21 settembre 2011

RSI (S)VISTA DA BERNA

Mercoledì scorso era in programma al Kulturcasino di Berna un evento organizzato dalla Corsi (Società cooperativa per radiotelevisione svizzera di lingua italiana) pubblicizzato col titolo: «La RSI vista da Berna».
Un evento importante, anche solo osservando la lista di alcune personalità di vertice presenti: Roger de Weck, direttore generale della SRG SSR, Claudio Generali, presidente della Corsi, Dino Balestra, direttore della Rsi, Marina Carobbio Guscetti, presidente della deputazione ticinese alle Camere federali, Jörg De Bernardi, delegato del Cantone Ticino per i rapporti confederali, Giordano Elmer, presidente della Pro Ticino, Paola Ceresetti, corrispondente da Berna della Rsi, Giuseppe Deodato, ambasciatore d’Italia in Svizzera.

Per dovere di cronaca devo precisare che tra le personalità menzionate, l’unica a cui non è stata data la parola è l’ambasciatore Deodato, mentre tutte le altre sono intervenute, moderate dalla giornalista Rsi Camilla Mainardi, per esprimere i rispettivi punti di vista sulla Corsi, sul Ticino e naturalmente anche sulla Rsi.

Clamorosa svista
Niente da osservare, ovviamente, su quanto detto da ciascuno degli intervenuti al tavolo della presidenza, salvo obiettare che nessuno, tranne Giordano Elmer, ha veramente espresso il punto di vista degli utenti di oltre Gottardo, contraddicendo le attese della vigilia. Non va infatti dimenticato che proprio la Corsi, in un comunicato stampa, aveva precisato in questi termini lo scopo principale dell’incontro bernese: «incontrare il pubblico italofono d’oltre Gottardo e raccogliere opinioni, suggerimenti e attese in merito al servizio pubblico radiotelevisivo e alla programmazione Rsi». Sotto questo profilo l’incontro di Berna è stato una clamorosa svista.
Nei vari interventi in cui si è parlato di canone, di costi di produzione, di mezzi a disposizione limitati ma di alta qualità del servizio pubblico in lingua italiana, della rivoluzione tecnologica imminente, ecc. Non è stata invece affrontata la questione di fondo della natura stessa della Rsi: è un servizio pubblico che concerne e interessa tutta l’italofonia o solo la Svizzera italiana (Ticino e Grigioni italiani)?
Benché proprio alle prime battute sia stato sottolineato che almeno la metà degli italofoni della Svizzera si trova a nord del Gottardo, per tutta la serata è sembrato a chi scrive e a molti altri che l’orizzonte si fermasse alla linea del Gottardo. In effetti più che della radiotelevisione di lingua italiana si è parlato di radiotelevisione della Svizzera italiana e logicamente, data la proporzione territoriale, del Ticino. Un concetto sinteticamente espresso dal presidente della Pro Ticino quando ha affermato di vedere nella Rsi «un sostegno per la difesa della nostra cultura ticinese fuori del Cantone».

Rsi e i valori dell’italianità
Per rendersi conto che la questione del rapporto tra la Rsi e l’italianità non è affatto chiara basterebbe rileggersi l’articolo 2 degli Statuti della Corsi in cui si dice espressamente che «essa interpreta l’identità del Paese e promuove la specificità della Svizzera italiana nel contesto nazionale; vigila affinché attraverso detti programmi [radiofonici e televisivi della Rsi] siano tutelate ed affermate le caratteristiche linguistiche e culturali della Svizzera italiana e i valori dell’italianità in Svizzera».
Di fatto la Rsi è vista oltre Gottardo prevalentemente come espressione ticinese. Di più, si ha l’impressione che la Rsi sia totalmente disinteressata a quanto di italiano, non solo in termini linguistici ma anche e soprattutto culturali, si produce e si verifica nella Svizzera tedesca e francese. Questo disinteresse della Rsi è sicuramente legato a un cronico difetto di comunicazione, ma probabilmente anche a un pregiudizio sempre più diffuso, quello secondo cui le seconde e terze generazioni di italiani (ma potrei dire anche di ticinesi) siano talmente bene integrate (vero) da rendere inutile un loro coinvolgimento dal punto di vista dell’italianità (falso).
Credo che la Rsi, se vuole davvero rappresentare un servizio pubblico nazionale in lingua italiana deve assolutamente annoverare tra i contenuti delle emissioni informative e d’approfondimento anche quel che accade fuori del Ticino nell’ambito dell’intera Svizzera di lingua e cultura italiana, soprattutto nei grandi centri di Zurigo, Berna, Basilea, Ginevra e dovunque si producono eventi di un certo interesse per la collettività italofona. Questo all’interno delle emissioni esistenti o finestre speciali da ideare e concordare.

Giovanni Longu
Berna, 21.9.2011

Stranieri benvenuti quando servono e basta?

Qualche giorno fa su un quotidiano ticinese si poteva leggere su quattro colonne questo titolo: «Patrimoni: Svizzeri primi al mondo». Una bella notizia, ovviamente soprattutto per chi ne ha, ma anche per tutti gli altri in generale. Sembra infatti che gli svizzeri posseggano in media un patrimonio calcolato nella moneta europea di oltre 207.000 euro a testa. I diretti inseguitori (ma a che distanza!) risultano americani e giapponesi con 112.000 euro. Gli italiani si devono accontentare di 61.000 euro, ma possono consolarsi sapendo di essere più ricchi dei tedeschi che dispongono di appena 60.000 euro a testa.
Certo, non va dimenticato che con le statistiche bisogna essere molto prudenti per non incorrere nell’errore denunciato da Trilussa nella celebre poesia sulla statistica, per cui se uno ha mangiato due polli e un altro è restato senza perché non poteva permetterselo, per la statistica è come se ognuno ne avesse mangiato uno. Errori del genere a parte, per chi vive in Svizzera fa senz’altro piacere appartenere al club più ricco del mondo, soprattutto se sa di aver contribuito magari in prima persona alla formazione di tanto patrimonio.

Quale politica di naturalizzazione?
Nello stesso giornale, poche pagine più avanti si poteva leggere una presa di posizione del deputato candidato della Lega dei Ticinesi al Consiglio nazionale Lorenzo Quadri sugli stranieri. Titolo: «Il passaporto svizzero non si svende con i saldi». Conoscendo l’ideologia del leghista, non mi sono affatto meravigliato né del tono né del contenuto. In fondo è dai tempi di Schwarzenbach che la destra nazionalista va ripetendo che il passaporto svizzero è un premio per i più assimilati e non si svende.
Mi sorprende invece che il Quadri e quanti condividono le sue opinioni sugli stranieri non si rendano conto che una parte del problema degli stranieri nasce proprio dalla politica troppo restrittiva delle naturalizzazioni praticata fin dalla prima metà del secolo scorso. Forse è utile ricordare che le restrizioni introdotte con la legge sugli stranieri del 1931 non miravano a ridurre il numero dei lavoratori stranieri in Svizzera, ma a ridurre il numero dei «residenti» stranieri soprattutto come «domiciliati» e di conseguenza anche il numero dei naturalizzati. Tanto è vero che le naturalizzazioni sono rimaste per decenni ridotte a poche migliaia l’anno.
Allora e anche oggi - a quanto sembra dalla periodica campagna antistranieri dei partiti della destra nazionalista – si volevano non cittadini da integrare, ma lavoratori da utilizzare secondo la congiuntura. Il modello dello straniero era lo «stagionale», al quale rinnovare eventualmente il permesso di lavoro e di soggiorno in Svizzera di stagione in stagione. In base a questa politica per molti decenni sono entrati e usciti dalla Svizzera milioni di lavoratori, soprattutto italiani, lasciando sul posto un’infrastruttura ferroviaria e stradale estremamente ramificata, un’industria efficientissima, un’urbanistica moderna, un’economia d’esportazione fiorente, un patrimonio che guida le classifiche mondiali della ricchezza.

Per una nuova politica degli stranieri
Da alcuni decenni, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, soprattutto a livello europeo, la circolazione delle persone è cresciuta rispetto al passato. Oggi sono stati aboliti termini come stagionale, Gastarbeiter o Fremdarbeiter e si parla sempre più di cittadini, di libera circolazione, d’integrazione, di naturalizzazione facilitata o da facilitare per gli stranieri di seconda e terza generazione, di partecipazione.
E’ mai possibile che ci siano ancora persone con grandi responsabilità che non si rendono conto che l’immigrazione è soprattutto una ricchezza, che in un ipotetico bilancio ciò che i lavoratori stranieri danno è ben più di quanto ricevono? Lo diceva già nel 1972 il presidente della Confederazione Nello Celio.
E’ mai possibile che a certuni quando si parla di stranieri vengano in mente solo problemi, costi, casi di criminalità e una voglia matta di selezionare ancora gli stranieri separando quelli utili da quelli meno utili? Eppure anche i politici dell’estrema destra dovrebbero sapere che senza gli stranieri il benessere acquisito finora non potrebbe essere mantenuto a lungo e il futuro delle prestazioni sociali sarebbe meno certo.
Perché non introdurre anche nel vocabolari di certi politici termini come rispetto, comprensione, solidarietà, umanità?

Giovanni Longu
Berna, 21.09.2011

14 settembre 2011

Crisi economica o crisi della politica italiana?

In tutto il mondo i cittadini stanno riscoprendo la centralità della politica, soprattutto sotto forma di protesta. Lo si osserva chiaramente nei Paesi di area musulmana (Libia, Egitto, Siria, Tunisia, ecc.) dove il popolo cerca di riappropriarsi dei diritti fondamentali, primi fra tutti la libertà personale e d’opinione e il diritto di decidere da chi farsi governare. Ma anche nei Paesi cosiddetti a democrazia avanzata i cittadini si sollevano in difesa di uno stato sociale che la crisi internazionale e l’egoismo delle varie caste rischia di fare arretrare. Nei primi occorrerà ancora del tempo prima di osservare in che direzione il popolo deciderà di riorientare la politica nazionale, nei secondi occorre invece agire in fretta e compatti perché la crisi internazionale rischia di colpire soprattutto i Paesi più deboli. In entrambi i casi la protesta sarà tanto più efficace quanto più sarà propositiva e sostenibile.

Qualche giorno fa, un attento osservatore della crisi, il giornalista svizzero Alfonso Tuor, affermava senza mezzi termini: «il mondo occidentale è sull’orlo di una depressione e la moneta unica europea nella sua forma attuale non sopravviverà». Non sono un profeta e non lo è nemmeno Tuor, pertanto è pensabile che le cose possano evolvere diversamente. E’ tuttavia sotto gli occhi di tutti che la crisi non accenna a calmare i mercati finanziari e a dare respiro all’auspicata crescita necessaria per risolvere la causa principale delle difficoltà, ossia il debito pubblico fuori controllo.

L’Italia in pericolo
Credo che, stando a vari indicatori, l’Italia sia uno dei Paesi maggiormente a rischio e se non s’interviene presto e bene la situazione potrebbe deteriorarsi. A rimetterci sarebbero soprattutto i ceti più deboli. Fanno dunque bene quei cittadini che vogliono salvaguardare a tutti i costi i diritti acquisiti e impedire che il livello di stato sociale raggiunto (diritto al lavoro, reti sociali, partecipazione al benessere, ecc.) si abbassi.
Purtroppo la manovra finanziaria approvata dal governo è contestata da più parti e ritenuta dal citato Tuor «assolutamente insufficiente, poiché si fonda su previsioni di crescita economica irrealistiche». Personalmente non so valutare se e quanto sarà efficace, ma sono convinto che il risultato dipenderà non solo dal governo ma anche dalle opposizioni. Finché una parte importante della politica sembra più interessata alla caduta del governo che alla soluzione concreta e immediata dei problemi, ho forti dubbi che anche una diversa manovra finanziaria sarebbe risolutiva.
La crisi in atto avrebbe potuto essere, per il governo e per le opposizioni, un grande momento di convergenza di tutti gli sforzi possibili non solo per tranquillizzare i mercati ma anche per rilanciare l’economia e rafforzare lo stato sociale. Avrebbe potuto essere anche un’occasione da non perdere per rimediare alle attuali ingiustizie e promuovere una maggiore giustizia e solidarietà sociale, chiamando ad esempio i più ricchi a contribuire più di chiunque altro al risanamento dei conti pubblici.
Purtroppo questo richiamo a un maggior senso di giustizia e di solidarietà, trova poco riscontro nei media e nell’opinione pubblica. A prevalere sono ancora e sempre le contrapposizioni, gli scandali, le accuse reciproche. Eppure la percezione dello stato di difficoltà e di pericolo in cui si trova l’economia italiana e l’intero equilibrio del sistema Italia dovrebbe caratterizzare tutte le persone responsabili. Questa situazione, più della stessa crisi, mi pare oltremodo preoccupante.

Il pericolo maggiore
Mi preoccupano le esagerazioni e la demagogia cinica per cui una manovra probabilmente migliorabile, ma sicuramente efficace e comunque approvata dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo italiano e dalle principali istituzioni internazionali, in certi ambienti di sinistra venga qualificata come «una macelleria sociale contro il ceto medio e le famiglie con figli».
Posso capire che il Partito democratico in Svizzera sia antigovernativo, ma trovo incivile e irresponsabile il disprezzo che dimostra per «il sedicente governo» (così in un recente comunicato stampa), come se fosse il frutto di una usurpazione e non espressione della maggioranza del popolo italiano. La manovra, come detto, sarà pure insufficiente e squilibrata e pertanto criticabile, ma è semplicemente arbitrario e addirittura ridicolo attribuire al governo in questa manovra un carattere vessatorio in quanto, secondo il PD Svizzera, «in realtà toglie anche i pantaloni a chi oggi è in difficoltà e si vede sempre più tartassato, lasciando costoro letteralmente “in mutande”, compresi i cittadini italiani che vivono fuori dal territorio nazionale», «una manovra economica che cosiffatta premia nei fatti i furbi e condanna i deboli».
Questo dovrebbe essere non tanto il momento delle critiche strumentali e delle inutili contrapposizioni, quanto piuttosto quello della compattezza e della solidarietà. Eppure, nonostante l’evidenza dei pericoli per l’economia italiana, per lo stato sociale e per l’Italia si continua a guerreggiare per una specie di resa dei conti tra le parti contendenti. E’ la crisi del sistema politico italiano e della democrazia che fa paura e rende difficile qualsiasi manovra.

Giovanni Longu
Berna 14.9.2011

Micheline Calmy-Rey se ne va

La settimana scorsa, la consigliera federale Calmy-Rey, capo del Dipartimento degli affari esteri e attuale presidente della Confederazione, ha rassegnato le dimissioni per la fine dell’anno. Personaggio complesso e controverso, criticato dagli avversari politici (soprattutto della destra) e stimato dai suoi sostenitori (di sinistra), in nove anni di governo ha voluto e saputo rafforzare l’immagine della Svizzera nel mondo.
Fino a pochi decenni fa, la politica estera della Confederazione era di fatto diretta dai ministri economici, impegnati a vendere e difendere il marchio svizzero nel mondo. Calmy-Rey ha riaffermato la centralità della politica estera tra gli interessi superiori del Paese, rafforzando di fatto le competenze del Dipartimento degli affari esteri e del suo responsabile. Nel suo lavoro, la ministra ha agito, non sempre ottenendo risultati soddisfacenti, su più fronti: diplomazia, partecipazione attiva negli organismi internazionali, difesa dei diritti umani, integrazione e rafforzamento dell’aiuto svizzero allo sviluppo nella politica estera.

Calmy-Rey e l’Italia
Nei confronti dell’Italia la ministra svizzera ha inteso difendere, come si conviene a qualunque rappresentante di uno Stato, gli interessi nazionali, ma lo ha fatto tenendo presente 150 anni di amicizia italo-svizzera. Un’amicizia che non può essere di punto in bianco rinnegata a causa di qualche intemperanza di un ministro della Repubblica o di una reazione della maggioranza di un governo cantonale. Le intemperanze, contestatissime soprattutto in Ticino, si riferiscono evidentemente al ministro Tremonti e riguardano il contenzioso italo-svizzero in materia fiscale. Le reazioni «inopportune» della maggioranza di un governo cantonale sono invece quelle del Consiglio di Stato ticinese.
Di fronte alle irritazioni per l’atteggiamento scostante di Tremonti, il Ticino aveva reagito con la sospensione dei ristorni delle imposte pagate dai frontalieri in Svizzera. Alla Calmy-Rey questa reazione non era piaciuta e in una lettera al governo ticinese aveva scritto chiaramente che «la sospensione del ristorno del provento dell’imposta alla fonte prelevata sui redditi dei frontalieri italiani non è una misura opportuna per il momento poiché contraddice la strada del dialogo che si sta perseguendo».

In effetti la Calmy-Rey si è fortemente impegnata per il dialogo italo-svizzero incontrando sia il ministro degli esteri italiano Frattini e sia lo stesso Presidente del Consiglio Berlusconi. Da entrambi ha ricevuto assicurazioni sulla riapertura del negoziato, proprio in settembre.
Nello spirito del buon vicinato, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, la ministra Calmy-Rey aveva salutato la ricorrenza con un messaggio (pubblicato dal Corriere degli Italiani) in cui ricordava sinteticamente l’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, dandone questo giudizio: «E’ poco affermare che gli italiani hanno contribuito sensibilmente al rapido aumento del benessere del nostro Paese, e di questo siamo loro riconoscenti». Chiudeva il suo scritto con l’auspicio che la Svizzera e l’Italia possano «mantenere e intensificare il dialogo in un clima che favorisca uno scambio intenso e fruttuoso».

Marina Carobbio Guscetti? Perché no?

E’ già partita la corsa alla successione di Micheline Calmy-Rey. Speriamo che a succederle sia una persona che abbia ancora a cuore i tradizionali buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia. Potrebbe essere la consigliera nazionale Marina Carobbio Guscetti? Perché no? Del resto, chi più di lei, in quanto italofona e ticinese, potrebbe rendere il dialogo tra i due Paesi più leale, intenso e fruttuoso? La storia delle relazioni bilaterali ha conosciuto probabilmente i momenti migliori quando sedeva in Consiglio federale un italofono o comunque una persona che conosceva bene oltre l’italiano anche l’Italia e gli italiani.

Giovanni Longu
Berna 14.9.2011

07 settembre 2011

Tra sacro e profano: sul filo della memoria


Quest’estate ho percorso in macchina, insieme a mia moglie, un lungo tratto al di qua e al di là del fiume Reno, da Basilea a Düsseldorf e da qui a Reims, Verdun, Nancy, Basilea attraversando regioni straordinariamente belle, varie, interessanti e suggestive e per questo oggi molto battute dal turismo internazionale.
Le impressioni riportate sono tante, anche perché queste regioni (Baden-Würtenberg e Renania-Vestfalia in Germania, Champagne-Ardenne, Lorena e Alsazia in Francia) sono ricchissime oltre che di incantevoli paesaggi, di storia, di cultura e di arte. Inaspettatamente si è trattato per me di un recupero di reminiscenze scolastiche e di considerazioni su alcuni aspetti fondamentali della storia europea e della realtà d’oggi.
La centralità del Reno nella formazione dell’Europa
In direzione nord, costeggiando per un lungo tratto il corso medio del Reno, gli innumerevoli castelli e rovine di fortificazioni che si intravvedono da una parte e dall’altra del grande fiume costringono anche il turista più distratto a immaginare non solo storie di principi e principesse, ma anche lotte sanguinose per il possesso di una via di trasporto fondamentale per i commerci tra nord e sud. Già i romani avevano compreso l’importanza commerciale e strategica di questa arteria e, quando il tentativo di conquistare l’intera Germania (e forse di unificare per la prima volta l’Europa) si dimostrò impossibile dopo la disfatta delle legioni imperiali nella foresta di Teutoburgo nel 9 d.C., stabilirono il limes, il confine lungo il Reno, più facilmente difendibile, data la sua larghezza mediamente di alcune centinaia di metri. Riuscirono infatti a mantenerlo per 400 anni, ma dovettero passarne molti di più perché il Reno divenisse una delle grandi vie di comunicazione pacifica dell’Europa. La presenza romana di duemila anni fa ha lasciato numerosi segni. Basterebbe ricordare le città di origine romana Basilea, Heidelberg, Magonza, Worms, Coblenza, Bonn, Colonia, per citarne solo alcune.

Tra romanità e cristianesimo
In epoca successiva, frutto di uno dei processi di assimilazione tra i più virtuosi della storia, tra romanità, germanesimo e cristianesimo, sugli stessi insediamenti sorsero scuole e più tardi università, monasteri e alcune tra le più belle cattedrali del mondo in stile romanico e gotico. Nonostante le distruzioni dovute a eventi naturali e alla violenza di sanguinosissime guerre, le cattedrali si ergono ancora, maestose e suggestive, come testimoni di un’epoca caratterizzata dalla centralità del sacro e della trascendenza e come richiamo ancora oggi ai valori cristiani che sembrano svanire in un mondo mosso da interessi materiali e contingenti.
Ma è soprattutto in epoche più recenti che la regione del Reno, dimenticando i valori culturali e cristiani che racchiudeva, diventò l’oggetto del contendere e un vasto campo di battaglia soprattutto tra la Germania e la Francia. I segni più vistosi di queste guerre si trovano soprattutto nelle regioni delle Ardenne, nell’Alsazia e nella Lorena.

Marcinelle e Mattmark
Marcinelle, Le Bois du Cazier, dove l’8 agosto 1956
perirono 262 minatori
Nel viaggio di ritorno, da Düsseldorf a Basilea, passando attraverso il Belgio e la Francia, la memoria di drammi antichi e recenti si è fatta viva e palpitante già durante la visita di quel luogo divenuto simbolo del sacrificio degli emigranti italiani di tutti i tempi, Marcinelle, in Belgio. L'8 agosto 1956, in una miniera di carbone, nel Bois du Cazier, perirono 262 minatori, di cui 136 italiani. L’eco di quella tragedia si sparse nel mondo intero e giunge ancora oggi alla vista e alle orecchie dei visitatori di quel luogo reso sacro dal sacrificio di vittime innocenti. Dopo la chiusura definitiva della miniera nel 1967 è divenuto un museo assai frequentato anche da italiani, tanto che l’italiano, caso forse unico tra le migliaia di musei europei fuori d’Italia e di alcune regioni italofone, è la seconda lingua dei pannelli esplicativi che illustrano lo stato della miniera e le condizioni di lavoro dei minatori al momento del disastro.
Omaggio ai 136 minatori italiani morti nella disgrazia del 1956
Nel vicino cimitero, i fiori, moltissimi, deposti sulla tomba dei minatori italiani erano ancora freschi, una decina di giorni dall’anniversario, segno che anche quest’anno in occasione della commemorazione annuale il ricordo delle vittime è ancora vivo. Spontaneamente il pensiero corre anche ad altre disgrazie che hanno colpito l’emigrazione italiana nel mondo e in particolare in Svizzera, sia all’epoca dei grandi trafori alpini, da quello del San Gottardo a quello di AlpTransit, e sia all’epoca della costruzione delle maggiori centrali idroelettriche, specialmente la tragedia di Mattmark, in Vallese, il cui anniversario è stato commemorato il 30 agosto scorso. E’ bene che il ricordo di queste tragedie non muoia per riaffermare in maniera assoluta che l’uomo e niente altro deve stare al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni, soprattutto nell’economia e nei rapporti sociali.

La Cattedrale di Reims, gioiello dell’architettura gotica
La cattedrale di Reims
Sebbene provati dalle immagini di Marcinelle, a Reims la vista della cattedrale ci ha abbondantemente rincuorati. Questo monumento della cristianità, che quest’anno compie 800 anni, ha una bellezza che lascia attoniti. Molti turisti, probabilmente, collegano più facilmente Reims allo champagne, della cui regione è capoluogo, che alla sua cattedrale. Eppure questo monumento è una delle massime espressioni dell’architettura gotica, a giusta ragione dichiarato dal 1991 patrimonio mondiale dell’UNESCO. Esso ha anche una grande importanza storica per la Francia, basti pensare che nel luogo dove sorge, nel 496 fu battezzato il re dei Franchi Clodoveo, avviando così la conversione al cristianesimo dell’intera popolazione. In questa cattedrale vennero poi incoronati anche tutti i 25 re di Francia dal 987 (Ugo Capeto) al 1825 (Carlo X).
Purtroppo, giusto per seguire il filo della storia, occorre ricordare che, in tempi recenti, Reims fu quasi completamente distrutta, compresa la cattedrale, dai bombardamenti tedeschi nella prima guerra mondiale e parzialmente durante la seconda guerra mondiale.
Dalla fine della guerra (proprio qui il 7 maggio 1945 fu firmata la resa della Germania agli Alleati) e soprattutto dopo l’incontro nella cattedrale tra il Capo dello Stato francese Charles De Gaulle e il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer l’8 luglio 1962, Reims è divenuta un simbolo della riconciliazione franco-tedesca.
Soprattutto quest’anno a Reims si respira aria di pace, anzi di festa, per l’800° anniversario della splendida cattedrale. Per celebrarlo, quest’anno da maggio a ottobre uno straordinario spettacolo notturno di luci e di colori proiettato sulla facciata offre agli spettatori una suggestiva rievocazione artistica della costruzione di una cattedrale come centro di elevazione e di preghiera, in nome di una Trascendenza che soprattutto in passato costituiva una forte Presenza consolatrice e ispiratrice.


I luoghi della tragedia umana attorno a Verdun

Lungo il percorso da Reims a Basilea e guidati dal filo della memoria, è un continuo susseguirsi di luoghi e di simboli, che acquistano ancora oggi un valore universale. Questa regione è ricca, ad esempio, di espressioni della cristianità tali da giustificare pienamente il richiamo alle origini cristiane dell’Europa. Oltre a Reims hanno cattedrali imponenti e importanti città come Châlons-en-Champagne (la chiesa di Notre-Dame-en-Vaux è iscritta al patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000) e Metz (cattedrale gotica, un gioiello architettonico con 6500 m2 di splendide vetrate), o piccoli villaggi come L’Épine, che ha una grandiosa basilica di Notre-Dame, anch’essa patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Durante la prima guerra mondiale morì nella regione di Verdun
circa mezzo milione di soldati
Questa regione, tuttavia, soprattutto tra Reims e Metz è stata per me fortemente evocativa di reminiscenze scolastiche riguardanti la prima guerra mondiale. Questi tre nomi da soli, Reims, Verdun e Metz, mi hanno fatto venire in mente centinaia di migliaia di morti e un’intera regione martoriata. C’è un tratto di strada, tra Bar-le-Duc e Verdun, che ancor oggi è chiamata Voie sacrée per l’importanza fondamentale che svolse durante la prima guerra mondiale perché era l’unica arteria percorribile per i rifornimenti francesi della piazzaforte di Verdun. Questa doveva sbarrare l’avanzata tedesca verso Parigi.

L’offensiva tedesca, invece, iniziata nel febbraio del 1916 e terminata nel dicembre dello stesso anno, con la vittoria tedesca, lasciò una città distrutta, nove villaggi dei dintorni totalmente annientati, un’intera regione devastata e quasi mezzo milione di soldati morti. Fu una delle battaglie più lunghe e violente della storia, con la maggiore densità di morti per metro quadrato. Di quella battaglia restano molti segni, fra cui un Memoriale, una parte delle fortificazioni e immensi cimiteri di guerra. Oggi sono diventati anche importanti mete turistiche, ma conservano soprattutto la funzione della memoria storica.

Il valore della memoria
Nel leggere le indicazioni e le spiegazioni ad uso del turista curioso di quel che vede o sta per vedere, oggi non c’è traccia dell’odio che è stato all’origine delle interminabili guerre combattute in queste regioni. Per fortuna, viene spontaneo dire. Ma forse è insufficiente, perché purtroppo dal 1945 fino ad oggi lo spettro della guerra è stato allontanato solo da alcuni Paesi, mentre per altri è ancora oggi una dolorosa realtà e purtroppo la reazione contro ogni guerra è troppo tiepida, quasi inesistente. I cimiteri di Verdun e le rievocazioni del Memoriale dovrebbero essere d’insegnamento perenne per tutti.
Lasciati i luoghi più tristi della memoria, raggiungiamo un’altra bella città francese, Nancy. Quasi per
dimenticare, ci godiamo sorseggiando una bevanda fresca, la Piazza Stanislao, una delle più belle piazze europee, gioiello di architettura, eccellente esempio del classicismo francese (fu inaugurata nel 1755 e riportata al suo antico splendore nel 2005), iscritta nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO. A Nancy c’è persino un arco di trionfo, ispirato all’arco di trionfo di Settimio Severo di Roma, anche se Nancy ha origini medievali. Ma tant’è, l’aria ispiratrice di Roma, soffia ancora, quasi a voler ricordare che l’Europa dev’essere unita, non ci sono confini interni da difendere né terre da conquistare, ma solo una civiltà da rivitalizzare e sviluppare.

Giovanni Longu
Berna, 7.9.2011



24 agosto 2011

Per misurare il benessere, il PIL basta?

La domanda appare provocatoria, per cui la risposta immediata dovrebbe essere chiaramente «no». Vengono infatti subito in mente espressioni come «la felicità non ha prezzo» o «il denaro non è tutto» e simili detti della saggezza popolare. Quando poi si affronta da vicino la questione, le risposte sono meno semplici e immediate. Il primo scoglio da superare è sicuramente definire il «benessere». Di fronte alle difficoltà di varia natura legate a una tale definizione, da tempi immemorabili si è pensato essenzialmente al benessere materiale, ossia quantificabile in termini di valore monetario. Per questo lo strumento tradizionale utilizzato per misurarlo è il prodotto interno lordo (PIL).
Senonché, da diversi decenni si continua a discutere sulle varie forme di benessere sociale e alcuni studiosi preferiscono addirittura l’espressione «qualità della vita». Ma ci si rende ben conto che è tutt’altro che semplice definire la qualità della vita e soprattutto trovare una sua misura, tale da poter essere utilizzata e generalizzata a livello non solo nazionale ma anche internazionale, analogamente al PIL. Probabilmente gli indicatori sono molteplici.

L’Ufficio federale di statistica in prima linea

La questione, soprattutto alla luce della crisi dell’economia mondiale, è stata discussa di recente nel primo numero di una rivista lanciata da poco dall’Ufficio federale di statistica (UST), dal nome molto significativo ValeurS. Nella sua prima edizione n. 1/2011 la rivista affronta appunto il tema «Come misurare il benessere e la qualità della vita?». Rispondono personalità di spicco quali Aymo Brunetti, capo della Direzione della politica economica alla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), Walter Radermacher, Direttore generale di Eurostat (l’ufficio di statistica dell’UE), Jürg Marti, Direttore dell’UST e altri specialisti dell' UST.
Non è possibile qui riassumere il contenuto dei diversi contributi, ma vale la pena accennare alla problematica in discussione ormai da alcuni decenni: il benessere è solo quello misurabile dall’indicatore ancora più utilizzato al mondo, ossia il prodotto interno lordo (PIL)? Esistono altri indicatori in grado almeno di tener conto dei differenti valori legati all’aspetto sociale, all’economia, all’ecologia? Per il direttore dell’UST non c’è dubbio: «non crediamo in un unico mega-indicatore» e lo dimostra con un esempio provocatorio messo proprio all’inizio del suo editoriale: l’abbattimento della lussureggiante foresta pluviale del Borneo, egli dice, comporterebbe una perdita irrimediabile del patrimonio ambientale dell’isola ma genererebbe un aumento del PIL locale.
L’UST è pertanto in prima linea nello studio di altri indicatori anche non monetari, probabilmente non in grado di sostituire il «venerando» PIL, ma almeno utili ad attenuarne la rigidità e integrarne la significatività, in modo da tener maggiormente conto della qualità della vita, dei valori sociali e della situazione ambientale.

Occorrono nuovi indicatori per tener conto della complessità
C’è da augurarsi che l’UST riesca quanto prima a sviluppare indicatori aggiuntivi al vetusto PIL, che continuerà purtroppo a imperare e a condizionare la politica e l’economia, come la crisi attuale insegna. E’ in base al PIL che i Paesi si classificano non solo in ricchi e poveri, ma anche in forti e deboli e persino felici e infelici. Per questo, quando Paesi ricchi come la Germania o la Francia annunciano un PIL trimestrale che non cresce, già si comincia a parlare di recessione estesa, Eurolandia sull’orlo di una crisi strutturale, tramonto e persino morte dell’euro, ecc.
Purtroppo in ogni società il benessere espresso dal PIL, ossia la ricchezza prodotta, non è equamente distribuito. Il divario tra ricchi e poveri si allarga. La povertà nascosta è in aumento. Il PIL non può prendere in considerazione tutte le variabili del «benessere» e del «disagio» sociale perché si basa sul reddito globale, a prescindere ad esempio dal fatto che l’uno per cento della popolazione più ricca possieda più o meno il 20-25% del patrimonio complessivo e guadagni il 5-10 per cento del reddito totale (Mauro Baranzini).
Encomiabile, pertanto, l’iniziativa dell’Ufficio federale di statistica di affrontare con professionalità e tempestività un tema così attuale e così importante. Un solo appunto, e non me ne voglia il direttore Marti, quello di pubblicare la rivista in tedesco, francese e inglese, ma non in italiano, come se l’italofonia, quella del Ticino e quella del resto della Svizzera, non fosse interessata al tema o non avesse un potenziale di lettori interessante per giustificare un costo verosimilmente sostenibile!

Giovanni Longu
Berna 24.8.2011








10 agosto 2011

Il 150° e il senso dello Stato


Credo che molti sperassero, con le celebrazioni del 150° anniversario dello Stato italiano, in un rafforzamento del senso dello Stato e della solidarietà nazionale. Mi pare, invece, che molti siano delusi dall’esempio che sta dando proprio in questi giorni la politica. Sulla testa degli italiani pende una spada di Damocle tremenda, costituita dall’enorme debito pubblico, dalla fragilità dell’economia italiana e da una speculazione internazionale pronta a colpire uno degli elementi più deboli del sistema euro rappresentato dall’Italia.
Senso dello Stato e solidarietà nazionale vorrebbero che di fronte al pericolo incombente ci fosse da parte dei partiti e dei cittadini un senso di solidarietà nazionale tale da far accantonare almeno per un momento le divisioni e rafforzare l’unità. E invece le divisioni, lungi dall’attenuarsi, si accentuano e il senso dello Stato non si rafforza anzi si disgrega. Di fronte a un pericolo analogo negli Stati Uniti si è riusciti a trovare un accordo tra il Congresso (la politica) e la Casa Bianca (il governo) solo per evitare la bancarotta, ma lasciando inalterate le posizioni tra destra e sinistra. Questa divisione e questo scontro non è piaciuto ai mercati che hanno giudicato male, dicono molti analisti, non tanto l’accordo raggiunto, quanto la divisione perdurante nella politica americana, che rischia di vanificare l’accordo.

Remare nella stessa direzione!
Perché i politici italiani non fanno tesoro della lezione americana? Perché a salvare l’Italia non ci pensano gli italiani di propria iniziativa, senza essere costretti a farlo, con tanto di indicazioni del come e del quando, dall’Unione Europea con in testa la Germania e la Francia? Suvvia, anche un po’ di orgoglio nazionale dovrebbe invogliare i vari Bersani e Di Pietro a remare, almeno in queste circostanze drammatiche, nella stessa direzione del governo, anzi col governo, pur mantenendo le distinzioni politiche tra maggioranza e minoranza. Perché non dovrebbe essere possibile, proprio nell’anno del 150° dell’unità d’Italia? Tanto più che tutti, maggioranza e opposizioni, si richiamano al senso dello Stato e dichiarano di volere unicamente il bene dell’Italia.

Naturalmente il buon esempio dovrebbe venire dalla maggioranza, la quale purtroppo è spesso distratta da altre questioni, certamente meno importanti di quelle che dovrebbe affrontare con maggiore coesione ed energia. Capisco che ai signori Bossi, Maroni e amici interessi più di ogni altra cosa il federalismo, ma conoscendo bene il federalismo elvetico e il suo principio fondante: tutti per uno – uno per tutti, non mi sembra che il trasferimento di uffici ministeriali da Roma a Monza sia una bella dimostrazione di questo principio. Semmai, in questo momento di particolare difficoltà per il Paese, sarebbe stato preferibile che le Regioni economicamente più forti garantissero in certo modo per quelle più deboli, proponendo esse per prime sgravi allo Stato centrale e liberando risorse da destinare a quelle più bisognose. Suvvia, un po’ di serietà e di solidarietà!

Una questione di responsabilità e di orgoglio nazionale
Capisco anche che nelle opposizioni continui a prevalere la contrapposizione rispetto al governo e alla maggioranza, ma trovo irresponsabile che in un momento come questo, in cui mezzo mondo guarda all’Italia con trepidazione, proprio le opposizioni, ad eccezione di quella dell’UDC di Casini, sembrino voler far precipitare la situazione con un cambio di governo ed elezioni anticipate. Se ciò accadesse, i pericoli per l’Italia si trasformerebbero sicuramente in tragedia perché si offrirebbe al mondo intero l’immagine di un Paese ingovernabile, insicuro e allo sbando. Sarebbe il trionfo della speculazione internazionale e la retrocessione dell’Italia al rango di repubblica delle banane.
Certo, bisognerebbe essere ciechi, non leggere i giornali e non sentire gli opinionisti «neutri» internazionali per non avvertire che il governo italiano a guida Berlusconi in questo momento è particolarmente debole, insicuro e poco coraggioso nel somministrare alla malata Italia la medicina che occorrerebbe. Ma non è solo colpa sua. E’ anche colpa delle opposizioni che hanno in testa non la ricetta per far uscire l’Italia dalla crisi, ma una voglia matta di mandare a casa (o in galera) Berlusconi. Bene ha detto Piero Ostellino all’indomani dell’approvazione della manovra con i soli voti della maggioranza che la classe politica ha perso l’occasione «di dimostrare di essere non solo all’altezza della situazione di crisi che sta attraversando il Paese ma anche e soprattutto di una classe politica degna di questo nome: saper guardare avanti dopo aver fatto una seria analisi del passato».E questo è grave non solo per il sistema politico ma per l’Italia.
Bene ha fatto la settimana scorsa il segretario politico del Pdl Angelino Alfano a ricordare che il popolo italiano tre anni fa ha deciso da chi vuol essere governato e per quanto tempo. E quanto alle opposizioni non hanno che avanzare proposte e migliorare quelle del governo. Affermare, invece, come fanno Di Pietro, Fini, Bersani e compagni che il tempo di Berlusconi è finito, urge un cambio alla testa del governo perché «il Paese non può più aspettare», mi pare in questo momento francamente azzardato e irresponsabile. Ciò che urge è ben altro: salvare i conti pubblici, porre mano subito alle misure già approvate ed essere pronti a prendere ulteriori provvedimenti, anche impopolari se necessario.

L’incontro vincente
Diverso, per fortuna, l’atteggiamento del mondo del lavoro, che chiede sì misure adeguate per superare la crisi e rilanciare l’economia, ma è disposto a collaborare nella ricerca delle soluzioni. Mi pare anche ovvio, visto che è l’economia più che la politica a risentire della crisi e a interpretare realisticamente i segnali delle borse. E’ forse dall’incontro governo-mondo del lavoro che può nascere il principale antidoto alle difficoltà dell’economia. Ma non basta. Occorre anche recuperare la fiducia nello Stato e nelle istituzioni.
A livello internazionale le principali istituzioni economiche e monetarie e soprattutto l’Unione europea riconoscono all’Italia le capacità per uscire dalla crisi. Maggioranza e opposizioni dovrebbero dimostrare, pena la loro credibilità, di meritare questi riconoscimenti attuando concordemente una politica di rigore finalizzata all’abbattimento del debito pubblico, al pareggio del bilancio e al rilancio dell’economia.
Per ottenere risultati apprezzabili sarebbe indispensabile un forte spirito di solidarietà nazionale perché questi obiettivi sono raggiungibili non attraverso misure leggere di contenimento delle spese, ma attraverso cure pesanti e durevoli, cioè strutturali. Per esempio continuando a tagliare inesorabilmente gli sprechi, eliminando i privilegi ingiustificati della politica, ridimensionando l’intero apparato dello Stato, dal numero dei parlamentari e del personale dell’amministrazione al numero degli enti pubblici nazionali, regionali, provinciali e comunali, e favorendo contemporaneamente la meritocrazia e la produttività, reprimendo senza indulgenza l’evasione fiscale, osservando scrupolosamente l’equilibrio di bilancio, recuperando risorse per incentivare il lavoro ed eliminare le sacche di povertà soprattutto nel Mezzogiorno.
Se ci sarà davvero questa prova di solidarietà si potrà ricordare il 150°anche come l’anno di una grande affermazione del senso dello Stato da parte degli italiani. Se invece, anche in circostanze così drammatiche, si continuerà solo a litigare e lanciare ostracismi, da destra e da sinistra, allora la classe dirigente meriterà davvero il giudizio che ne ha dato Ostellino, ossia che merita di essere cacciata in blocco.

Giovanni Longu
Berna, 10.08.2011


27 luglio 2011

Frontalieri: negoziato urgente!

Da troppo tempo ormai la questione dell’apertura di un negoziato tra l’Italia e la Svizzera sui problemi fiscali sul tappeto sta incrinando i tradizionali buoni rapporti tra i due Paesi.
Soprattutto per il Ticino si tratta evidentemente di una priorità, perché la presenza della Svizzera in una specie di «lista nera» di un Paese confinante è oltremodo sgradevole e nociva. L’Italia, al contrario, sembra avere altre urgenze, che le fa dimenticare le numerose buone ragioni per accelerare i tempi dell’apertura del negoziato. Probabilmente il governo italiano non si rende nemmeno conto del danno d’immagine e del diffuso sentimento anti italiano che sta generando con questo suo comportamento, creando fra l’altro non poche difficoltà anche all’interno della numerosa comunità italiana.
L’Italia non dovrebbe ritenere secondario il mantenimento di buone relazioni con un Paese confinante, con cui è legato fra l’altro da un trattato di amicizia ultracentenario e da rapporti molto intensi di ogni genere. La riapertura del dialogo con la Svizzera, promessa in diversi incontri anche ai massimi livelli non può essere più procrastinata. Se per stipulare l’accordo in vigore sulla doppia imposizione del 9 marzo 1976 la Svizzera ha dovuto aspettare mezzo secolo, oggi diventa intollerabile un rinvio anche solo di pochi anni. E se il Consigliere federale Georges-André Chevallaz nel 1976 riteneva che, viste «altre priorità» che il governo italiano già allora aveva da sbrigare, «un délai de patience peut et doit lui être accordé», oggi la riserva di pazienza nella controparte svizzera è esaurita, soprattutto nel Cantone Ticino, come dimostrano le recenti prese di posizione e decisioni anche di natura finanziaria.
È pertanto auspicabile che il negoziato richiesto dalla Svizzera si apra con urgenza e ponga fine a questa diatriba che comporta solo danni per entrambe la parti.
Detto questo, però, non credo che sia stata una buona reazione quella adottata a maggioranza dal Consiglio di Stato ticinese di congelare la metà del ristorno dovuto all’Italia sulla trattenuta fiscale dei salari dei frontalieri. Non entro nel merito, lasciando ai giuristi la qualificazione del fatto, anche se mi sembra uno dei principi fondamentali del diritto internazionale che i patti vadano osservati, pacta sund servanda, come insegnavano già gli antichi romani. Se i patti non convengono più si possono denunciare, ma finché sono validi vanno rispettati.

L’Accordo sui frontalieri va rispettato
È noto che il Ticino e soprattutto la Lega dei Ticinesi vorrebbe includere nella trattativa con l’Italia anche il riesame dell’Accordo del 1974 sui frontalieri. Richiesta assolutamente legittima, tanto è vero che è stata accolta dal Consiglio federale.
In questa richiesta, tuttavia, mi ha colpito in particolare un argomento proposto dal consigliere nazionale Lorenzo Quadri della Lega. Egli dice: «Al momento della stipulazione di tale accordo (1974), era fatto l’obbligo ai frontalieri di rientrare quotidianamente al proprio domicilio. A seguito della libera circolazione delle persone, tale obbligo è venuto a cadere e i frontalieri sono tenuti a rientrare solo una volta alla settimana». Ne consegue, secondo Quadri, che «il tasso di ristorno è legato al rientro quotidiano dei frontalieri italiani in patria».
Francamente non mi sembra un buon argomento e non so dove Quadri abbia attinto le sue informazioni. A me risulta che l’Accordo del 1974, facilmente consultabile in Internet, non prevede alcun obbligo di rientro quotidiano e non fornisce alcuna definizione del «frontaliere». Aggiungo che non si trattò di una dimenticanza perché anche da parte svizzera si volle evitare una definizione precisa «perché avrebbe potuto portare pregiudizio ad altri accordi». Quanto alla frequenza dei rientri va ricordato che «la norma» del rientro quotidiano già allora non era sempre rispettata in alcuna parte della Svizzera, tant’è che la Commissione federale degli stranieri annotava nel 1973 che «da qualche tempo ci sono frontalieri che lavorano praticamente tutta la settimana in Svizzera», cioè rientrano al proprio domicilio solo al fine settimana. Questa pratica veniva tollerata non solo verso i frontalieri italiani , ma anche verso quelli tedeschi e francesi. Essa era ben nota ai negoziatori italiani e svizzeri (compresi i rappresentanti del Cantone Ticino) e ciononostante l’Accordo che prevedeva originariamente un tasso di ristorno del 40% (ridotto nel 1984 al 38,8%) venne ratificato senza tante discussioni dalle Camere federali all’unanimità.

Giovanni Longu
(L'ECO del 27.07.2011)

“Svizzera italiana” in che senso?

Il 14 maggio 2010, Coscienza Svizzera ha organizzato un convegno sul tema: «Esiste la Svizzera italiana? E oltre?». Recentemente ne sono stati pubblicati gli atti e dalla loro lettura è nata la riflessione seguente, per altro non nuova visto che da alcuni decenni mi interesso delle sorti della lingua e della cultura italiane in Svizzera.

Anzitutto, leggendo gli Atti (sia le due relazioni preliminari dello storico Marco Marcacci e dell’ordinario di letteratura italiana all’Università di San Gallo Renato Martinoni e sia gli interventi alla successiva Tavola rotonda) emerge chiaramente che il concetto tradizionale di «Svizzera italiana» legato al territorio (Ticino e alcune vallate grigionesi) è da diverso tempo in discussione. Tanto è vero che Coscienza Svizzera ha ritenuto utile dedicarvi un Convegno.

La Svizzera italiana dai tempi di Franscini a oggi
A mio parere, l’aspetto più problematico del concetto tradizionale di «Svizzera italiana» è che non tiene sufficientemente conto della realtà più ampia e più complessa dell’«italianità» o «italicità» (come alcuni oggi preferiscono) presente in tutta la Svizzera. Questa estensione dell’italianità non esisteva ai tempi della pubblicazione de «La Svizzera italiana» di Stefano Franscini fra il 1837 e il 1840, ma è avvenuta lentamente soprattutto nella seconda metà del secolo scorso. Ritengo pertanto utile proseguire la riflessione proposta da Coscienza Svizzera nel tentativo di ridefinire il concetto di «Svizzera italiana» o quanto meno arricchirlo di contenuti.

La Svizzera italiana tradizionale

Occorre, in altre parole, tener conto di quella «Svizzera italiana», per dirla con le parole usate dal prof. Martinoni, «che sta al di fuori dalla Svizzera italiana [tradizionale]. C’è la Svizzera di lingua italiana, o italofona, spesso impegnata a difendere con i denti (…) le proprie peculiarità e i propri diritti. Ma ci sono anche, in territorio elvetico, gli italiani che sono oramai soltanto parzialmente italofoni: pur sentendo di appartenere, almeno con una parte dei loro sentimenti, alla cultura antropologica italiana […] E ci sono anche gli “italici”».
Secondo questa analisi, condivisibile, il prof. Martinoni si chiede «se il criterio politico-linguistico (quello degli svizzeri italofoni che vivono nel Ticino o nei Grigioni) debba sempre essere l’unico a dover valere: o se non ce ne siano altri non meno importanti da mettere sul tavolo di ogni riflessione che sia veramente degna di questo nome». Per lo studioso evidentemente questi altri criteri esistono ed egli sembra preferire quello «linguistico-culturale» proponendo invece di «Svizzera italiana» l’espressione «Svizzera di lingua italiana», per poter comprendere tutta la popolazione italofona della Svizzera.
Questa proposta incentrata essenzialmente sul criterio linguistico andrebbe tuttavia superata, a mio parere, perché l’italofonia è un elemento fluido e da alcuni decenni in forte crisi nella Svizzera tedesca e francese. Del resto, proprio nell’ambito di questa discussione, anche lo storico Marco Marcacci ha sollevato la questione se «la lingua è davvero il principale, se non unico, criterio per stabilire che cos’è o che cosa deve essere la Svizzera italiana? Altrimenti detto, tenuto conto della storia, dei costumi e della cultura politica elvetica, è realistico pensare alla Svizzera italiana come pura comunità dei parlanti o degli “italici”?».
Ma, se vanno superati i criteri geografico-territoriale e linguistico, come definire la «Svizzera italiana»? Credo che questa espressione, fin quando non se ne troverà una migliore, vada oggi reinterpretata, come lascia intendere lo stesso Marcacci, alla luce «della storia, dei costumi e della cultura politica elvetica» e soprattutto, aggiungo io, di quella realtà nazionale storico-culturale che si è venuta a formare nella seconda metà del secolo scorso.

L’italianità della Svizzera
Alla formazione di questa realtà hanno contribuito indubbiamente i ticinesi e i grigionesi con il loro ruolo guida e la loro presenza nelle istituzioni, ma anche i milioni di italiani di prima, seconda e successive generazioni. Né vanno sottovalutate la disponibilità e l’apertura all’innovazione e alla trasformazione che nei fatti ha sempre dimostrato la maggioranza degli svizzeri tedeschi e francesi. Insieme, ticinesi e italiani, svizzeri e stranieri, hanno creato in decenni di convivenza e di collaborazione un patrimonio culturale che fa parte dell’identità nazionale e contribuisce a fare della Svizzera un unicum nella storia europea. Questa componente è profondamente intrisa di «italianità» o «italicità», come alcuni studiosi propongono.

Distribuzione della lingua italiana in Svizzera (UST, 2000)

La «Svizzera italiana» dovrebbe esprimere l’essenzialità e la ricchezza di questa componente identitaria della Svizzera moderna. In questa direzione, mi sembra, si stanno muovendo alcuni esponenti politici ticinesi (mentre altri restano arroccati nella difesa ad oltranza della territorialità della Svizzera italiana). Lo stesso tentativo di Ignazio Cassis di proporsi candidato per il Consiglio federale in rappresentanza dell’intera «Svizzera italiana» può essere letto in questa ottica. Del resto anche il Consiglio federale, proprio su istanza della Deputazione ticinese alle Camere federali, ha recepito che la percentuale di riferimento per gli italofoni dell’amministrazione federale debba essere il 7%, ossia una percentuale che non corrisponde né ai ticinesi e grigionesi italiani né agli italofoni censiti come tali. Lo stesso orientamento si può notare nella chiave di ripartizione delle risorse della Radiotelevisione svizzera. [La Svizzera italiana limitata all’area Ticino-Grigioni italiani, che conta demograficamente parlando non più del 4,3%, contribuisce al gettito del canone radiotelevisivo con poco più del 4%, ma riceve oltre il 20% dei proventi].

Reazioni dal Ticino e dai Grigioni italiani
Una lettera in cui sintetizzavo quando detto sopra, pubblicata ai primi di luglio nei tre quotidiani ticinesi, ha suscitato numerose condivisioni (soprattutto da parte di politici e italofoni dell’amministrazione federale) e, a mia conoscenza, due critiche. Sulle prime è inutile riferire, mentre sulle seconde desidero prendere posizione.
La prima (La Regione Ticino del 9.7.2011) porta la firma di Franco Celio, membro del Gran Consiglio ticinese, il quale con tono arrogante respinge «senza mezzi termini» la mia proposta, lasciandosi andare a divagazioni sulla «pace linguistica», sugli italofoni di oltre-Gottardo (a suo dire «difficili da identificare con esattezza»), su «eventuali richieste nel senso citato» di slavi, turchi, spagnoli, ecc.) che nulla hanno a che fare con quanto da me sostenuto. Ovviamente il signor Celio è libero di respingere ciò che vuole. Peccato che non entri - non so se per pregiudizi antitaliani o per la fretta con cui deve aver letto il mio scritto - nel merito delle questioni da me sollevate.

La seconda critica (La Regione Ticino del 19.7.2011) porta la firma di Nicoletta Noi-Togni, membro del Gran Consiglio grigionese, che dissente «fermamente da quanto proposto o suggerito da Longu che vorrebbe si ridefinisse il concetto di Svizzera italiana che dovrebbe essere allargato e comprendere oltre al Ticino e al Grigioni italiano anche gli italofoni residenti nella Confederazione». Anch’essa probabilmente non ha letto bene la mia proposta, certamente non l’ha capita, altrimenti non si spiegherebbe quell’insistere anch’essa sugli italofoni d’oltre Gottardo, quando io nel mio scritto ho indicato chiaramente che per ridefinire eventualmente la «Svizzera italiana» andrebbe superato oltre al criterio territoriale anche il criterio linguistico per adottare invece prevalentemente un criterio culturale ampio. Probabilmente non ha capito nemmeno altre proposte di riflessione che vanno nella stessa direzione, altrimenti non scriverebbe che «il tentativo dei diversi Longu (tra di loro si contano esimi politici dal dire e dal fare nebuloso e studiosi con forse buone intenzioni) di far apparire appetibile una proposta del tutto incoerente è da rigettare».

Pesi e guadagni
Ho voluto riferire di queste due critiche per mettere in evidenza che sul concetto di «Svizzera italiana» non c’è affatto unanimità. Aggiungo, per chiarezza, che è ben lungi dalle mie intenzioni il tentativo subdolo di far accreditare in qualche modo sotto il cappello della «Svizzera italiana» la dignità linguistica e culturale degli italofoni d’oltre Gottardo e ancor meno di quanti pur non essendo (più) italofoni hanno radici culturali italiane. Il problema infatti non esiste. Semmai la mia preoccupazione è che se non si porta avanti la riflessione suggerita da Coscienza Svizzera si rischia che l’italianità della Svizzera venga sempre più marginalizzata. Se non si riesce a dare alla «Svizzera italiana» una dimensione culturale (quindi non solo linguistica!) veramente nazionale potrebbe risultare assai difficile qualunque atto rivendicativo del Ticino e dei Grigioni italiani in nome della «Svizzera italiana» intesa territorialmente, perché il suo peso specifico in termini demografici non va oltre il 4,3%. Un domani potrebbe risultare incomprensibile, ad esempio, pretendere dalla Confederazione il 7% di posti federali riservati a «italofoni» invece del 4,3%. Ancor più problematico potrebbe risultare ogni tentativo di avere in Consiglio federale un rappresentante della «Svizzera italiana» intesa come Ticino e Grigioni italiani, come del resto hanno dimostrato gli ultimi tentativi falliti. Potrebbe anche risultare sproporzionata l’attuale ripartizione delle risorse radiotelevisive nazionali e la CORSI potrebbe non avere più il sostegno che ha se venisse meno la sua valenza nazionale.

Come si può ben vedere, in termini di guadagni, da un ampliamento del concetto di Svizzera italiana, sarebbero proprio il Ticino e i Grigioni italiani a beneficiarne maggiormente. Ma sarebbe preferibile che a beneficiarne fosse l’intera Svizzera. O non è così?

Giovanni Longu
(L'ECO, 27.7.2011)

13 luglio 2011

Strage di emigrati sardi cent’anni fa a Itri!

Spesso, rievocando alcuni grandi eccidi o disgrazie che ebbero come protagonisti loro malgrado operai italiani emigrati in America o in Europa, si parla di «razzismo» nei loro confronti. Non solo, molti emigrati italiani ritengono ancora oggi che nel Paese d’immigrazione ci sia tuttora molto razzismo, specialmente nei confronti di alcune nazionalità d’immigrati. Raramente si pensa che anche gli italiani, in Italia, sono affetti talvolta dalla stessa malattia, che discrimina e tende ad annientare l’altro, il diverso, lo straniero. Nessuno parla più delle violenze subite dagli immigrati irregolari e regolari a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, un anno e mezzo fa. E chi ricorda le innumerevoli discriminazioni che hanno subito milioni di meridionali, «terroni», emigrati nel nord d’Italia in cerca di lavoro negli anni del «boom economico» (anni ’50 e ’60 del secolo scorso)?
Spesso, per evitare questa parola grossa, perché il «razzismo» è un reato punito ormai da tutte le legislazioni civili, si preferisce parlare di «guerra tra poveri» quando ad affrontarsi sono lavoratori di nazionalità diversa. In effetti, i casi più clamorosi che hanno riguardato emigrati italiani, come vittime, hanno avuto come aggressori altri lavoratori, soprattutto indigeni, i quali ben poco sapevano di ideologie razziste o xenofobe. Credevano che gli stranieri venissero a portar via a loro, i padroni di casa, il lavoro, un salario onesto, l’abitazione e persino le loro donne. Ritenevano pertanto di essere nel giusto quando reagivano anche violentemente contro questi stranieri invasori e usurpatori. Le vere responsabilità di questa «guerra tra poveri» non vengono alla luce quasi mai.
In questo clima nefasto, attraversato da una vena di razzismo e connotato da astio, intolleranza e spirito di vendetta, gli emigrati italiani dovettero subire spesso e ovunque atti di violenza di gruppo. Alcuni episodi sono emblematici. Limitandoci all’area europea, si possono ricordare, in particolare, quello della dura repressione degli scioperi durante la costruzione della galleria del San Gottardo (1875), l’eccidio alle Aigues-Mortes in Francia (1893), i tumulti di Berna e Losanna (1893), la furia distruttrice e la «caccia all’italiano» di Zurigo (1896).

Responsabilità diffuse
Leggendo i giornali e le cronache giudiziarie dell’epoca si ha spesso l’impressione che nella ricerca delle responsabilità i primi indiziati fossero proprio le vittime, ossia gli italiani. Spesso essi avevano contro buona parte dell’opinione pubblica per cui riusciva difficile ai tribunali individuare i veri colpevoli e punirli giustamente. Del resto non è un mistero, almeno tra gli studiosi, che molto spesso in quell’epoca gli emigrati italiani fossero ovunque malvisti per i loro comportamenti ritenuti «primitivi», violenti e irrispettosi degli altri, ma anche per la loro (presunta) facilità ad accettare salari più bassi di quelli usuali e condizioni di lavoro pesanti, danneggiando così l’intera classe operaia. L’ingordigia di molti padroni, la debolezza dei sindacati, l’assenza di una vera solidarietà operaia e una diffusa ignoranza contribuivano a indicare negli italiani immigrati una costante minaccia per il lavoro e la vita tranquilla degli indigeni e farne facilmente il capro espiatorio in momenti particolari di crisi.
Questa situazione, purtroppo, ha riguardato non solo moltissimi italiani emigrati nel resto del mondo, ma anche italiani emigrati internamente in Italia. Proprio in questi giorni viene rievocato uno degli episodi più tristi della migrazione interna italiana, capitato esattamente cent’anni fa. Mi sembra utile rievocarlo in queste colonne perché dimostra quanto i problemi di razzismo, d’intolleranza e di violenza tra etnie diverse fossero simili, in quell’epoca, in ambienti di lavoro analoghi, anche in luoghi molto distanti tra loro come possono essere il Mezzogiorno d’Italia, la Provenza e la Svizzera.
La caccia all’italiano che si verificò alle Aigues-Mortes e durante i tumulti di Berna e Zurigo sul finire dell’Ottocento si ripeté con modalità analoghe proprio nel Mezzogiorno d’Italia, da cui partivano per l’estero moltissimi emigrati, meno di due decenni più tardi, con la differenza che la parte delle vittime toccò in questo caso ad emigrati sardi. L’episodio successe a Itri, un comune tra Gaeta e Formia, oggi in provincia di Latina (allora in provincia di Caserta), esattamente cent’anni fa il 12 e 13 luglio 1911.

«Morte ai Sardegnoli»!
In quegli anni si stava costruendo la Direttissima Roma-Napoli, alla cui realizzazione lavoravano anche molti emigrati sardi, reclutati tra gli esperti minatori del Sulcis-Iglesiente e forse attratti dalla prospettiva di migliori salari, ma incuranti dei pregiudizi che accompagnavano i sardi un po’ ovunque, anche nel resto d’Italia, ormai unita da una cinquantina d’anni. Spesso erano considerati alla stregua dei «selvaggi», grossolani, violenti e prepotenti, insomma gentaglia da cui stare alla larga.

Nel 1911, circa cinquecento di essi erano acquartierati a Itri e sembra che anche lì, stando ai racconti tramandati, tra loro e la popolazione locale non corresse buon sangue. Sul lavoro, invece, erano ritenuti bravi e nessuno osava criticarli. Ciononostante gli emigrati sardi, chiamati «sardegnoli», percepivano salari più bassi rispetto agli altri lavoratori e, forse proprio per questo, così è stato detto, si rifiutavano di pagare il «pizzo» preteso dalla camorra (a quanto sembra fin d’allora presente in questo genere di appalti!) coalizzandosi tra loro in una specie di lega operaia di autodifesa.
In questo clima di forti contrapposizioni, il 12 e 13 luglio 1911 contro i sardi vennero organizzate (probabilmente dalla camorra) due imboscate successive a cui parteciparono centinaia di itrani compresi molti notabili, inizialmente nell’indifferenza delle forze dell’ordine. Le aggressioni, durate due giorni al grido di «morte ai Sardegnoli», furono così violente che fecero non meno di 8 morti e 60 feriti, tutti sardi.

L’opinione pubblica
E’ interessante notare che insieme a numerosi aggressori vennero arrestati anche alcuni operai sardi perché rissosi. In sede processuale in Corte d’Assise di Napoli, gran parte degli imputati furono assolti dai giudici popolari e solo nove condannati in contumacia a trent’anni di carcere. L’opinione pubblica aveva fatto propria la tesi della difesa dei presunti aggressori ritenendo che la rivolta della popolazione era una sorta di «legittima difesa» contro i sardi accusati di commettere «violazioni e prepotenze […] soprusi d’ogni genere». E’ probabile invece che i sardi fossero mal sopportati anche perché associati psicologicamente ai conquistatori piemontesi (entrambi appartenenti al Regno di Sardegna), che nel 1861 si erano annessi il Regno delle due Sicilie (a cui allora apparteneva Itri) e da allora si erano praticamente disinteressati del Meridione.
Sta di fatto che a lungo, nell’opinione pubblica i sardi vennero ritenuti i veri provocatori. Persino in Svizzera giunse l’eco di quei fatti e la notizia venne data in questi termini: «A Itri, provincia di Caserta, avendo un centinaio di operai sardi commesso violenze contro gli abitanti, un certo numero di questi ultimi, armati di fucili, li inseguirono [dando luogo] a scontri terribili, in cui tre operai vennero uccisi e molti furono feriti» (Journal de Genève del 16.7.1911). In realtà, come detto, i morti furono almeno otto e i feriti, alcuni gravi, almeno una sessantina.
Una certa retorica ha voluto e continua a vedere nell’ingiustizia subita dai sardi anche una vittoria morale di quei «selvaggi» ma onesti, che non abbassarono il capo, come gli itrani, alla prepotenza della camorra rifiutando di pagare qualsiasi pizzo. Quei sardi, considerati talvolta «martiri antesignani della lotta sindacale […] pagarono caro il prezzo della loro provenienza e cultura, ma la camorra, da quei fieri sardi, non vide neppure un soldo».

Un insegnamento? Intolleranza zero!
Probabilmente le vere ragioni dello scontro erano più complesse e non addossabili a una sola parte. Tanto è vero che durante il processo anche il Procuratore Generale non esitò a ripartire le responsabilità affermando anzitutto che secondo lui «i più prepotenti e arroganti erano i sardi e tra loro riuniti, per quello spirito di solidarietà che saldamente fuori la patria di origine avvince gli isolani, si davano all’orgia, disturbando la quiete pubblica e trascorrendo talora a private contese ed a reati contro la quiete pubblica». Quanto agli itrani egli affermò che «c’era da restarne offeso il sentimento d’italianità» (cit. da Pino Pecchia nel libro rievocativo «I Sardi a Itri»). In realtà anche le istituzioni dell’epoca (amministrazione, sindacati, forze dell’ordine) non furono all’altezza delle loro responsabilità e soprattutto non seppero né prevenire né intervenire in tempo.
Ben presto, tuttavia l’episodio venne completamente dimenticato e solo di recente riesaminato e ricondotto a quel clima di intolleranza e di razzismo, spesso mascherato ma altrettanto vero, che caratterizzava la società dell’epoca e in cui le vittime predestinate erano soprattutto gli immigrati, in Italia come nei grandi Paesi d’immigrazione.
Se si volesse trarre un insegnamento, visto che gli immigrati ci sono ancora, potrebbe essere quello della «intolleranza zero», nel senso che la violenza, soprattutto di gruppo, non può avere giustificazione alcuna nemmeno di fronte ai cosiddetti clandestini, extracomunitari, illegali, e a maggior ragione di fronte ai comunitari e ai regolari.

Giovanni Longu
Berna 13.07.2011