20 gennaio 2010

Lo scandalo vergognoso di Rosarno

(L'ECO, 20.1.2010) Le immagini delle violenze subite dagli africani a Rosarno sono di quelle che non possono lasciare indifferenti. E quelle videate sui capannoni abbandonati in cui quei poveracci cucinavano, dormivano e passavano il tempo libero fanno semplicemente ribrezzo.
Vedendo quelle immagini mi sono venute spontaneamente alla mente certe descrizioni sulle condizioni di vita e di alloggio degli italiani immigrati in Svizzera in alcuni cantieri all’epoca della costruzione delle ferrovie e nelle periferie delle grandi città in cui costruivano strade, fabbriche e palazzi all’inizio del secolo scorso.
In un saggio del 1907 sulla «questione degli italiani», lo storico Jacob Lorenz esponeva senza pietà le misere condizioni degli italiani nelle principali città svizzere, dove abitavano in stamberghe squallide e insane e dove si nutrivano miseramente. «Le abitazioni degli italiani sono da cercare in quelle case che per la loro sporcizia e la loro mancanza d’igiene sarebbero da abbandonare al più presto possibile […]. Nelle stanze si trovano dappertutto letti e panconi. La latrina che viene usata da un gran numero di persone si trova in condizioni raccapriccianti […]. Ogni letto è occupato da 2, 3 o più persone. Senza differenza d’età, spesso senza quella del sesso. Genitori e bambini, coppie sposate e affittuari coabitano insieme nelle stesse camere, che vengono ventilate raramente e sono sovraffollate del doppio e del triplo».
Un altro storico, Hektor Amman, così scriveva degli italiani in Svizzera nel 1917: «In genere appartengono ai ceti più poveri e meno colti della popolazione italiana. Tra di loro gli analfabeti sono numerosi. Di conseguenza anche le loro pretese nei confronti della vita sono le più modeste ipotizzabili. Per mangiare spendono poco […]. Molti non mangiano assolutamente nulla di caldo durante l’intera giornata, solo pane e salsiccia o formaggio e birra. Inoltre spesso cucinano assieme in una qualche baracca, alle cui pareti sono appese su grossi chiodi le pagnotte iniziate. Si bevono poche bevande alcoliche. Apparentemente lo sporco e i buchi nei vestiti non danno loro alcun fastidio. Per questo motivo sono pochissimi quelli che possiedono indumenti da lavoro o tute. A contrastare con le nostre idee sono però soprattutto le loro condizioni di alloggio. Gli italiani che lavorano a progetti ferroviari ecc. vivono lontano dagli insediamenti umani e quelli che lavorano in campagna solitamente in particolari baracche di legno, nelle città nei quartieri più miseri. L’abitazione di un italiano è riconoscibile da lontano per la sporcizia e il degrado, come vetri infranti, porte rotte ecc. Si cucina, si mangia e si dorme nello stesso locale, e in ogni locale dormono tante persone quante possono stendersi su materassi per terra o simili.[…] Tutto ciò consente loro naturalmente di mettere da parte buona parte dei loro guadagni».
Si dirà, forse, quelli erano altri tempi. Già, da allora è passato un secolo, ma per molti sembra passato inutilmente, perché se Lorenz o Amman dovessero descrivere le condizioni di alloggio degli extracomunitari di Rosarno (e probabilmente di molte altre località simili) userebbero le stesse parole e proverebbero lo stesso disgusto.
Le responsabilità
Un sentimento che non ho notato nelle reazioni degli abitanti di Rosarno e nemmeno degli uomini politici che sono intervenuti sulla vicenda. O fa differenza che cento anni fa i protagonisti fossero italiani e oggi siano africani? O sono forse cambiate le responsabilità? Evidentemente, la storia dell’emigrazione italiana ha insegnato poco, forse perché troppo in fretta dimenticata.
Potrebbe aiutare la nostra riflessione quanto ha scritto un altro storico, Peter Manz, un italo-svizzero che si è occupato intensamente delle pessime condizioni igienico-sanitarie delle miserrime abitazioni spesso improvvisate degli immigrati italiani a Basilea agli inizi del secolo scorso. Dopo aver raccolto le testimonianze dell’epoca sull’indecenza di quelle abitazioni pietose, Manz confessa che a colpirlo è stato «innanzitutto il silenzio e la noncuranza della maggior parte degli osservatori: qui, anche nel [primo] dopoguerra, autorità ed imprenditori ma anche sindacati ed operai, si distinguono spesso per un vistoso ritardo, per una scarsa sensibilità e per una complice indifferenza, per arretratezza, impreparazione e disinformazione», ma «soprattutto il disinteresse degli ambienti padronali e la complicità delle autorità competenti, ma anche la debolezza e l’incoscienza, la rassegnazione e la miopia di larghi strati di lavoratori, soprattutto se stagionali».
La costatazione fatta da Manz mi sembra in buona parte applicabile anche alla situazione registrata un secolo più tardi a Rosarno e regione. Anche in questo caso, infatti, la situazione non era nascosta o isolata, ma sotto gli occhi di tutti, che hanno fatto finta di non vedere e non conoscere. La gente del posto, provava solo fastidio, ma probabilmente non ha reagito nella maniera propria di uno Stato di diritto. Per paura? E’ probabile, ma insufficiente a giustificare l’accettazione di uno stato d’illegalità e di degrado tale.
E’ risaputo che molte responsabilità vanno cercate nella sete di guadagno di avidi padroni e nello strapotere della «’ndrangheta». Ma a fallire in questa vicenda è stato un sistema diffuso di illegalità, indifferenza, ipocrisia, irresponsabilità. Dovrebbe essere intollerabile per tutti, in un Paese civile, accettare situazioni di degrado e di sfruttamento come quelle ampiamente e tragicamente documentate!
In Italia si discute molto, forse perfino troppo, di giustizia, mentre la giustizia applicata fa spesso cilecca, più che bendata sembra cieca. Come si fa a parlare apertamente di ‘ndrangheta, di cosche, di mandanti e di esecutori con tanto di nomi e cognomi e non riuscire a renderli innocui? Come si fa ad accettare senza indignarsi e senza reagire un vero e proprio atto di schiavitù come quello perpetrato nei confronti di esseri umani, sfruttati all’inverosimile, «colpevoli» solo di non disporre dei permessi di residenza giusti e di non avere sindacati a loro difesa?
Soprattutto la politica ha le sue colpe. Se uno Stato fa una legge, dev’essere anche in grado di osservarla e farla osservare, altrimenti è preferibile che non la faccia. Non è degno di uno Stato di diritto tollerare così tanti clandestini come sembrerebbe ne circolino liberamente soprattutto nel Meridione. E per favore, ogni governo si prenda le proprie responsabilità e non si faccia a scarica barile. Non ha senso che il ministro degli interni in carica e la maggioranza che lo sostiene cerchino di addossare le responsabilità dell’immigrazione clandestina al lassismo dei precedenti governi per non aver sorvegliato a dovere tutti gli ingressi e aver tollerato sul territorio nazionale chiunque fosse riuscito a mettervi piede, anche illegalmente. Le leggi sono dello Stato e ogni governo è tenuto a farle rispettare tutte. Oggi è in gioco la credibilità dell’attuale governo.
Legalità e integrazione
Mi hanno colpito anche alcuni commenti della gente comune, secondo cui lo scoppio della violenza a Rosarno era «inevitabile». Come se le condizioni che provocano la violenza non dipendessero dalla volontà delle persone e non potessero essere modificate. Come se all’illegalità non ci fosse rimedio. Come se la malavita organizzata fosse più forte dello Stato e lo Stato impotente di fronte alle forze del male. Forse è proprio questo il punto: occorre una presa di coscienza collettiva, Stato compreso, che il bene (comune) può vincere il male e ciascuno, nessuno escluso, deve dare il proprio contributo.
Ma è evidente che il compito più importante e più difficile spetta allo Stato. Sarebbe superficiale ignorare le difficoltà, ma non sarebbe nemmeno più tollerabile l’indecisione. L’immigrazione, quella regolare come quella clandestina, è un problema politico, nazionale e sociale che non è possibile – Rosarno insegna – affrontare senza che lo Stato scenda in prima linea.
Due mi sembrano le linee guida che dovrebbe seguire il governo: da una parte la fermezza nell’applicazione delle leggi, compresa quella sull’immigrazione clandestina, e dall’altra impostando e realizzando una politica d’integrazione che concili gli interessi della popolazione locale e gli interessi degli immigrati. Le due linee non sono divergenti ma convergenti, portano solo a un buon risultato.
Purtroppo non esistono scorciatoie. La lunga storia della politica migratoria svizzera, che ha coinvolto nel bene e nel male centinaia di migliaia di italiani immigrati, m’insegna che la migliore integrazione non la si fa con le leggi ma con la pratica: nella scuola, sul posto di lavoro, in chiesa, per strada, in televisione, nell’associazionismo, nello sport.
L’immigrazione è soprattutto un problema sociale, perché ne va dell’equilibrio dell’intera collettività. L’ingovernabilità e il degrado di un sottogruppo di popolazione potrebbe provocare il collasso dell’intera società.
La storia e la memoria dell’emigrazione di milioni di italiani dovrebbe agevolare il compito che aspetta oggi l’Italia in questa materia. Gli italiani, ovunque, anche in Svizzera, hanno dovuto sopportare le cosiddette pene dell’inferno prima di affermarsi come una componente sana, produttiva e importante, in tutti i Paesi dove ha messo radici. Oggi quel che conta è il risultato. E la riuscita degli italiani all’estero dovrebbe insegnare che anche in Italia gli immigrati possono diventare una componente utile e importante. Per questo devono essere rispettati ed esigere da loro rispetto, nello spirito di una comunità che deve crescere insieme.
Giovanni Longu
Berna 17.01.2010

13 gennaio 2010

Buon Anno, Italia e Svizzera

(L'ECO, 13.01.2010)
Il passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo è tradizionalmente l’occasione più generale per farsi reciprocamente i migliori auguri, per esprimere desideri e abbozzare qualche buon proposito. Lo fanno tutte le persone normali, ma non sfuggono alla tradizione nemmeno i capi di Stato e di governo.
In Italia, a formulare i migliori auspici per l’intera nazione è stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in Svizzera la Presidente della Confederazione Doris Leuthard. Nonostante i contesti assai diversi, generalmente questi discorsi augurali si rassomigliano a tal punto che molti li danno per scontati prima ancora di sentiti o leggerli. Non dovrebbe essere così, perché offrono talvolta utili spunti di riflessione, come quest’anno.
Sovente l’attesa dei cittadini è molto bassa, perché sanno in partenza che questi discorsi non contengono risposte alle loro domande e ai loro problemi. Essi vorrebbero soluzioni o almeno promesse rincuoranti e qualche buon proposito. Invece questi discorsi ufficiali si limitano per lo più a passare in rassegna i principali problemi della nazione, ad indicare qualche via di soluzione e a formulare i soli buoni auspici, invocando magari, come ha fatto la Presidente della Confederazione, «la benedizione di Dio». Ma dove sono i buoni propositi? Semplicemente non ci sono.
In Italia, è vero, il Presidente della Repubblica si è impegnato ad esercitare fino in fondo il suo dovere di richiamare i contendenti alla moderazione dei toni e al dialogo costruttivo. Non c’è motivo per non ritenere che onorerà l’impegno. Ma quanto vale? Ben poco, perché il dialogo non dipende certo da lui e non può certo obbligare maggioranza ed opposizione a smetterla di litigare e cominciare a collaborare, come i cittadini italiani si attendono ormai da mesi e da anni. I buoni propositi avrebbero dovuto farli loro, i responsabili della politica, ma evidentemente non se la sono sentita di impegnarsi in quella che è la vera democrazia: contribuire tutti insieme al benessere generale.
E’ vero, Berlusconi ha annunciato come capo del governo che il 2010 sarà l’anno delle grandi riforme. Ma questo è un buon proposito? Niente affatto, perché le riforme non dipenderanno solo dal governo, ma anche dal parlamento e soprattutto dalla capacità d’intesa tra maggioranza e opposizione. Per di più, Berlusconi non si è nemmeno impegnato a cercare il dialogo a tutti i costi, anzi ha detto chiaro e tondo che, se la minoranza non la smetterà di correre appresso a Di Pietro in un’opposizione oltranzista e miope, la maggioranza correrà da sola. Che tipo di riforme è lecito attendersi senza un autentico confronto democratico e un’ampia convergenza parlamentare?
L’opposizione, per bocca di Bersani, non è da meno. Dichiara a parole di essere pronta al dialogo, ma in realtà lo subordina a tutta una serie di condizioni pregiudiziali. Nel clima politico in cui è precipitata l’Italia, il principale partito d’opposizione è ancora troppo condizionato dalla paura di perdere consensi di fronte all’incalzare delle forze più antiberlusconiane e, forse, antidemocratiche che puntano decise a costituire la vera opposizione.
Insomma, anche quest’anno gli italiani si dovranno accontentare di qualche buona intenzione, ma nulla di più? Oppure si può ancora sperare? Ebbene sì, c’è da sperare che di fronte alla gravità dei problemi che sta attraversando l’Italia, istituzioni e cittadini si rendano conto che la crisi può essere superata solo dialogando e collaborando. Non c’è scampo, o si supera la logica delle contrapposizioni (vincitori/vinti, maggioranza/minoranza, destra/sinistra, buoni/cattivi, ecc.) e dei veti incrociati, o c’è il caos e il declino. Una vera democrazia non si basa solo sul potere della maggioranza, ma anche sul rispetto reciproco, sulla condivisione dei problemi e sulla collaborazione.
Solo a queste condizioni tutto potrebbe cambiare e l’Italia potrebbe superare la crisi profonda che rischia di strangolarla (debito pubblico, crisi economica, crisi finanziaria, perdita di valori, disparità sociali in aumento, difficoltà evidenti nella gestione del problema migratorio, disorientamento generale, ecc.). Solo raccogliendo le forze, non dissipando energie in logoranti guerre «ad personam», non perdendo tempo in sterili contrapposizioni, l’Italia riuscirà a dare ai propri cittadini un’amministrazione più giusta e più efficiente e soprattutto ai giovani e ai più deboli, serenità e speranza.
A queste condizioni, l’Italia può farcela. Dunque: BUON ANNO, ITALIA!
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Anche per la Svizzera la situazione non è facile. A mettere in difficoltà le istituzioni e i cittadini di questo Paese non è stata solo la crisi economica e finanziaria. La Svizzera già da qualche decennio sta ormai perdendo fiducia in sé stessa perché il mito dell’isola felice è tramontato e la difesa ad oltranza delle proprie tradizioni non regge più. Basti pensare che per ogni nuova legge deve fare i conti con il diritto comunitario.
In un mondo sempre più globalizzato, anche la florida economia svizzera comincia a registrare le sue debolezze, un numero crescente d’imprese in fallimento e una disoccupazione da record. La piazza finanziaria non è più una fortezza inespugnabile, il mitico segreto bancario è sempre meno segreto, soprattutto di fronte ai potenti vicini che per colpa sua si sentono in qualche modo defraudati e ora pretendono più trasparenza.
A causa delle note vicende con gli Stati Uniti, con la Germania, con la Francia, con l’Italia, con la Libia e altri Paesi, la Svizzera è alquanto disorientata nello scacchiere internazionale. Anche il federalismo mostra le sue debolezze, il governo manca talvolta di lucidità, i giovani hanno paura del futuro, la rete di protezione sociale si allenta, gli squilibri sociali non si attenuano.
Ai problemi della nazione ha accennato la Presidente della Confederazione nella sua allocuzione di capodanno, ma più che soffermarsi su ciò che non va, ha voluto suscitare fiducia nella possibilità di risolvere i problemi, perché ci sono sempre vie d’uscita e perché il popolo svizzero ha sempre molte risorse («so quanta forza il nostro Paese sa sviluppare»). La Presidente Leuthard ne ha ricordate alcune in particolare, a cominciare dalla coesione nazionale, elemento fondante della Svizzera quale «Willensnation», ossia una nazione basata sul consenso e sulla volontà di stare insieme.
Su questo fondamento si è sviluppato uno Stato di diritto (che intende rispettare «la dignità dell’essere umano»), uno Stato democratico (in cui «democrazia non significa soltanto la vittoria della maggioranza ma anche il rispetto della minoranza, la quotidiana convivenza di quelli che una volta han vinto con quelli che una volta han perso»), uno Stato sociale e solidale (in cui «la solidarietà non è una parola priva di senso» e ognuno è responsabile «per il proprio futuro e per il futuro del Paese»), uno Stato la cui identità «si commisura al benessere dei singoli suoi membri».
Certamente, dopo la crisi niente sarà più come prima, ma c’è da scommettere che i cittadini di questo Paese sapranno ritrovare in sé stessi, nella loro storia e nelle istituzioni la forza per riportare la Svizzera al posto che merita nel contesto internazionale e rivitalizzare quelle caratteristiche che li hanno sempre contraddistinti. Mi riferisco in particolare al senso profondo della libertà e della democrazia, alla capacità d’integrare lingue, culture e religioni diverse, alla tolleranza (nonostante vistose eccezioni) nei confronti dello straniero e del diverso, alla solidarietà nazionale e internazionale, alla disponibilità all’apporto economico e culturale di popolazioni di altri Paesi, soprattutto di quelli confinanti, superando malintesi e diffidenze.
Perché tutto questo si avveri: BUON ANNO, SVIZZERA!

In vigore la legge federale sulle lingue

(L'ECO, 13.01.2010)
Dopo una pluriennale gestazione, il 1° gennaio 2010 è entrata in vigore in vigore la legge federale sulle lingue. La legge era già stata approvata il 5 ottobre 2007, ma è mancata finora la volontà politica di applicarla, anzi manca ancora l’ordinanza di applicazione. Anche per questo, quando nel dicembre scorso il Consiglio federale ne ha dato l’annuncio, la notizia non ha suscitato alcun entusiasmo nemmeno tra coloro che l’attendevano da anni.
Eppure si tratta di una legge importante perché fornisce la base legale per tutte quelle misure che mirano a «rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera, consolidare la coesione interna del Paese, promuovere il plurilinguismo individuale e il plurilinguismo istituzionale nell’uso delle lingue nazionali, salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali».
Sarà opportuno, fra qualche settimana o mese, osservare più da vicino i singoli elementi riguardanti in particolare l’italiano, ma conviene sottolineare da subito che le istituzioni italiane che operano nel settore, soprattutto nei corsi di lingua e cultura, dovrebbero approfondire la portata di questa legge ed in particolare dell’articolo 22, che prevede crediti della Confederazione ai Cantoni dei Grigioni e Ticino «per il sostegno di: a. misure destinate a salvaguardare e promuovere le lingue e culture romancia e italiana; b. organizzazioni e istituzioni che si impegnano a livello sovraregionale per la salvaguardia e la promozione delle lingue e culture romancia e italiana; c. attività editoriali nella Svizzera romancia e italiana».
Purtroppo questa legge interviene con molto ritardo sul problema delle lingue e a soffrirne è soprattutto l’italiano, in costante perdita di parlanti e soprattutto di scriventi. Sarebbe tuttavia un peccato non rendersi conto che agli italofoni oggi è data forse l’ultima occasione per una presa di coscienza generale sull’importanza dell’italiano come lingua nazionale ed elemento determinante della coesione del Paese.
Questa presa di coscienza dovrebbe tuttavia comportare anche l’impegno di unire le forze, senza distinzione di nazionalità, tra tutti gli italofoni, istituzioni e individui, per difendere il carattere nazionale e ufficiale della lingua italiana in Svizzera, promuoverne l’apprendimento soprattutto nelle scuole di ogni ordine e grado, diffonderne l’uso nelle comunicazioni ufficiali (Confederazione, Cantoni, Città principali, uffici pubblici, musei, ecc.) e nell’informazione generale.
Se invece si continuerà a procedere in ordine sparso e ogni istituzione brigherà per conto suo non ci sarà scampo: l’italiano continuerà il suo inesorabile declino, con buona pace degli estimatori dell’idioma dantesco e del Paese dove il «sì» suona.
Giovanni Longu
Berna 10.01.2010

04 gennaio 2010

Italiano federale senza illusioni

Il 1° gennaio 2010 entrerà in vigore la legge sulle lingue, ma non produrrà quegli effetti benefici che qualcuno si aspetta, soprattutto tra gli italofoni.
A dubitarne sono in tanti, dall’on. Simoneschi Cortesi, che si chiedeva qualche giorno se esiste ancora la Svizzera plurilingue, all’on. Cassis, per il quale l’italiano rimane in serie B o all’on. Marina Carobbio (ma non è l’unica) che per essere più convincente tra i colleghi del Palazzo deve sacrificare l’italiano a vantaggio del tedesco.
Sono in molti a sostenere che nell’amministrazione federale lo spazio per l’italiano è sempre più ristretto. Non esiste affatto (e non potrebbe esistere) come lingua di lavoro e nemmeno come lingua parlata, anche se nei contatti col pubblico molti servizi d’informazione sono dotati di persone che parlano anche l’italiano. L’italiano è presente quasi esclusivamente come lingua di traduzione e con molti limiti. La nuova legge non migliorerà la situazione.
Anche sulla rappresentanza degli italofoni non bisogna farsi troppe illusioni. Saranno sempre pochi. Negli ultimi dieci anni è ulteriormente peggiorata e dubito che migliorerà dopo l’entrata in vigore della legge sulle lingue. Soprattutto per due ragioni.
La prima: si continua a prendere come riferimento per la rappresentanza delle comunità linguistiche i soli cittadini svizzeri e non l’intera popolazione residente. Errore gravissimo perché in questo modo diventa «equa» una rappresentanza del 4,3% (dato dell’ultimo censimento del 2000) e non superiore come sarebbe se si considerasse l’intera popolazione italofona residente. Ma il 4,3% non potrà mai costituire, in un ufficio federale di dimensioni medie, un gruppo significativo. Anche per questo le istruzioni sul plurilinguismo del 1997 e del 2003 sono rimaste a questo riguardo inapplicate (e inapplicabili).
La seconda ragione per cui non bisogna farsi troppe illusioni è la mancanza di un’autorità indipendente di controllo sul rispetto del plurilinguismo nell’Amministrazione federale. Una proposta in tal senso non è mai stata presa in considerazione. Oggi la Deputazione ticinese rivendica solo un ombudsman, un mediatore, ma non un garante, e intanto ci si deve accontentare di un semplice «consulente per la politica delle lingue nell’amministrazione», il pur bravo Verio Pini.
Mi rendo conto che non è facile chiedere e soprattutto ottenere un’autorità di garanzia, perché creerebbe non poche difficoltà in più di un Dipartimento. Ma è forse più facile accettare l’ipocrisia di avere sotto gli occhi una realtà che non corrisponde alle norme stabilite sul plurilinguismo? E non è forse un’ipocrisia continuare a proclamare l’italiano lingua di lavoro, ben sapendo che non potrà mai esserlo? Quanto potrà fare Verio Pini, a cui faccio i migliori auguri? Non resta che sperare, ma senza illusioni!
Giovanni Longu
LaRegioneTicino, 4.1.2010

30 dicembre 2009

Contestazione della democrazia e crisi italo-svizzera

Due cose mi hanno particolarmente colpito nell’anno appena trascorso nell’ambito di questo osservatorio: la discussione sulla democrazia sia in Italia che in Svizzera e la battuta d’arresto nei rapporti italo-svizzeri.
Contestazione della democrazia in Italia
Sistematicamente, all’indomani delle elezioni politiche, si apre un’interminabile discussione sui ruoli della maggioranza e della minoranza, come se la Costituzione non esistesse e il giudizio popolare fosse interpretabile a piacere. Evidentemente il «governo del popolo» (ossia la «democrazia» degli antichi Greci) non ha ancora assunto un significato univoco e condiviso. Su questa incertezza si basano molte ambiguità e animosità che animano il dibattito politico.
Quando sorgeva una disputa nel mondo cristiano, soprattutto nei secoli passati, e su questa interveniva d’autorità il Papa, si diceva: «Roma locuta est, causa finita est», ossia, una volta intervenuta la decisione papale, la questione doveva considerarsi risolta. Era così, e in parte lo è ancora, perché nel campo religioso cattolico non esiste un’autorità superiore a quella del Papa a cui potersi appellare. Qualcosa di analogo succedeva anche nelle monarchie assolute, in cui la massima autorità era rivendicata dal re, che per questo veniva chiamato «sovrano».
Con l’avvento della democrazia nella maggior parte degli Stati del mondo, l’unica «sovranità» riconosciuta da tutti è quella del popolo. La Costituzione italiana lo dice chiaro e tondo: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»,(art. 1). Dovrebbe essere pertanto chiaro che una volta che il popolo «sovrano» si è pronunciato, in libere elezioni, la questione di chi deve governare e di chi deve stare all’opposizione dovrebbe considerarsi chiusa. Invece non è così. Anche l’attuale governo e l’attuale maggioranza sembrano non godere della piena legittimazione da parte delle opposizioni.
In fondo, in Italia non si accetta il principio di legittimazione da parte del popolo sovrano, non si accetta in buona sostanza il fondamento stesso della democrazia. C’è infatti una minoranza, spesso assai consistente, che sistematicamente contesta il verdetto del popolo «sovrano». Non potendo dire apertamente che l’elettorato è costituito da imbecilli e incompetenti, dice magari che il popolo non ha fatto la scelta giusta perché disinformato, stordito dalla propaganda, ammaliato dalle sirene o illuso dalle assurde promesse e via discorrendo. In realtà si nega la sovranità del popolo, accusandolo di essere incapace d’intendere e di volere.
Con questi presupposti, è facile capire perché in Italia il dibattito politico ha un profilo molto basso, anzi deleterio. A furia di interpretare la scelta popolare, una parte (maggioranza) finisce per considerare la sua missione (di per sé di durata limitata) come una sorta d’investitura per governare incondizionatamente e senza intralci e l’altra parte (minoranza) per ritenersi obbligata a intraprendere qualsiasi azione pur di impedire alla maggioranza di governare, ritenendola almeno moralmente indegna di guidare il Paese.
Come si spiegherebbe altrimenti che molti politici dell’opposizione non riconoscano alla maggioranza nemmeno la legittimità a legiferare e considerino deputati e senatori che si apprestano a farlo come fossero dei rinnegati e servi del padrone? Di fatto non sono pochi coloro che dopo un’interminabile campagna di delegittimazione finiscono per considerare il governo voluto dalla maggioranza del popolo italiano una iattura, una sorta di «regime» e di «dittatura», e chi lo guida una sorta di tiranno da abbattere. E come non collegare, almeno indirettamente, l’aggressione del 13 dicembre al premier Silvio Berlusconi col degrado della politica italiana, che in talune espressioni e in taluni atteggiamenti esprime vero e proprio odio?
Dubbi anche sulla democrazia elvetica
I problemi di democrazia non agitano solo la politica italiana. Anche in Svizzera, patria della democrazia diretta, ossia la massima espressione storica della volontà popolare, le discussioni non mancano, soprattutto quando i temi messi in votazione sono «sensibili» come quelli della migrazione, della cittadinanza o della religione.
Il caso più recente è stato la votazione popolare sui minareti. Chi non ha sentito il dovere di interpretare il verdetto delle urne? E chi non ha sentito il bisogno di esprimere giudizi sulla maturità o immaturità del popolo svizzero nei confronti del rispetto che si deve all’altro e agli altri, anche quelli che professano lingue, culture e religioni diverse da quelle maggioritarie nel Paese? Pochi, invece, hanno ammesso che il giudizio della maggioranza è sempre indice della maturità generale del Paese e soprattutto del suo grado d’informazione in quel determinato momento storico.
Democrazia imperfetta
E’ evidente che la democrazia di oggi, come quella di ieri, è imperfetta. Basti pensare a quanto (facilmente) le persone si lascino influenzare dall’informazione (o disinformazione), dalla pubblicità, dai luoghi comuni (un tempo si diceva: l’ha detto la radio, oggi magari si dice: lo dicono i sondaggi, ecc. ). Questo comunque non toglie che quando il popolo sovrano, comunque si sia fatta un’opinione, prende una decisione, la sua volontà va accettata e rispettata.
Il popolo ha dunque sempre ragione? Messa in questi termini, la domanda non lascia scampo. Il popolo ha sempre ragione, in quanto non esiste allo stato attuale un tribunale superiore che possa decidere ragione e torto in base a principi superiori. E’ tuttavia un «sì» condizionato dalla stessa premessa: allo stato attuale non esiste una forma di governo migliore.
L’imperfezione della democrazia dovrebbe costituire l’impegno di tutti a far sì che il popolo «sovrano» decida sempre nella pienezza delle informazioni necessarie e nella massima indipendenza di giudizio possibile. Poiché tuttavia la macchina dell’informazione (e della disinformazione) diviene sempre più potente, dovrebbe essere compito di ogni Stato sottrarre l’informazione ai monopoli e garantire il pluralismo. Dovrebbe essere inoltre un obiettivo prioritario dei popoli e degli Stati dotarsi di organismi sovranazionali legittimati ad esercitare un controllo superiore, in modo che in occasione di votazioni importanti non vengano mai violati i diritti fondamentali dell’uomo e i principio fondamentali della convivenza tra i popoli.
Senza il pluralismo e la libertà d’informazione e senza questi organismi, la perfezione della democrazia resta un’utopia come la repubblica di Platone, che prevedeva ai suoi vertici solo saggi illuminati e integerrimi. Nel frattempo, tuttavia, conviene accettare e rispettare le decisioni popolari, perché diversamente sono sempre in agguato le tentazioni del caos, della delegittimazione reciproca, dell’instabilità e persino dell’anarchia e della dittatura.
Rapporti bilaterali in crisi?
Rispetto ad altri periodi critici della storia delle relazioni italo-svizzere, gli attuali rapporti ufficiali tra la Svizzera e l’Italia non si possono definire «in crisi», ma nemmeno «eccellenti», come vorrebbero le buone abitudini diplomatiche. E’ indubbio, infatti, che quest’anno i tradizionali vincoli di collaborazione e amicizia tra i due Paesi hanno subito una battuta d’arresto, soprattutto nella regione, il Ticino, che maggiormente risente del clima generato dalle correnti nord-sud.
Un primo segnale il Ticino l’ha manifestato già all’inizio dell’anno per i noti problemi irrisolti dell’inquinamento transfrontaliero (per cui la stessa Unione Europea aveva avviato una procedura d’infrazione), delle difficoltà nei trasporti, delle continue scorribande di criminali provenienti dall’Italia, della forte penetrazione di ditte italiane che rischiano di deprimere i salari e comunque generano insicurezza del posto di lavoro, ecc.
Il segnale più clamoroso il Ticino l’ha dato tuttavia l’8 febbraio in occasione della votazione sugli Accordi bilaterali bis tra la Svizzera e l’Europa. Bocciandoli con una forte maggioranza ha inteso segnalare a Berna che l’Italia andava richiamata perché gli accordi già sottoscritti (Bilaterali I, del 2000) non li rispettava e poneva ad esempio insuperabili ostacoli burocratici alle ditte ticinesi che intendevano lavorare oltreconfine. Il Ticino si sentiva minacciato o quantomeno non sufficientemente protetto contro possibili effetti negativi dei Bilaterali II e sperava in una pronta reazione della Confederazione.
Berna, si sa, ha tergiversato in mancanza di fatti e dati certi, contribuendo ulteriormente ad esasperare gli animi di molti ticinesi, soprattutto quanti si riconoscono nella Lega dei ticinesi. Non potendosi rivolgere direttamente contro l’Italia, anche perché «all’Italia e ai suoi abitanti il Ticino deve molto per la sua rapidissima ascesa economica» (Beat Allenbach), lo scontento dei ticinesi si scaricava contro i loro rappresentanti politici e soprattutto contro la Confederazione. Solo un ex consigliere nazionale, Adriano Cavadini, ha osato richiamare alla mente dei ticinesi l’origine dell’attuale benessere: «Si è dimenticato troppo facilmente che il benessere economico, di cui beneficia tuttora il nostro Cantone, proviene in gran parte dalla vicinanza con l’Italia. La nostra industria e numerose aziende dell’edilizia e di servizio, ad esempio nella sanità (ospedali, case per anziani), non sarebbero in grado di produrre e funzionare senza la preziosa collaborazione dei lavoratori italiani residenti e dei moltissimi frontalieri. La piazza finanziaria ticinese deve gran parte del suo sviluppo alla vicinanza dell’Italia».
Naturalmente il colpo più pesante alle relazioni italo-svizzere l’ha assestato lo scudo fiscale. La Svizzera, che non ha mai contestato la legittimità della misura adottata dall’Italia, non ha risparmiato le critiche per il modo con cui è stata applicata nei suoi confronti. Soprattutto non ha digerito la volontà dichiarata del ministro Tremonti di voler annientare il segreto bancario svizzero e ridimensionare la piazza finanziaria ticinese, decima a livello mondiale. Il ministro italiano ha persino travalicato il linguaggio delle buone maniere tipico della diplomazia e delle relazioni ministeriali, chiamando i Ticinesi «mafiosi» e meritevoli di un salutare intervento dell’esercito. Certe cose non si dicono e nemmeno si pensano.
E’ vero che alcuni ministri, quelli economici e della giustizia, hanno contribuito a ripristinare un clima di ottimismo nelle relazioni italo-svizzere, ma non c’è dubbio che i gesti scortesi e le parole sconsiderate di altri rischiano di creare ferite che stentano a rimarginarsi. Purtroppo, anche molti «rappresentanti» della numerosa collettività italiana residente in Svizzera, invece di trovare argomenti per tranquillizzare i connazionali, giustamente preoccupati, hanno invece contribuito a generare confusione e ad esasperare i sentimenti d’insicurezza.
C’è solo da augurarsi che il 2010 rafforzi sia in Italia che in Svizzera i valori della democrazia, riporti il sereno al di qua e al di là della frontiera comune, e faccia ricordare a tutti che i due Paesi e i due Popoli si sono dichiarati fin dai loro esordi «pace perpetua» e amicizia fraterna.
Giovanni Longu
Berna, 30.12.2009

29 dicembre 2009

Legge sulle lingue senza illusioni

(Corriere del Ticino, 29.12.2009)
Il 1° gennaio 2010 entrerà in vigore la legge sulle lingue. Nel darne l’annuncio, qualche settimana fa, il Consiglio federale non ha suscitato alcun entusiasmo nemmeno tra coloro che l’attendevano da anni (la legge era già stata approvata il 5 ottobre 2007).
Per quel che concerne l’italiano, la legge non apporterà alcunché di significativo, anche perché è sotto gli occhi di tutti la debolezza della lingua di Dante sul piano nazionale e in particolare nell’amministrazione federale. Che rimedi può produrre una legge voluta da pochi e accettata (a malincuore) dalla maggioranza, oltretutto nata troppo tardi? Potrà davvero migliorare lo stato di salute dell’italiano in Svizzera?
A dubitarne sono in tanti, a cominciare dai politici: dall’on. Simoneschi Cortesi che si chiedeva qualche giorno se esiste ancora la Svizzera plurilingue, all’on. Cassis, per il quale l’italiano rimane in serie B o all’on. Marina Carobbio (ma non è l’unica) che per essere più convincente tra i colleghi del Palazzo deve sacrificare l’italiano a vantaggio del tedesco. Ancor più espliciti sono il programma nazionale di ricerca 56 che non ha trovato l’italiano nell’amministrazione federale e una delle tante testimonianze provenienti dal suo interno, secondo cui «a Palazzo l’italiano è una zavorra».
Affermare che l’italiano nell’amministrazione federale non esiste, mi pare eccessivo, ma bisogna intendersi. Non esiste (e non potrebbe esistere) come lingua di lavoro e nemmeno come lingua parlata, anche se nei contatti col pubblico molti servizi d’informazione sono dotati di persone che parlano anche l’italiano. Nell’amministrazione federale l’italiano è soprattutto una lingua di traduzione, anche se con molti limiti.
Quanto alla rappresentanza degli italofoni non giova farsi troppe illusioni. Saranno sempre pochi e anche per loro la lingua di lavoro non potrà essere l’italiano. All’incirca in questo periodo di cinque anni fa il consigliere federale Hans Rudolf Merz dichiarava senza mezzi termini che i funzionari italofoni erano sovrarappresentati in generale e solo nelle funzioni superiori erano «lievemente sottorappresentati». Da allora la situazione è peggiorata e dubito fortemente che migliorerà dopo l’entrata in vigore della legge sulle lingue. Soprattutto per due ragioni.
La prima: si continua a prendere come riferimento per la rappresentanza delle comunità linguistiche i soli cittadini svizzeri e non l’intera popolazione residente. Errore gravissimo sul quale ho richiamato più volte e inutilmente l’attenzione anche della Deputazione ticinese alle Camere federali. Se non vi si pone rimedio, con una rappresentanza di italofoni del 4,3% (dato dell’ultimo censimento del 2000) c’è ben poco da rivendicare. Si provi ad immaginare, in un ufficio federale di dimensioni medie, il 4,3% di un gruppo composto da una ventina o trentina di alti funzionari: il risultato non andrà oltre l’unità.
La seconda ragione per cui non bisogna farsi troppe illusioni è che manca un’autorità di controllo sul rispetto del plurilinguismo nell’Amministrazione federale. Quando questo controllo sarebbe stato utile, fine anni ’90 o inizio di questo decennio, non si è fatto nulla. Allora si doveva monitorare l’andamento delle rappresentanze linguistiche in base alle direttive federali (sono infatti del 1997 le prime istruzioni del Consiglio federale sul plurilinguismo). Un’autorità di controllo indipendente è mancata allora e non viene rivendicata nemmeno ora. Dalla Deputazione ticinese si chiede infatti solo un ombudsman, un mediatore e non un garante, e intanto ci si deve accontentare di un semplice «consulente per la politica delle lingue nell’amministrazione», il pur bravo Verio Pini.
Eppure un’autorità di controllo indipendente, un delegato al plurilinguismo a livello federale, sarebbe auspicabile. E’ strano che nessun parlamentare ticinese si sia accorto finora dell’anomalia di avere in (quasi) tutti gli uffici federali e in (quasi) tutti i dipartimenti un delegato al plurilinguismo (sia pure senza veri poteri di controllo) come previsto dalle Istruzioni del 1997 e 2003, mentre manca la persona delegata per l’insieme della Confederazione.
Mi rendo conto che non è facile chiedere e soprattutto ottenere una figura del genere, perché creerebbe non poche difficoltà a più di un Consigliere federale e a numerosi quadri dirigenti degli uffici (dove è soprattutto carente la presenza italofona). Ma è forse più facile accettare l’ipocrisia di avere sotto gli occhi una realtà che non corrisponde alle norme stabilite sul plurilinguismo? Esiste forse un ufficio dove la lingua italiana è lingua di lavoro, all’infuori dei gruppi di traduttori italofoni (che per altro devono comunicare con i vari committenti quasi esclusivamente in tedesco o francese)? E quanti sono i direttori e i quadri superiori che hanno sufficienti conoscenze attive o anche solo passive di italiano, come invece dovrebbero? Quanto potrà fare Verio Pini a cui faccio i migliori auguri? Non resta che sperare, ma senza illusioni!
Giovanni Longu
Berna 29.12.2009

20 dicembre 2009

Robbiani, l’extracomunitario

Così Dario Robbiani si era definito nel 1993. Ricordava che anche lui, quando divenne direttore di Euronews dovette «emigrare” e sottomettersi alla trafila burocratica degli extracomunitari, compresa la visita medica. Esattamente come gli svizzeri avevano sempre fatto «in modo indignitoso» con gli immigrati.
Dario Robbiani è stato dei pochi che durante la sua carriera giornalistica e politica si è sempre schierato dalla parte degli immigrati, denunciando con coraggio le privazioni e le violazioni a cui erano sottoposti. Rimproverava ai connazionali di essere chiusi nelle loro tradizioni, gelosi dei propri piccoli interessi, a tal punto da sentirsi «minacciati dai nuovi arrivati», i «Cìnkali», perché disposti ad accettare salari più bassi, pur di risparmiare «soldi, pochi, maledetti e subito». Rimproverava loro soprattutto la mancanza di apertura, la miopia di vedere negli immigrati «braccia lavorative» senza accorgersi che erano uomini, la cocciutaggine di preferire di essere «extracomunitari» piuttosto che aprirsi all’Europa.
Anche sul fronte della difesa della lingua italiana Robbiani è stato coraggioso, ma purtroppo inascoltato. L’italiano, sosteneva agli inizi degli anni ‘90, «è svizzero e non solo ticinese». E quando il parlamento elvetico ribadì il principio della territorialità delle lingue, egli non esitò a denunciare che in tal modo gli italofoni fuori del Ticino, ossia la maggioranza, erano solo «ospiti, forestieri». Ma in tal modo gli italofoni che erano quasi il 10% della popolazione svizzera finivano per contare solo poco più del 4%.
Ricordo così Dario Robbiani, da poco scomparso, ma non nel ricordo e nelle sue opere.
Giovanni Longu
Berna 20.12.2009

13 dicembre 2009

Associazioni italiane: dove sono i giovani?

Ogniqualvolta si organizza un incontro per parlare di associazioni e associazionismo, inevitabilmente ci si domanda: dove sono i giovani? Ma la domanda da porsi sarebbe piuttosto: perché non ci sono giovani? Ha tentato di porsela, recentemente nel corso di un incontro a Bienne, un anziano militante dell’associazionismo, Walter Antelmi. Egli ha anche abbozzato una risposta: probabilmente i giovani disertano le nostre associazioni perché non siamo stati capaci di trasmettere loro i valori in cui credevamo. Mi pare difficile non dare almeno un po’ di ragione all’amico Walter. Ma la risposta a quella domanda è indubbiamente più complessa.
Prima generazione e giovani
E’ sicuramente vero che i giovani della seconda e soprattutto della terza generazione sono lontanissimi dallo spirito dell’associazionismo che ha caratterizzato per molti decenni l’immigrazione italiana in Svizzera, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Questa lontananza si spiega però solo in parte con l’incapacità degli adulti nel trasmettere valori quali solidarietà, impegno, intraprendenza, coralità, che stavano alla base dell’associazionismo impegnato.
Sarebbe azzardato colpevolizzare la prima generazione. Le esperienze associazionistiche di questi immigrati erano infatti legate molto spesso a esperienze traumatiche e sarebbe stato impossibile parlare delle prime senza inserirle in un contesto di grande sofferenza. Un padre e una madre, se possono, desiderano che i figli conservino solo bei ricordi del passato e invece, purtroppo, le prime generazioni fino agli anni Settanta potevano trasmettere (quasi) solo ricordi di sofferenza, tristezza, sfruttamento, isolamento, paura, rabbia di non poter comunicare col mondo indigeno. E’ dunque comprensibile che molti genitori non se la siano sentita di coinvolgere anche solo indirettamente le generazioni nate negli anni Settanta e Ottanta in questa loro storia, tanto più che le circostanze stavano velocemente cambiando.
Alle origini dell’associazionismo
Sta di fatto che molti giovani (ma anche meno giovani) non hanno mai avuto l’opportunità di riflessione sull’origine e sulla natura dell’associazionismo italiano del ventennio 1960-1980, il periodo della sua massima espansione in Svizzera. Anch’esso, come quello di un secolo prima, non nasceva da spirito d’avventura o dal desiderio di riempire in qualche modo il tempo libero del fine settimana, ma per risolvere problemi seri e in certo senso vitali.
Se le prime forme associazionistiche in emigrazione erano nate verso la metà dell’Ottocento per proteggere le famiglie in caso di infortunio, disoccupazione, malattia, morte di un loro congiunto (le famose società di mutuo soccorso), quelle degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso sono nate per tentare di risolvere altri pericoli, non meno gravi, legati sia alle caratteristiche degli immigrati e sia all’ambiente circostante. Vale forse la pena accennarvi.
Così descriveva la situazione un contemporaneo: «Non esistono praticamente rapporti tra italiani e svizzeri, se si escludono quelli puramente formali derivanti dai contatti quotidiani sui luoghi di lavoro, e dal vivere nella stessa città. Italiani e svizzeri, pur lavorando nelle medesime fabbriche, abitando talvolta fianco a fianco, usando gli stessi servizi e infrastrutture, si ignorano reciprocamente, svolgendo vite parallele, ma completamente separate. […] Le discriminazioni non avvengono con limitazioni e prescrizioni, ma piuttosto in modo automatico, per cui alcuni quartieri, locali, abitazioni diventano “per italiani” e non vengono frequentati dagli svizzeri e viceversa. Da ambo le parti si riscontra la tendenza a mantenere le proprie caratteristiche ed abitudini, senza sentire l’esigenza di un interscambio ed anzi l’un gruppo etnico guardando con un certo senso di fastidio l’altro» (Da Ros, 1975).
L’associazionismo tentò storicamente di dare una soluzione a questo problema d’incomunicabilità, non tanto facendo da ponte (salvo rare eccezioni), quanto proponendosi come una sorta di ciambella di salvataggio. Infatti, dice la stessa fonte, «tale situazione è accettata come un dato di fatto dalle associazioni che non pensano di avere la forza sufficiente per mutarla, essendo essa troppo generale e diffusa e affondando le proprie radici in un costume generale e ormai consolidato». E ancora: «se all’interno delle associazioni esiste fra i soci, almeno gli assidui, una certa coesione e confidenza (si danno generalmente del tu) ed anche una certa frequenza di rapporti, che permangono generalmente anche al di fuori dell’associazione, per quanto riguarda invece l’ambiente esterno, le associazioni paiono mantenere un certo isolamento».
Associazioni per sopravvivere
Per molti immigrati l’associazionismo era la garanzia di una sopravvivenza «umana» e dignitosa. Si trattava soprattutto di superare quella malattia allora diffusissima e pericolosa, che pur chiamata con nomi diversi (disagio, solitudine, nostalgia, senso di abbandono, paura), altro non era se non una profonda tristezza che ha accompagnato gran parte degli immigrati dal dopoguerra agli anni Settanta. Era la tristezza di chi si sentiva non solo sfruttato («ci trattavano come schiavi», si legge in molte autobiografie), ma anche considerato un estraneo: «era una sofferenza fisica e morale; eravamo buoni solo per il lavoro ma per il resto non eravamo accettati». Scriveva nel 1966 Tozzoli (Gli svizzeri visti da uno straniero):«Il miglior comportamento dello svizzero medio non oltrepassa il livello di un’educata indifferenza».
L’associazionismo ha rappresentato per parecchi decenni non solo l’antidoto alla solitudine e all’isolamento, ma anche un ambiente corroborante, che di fatto rendeva inutile (errore!) l’integrazione. Non va nemmeno dimenticato che per decenni gli immigrati italiani escludevano di fermarsi a lungo in questo Paese e il loro principale interesse era lavorare, risparmiare e ritornare in patria per costruirsi la casa e magari avviare un’attività in proprio. Anche la vita dei figli nati in Svizzera era tutta proiettata nella prospettiva del ritorno. Per questo la rete dei rapporti sociali dei primi immigrati si svolgeva quasi esclusivamente nell’ambito dell’associazionismo.
In effetti, il rischio di essere sopraffatti dalla solitudine e dalla tristezza era grande. Questo spiega anche la gran voglia degli italiani di quegli anni di organizzare incontri, dibattiti, soprattutto feste con tanto di cori, orchestre e artisti fatti venire appositamente dall’Italia. Le musiche e i canti erano soprattutto quelli folcloristici, atti più di altri a rafforzare il senso di appartenenza a una regione e a una patria. Le iniziative erano tante e nascevano dall’intraprendenza dei soci. Forse anche per questo carattere fortemente volontaristico esse avevano un grande successo, soprattutto nella grandi città (ad es. Zurigo, Ginevra, Berna, ecc.) ma anche nelle piccole.
Anche quando non si organizzavano feste, i centri italiani erano sempre animati. A Berna, ricordano alcuni anziani che frequentavano la Casa d’Italia, «era come una grande famiglia dove noi italiani passavamo le sere e le domeniche giocando, chiacchierando e festeggiando».
L’isolamento degli immigrati non era tipico solo della Svizzera tedesca, dove l’ostacolo maggiore era costituito dalla lingua. Anche in quella francese non era molto diverso, come ricorda una signora immigrata a Neuchâtel agli inizi degli anni Sessanta: «Tutti i sabati e le domeniche pomeriggio si andava fuori assieme, a bere un caffè a Neuchâtel nei posti dove all’epoca erano frequentati quasi da soli italiani. Ci si trovava fra noi, gli svizzeri in quel periodo ci evitavano, eravamo solo mano d’opera niente altro. Avevamo i nostri locali».
Associazionismo autosufficiente
Le associazioni erano divenute centri di italianità, luoghi d’incontro, di ricreazione, di discussione, di oblio della quotidianità e di ricarica umana. L’associazionismo finì per diventare una sorta di mondo separato, non in contrasto o concorrente con quello svizzero, ma parallelo, ben organizzato e autosufficiente. In questo mondo parallelo tutto «italiano», era possibile soddisfare quasi tutti i bisogni, dall’asilo alla scuola dell’obbligo, dalla ricreazione all’impegno sociale, dall’assistenza alla politica, dallo sport all’arte, dalla cultura alla beneficienza, ecc. Molte associazioni gestivano anche buoni ristoranti e alcune finirono per coincidere con i ristoranti stessi.
Solo in famiglia e nelle associazioni gli italiani della prima generazione si sentivano pienamente a loro agio. Non si rendevano conto, però, che questo mondo «italiano», nel giro di qualche decennio sarebbe divenuto evanescente ed effimero agli occhi della stragrande maggioranza dei giovani figli o nipoti e pronipoti di quegli immigrati.
Le nuove generazioni
E’ evidente, a questo punto, rispondere che i giovani non partecipano alla vita associazionistica tradizionale soprattutto perché non hanno gli stessi problemi dei loro nonni o genitori e hanno modalità diverse di manifestare i valori che stavano alla base dell’associazionismo.
La sofferenza che gravava sulle prime generazioni fortunatamente non si è trasmessa alle successive. La rabbia dell’incomunicabilità non ha più ragion d’essere perché l’ostacolo della lingua è stato naturalmente superato fin dalla scuola materna. Con l’accesso alla formazione professionale degli stranieri alla pari degli svizzeri sono andate via via scomparendo anche le differenze delle carriere e delle posizioni professionali. Sono radicalmente mutati anche i rapporti di lavoro e le relazioni sociali. In altri termini, l’integrazione ha creato attorno ai giovani di seconda e terza generazione un contesto sociale completamente diverso da quello dei loro padri e antenati. E’ dunque comprensibile che essi non abbiano affatto bisogno di un mondo parallelo «italiano», sicuramente non dell’associazionismo tradizionale italiano, ma nemmeno di quello più recente regionale e nazionale estremamente politicizzato e orientato quasi esclusivamente all’Italia.
Il problema della trasmissione dei valori è altra cosa, ma anche al riguardo occorre una certa prudenza nell’esprimere giudizi severi. Alcuni dei valori molto presenti nella prima generazione sono mutati nel tempo e riguardano l’intera società. Si pensi ad esempio al diverso modo di considerare il rispetto della famiglia o lo spirito di sacrificio o l’attaccamento al lavoro. Altri valori invece sono passati per intero, ma hanno nei giovani applicazioni differenti. Si pensi alla tenacia nello studio e nel lavoro, che ha portato molti giovani di seconda e terza generazione a carriere professionali di prim’ordine. Si pensi anche alla solidarietà e al volontariato, anche se vengono coniugati dai giovani d’oggi in altre forme rispetto all’associazionismo. Senza dimenticare che ai giovani d’oggi vanno riconosciuti anche capacità e valori nuovi rispetto a quelli del passato. Basti ricordare la loro apertura mentale, la notevole capacità di adattamento, l’accentuata capacità di apprendimento e d’interagire, un rapporto col denaro e col risparmio più sano che in passato, ecc.
Ciò che spesso nelle discussioni tra soli adulti non si riesce a capire è che i giovani italiani sono necessariamente «diversi» dalle generazioni precedenti e anche quando li si vuole considerare a tutti gli effetti «italiani» si dimentica che sono italiani in un modo «diverso» dai giovani che vivono in Italia. I giovani nati e cresciuti in Svizzera, anche se col solo passaporto italiano, sono molto probabilmente più svizzeri che italiani, perché hanno modi di pensare e di vivere fortemente impregnati della cultura locale. E questa diversità non è un minus, di cui eventualmente farsi colpa, ma una ricchezza, che va compresa, rispettata e valorizzata.
Giovanni Longu
Berna, 13.12.2009

06 dicembre 2009

60 anni fa il primo accordo italo-svizzero in materia di assicurazioni sociali

Quando nel dopoguerra gli italiani cominciarono ad affluire in massa nella Confederazione, probabilmente nessuno intuiva che quel flusso sarebbe durato parecchi decenni. In Italia era diffusa la speranza di farcela, dapprima ricostruendo quanto era stato distrutto dalla guerra, poi creando lo sviluppo all’inseguimento del benessere americano, intravisto con l’arrivo dei soldati americani ben equipaggiati ed espressione di una società ricca. Avevano portato insieme alla pace il boogie-woogie, il chewing-gum, la Coca-Cola, tanto cioccolato e marmellata, insomma un’immagine di benessere invidiabile.
Qualche segno di ripresa si era intravisto già nel 1946 e la Vespa, realizzata quell’anno, sembrava fatta apposta per alimentare il sogno della crescita. Anche il Piano Marshall americano sembrava promettere a breve termine lavoro per tutti. E’ vero che c’era ancora tanta fame e la disoccupazione colpiva non meno di due milioni di persone, ma si sperava che presto ci sarebbe stata la piena occupazione. Questo promettevano del resto i vari governi del dopoguerra. Intanto, almeno per un po’ sembrava utile o addirittura necessario riprendere la strada dell’emigrazione.
Non era tuttavia facile trovare in quel momento Paesi in grado di assorbire grandi numeri di immigrati. Per una combinazione fortuita di fattori (ad es. il divieto di emigrazione dei tedeschi e degli austriaci imposta dagli Alleati) la Svizzera si trovò nella condizione di poter accogliere decine di migliaia di italiani per i lavori stagionali, soprattutto opere del genio civile e dell’edilizia e attività agricole.
Per molti italiani fu una benedizione poter venire in Svizzera, dove, come scrisse un emigrato-poeta nel 1914, «il sudor con le monete d’oro si ripesa», mentre in Italia, nei primi anni del dopoguerra, l’inflazione galoppava e i salari perdevano continuamente potere d’acquisto. Passavano in secondo piano i disagi e le difficoltà da superare nel Paese d’immigrazione, come pure le fatiche e i pericoli legati al tipo di lavoro e l’insicurezza del futuro.
Fu così che già nel 1946 gli italiani cominciarono ad emigrare in Svizzera a decine di migliaia, per qualche stagione, si diceva, al massimo per qualche anno, in attesa di trovare il posto fisso in Italia. Nel 1947 e 1948 il flusso migratorio verso la Svizzera continuò intensamente, anche perché, per molti, la speranza nella ripresa italiana e nella piena occupazione si allontanava. Meglio tenersi il lavoro sicuro in Svizzera, anche se si trattava di occupazioni stagionali, perché gli svizzeri, con la legge sugli stranieri del 1931, avevano impegnato il governo federale a lottare contro l’inforestierimento, limitando l’immigrazione stabile e regolare.
Dapprima l’Accordo di emigrazione…
Vista la continuità dei flussi migratori, l’Italia ritenne opportuno stipulare con la Svizzera un apposito accordo, allo scopo di «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall’Italia in Svizzera». Negli ambienti politici si nutrivano forti dubbi su una prossima piena occupazione, tanto valeva offrire e ottenere garanzie riguardanti i lavoratori italiani immigrati in Svizzera.
In Italia, ricorderà qualche anno più tardi l’on. Lupis (PSI), «tutti i partiti politici erano d’accordo nel sostenere la necessità di trovare alla nostra sovrappopolazione quegli sbocchi che avrebbero permesso, come hanno permesso in epoca anteriore, di poter ristabilire un certo equilibrio». Lo stesso Nenni dichiarava nel 1946 che «l’emigrazione è una esigenza fondamentale per l’Italia».
In Svizzera, d’altra parte, l’economia che reclamava «braccia» trovava negli immigrati italiani la manodopera che cercava, senza per altro intaccare la politica governativa intenzionata a non far aumentare la popolazione straniera stabile.
Per queste ragioni, praticamente nessuno pose ostacoli alla firma nel 1948 dell’«Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all’immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera». Non da parte italiana, in quanto erano state ottenute sufficienti garanzie per i connazionali. L’Accordo prevedeva infatti, fra l’altro, che «i lavoratori italiani dovranno beneficiare in Svizzera dello stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro e di rimunerazione», come pure la clausola che «le leggi e regolamenti relativi alle prevenzioni degli infortuni, all’igiene (compresa la lotta contro la tubercolosi) e alla protezione dei lavoratori si applicheranno ai lavoratori italiani come ai nazionali». Neppure da parte svizzera furono sollevate obiezioni rilevanti, perché l’Accordo riguardava esclusivamente i lavoratori «stagionali», che non venivano considerati nella popolazione residente e quindi non rappresentavano alcun pericolo d’inforestierimento.
… e poi la Convenzione sulle assicurazioni sociali
L’unica perplessità manifestata dalla delegazione italiana durante le poche sedute relative all’Accordo del 1948 riguardava le assicurazioni sociali, ritenute insufficienti. La delegazione svizzera non fu infatti in grado di fornire alcuna garanzia precisa, perché non aveva ricevuto al riguardo alcun mandato.
Le due parti convennero di rimandare a un successivo negoziato, da avviare al più tardi entro sei mesi dalla firma dell’Accordo del 1948, la trattazione delle assicurazioni sociali applicabili ai lavoratori italiani. E così fu. L’Accordo del 1948 venne firmato il 22 giugno 1948 e il 18 ottobre furono avviati i negoziati in vista di una «Convenzione tra l’Italia e la Svizzera relativa alle assicurazioni sociali». In pochi mesi si arrivò alla firma (4 aprile 1949) e, data l’importanza della materia, gli effetti furono fatti decorrere dal 1° gennaio 1948.
Per ammissione di entrambe le delegazioni, il risultato della Convenzione era quanto di meglio si poteva garantire in quel momento, ma entrambe erano consapevoli che la complessa materia delle assicurazioni sociali era in evoluzione e andava sicuramente ripresa. Non va dimenticato che solo nel 1947 il popolo svizzero aveva approvato l’assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (AVS), e questa era appena entrata in vigore (1° gennaio 1948). Molto restava ancora da fare nel campo dell’assicurazione contro gli infortuni, l’invalidità, le malattie, la disoccupazione, ecc.
In Italia, soprattutto le sinistre, criticarono i magri risultati della delegazione italiana e, al momento della ratifica da parte della Camera dei Deputati (dopo che il Senato l’aveva già approvata), un loro rappresentante, l’on. Aldo Cucchi (PCI), lamentò soprattutto le presunte «deficienze» della Convenzione, specialmente nel campo dell’assicurazione malattie, dell’assicurazione infortuni, degli assegni famigliari e di altre assicurazioni.
Secondo il relatore di maggioranza favorevole alla ratifica, invece, tutte le critiche erano infondate perché la Svizzera garantiva con quell’accordo la parità di trattamento tra italiani e svizzeri, compatibilmente con la legislazione in vigore. Egli riconobbe alla Svizzera un grande «spirito di cordialità verso l’Italia» e vide in quell’accordo «un nuovo atto di amicizia della Svizzera verso l’Italia, che viene a riconfermare la cordialità e l’amicizia, nel nome del lavoro, fra le Repubbliche amiche d’Elvezia e d’Italia». La Camera dei Deputati ratificò la Convenzione con 255 voti favorevoli, 16 contrari e 81 astensioni.
Limiti della Convenzione
In effetti, con quella Convenzione la Svizzera s’impegnava a ben poco, non tanto per mancanza di apertura o di buona volontà, quanto per l’impossibilità della Confederazione di garantire certi diritti e prestazioni per carenza legislativa o difetto di competenza (ad es. nel campo degli assegni familiari). Anche nel campo dell’assicurazione vecchiaia e superstiti, di competenza federale, per rendere valida la Convenzione occorreva modificare un paio di articoli della legge da poco entrata in vigore.
Una difficoltà oggettiva era costituita dalla differenza delle rispettive legislazioni nazionali in materia, per cui in regime di reciprocità la Svizzera non poteva concedere ai cittadini italiani immigrati più di quanto l’Italia fosse in grado di assicurare ai cittadini svizzeri ivi residenti e, soprattutto, più di quanto era concesso agli stessi svizzeri residenti nella Confederazione. Per la stessa ragione, probabilmente, la delegazione svizzera dichiarò di non poter accettare, «nello stato attuale» la proposta della delegazione italiana di richiedere ai rispettivi governi d’impegnarsi «ad applicare in materia di assicurazioni sociali ai cittadini svizzeri in Italia e ai cittadini italiani in Svizzera il regime di cui beneficiano o beneficeranno in avvenire i cittadini della nazione più favorita».
Un’altra difficoltà era dovuta alla condizione particolare dell’immigrazione italiana, che aveva generalmente un carattere stagionale ed era sottomessa di fatto a un principio di rotazione per cui sarebbe stato difficile a moltissimi lavoratori italiani maturare i diritti alla pensione svizzera. Questa condizione particolare non sempre era stata tenuta presente dal legislatore.
Va anche aggiunto che per la Svizzera si trattava del primo accordo internazionale in materia di assicurazione vecchiaia e superstiti. Un accordo, dunque, molto importante, perché avrebbe dovuto far scuola per accordi analoghi con altri Paesi.
Resta il fatto che la Convenzione restò in vigore solo pochi anni per essere sostituita già nel 1951 con una più adeguata e successivamente più volte modificata in funzione dell’evoluzione dell’immigrazione italiana e della legislazione generale nel campo della sicurezza sociale.
Un avvio importante
Quella Convenzione, pur nella sua limitatezza, è stata tuttavia fondamentale per gli sviluppi delle relazioni bilaterali in materia. Non solo ha costituito un chiaro punto di partenza, ma ha messo in evidenza il principio di «garantire ai cittadini dei due Paesi, nella misura del possibile, il beneficio della legislazione italiana e della legislazione svizzera in materia di assicurazioni sociali» (Preambolo della Convenzione).
Essa ha anche stabilito il diritto dei rispettivi governi di ritornare sui singoli punti già regolati o in attesa di regolamentazione non appena la legislazione italiana o quella svizzera in materia avesse subito modifiche e miglioramenti. E di fatto, di lì a poco si sarebbero riaperte le trattative per un nuovo accordo, a riprova anche dell’interesse dei due Paesi a risolvere pacificamente le controversie.
Che gli accordi del 1948 e del 1949 fossero generalmente bene accolti dai principali interessati, i lavoratori italiani in Svizzera, lo dimostra il flusso degli arrivi: già molto intenso nei primi anni del dopoguerra (media di 85.400 l’anno nel triennio 1946-47-48), dopo una repentina frenata nel 1949-50 per ragioni congiunturali, proseguì a ritmi elevati negli anni seguenti (quasi 83.000 l’anno dal 1951 al 1960).
Molti immigrati di quell’epoca testimoniano nei loro ricordi che, in fondo, in quegli anni non si stava poi così male. Anche la stampa italiana rendeva spesso testimonianza della soddisfazione dei lavoratori italiani in Svizzera, considerati non solo «perfettamente ambientati», ma anche «rispettati» (Corriere della Sera, 1949).
Giovanni Longu
Berna 6.12.2009

29 novembre 2009

La CCIS e l’interscambio tra l’Italia e la Svizzera

La Camera di Commercio Italiana per la Svizzera (CCIS) celebra quest’anno il suo 1° centesimo anniversario. E’ stata infatti fondata il 2 maggio del 1909, raccogliendo l’adesione di un centinaio di membri . Da allora l’associazione è cresciuta acquisendo via via nuovi membri fino alle circa 800 aziende affiliate di oggi, dislocate soprattutto nella Svizzera tedesca ma anche in quella francese e nel Ticino.
Da 100 anni la CCIS onora gli impegni statutari «allo scopo di favorire lo sviluppo degli scambi commerciali tra l’Italia e la Svizzera e porgere aiuto morale, indicazioni e consigli ai commercianti dei due Paesi, ed in modo speciale ai soci» (art. 1 dello Statuto del 1909).
Lo scopo della CCIS non è mai cambiato nella sostanza, come non è mai mutato il dinamismo impresso all’istituzione dal suo primo presidente, quel Giuseppe de Michelis che all’inizio del secolo scorso, in qualità di «regio addetto all’emigrazione italiana in Svizzera», svolse da Ginevra un ruolo importantissimo nelle relazioni italo-svizzere generali.
La collettività italiana presente in Svizzera era già allora molto numerosa e importante. Il «Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia» del 1868 aveva praticamente spalancato le porte alla libera circolazione delle persone dei due Paesi e alla libertà d’industria e di commercio dei residenti. Molti italiani si erano stabiliti definitivamente in Svizzera. Al censimento del 1910 ne risultarono ben 202.809. In alcuni settori dell’economia, in particolare nelle costruzioni ferroviarie e in alcune industrie, erano una componente indispensabile. Fino ad allora, tuttavia, gli italiani non avevano ancora espresso il meglio di sé nell’imprenditoria. Nel 1905, mentre erano imprenditori o dirigenti industriali 25 svizzeri su 100, 18 tedeschi su 100, 13 austriaci su 100, 22 francesi su 100, ma solo 6 italiani su cento. Mancavano probabilmente le opportunità e gli stimoli necessari per fare di più e meglio.
La nascita della CCIS
La nascita della CCIS non poteva avvenire in un momento più propizio, anche perché sembrava aprirsi per la Svizzera una nuova fase di sviluppo, grazie alle moderne infrastrutture ferroviarie in fase di completamento. Anche gli scambi commerciali tra i due Paesi confinanti sembravano destinati a una forte crescita, perché le nuove linee ferroviarie veloci del San Gottardo e del Sempione avevano ridotto le distanze e avvicinato i grandi mercati del nord e del sud. L’Italia ne aveva cominciato a beneficiare, tanto che la Svizzera era divenuta il primo Paese destinatario delle esportazioni italiane (per un valore complessivo di 185,2 milioni di franchi (1909).
Per comprendere appieno l’attività della CCIS è forse utile ricordare sommariamente lo sviluppo delle relazioni commerciali tra l’Italia e la Svizzera. Occorre dire anzitutto che, nonostante l’Italia rappresentasse per la Svizzera un serbatoio importante di manodopera per la realizzazione delle grandi infrastrutture, lo era solo in parte come fornitore di beni. Il principale partner commerciale della Svizzera era tradizionalmente la Germania, seguita dalla Francia. Nel 1909 il valore delle importazioni dalla Germania era di 533,8 milioni di franchi e quello delle importazioni dalla Francia di 306,1 milioni. Il divario tra questi Paesi e l’Italia era enorme. Solo come fornitrice di seta l’Italia godeva di un primato assoluto (ben 107 milioni di franchi). Per i prodotti alimentari, le esportazioni dall’Italia (ca. 49 milioni di franchi) si avvicinavano a quelle dalla Germania, ma erano meno della metà di quelle dalla Francia. In campo automobilistico la superiorità di Francia, Regno Unito e Germania nei confronti dell’Italia era massiccia. Nel 1909 su 2276 automobili circolanti in Svizzera solo 108 era state prodotte in Italia e su 326 camion 3 soltanto erano stati fabbricati in Italia.
Per le esportazioni dalla Svizzera, l’Italia (con 82,5 milioni di franchi) rappresentava il terzo mercato dopo la Germania e la Francia e presentava un saldo per l’Italia di 85,6 milioni. Una situazione dunque confortante, che poteva essere ulteriormente migliorata.
Non fu facile tuttavia per la CCIS riuscire a sviluppare l’interscambio italo-svizzero. Solo dopo la seconda guerra mondiale è stato possibile registrare un progresso pressoché continuo fino ai giorni nostri.
Nel 1944 l’interscambio Italia-Svizzera toccò il suo punto più basso dall’inizio del secolo con appena 33,5 milioni di franchi. Luigi Einaudi, allora rifugiato in Svizzera, nel giugno 1944, in accordo col capo della Legazione d’Italia a Berna, Magistrati, cominciò a studiare «i mezzi migliori intesi a favorire, non appena possibile, la ripresa dei contatti economici tra l’Italia e la Svizzera» e a «compiere un’azione preparatoria intesa a studiare l’eventuale apporto che l’economia e l’industria svizzera intendessero dare alla ricostruzione» dell’Italia.
Sviluppo dell’interscambio
Il giornale «24 ore» del 7.5.1949 scriveva: «L’Italia farà ogni sforzo per migliorare gli scambi con la Confederazione elvetica». Ricordava inoltre che: «Subito dopo la guerra il mercato svizzero è stato il primo con il quale si sono riallacciati i rapporti commerciali; ciò che è stato facilitato anche dalla vicinanza dei due Paesi. Venne, infatti, già nell’agosto del 1945 stipulato il primo accordo commerciale da parte italiana proprio con la Svizzera, accordo che non ebbe applicazione per la mancata ratifica degli alleati. Tuttavia gli scambi ripresero con ritmo molto soddisfacente, malgrado la situazione in cui si trovava l’Italia in quell’epoca».
In effetti, già nel 1946 le esportazioni dall’Italia ripresero vigorosamente (227,7 milioni franchi) e così pure le importazioni dalla Svizzera (156,1 milioni). Da allora l’incremento dell’interscambio fu continuo. Nel 1950 aveva già raggiunto 843,8 milioni di franchi (con un saldo a favore della Svizzera di 196,6 milioni). Dieci anni più tardi, nel 1960, si era avuto il raddoppio (1683,3 milioni) con un saldo per l’Italia di 342,1 milioni. Nel decennio successivo, quando la collettività italiana in Svizzera aveva quasi raggiunto il massimo della sua consistenza, l’interscambio era quasi triplicato (4.696,5 milioni di franchi) con un saldo a favore dell’Italia di 549,1 milioni. Venti anni più tardi, nel 1990 l’interscambio superò i 18 miliardi (saldo per l’Italia 2.3 miliardi). Lo scorso anno, 2008, l’interscambio aveva superato abbondantemente i 40 miliardi (25,7 miliardi di euro). La Svizzera ha importato dall’Italia beni per 21,5 miliardi ed ha esportato verso l’Italia beni per 18,7 miliardi. Il saldo per l’Italia ha ormai raggiunto 2,8 miliardi.
Per la Svizzera, l'Italia è ormai, dal 2004, il secondo partner commerciale europeo, dopo la Germania (26,3%) e davanti alla Francia (8,9%), e il terzo a livello globale. L'Italia è oggi il secondo fornitore della Svizzera (11% delle importazioni) dopo la Germania e rappresenta per la Svizzera il terzo mercato di esportazione (9%). Per l'Italia, la Svizzera è il sesto mercato di esportazione e occupa l'11esimo posto tra i fornitori. L’Italia è anche un importante investitore in Svizzera (225 miliardi di euro), mentre la Confederazione è il sesto investitore in Italia.
Oggi, per alcuni osservatori italiani (pessimisti) le relazioni bilaterali tra la Svizzera e l’Italia sono in difficoltà a causa della recente polemica sullo «scudo fiscale». In realtà, la flessione negli scambi registrati negli ultimi mesi è più dovuta alla crisi economica che alle polemiche tra i ministri finanziari dei due Paesi. Stando infatti ai due ministri competenti per l’economia, Claudio Scajola e Doris Leuthard, incontratisi a Roma il 12 novembre scorso, le attuali difficoltà sono superabili e, quel che più conta, c’è da entrambe le parti la volontà di proseguire il dialogo e incrementare le relazioni economico-commerciali bilaterali, già attualmente «ottime».
Quanto la CCIE abbia contribuito allo sviluppo di questa cooperazione negli ultimi cento anni è difficile quantificarlo, ma è certo che vi abbia contribuito. Non c’è dunque che augurare alla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera di proseguire i suoi sforzi per favorire lo sviluppo degli scambi commerciali fra i due Paesi per altri cent’anni e almeno con lo stesso successo.
Giovanni LonguBerna, 29.11.2009