05 agosto 2009

60 anni fa, quando la Svizzera spalancava le porte all’immigrazione italiana

Per parecchi decenni, già nell’Ottocento, ma soprattutto nel Novecento, per molti italiani la Svizzera ha rappresentato una meta ambita per trovare un lavoro e fare fortuna. Ci furono comunque alcuni anni, nell’immediato dopoguerra, in cui la Svizzera ha goduto di un forte potere d’attrazione, anche perché è stata uno dei primi Paesi con cui l’Italia ha potuto concludere un accordo di emigrazione, per di più senza contingenti fissi, a differenza degli altri accordi che prevedevano sempre un numero determinato di lavoratori.
Prima ancora che si concludesse, nel 1948, l’Accordo italo-svizzero d’emigrazione, gli italiani arrivavano in Svizzera a decine di migliaia. Già nel 1946 ne erano giunti quasi 50.000, nel 1947 quasi il doppio e nel 1948 oltre 100.000. E questo nonostante che nel Nord Italia fosse già cominciato il boom economico. Sembrava che la Svizzera fosse in grado di accogliere chiunque avesse voglia di lavorare nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi domestici, nell’industria. Fu così che oltre gli immigrati «regolari» con tanto di contratto di lavoro, passaporto e visti dell’Ambasciata italiana di Berna, giungevano anche molti «irregolari», ossia col solo passaporto turistico. Per la Svizzera erano tutti benvenuti, purché in possesso di un contratto di lavoro (allora facile da ottenere) e del permesso di soggiorno (anch’esso facile da ottenere se c’era quello di lavoro). A lamentarsene erano le autorità italiane, perché non riuscivano a tenere sotto controllo il flusso migratorio.
Agli italiani immigrati erano garantite condizioni di lavoro e salariali equivalenti a quelle dei lavoratori svizzeri dello stesso ramo e con la stessa qualifica. Ufficialmente non esisteva alcuna discriminazione. Solo in materia di alloggio, la distanza tra svizzeri e italiani era grande, perché gli stagionali dovevano accontentarsi di baracche. Alcune lacune di natura assicurativa vennero colmate con la prima Convenzione sulla sicurezza sociale del 1949.
Con l’Accordo di emigrazione del 1848 e la Convenzione del 1949, l’Italia si era garantita con la Svizzera non solo uno sbocco sicuro per la propria emigrazione («il nostro bisogno di sbocchi è immenso» andava asserendo il ministro del lavoro Amintore Fanfani), ma anche una destinazione vantaggiosa sia per le rimesse degli emigrati e sia per le condizioni di lavoro, retributive e assicurative dei lavoratori.
In occasione dell’approvazione, senza opposizione, della Convenzione sulla sicurezza sociale da parte della Camera dei deputati, il relatore della legge di ratifica così aveva risposto ai pochi dubbiosi: «Permettete che io ricordi che, se è vero che l’accordo tratta quasi esclusivamente delle pensioni di vecchiaia per i superstiti, è anche vero che gli italiani in Svizzera fruiscono di taluni benefici di cui i nostri lavoratori non fruiscono in Italia». E ancora: «Per quanto riguarda gli assegni familiari, il sussidio di disoccupazione e assistenza malattie, il lavoratore italiano ha lo stesso trattamento che viene usato, cantone per cantone, nei diversi cantoni svizzeri al cittadino svizzero. Quindi, il lavoratore italiano che presta la sua opera in Svizzera, ha la stessa tutela che gode il lavoratore elvetico».
Il relatore aveva poi concluso: «Chi conosce la Svizzera sa quale spirito di cordialità essa ha verso l’Italia; chi, come me, vive alle frontiere con la Svizzera, ha sentito vicino il cuore degli elvetici in momenti tutt’altro che facili per noi italiani e sa che effettivamente, con questo accordo, la Svizzera ha fatto con noi un atto di rinsaldata amicizia nel campo del lavoro».
Occorre ricordare che la manodopera italiana che entrava in Svizzera nei primi anni del dopoguerra era soprattutto stagionale, ma non andava allo sbaraglio. Nelle principali destinazioni ritrovava facilmente connazionali e addirittura corregionali perché gli italiani residenti stabilmente erano alla fine della guerra circa 100.000, in maggioranza provenienti dal Nord Italia come i nuovi immigrati. Anche questa vicinanza contribuiva a sdrammatizzare la condizione dell’emigrante lontano da casa.
La stampa italiana e gli emigrati
La stampa italiana del dopoguerra non s’interessò subito al fenomeno migratorio in Svizzera, ma dal 1948 sempre più frequentemente si occupò della Svizzera e degli immigrati italiani. I toni erano per lo più elogiativi, esaltavano soprattutto le «virtù elvetiche», raramente accennavano a qualche episodio d’intolleranza o di discriminazione.
Sul finire degli anni Quaranta pubblicarono articoli e reportage sulla Svizzera il Corriere della Sera, il quotidiano del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani L’Umanità, L’Italia di Milano e altri.
Il 4.8.1949, il Corriere della Sera dedicava un articolo agli italiani che lavoravano nel Cantone Argovia, soprattutto nelle aziende della Brown Boveri e C. di Baden, intitolato: «Perfettamente ambientati i nostri operai in Svizzera». Di questi diceva: «Tra gli italiani abbondano i lombardi, i veneti, i toscani e, chissà perché, i napoletani. Guadagnano bene, molti vivono modestamente in baracche, comperano i giornali nostri e vanno a passare un po’ di tempo in stazione, luogo di ritrovo con libero accesso, dove tra l’altro c’è il passatempo di veder passare ogni tre minuti un treno…».
«La ragione per la quale gli italiani si trovano benissimo è che sono rispettati, trovano dovunque cortesia, fermezza, regolarità, comprensione». Del resto, osservava il giornalista, tutto sembra funzionare a dovere in questo Paese: le aziende («ove non si discute né si litiga perché tutti fanno il loro dovere e si comprendono secondo le attribuzioni e il grado gerarchico dal fattorino al direttore»), i ristoranti, gli ospedali («un modello di precisione e di pulizia»), le ferrovie, le poste, i telefoni, gli uffici pubblici. Insomma, «riuscirebbe difficile trovare un motivo di critica tanto più che qui la parola Arbeit è vita, è sollievo, e non un culto d’una gelida deità; anche nel lavoro v’è comprensione, umanità e nessuno esagera. Ecco perché gli italiani si trovano subito bene, apprezzano l’organizzazione di questa gente sempre rispettosa e che non vocia mai; e ognuno finisce per apprezzare i vantaggi d’una vita così calma, laboriosa e civile».
Dagli inizi degli anni Cinquanta, la stampa italiana non fu più unanime nel descrivere la situazione della Svizzera. Accanto a voci ancora ispirate all’ottimismo ce n’erano talune che lasciavano trasparire le difficoltà che incontravano molti emigrati italiani.
Giovanni Longu
Berna 5.8.09

22 luglio 2009

Marcinelle e l’immigrazione clandestina

Conviene precisare subito che tra Marcinelle (Belgio), luogo storico di una delle più gravi disgrazie dell’emigrazione italiana nel mondo e l’immigrazione clandestina non c’è alcun legame né geografico né temporale. C’è solo una dichiarazione di qualche settimana fa dell’ex ministro degli italiani all’estero Mirko Tremaglia, che nell’esprimere la sua contrarietà all’ancoramento nella legge sulla sicurezza del «reato di immigrazione clandestina» ricordava che, da ministro, uno dei suoi primi atti era stato quello di recarsi a Marcinelle per rendere omaggio a quei 136 italiani emigrati in Belgio, che l’8 agosto 1956 erano morti nella miniera di Bois du Cazier.
Nella stessa occasione, Tremaglia ricordava anche che fu lui a proporre l’8 agosto di ogni anno quale «Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo», a significare «che gli italiani nel mondo, che hanno subito persecuzioni ingiuste, vengono da allora esaltati ovunque. Questo appartiene alla Storia». Purtroppo appartengono alla storia dell’immigrazione «regolare» italiana anche i guai ch’essa ha subito, ad esempio in Svizzera, a causa dei numerosi infiltrati clandestini già ai tempi dei grandi trafori ferroviari e nel secondo dopoguerra. Ma forse per l’ex ministro questi guai sono insignificanti.
L’on. Tremaglia non può tuttavia confondere l’immigrazione clandestina con l’immigrazione «regolare». I 136 italiani periti a Marcinelle erano emigrati «regolari» perché l’emigrazione in Belgio era retta da un Accordo bilaterale. E quando l’8 agosto di ogni anno si ricorda il sacrificio del lavoro italiano nel mondo è giusto ricordare tutti gli emigrati italiani che hanno onorato l’Italia col loro lavoro e talvolta con la loro vita, ma senza ignorare che nella stragrande maggioranza si è sempre trattato di donne e uomini rispettosi delle leggi del Paese di accoglienza.
Mi rendo ben conto che voler regolare l’enorme problema dell’immigrazione con qualche legge per di più molto controversa è pretendere l’impossibile, ma non si può non cominciare a creare una base giuridica chiara per giustificare le necessarie misure di contrasto all’immigrazione illegale a favore di quella legale. Il reato di immigrazione clandestina ha sollevato numerosi interrogativi e critiche (ma esiste qualche legge che non sia criticabile?), ma nel caso specifico il clamore suscitato (spesso in maniera strumentale) è francamente esagerato, anche perché tutto, ma veramente tutto, dipenderà da come la nuova legge sulla sicurezza verrà interpretata e applicata.
Attenti però al buonismo gratuito e facilone. Tutti vorremmo una società più comprensiva e più accogliente soprattutto nei confronti dei più diseredati della terra. E non è difficile capire che «se gli uomini fussino tutti buoni», per dirla col Machiavelli, non ci sarebbe bisogno di leggi, perché «dove una cosa per sé medesima senza legge opera bene, non è necessaria la legge; ma quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria».
Questa è purtroppo la realtà: insieme a tanti immigrati regolari (ossia in regola con le leggi) ve ne sono parecchie migliaia di irregolari (ossia in violazione delle leggi che regolano l’ingresso e il soggiorno in Italia), che nessuno Stato sovrano può tollerare. Per cui una legge che consenta l’individuazione ed eventualmente l’espulsione dei clandestini è necessaria. Si badi bene, anche nel caso di richiedenti l’asilo l’individuazione è necessaria per verificare la sussistenza dei requisiti per chiedere asilo.
Perché dunque ritenersi «offesi» dall’introduzione di questo reato nella legislazione italiana, se la legge è fatta apposta per regolare e migliorare le condizioni generali dell’immigrazione? Se c’è uno scandalo, non è tanto dovuto a questa legge e a questo reato, quanto il dover costatare che esiste ancora nel mondo non solo l’emigrazione forzata a causa della miseria e della fame, ma una vera e propria tratta di moderni schiavi per le società industrializzate. Ed è scandaloso che dopo le innumerevoli analisi teoriche e statistiche sulle migrazioni mondiali, la comunità internazionale, soprattutto i Paesi ricchi delle Nazioni Unite e dell’Europa, i grandi beneficiari del fenomeno migratorio, non siano ancora riusciti a eliminare alla radice le principali cause dell’emigrazione forzata (fame, sottosviluppo, malgoverno), creando nei Paesi d’origine degli emigranti condizioni di vita e di lavoro dignitose.
Questa costatazione non può tuttavia indurre né l’on. Tremaglia né molti come lui a confondere gli immigrati (regolari) con i clandestini (illegali). Non è accettabile e rispettoso nei confronti di quanti osservano pienamente la legge, confondere gli uni con gli altri. E’ semplicemente fazioso e demagogico ritenere che «il reato di immigrazione clandestina vuol colpire emigranti che non hanno commesso alcun reato specifico contro la legge e che non hanno offeso alcun diritto altrui (…), milioni di persone che lavorano o vogliono lavorare in Italia». E sbaglia Tremaglia a ritenere l’introduzione di questo reato nella legge sulla sicurezza come una «offesa a quanti nel mondo sono costretti a vivere ed operare al di fuori dei loro Paesi di origine». L’immigrazione clandestina è un reato specifico perché espressamente previsto dalla legge, che non intacca minimamente i diritti dei migranti regolari e tantomeno quelli dei richiedenti l’asilo nella legalità.
Se uno Stato non avesse il potere di contrastare il fenomeno dell’illegalità si esporrebbe a gravissimi rischi. E’ evidente che non tutti i clandestini vanno considerati criminali (reato e crimine non sono sinonimi), ma non si può negare che molti clandestini finiscono spesso nelle maglie della criminalità organizzata. Non perseguire i clandestini significherebbe non solo lasciare a piede libero molti autentici delinquenti, ma anche rinunciare alla lotta contro quelle organizzazioni criminali che reclutano la propria manovalanza proprio tra i clandestini.
Non credo, infine, che nella nuova legge si debba considerare solo l’aspetto repressivo. Ritengo anzi che il suo vero scopo sia quello di favorire l’immigrazione regolare e la sua integrazione nel tessuto della società civile ed economica italiana. Del resto, l’avallo della legge da parte del Capo dello Stato, sia pure con alcuni rilievi critici, non lascia alcun dubbio sulla legittimità del provvedimento. La sua corretta e giudiziosa applicazione dipenderà non solo da chi sarà tenuto ad applicarlo, ma anche da tutte le forze politiche che, invece di litigare continuamente, farebbero meglio a concentrare i loro sforzi al fine di rendere l’immigrazione in Italia una vera risorsa e scoraggiare ogni forma d’illegalità.
Giovanni Longu
Berna 22.07.2009

08 luglio 2009

Le attività culturali degli svizzeri… e degli italiani

Non è una novità che nelle statistiche internazionali la Svizzera si affermi come una delle nazioni a più alto consumo culturale. Lo confermano anche i dati più recenti di un’indagine condotta dall’Ufficio federale di statistica (UST) in collaborazione con l’Ufficio federale della cultura (UFC). Ecco qualche cifra significativa:
- Nel 2008, a cui si riferiscono i dati, quasi 9 persone su 10 ascoltavano musica e di esse quasi la metà lo faceva quotidianamente;
- i due terzi della popolazione residente in Svizzera hanno frequentato concerti (67%), visitato monumenti storici e siti archeologici (66%) o sono andati al cinema (63%);
- tra il 40 e il 50% delle persone si è recato in musei storici, tecnico-scientifici, regionali, ecc. (49%), ha frequentato spettacoli di altro genere (cabaret, circo, spettacoli di luci e suoni, ecc. 44%), visitato musei o gallerie d'arte (43%) o è andato a teatro (42%);
- circa un terzo della popolazione ha frequentato biblioteche nel tempo libero (36%) o partecipato a festival (35%), e un individuo su cinque si è recato in biblioteca per motivi di lavoro o di formazione (21%), o ha assistito a spettacoli di ballo o danza;
- quasi il 30% delle persone dai 15 ai 29 anni ha praticato la fotografia a livello amatoriale; un quarto delle donne si è dedicata alla pittura o alla scultura e il 15% ad attività artistiche artigianali quali terracotta, ceramica, ecc.;
- il 15% della popolazione residente in Svizzera si è dedicato alla scrittura componendo poesie, scrivendo racconti o tenendo un diario.
Se si analizzano i dati secondo il grado di formazione, salta facilmente agli occhi che i maggiori consumatori di cultura sono le persone che già in partenza hanno un elevato livello culturale. La differenza maggiore è sulla frequenza. Per esempio, per la visita regolare (7 o più volte l’anno) a monumenti e siti storici o archeologici, la differenza varia dal 4% del gruppo con la sola scolarità obbligatoria al 24% del gruppo con una formazione universitaria.
Ad incidere sul consumo culturale è ovviamente anche il reddito, e lo si nota per tutti i generi di offerta, anche se tale influenza è meno marcata ad esempio per i concerti e gli spettacoli musicali in genere, come pure per il ballo e soprattutto la visita alle biblioteche.
Non va inoltre dimenticata la differenza nel consumo culturale rappresentata dall’età. Se ad andare a teatro e a visitare monumenti e siti sono soprattutto le persone dai 45 ai 59 anni, i giovani dai 15 ai 29 anni sono i maggiori frequentatori delle sale cinematografiche, ma anche dei festival, dei concerti e degli spettacoli musicali in genere. I giovani battono tutti gli altri gruppi d’età anche nella frequenza delle biblioteche e sono tra i maggiori visitatori di monumenti e siti storici e archeologici.
Questi dati si riferiscono all’intera popolazione residente in Svizzera. Il campione su cui si è basata l’indagine statistica, pur consistente, non consentiva di ottenere risultati differenziati per singole nazionalità, ma si può supporre che gli italiani possono riconoscersi, per la maggior parte delle caratteristiche rilevate, nelle medie ottenute. Del resto, secondo i responsabili dell’indagine, nel complesso «non si osservano grandi differenze tra svizzeri e stranieri, salvo per gli spettacoli teatrali e in misura minore per i concerti e altri spettacoli musicali». Si tratta di un ulteriore indicatore dell’alto grado d’integrazione della collettività italiana nella società svizzera.
Confronto con l’Italia
Non è possibile fare un confronto diretto tra la Svizzera e altri Paesi, perché non è stata effettuata un’indagine identica, con le stesse domande, e contemporanea a livello internazionale. E’ tuttavia possibile un confronto approssimativo ma significativo con i Paesi europei, perché nel 2007 nell’Unione europea (UE27) è stata realizzata un’indagine analoga. In entrambe le inchieste, infatti, si è fatto riferimento a un concetto ristretto di «cultura», ossia una serie di luoghi, istituzioni ed eventi frequentati fuori casa (assistere a un concerto, andare a teatro, partecipare a festival, visitare musei e gallerie d’arte, recarsi in biblioteca, andare al cinema, ecc.) e attività cui il singolo individuo si dedica a livello amatoriale (come suonare uno strumento, dipingere, ecc.).
Pur non trattandosi della stessa indagine, mettendo a confronto i dati svizzeri con quelli medi europei (vedi grafico) emergono alcune somiglianze e differenze significative, soprattutto se il confronto avviene con i maggiori Paesi confinanti con la Svizzera.
Dalla tabella si nota chiaramente che i dati riguardanti gli svizzeri sono molto simili a quelli dei tedeschi, mentre le maggiori differenze si osservano nei confronti con l’Italia. Per la frequenza del teatro, ad esempio, al 42% degli svizzeri corrisponde solo il 26% degli italiani, ma il 37% dei tedeschi (e il 32% della media europea). Se il 67% degli svizzeri assiste a concerti, la proporzione degli italiani è meno della metà (31%) e quella dei tedeschi del 42% (media europea: 37%). Anche nella visita a monumenti e siti storici o archeologici gli svizzeri (66%) superano di molto gli italiani (49%), ma di pochissimo i tedeschi (65%; media europea: 54%). Solo nella frequenza di spettacoli di ballo o danza, italiani (20%) e svizzeri (20%) presentano gli stessi valori.
Sulla base di questi dati non è possibile ricavare un quadro completo delle attività culturali praticate dagli svizzeri o dagli italiani, tedeschi o francesi, e tantomeno stabilire il «livello culturale» di questi popoli. Eppure si tratta di indicazioni significative sugli «orientamenti» culturali delle popolazioni analizzate e soprattutto sulla «pratica» di alcune importanti attività culturali.
Pur con tutte le riserve che è necessario fare sulla generalizzazione dei dati e sul loro significato, risulta nondimeno inevitabile osservare che gli italiani, che pure sono immersi da sud a nord in un ambiente fortemente caratterizzato dall’arte e dalla cultura, non si segnalino affatto per le loro attività culturali nel tempo libero. Su nove caratteristiche rilevate a livello europeo, solo in due superano di poco la media europea, nella frequentazione di sale cinematografiche e nell’assistere a spettacoli di danza o ballo.
Di recente si assiste tuttavia ad una maggiore frequentazione di festival, eventi culturali, musei e mostre, da parte soprattutto di un pubblico giovanile. Questa tendenza fa ben sperare, ma è ancora tutta da verificare.
E’ possibile che gli italiani, poco amanti delle attività culturali fuori casa, siano invece appassionati d’arte e di cultura dentro casa?
E’ possibile, ma con qualche riserva. Gli italiani sono sicuramente grandi consumatori di cultura (evidentemente non nel senso definito pocanzi) in televisione e alla radio (74%), di poco al di sotto della media europea (78%) e dei tedeschi (78%), ma al di sopra dei francesi (64%). Un evento culturale come la presentazione in televisione della Divina Commedia da parte di Roberto Benigni ha avuto milioni di spettatori per diverse serate. Gli italiani inoltre amano molto la musica, soprattutto il «pop italian style», ma anche il pop internazionale.
Gli italiani, invece, non sono grandi lettori di libri (63%) e si collocano ben al di sotto dei tedeschi (81%), dei francesi (71%), degli austriaci (79%) e della media europea (71%). «In Italia – ha detto qualche giorno fa il ministro dei beni culturali Bondi - abbiamo pochi che leggono moltissimo e molti che leggono poco. Questo divario va superato perché è anche un problema che incide direttamente sullo stato della democrazia nel Paese». Per rimediare al distacco che separa l’Italia dalla media europea, la Presidenza del Consiglio ha avviato recentemente una campagna da 2,4 mio di euro per promuovere la lettura in Italia. Grazie all’adesione dei ministeri dell’Istruzione e dei Beni culturali è auspicabile che fin dall’età scolare gli italiani imparino a coltivare l’interesse e il gusto per la lettura. Ma l’esempio dovrebbero cominciare a darlo gli adulti.
Giovanni Longu
Berna 8.7.2009

01 luglio 2009

Per la rete consolare in Svizzera è tempo di ristrutturazione

Quando Enrico Letta (Pd) dava al suo ultimo libro il titolo «Costruire una cattedrale. Perché l’Italia deve tornare a pensare in grande», aveva sicuramente presenti anche tanti suoi compagni di partito bloccati da una pregiudiziale opposizione al governo e incapaci di guardare oltre. Non so se tra questi ci fosse anche l’on. Garavini (Pd), che a me sembra un classico esempio di chi, per partito preso, dice sistematicamente «no». Mi riferisco ad alcuni suoi interventi recenti (ripresi da alcune agenzie di stampa) a proposito del piano del governo per razionalizzare la rete consolare ed in particolare al suo ultimo intervento di Berna all’Intercomites Svizzera.
Che la Garavini si compiaccia di osservare la contrarietà dell’Intercomites al piano governativo di ridisegnare anche in Svizzera la rete consolare non è una notizia. Basterebbe chiedersi da chi è costituito questo organismo assolutamente sconosciuto alla collettività. Non è nemmeno una notizia che l’Intercomites esprima «una denuncia chiara della comunità italiana contro il piano di smantellare la rete consolare». In realtà è solo l’ennesima prova di arroganza e presunzione di alcuni personaggi di rappresentare e interpretare l’opinione dell’intera comunità italiana, un antico vizio, consolidatosi soprattutto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, per cui chiunque avesse una qualche funzione, in ambito associazionistico, si sentiva autorizzato a parlare in nome del popolo emigrato.
L’on. Garavini dovrebbe stare attenta tuttavia a non scambiare l’insoddisfazione di pochi con una sorta di protesta collettiva, addirittura «a livello europeo» e non limitata alle sole circoscrizioni minacciate di chiusura. Crede davvero che gli italiani in Europa si preoccupino di com’è e come sarà organizzata la rete consolare italiana? Per quanto concerne la Svizzera, francamente non ho notizia né di grandi manifestazioni di protesta né di mobilitazioni di massa.
Il problema della rete consolare italiana in Svizzera è oggetto di discussioni da decenni, ma non è mai stato affrontato radicalmente. Per mancanza di convinzione e del sostegno necessario nessuna grande riforma è andata in porto. Questo governo sembra ora deciso a trovare una soluzione, anche se non dovesse incontrare l’unanimità dei consensi. Gli si possono muovere certo molti rimproveri, primo fra tutti di non coinvolgere gli esperti del settore e i diretti interessati tramite i loro rappresentanti ufficiali, come pure di non tenere in gran conto le voci discordanti, ma non certo di restare indifferente e inattivo.
Se è deplorevole che il governo sembri ignorare l’utilità del dialogo aperto e finalizzato a ricercare soluzioni eque e accettabili, dispiace che come la Garavini molti altri scambino la volontà di agire del governo con una sorta di «disinteresse e disprezzo nei confronti della collettività italiana all’estero». Dispiace soprattutto la disinformazione che si sta facendo al riguardo. Si confonde, ad esempio, la chiusura di una sede con l’azzeramento dei servizi, si scambia una proposta di razionalizzazione con una sorta di «piano di macellazione», un tentativo di riordino e riduzione di costi è visto da taluni come «uno smantellamento ed un degrado inarrestabili della rete diplomatica e consolare», addirittura «un affronto alla dignità della comunità italiana all’estero». Mi fermo qui, perché tanta superficialità non merita altro spazio.
Più delle polemiche inutili (per altro già sentite in occasione della trasformazione del consolato di Berna in cancelleria consolare) servirebbe una discussione appropriata e realistica, ma ho l’impressione che in molti non la vogliano per lasciare le cose come sono. Invece di entrare nel merito, per esaminare senza pregiudizi i pro e i contro della riforma, si preferisce rimandare al mittente l’intero pacchetto e reagire con slogan e frasi insulse, pur sapendo che in questa maniera i problemi invece di trovare una soluzione soddisfacente, che non dev’essere necessariamente la migliore, rischiano di aggravarsi.
Per la rete consolare in Svizzera sembra venuto il tempo di una ristrutturazione. Non è infatti possibile che essa continui ad essere (quasi) la stessa di un’epoca ormai lontana, in cui l’immigrazione era massiccia, a carattere soprattutto stagionale, e richiedeva molti visti e documenti. Oggi questa realtà migratoria non esiste più, con buona pace di chi sembra far finta di non accorgersene, e le distanze si possono superare più facilmente che in passato grazie all’accresciuta mobilità e alla telematica.
Sotto questo profilo non mi sembra una proposta indifendibile l’unificazione dei consolati di Ginevra e Losanna, che hanno insieme un bacino di utenza teorica di circa 100.000 connazionali, ossia meno degli italiani del Consolato di Zurigo. Capisco che per le persone maggiormente toccate dal provvedimento affrontare una distanza più lunga possa rappresentare un problema, ma questo non significa, come mi è capitato di leggere, che con un tale accorpamento «59.201 emigrati di Losanna dovranno farsi da 60 a 100 km per recarsi a Ginevra». In realtà, a doversi spostare, sarebbe comunque sempre una minima parte degli utenti potenziali e solo saltuariamente. Non si possono confondere gli utenti potenziali dei consolati con gli utenti effettivi. Per rendersene conto basterebbe che ogni lettore si domandasse quante volte ha dovuto recarsi al consolato negli ultimi 5 anni. Quindi si eviti per piacere la demagogia.
Va da sé che qualunque ristrutturazione di questa portata va adeguatamente preparata e possibilmente concordata, ma dovrebbe risultare evidente, soprattutto a chi ha la responsabilità della rappresentanza ufficiale, che l’opposizione non si fa soltanto dicendo «no» ma anche migliorando le proposte esistenti o proponendone altre ritenute migliori e sostenibili.
Giovanni Longu
1.7.2009

23 giugno 2009

E’ ancora possibile «pensare in grande» nel Bel Paese?

E’ ancora possibile «pensare in grande» nel Bel Paese?
Non ho letto il libro di Enrico Letta «Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande» e quindi le osservazioni che seguono non hanno alcun riferimento al contenuto dell’opera dell’esponente del Partito democratico italiano. Se vi accenno è unicamente per il titolo, che trovo molto suggestivo.
Già la metafora della costruzione di una cattedrale (oggetto sacro e simbolo di un’intera comunità che vi si riunisce nella fede, nella speranza e nella carità cristiana) mi fa pensare che per superare l’immanenza (in termini laici, il pantano in cui l’Italia si sta invischiando) per aprirsi alla trascendenza (che laicamente potrebbe chiamarsi: nuovi orizzonti, nuovi valori, maggiore giustizia, solidarietà, sviluppo, ecc.) occorre realizzare opere non solo grandiose e complesse come una cattedrale, ma anche evocative per loro natura della necessità per l’uomo d’oggi di osare, di andare oltre, di superare le crisi, la povertà, l’insicurezza, l’isolamento, l’ignoranza ecc.
Il titolo del libro di Enrico Letta, non si limita tuttavia ad enunciare la tesi (costruire una cattedrale), ma, nella seconda parte, ne dà anche una motivazione che appare profonda e sufficiente («perché l’Italia deve tornare a pensare in grande»). Implicitamente la motivazione è anche il metodo con cui raggiungere l’obiettivo e, se interpreto bene l’espressione, mi pare un metodo risolutivo.
In contrasto con una corrente di pensiero che intende privilegiare il fare al pensare, Letta sembra suggerire che l’Italia può uscire dalla crisi profonda in cui si trova (non solo finanziaria o economica, dico io, ma anche politica, sociale, culturale, valoriale) solo se si torna a «pensare», anzi a «pensare in grande». Che cosa intenda esattamente Enrico Letta con questa espressione non lo so, ma condivido l’idea che in Italia sia quanto mai necessario «pensare» e possibilmente «pensare in grande».
Anzitutto, «pensare», perché si pensa poco. Da numerosi indizi (non solo gli indicatori dell’insegnamento dell’OCSE che collocano le prestazioni degli scolari italiani in fondo alla classifica internazionale) si direbbe, parafrasando la celebre espressione di Cesare Pavese «lavorare stanca», che in Italia «pensare» sia più arduo che «lavorare». Per cui si cede facilmente alla tentazione di non pensare con la propria testa, consentendo così a pochi «maîtres à penser» e «opinion leader» di influenzare e condizionare le masse. Per rendersene conto basta osservare quel che sta succedendo sulla scena politica (ormai in balia a pochissimi personaggi, intenti soprattutto a ostacolarsi e delegittimarsi a vicenda), nel paesaggio culturale (dove sono sempre meno i personaggi di spicco a livello internazionale e nazionale), nella grande stampa (dove pochi quotidiani e pochi settimanali, generalmente «orientati», si contendono l’esclusiva di una presunta obiettività) e nei media radiotelevisivi (dove pochi giornalisti, ufficialmente indipendenti ma di fatto «schierati», mirano soprattutto a fare «audience»).
A prescindere dal significato che Letta ha inteso dare al titolo del suo libro e che ignoro, quelle parole mi suggeriscono alcune conclusioni, che vogliono essere anche auspici.
Primo. In Italia, ritengo urgente anzitutto una forte presa d’atto dei rischi del «pensiero delegato», dell’«omologazione culturale», del «pensiero unico». L’idea stessa di non dover più pensare perché altri pensano per noi dovrebbe provocare una ribellione contro ogni forma di totalitarismo ideologico, di visione del mondo monocroma, di egemonia mediatica.
Secondo. «Pensare» è coltivare, fin dalla scuola, un sano spirito critico e l’abitudine al ragionamento e alla verifica. Oggi non è più sufficiente, come ai tempi di mia nonna, che questa o quella «verità» l’abbia detta la radio o l’abbia scritta il giornale. Ogni lettore dovrebbe sentirsi responsabile dell’affidabilità della fonte e della notizia, perché i media, soprattutto in Internet, raccolgono ormai tutto, fatti, opinioni (per loro natura soggettive) e persino spazzatura.
Terzo. «Pensare in grande» significa anzitutto ripudiare la decadenza del discorso politico, nel migliore dei casi confuso (basti pensare alla propaganda sul referendum, ai commenti del dopoelezioni, alle riforme annunciate), sempre più spesso infarcito di pettegolezzi e veleni, con la complicità di molta stampa che sembra profittare dello squallore sbattuto in prima pagina. E’ come se al cittadino indifeso si cercasse di far credere che quel che avviene a Villa Certosa sia più importante di quel che si decide a Palazzo Chigi. Le «notizie» non sono tanto le decisioni prese o le leggi approvate (chi le conosce?) quanto le «rivelazioni» di donnine compiacenti e prezzolate e di qualche fotografo in cerca di gloria e di soldi. I cittadini pensanti dovrebbero ripudiare questo modo di fare pseudo informazione.
«Pensare in grande» è guardare decisamente al futuro, avere il coraggio di sotterrare l’ascia di guerra, ripristinare il dialogo, affrontare seriamente i problemi del Paese, discutere le proposte da qualunque parte provengano nel merito e senza pregiudizi, contribuire a trovare le migliori soluzioni possibili e lasciare a chi ne ha il diritto e il dovere di decidere.
Quarto. «Pensare in grande» è contribuire alla crescita del proprio Paese e provare piacere per ogni passo in avanti compiuto sulla via del diritto, della legalità, dell’uguaglianza, del progresso culturale, del benessere. Sono convinto che quando ciò avvenisse, finirebbero per perdere gli attuali significati le tradizionali distinzioni di destra e sinistra, maggioranza e opposizione, progressisti e conservatori, e l’Italia tornerebbe ad essere un Bel Paese.
Ma è ancora possibile in Italia «pensare in grande»?
Giovanni Longu
Berna 23.6.2009

17 giugno 2009

L’UNITRE Svizzera esempio di innovazione e di riuscita

Per l’UNITRE Svizzera è tempo di bilanci. In tutte le sedi si è chiuso o sta per chiudersi l’anno accademico 2008/2009. E il bilancio è senz’altro positivo, sia per numero di corsi offerti che per partecipazione.
Quando venne avviata la prima struttura operativa dell’UNITRE Svizzera, nel 2005 a Lucerna, scrissi che questa istituzione doveva considerarsi «una pietra miliare nella storia della collettività italiana in Svizzera, che s’iscrive a buon diritto nell’albo d’oro delle più importanti realizzazioni socioculturali dell’immigrazione italiana in Svizzera».
A distanza di qualche anno confermo quel giudizio perché l’UNITRE si è affermata in tutta la Svizzera come una delle innovazioni culturali più importanti e dinamiche degli ultimi decenni. Il moltiplicarsi delle sedi, l’interesse suscitato in diverse parti della Svizzera e la riuscita dei corsi testimoniano che la formula adottata risponde bene agli interessi degli utenti.
Le attività dell’UNITRE si svolgono ormai in 9 località, tra sedi principali e sedi distaccate, che diventeranno 11 questo autunno. Il numero dei corsi offerti è impressionante: ben 168 nel 2008/2009, tenuti generalmente da professionisti qualificati. La progressione delle adesioni (organizzatori, insegnanti e allievi) non lascia dubbio sulla dinamica dell’istituzione: sono infatti passate da 230 (2005/2006) e 1230 (2008/2009) e se ne prevedono circa 1400 nel prossimo anno accademico.
La riuscita dell’UNITRE è stata confermata l’anno scorso anche da un importante riconoscimento nel quadro dei progetti di formazione continua per persone giovani, adulte e della terza età. In un concorso federale organizzato dalla «Federazione svizzera per la formazione continua» (SVEB), su un centinaio di progetti presentati, quello dell’UNITRE è stato ritenuto il più meritevole. Un bel riconoscimento!
Il riconoscimento più ambito e raggiunto è tuttavia quello della soddisfazione non solo degli organizzatori, ma anche degli insegnanti, tutti volontari, e specialmente degli allievi dei corsi. Ben a ragione si registra in tutta la Svizzera un grande interesse per questa istituzione che cerca di coniugare al meglio l’incontro tra sapere, apprendimento e socialità.
L’UNITRE Svizzera smentisce così clamorosamente il pessimismo di chi negli anni scorsi riteneva esaurita la spinta creativa e solidale della collettività italiana in Svizzera e testimonia la capacità del volontariato di rispondere adeguatamente agli interessi immateriali di molte persone, anche al di fuori delle grandi istituzioni cosiddette di «rappresentanza» e senza la spinta e l’intervento dello Stato.
Giovanni Longu
Berna 17.6.2009

15 giugno 2009

L’UNITRE Svizzera si consolida e si sviluppa

Ho visto nascere la prima sede dell’UNITRE a Lucerna nel 2005. In occasione dell’inaugurazione ufficiale dell’anno accademico 2005-2006, l’8 ottobre 2005, scrissi che questa istituzione doveva considerarsi «una pietra miliare nella storia della collettività italiana in Svizzera, che s’iscrive a buon diritto nell’albo d’oro delle più importanti realizzazioni socioculturali dell’immigrazione italiana in Svizzera».
A distanza di qualche anno confermo quel giudizio perché l’UNITRE si è affermata in tutta la Svizzera ed è ancora in espansione. Il moltiplicarsi delle sedi e la riuscita dei corsi da una parte smentiscono il pessimismo di chi riteneva esaurita la spinta creativa e solidale della collettività italiana in Svizzera e dall’altra testimoniano la capacità del volontariato di rispondere concretamente agli interessi immateriali di molte persone, anche al di fuori delle grandi istituzioni tradizionali.
Le sedi dell’UNITRE sono oggi 5 (Lucerna, Basilea, Winterthur, Zurigo, Berna), a cui vanno aggiunte 4 sezioni distaccate (Möhlin, Soletta, Zugo Bienne). Questo autunno saranno avviati corsi anche a Thun e a Olten. Il numero complessivo delle adesioni (tra allievi, insegnanti, relatori e organizzatori) è enormemente cresciuto, passando in pochi anni da 230 (2005/2006) a 1230 (2008/2009), con una previsione di 1400 il prossimo anno. Nell’anno accademico 2008/2009 sono stati organizzati complessivamente 168 corsi, frequentati da ben 946 partecipanti, in maggioranza ultrasessantenni (53%) e donne (66%). Ha ragione Michelangelo Penticorbo, coordinatore nazionale dell’UNITRE Svizzera, di osservare con molta soddisfazione gli sviluppi di questa importante istituzione.
La riuscita dell’UNITRE è stata confermata l’anno scorso anche da un importante riconoscimento nel quadro dei progetti di formazione continua per persone giovani, adulte e della terza età. In un concorso federale organizzato dalla «Federazione svizzera per la formazione continua» (SVEB), su un centinaio di progetti presentati, quello dell’UNITRE è stato ritenuto il più meritevole. Un bel riconoscimento!
Il riconoscimento più ambito e raggiunto è stato tuttavia, per quanto a mia conoscenza, soprattutto quello della soddisfazione non solo degli organizzatori, ma anche degli insegnanti, tutti volontari, e specialmente degli allievi dei corsi. Ben a ragione si registra in tutta la Svizzera un grande interesse per questa istituzione che cerca di coniugare al meglio l’incontro tra sapere, apprendimento e socialità.
Ho partecipato, in qualità di insegnante, alla chiusura dell’anno accademico di una delle più giovani sedi dell’UNITRE, quella di Soletta, e posso confermare quanto appena detto. La soddisfazione degli organizzatori, degli insegnanti e degli allievi era «palpabile» nella grande sala della scuola Hermesbühl, nella cornice di una festa accuratamente preparata e rallegrata da una band di giovani musicisti e cantanti.
Dagli interventi, non di circostanza, della presidente Nella Sempio dell’UNITRE di Basilea (da cui dipende la sezione di Soletta), della coordinatrice dei corsi di Soletta Lorenza Ranfaldi e di due rappresentanti degli allievi emergeva chiaramente non solo la gratificazione degli organizzatori per aver realizzato quel che solo un anno prima sembrava un sogno, ma anche la gioia dei partecipanti per aver appreso tanto, aver rinfrescato la curiosità di sapere e aver vissuto un’interessante esperienza umana.
Che l’iniziativa di Soletta sia stata coronata dal successo lo dimostrano anche alcune cifre. Su un centinaio di iscritti iniziali, i ritirati sono stati relativamente pochi perché il tasso di partecipazione è risultato alla fine altissimo, circa il 75%. Tutti i corsi hanno avuto un alto gradimento, come risulta dalla distribuzione degli allievi per corso: 55 al corso di psicologia, 51 a educazione civica, 45 a italiano II, 37 a geografia e storia delle regioni italiane a statuto speciale, 35 a italiano I, 32 a teologia generale, 32 a origine delle lingue del mondo, 27 a educazione alimentare e laboratorio di cucina, 13 a laboratorio sartoriale.
Va inoltre aggiunto che l’UNITRE di Soletta ha saputo organizzare anche un bel numero di altre iniziative culturali ben seguite, tra le quali merita ricordare una conferenza sulla crisi finanziaria (80 presenze), un concerto del coro dell’Accademia musicale pescarese (40), due visite guidate alla città di Soletta con due gruppi di 25 persone, una pièce della Filodrammatica «La Scintilla» di Basilea (80).
Un aspetto interessante dell’UNITRE solettese (che rispecchia per altro una situazione comune a tutte le sedi e sezioni) è quello di aver suscitato l’interesse anche di 19 corsisti non italiani, di cui 13 svizzeri o svizzere. Evidentemente la lingua e la cultura italiana e l’italianità in generale attira e fa ben sperare.
Con queste premesse, l’UNITRE di Soletta non potrà che consolidarsi e fare addirittura meglio. Più in generale, l’esempio di questo tipo di iniziative dimostra che quando si affrontano i problemi reali in maniera non ideologica ma con senso pratico e soprattutto con una buona dosa di generosità e spirito creativo, le soluzioni si trovano e sono per chi le realizza e per chi ne usufruisce gratificanti.
Giovanni Longu
Berna 15.6.2009



Partecipanti alla festa di chiusura dell’anno scolastico 2008-2009 dell’UNITRE di Soletta (Foto Iaccarino)


Foto ricordo di un gruppo di insegnanti dell’UNITRE di Soletta (Foto Iaccarino)

11 giugno 2009

Se le parole hanno ancora un senso…!

Passando in rassegna alcune agenzie di stampa sul dibattito alla Camera dei deputati in relazione al disegno di legge sulle intercettazioni, mi ha colpito l’intervento dell’on. Laura Garavini, deputata del Pd eletta nella circoscrizione Estero, soprattutto per il tono del suo linguaggio (in linea del resto con molti suoi interventi contro il governo per la sua politica nei confronti degli italiani all’estero, che lei considera nient’altro che «operazioni punitive a danno dei connazionali»).
Capisco che in Parlamento chi è all’opposizione debba fare l’opposizione, ma non capisco che si limiti solo a dire no, senza motivarlo con argomenti convincenti. Quelli espressi dalla Garavini nel suo intervento alla Camera sulle intercettazioni sono addirittura contradditori. Da una parte riconosce che «formalmente i reati di mafia sono esclusi dalle restrizioni che il Governo vuole introdurre» e dall’altra afferma che «di fatto la riforma impedisce intercettazioni per tutta una serie di reati cosiddetti satelliti - come, ad esempio, l’usura, il traffico di droga, il traffico di rifiuti - che servono alle mafie per rafforzare il loro potere sul territorio». Eppure sembrerebbe evidente che se le intercettazioni sono ammesse per mafia e terrorismo lo saranno anche per tutti quei reati direttamente connessi.
Mi sorprende, inoltre, la Garavini quando sembra scandalizzata che il ddl preveda per l’autorizzazione delle intercettazioni per altri reati, «evidenti indizi di colpevolezza» per poi asserire, giocando sulle parole (ma le parole non si lasciano manipolare a piacere!), che in realtà «il provvedimento in esame obbliga gli inquirenti ad intercettare solo dopo aver acquisito le prove della colpevolezza di una persona». Davvero sorprendente: il ddl parla di «indizi di colpevolezza» e la Garavini legge «prove della colpevolezza», come se non conoscesse la differenza tra «indizio» e «prova». E’ dunque ragionevole autorizzare le intercettazioni in presenza di «evidenti indizi», mentre sarebbe inutile se esistesse già la prova provata.
Per quanto riguarda la tutela della privacy, ritengo fuori posto l’ironia (ma si tratta di ironia o di malafede?) della Garavini quando afferma che «con questa legge sulle intercettazioni il Governo non tutela la privacy dei cittadini, ma quella dei criminali, impedendo, di fatto, ai magistrati di intercettare e ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni, pena il carcere». Non credo che le intercettazioni siano l’unico mezzo a disposizione degli inquirenti per trovare i criminali e non credo che il diritto di cronaca valga più del diritto alla riservatezza.
Purtroppo in Italia l’uso delle intercettazioni è divenuto esorbitante e dev’essere limitato. Bisogna anche stare attenti a non rendere l’Italia un Paese d’inquisiti perché se è vero che lo Stato ha il dovere di reprimere ogni forma di criminalità, ha anche il dovere di tutelare i cittadini nelle loro libertà fondamentali che la Costituzione dichiara «inviolabili», tra le quali figurano «la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione». Trattandosi di beni preziosi e «inviolabili», «la loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge» (art. 15 della Costituzione).
Detto ciò, a prescindere dall’oggetto in discussione su cui è lecito esprimere opinioni differenti, auspicherei che anche in politica ci fosse un uso più garbato e corretto delle parole, anche per non dare l’impressione, soprattutto all’estero, di un Paese in cui il diritto di opinione e di parola è usato e abusato senza alcun autocontrollo e alcun limite, nemmeno quello della logica e del buon senso.
Giovanni Longu
Berna, 11.6.2009

09 giugno 2009

A quando un cambiamento della politica italiana?

Mentre scrivo sono noti solo i dati definitivi delle elezioni europee, ma non quelli delle amministrative italiane. A prescindere dai risultati credo che si possa sostenere che la campagna elettorale è stata – per quanto è possibile giudicare da chi osserva sommariamente le cose italiane dall’estero – di pessima qualità. Mi auguro che il popolo italiano provi un senso di ribellione alla maniera con cui è stato trattato.
E’ stato ricordato qualche settimana fa quanto aspra sia stata la contrapposizione tra monarchici e repubblicani per il referendum del 2 giugno 1946 e sono state evocate altre importanti votazioni, da cui sembrava dipendere il futuro dell’Italia. Ebbene, in tutte queste contese a dominare era sempre la passione politica per un ideale di buon governo, benché inteso in maniera diversa dai vari contendenti.
Questa campagna elettorale è stata invece combattuta all’insegna dell’antipolitica. La passione dei combattenti era solo viscerale e personale più simile a una voglia distruttrice (degli avversari) che al desiderio di mettere in campo soluzioni efficaci alle varie crisi che stanno mortificando l’Europa e l’Italia. E’ stata una campagna elettorale frustrante e disorientante.
Frustrante perché gli elettori si aspettavano indicazioni su un progetto politico per l’Europa dei prossimi anni e indicazioni su un progetto di amministrazione orientata alla soluzione dei problemi reali a livello comunale e provinciale. Invece è stata per gli uni (maggioranza governativa) una sorta di autocelebrazione e per gli altri (opposizioni) un vano tentativo a tutto campo di sgretolare il vasto sostegno popolare di cui godeva il principale avversario dopo le prove di efficienza dimostrate con la rimozione forzata della spazzatura in Campania, la gestione dell’emergenza terremoto in Abruzzo, il deciso contrasto alla malavita organizzata, il respingimento dei clandestini.
La campagna elettorale è stata anche fuorviante perché invece di focalizzarsi sui temi veri della politica, soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale, si è incentrata sul pettegolezzo, su presunte storie di amori proibiti, di amanti, di festini disinvolti e persino su presunte corruzioni, detrazione di fondi pubblici, macchinazioni sovversive ecc.
Invece di dire agli italiani quale progetto di Europa dovrebbero contribuire a realizzare gli eletti, i big della politica non hanno fatto altro che attaccarsi come iene affamate, dando l’impressione, in sostanza, di credere ben poco in un’Europa in grado di dare regole comuni ai cittadini europei e impartire direttive precise per combattere la crisi, affrontare nella stessa maniera il problema degli immigrati, stabilire politiche comuni in campo energetico, militare, culturale, assistenziale, ecc.
Se la partecipazione al voto è stata così bassa (non solo in Italia) non dev’essere addebitata tanto al popolo italiano disinteressato alle questioni europee, ma alla meschinità dei politici italiani che hanno consumato le loro energie a denigrarsi a vicenda e rivendicare solo per sé il «voto utile». Ma quelli che hanno votato, stando ai risultati delle elezioni europee, hanno dato un chiaro segnale soprattutto ai partiti maggiori, privandoli di quel consenso a cui aspiravano. Il loro modo di fare politica deve considerarsi insoddisfacente.
I pochi accenni alla crisi imperante in Italia (come altrove) sono stati assolutamente contradditori: per gli uni c’è e si vede con chiusure di aziende, disoccupati in aumento, precari abbandonati a sé stessi, gente che muore di fame, milioni di italiani che stentano ad arrivare alla fine del mese; per gli altri, invece, la crisi c’è, ma il peggio è passato, per i disoccupati ci sono gli ammortizzatori sociali, nessun precario è lasciato solo, nessuno muore di fame e tutti possono arrivare alla fine del mese grazie agli aiuti sociali. A chi credere? Probabilmente a nessuno.
La campagna elettorale ha pure dimostrato che in Italia c’è, oltre a una grave crisi occupazione e sociale, anche una grave crisi di credibilità nelle istituzioni e soprattutto nella «casta» dei politici. Lo ha dimostrato proprio nell’affrontare la crisi, anzi nel non affrontarla con interventi e strumenti adeguati. Non che in altri Paesi sia stata affrontata meglio e risolta: gli Stati Uniti, da dove si è propagata al mondo interno, sono ancora in mezzo al guado; i Paesi europei, Svizzera compresa, non stanno certo meglio dell’Italia e anch’essi si dibattono contro una disoccupazione in aumento, la produzione in calo, la diminuzione delle esportazioni, il costo della vita che aumenta.
L’Italia, tuttavia, avrebbe potuto far meglio se solo avesse voluto attingere all’enorme risparmio privato, una montagna di denaro affidato alle banche e che avrebbe potuto essere immesso nell’economia per evitare il rallentamento della produzione, incentivare i consumi, mantenere a livelli accettabili la disoccupazione. L’Italia avrebbe fatto certamente meglio se le principali forze politiche di centrodestra e di centrosinistra si fossero coalizzate, anche solo temporaneamente, per individuare e adottare le soluzioni più idonee non solo per uscire dalla crisi, ma per trasformarla in una grande opportunità.
I politici italiani hanno invece preferito logorarsi a vicenda. Per questo sono colpevoli, perché avrebbero potuto stimolare la produzione e i consumi, avrebbero potuto avviare le grandi opere, avrebbero potuto mantenere alta l’occupazione, magari lavorando meno, e tutelare meglio chi perde il lavoro, avrebbero potuto prelevare un supplemento d’imposta, magari per una durata limitata, dagli alti redditi per favorire quelli più bassi.
Il fatto che in Italia, a livello politico, si stia combattendo una guerra di logoramento continuo dovrebbe far aprire gli occhi a quanti ancora si ostinano a non vedere che occorre davvero metter mano a importanti riforme costituzionali, lasciando intatto l’equilibrio dei poteri, ma ammodernando decisamente la struttura dello Stato, a cominciare dal Parlamento e dal Governo, e precisando meglio i ruoli della maggioranza e dell’opposizione.
A lungo andare, se il cambiamento non interverrà già in questa legislatura, ne risentiranno non solo la politica, ma anche l’economia, la qualità della vita degli italiani, il prestigio dell’Italia nel mondo. Per dare una spintarella è auspicabile un’ampia presa di coscienza da parte degli italiani, compresi quelli che stanno all’estero, superando almeno al riguardo, quell’eccesso di partigianeria legata a ideologie tramontate.
Giovanni Longu
Berna, 8.6.2009

08 giugno 2009

Se Berlusconi piange, Franceschini non ride!

Comunque si vogliano leggere i risultati delle elezioni europee in Italia, non c’è dubbio che si tratta di un cartellino giallo dato dagli elettori ai due principali antagonisti, Berlusconi e Franceschini. Se il primo piange, perché rimane lontano dagli obiettivi che si era posto, il secondo non ride perché è solo riuscito a evitare il crollo del suo partito.
Per far capire meglio la volontà popolare ai due partiti maggiori, che restano comunque gli unici veri candidati a determinare la politica italiana ancora per molti anni, gli elettori hanno dato un significativo premio ai partiti minori dei due schieramenti. Della Lega Nord, con oltre il 10% di consensi, sono stati premiati soprattutto l’attaccamento al territorio e la vicinanza ai problemi della gente; dell’Italia dei Valori è stata premiata, a mio parere, non tanto l’aggressività nei confronti del leader del Popolo della Libertà e della maggioranza, quanto piuttosto il forte richiamo ai «valori» morali e civici che dovrebbero caratterizzare anche la politica; dell’Unione democratica di centro, infine, è stato premiato l’equilibrio tra i due principali schieramenti e la moderazione dei toni nel dibattito politico, anche se la pochezza dei consensi non la legittimano a proporsi come terza forza.
In questa analisi parto dal presupposto che gli italiani diano per scontato che i principali attori politici alternativi devono essere due, con uno o due comprimari in ciascuno schieramento. I voti dati agli attuali comprimari in occasione di queste elezioni denotano a mio parere non un ripensamento del bipolarismo e bipartitismo, quanto la sottolineatura delle vistose lacune che caratterizzano i maggiori partiti. I cittadini italiani vogliono una politica più vicina ai problemi reali e meno legata all’ideologia, più concentrata sulle soluzioni efficaci che sulle grandi analisi, più collaborativa e meno litigiosa.
Non c’è dubbio che molti cittadini vorrebbero anche una maggiore attenzione dei partiti e dei politici ai valori morali, non tanto a quelli che concernono la sfera privata di ciascuno, quanto quelli che dovrebbero caratterizzare la vita pubblica, cominciando dai massimi livelli istituzionali. Nella politica non ci dovrebbe essere alcuno spazio per la corruzione, il clientelismo, i favoritismi, le raccomandazioni, le conversioni repentine vistosamente interessate, l’illegalità.
Ad essere brutali si potrebbe concludere che per raggiungere tali obiettivi bisognerebbe spazzar via un’intera classe politica o quanto meno decapitare la «casta». Ma oggi come oggi si correrebbe il rischio di veder presto risorgere dalle proprie ceneri non una nuova classe politica rigenerata, ma una classe politica trasformata solo superficialmente. Una vera rigenerazione comporta inesorabilmente nuove regole e dubito che l'attuale Parlamento sia intenzionato a volerle.
Volendo essere realisti ci si potrebbe accontentare di una presa di coscienza dei principali leader politici a lasciar fuori dal dibattito politico tutto ciò che è strettamente personale e cercare la massima convergenza possibile per dare immediatamente soluzione ai numerosi problemi economici e sociali posti dalla crisi e avviare le riforme istituzionali. Per queste ultime occorrerà più tempo, anche perché il popolo sovrano dovrà approvarle. Ma bisogna almeno impostarle, avviando anche nell’opinione pubblica un ampio dibattito.
Se l’intera classe politica dimostrerà nel breve e medio termine di non aver imparato nulla dalla lezione delle europee, sarebbe bene che il popolo italiano s’incaricasse di trovare soluzioni radicali alla prossima tornata elettorale.
Giovanni Longu
Berna 7.6.2009