02 novembre 2016

L’italiano in Svizzera, oggi (prima parte)



Con una certa enfasi è stato ricordato nelle scorse settimane in alcuni media italiani che la lingua italiana gode ottima salute perché è la quarta più studiata nel pianeta e il mondo sembra aver «fame d’italiano» (cfr. Corriere della Sera del 6.10.2016). Per quanto concerne la Svizzera, il presidente dell’Associazione svizzera dei professori d’italiano (ASPI-VSI) Donato Sperduto non sembra avere dubbi: «L’italiano nelle scuole svizzere è più vivo che mai» (La Rivista, ottobre 2016). Eppure, in questi ultimi anni, preoccupazioni sulla salute dell’italiano in Svizzera sono state espresse da più parti, con riferimento sia all’insegnamento e sia alla società civile. Ritengo pertanto utile qualche considerazione al riguardo.
 
Qual è lo stato di salute della lingua italiana in Svizzera? La Confederazione fa abbastanza per sostenerla? E’ possibile che l’italiano resti una lingua a diffusione nazionale e non si riduca a lingua regionale? Quale è e dovrebbe/potrebbe essere l’apporto specifico dell’Italia? Sono questi gli interrogativi principali che mi sono posto in occasione della XVI settimana della lingua italiana nel mondo. Ad essi ho tentato di dare risposte plausibili.

Stato di salute dell’italiano in Svizzera
Per rispondere alla prima domanda, non trovo niente di meglio e di più preciso del ricorso alle statistiche. I numeri vanno certo interpretati ma non mentono, soprattutto quando esprimono tendenze. Ecco cosa dicono i numeri e le tendenze.
Osservando il grafico dell’Ufficio federale di statistica (UST), si vede bene che l’italiano degli svizzeri è molto stabile dal 1910 fino al 2000 (fra il 4,0 e il 4,5%) e anche negli ultimi cinque anni (attorno al 6,0%). L’italiano degli stranieri (italiani) è invece molto variabile e rispecchia le grandi ondate immigratorie dall’Italia degli anni prima del primo conflitto mondiale e dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1960, l’italiano era parlato dal 54,1% di tutti gli stranieri. Grazie a questo contributo degli immigrati italiani, nel 1970 l’italiano ha raggiunto la sua quota più elevata: l’italiano era infatti la lingua principale dell’11,9% della popolazione residente.
Dal 1970 l’italiano perde sempre più terreno, soprattutto tra gli stranieri (italiani), tra i quali già nel decennio precedente aveva perso oltre 4 punti percentuali (dal 54,1 al 49,7%), a causa soprattutto delle numerose partenze di italiani, superiori ai nuovi arrivi. Nei decenni successivi la quota degli italofoni stranieri si è ulteriormente ridotta per attestarsi nel 2010 sul 15,3%. Dal 2010 la discesa dell’italiano degli stranieri (italiani) è meno accentuata ma continua (2014: 14,7%). Questo rallentamento può essere spiegato tenendo conto che il saldo migratorio italiano nuovamente positivo (gli arrivi in questi ultimi anni sono più numerosi delle partenze) compensa solo in parte il numero di italiani di seconda e terza generazione (anche non naturalizzati) che non praticano (più) l’italiano.
Tendenza stabile, ma incerta sul medio-lungo periodo
La situazione dell’italiano in questi ultimi anni (nel grafico dal 2010 al 2014) appare tuttavia molto stabile sia tra gli svizzeri (attorno al 6%), sia tra gli stranieri (attorno al 14,9%) e sia nel dato cumulato svizzeri-stranieri (attorno all’8%). Quanto questa situazione possa ancora durare è difficile da pronosticare, ma su tempi medio-lunghi il peggioramento appare inevitabile per le ragioni seguenti:
1)   la prima, perché i flussi immigratori dall’Italia (che hanno sempre fornito il maggior contributo alla quota dell’italiano) tenderanno a diminuire appena l’economia italiana riprenderà il suo slancio; del resto, già oggi il 10% degli immigrati (prima generazione) non dichiara più l’italiano come lingua principale;
2)   la seconda ragione è che i figli (seconda generazione) e i nipoti degli italiani immigrati (terza generazione) usano di preferenza sempre più altre lingue nazionali (tedesco e/o francese) e straniere (inglese) invece dell’italiano. Questo spiega anche perché la quota degli svizzeri italofoni non aumenta. Attualmente più di un terzo della seconda generazione e oltre la metà della terza generazione non dichiarano più l’italiano come lingua principale. Questa tendenza andrà accentuandosi ma mano che le seconde generazioni diminuiscono e aumentano le successive.
La Confederazione fa abbastanza per l’italiano?
Si sente e si legge spesso che la Confederazione dovrebbe fare di più per l’italiano. E’ proprio così o nei suoi confronti in molti italofoni c’è un’aspettativa esagerata? Non è facile rispondere a questa domanda, ma la mia impressione è che la Confederazione, come organizzazione politica, fa già abbastanza e non potrebbe fare molto di più.
Non può, ad esempio, imporre ai Cantoni l’insegnamento dell’italiano (o di un’altra lingua) nelle scuole dell’obbligo, perché son loro in primo luogo i responsabili della politica scolastica e linguistica. Non può sostituirsi ad essi aprendo, per esempio, sue proprie scuole dell’obbligo o anche solo autorizzando, contro la loro volontà, l’apertura di scuole in una lingua diversa da quella o quelle ufficiali nel Cantone interessato. Fece molto clamore, nel 1961, l’intervento a Berna del ministro del lavoro italiano Fiorentino Sullo, secondo cui, «datosi che l’italiano è la terza lingua ufficiale della Svizzera, il governo di Roma pretende che i figli dei lavoratori italiani abbiano la possibilità di frequentare scuole nella loro lingua materna». La pretesa di Sullo fu ritenuta arrogante e irricevibile.
La Confederazione può solo, autonomamente, pretendere una determinata quota di italofoni nell’amministrazione federale, garantire che le pubblicazioni ufficiali siano disponibili anche in italiano in base al principio della non discriminazione di una lingua ufficiale, esigere che la corrispondenza con gli italofoni avvenga in italiano, promuovere la comprensione tra le comunità linguistiche, favorire a livello intercantonale una politica linguistica coordinata, sostenere il plurilinguismo con incentivi finanziari (come previsto, per esempio, nel Messaggio del Consiglio federale sulla cultura del 28 novembre 2014) e poco altro ancora.
Credo personalmente che la Confederazione faccia abbastanza, anche se potrebbe fare di più soprattutto con interventi indiretti, per esempio incitando i Cantoni a superare quella specie di protezionismo linguistico che caratterizza soprattutto i Cantoni svizzero-tedeschi, a valorizzare maggiormente il patrimonio linguistico che hanno e a considerare il plurilinguismo un potente elemento unificante e identitario della Svizzera, assolutamente da sostenere e sviluppare.


Detto questo, ancora oggi molti italiani esagerano a mio parere la portata delle espressioni che rappresentano l’italiano come «lingua nazionale» e «lingua ufficiale», senza mai interrogarsi sul reale significato. Un semplice sguardo alla storia della Confederazione sarebbe sufficiente per capire che nel 1848 il nuovo Stato federale, com’era tenuto ad aver riguardo del francese (Svizzera francese) altrettanto doveva averne per l’italiano (Svizzera italiana), altrimenti i Cantoni sovrani francofoni e il Ticino italofono non avrebbero mai aderito a uno Stato unitario germanofono. Riconoscere l’italiano come lingua nazionale e lingua ufficiale (anche se inizialmente scarsamente usata) è stato per la nascente Confederazione un atto dovuto, senza particolari conseguenze se non a livello di Confederazione (intesa come istituzione politica, non come territorio).
A questo punto sarebbe tuttavia un errore ritenere che, essendo i poteri della Confederazione alquanto limitati, per le sorti dell’italiano non resti che la rassegnazione e assistere, magari con un po’ di tristezza, alla sua riduzione da lingua a diffusione nazionale a lingua regionale entro il «ridotto» della Svizzera italiana. Le possibilità, per gli altri attori della politica e della pratica dell’italiano in Svizzera sono infatti molte, come risulterà dal prossimo articolo, e bisognerebbe saperle e volerle sfruttare. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 2.11.2016

21 ottobre 2016

Quesito referendario e obiezioni di faziosità



Ieri, il Tribunale amministrativo del Lazio ha respinto il ricorso delle opposizioni contro la formulazione del quesito referendario. Effettivamente, dopo l’approvazione dello stesso quesito dalla Corte di Cassazione e dal Presidente della Repubblica, non ci si poteva aspettare risposta diversa. Dunque la vertenza è chiusa? Probabilmente no perché sono pendenti altri ricorsi. Uscendo dal terreno tecnico-giuridico (non necessariamente il più appropriato) della comprensibilità di un quesito referendario e limitandomi all’aspetto linguistico, trovo personalmente quella formulazione inadeguata e fuorviante, come quelle domande «chiuse» (con alternativa, per esempio: sì/no) in cui la risposta è quasi scontata.

Mi spiego. Chi segue i sondaggi e ha qualche conoscenza di indagini statistiche sa bene che a seconda di come è formulata la domanda possono variare anche notevolmente i risultati. Per questo nelle indagini statistiche e nei sondaggi più seri non si utilizzano domande «chiuse», ma questionari strutturati (con più domande e domande filtro). Nel caso del referendum questo non è possibile, perché la domanda prevede un’unica risposta alternativa si/no. Proprio per questo il quesito referendario andava presentato, a mio modesto avviso, in una forma più oggettiva e neutrale, in modo da non condizionare la risposta.
La formulazione della domanda alla quale sono chiamati a votare gli italiani il 4 dicembre prossimo non mi sembra oggettiva perché incompleta, in quanto mette in evidenza solo gli aspetti positivi della riforma Renzi-Boschi e tralascia completamente gli aspetti negativi e le conseguenze che comportano. Non mi sembra neutrale perché elencando solo i risultati positivi (o presunti tali) il voto è palesemente condizionato. E’ come se si chiedesse agli italiani: «Approvate la legge concernente disposizioni per la concessione di un bonus di 80 euro sulle pensioni e per poter andare in pensione anticipata a 63 anni?», senza aggiungere a quali condizioni.

Quanto non solo il quesito referendario ma l’intera riforma Renzi-Boschi non siano neutrali lo dimostra fra l’altro il martellante invito a votare SÌ del capo del governo, come se da esso dipendesse la sua sopravvivenza, giungendo persino a invocare il sostegno del pensionando Obama (in cambio non si sa bene di che cosa, ma certamente di qualcosa, che magari è bene non far sapere agli italiani). Il governo, in quanto organo esecutivo dello Stato, in materia referendaria, dovrebbe essere piuttosto neutro, non di parte (predominante).
A questo punto, prima di decidere sul sì o sul no, agli italiani non resta che leggersi bene il testo della riforma e riflettere sui rischi che comporta, ad esempio, la confusione introdotta nel bicameralismo italiano (confusione unica al mondo!), la perdita di sovranità popolare, l’affermazione di un centralismo pericoloso per la democrazia, la minore autonomia delle regioni (comprese quelle a statuto speciale), il partito unico al potere, ecc. Dopodiché ciascuna voti secondo scienza e coscienza.
Giovanni Longu
Berna, 21.10.2016

Quesito referendario e obiezioni di faziosità



Ieri, il Tribunale amministrativo del Lazio ha respinto il ricorso delle opposizioni contro la formulazione del quesito referendario. Effettivamente, dopo l’approvazione dello stesso quesito dalla Corte di Cassazione e dal Presidente della Repubblica, non ci si poteva aspettare risposta diversa. Dunque la vertenza è chiusa? Probabilmente no perché sono pendenti altri ricorsi. Uscendo dal terreno tecnico-giuridico (non necessariamente il più appropriato) della comprensibilità di un quesito referendario e limitandomi all’aspetto linguistico, trovo personalmente quella formulazione inadeguata e fuorviante, come quelle domande «chiuse» (con alternativa, per esempio: sì/no) in cui la risposta è quasi scontata.

Mi spiego. Chi segue i sondaggi e ha qualche conoscenza di indagini statistiche sa bene che a seconda di come è formulata la domanda possono variare anche notevolmente i risultati. Per questo nelle indagini statistiche e nei sondaggi più seri non si utilizzano domande «chiuse», ma questionari strutturati (con più domande e domande filtro). Nel caso del referendum questo non è possibile, perché la domanda prevede un’unica risposta alternativa si/no. Proprio per questo il quesito referendario andava presentato, a mio modesto avviso, in una forma più oggettiva e neutrale, in modo da non condizionare la risposta.
La formulazione della domanda alla quale sono chiamati a votare gli italiani il 4 dicembre prossimo non mi sembra oggettiva perché incompleta, in quanto mette in evidenza solo gli aspetti positivi della riforma Renzi-Boschi e tralascia completamente gli aspetti negativi e le conseguenze che comportano. Non mi sembra neutrale perché elencando solo i risultati positivi (o presunti tali) il voto è palesemente condizionato. E’ come se si chiedesse agli italiani: «Approvate la legge concernente disposizioni per la concessione di un bonus di 80 euro sulle pensioni e per poter andare in pensione anticipata a 63 anni?», senza aggiungere a quali condizioni.

Quanto non solo il quesito referendario ma l’intera riforma Renzi-Boschi non siano neutrali lo dimostra fra l’altro il martellante invito a votare SÌ del capo del governo, come se da esso dipendesse la sua sopravvivenza, giungendo persino a invocare il sostegno del pensionando Obama (in cambio non si sa bene di che cosa, ma certamente di qualcosa, che magari è bene non far sapere agli italiani). Il governo, in quanto organo esecutivo dello Stato, in materia referendaria, dovrebbe essere piuttosto neutro, non di parte (predominante).
A questo punto, prima di decidere sul sì o sul no, agli italiani non resta che leggersi bene il testo della riforma e riflettere sui rischi che comporta, ad esempio, la confusione introdotta nel bicameralismo italiano (confusione unica al mondo!), la perdita di sovranità popolare, l’affermazione di un centralismo pericoloso per la democrazia, la minore autonomia delle regioni (comprese quelle a statuto speciale), il partito unico al potere, ecc. Dopodiché ciascuna voti secondo scienza e coscienza.
Giovanni Longu
Berna, 21.10.2016

19 ottobre 2016

Naturalizzazione agevolata per la terza generazione



E’ da poco terminata una delle discussioni più lunghe registrate negli atti parlamentari della Confederazione, quella sulla naturalizzazione agevolata dei nipoti (terza generazione) di immigrati (nonni) in questo Paese. Se ne discuteva da più di un secolo, ad intervalli più o meno lunghi. Nelle scorse settimane è stata finalmente raggiunta dall’Assemblea federale una soluzione di compromesso.

Un po’ di storia
Fino al 1876, la naturalizzazione, ossia la concessione della cittadinanza svizzera, era di competenza esclusiva dei Cantoni, che se ne servirono a discrezione secondo interessi particolari. Si cercava soprattutto di «assimilare» gli stranieri residenti da lungo tempo o facoltosi e di rimpiazzare almeno in parte i numerosi svizzeri che andavano a cercar lavoro all’estero. Alcuni Cantoni erano molto restii ad accordare la cittadinanza cantonale (che dava diritto a quella svizzera), altri più liberali soprattutto nei confronti degli stranieri «nativi», ossia di seconda e terza generazione. Per evitare che ogni Cantone seguisse una sua politica, la Confederazione cercò di imporre criteri comuni.
Nel 1902 venne avanzata da parte del primo consigliere nazionale socialdemocratico Jakob Vogelsanger una richiesta di naturalizzazione automatica o d’ufficio (Zwangeinbürgerung) per i figli di stranieri nati e cresciuti qui da genitori stabilmente residenti. Nel 1903 venne approvata una legge federale che lasciava liberi i Cantoni di concedere automaticamente la nazionalità ai figli di stranieri nati in Svizzera di seconda e terza generazione (una specie di jus soli parziale). Il risultato? Nessun Cantone riuscì o volle applicarla.
In seguito all'aumento incessante degli stranieri, nel 1909 si propose nuovamente la naturalizzazione agevolata per i più giovani, ma la discussione venne interrotta a causa della prima guerra mondiale. Venne ripresa nel 1920 con una «iniziativa sugli stranieri», che chiedeva una modifica della Costituzione per rendere possibile la naturalizzazione agevolata dei figli di stranieri «nati e cresciuti in Isvizzera». In vista della votazione popolare, l’Assemblea federale invitò a rifiutarla e nel 1922 l’iniziativa fu effettivamente bocciata dal popolo.

Le iniziative dopo il 2000
Per decenni il tema venne accantonato, ma ridivenne di grande attualità dopo il censimento del 2000, che mise in evidenza il gran numero di giovani stranieri nati e cresciuti in Svizzera (seconda e terza generazione). Nel 2002, su iniziativa del Consiglio federale, l’Assemblea federale emanò un decreto che prevedeva la naturalizzazione (quasi) automatica dei giovani stranieri della terza generazione. Nella votazione popolare del 26 settembre 2004, però, fu bocciato con il 51,6% di «no».
In vista della votazione, l’allora presidente della Confederazione Joseph Deiss aveva ricordato ai confederati: «La Svizzera si è sempre contraddistinta per l’impegno attivo dei suoi abitanti, che hanno profuso anima e corpo nel bene del Paese. Quel che conta sono i sentimenti che ciascuno di noi nutre per la Patria e non il fatto che il nonno fosse o no cittadino svizzero. È una riflessione che dovrebbe accompagnarci anche in occasione della prossima votazione sulla naturalizzazione agevolata».
A sua volta, nel corso di una conferenza, il Consigliere federale Moritz Leuenberger non aveva esitato a considerare pubblicamente i giovani di seconda e soprattutto di terza generazione veri e propri «svizzeri». Trovava ingiusto che ad essi fossero negati i diritti politici e riteneva che «non riconoscere questi diritti nemmeno ai giovani nati qui di terza generazione è estremamente ingiusto». Per questo anche lui auspicava che il popolo svizzero approvasse il decreto federale. Aggiungeva che votando sì non si faceva agli stranieri alcun regalo perché era solo una questione di giustizia e di democrazia.
Lo scarto minimo tra il sì e il no, il convincimento del Consiglio federale e della maggioranza del Parlamento, indicavano che i tempi erano ormai maturi e non bisognava arrendersi. Non si arrese la giovane deputata socialista italo-svizzera Ada Marra, che nel 2008 inoltrò un’iniziativa parlamentare con cui sosteneva che «la Svizzera deve riconoscere i propri figli». Le discussioni parlamentari sono andate a rilento e solo qualche settimana fa si sono concluse definitivamente con l’approvazione di un decreto federale che sarà sottoposto a votazione popolare il 12 febbraio 2017.
L'on. Ada Marra con Giovanni Longu (foto 2010)
La nuova disciplina sulla naturalizzazione, posto che superi il verdetto popolare, sarà diversa da quel che prevedeva il decreto del 2002 e, forse, da quel che auspicava nel 2008 Ada Marra. Nel decreto infatti non si parla più di naturalizzazione automatica o di jus soli, ma solo di «naturalizzazione agevolata» con una serie di condizioni riguardanti la persona interessata (integrata e in possesso del permesso di domicilio C), i genitori (almeno uno dev’essere stato in possesso di un permesso di domicilio e aver soggiornato almeno dieci anni in Svizzera, frequentando le scuole obbligatorie per almeno 5 anni) e i nonni (almeno uno dev’essere nato in Svizzera o aver avuto un permesso di dimora B).
L’Assemblea federale non ha potuto o voluto essere più generosa per paura di «regalare» o addirittura «svendere» la cittadinanza svizzera. I Cantoni potranno essere più generosi. Si tratta comunque di un passo in avanti importante sulla strada dell’integrazione.
Giovanni Longu
Berna 19.10.2016