territori nei suoi confini. L’Italia invece, sia prima dell’Unità che dopo, è stata attraversata da movimenti irredentisti, che rivendicavano alcuni territori della Svizzera italiana.
I momenti più problematici si possono collocare all’indomani dell’Unità d’Italia, sull’onda del movimento risorgimentale, e dell’avvento del Fascismo. Ogni velleità irredentista venne tuttavia stroncata sul nascere dai governi dell’epoca, facendo prevalere il buon senso e il calcolo politico. Era nell’interesse delle due parti non solo garantire i rapporti di buon vicinato ma anche sviluppare rapporti di collaborazione.
All’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia fu lo stesso Primo ministro Camillo Benso di Cavour (piemontese di nascita ma di madre svizzera) a garantire al Paese confinante l’assoluto rispetto della propria sovranità nazionale, nella convinzione che fosse nell’interesse dell’Italia avere come confinante uno Stato neutrale. Aveva tacciato di «chimeriche» le voci che parlavano di una possibile annessione della Svizzera italiana e aveva dichiarato che l’Italia non avrebbe mai tentato nulla contro la Svizzera. Secondo lui, «la nuova era che viene ad aprirsi per l’Italia contribuirà a migliorare ancora le buone relazioni d’amicizia che esistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Svizzera. Il Governo del Re d’Italia farà, da parte sua, tutto ciò che è in suo potere per attendere a questo risultato».
Rassicurata da queste affermazioni, la Svizzera fu tra le prime nazioni a riconoscere il nuovo Regno d’Italia ad appena due settimane dalla proclamazione dell’Unità. La Confederazione aveva già stretto un accordo commerciale nel 1851 col Regno di Sardegna e da entrambe le parti si voleva che fosse mantenuto e rafforzato, anche in vista dei lavori per le grandi trasversali ferroviarie nord-sud di cui si cominciava a discutere.
La Svizzera, tuttavia, fiera della propria indipendenza, restava vigilante e non si accontentava delle assicurazioni formali. In ogni caso non avrebbe tollerato alcuna violazione dei suoi confini. In un celebre discorso di fine gennaio 1862, il generale Dufour, aveva rassicurato i politici e la popolazione perché «l’esercito è pronto!» (Die Armee ist da!) e poteva disporre di 100.000 uomini (compresi i riservisti) più 50.000 uomini della milizia territoriale. Tutti ben equipaggiati, istruiti e ben armati.
L’Italia pronta ad accogliere territori svizzeri
La Svizzera era vigilante ma tranquilla. Così accolse `nel 1862 con un certo imbarazzo, ma senza allarmismo, un intervento alla Camera del ministro degli esteri Giacomo Durando (1862) in risposta a voci irredentiste. Sarebbe stato un errore politico, aveva detto, creare difficoltà alle buone relazioni con la Confederazione. E anche nel caso che, spontaneamente, una parte del territorio nazionale svizzero avesse chiesto di ricongiungersi con l’Italia, egli avrebbe fatto di tutto per offrire alla Svizzera una compensazione territoriale. Aveva sottolineato che «l’Italia, Signori miei, farà di tutto per garantire l’indipendenza della Svizzera». In un successivo intervento aveva aggiunto che «se la Svizzera fosse minacciata, il dovere e l’interesse dell’Italia erano di aiutarla e difenderla».
Nell’informare Berna di quanto affermato dal ministro italiano, il rappresentante della Svizzera a Torino aveva sottolineato le «intenzioni amichevoli del ministro verso la Svizzera», anche quando ammetteva la «possibilità» di accogliere eventualmente territori confederati. A sua volta, il Consiglio federale, nel riferire questa comunicazione alle Camere, dichiarava di trovare le affermazioni del ministro generalmente favorevoli alla Confederazione, tranne quella riguardante la «possibilità» che una parte della Svizzera si riunisse volontariamente all’Italia pur garantendo delle compensazioni. Una tale «possibilità» minava, secondo il Consiglio federale, i principi stessi su cui si fonda la politica della Svizzera. Si convenne tuttavia di rinunciare a una protesta diplomatica preferendo mantenere e intensificare i buoni rapporti, soprattutto economici, tanto che nel 1864 la Svizzera decise di inviare quale suo ministro plenipotenziario a Torino un ex Consigliere federale, Giovan Battista Pioda, e non un semplice funzionario dell’amministrazione.
Il Vorarlberg in cambio del Ticino?
La «possibilità» di un’annessione pacifica della Svizzera italiana, restava tuttavia aperta e questo gli svizzeri lo sapevano. Ad una completa unificazione del territorio nazionale, secondo i Savoia, mancavano ancora il Veneto (sotto la dominazione austriaca) e Roma (capitale dello Stato pontificio). Tra gli scenari possibili in caso di vittoria italiana, nell’eventualità di un conflitto contro l’Austria per il controllo del Veneto, c’era anche la possibilità che il Vorarlberg austriaco passasse alla Svizzera in cambio del Ticino da assegnare all’Italia. Per impedire un tale scambio, il Legato svizzero a Torino aveva chiesto rassicurazioni allo stesso primo ministro Cavour che rispose: «Se la carta dell’Europa fosse rimaneggiata, se si donasse alla Svizzera il Vorarlberg e il Tirolo, ciò che io spero per il bene dell’Italia, se allora i Ticinesi desiderassero unirsi a noi, e se la Svizzera lo acconsentisse, certo noi non diremmo di no. Ma, pertanto, non siamo ancora a questo punto».
La questione del Vorarlberg resterà aperta fin dopo la fine della prima guerra mondiale e costituì un problema di politica estera assai delicato non solo per la Svizzera ma anche per l’Italia e le altre potenze europee. Se infatti il Vorarlberg e possibilmente anche il Tirolo fossero divenuti svizzeri, la Svizzera sarebbe diventata una specie di guardiana dell’intero arco alpino, benvista in questa funzione da alcune potenze. L’Italia non si sarebbe opposta, ma solo in cambio di avere il Ticino. E’ bene tuttavia ricordare che nel 1919, quando gli abitanti del Vorarlberg chiesero a grande maggioranza (85%), attraverso un referendum, il distacco dall’Austria e l’unione alla Svizzera, la Confederazione respinse l’offerta. Le buone relazioni con tutti i Paesi vicini erano più importanti.
La «ragliata» di Mussolini…
Durante il Fascismo riemersero alcune rivendicazioni irredentiste sul Ticino, ma anche stavolta il buon senso e gli interessi comuni prevalsero. A stimolare le pretese italiane era stato Mussolini prima che prendesse il potere, con alcuni articoli sul «Popolo d’Italia» (di cui era direttore), ritenuti dal rappresentante della Confederazione a Roma «ingiuriosi nei confronti della Svizzera». Ma fu soprattutto il suo primo discorso da deputato (21 giugno 1921) che sembrava non lasciare dubbi: considerava infatti il San Gottardo il naturale confine settentrionale dell’Italia.
Mentre la stampa italiana non dava alcun rilievo alle affermazioni di Mussolini sul Ticino, la stampa svizzera e soprattutto quella ticinese le condannò energicamente. Solo il quotidiano socialista «Libera Stampa» tentò di sdrammatizzare considerando le affermazioni di Mussolini «una ragliata sonora». Questa volta tuttavia, dietro insistenza dei deputati ticinesi, il Governo federale protestò energicamente e chiese una smentita al Presidente del Consiglio Giolitti, che infatti rispose garantendo alla Svizzera il pieno rispetto della sua sovranità.
Dopo la presa del potere, anche Mussolini, ritenne più opportuno se non cambiare opinione almeno non parlarne più e già nel novembre del 1922 confermava al rappresentante svizzero in Italia la sua «ferma intenzione di mantenere fra i nostri due paesi una perfetta amicizia e una completa fiducia», aggiungendo che «non ci devono essere questioni territoriali tra l'Italia e la Svizzera».
… e quella dell’UDC
La storia fino ad oggi ha confermato le buone intenzioni di entrambe le parti. Suona dunque come un’altra «sonora ragliata», per riesumare l’espressione sopraccitata, la richiesta dei 28 fantasiosi deputati dell’UDC, depositata il 18 marzo 2010, secondo cui «il Consiglio federale è incaricato di proporre un quadro costituzionale e legale che permetta di integrare, quale nuovo Cantone svizzero, le regioni limitrofe, se auspicato dalla maggioranza della popolazione interessata».
Nel proporre alle Camere di respingere la mozione, il 19 maggio 2010 il Consiglio federale motivò il suo parere in questi termini: «Una revisione della Costituzione federale che permetta alle regioni limitrofe al nostro Paese di unirsi alla Confederazione svizzera costituirebbe un atto politico ostile, che gli Stati vicini potrebbero considerare, a giusto titolo, provocatorio e nuocerebbe gravemente alle relazioni con i Paesi in questione. Una tale revisione non sarebbe soltanto politicamente inopportuna, bensì anche problematica sul piano del diritto internazionale. Violerebbe infatti le regole fondamentali del diritto internazionale, che non riconosce un diritto generale alla secessione. Il diritto di secessione costituisce soltanto l'ultima ratio in circostanze eccezionali, che evidentemente non sono date nella fattispecie».
La questione è dunque chiusa? Si direbbe di sì, visto che è impensabile che le Camere possano accogliere la mozione nei termini proposti. Del resto, la stampa non ha dedicato alla notizia molta attenzione. Ma non si può escludere che dal cilindro di qualche testa calda (e ve ne sono diverse anche nel Parlamento elvetico) salti fuori qualche altra amenità, utile solo a far sorridere e ricordare che la storia, nonostante i corsi e ricorsi storici teorizzati dal filosofo napoletano Giambattista Vico (vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento), raramente si ripete.
Giovanni Longu
Berna 23.6.2010
17 giugno 2010
Denatalità e «suicidio demografico», in Italia e in Svizzera
[Versione breve]
Qualche settimana fa il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha ritenuto opportuno richiamare l’attenzione dei poteri pubblici sulla gravità della situazione demografica italiana e sollecitare rimedi adeguati come l’introduzione del quoziente familiare.
Il richiamo del cardinale era motivato dal perdurare della denatalità che sta portando l’Italia «verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli e, tra quelle che ne hanno, quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli».
Il cardinale Bagnasco sembra preoccupato oltre che della denatalità anche della perdita di valore (religioso) della famiglia «fondata su quel bene inalterabile che è il matrimonio tra un uomo e una donna, che va difeso (…) e continuamente preservato quale crogiuolo di energia morale».
Ovviamente, niente da eccepire sul significato (religioso) del matrimonio e sul concetto di «famiglia» di Monsignor Bagnasco. Quanto invece a considerare un «suicidio demografico» il fatto che in Italia, all’interno della famiglia, nascano meno figli di una volta mi sembra esagerato. Tanto più che i dati statistici degli ultimi anni parlano di una ripresa della natalità. Ma anche a prescindere da questo segnale incoraggiante, andrebbe ricordato che l’equilibrio demografico in un grande Paese non è solo garantito dalla prole che nasce nelle famiglie fondate sul matrimonio. Esistono infatti altri tipi di «famiglie» di fatto che contribuiscono anch’esse all’equilibrio demografico. Si pensi ad esempio alle coppie non sposate con figli o alle famiglie monoparentali. Soprattutto in un Paese d’immigrazione com’è divenuta ormai l’Italia, l’equilibrio demografico è anche dato dall’apporto considerevole delle giovani immigrate, generalmente più prolifiche delle autoctone. Inoltre, storicamente, l’andamento della natalità è stato altalenante.
In generale, una società fondamentalmente sana e produttiva trova sempre la maniera di rigenerarsi. E’ stato, ad esempio, il caso della Svizzera, cronicamente confrontata con un basso tasso di natalità eppure oggi un Paese in crescita non solo economicamente ma anche demograficamente, proprio grazie all’immigrazione.
In questo Paese, tra il 1900 e il 1940 il tasso di natalità degli svizzeri era sceso sotto il 15%. Soprattutto dopo il 1920 era crollato drammaticamente. Tra il 1900 e il 1960 la classe d’età da 0 a 15 anni era scesa dal 40,55% al 31,3%, mentre era quasi raddoppiata dal 5,8% al 10,4% quella delle persone di 65 e più anni. Anche allora (1938) si parlò di rischio di «suicidio collettivo».
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la situazione della denatalità in Svizzera divenne ancor più preoccupante, perché sembrava mettere a rischio il futuro stesso dell’esercito e dello stato sociale. Il consigliere federale Philippe Etter, cattolico molto conservatore, definì la denatalità come un «problema nazionale» (1938). L’esposizione nazionale del 1939 divenne un’occasione straordinaria per richiamare l’attenzione del popolo svizzero sul rischio di un «suicidio collettivo». Attraverso, conferenze, discorsi, opuscoli e la radio, fu diffuso il messaggio che un popolo senza bambini era votato alla morte, che la sorgente della vita si esauriva, soprattutto nelle città, che era necessaria una «offensiva della vita» affinché la Svizzera non sparisse.
A differenza delle buone maniere di Monsignor Bagnasco, che fa appello soprattutto «ai responsabili della cosa pubblica» perché mettano in essere politiche familiari adeguate e rispettose delle donne lavoratrici, in quegli anni di guerra, soprattutto negli ambienti cattolici si cercava di addossare le responsabilità dirette della denatalità in Svizzera non tanto allo Stato quanto piuttosto ai cittadini… irresponsabili. Alle donne soprattutto veniva rimproverato di ambire a una vita comoda e lussuosa, di preferire allo spirito materno lo spirito del tempo che mirava all’emancipazione della donna. Non si perdeva perciò occasione di ricordare l’ideale della donna svizzera e di esaltarne il ruolo come «casalinga, madre e moglie virtuosa». Agli uomini, allora ben occupati con la guerra, più che muovere rimproveri, si preferiva generalmente ricordare la loro forza procreativa!
Poiché la denatalità continuava, continuavano anche gli appelli per una «restaurazione della famiglia». Nel 1941, ancora il consigliere federale Philippe Etter andava ripetendo che «la denatalità è la conseguenza d’una convinzione troppo individualista e materialista della vita, che noi confondiamo troppo spesso con il progresso e la civilizzazione. Un popolo virile dev’esserlo nel senso pieno del termine, virile anche là dove virilità significa potenza creativa e sacra».
Altri tempi? Certamente sì e possiamo rallegrarcene. In fondo, la Svizzera è scampata bene da quella «morte sorniona» che sembrava minacciarla alla fine degli anni Trenta. E nessuno sembra dolersi che a contribuire al cambiamento siano stati anche gli stranieri, gli immigrati. Quanto all’Italia, credo che ne uscirà bene. In fondo, l’istinto della sopravvivenza è fondamentale tanto negli individui quanto nei gruppi sociali. E forse i bambini torneranno ad essere un bel dono di Dio!
Giovanni Longu
17.6.2010
Qualche settimana fa il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha ritenuto opportuno richiamare l’attenzione dei poteri pubblici sulla gravità della situazione demografica italiana e sollecitare rimedi adeguati come l’introduzione del quoziente familiare.
Il richiamo del cardinale era motivato dal perdurare della denatalità che sta portando l’Italia «verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli e, tra quelle che ne hanno, quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli».
Il cardinale Bagnasco sembra preoccupato oltre che della denatalità anche della perdita di valore (religioso) della famiglia «fondata su quel bene inalterabile che è il matrimonio tra un uomo e una donna, che va difeso (…) e continuamente preservato quale crogiuolo di energia morale».
Ovviamente, niente da eccepire sul significato (religioso) del matrimonio e sul concetto di «famiglia» di Monsignor Bagnasco. Quanto invece a considerare un «suicidio demografico» il fatto che in Italia, all’interno della famiglia, nascano meno figli di una volta mi sembra esagerato. Tanto più che i dati statistici degli ultimi anni parlano di una ripresa della natalità. Ma anche a prescindere da questo segnale incoraggiante, andrebbe ricordato che l’equilibrio demografico in un grande Paese non è solo garantito dalla prole che nasce nelle famiglie fondate sul matrimonio. Esistono infatti altri tipi di «famiglie» di fatto che contribuiscono anch’esse all’equilibrio demografico. Si pensi ad esempio alle coppie non sposate con figli o alle famiglie monoparentali. Soprattutto in un Paese d’immigrazione com’è divenuta ormai l’Italia, l’equilibrio demografico è anche dato dall’apporto considerevole delle giovani immigrate, generalmente più prolifiche delle autoctone. Inoltre, storicamente, l’andamento della natalità è stato altalenante.
In generale, una società fondamentalmente sana e produttiva trova sempre la maniera di rigenerarsi. E’ stato, ad esempio, il caso della Svizzera, cronicamente confrontata con un basso tasso di natalità eppure oggi un Paese in crescita non solo economicamente ma anche demograficamente, proprio grazie all’immigrazione.
In questo Paese, tra il 1900 e il 1940 il tasso di natalità degli svizzeri era sceso sotto il 15%. Soprattutto dopo il 1920 era crollato drammaticamente. Tra il 1900 e il 1960 la classe d’età da 0 a 15 anni era scesa dal 40,55% al 31,3%, mentre era quasi raddoppiata dal 5,8% al 10,4% quella delle persone di 65 e più anni. Anche allora (1938) si parlò di rischio di «suicidio collettivo».
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la situazione della denatalità in Svizzera divenne ancor più preoccupante, perché sembrava mettere a rischio il futuro stesso dell’esercito e dello stato sociale. Il consigliere federale Philippe Etter, cattolico molto conservatore, definì la denatalità come un «problema nazionale» (1938). L’esposizione nazionale del 1939 divenne un’occasione straordinaria per richiamare l’attenzione del popolo svizzero sul rischio di un «suicidio collettivo». Attraverso, conferenze, discorsi, opuscoli e la radio, fu diffuso il messaggio che un popolo senza bambini era votato alla morte, che la sorgente della vita si esauriva, soprattutto nelle città, che era necessaria una «offensiva della vita» affinché la Svizzera non sparisse.
A differenza delle buone maniere di Monsignor Bagnasco, che fa appello soprattutto «ai responsabili della cosa pubblica» perché mettano in essere politiche familiari adeguate e rispettose delle donne lavoratrici, in quegli anni di guerra, soprattutto negli ambienti cattolici si cercava di addossare le responsabilità dirette della denatalità in Svizzera non tanto allo Stato quanto piuttosto ai cittadini… irresponsabili. Alle donne soprattutto veniva rimproverato di ambire a una vita comoda e lussuosa, di preferire allo spirito materno lo spirito del tempo che mirava all’emancipazione della donna. Non si perdeva perciò occasione di ricordare l’ideale della donna svizzera e di esaltarne il ruolo come «casalinga, madre e moglie virtuosa». Agli uomini, allora ben occupati con la guerra, più che muovere rimproveri, si preferiva generalmente ricordare la loro forza procreativa!
Poiché la denatalità continuava, continuavano anche gli appelli per una «restaurazione della famiglia». Nel 1941, ancora il consigliere federale Philippe Etter andava ripetendo che «la denatalità è la conseguenza d’una convinzione troppo individualista e materialista della vita, che noi confondiamo troppo spesso con il progresso e la civilizzazione. Un popolo virile dev’esserlo nel senso pieno del termine, virile anche là dove virilità significa potenza creativa e sacra».
Altri tempi? Certamente sì e possiamo rallegrarcene. In fondo, la Svizzera è scampata bene da quella «morte sorniona» che sembrava minacciarla alla fine degli anni Trenta. E nessuno sembra dolersi che a contribuire al cambiamento siano stati anche gli stranieri, gli immigrati. Quanto all’Italia, credo che ne uscirà bene. In fondo, l’istinto della sopravvivenza è fondamentale tanto negli individui quanto nei gruppi sociali. E forse i bambini torneranno ad essere un bel dono di Dio!
Giovanni Longu
17.6.2010
16 giugno 2010
Denatalità uguale «suicidio demografico»?
Sembra che il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), abbia tuonato qualche settimana fa contro il rischio di «suicidio demografico» che starebbe correndo l’Italia a causa della denatalità di questi anni. Per questo motivo ha ritenuto opportuno richiamare l’attenzione dei poteri pubblici sulla gravità della situazione e sollecitare rimedi adeguati come l’introduzione del quoziente familiare.
Appello del cardinale Bagnasco
Il cardinale Bagnasco, in apertura dell’assemblea annuale della CEI, il 24 maggio 2010, ha parlato della famiglia «fondata su quel bene inalterabile che è il matrimonio tra un uomo e una donna, che va difeso (…) e continuamente preservato quale crogiuolo di energia morale, determinante nel dare prospettive di vita al nostro presente».
«Eppure, ha proseguito il cardinale, l’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli e, tra quelle che ne hanno, quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli. Sembra inutile evocare scenari preoccupanti, e certo non incoraggiante è ripetere previsioni peraltro già note sotto il profilo sociale e culturale. Urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale. Ci permettiamo di insistere con i responsabili della cosa pubblica affinché pongano in essere iniziative urgenti e incisive: questo è paradossalmente il momento per farlo. Proprio perché perdura una condizione di pesante difficoltà economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte. Il quoziente familiare è l’innovazione che si attende e che può liberare l’avvenire della nostra società. Da parte nostra ci impegniamo affinché nella pastorale familiare, e in quella volta alla preparazione al matrimonio, si operi per radicare ancor più la coscienza dei figli come doni che moltiplicano il credito verso la vita e il suo domani».
Il cardinale Bagnasco non è l’unico ad essere allarmato. E’ infatti fin dagli anni Novanta che in Italia questo allarme è stato lanciato e ne hanno trattato l’Accademia dei Lincei, la Fondazione Agnelli, uomini politici, l’opinione pubblica ed evidentemente anche i Vescovi italiani in più occasioni. Sono in molti a preoccuparsi della scarsa natalità che si registra ormai da oltre un ventennio in Italia.
Chi legge questi dati dall’estero si meraviglia non poco perché contrastano con lo stereotipo di un’Italia ancora molto cattolica, dove la famiglia dovrebbe essere tenuta in grande considerazione e i bambini dovrebbero essere considerati un dono e una benedizione. Anche sotto questo profilo è comprensibile la preoccupazione dei vescovi italiani e del cardinale Bagnasco che ne è a capo. Capisco soprattutto la loro inquietudine perché alla radice del fenomeno essi vedono sicuramente anche la perdita di valore del matrimonio (religioso) e della famiglia (cristiana). Quindi, niente da eccepire sul significato (religioso) del matrimonio e sul concetto di «famiglia» di Monsignor Bagnasco.
Rischio di un «suicidio demografico»? (2010)
Quanto invece a considerare un «suicidio demografico» il fatto che in Italia, all’interno della famiglia, nascano meno figli di una volta mi sembra esagerato. Tanto più che i dati statistici italiani degli ultimi anni parlano di una ripresa della natalità. Ma anche a prescindere da questo segnale incoraggiante, andrebbe ricordato che l’equilibrio demografico in un grande Paese non è solo garantito dalla prole che nasce nelle famiglie fondate sul matrimonio. Esistono infatti altri tipi di «famiglie» di fatto che contribuiscono anch’esse all’equilibrio demografico. Si pensi ad esempio alle coppie non sposate con figli o alle famiglie monoparentali. Inoltre, storicamente, l’andamento della natalità è stato altalenante. Soprattutto in un Paese d’immigrazione com’è divenuta ormai l’Italia, l’equilibrio demografico è anche dato dall’apporto considerevole delle giovani immigrate, generalmente più prolifiche delle autoctone.
In generale, una società fondamentalmente sana e produttiva trova sempre la maniera di rigenerarsi. E’ stato, ad esempio, il caso della Svizzera, cronicamente confrontata con un basso tasso di natalità eppure un Paese in crescita non solo economicamente ma anche demograficamente, proprio grazie all’immigrazione.
Non vorrei tuttavia semplificare troppo i problemi e tantomeno negarli, perché i rischi di un grave squilibrio demografico e sociale sono reali. Se dovessero concretizzarsi le difficoltà da superare sarebbero enormi. Basterebbe solo pensare al rapporto tra anziani e giovani, che potrebbe diventare troppo pesante per gli ultimi, soprattutto in periodi di difficoltà economica.
Anche sotto questo profilo il grido di allarme e l’appello lanciati da Monsignor Bagnasco sono più che comprensibili, sebbene non si tratti affatto di un caso isolato nella storia. Proprio la Svizzera ne ha conosciuto uno simile.
In questo Paese, tra il 1900 e il 1940 il tasso di natalità degli svizzeri era sceso sotto il 15%. Soprattutto dopo il 1920 era crollato drammaticamente. Tra il 1900 e il 1960 la classe d’età da 0 a 15 anni era scesa dal 40,55% al 31,3%, mentre era quasi raddoppiata dal 5,8% al 10,4% quella delle persone di 65 e più anni.
Rischio di un «suicidio collettivo»? (1938)
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la situazione della denatalità divenne ancor più preoccupante, perché sembrava mettere a rischio il futuro stesso dell’esercito e dello stato sociale. Il consigliere federale Philippe Etter, cattolico molto conservatore, definì la denatalità come un «problema nazionale» (1938). L’esposizione nazionale del 1939 divenne un’occasione straordinaria per richiamare l’attenzione del popolo svizzero sul rischio di un «suicidio collettivo». Attraverso, conferenze, discorsi, opuscoli e la radio, sotto la guida del Consigliere federale Philip Etter, fu diffuso il messaggio che un popolo senza bambini era votato alla morte, che la sorgente della vita si esauriva, soprattutto nelle città, che era necessaria una «offensiva della vita» affinché la Svizzera non sparisse.
A differenza delle buone maniere di Monsignor Bagnasco, che fa appello soprattutto «ai responsabili della cosa pubblica» perché mettano in essere politiche familiari adeguate e rispettose delle donne lavoratrici, in quegli anni di guerra, soprattutto negli ambienti cattolici si cercava di addossare le responsabilità dirette della denatalità in Svizzera non tanto allo Stato quanto piuttosto ai cittadini… irresponsabili. Alle donne soprattutto veniva rimproverato di ambire a una vita comoda e lussuosa («ein bequemes luxuriöses Leben»), di preferire allo spirito materno lo spirito del tempo che andava piuttosto in direzione dell’emancipazione della donna, della promozione professionale delle donne, ecc. Non si perdeva perciò occasione di ricordare l’ideale della donna svizzera e di esaltarne il ruolo come «casalinga, madre e moglie virtuosa». Agli uomini, allora ben occupati con la guerra, più che muovere rimproveri, si preferiva generalmente ricordare la loro forza procreativa!
Per capire lo spirito di quel tempo e la concezione della donna in particolare, mi sembra utile ricordare che proprio nel 1939, l’anno dell’esposizione nazionale, il Consiglio federale decise di destinare «alle madri bisognose» il ricavato del «Dono nazionale svizzero», una fondazione benefica istituita nel 1919 «per i nostri soldati e le loro famiglie».
Facendo proprio il «nobilissimo appello al popolo svizzero» del Presidente della Confederazione Philippe Etter, il Comitato ticinese del Dono nazionale 1939, rivolgendosi ai ticinesi, giustificava la destinazione del Dono di quell’anno dicendo «che la madre questo aiuto lo merita e per se stessa e nell’interesse di una generazione sana e robusta». Poi continuava: «Non è forse la madre che si logora troppo spesso la vita, specialmente se priva di mezzi, per mettere al mondo e per allevare i propri figli, facendo rinunzie, soffrendo il freddo e la fame per nulla lasciar mancare a quelle boccucce che reclamano sempre, anche quando (e specialmente allora) la madre non ha più niente da dare?». E concludeva: «Dare la possibilità alla madre nel bisogno di nutrirsi, di curarsi e di riposarsi sufficientemente per poter procurare alla famiglia ed alla Patria dei figli rigogliosi già fin dalla nascita, darle i mezzi per nutrirli, vestirli, riscaldarli e mantenerli forti e buoni questi futuri cittadini; darle la possibilità di una vita lunga per poter essere di guida fino all'età matura a chi sarà la nuova madre ed il novello padre; darle il conforto di gustare il meritato riposo e il sorriso e le carezze dei nipotini, ecco ciò che si prefigge il Dono Nazionale di quest'anno, ecco perché il nostro Consiglio Federale ha voluto che il provento fosse destinato alle madri bisognose. (…)».
Poiché la denatalità continuava, continuavano anche gli appelli per una «restaurazione della famiglia». Nel 1941, ancora il consigliere federale Philippe Etter andava ripetendo che «la denatalità è la conseguenza d’una convinzione troppo individualista e materialista della vita, che noi confondiamo troppo spesso con il progresso e la civilizzazione. Un popolo virile dev’esserlo nel senso pieno del termine, virile anche là dove virilità significa potenza creativa e sacra».
Altri tempi?
Certamente sì e possiamo rallegrarcene. In fondo, la Svizzera è scampata bene da quella «morte sorniona» che sembrava minacciarla alla fine degli anni Trenta. E nessuno sembra dolersi che a contribuire al cambiamento siano stati anche gli stranieri, gli immigrati. Quanto all’Italia, credo che ne uscirà bene. In fondo, l’istinto della sopravvivenza è fondamentale tanto negli individui quanto nei gruppi sociali. E forse i bambini torneranno ad essere un bel dono di Dio!
Giovanni Longu
16.6.2010
09 giugno 2010
6. Quarant’anni fa, 1970: svolta storica per l’immigrazione italiana in Svizzera
La votazione sull’iniziativa antistranieri di J. Schwarzenbach del 7 giugno 1970 ha segnato una svolta nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, grazie soprattutto ad una presa di coscienza della maggioranza del popolo svizzero non solo dell’esistenza di una forte componente straniera nella società, ma anche della necessità di un cambiamento nella politica migratoria svizzera. Nella popolazione straniera, soprattutto fra gli italiani, crebbe la consapevolezza che il mondo della migrazione stesse cambiando e richiedesse scelte fondamentali per il futuro.
Ovviamente questa presa di coscienza non è stata istantanea ma fu il risultato di un processo avviato alcuni anni prima del 1970 e che maturerà soltanto negli anni successivi. La data del 7 giugno 1970 non è tuttavia solo simbolica, ma rappresenta la certificazione democratica di un cambiamento di mentalità e della necessità di una svolta nella politica migratoria svizzera.
Presa di coscienza del popolo svizzero
La votazione sull’iniziativa antistranieri di J. Schwarzenbach del 7 giugno 1970 ha segnato nel popolo svizzero una svolta storica nel modo di considerare il mondo della migrazione. Se gli immigrati erano stati visti fino ad allora quasi esclusivamente come «braccia» per l’economia e generatori di «problemi» per la società benestante, le discussioni prima e dopo il 7 giugno misero in luce ch’essi erano soprattutto generatori di benessere e la loro nutrita presenza aveva una giustificazione.
Il fatto stesso che si sia recato alle urne il 74,7% degli aventi diritto di voto (allora solo uomini) esprime già una presa di coscienza della stragrande maggioranza del popolo svizzero sull’importanza della questione migratoria per la Svizzera. Respingendo l’iniziativa, ha voluto indicare non solo la contrarietà a soluzioni radicali e disumane come quella proposta da Schwarzenbach, ma che i problemi andavano affrontati tenendo conto degli interessi di tutti, svizzeri e stranieri.
Certamente, per garantire una convivenza meno conflittuale, gli immigrati dovevano rendersi conto che in Svizzera vigono delle regole e delle consuetudini che tutti devono rispettare, ma anche la società svizzera doveva fare di più. Agli immigrati che tanto contribuivano al benessere nazionale bisognava pur dare in cambio non solo una giusta paga ma anche condizioni di vita e di alloggio dignitose. Non si potevano far venire quando servivano e rimandarli al loro Paese quando non servivano più e non era dignitoso farli vivere in alloggi più simili a delle topaie che a vere e proprie abitazioni.
Si faceva strada la consapevolezza che con gli stranieri bisognasse trovare la maniera di convivere pacificamente. Dopotutto essi erano divenuti ormai colleghi di lavoro, utenti degli stessi mezzi di trasporto pubblico, spesso vicini di casa, frequentatori degli stessi supermercati e ristoranti, genitori dei compagni di scuola dei propri figli. Con queste persone si doveva trovare la maniera d’intendersi, di parlarsi, di collaborare.
Per soddisfare questa fondamentale esigenza, cominciarono a nascere agli inizi degli anni Settanta centri di contatto, gruppi misti svizzeri-stranieri, centri ricreativi comuni soprattutto per i bambini e i giovani. La paura dell’«inforestierimento» restava tuttavia ancora assai diffusa, com’erano diffusi numerosi pregiudizi nei confronti degli stranieri.
Verso una nuova politica migratoria
L’esito della votazione del 7 giugno fu interpretato dal Consiglio federale come una conferma della nuova politica migratoria già avviata in marzo dello stesso anno, che mirava alla riduzione e alla stabilizzazione della manodopera estera. A corroborare questa interpretazione intervenne anche la fiducia ottenuta dal sindacato e persino dallo stesso Schwarzenbach, sia pure a condizione che le misure decise a marzo dal governo venissero applicate con grande rigore.
Il Consiglio federale era deciso a proseguire la strada intrapresa, non certo per compiacere la destra, ma perché convinto fin dalla metà degli anni Sessanta dell’insostenibilità di una politica immigratoria basata essenzialmente sui bisogni dell’economia e sulla rotazione dei lavoratori immigrati. Era altresì convinto che parallelamente alla limitazione e alla stabilizzazione della manodopera estera occorresse facilitare l’integrazione o l’assimilazione, come si diceva allora, dei lavoratori immigrati.
Agli inizi degli anni Settanta, tuttavia, mancavano ancora gli strumenti giuridici (e forse anche la volontà politica) per agire di conseguenza. Occorre anche tener presente che l’intera materia era estremamente complessa e di non facile soluzione perché implicava il coinvolgimento non solo delle istituzioni politiche a livello federale, cantonale e locale, ma anche della popolazione svizzera e straniera. Si preferì la cosiddetta politica dei piccoli passi, che doveva iniziare con la riduzione e stabilizzazione degli stranieri, già di competenza del Consiglio federale, e lasciare l’integrazione come obiettivo a lungo termine.
Per farsi consigliare nella difficile materia, all’indomani della votazione sull’iniziativa Schwarzenbach, il Consiglio federale prese due importanti decisioni. Con la prima incaricò il Dipartimento federale di giustizia e polizia e il Dipartimento federale dell’economia di presentare un «Rapporto contenente misure per combattere il «problema dell’inforestierimento». Con la seconda decise di istituire una commissione consultiva di esperti, la Commissione federale degli stranieri (CFS), per fornire all’autorità politica pareri e suggerimenti su tutte le questioni legate alla presenza di cittadini stranieri in Svizzera nell’ambito sociale, economico, culturale, politico, giuridico, ecc. allo scopo di predisporre strumenti adeguati per promuovere l’integrazione sociale degli stranieri.
Purtroppo, solo nel giugno 1996 la CFS riuscirà a elaborare un «Abbozzo per un concetto d’integrazione» e solo nel 2000 un testo più elaborato su «L’integrazione dei migranti in Svizzera: fatti, settori d’attività, postulati». In numerosi interventi, tuttavia, il Consiglio federale ribadiva che l’integrazione degli stranieri rientrava nelle priorità della politica federale nei confronti degli stranieri. Gli ostacoli dovettero essere evidentemente molti.
Verso una nuova presa di coscienza degli immigrati italiani
Subito dopo la votazione del 7 giugno, un misto di sollievo per lo scampato pericolo e di sconforto per il numero così elevato di svizzeri che avevano votato a favore dell’iniziativa invase gli animi degli italiani. Fu probabilmente in quei momenti che molti presero la decisione di rientrare quanto prima in patria nella convinzione che il clima sociale in questo Paese fosse diventato irrespirabile e nella speranza di riuscire a trovare un posto di lavoro dipendente o autonomo in Italia, dove l’economia, pur avendo esaurito il dinamismo del boom del decennio precedente, continuava ad essere vivace e ad attirare persino immigrati stranieri.
La maggioranza degli italiani decise tuttavia di restare, anche se con motivazioni diverse. Alcuni (una netta minoranza) perché già integrati e con figli già inseriti nella scuola locale, altri perché avevano pianificato una permanenza più lunga in Svizzera o perché convinti che soprattutto nel Mezzogiorno non esistessero nemmeno le premesse per uno sviluppo economico e altri ancora per i motivi più disparati, spesso di carattere familiare (matrimoni misti, integrazione della seconda generazione, ecc.). Per tutti, comunque, il dopo-Schwarzenbach fu un motivo di riflessione e di discussione.
Se si esclude la minoranza ormai integrata professionalmente e socialmente (costituita soprattutto da immigrati provenienti dal Nord Italia nei primi anni del dopoguerra), la maggioranza degli italiani che avevano scelto di restare, almeno per il momento, fu presa inizialmente da un forte sentimento di «autodifesa» nei confronti di una società ritenuta genericamente poco accogliente se non addirittura ostile. Fu in quegli anni che si sviluppò una serie impressionante di organizzazioni di ogni tipo, soprattutto in funzione rivendicativa (nei confronti dell’Italia) e di tutela (nei confronti della Svizzera).
Una minoranza di italiani, tuttavia, capì immediatamente che la storia dell’immigrazione stava cambiando e bisognava creare le premesse per una buona integrazione almeno delle seconde generazioni.
Discussioni e scelte fondamentali
Tra le due componenti si aprì una stagione di vivaci discussioni. Tra le più accese si possono ricordare quelle sulla scolarizzazione dei bambini italiani. Se il rientro in patria dei genitori non era ancora deciso o immediato, tanto valeva, dicevano in molti, che i bambini frequentassero la scuola pubblica. L’influente Federazione delle colonie libere italiane aveva fatto questa scelta già nel suo congresso del 1967. Di fatto molte scuole private italiane vennero chiuse e si cercò d’integrare i corsi di lingua e cultura italiane nell’orario scolastico svizzero.
Oltre al tema della scuola venne molto dibattuto quello della formazione professionale. Gran parte degli immigrati arrivati in Svizzera negli anni Sessanta non avevano avuto alcuna preparazione. Appariva dunque fondamentale, per coloro che intendevano restare e integrarsi, apprendere correttamente non solo la lingua del posto ma anche una professione o qualificarsi in quella che praticavano come aiutanti o manovali. In quel decennio fiorirono numerose attività indirizzate a questo scopo, spesso organizzate da associazioni di immigrati e sostenute sia dalle autorità italiane che da quelle svizzere e dai sindacati. L’Italia, impossibilitata a far fronte a un eventuale massiccio rientro di lavoratori emigrati, vedeva di buon occhio ogni iniziativa volta a creare migliori condizioni agli italiani residenti in Svizzera.
Un altro tema caldo di discussione di quel periodo riguardava la naturalizzazione. Per molti, «comprarsi» la cittadinanza svizzera appariva un tradimento di quella italiana, per altri era la conclusione logica di un processo, utile soprattutto a coloro che erano nati e cresciuti in questo Paese. Fino al 1970 solo una volta il numero delle naturalizzazioni aveva superato di poco la soglia di 2000. Dal 1970 il loro numero andò crescendo, dapprima timidamente poi fortemente fino a raggiungere nel 1977 il record di 5434 naturalizzazioni, che resisterà per oltre vent’anni.
Per una valutazione globale di quel periodo ci vorrebbe ben più spazio di quello disponibile. Il 1970 ha rappresentato sicuramente per l’immigrazione italiana una svolta fondamentale. Negli anni immediatamente successivi una parte di italiani ha ritenuto ormai conclusa la propria esperienza migratoria, mentre la maggioranza di essi ha scelto di restare. E’ stata per tutti una scelta giusta? Solo gli interessati possono dare una risposta. Oggettivamente si deve però affermare che la collettività italiana è tra le meglio integrate in Svizzera. (Fine).
(Gli altri articoli di questa serie sono apparsi il 10.3., il 7.4., il 28.4., il 5.5. e il 2.6.2010)
Giovanni Longu
Berna, 9.6.2010
02 giugno 2010
5. Il voto del 7 giugno 1970 segnò la storia della migrazione (italiana) in Svizzera
Quarant’anni fa, 1970: anno cerniera per l’immigrazione italiana in Svizzera
Quarant’anni fa, il 7 giugno 1970, il popolo svizzero venne chiamato a votare su un’iniziativa popolare che mirava a ridurre drasticamente il numero degli stranieri presenti in Svizzera e ancorare nella Costituzione che la loro proporzione nei singoli Cantoni non doveva superare il 10% (nel Cantone di Ginevra il 25%) della popolazione svizzera. Accettandola, avrebbe cambiato probabilmente la storia svizzera, mentre rifiutandola avrebbe incoraggiato il Governo federale a proseguire una politica migratoria orientata sempre più al controllo e all’integrazione degli stranieri.
Tutte le forze politiche e sindacali, gli ambienti economici, le chiese, i media erano scesi in campo per lo più contro l’iniziativa promossa dalla destra nazionalista e xenofoba guidata da J. Schwarzenbach. Per il governo, la sua accettazione avrebbe provocato gravi perturbazioni economiche e la chiusura di diverse imprese, con grave danno non solo all’economia ma anche alla manodopera svizzera. Pur senza conoscere i dettagli dell’iniziativa e le possibili conseguenze, l’opinione pubblica percepiva chiaramente che si trattava di una decisione importante, forse decisiva, per l’avvenire del Paese. Accettarla significava per i fautori la salvezza dal pericolo dell’«inforestierimento», mentre per gli avversari avrebbe comportato una rottura traumatica sul piano interno e internazionale (si parlò di una vera e propria «sciagura nazionale») dalle conseguenze imprevedibili.
La situazione
Il tema era alquanto delicato perché riguardava direttamente o indirettamente oltre un milione di stranieri (su una popolazione complessiva di 6,2 milioni di abitanti). Il loro numero e il loro ritmo di accrescimento (anche grazie alle seconde generazioni) in certi ambienti faceva paura, anche perché si trattava di una popolazione poco integrata. In effetti la distanza tra svizzeri e stranieri era enorme. Come se le due comunità, pur vivendo l’una accanto all’altra, non si conoscessero o facessero finta di non sapere nulla l’una dell’altra. I contatti era limitati all’essenziale. L’incomunicabilità era quasi totale, persino tra i giovani.
Quando, qualche anno più tardi, chiesi a Schwarzenbach perché ce l’avesse tanto contro gli italiani, mi rispose che egli non ce l’aveva affatto contro gli italiani, ma semmai contro le «sottoculture» e soprattutto contro «quei datori di lavoro senza scrupoli che fanno venire da noi lavoratori stranieri a buon mercato, senza alcuna informazione sulla Svizzera, senza alcuna preparazione, senza nemmeno sapere esattamente cosa avrebbero poi fatto nelle nostre fabbriche, con la sola prospettiva o l’illusione di restare qui alcuni anni, isolati nei loro ghetti, guadagnare un po’ di soldi e tornarsene al proprio Paese, altro che sforzarsi di capire il nostro mondo o assimilarsi al nostro modo di vivere...!».
Evidentemente la proposta di Schwarzenbach non era la migliore per risolvere i problemi, ma li metteva in luce. Gli stranieri non potevano restare relegati nei ghetti, non potevano continuare a servirsi di strutture parallele (asili nido, scuole, chiese, ritrovi, ecc.), non potevano continuare a vivere in questo Paese senza sentire il bisogno e la possibilità d’integrarsi. L’iniziativa Schwarzenbach interpellava correttamente il popolo sovrano per decidere la strada da seguire. La responsabilità dei votanti era enorme perché, al di là della questione già grave riguardante il numero di stranieri da tenere o da rinviare al loro Paese d’origine, si trattava di scegliere un modello di Stato, un tipo di politica a lunga durata, una scelta di campo chiara di fronte all’Europa e al mondo.
La vigilia della votazione
Il clima precedente la votazione del 7 giugno 1970 era a dir poco difficile e teso. La propaganda dei fautori dell’iniziativa era molto capillare e faceva leva sulle paure e sulle frustrazioni soprattutto della classe operaia svizzera (lavoro, salari, abitazioni, ecc.). Tendeva ad evidenziare gli aspetti negativi della presenza massiccia degli immigrati, soprattutto italiani, esasperando e generalizzando singoli episodi o situazioni particolari. Persino alcune caratteristiche degli italiani che tradizionalmente erano considerate positive, come la laboriosità, il senso del risparmio, il senso della famiglia, il saper vivere, venivano presentate in negativo. Si ammetteva ad esempio che gli italiani erano dediti al lavoro, ma si rimproverava loro di preferire la quantità (il cottimo) a scapito della qualità e di danneggiare altri colleghi di lavoro facendo abbassare i tempi di lavorazione. Il risparmio non era più considerato una virtù ma un vizio, perché, si diceva, pur di risparmiare gli italiani preferiscono vivere come straccioni, abitare in catapecchie, sfruttare la Svizzera per portare e spendere i guadagni in Italia. Agli italiani rimproveravano soprattutto di vivere qui ma con la testa altrove, di non adattarsi alle regole e alle tradizioni di questo Paese, di non fare nemmeno lo sforzo d’imparare la lingua locale rendendo praticamente impossibile la comunicazione.
Gli avversari dell’iniziativa più che fare appello a sentimenti umanitari o ai principi di una politica liberale in linea con le aperture dell’Europa, facevano leva anch’essi sul sentimento di paura per le inevitabili gravi conseguenze che l’accettazione dell’iniziativa avrebbe comportato.
Una votazione «storica»
L’importanza di quella votazione, a giusta ragione definita da molti commentatori dell’epoca «storica», è data soprattutto dall’alta partecipazione dei votanti, la più alta in assoluto dopo quella record del 6 luglio 1947 quando, con una partecipazione del 79,7 per cento, fu approvata la legge sull'AVS. Per l’iniziativa Schwarzenbach si recò alle urne il 74,7% degli aventi diritto (allora solo uomini perché le donne non avevano ancora ottenuto il diritto di voto), una percentuale mai più superata.
Un altro elemento importante da sottolineare è che lo scarto tra i favorevoli e i contrari era assai ridotto, solo 8 punti percentuali (46% di sì contro 54% di no). Un risultato che si prestava a molteplici interpretazioni e che non lasciò indifferente nessuno.
Fu indubbiamente un grande risultato della democrazia elvetica e una vittoria, anche se di stretta misura, del buon senso. Ma l’alta percentuale dei voti favorevoli all’iniziativa non poteva non costituire un elemento di preoccupazione.
Se l’iniziativa di Schwarzenbach fallì non fu infatti per le idee, ma per paura delle conseguenza che la sua accettazione avrebbe comportato: una perdita di alcune centinaia di migliaia di lavoratori stranieri in pochi anni avrebbe potuto indurre un tracollo dell’intera economia svizzera e una perdita d’immagine a livello internazionale gravissima.
La paura è stata la vera protagonista di questa come di altre votazioni dello stesso tipo. Si sono affrontati due tipi di paura: quella di avere in Svizzera troppi stranieri e quella delle conseguenze che avrebbe provocato la loro riduzione forzata. Non è stata una votazione a favore degli stranieri, per migliorarne le condizioni.
Le reazioni
Conosciuto l’esito della votazione, molti tirarono un respiro di sollievo. L’economia, anzitutto, perché poteva ancora attingere dal serbatoio della manodopera estera. Ma anche il governo, responsabile della politica nei confronti degli stranieri e gli stessi immigrati, soprattutto gli italiani.
Il governo lesse il verdetto come l’espressione della volontà del popolo svizzero «di risolvere in modo equilibrato e con lo spirito delle nostre tradizioni i problemi culturali, umani ed economici connessi con la presenza di un gran numero di cittadini stranieri».
In realtà il Consiglio federale, pur confortato dall’esito della votazione, sentiva fortemente la responsabilità che quel rigetto dell’iniziativa comportava. Doveva cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti degli immigrati. Dove avviare decisamente la strada delle riforme per favorire l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri.
Anche i sindacati, videro nel rigetto dell’iniziativa la conferma delle loro tesi che chiedevano al governo di chiudere definitivamente la lunga fase politica del «laisser faire, laisser aller» del dopoguerra e di avviare nei confronti degli stranieri una nuova politica basata su queste grandi linee: «contingentamento globale della popolazione estera, maggiore mobilità della mano d'opera: stabilizzazione quale premessa a un 'ulteriore riduzione e liberalizzazione del mercato del lavoro quale premessa alla libera circolazione. E soprattutto provvedimenti che diano il via ad una autentica politica d'integrazione della popolazione estera quale presupposto all'assimilazione».
Gli stranieri e specialmente gli italiani furono ovviamente soddisfatti dell’esito della votazione. L’ambasciatore d’Italia Enrico Martino si rallegrò che «la maggioranza del popolo svizzero sia stata fedele alle sue tradizioni di paese libero ed ospitale» e che «il risultato di questa votazione, avendo riportato la serenità nella massa dei lavoratori stranieri, potrà costituire un valido contributo non solo al benessere della Svizzera, ma altresì ai rapporti tra quest'ultima e i Paesi che hanno qui molti lavoratori».
In realtà la serenità tra i lavoratori stranieri, soprattutto tra gli italiani, non era affatto ritornata. La tragedia era stata evitata e questo rappresentava per tutti un grande sollievo, ma quel risultato, per quanto positivo, sapeva tanto di amaro. Si percepiva chiaramente che i seguaci di Schwarzenbach si erano rafforzati e avrebbero continuato la loro offensiva xenofoba. E poi, sapevano benissimo che molti di coloro che avevano votato contro l’iniziativa non l’avevano fatto per amore o rispetto degli stranieri, ma per opportunismo e per convenienza. Inoltre, quel numero così elevato di fautori dell’iniziativa non poteva scacciare il pensiero che, magari tra gli stessi compagni di lavoro, una persona su due era forse favorevole a rimandare a casa una parte consistente di lavoratori immigrati.
Le conseguenze di quella votazione, come si vedrà in altro articolo, furono immense. Determinarono anche la storia della collettività italiana in Svizzera.
(Gli altri articoli di questa serie sono apparsi il 10.3.2010, il 7.4.2010, il 28.4.2010 e il 5.5.2010)
Giovanni Longu
Berna 2 giugno 2010
Quarant’anni fa, il 7 giugno 1970, il popolo svizzero venne chiamato a votare su un’iniziativa popolare che mirava a ridurre drasticamente il numero degli stranieri presenti in Svizzera e ancorare nella Costituzione che la loro proporzione nei singoli Cantoni non doveva superare il 10% (nel Cantone di Ginevra il 25%) della popolazione svizzera. Accettandola, avrebbe cambiato probabilmente la storia svizzera, mentre rifiutandola avrebbe incoraggiato il Governo federale a proseguire una politica migratoria orientata sempre più al controllo e all’integrazione degli stranieri.
Tutte le forze politiche e sindacali, gli ambienti economici, le chiese, i media erano scesi in campo per lo più contro l’iniziativa promossa dalla destra nazionalista e xenofoba guidata da J. Schwarzenbach. Per il governo, la sua accettazione avrebbe provocato gravi perturbazioni economiche e la chiusura di diverse imprese, con grave danno non solo all’economia ma anche alla manodopera svizzera. Pur senza conoscere i dettagli dell’iniziativa e le possibili conseguenze, l’opinione pubblica percepiva chiaramente che si trattava di una decisione importante, forse decisiva, per l’avvenire del Paese. Accettarla significava per i fautori la salvezza dal pericolo dell’«inforestierimento», mentre per gli avversari avrebbe comportato una rottura traumatica sul piano interno e internazionale (si parlò di una vera e propria «sciagura nazionale») dalle conseguenze imprevedibili.
La situazione
Il tema era alquanto delicato perché riguardava direttamente o indirettamente oltre un milione di stranieri (su una popolazione complessiva di 6,2 milioni di abitanti). Il loro numero e il loro ritmo di accrescimento (anche grazie alle seconde generazioni) in certi ambienti faceva paura, anche perché si trattava di una popolazione poco integrata. In effetti la distanza tra svizzeri e stranieri era enorme. Come se le due comunità, pur vivendo l’una accanto all’altra, non si conoscessero o facessero finta di non sapere nulla l’una dell’altra. I contatti era limitati all’essenziale. L’incomunicabilità era quasi totale, persino tra i giovani.
Quando, qualche anno più tardi, chiesi a Schwarzenbach perché ce l’avesse tanto contro gli italiani, mi rispose che egli non ce l’aveva affatto contro gli italiani, ma semmai contro le «sottoculture» e soprattutto contro «quei datori di lavoro senza scrupoli che fanno venire da noi lavoratori stranieri a buon mercato, senza alcuna informazione sulla Svizzera, senza alcuna preparazione, senza nemmeno sapere esattamente cosa avrebbero poi fatto nelle nostre fabbriche, con la sola prospettiva o l’illusione di restare qui alcuni anni, isolati nei loro ghetti, guadagnare un po’ di soldi e tornarsene al proprio Paese, altro che sforzarsi di capire il nostro mondo o assimilarsi al nostro modo di vivere...!».
Evidentemente la proposta di Schwarzenbach non era la migliore per risolvere i problemi, ma li metteva in luce. Gli stranieri non potevano restare relegati nei ghetti, non potevano continuare a servirsi di strutture parallele (asili nido, scuole, chiese, ritrovi, ecc.), non potevano continuare a vivere in questo Paese senza sentire il bisogno e la possibilità d’integrarsi. L’iniziativa Schwarzenbach interpellava correttamente il popolo sovrano per decidere la strada da seguire. La responsabilità dei votanti era enorme perché, al di là della questione già grave riguardante il numero di stranieri da tenere o da rinviare al loro Paese d’origine, si trattava di scegliere un modello di Stato, un tipo di politica a lunga durata, una scelta di campo chiara di fronte all’Europa e al mondo.
La vigilia della votazione
Il clima precedente la votazione del 7 giugno 1970 era a dir poco difficile e teso. La propaganda dei fautori dell’iniziativa era molto capillare e faceva leva sulle paure e sulle frustrazioni soprattutto della classe operaia svizzera (lavoro, salari, abitazioni, ecc.). Tendeva ad evidenziare gli aspetti negativi della presenza massiccia degli immigrati, soprattutto italiani, esasperando e generalizzando singoli episodi o situazioni particolari. Persino alcune caratteristiche degli italiani che tradizionalmente erano considerate positive, come la laboriosità, il senso del risparmio, il senso della famiglia, il saper vivere, venivano presentate in negativo. Si ammetteva ad esempio che gli italiani erano dediti al lavoro, ma si rimproverava loro di preferire la quantità (il cottimo) a scapito della qualità e di danneggiare altri colleghi di lavoro facendo abbassare i tempi di lavorazione. Il risparmio non era più considerato una virtù ma un vizio, perché, si diceva, pur di risparmiare gli italiani preferiscono vivere come straccioni, abitare in catapecchie, sfruttare la Svizzera per portare e spendere i guadagni in Italia. Agli italiani rimproveravano soprattutto di vivere qui ma con la testa altrove, di non adattarsi alle regole e alle tradizioni di questo Paese, di non fare nemmeno lo sforzo d’imparare la lingua locale rendendo praticamente impossibile la comunicazione.
Gli avversari dell’iniziativa più che fare appello a sentimenti umanitari o ai principi di una politica liberale in linea con le aperture dell’Europa, facevano leva anch’essi sul sentimento di paura per le inevitabili gravi conseguenze che l’accettazione dell’iniziativa avrebbe comportato.
Una votazione «storica»
L’importanza di quella votazione, a giusta ragione definita da molti commentatori dell’epoca «storica», è data soprattutto dall’alta partecipazione dei votanti, la più alta in assoluto dopo quella record del 6 luglio 1947 quando, con una partecipazione del 79,7 per cento, fu approvata la legge sull'AVS. Per l’iniziativa Schwarzenbach si recò alle urne il 74,7% degli aventi diritto (allora solo uomini perché le donne non avevano ancora ottenuto il diritto di voto), una percentuale mai più superata.
Un altro elemento importante da sottolineare è che lo scarto tra i favorevoli e i contrari era assai ridotto, solo 8 punti percentuali (46% di sì contro 54% di no). Un risultato che si prestava a molteplici interpretazioni e che non lasciò indifferente nessuno.
Fu indubbiamente un grande risultato della democrazia elvetica e una vittoria, anche se di stretta misura, del buon senso. Ma l’alta percentuale dei voti favorevoli all’iniziativa non poteva non costituire un elemento di preoccupazione.
Se l’iniziativa di Schwarzenbach fallì non fu infatti per le idee, ma per paura delle conseguenza che la sua accettazione avrebbe comportato: una perdita di alcune centinaia di migliaia di lavoratori stranieri in pochi anni avrebbe potuto indurre un tracollo dell’intera economia svizzera e una perdita d’immagine a livello internazionale gravissima.
La paura è stata la vera protagonista di questa come di altre votazioni dello stesso tipo. Si sono affrontati due tipi di paura: quella di avere in Svizzera troppi stranieri e quella delle conseguenze che avrebbe provocato la loro riduzione forzata. Non è stata una votazione a favore degli stranieri, per migliorarne le condizioni.
Le reazioni
Conosciuto l’esito della votazione, molti tirarono un respiro di sollievo. L’economia, anzitutto, perché poteva ancora attingere dal serbatoio della manodopera estera. Ma anche il governo, responsabile della politica nei confronti degli stranieri e gli stessi immigrati, soprattutto gli italiani.
Il governo lesse il verdetto come l’espressione della volontà del popolo svizzero «di risolvere in modo equilibrato e con lo spirito delle nostre tradizioni i problemi culturali, umani ed economici connessi con la presenza di un gran numero di cittadini stranieri».
In realtà il Consiglio federale, pur confortato dall’esito della votazione, sentiva fortemente la responsabilità che quel rigetto dell’iniziativa comportava. Doveva cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti degli immigrati. Dove avviare decisamente la strada delle riforme per favorire l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri.
Anche i sindacati, videro nel rigetto dell’iniziativa la conferma delle loro tesi che chiedevano al governo di chiudere definitivamente la lunga fase politica del «laisser faire, laisser aller» del dopoguerra e di avviare nei confronti degli stranieri una nuova politica basata su queste grandi linee: «contingentamento globale della popolazione estera, maggiore mobilità della mano d'opera: stabilizzazione quale premessa a un 'ulteriore riduzione e liberalizzazione del mercato del lavoro quale premessa alla libera circolazione. E soprattutto provvedimenti che diano il via ad una autentica politica d'integrazione della popolazione estera quale presupposto all'assimilazione».
Gli stranieri e specialmente gli italiani furono ovviamente soddisfatti dell’esito della votazione. L’ambasciatore d’Italia Enrico Martino si rallegrò che «la maggioranza del popolo svizzero sia stata fedele alle sue tradizioni di paese libero ed ospitale» e che «il risultato di questa votazione, avendo riportato la serenità nella massa dei lavoratori stranieri, potrà costituire un valido contributo non solo al benessere della Svizzera, ma altresì ai rapporti tra quest'ultima e i Paesi che hanno qui molti lavoratori».
In realtà la serenità tra i lavoratori stranieri, soprattutto tra gli italiani, non era affatto ritornata. La tragedia era stata evitata e questo rappresentava per tutti un grande sollievo, ma quel risultato, per quanto positivo, sapeva tanto di amaro. Si percepiva chiaramente che i seguaci di Schwarzenbach si erano rafforzati e avrebbero continuato la loro offensiva xenofoba. E poi, sapevano benissimo che molti di coloro che avevano votato contro l’iniziativa non l’avevano fatto per amore o rispetto degli stranieri, ma per opportunismo e per convenienza. Inoltre, quel numero così elevato di fautori dell’iniziativa non poteva scacciare il pensiero che, magari tra gli stessi compagni di lavoro, una persona su due era forse favorevole a rimandare a casa una parte consistente di lavoratori immigrati.
Le conseguenze di quella votazione, come si vedrà in altro articolo, furono immense. Determinarono anche la storia della collettività italiana in Svizzera.
(Gli altri articoli di questa serie sono apparsi il 10.3.2010, il 7.4.2010, il 28.4.2010 e il 5.5.2010)
Giovanni Longu
Berna 2 giugno 2010
26 maggio 2010
La nuova legge sulle lingue salverà l’italiano in Svizzera?
Fra poco più di un mese entrerà in vigore l’ordinanza d’applicazione della legge federale sulle lingue (LLing). E’ ovvio che se ne parli e se ne scriva sui quotidiani svizzeri, perché il plurilinguismo è una caratteristica fondamentale della Svizzera, a prescindere dall’interpretazione che ne è stata data soprattutto negli ultimi cinquant’anni.
Tradizionalmente la lingua è stata considerata soprattutto in occidente come un elemento identitario dell’appartenenza a un popolo e a una nazione. Luigi Settembrini, scrittore risorgimentale, coetaneo alla costituzione della Confederazione (1848) e dell’Unità d’Italia (1861), annotò nelle «Ricordanze della mia vita» (pubblicate postume) che «quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto». Questo era anche il pensiero prevalente allora e, in generale, anche oggi.
L’equazione lingua uguale patria ha tuttavia molte eccezioni e qualche complicazione. La Svizzera è un tipico esempio in cui l’identità nazionale non è rappresentata da una sola lingua. Non esiste infatti una lingua «svizzera», ma esistono ben quattro lingue nazionali, ossia il tedesco, il francese, l’italiano e il romancio. L’equazione lingua uguale patria vale in Svizzera a livello cantonale (con alcune eccezioni) e regionale, ma non a livello svizzero.
Eppure anche a livello federale la lingua ha la sua importanza per l’identità nazionale. Infatti uno degli elementi identificatori della Svizzera è il plurilinguismo sia istituzionale, riconosciuto dalla Costituzione svizzera, che reale, limitatamente alle quattro lingue menzionate. Con questa caratteristica è nata la Confederazione svizzera nel 1848 e questa caratteristica è stata rilevata ininterrottamente da 150 anni nei censimenti federali della popolazione.
E’ ancora attuale il plurilinguismo svizzero?
La domanda se la pongono in molti e le risposte non sono univoche. La risposta più semplice sarebbe: evidentemente sì perché è ancora iscritto nella Costituzione, di recente (2000) vi è stato aggiunto un apposito articolo costituzionale sulle lingue (art. 70) e dal 1° gennaio di quest’anno è in vigore la legge applicativa. Ma il fatto stesso che la domanda sia molto frequente negli ultimi vent’anni lascia intendere che qualche dubbio c’è.
Il dubbio ovviamente non concerne il contenuto della Costituzione, ma il modo in cui il plurilinguismo è inteso ed è vissuto oggi. E’ facile ripetere (da oltre 150 anni) che la Confederazione è plurilingue, resta invece impossibile affermare che gli svizzeri sono tutti plurilingui nel senso che conoscono (e praticano) le lingue nazionali riconosciute dalla Costituzione federale. E’ vero che molti svizzeri sono plurilingui, ma generalmente gli svizzeri sono monolingui, nel senso che in una regione linguistica determinata la lingua praticata dalla stragrande maggioranza degli abitanti è una sola. In realtà le quattro comunità linguistiche sono ben distinte fra loro, convivono una accanto all’altra e in parte s’ignorano. Lo notava già nel 1967 Friedrich Dürrenmatt: «Il rapporto [tra i gruppi linguistici] non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto. Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione».
Se ne ha un’eco molto significativa anche nella legge sulle lingue che finalmente, dopo lunghi anni di gestazione, è entrata in vigore proprio quest’anno, anche se in parte ancora inattuata per mancanza della relativa ordinanza d’applicazione.
L’articolo 2 della nuova legge precisa gli scopi: «La presente legge intende: a. rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera; b. consolidare la coesione interna del Paese; c. promuovere il plurilinguismo individuale e istituzionale nell’uso delle lingue nazionali; d. salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali».
A ben vedere si tratta di buone intenzioni che difficilmente potranno essere realizzate, a meno che nell’ordinanza di applicazione (ancora in consultazione) non si dica chiaramente cosa la Confederazione intende fare e quanto è disposta a spendere per «rafforzare… consolidare ... promuovere … salvaguardare». Solo un intervento convinto, finanziato sufficientemente, durevole e controllato potrà davvero dare un segnale di speranza soprattutto all’italiano praticato fuori del suo territorio naturale. In Ticino, infatti, l’italiano non corre alcun pericolo di estinzione, mentre nel resto della Svizzera s’indebolisce sempre di più, per non parlare del romancio.
Qualche dubbio sulla realizzabilità delle intenzioni espresse all’articolo 2 a dire il vero lo lascia trasparire già l’articolo 1 che recita: «La presente legge disciplina: a. l’uso delle lingue ufficiali da parte e nei confronti delle autorità federali; b. la promozione della comprensione e degli scambi tra le comunità linguistiche; c. il sostegno dei Cantoni plurilingui nell’adempimento dei loro compiti speciali; d. il sostegno ai Cantoni dei Grigioni e Ticino per le misure a favore del romancio e dell’italiano». Questo articolo contiene infatti ben poco d’innovativo e soprattutto di efficace circa l’uso delle lingue ufficiali in generale (e non solo nei confronti delle autorità federali) o la promozione della comprensione e degli scambi tra le comunità linguistiche.
La nuova ordinanza sulle lingue salverà i corsi d’italiano?
Prima di conoscere l’ordinanza d’applicazione della nuova legge non dovrebbe essere consentito il pessimismo. Ma è difficile scacciarlo alla luce di quanto è dato di osservare nella realtà sociolinguistica svizzera. Basti osservare la penetrazione decisa dello «Schwytzerdütsch», la diminuzione costante degli italofoni nella Svizzera tedesca e francese, l’utilizzo sempre più diffuso dell’inglese non solo nei grandi consigli di amministrazione, l’insignificante produzione letteraria in italiano, la scarsa lettura di opere e di giornali italiani fuori del Ticino, e mi fermo qui ma la lista potrebbe continuare.
E’ vero che qualche giorno fa il Corriere del Ticino titolava su cinque colonne «Ossigeno per l’italiano a Berna» per annunciare una certa disponibilità della Confederazione ad allentare i cordoni della borsa, ma non è chiaro dove i soldi in più (si tratterebbe di 2,5 milioni per le lingue minoritarie) verrebbero impiegati. Per aumentare il numero dei traduttori, magari verso il tedesco e il francese? Per finanziare qualche traduzione in più in italiano per sporadici lettori e arricchire qualche biblioteca? Per finanziare corsi d’italiano (e di francese) agli alti funzionari che non hanno alcuna nozione della terza lingua ufficiale? Si vedrà.
A proposito di «corsi d’italiano», già in marzo il Corriere del Ticino aveva suscitato un po’ di ottimismo intitolando un servizio da Berna «Sostegno ai corsi di italiano». Vi si poteva leggere, fra l’altro, che «il Governo intende finanziare la formazione dei docenti che assicurano i corsi di lingua e cultura italiana». In effetti il Consiglio federale si era dichiarato disposto a favorire la formazione dei docenti, senza specificare quali, ma già il 24 febbraio scorso, rispondendo ad una interpellanza della consigliera nazionale Kathy Riklin, aveva escluso interventi diretti della Confederazione per finanziare corsi di lingua, pur essendo disposta a «concedere ai Cantoni aiuti finanziari per creare i presupposti per l'insegnamento di una seconda e di una terza lingua nazionale».
In altre parole, i corsi di lingua e cultura italiana organizzati e finanziati attualmente dallo Stato italiano potranno essere presi in considerazione ai fini dei benefici finanziari previsti dalla legge sulle lingue solo se rientreranno in qualche modo nella competenza dei Cantoni interessati. All’on. Riklin che aveva chiesto espressamente «se l'articolo 16 della legge sulle lingue (LLing) non potrebbe costituire la base legale adeguata per garantire ai parlanti italiani e romanci la possibilità di un insegnamento nella loro prima lingua anche al di fuori della sua area di diffusione tradizionale» il Consiglio federale ha risposto che «la Confederazione potrà sostenere in tutti gli ambiti di promozione relativi all'articolo 16 LLing solo le misure richieste dai cantoni. La Confederazione non finanzierà corsi di lingua».
A questo punto, mi sembra legittima una domanda da rivolgere alle competenti autorità italiane: è pensabile una «cantonalizzazione» dei corsi di lingua e cultura italiane in una forma che preveda una sorta di cogestione e cofinanziamento? Diversamente, quale sarebbe l’alternativa all’attuale situazione dei corsi che non soddisfa più nessuno?
Chi potrà salvare l’italiano?
Guai tuttavia, ritenere che la salvaguardia della lingua e della cultura italiane dipendano unicamente dalle decisioni delle autorità scolastiche o dall’utilizzo di quei pochi spiragli che offre la recente legge sulle lingue e la prossima ordinanza d’applicazione. Credo che la responsabilità maggiore ricada sugli stessi italofoni. Sono loro che devono dimostrare che l’italiano è una lingua viva e utile e la cultura italiana meritevole di attenzione e diffusione.
In questo spirito si sta costituendo a Berna un gruppo di lavoro finalizzato alla creazione di sinergie tra italiani, ticinesi e svizzeri italofoni soprattutto di seconda e terza generazione. Vi fanno parte soprattutto rappresentanti del Comitato cittadino d’intesa e della Pro Ticino. Insieme, coinvolgendo evidentemente altre associazioni e istituzioni, già il prossimo autunno si metteranno in cantiere eventi all’insegna dell’italianità. Si vorrebbe dare un segnale forte, partendo da Berna capitale federale, che l’italianità è un valore nazionale svizzero da salvaguardare e sviluppare.
La buona volontà tuttavia non basta. Bisognerà che le istituzioni non vengano meno proprio ora ai loro compiti. Mi riferisco soprattutto al Cantone Ticino e allo Stato italiano: solo con il loro sostegno sarà possibile salvaguardare l’italianità in tutte le regioni del Paese. Adesso, grazie alla nuova legge sulle lingue, il Ticino potrà intervenire anche fuori del proprio territorio. Quanto allo Stato italiano, sarebbe un peccato che non continuasse più a fare la sua parte. In fondo in questo Paese continua a vivere mezzo milione di italiani.
Giovanni Longu
Berna, 26.05.2010
Tradizionalmente la lingua è stata considerata soprattutto in occidente come un elemento identitario dell’appartenenza a un popolo e a una nazione. Luigi Settembrini, scrittore risorgimentale, coetaneo alla costituzione della Confederazione (1848) e dell’Unità d’Italia (1861), annotò nelle «Ricordanze della mia vita» (pubblicate postume) che «quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto». Questo era anche il pensiero prevalente allora e, in generale, anche oggi.
L’equazione lingua uguale patria ha tuttavia molte eccezioni e qualche complicazione. La Svizzera è un tipico esempio in cui l’identità nazionale non è rappresentata da una sola lingua. Non esiste infatti una lingua «svizzera», ma esistono ben quattro lingue nazionali, ossia il tedesco, il francese, l’italiano e il romancio. L’equazione lingua uguale patria vale in Svizzera a livello cantonale (con alcune eccezioni) e regionale, ma non a livello svizzero.
Eppure anche a livello federale la lingua ha la sua importanza per l’identità nazionale. Infatti uno degli elementi identificatori della Svizzera è il plurilinguismo sia istituzionale, riconosciuto dalla Costituzione svizzera, che reale, limitatamente alle quattro lingue menzionate. Con questa caratteristica è nata la Confederazione svizzera nel 1848 e questa caratteristica è stata rilevata ininterrottamente da 150 anni nei censimenti federali della popolazione.
E’ ancora attuale il plurilinguismo svizzero?
La domanda se la pongono in molti e le risposte non sono univoche. La risposta più semplice sarebbe: evidentemente sì perché è ancora iscritto nella Costituzione, di recente (2000) vi è stato aggiunto un apposito articolo costituzionale sulle lingue (art. 70) e dal 1° gennaio di quest’anno è in vigore la legge applicativa. Ma il fatto stesso che la domanda sia molto frequente negli ultimi vent’anni lascia intendere che qualche dubbio c’è.
Il dubbio ovviamente non concerne il contenuto della Costituzione, ma il modo in cui il plurilinguismo è inteso ed è vissuto oggi. E’ facile ripetere (da oltre 150 anni) che la Confederazione è plurilingue, resta invece impossibile affermare che gli svizzeri sono tutti plurilingui nel senso che conoscono (e praticano) le lingue nazionali riconosciute dalla Costituzione federale. E’ vero che molti svizzeri sono plurilingui, ma generalmente gli svizzeri sono monolingui, nel senso che in una regione linguistica determinata la lingua praticata dalla stragrande maggioranza degli abitanti è una sola. In realtà le quattro comunità linguistiche sono ben distinte fra loro, convivono una accanto all’altra e in parte s’ignorano. Lo notava già nel 1967 Friedrich Dürrenmatt: «Il rapporto [tra i gruppi linguistici] non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto. Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione».
Se ne ha un’eco molto significativa anche nella legge sulle lingue che finalmente, dopo lunghi anni di gestazione, è entrata in vigore proprio quest’anno, anche se in parte ancora inattuata per mancanza della relativa ordinanza d’applicazione.
L’articolo 2 della nuova legge precisa gli scopi: «La presente legge intende: a. rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera; b. consolidare la coesione interna del Paese; c. promuovere il plurilinguismo individuale e istituzionale nell’uso delle lingue nazionali; d. salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali».
A ben vedere si tratta di buone intenzioni che difficilmente potranno essere realizzate, a meno che nell’ordinanza di applicazione (ancora in consultazione) non si dica chiaramente cosa la Confederazione intende fare e quanto è disposta a spendere per «rafforzare… consolidare ... promuovere … salvaguardare». Solo un intervento convinto, finanziato sufficientemente, durevole e controllato potrà davvero dare un segnale di speranza soprattutto all’italiano praticato fuori del suo territorio naturale. In Ticino, infatti, l’italiano non corre alcun pericolo di estinzione, mentre nel resto della Svizzera s’indebolisce sempre di più, per non parlare del romancio.
Qualche dubbio sulla realizzabilità delle intenzioni espresse all’articolo 2 a dire il vero lo lascia trasparire già l’articolo 1 che recita: «La presente legge disciplina: a. l’uso delle lingue ufficiali da parte e nei confronti delle autorità federali; b. la promozione della comprensione e degli scambi tra le comunità linguistiche; c. il sostegno dei Cantoni plurilingui nell’adempimento dei loro compiti speciali; d. il sostegno ai Cantoni dei Grigioni e Ticino per le misure a favore del romancio e dell’italiano». Questo articolo contiene infatti ben poco d’innovativo e soprattutto di efficace circa l’uso delle lingue ufficiali in generale (e non solo nei confronti delle autorità federali) o la promozione della comprensione e degli scambi tra le comunità linguistiche.
La nuova ordinanza sulle lingue salverà i corsi d’italiano?
Prima di conoscere l’ordinanza d’applicazione della nuova legge non dovrebbe essere consentito il pessimismo. Ma è difficile scacciarlo alla luce di quanto è dato di osservare nella realtà sociolinguistica svizzera. Basti osservare la penetrazione decisa dello «Schwytzerdütsch», la diminuzione costante degli italofoni nella Svizzera tedesca e francese, l’utilizzo sempre più diffuso dell’inglese non solo nei grandi consigli di amministrazione, l’insignificante produzione letteraria in italiano, la scarsa lettura di opere e di giornali italiani fuori del Ticino, e mi fermo qui ma la lista potrebbe continuare.
E’ vero che qualche giorno fa il Corriere del Ticino titolava su cinque colonne «Ossigeno per l’italiano a Berna» per annunciare una certa disponibilità della Confederazione ad allentare i cordoni della borsa, ma non è chiaro dove i soldi in più (si tratterebbe di 2,5 milioni per le lingue minoritarie) verrebbero impiegati. Per aumentare il numero dei traduttori, magari verso il tedesco e il francese? Per finanziare qualche traduzione in più in italiano per sporadici lettori e arricchire qualche biblioteca? Per finanziare corsi d’italiano (e di francese) agli alti funzionari che non hanno alcuna nozione della terza lingua ufficiale? Si vedrà.
A proposito di «corsi d’italiano», già in marzo il Corriere del Ticino aveva suscitato un po’ di ottimismo intitolando un servizio da Berna «Sostegno ai corsi di italiano». Vi si poteva leggere, fra l’altro, che «il Governo intende finanziare la formazione dei docenti che assicurano i corsi di lingua e cultura italiana». In effetti il Consiglio federale si era dichiarato disposto a favorire la formazione dei docenti, senza specificare quali, ma già il 24 febbraio scorso, rispondendo ad una interpellanza della consigliera nazionale Kathy Riklin, aveva escluso interventi diretti della Confederazione per finanziare corsi di lingua, pur essendo disposta a «concedere ai Cantoni aiuti finanziari per creare i presupposti per l'insegnamento di una seconda e di una terza lingua nazionale».
In altre parole, i corsi di lingua e cultura italiana organizzati e finanziati attualmente dallo Stato italiano potranno essere presi in considerazione ai fini dei benefici finanziari previsti dalla legge sulle lingue solo se rientreranno in qualche modo nella competenza dei Cantoni interessati. All’on. Riklin che aveva chiesto espressamente «se l'articolo 16 della legge sulle lingue (LLing) non potrebbe costituire la base legale adeguata per garantire ai parlanti italiani e romanci la possibilità di un insegnamento nella loro prima lingua anche al di fuori della sua area di diffusione tradizionale» il Consiglio federale ha risposto che «la Confederazione potrà sostenere in tutti gli ambiti di promozione relativi all'articolo 16 LLing solo le misure richieste dai cantoni. La Confederazione non finanzierà corsi di lingua».
A questo punto, mi sembra legittima una domanda da rivolgere alle competenti autorità italiane: è pensabile una «cantonalizzazione» dei corsi di lingua e cultura italiane in una forma che preveda una sorta di cogestione e cofinanziamento? Diversamente, quale sarebbe l’alternativa all’attuale situazione dei corsi che non soddisfa più nessuno?
Chi potrà salvare l’italiano?
Guai tuttavia, ritenere che la salvaguardia della lingua e della cultura italiane dipendano unicamente dalle decisioni delle autorità scolastiche o dall’utilizzo di quei pochi spiragli che offre la recente legge sulle lingue e la prossima ordinanza d’applicazione. Credo che la responsabilità maggiore ricada sugli stessi italofoni. Sono loro che devono dimostrare che l’italiano è una lingua viva e utile e la cultura italiana meritevole di attenzione e diffusione.
In questo spirito si sta costituendo a Berna un gruppo di lavoro finalizzato alla creazione di sinergie tra italiani, ticinesi e svizzeri italofoni soprattutto di seconda e terza generazione. Vi fanno parte soprattutto rappresentanti del Comitato cittadino d’intesa e della Pro Ticino. Insieme, coinvolgendo evidentemente altre associazioni e istituzioni, già il prossimo autunno si metteranno in cantiere eventi all’insegna dell’italianità. Si vorrebbe dare un segnale forte, partendo da Berna capitale federale, che l’italianità è un valore nazionale svizzero da salvaguardare e sviluppare.
La buona volontà tuttavia non basta. Bisognerà che le istituzioni non vengano meno proprio ora ai loro compiti. Mi riferisco soprattutto al Cantone Ticino e allo Stato italiano: solo con il loro sostegno sarà possibile salvaguardare l’italianità in tutte le regioni del Paese. Adesso, grazie alla nuova legge sulle lingue, il Ticino potrà intervenire anche fuori del proprio territorio. Quanto allo Stato italiano, sarebbe un peccato che non continuasse più a fare la sua parte. In fondo in questo Paese continua a vivere mezzo milione di italiani.
Giovanni Longu
Berna, 26.05.2010
19 maggio 2010
Quando si parla di «fuga dei cervelli»!
Da decenni si sente parlare in Italia di fuga dei cervelli (in inglese: brain drain) e da qualche anno si discute su come farli ritornare. Purtroppo non esistono al riguardo «scudi» o incentivi analoghi a quelli che servono per far rientrare i «capitali in fuga». I cervelli corrono dove trovano gli ambienti adatti a svilupparsi. Evidentemente quello italiano non è tra i più idonei.
Troppe chiacchiere
Ho letto che si vorrebbe creare «una lobby per la ricerca in Italia» e si è trovato pure lo slogan: «Contro-Fuga». In Parlamento giacciono proposte di legge per incentivare il ritorno dei cervelli italiani dall’estero e rendere più internazionale il mondo universitario italiano. I politici, di tutti gli orientamenti, sembrano fare a gara a evidenziare i problemi dei giovani e a elargire ricette per risolverli. Tutti sembrano puntare sui giovani, l’avvenire del Paese, ma non si dice mai a partire da quando. Da qualche anno si moltiplicano le fondazioni che fanno capo a personalità di spicco, tutte orientate al futuro, dove i giovani sono oggetti, non soggetti attivi. Si susseguono i convegni dedicati al futuro dei giovani, organizzati inevitabilmente da adulti: «generare classe dirigente», «generazione futuro», «giovani e politica», ecc.
La politica e l’economia si schierano decisamente, a parole, dalla parte dei giovani. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi assicura l’impegno del governo per i giovani. Per il Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini la politica deve gettare le basi per lo sviluppo e dare un futuro ai giovani. Per Luca di Montezemolo occorre «liberarsi dalle divisioni e dagli egoismi e ritrovare il gusto della sfida» e attingendo a una serie di valori (etica, responsabilità, fiducia…) «per definire una visione del nostro futuro ed impegnarci a realizzarla». Parole, parole, parole, soltanto parole!
La parola chiave è «eccellenza»
Mi viene in mente, per contrasto, quanto ebbe a ripetere qualche settimana fa il Ministro della cultura svizzero Didier Burkhalter al Dies Academicus dell’Università della Svizzera italiana a Lugano per spiegare il successo del sistema educativo svizzero: «la parola chiave è eccellenza» e indicare la rotta da seguire per il futuro: «l'educazione e la ricerca svizzere saranno riconosciute se mireranno all'eccellenza». Per questo, diceva ancora, occorre dare fiducia ai giovani.
La Svizzera ne dà la prova, nelle classifiche mondiali riesce a piazzarsi quasi sempre ai primi posti. E l’Italia? Si direbbe che si perda nelle parole, di fatto nelle stesse classifiche occupa spesso posizioni di retroguardia.
Sia ben chiaro, in alcuni settori l’eccellenza italiana emerge ed è riconosciuta a livello internazionale. Alcuni esempi nel campo della moda, dell’alimentazione, del designer, della tecnologia, della domotica sono attualmente in vetrina all’esposizione mondiale di Shanghai. Eppure l’Italia non compare quasi mai ai vertici delle classifiche mondiali che «misurano» la competitività e l’innovazione. Il sistema formativo italiano non gode di alcun prestigio internazionale, sembra addirittura inadeguato ai bisogni di uno dei Paesi più industrializzati del mondo, ma anche tra i meno competitivi e innovativi.
Confronto Italia - Svizzera
Presi singolarmente, i ricercatori italiani sono tra i migliori al mondo e sono per le loro scoperte tra i più citati al mondo nelle riviste scientifiche internazionali. Ma per fare ricerca devono (!) lasciare l’Italia. I ricercatori di alto livello sono molto numerosi, ma i loro progetti non riescono spesso ad aggiudicarsi i finanziamenti internazionali necessari alla loro realizzazione. Nel 2009, ad esempio, su 1584 ricercatori di alto livello (Advanced Grants) che hanno presentato domanda di finanziamento ad un concorso del Consiglio europeo della ricerca (ERC) ben 220 erano italiani, preceduti da britannici (306), ma più numerosi dei francesi (159), tedeschi (145), svizzeri (102), ecc. Su 236 progetti selezionati e dotati di cospicue borse di studio (da 2 a 3,5 milioni di euro) solo 23 erano italiani, contro i 55 britannici, i 31 francesi e altrettanti tedeschi.
Ciò che colpisce maggiormente di questo concorso è che dei 23 progetti vinti da italiani solo 15 saranno realizzati in Italia, mentre in Gran Bretagna ne verranno realizzati 58, in Francia 34, in Germania 31 e ben 29 in Svizzera. Segno che questi Paesi riescono ad attirare anche ricercatori stranieri, mentre l’Italia non riesce a trattenere nemmeno i propri.
Nella rinomata classifica annuale (2009/2010) della competitività del World Economic Forum (WEF), la Svizzera risulta al primo posto, davanti a Stati Uniti, Singapore, Svezia e Danimarca. Per trovare l’Italia bisogna scorrere la lista fino al 48° posto (l’anno precedente occupava il 49° posto).
Secondo un’altra classifica dello stesso WEF che misura la capacità nazionale di promuovere la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (The Networked Readiness Index 2009–2010) l’Italia occupa ancora la 48a posizione, tra la Tailandia e la Costa Rica, mentre la Svizzera si piazza al 4° posto dopo Svezia, Singapore e Danimarca.
Secondo i dati dell’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), la Svizzera è anche tra i leader mondiali per numero di brevetti depositati per abitante e si colloca al primo posto al mondo per il numero di pubblicazioni scientifiche per abitante. La Svizzera registra anche il maggior numero di Premi Nobel pro capite, più cioè di qualsiasi altro Paese al mondo.
La Svizzera è anche campionessa europea dell’innovazione, alla testa di un ristretto gruppo di Paesi comprendenti oltre alla Svizzera, la Svezia, la Finlandia, la Danimarca, la Germania e il Regno Unito. L’Italia è nettamente sotto la media europea (UE27).
Investimenti e organizzazione
A questo punto ci si potrebbe domandare dove sia finita la proverbiale inventiva italiana, ma evidentemente nel settore della ricerca tecnologica avanzata la genialità senza gli strumenti, i laboratori, le università non basta. E per avere questi mezzi oggi più che mai occorrono investimenti sostanziosi e mirati che, ad esempio, la Svizzera mette in campo, mentre l’Italia sembra aspettare tempi migliori, senza accorgersi che la concorrenza non sta ad aspettare.
Se la Svizzera è tra i Paesi leader mondiali nell’innovazione e nella ricerca è perché investe molto nel settore della formazione. Nel 2008 la Confederazione ha investito per la ricerca e lo sviluppo (R-S) 1,5 miliardi di franchi, in aggiunta agli investimenti privati, ben più consistenti, di quasi 12 miliardi di franchi (ossia il 2,2% del PIL). La Svizzera si posiziona al sesto posto nella graduatoria mondiale (preceduta da Israele, Giappone, Svezia, Corea del Sud e Finlandia) e sopravanza del doppio la media dei Paesi dell’Unione europea (UE-27) corrispondente all’1,1% del PIL.
Le conseguenze sono sorprendenti per un piccolo Paese come la Svizzera. Alcune sue università sono tra le più prestigiose al mondo. La classifica internazionale delle università del Times Higher Education colloca ben 4 università svizzere tra le 100 migliori al mondo. In Europa, solo la Gran Bretagna fa meglio e la Svizzera compete alla pari con la Germania e i Paesi Bassi. Si calcola che oltre il 70 per cento degli studenti svizzeri è formato in una delle 200 migliori università al mondo (Shanghai Ranking). Le università svizzere sono molto attrattive e vantano un elevato grado d’internazionalizzazione.
La situazione italiana
La situazione dell’Italia è desolante. Per la formazione investe meno della media non solo europea, ma del mondo. Sono scarsi non solo i finanziamenti pubblici ma anche, anzi soprattutto, quelli privati. I risultati si vedono al livello universitario e nell’innovazione. Nella citata classifica înternazionale, l’università italiana che si posiziona meglio, quella di Bologna, è solo al 174° posto e la seconda, l’Università di Roma La Sapienza, è al 205° posto. Il sistema universitario italiano è poco attraente e il suo grado d’internazionalizzazione è bassissimo. I dottorandi stranieri rappresentano una percentuale minima, poco più di un terzo della media Ue, meno di un quarto della media OCSE.
Perché l’incontro tra innovazione e investimenti sia altamente produttivo occorre un’efficiente organizzazione. Quella svizzera lo è perché, mentre lascia un’ampia autonomia alle scuole universitarie cantonali e federali, garantisce allo stesso tempo un coordinamento adeguato delle loro attività, in particolare per quanto riguarda le infrastrutture più onerose (si pensi ai grandi calcolatori) e all’integrazione nei 28 poli di ricerca nazionali. Il denominatore comune è puntare all’eccellenza.
Al confronto, com’è facile capire, la situazione italiana è sconfortante, anche se, secondo il Censis, l’Italia possiede 71 comprensori di eccellenza e 25 poli dell’innovazione. Ma sono troppo pochi e per di più localizzati per il 70,7% al Nord, il 14,7% al Centro e il 14,6% al Sud. Ma ancor più sconfortante è che la politica e anche l’economia sembrerebbero non accorgersi del ritardo italiano e, di fatto, il sistema formativo non rappresenta una priorità per il Paese, tantomeno un’eccellenza.
Conclusione
Non credo che l’Italia manchi di talenti, anzi ne ha tantissimi, e nemmeno di idee. Manca tuttavia la consapevolezza che la situazione è grave e che il sistema formativo va riformato e sviluppato con il concorso di tutte le forze politiche (maggioranza e opposizione) ma anche dell’economia privata. Per questa riforma occorrono cospicui finanziamenti ed è necessario trovarli perché se un Paese non investe nella formazione e nella ricerca è condannato al declino.
Di fronte a questa esigenza credo che la logorante guerra tra maggioranza e minoranza debba cessare e lasciare il posto al più ampio consenso. Credo anche che la solita formula di riserva «compatibilmente con le ristrettezze di bilancio» non debba essere applicata in questo settore. Ne va davvero dell’avvenire dei giovani e dell’intero Paese.
Sono convinto che se nel Paese si troverà la concordia e il buon senso per investire quanto è necessario nel sistema formativo italiano, a guadagnarne saranno non solo i diretti interessati, ma la ricerca, lo sviluppo, l’innovazione, l’economia, la competitività, la crescita generale del sistema Italia. E la Svizzera sarà ancor più vicina.
Giovanni Longu
Berna 19.05.2010
Troppe chiacchiere
Ho letto che si vorrebbe creare «una lobby per la ricerca in Italia» e si è trovato pure lo slogan: «Contro-Fuga». In Parlamento giacciono proposte di legge per incentivare il ritorno dei cervelli italiani dall’estero e rendere più internazionale il mondo universitario italiano. I politici, di tutti gli orientamenti, sembrano fare a gara a evidenziare i problemi dei giovani e a elargire ricette per risolverli. Tutti sembrano puntare sui giovani, l’avvenire del Paese, ma non si dice mai a partire da quando. Da qualche anno si moltiplicano le fondazioni che fanno capo a personalità di spicco, tutte orientate al futuro, dove i giovani sono oggetti, non soggetti attivi. Si susseguono i convegni dedicati al futuro dei giovani, organizzati inevitabilmente da adulti: «generare classe dirigente», «generazione futuro», «giovani e politica», ecc.
La politica e l’economia si schierano decisamente, a parole, dalla parte dei giovani. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi assicura l’impegno del governo per i giovani. Per il Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini la politica deve gettare le basi per lo sviluppo e dare un futuro ai giovani. Per Luca di Montezemolo occorre «liberarsi dalle divisioni e dagli egoismi e ritrovare il gusto della sfida» e attingendo a una serie di valori (etica, responsabilità, fiducia…) «per definire una visione del nostro futuro ed impegnarci a realizzarla». Parole, parole, parole, soltanto parole!
La parola chiave è «eccellenza»
Mi viene in mente, per contrasto, quanto ebbe a ripetere qualche settimana fa il Ministro della cultura svizzero Didier Burkhalter al Dies Academicus dell’Università della Svizzera italiana a Lugano per spiegare il successo del sistema educativo svizzero: «la parola chiave è eccellenza» e indicare la rotta da seguire per il futuro: «l'educazione e la ricerca svizzere saranno riconosciute se mireranno all'eccellenza». Per questo, diceva ancora, occorre dare fiducia ai giovani.
La Svizzera ne dà la prova, nelle classifiche mondiali riesce a piazzarsi quasi sempre ai primi posti. E l’Italia? Si direbbe che si perda nelle parole, di fatto nelle stesse classifiche occupa spesso posizioni di retroguardia.
Sia ben chiaro, in alcuni settori l’eccellenza italiana emerge ed è riconosciuta a livello internazionale. Alcuni esempi nel campo della moda, dell’alimentazione, del designer, della tecnologia, della domotica sono attualmente in vetrina all’esposizione mondiale di Shanghai. Eppure l’Italia non compare quasi mai ai vertici delle classifiche mondiali che «misurano» la competitività e l’innovazione. Il sistema formativo italiano non gode di alcun prestigio internazionale, sembra addirittura inadeguato ai bisogni di uno dei Paesi più industrializzati del mondo, ma anche tra i meno competitivi e innovativi.
Confronto Italia - Svizzera
Presi singolarmente, i ricercatori italiani sono tra i migliori al mondo e sono per le loro scoperte tra i più citati al mondo nelle riviste scientifiche internazionali. Ma per fare ricerca devono (!) lasciare l’Italia. I ricercatori di alto livello sono molto numerosi, ma i loro progetti non riescono spesso ad aggiudicarsi i finanziamenti internazionali necessari alla loro realizzazione. Nel 2009, ad esempio, su 1584 ricercatori di alto livello (Advanced Grants) che hanno presentato domanda di finanziamento ad un concorso del Consiglio europeo della ricerca (ERC) ben 220 erano italiani, preceduti da britannici (306), ma più numerosi dei francesi (159), tedeschi (145), svizzeri (102), ecc. Su 236 progetti selezionati e dotati di cospicue borse di studio (da 2 a 3,5 milioni di euro) solo 23 erano italiani, contro i 55 britannici, i 31 francesi e altrettanti tedeschi.
Ciò che colpisce maggiormente di questo concorso è che dei 23 progetti vinti da italiani solo 15 saranno realizzati in Italia, mentre in Gran Bretagna ne verranno realizzati 58, in Francia 34, in Germania 31 e ben 29 in Svizzera. Segno che questi Paesi riescono ad attirare anche ricercatori stranieri, mentre l’Italia non riesce a trattenere nemmeno i propri.
Nella rinomata classifica annuale (2009/2010) della competitività del World Economic Forum (WEF), la Svizzera risulta al primo posto, davanti a Stati Uniti, Singapore, Svezia e Danimarca. Per trovare l’Italia bisogna scorrere la lista fino al 48° posto (l’anno precedente occupava il 49° posto).
Secondo un’altra classifica dello stesso WEF che misura la capacità nazionale di promuovere la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (The Networked Readiness Index 2009–2010) l’Italia occupa ancora la 48a posizione, tra la Tailandia e la Costa Rica, mentre la Svizzera si piazza al 4° posto dopo Svezia, Singapore e Danimarca.
Secondo i dati dell’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), la Svizzera è anche tra i leader mondiali per numero di brevetti depositati per abitante e si colloca al primo posto al mondo per il numero di pubblicazioni scientifiche per abitante. La Svizzera registra anche il maggior numero di Premi Nobel pro capite, più cioè di qualsiasi altro Paese al mondo.
La Svizzera è anche campionessa europea dell’innovazione, alla testa di un ristretto gruppo di Paesi comprendenti oltre alla Svizzera, la Svezia, la Finlandia, la Danimarca, la Germania e il Regno Unito. L’Italia è nettamente sotto la media europea (UE27).
Investimenti e organizzazione
A questo punto ci si potrebbe domandare dove sia finita la proverbiale inventiva italiana, ma evidentemente nel settore della ricerca tecnologica avanzata la genialità senza gli strumenti, i laboratori, le università non basta. E per avere questi mezzi oggi più che mai occorrono investimenti sostanziosi e mirati che, ad esempio, la Svizzera mette in campo, mentre l’Italia sembra aspettare tempi migliori, senza accorgersi che la concorrenza non sta ad aspettare.
Se la Svizzera è tra i Paesi leader mondiali nell’innovazione e nella ricerca è perché investe molto nel settore della formazione. Nel 2008 la Confederazione ha investito per la ricerca e lo sviluppo (R-S) 1,5 miliardi di franchi, in aggiunta agli investimenti privati, ben più consistenti, di quasi 12 miliardi di franchi (ossia il 2,2% del PIL). La Svizzera si posiziona al sesto posto nella graduatoria mondiale (preceduta da Israele, Giappone, Svezia, Corea del Sud e Finlandia) e sopravanza del doppio la media dei Paesi dell’Unione europea (UE-27) corrispondente all’1,1% del PIL.
Le conseguenze sono sorprendenti per un piccolo Paese come la Svizzera. Alcune sue università sono tra le più prestigiose al mondo. La classifica internazionale delle università del Times Higher Education colloca ben 4 università svizzere tra le 100 migliori al mondo. In Europa, solo la Gran Bretagna fa meglio e la Svizzera compete alla pari con la Germania e i Paesi Bassi. Si calcola che oltre il 70 per cento degli studenti svizzeri è formato in una delle 200 migliori università al mondo (Shanghai Ranking). Le università svizzere sono molto attrattive e vantano un elevato grado d’internazionalizzazione.
La situazione italiana
La situazione dell’Italia è desolante. Per la formazione investe meno della media non solo europea, ma del mondo. Sono scarsi non solo i finanziamenti pubblici ma anche, anzi soprattutto, quelli privati. I risultati si vedono al livello universitario e nell’innovazione. Nella citata classifica înternazionale, l’università italiana che si posiziona meglio, quella di Bologna, è solo al 174° posto e la seconda, l’Università di Roma La Sapienza, è al 205° posto. Il sistema universitario italiano è poco attraente e il suo grado d’internazionalizzazione è bassissimo. I dottorandi stranieri rappresentano una percentuale minima, poco più di un terzo della media Ue, meno di un quarto della media OCSE.
Perché l’incontro tra innovazione e investimenti sia altamente produttivo occorre un’efficiente organizzazione. Quella svizzera lo è perché, mentre lascia un’ampia autonomia alle scuole universitarie cantonali e federali, garantisce allo stesso tempo un coordinamento adeguato delle loro attività, in particolare per quanto riguarda le infrastrutture più onerose (si pensi ai grandi calcolatori) e all’integrazione nei 28 poli di ricerca nazionali. Il denominatore comune è puntare all’eccellenza.
Al confronto, com’è facile capire, la situazione italiana è sconfortante, anche se, secondo il Censis, l’Italia possiede 71 comprensori di eccellenza e 25 poli dell’innovazione. Ma sono troppo pochi e per di più localizzati per il 70,7% al Nord, il 14,7% al Centro e il 14,6% al Sud. Ma ancor più sconfortante è che la politica e anche l’economia sembrerebbero non accorgersi del ritardo italiano e, di fatto, il sistema formativo non rappresenta una priorità per il Paese, tantomeno un’eccellenza.
Conclusione
Non credo che l’Italia manchi di talenti, anzi ne ha tantissimi, e nemmeno di idee. Manca tuttavia la consapevolezza che la situazione è grave e che il sistema formativo va riformato e sviluppato con il concorso di tutte le forze politiche (maggioranza e opposizione) ma anche dell’economia privata. Per questa riforma occorrono cospicui finanziamenti ed è necessario trovarli perché se un Paese non investe nella formazione e nella ricerca è condannato al declino.
Di fronte a questa esigenza credo che la logorante guerra tra maggioranza e minoranza debba cessare e lasciare il posto al più ampio consenso. Credo anche che la solita formula di riserva «compatibilmente con le ristrettezze di bilancio» non debba essere applicata in questo settore. Ne va davvero dell’avvenire dei giovani e dell’intero Paese.
Sono convinto che se nel Paese si troverà la concordia e il buon senso per investire quanto è necessario nel sistema formativo italiano, a guadagnarne saranno non solo i diretti interessati, ma la ricerca, lo sviluppo, l’innovazione, l’economia, la competitività, la crescita generale del sistema Italia. E la Svizzera sarà ancor più vicina.
Giovanni Longu
Berna 19.05.2010
12 maggio 2010
Svizzera – Italia: prove di riavvicinamento
Ci eravamo abituati, in occasioni d’incontri ai massimi livelli tra autorità italiane e autorità svizzere, a leggere nei comunicati stampa successivi che le relazioni italo-svizzere sono «eccellenti». Dopo l’incontro del 5 maggio scorso tra la Presidente della Confederazione Doris Leuthard e il Presidente del Consiglio dei ministri italiano Silvio Berlusconi non c’è stato invece alcun comunicato dello stesso tenore, anche se la Leuthard ha definito l’incontro «cordiale e costruttivo». E’ facile dedurre che i rapporti italo-svizzeri non sono ancora tornati all’eccellenza di qualche anno fa, ma diversi segnali lasciando ben sperare.
In questi ultimi anni i rapporti tra i due Paesi si sono un po’ deteriorati, non solo a causa delle note vicende sullo scudo fiscale e dei modi poco riguardosi con cui è stato applicato (nei media elvetici si è parlato persino di «guerra fiscale»), ma anche per alcune esternazioni poco o per nulla diplomatiche di alcuni importanti ministri della Repubblica, per la problematica applicazione in Italia degli Accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea e non da ultimo per il clima negativo che questa situazione ha generato nella collettività italiana.
Incontro italo-svizzero ai massimi livelli
Il fatto che sia stato possibile organizzare un vertice ai massimi livelli sta ad indicare l’interesse e la volontà di entrambe le parti a riprendere la via del dialogo per superare quanto prima le attuali difficoltà e riportare le relazioni italo-svizzere sul solco tracciato dal primo importante trattato tra i due Paesi del 1868, ancora in vigore nonostante siano trascorsi da allora ben 142 anni. I due Stati s’impegnarono allora a mantenere tra loro «amicizia perpetua e libertà reciproca di domicilio e di commercio». Non vi sono sempre riusciti, ma nella sostanza le relazioni italo-svizzere sono progredite ininterrottamente superando di volta in volta gli ostacoli del momento. Basti pensare che l’Italia è il secondo partner economico della Svizzera e il secondo principale fornitore. L’interscambio tra i due Paesi si aggira sui 40 miliardi di franchi l’anno.
L’importanza del recente incontro tra la Presidente Leuthard e il Premier Berlusconi, durato quaranta minuti, è data inoltre dal fatto che vi hanno partecipato anche due superministri della Repubblica, il ministro degli affari esteri Franco Frattini (che era intervenuto in modo forse poco accorto nella controversia tra la Svizzera e la Libia) e il ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti (principale responsabile della «guerra fiscale» e grande accusatore della Svizzera a causa del segreto bancario). La loro partecipazione è stata voluta da Berlusconi non solo perché dirigono due importanti ministeri, direttamente implicati nello stato delle relazioni bilaterali, ma probabilmente anche per far loro comprendere che le questioni con la Svizzera vanno affrontate e risolte globalmente.
Per l’Italia la Svizzera è infatti un partner di riguardo non solo per le intense relazioni economiche e finanziarie, ma anche per la presenza in questo Paese confinante di oltre mezzo milione di cittadini italiani. Anche per la Svizzera l’Italia è un partner eccezionale non solo per la vicinanza geografica, ma anche e soprattutto per molteplici ragioni storiche, economiche, culturali. Più che i problemi da risolvere sembrano dunque aver influito sull’incontro politico al più alto livello degli ultimi quattro anni i molteplici interessi comuni che i due Paesi intendono salvaguardare e sviluppare.
La Leuthard deve aver apprezzato davvero molto la disponibilità dell’Italia alla ripresa del dialogo, tanto da sentirsi ottimista anche nei confronti di Tremonti. Parlando con i giornalisti, la Consigliera federale ha riferito senza entrare nei dettagli che Silvio Berlusconi è rimasto colpito quando ha appreso che la Svizzera ha accettato e sottoscritto le norme dell’OCSE e ha già firmato nuovi accordi sulla doppia imposizione, fra l’altro con Paesi come la Germania e la Francia. E’ possibile che Berlusconi si sia chiesto perché non dovrebbe essere possibile trovare un’intesa anche con l’Italia. Sta di fatto, ha riferito la Leuthard, che egli ha insistito anche davanti a Tremonti sulla necessità di trovare una soluzione condivisa sulle questioni aperte con la Svizzera. E benché Tremonti abbia ripetuto anche in questa occasione che a suo parere «la Svizzera approfitta ancora troppo dei benefici del segreto bancario», la Leuthard ritiene che il ministro italiano, essendo «un uomo intelligente e pragmatico» saprà rivedere le sue posizioni con maggiore concretezza e positivamente.
Nella conferenza stampa dopo l’incontro con Berlusconi, la Leuthard si è mostrata visibilmente soddisfatta dell’atmosfera distesa che ha chiaramente percepito e ottimista circa la cancellazione della Svizzera dalla «lista nera» dei paradisi fiscali di Tremonti e la ripresa delle trattative per un nuovo accordo sulla doppia imposizione, senza tuttavia nascondere che permangono ancora divergenze importanti in alcuni dossier.
L’ottimismo della Leuthard era anche dovuto alla disponibilità di Berlusconi a perorare la liberazione dello svizzero Max Goeldi, detenuto in Libia, se necessario, pur sapendo che Gheddafi non è un interlocutore facile nemmeno per l’amico italiano.
L’uccellone Tremonti
Che il ministro Tremonti non goda di molta simpatia in Svizzera lo sanno tutti, ma dopo l’incontro con la Leuthard è probabile che anche nei suoi confronti l’atteggiamento di molti svizzeri cambi. Anzi ha già cominciato a cambiare, proprio in quella sorta di «riserva di caccia» in cui in molti sarebbero stati disposti fino a poco tempo fa a violare la legge pur di impallinare l’uccellone Tremonti.
Mentre la Presidente Leuthard incontrava Berlusconi in presenza di Tremonti e Frattini, quasi contemporaneamente nella Piana di Magadino in Ticino un altro esponente importante del governo svizzero, il Consigliere federale Moritz Leuenberger alludeva al ministro italiano con un’immagine che non lascia dubbi sulle scarse simpatie di cui gode in Svizzera e soprattutto in Ticino. Dopo aver riferito, tra il serio e il faceto, che quella Piana è come una specie di riserva in cui fanno tappa diverse specie di uccelli, alcuni provenienti dal sud, «in cerca di cibo e asilo dalle nostre parti», altri semplicemente in transito, Leuenberger ha poi ricordato che «ci sono anche uccelli che vengono qui per pochissimo tempo, nascondendo le uova in una cassaforte. In questi ultimi tempi, però, hanno paura di essere osservati da un grosso uccello predatore in agguato sui monti. Per questo viene chiamato l’uccellone Tremonti».
Il ministro Leuenberger ha accennato anche a un ex ministro, «l’altro uccellone Claudio Scajola nel frattempo già caduto dal nido», ma il richiamo principale era sicuramente il primo. Un modo forse poco diplomatico, ma efficace, nello stile del consigliere federale zurighese (già frequentatore del Cooperativo, locale storico della sinistra italiana di Zurigo), di sdrammatizzare situazioni che possono creare problemi, ma che in fondo, con un po’ di sana ironia, potrebbero essere ridimensionati e ricondotti alla sfera del normale.
Sviluppo dei rapporti culturali e scientifici
Spetterà probabilmente al Consigliere federale Didier Burkhalter cogliere i primi frutti del rasserenamento delle relazioni italo-svizzere. Parteciperà infatti a fine mese a Roma all’inaugurazione del MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, uno dei più grandi musei d’Europa dedicato alla creatività contemporanea e all’innovazione nel campo delle arti e dell’architettura. Burkhalter vi parteciperà non solo come ministro della cultura, ma anche come rappresentante della Svizzera, l’unico Paese straniero invitato ufficialmente all’inaugurazione del 30 maggio, anche perché ha contribuito all’allestimento di una delle tre esposizioni inaugurali di questa importante istituzione culturale italiana.
E’ anche probabile che l’esponente svizzero approfitti della visita per segnalare che la Svizzera è interessata vivamente alla collaborazione con l’Italia in tutti i campi attinenti alla cultura, compresa la lingua italiana. Un terreno, questo, molto delicato e importante per la collettività italiana, non da ultimo perché proprio in questi mesi il Dipartimento diretto dal dinamico ministro Burkhalter sta mettendo a punto le ordinanze d’applicazione della nuova legge sulle lingue. Da queste ordinanze potrebbero derivare nuovi impulsi per una maggiore salvaguardia e valorizzazione della lingua italiana in Svizzera.
Si dà invece per certo che sono in corso trattative per attivare quanto prima la Commissione mista italo-svizzera per la ricerca scientifica, prevista dal trattato di collaborazione scientifica e tecnologica risalente al 2003, ma non ancora costituita. Senza questa commissione la collaborazione bilaterale non è efficace perché spetta ad essa «redigere programmi pluriennali e stabilire i settori prioritari e le modalità pratiche della cooperazione scientifica e tecnologica».
Siccome il ministro Burkhalter ha tra le sue priorità di governo anche il mantenimento della Svizzera ai massimi livelli mondiali dell’innovazione e della ricerca, la collaborazione in campo scientifico e tecnologico con i Paesi vicini, Italia compresa, non possono lasciarlo indifferente. Il suo carattere tenace e volitivo fanno ben sperare che i rapporti italo-svizzeri si rafforzino anche su questo fronte, senza dimenticare che uno scambio e una collaborazione ai massimi livelli dell’eccellenza è arricchente per entrambi i Paesi.
Le prove di riavvicinamento tra l’Italia e la Svizzera sembrano ben riuscite. Non resta che attendere qualche mese per verificare se le difficoltà maggiori sono state superate. Un indicatore sensibile sarà anche la reazione della collettività italiana in Svizzera al nuovo clima che si sta prospettando.
Giovanni Longu
Berna 12.05.2010
In questi ultimi anni i rapporti tra i due Paesi si sono un po’ deteriorati, non solo a causa delle note vicende sullo scudo fiscale e dei modi poco riguardosi con cui è stato applicato (nei media elvetici si è parlato persino di «guerra fiscale»), ma anche per alcune esternazioni poco o per nulla diplomatiche di alcuni importanti ministri della Repubblica, per la problematica applicazione in Italia degli Accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea e non da ultimo per il clima negativo che questa situazione ha generato nella collettività italiana.
Incontro italo-svizzero ai massimi livelli
Il fatto che sia stato possibile organizzare un vertice ai massimi livelli sta ad indicare l’interesse e la volontà di entrambe le parti a riprendere la via del dialogo per superare quanto prima le attuali difficoltà e riportare le relazioni italo-svizzere sul solco tracciato dal primo importante trattato tra i due Paesi del 1868, ancora in vigore nonostante siano trascorsi da allora ben 142 anni. I due Stati s’impegnarono allora a mantenere tra loro «amicizia perpetua e libertà reciproca di domicilio e di commercio». Non vi sono sempre riusciti, ma nella sostanza le relazioni italo-svizzere sono progredite ininterrottamente superando di volta in volta gli ostacoli del momento. Basti pensare che l’Italia è il secondo partner economico della Svizzera e il secondo principale fornitore. L’interscambio tra i due Paesi si aggira sui 40 miliardi di franchi l’anno.
L’importanza del recente incontro tra la Presidente Leuthard e il Premier Berlusconi, durato quaranta minuti, è data inoltre dal fatto che vi hanno partecipato anche due superministri della Repubblica, il ministro degli affari esteri Franco Frattini (che era intervenuto in modo forse poco accorto nella controversia tra la Svizzera e la Libia) e il ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti (principale responsabile della «guerra fiscale» e grande accusatore della Svizzera a causa del segreto bancario). La loro partecipazione è stata voluta da Berlusconi non solo perché dirigono due importanti ministeri, direttamente implicati nello stato delle relazioni bilaterali, ma probabilmente anche per far loro comprendere che le questioni con la Svizzera vanno affrontate e risolte globalmente.
Per l’Italia la Svizzera è infatti un partner di riguardo non solo per le intense relazioni economiche e finanziarie, ma anche per la presenza in questo Paese confinante di oltre mezzo milione di cittadini italiani. Anche per la Svizzera l’Italia è un partner eccezionale non solo per la vicinanza geografica, ma anche e soprattutto per molteplici ragioni storiche, economiche, culturali. Più che i problemi da risolvere sembrano dunque aver influito sull’incontro politico al più alto livello degli ultimi quattro anni i molteplici interessi comuni che i due Paesi intendono salvaguardare e sviluppare.
La Leuthard deve aver apprezzato davvero molto la disponibilità dell’Italia alla ripresa del dialogo, tanto da sentirsi ottimista anche nei confronti di Tremonti. Parlando con i giornalisti, la Consigliera federale ha riferito senza entrare nei dettagli che Silvio Berlusconi è rimasto colpito quando ha appreso che la Svizzera ha accettato e sottoscritto le norme dell’OCSE e ha già firmato nuovi accordi sulla doppia imposizione, fra l’altro con Paesi come la Germania e la Francia. E’ possibile che Berlusconi si sia chiesto perché non dovrebbe essere possibile trovare un’intesa anche con l’Italia. Sta di fatto, ha riferito la Leuthard, che egli ha insistito anche davanti a Tremonti sulla necessità di trovare una soluzione condivisa sulle questioni aperte con la Svizzera. E benché Tremonti abbia ripetuto anche in questa occasione che a suo parere «la Svizzera approfitta ancora troppo dei benefici del segreto bancario», la Leuthard ritiene che il ministro italiano, essendo «un uomo intelligente e pragmatico» saprà rivedere le sue posizioni con maggiore concretezza e positivamente.
Nella conferenza stampa dopo l’incontro con Berlusconi, la Leuthard si è mostrata visibilmente soddisfatta dell’atmosfera distesa che ha chiaramente percepito e ottimista circa la cancellazione della Svizzera dalla «lista nera» dei paradisi fiscali di Tremonti e la ripresa delle trattative per un nuovo accordo sulla doppia imposizione, senza tuttavia nascondere che permangono ancora divergenze importanti in alcuni dossier.
L’ottimismo della Leuthard era anche dovuto alla disponibilità di Berlusconi a perorare la liberazione dello svizzero Max Goeldi, detenuto in Libia, se necessario, pur sapendo che Gheddafi non è un interlocutore facile nemmeno per l’amico italiano.
L’uccellone Tremonti
Che il ministro Tremonti non goda di molta simpatia in Svizzera lo sanno tutti, ma dopo l’incontro con la Leuthard è probabile che anche nei suoi confronti l’atteggiamento di molti svizzeri cambi. Anzi ha già cominciato a cambiare, proprio in quella sorta di «riserva di caccia» in cui in molti sarebbero stati disposti fino a poco tempo fa a violare la legge pur di impallinare l’uccellone Tremonti.
Mentre la Presidente Leuthard incontrava Berlusconi in presenza di Tremonti e Frattini, quasi contemporaneamente nella Piana di Magadino in Ticino un altro esponente importante del governo svizzero, il Consigliere federale Moritz Leuenberger alludeva al ministro italiano con un’immagine che non lascia dubbi sulle scarse simpatie di cui gode in Svizzera e soprattutto in Ticino. Dopo aver riferito, tra il serio e il faceto, che quella Piana è come una specie di riserva in cui fanno tappa diverse specie di uccelli, alcuni provenienti dal sud, «in cerca di cibo e asilo dalle nostre parti», altri semplicemente in transito, Leuenberger ha poi ricordato che «ci sono anche uccelli che vengono qui per pochissimo tempo, nascondendo le uova in una cassaforte. In questi ultimi tempi, però, hanno paura di essere osservati da un grosso uccello predatore in agguato sui monti. Per questo viene chiamato l’uccellone Tremonti».
Il ministro Leuenberger ha accennato anche a un ex ministro, «l’altro uccellone Claudio Scajola nel frattempo già caduto dal nido», ma il richiamo principale era sicuramente il primo. Un modo forse poco diplomatico, ma efficace, nello stile del consigliere federale zurighese (già frequentatore del Cooperativo, locale storico della sinistra italiana di Zurigo), di sdrammatizzare situazioni che possono creare problemi, ma che in fondo, con un po’ di sana ironia, potrebbero essere ridimensionati e ricondotti alla sfera del normale.
Sviluppo dei rapporti culturali e scientifici
Spetterà probabilmente al Consigliere federale Didier Burkhalter cogliere i primi frutti del rasserenamento delle relazioni italo-svizzere. Parteciperà infatti a fine mese a Roma all’inaugurazione del MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, uno dei più grandi musei d’Europa dedicato alla creatività contemporanea e all’innovazione nel campo delle arti e dell’architettura. Burkhalter vi parteciperà non solo come ministro della cultura, ma anche come rappresentante della Svizzera, l’unico Paese straniero invitato ufficialmente all’inaugurazione del 30 maggio, anche perché ha contribuito all’allestimento di una delle tre esposizioni inaugurali di questa importante istituzione culturale italiana.
E’ anche probabile che l’esponente svizzero approfitti della visita per segnalare che la Svizzera è interessata vivamente alla collaborazione con l’Italia in tutti i campi attinenti alla cultura, compresa la lingua italiana. Un terreno, questo, molto delicato e importante per la collettività italiana, non da ultimo perché proprio in questi mesi il Dipartimento diretto dal dinamico ministro Burkhalter sta mettendo a punto le ordinanze d’applicazione della nuova legge sulle lingue. Da queste ordinanze potrebbero derivare nuovi impulsi per una maggiore salvaguardia e valorizzazione della lingua italiana in Svizzera.
Si dà invece per certo che sono in corso trattative per attivare quanto prima la Commissione mista italo-svizzera per la ricerca scientifica, prevista dal trattato di collaborazione scientifica e tecnologica risalente al 2003, ma non ancora costituita. Senza questa commissione la collaborazione bilaterale non è efficace perché spetta ad essa «redigere programmi pluriennali e stabilire i settori prioritari e le modalità pratiche della cooperazione scientifica e tecnologica».
Siccome il ministro Burkhalter ha tra le sue priorità di governo anche il mantenimento della Svizzera ai massimi livelli mondiali dell’innovazione e della ricerca, la collaborazione in campo scientifico e tecnologico con i Paesi vicini, Italia compresa, non possono lasciarlo indifferente. Il suo carattere tenace e volitivo fanno ben sperare che i rapporti italo-svizzeri si rafforzino anche su questo fronte, senza dimenticare che uno scambio e una collaborazione ai massimi livelli dell’eccellenza è arricchente per entrambi i Paesi.
Le prove di riavvicinamento tra l’Italia e la Svizzera sembrano ben riuscite. Non resta che attendere qualche mese per verificare se le difficoltà maggiori sono state superate. Un indicatore sensibile sarà anche la reazione della collettività italiana in Svizzera al nuovo clima che si sta prospettando.
Giovanni Longu
Berna 12.05.2010
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