28 ottobre 2009

Finalmente il Museo Nazionale dell’Emigrazione!

Se ne parlava da anni e non si sapeva dove farlo, come farlo, e dove trovare i soldi per realizzarlo. In Italia, per certe cose mancano sempre i soldi, anche quando si tratta di recuperare la propria memoria storica! Sono trent’anni che l’emigrazione italiana (almeno quella di massa) è finita e se ne sta perdendo lentamente il ricordo. Finalmente, dunque, che un po’ di quella memoria sia conservata almeno in un museo nazionale.
Finalmente! Perché l’emigrazione, come ha ben detto il Presidente della Repubblica, al termine dell’inaugurazione del Museo, «è un capitolo essenziale della nostra storia». Non un semplice capitolo, uno dei tanti, ma un capitolo «essenziale» per capire la storia dell’Italia.
Si sta per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e non si può dimenticare che uno dei maggiori problemi che il nuovo Stato dovette affrontare fu quello dell’emigrazione. Fino ad allora era quasi inesistente e per lo più aveva un carattere stagionale nelle regioni settentrionali di confine. Poi divenne un fenomeno sempre più consistente. I primi governi cercarono di frenarne la crescita con ogni sorta di ostacoli. Si voleva evitare soprattutto di fornire attraverso gli emigrati un’immagine negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla miseria e all’ignoranza. Ma i governi di allora e poi anche quelli successivi non seppero arrestare gli espatri garantendo a tutti, soprattutto ai giovani che abbandonavano le campagne, sufficienti possibilità di lavoro in Italia.
Tra i primi e più importanti flussi migratori dall’Italia non si può dimenticare quello verso la Svizzera. Basti ricordare che il primo accordo tra l’Italia e un altro Stato riguardante lavoratori italiani migranti fu quello con la Svizzera e risale al 1868, dunque pochi anni dopo l’Unità d’Italia.
Soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento e agli inizi del Novecento furono milioni gli italiani che lasciarono l’Italia per produrre lavoro e ricchezza non solo nei Paesi che li ospitarono, ma anche nel Paese che li aveva espulsi dal mercato del lavoro come lavoratori in esubero, si direbbe oggi. Già, perché non va dimenticato – e mi auguro che il Museo lo ricordi e lo documenti – le rimesse degli emigrati hanno fatto gola a tutti i governi e sono servite non solo alle famiglie degli emigrati ma anche a riequilibrare la bilancia dei pagamenti dell’Italia con l’estero. L’emigrazione è stata per l’Italia una incredibile risorsa, anche sotto l’aspetto finanziario, che è giusto ricordare, almeno in un museo.
Vi ha accennato il Ministro degli Affari Esteri Frattini il giorno dell’inaugurazione del Museo: «Per comprendere come è cresciuto il Paese, per capire come si è sviluppata l'economia e la società italiana, è indispensabile conoscere e riconoscere che milioni di contadini sono stati costretti a lasciare le loro terre, che altri milioni di lavoratori hanno preferito abbandonare volontariamente un Paese privo di prospettive». Sarebbe bene che lo ricordassero tutti gli italiani e lo si insegnasse nelle scuole dello Stato.
Vari interventi, il giorno dell’inaugurazione del Museo, hanno sottolineato a giusta ragione i disagi e le sofferenze fisiche e morali che hanno caratterizzato molta parte della vita degli emigrati. Per rendersene conto basterebbe rileggersi qualche rievocazione storica dell’emigrazione d’oltreoceano o europea o anche solo della Svizzera, soprattutto in certi periodi in cui gli italiani erano disprezzati e malvisti. Attenti però a non limitarsi a questo aspetto, e mi auguro che il Museo ne tenga conto. L’emigrazione italiana nel mondo ha infatti prodotto ovunque anche genialità, stili di vita invidiabili e invidiati, cultura, arte, letteratura, scienza, gioia di vivere.
Non conoscendo il materiale espositivo del Museo, è difficile fare considerazioni specifiche al riguardo. Spero comunque che il Museo non sia solo una sorta di fotografia di un passato remoto e triste, da osservare magari con stupore e commozione. Mi auguro che sia in grado di parlare al presente, di coinvolgere il visitatore non solo risvegliandone la memoria del passato, ma anche suscitando in lui sentimenti di coraggio, intraprendenza, solidarietà, creatività, rispetto, e invitandolo a confrontarsi con la realtà immigratoria italiana di oggi.
«Oggi che accogliamo immigrati nel nostro Paese, e siamo diventati un Paese d’immigrazione», ha ancora detto il Capo dello Stato, «non dovremmo mai dimenticare di essere stati un Paese di emigrazione». Ciò significa che l’Italia intera, istituzioni e cittadini, devono impegnarsi a trattare con un occhio di riguardo gli immigrati, a evitare ogni forma di xenofobia e a favorire con ogni mezzo la loro integrazione. Non deve più capitare ai nuovi immigrati quanto è tante volte capitato agli italiani di mezzo mondo, di essere trattati come schiavi, discriminati, incolpati ingiustamente, assegnati ai lavori più difficili e pericolosi, ghettizzati ed emarginati. Mai più! Mi auguro che il Museo dell’Emigrazione dica anche questo.
Purtroppo questo Museo si trova solo a Roma e francamente mi pare insufficiente. Un Museo dell’Emigrazione dovrebbe sorgere in ogni Regione italiana e in ogni Paese del mondo, dove i discendenti degli emigrati italiani di fine Ottocento e gran parte del Novecento costituiscono ancora una collettività numerosa e importante. Penso per esempio alla Svizzera, dove la collettività italiana è particolarmente numerosa ed ha ereditato il patrimonio ricchissimo di una storia migratoria ormai lunga quanto quella italiana e, purtroppo, poco conosciuta.
A quando il Museo dell’Emigrazione Italiana in Svizzera?
Giovanni Longu
Berna 27.10.2009

26 ottobre 2009

Davide Piscopo lascia un vuoto

«Quel che è giusto è giusto»!
Davide Piscopo se n’è andato, la settimana scorsa, all’improvviso, lasciando un vuoto nella sua area politica in Svizzera che difficilmente potrà essere colmato. E’ stato uno di quei personaggi che s’imponeva per la sua singolarità. Assolutamente convinto delle sue idee di destra, è stato per almeno un trentennio avversato da quanti militavano sul fronte opposto. Era divenuto una sorta di cavaliere solitario e si era credo convinto che fosse ormai un perdente. L’ultima volta che lo incontrai, circa un anno fa, mi aveva detto che stava pensando di ritirarsi definitivamente da ogni incarico politico.
Conoscevo Piscopo da una trentina d’anni. Non condividevo le sue idee, ma lo rispettavo perché trovavo corretto in una democrazia il pluralismo delle idee. Lo incontravo sovente in incontri pubblici e celebrazioni ufficiali. Ma al di là delle battute di circostanza non abbiamo mai avuto occasione di affrontare seriamente alcun tema scottante. Del resto in comune non avevamo quasi nulla, a parte il reciproco rispetto.
A prescindere dai contenuti, nei suoi interventi apprezzavo la dialettica tagliente, la lucidità del ragionamento, una certa signorilità persino nell’affrontare gli avversari. Sapevo che rispettava le mie idee e apprezzava il mio modo di presentarle a voce e per iscritto. Più di una volta ricevetti i suoi complimenti. L’ultima volta è stata nel mese di agosto scorso. Aveva appena letto un mio articolo su «Marcinelle: la tragedia italiana e l'immigrazione clandestina», in cui contestavo Tremaglia a riguardo degli immigrati clandestini. Mi telefonò per dirmi che era d’accordo con la mia analisi, anche se contraddiceva quella del suo amico Tremaglia: «quel che è giusto è giusto», mi disse testualmente.
Non conosco assolutamente nulla di preciso della sua vita privata e nemmeno della sua vita professionale. Ho conosciuto il Piscopo politico e l’uomo pubblico impegnato a modo suo a risolvere i problemi dell’emigrazione. Il bilancio dei suoi tentativi lo tirerà qualche altro. A me resta il ricordo di una persona pubblica che si è coerentemente battuta per le sue idee e ha indubbiamente contribuito a introdurre nel dibattito politico degli italiani in Svizzera un confronto e una dialettica che non possono che far bene al formarsi di un’opinione pubblica intelligente e matura.
Giovanni Longu
Berna 25.10.2009

22 ottobre 2009

La settimana della lingua italiana in Svizzera, ma non a Berna

Si svolge, in tutto il mondo, dal 19 al 25 ottobre 2009, la IX settimana della lingua italiana. Avrebbe dovuto essere, soprattutto in Svizzera, un’occasione per far conoscere all’intera popolazione che la lingua italiana non è solo iscritta nella Costituzione federale come una delle quattro lingue nazionali e ufficiali, ma è anche una lingua viva, conosciuta da almeno un settimo dell’intera popolazione.
Purtroppo le manifestazioni si concentrano ormai solo in poche località e non se ne parla nemmeno in molte altre. Quest’anno poi sembra tutto concentrato a Zurigo. Dispiace che soprattutto a Berna praticamente non si faccia nulla, nonostante abbiano sede nella capitale federale l’Ambasciata d’Italia, la Cancelleria consolare, un Seminario d’italiano, un Comitato della Dante Alighieri, una Casa d’Italia, una sede dell’UNITRE, numerose associazioni italiane, ma anche una sede della Pro Ticino e dei Grigioni italiani, senza dimenticare che c’è una Sezione d’italiano nella Cancelleria federale, servizi linguistici italiani in tutti i dipartimenti federali, ecc.
Come interpretare questa mancanza d’iniziative?
Per quanto riguarda l’Italia, credo che le cause siano da ricercare soprattutto nell’indiscriminato taglio delle risorse finanziarie destinate alla lingua e alla cultura da parte degli ultimi governi. Ritengo tuttavia che la carenza d’iniziative per valorizzare la lingua italiana esprima assai chiaramente anche la povertà d’idee e la rassegnazione degli operatori culturali al declino inesorabile dell’italiano nella Confederazione. Se non è così, perché almeno a Berna, tutto tace?
Per quanto riguarda la Svizzera, credo che le cause non siano tanto di natura finanziaria quanto piuttosto di natura organizzativa e soprattutto di coscienza politica. Quel che si dice a parole non è trasferito nella pratica, nonostante che l’italiano sia in Svizzera lingua nazionale (ossia non regionale) e lingua ufficiale.
Già a maggio il Dipartimento federale degli affari esteri invitava le rappresentanze svizzere all’estero a proporre e a realizzare progetti (in collaborazione con gli Istituti italiani di cultura e le Ambasciate d’Italia) per valorizzare la lingua italiana. Cito testualmente la motivazione che se ne dava: «Questa iniziativa costituisce una piattaforma di particolare significato per il nostro Paese perché offre la possibilità di ricordare la sua natura multiculturale e multilingue, di illustrare realtà storiche e attuali della sua comunità italofona, promuovendo nel contempo una delle lingue nazionali».
Non so quante iniziative siano state realizzate all’estero, ma sarebbe interessante conoscere quali iniziative concrete sono state realizzate in Svizzera, fuori del Ticino. Perché il Cantone Ticino, quale principale attore e deputato alla conservazione e alla valorizzazione della lingua italiana, non assume iniziative promozionali fuori del proprio territorio? Perché la Deputazione ticinese alle Camere federali non si attiva a sostenere, anche in queste occasioni uniche, il plurilinguismo e specialmente l’italiano? Perché la Cancelleria federale, di concerto con i servizi linguistici italiani dei Dipartimenti, non diventa anche animatrice e sostenitrice di iniziative aperte al pubblico per valorizzare la traduzione e la lingua italiana?
Forse si sta perdendo la coscienza che, pur con tutta la globalizzazione che si vuole inevitabile, la Svizzera continuerà a restare anche italiana e quando non dovesse più esserlo sarà sicuramente un po’ meno Svizzera o non lo sarà affatto.
Giovanni Longu

21 ottobre 2009

Lo scudo fiscale italiano fa arrabbiare la Svizzera

A oltre un mese dall’entrata in vigore del terzo scudo fiscale italiano per far rientrare o regolarizzare capitali detenuti illegalmente all’estero da cittadini residenti in Italia, il dibattito al riguardo è sempre più animato in Svizzera e soprattutto in Ticino. A differenza dei due precedenti «scudi» del 2001 e 2003, che destarono sorpresa più che preoccupazione, il terzo non sorprende ma preoccupa, perché accompagnato da un presunto sentimento antisvizzero se non da parte del governo italiano almeno da parte del ministro delle finanze Giulio Tremonti.
Si parla apertamente di «giochi sporchi», un indegno «accanimento contro la Svizzera», un atteggiamento «aggressivo» e «indecente» da parte di un Paese considerato tradizionalmente «amico». Ed è difficile negare che alcune dichiarazioni del ministro Tremonti abbiano urtato la sensibilità di molti finanzieri, banchieri e politici ticinesi, ormai convinti che fosse chiaro a tutti, anche a Tremonti, che la Svizzera non è più un «paradiso fiscale» e pertanto non può essere oggetto di una «campagna mediatica scorretta». A parte i toni, credo che la misura adottata dal governo e dal parlamento italiani abbia una sua giustificazione.
In un momento di crisi finanziaria ed economica come quella che stiamo vivendo, nessun governo a corto di mezzi e doverosamente impegnato a contenere il debito pubblico, rinuncerebbe a un rientro di capitali detenuti illegalmente all’estero, sia pure con misure odiose. Tanto è vero che non vi hanno rinunciato gli Stati Uniti, né la Germania, né la Francia. L’Italia non poteva essere da meno, tanto più che stima i capitali di cittadini italiani depositati illegalmente all’estero nell’ordine di 550 miliardi di euro.
Il fatto che la Svizzera si senta particolarmente attaccata, non solo dagli Stati Uniti e dalla Germania, ma ora anche dall’Italia, è dovuto al fatto che molto probabilmente nei forzieri delle banche svizzere si nascondono molti soldi «evasi» al fisco di questi Paesi. Per quel che riguarda l’Italia si stima che abbiano trovato rifugio in Svizzera dai 150 ai 200 miliardi di euro. Secondo Tremonti, questi soldi devono emergere dalla zona grigia in cui si trovano e lo Stato, facendo i suoi calcoli, può chiudere un occhio per il passato, ma li terrà bene aperti per il futuro.
Capisco l’arrabbiatura di banchieri e politici ticinesi, perché il rientro in Italia anche solo di una parte della cifra menzionata danneggerebbe non poco la terza piazza finanziaria svizzera, ma non va dimenticato che si tratta pur sempre di soldi di clienti italiani, sottratti all’imposizione fiscale in Italia.
Capisco anche l’analisi delle cause dell’evasione fatta da molti economisti e politici ticinesi, ma non le conclusioni, quando queste si configurano come una giustificazione di una così imponente fuga di capitali o un esplicito invito alle ritorsioni.
Secondo il finanziere ticinese Tito Tettamanti (Corriere del Ticino del 18.7.2009) le vere cause della fuga dei capitali italiani soprattutto verso la Svizzera sarebbero: «uno Stato (…) con un’amministrazione pubblica ipertrofica e poco efficiente, con un dibattito politico fazioso e incivile, con una classe politica (la casta) disistimata, con una magistratura lentissima e ideologizzata, con una, per molti anni, irresponsabile politica dell’immigrazione, con problemi di sicurezza, violenze, stupri quotidiani che non contribuiscono alla qualità della vita».
A conferma di quanto appena detto, Tettamanti aggiungeva: «A testimonianza del fallimento della politica basterà ricordare che mille lire negli anni Cinquanta corrispondevano a sette franchi svizzeri, e quarant’anni dopo, prima dell’entrata nell’euro, a ottanta centesimi. Deve stupire che da un simile Paese, che pure può contare su ingegnosi operai, eccellenti ricercatori, coraggiosi imprenditori, i capitali (ed anche i cervelli) fuggano?».
Il finanziere svizzero non arrivava a giustificare l’evasione fiscale in Italia e la buona accoglienza dei miliardi «evasi» in Svizzera, ma ci andava vicino, quando ammoniva i suoi concittadini che «non possiamo pensare di basare il futuro economico del Cantone sulla protezione all’evasione italiana anche se motivata».
Molti politici ticinesi di centro destra e soprattutto della Lega di Bignasca sono più o meno concordi su questo tipo di analisi e ne traggono conclusioni che francamente lasciano perplessi quando parlano di un’aggressione dell’Italia contro la Svizzera e chiedono a Berna contromisure. Essi fanno presente, ad esempio, che in Ticino lavorano 44.000 frontalieri e chiedono al Consiglio federale la revisione dell’accordo italo-svizzero del 1974 sui ristorni dei frontalieri come contropartita all’offensiva fiscale italiana e per garantire la reciprocità alla parte svizzera.
E’ difficile predire quanti capitali rientreranno effettivamente in Italia, ma a giudicare dalle preoccupazioni del sistema bancario e amministrativo ticinese, dovrebbe trattarsi anche stavolta, come già in occasione del primo (2001) e secondo (2003) scudo, di cifre consistenti. Le conseguenze per il fisco ticinese, soprattutto per le città di Lugano e Chiasso, potrebbero risultare notevoli, ma non mi sembra corretto parlare di «fuga di capitali» dalla Svizzera, trattandosi al massimo di «rientro» di capitali illegalmente detenuti all’estero.
Ciò che è auspicabile è che non subiscano danni i tradizionali buoni rapporti italo-svizzeri e che le ottime relazioni economico-finanziarie continuino a prosperare ma nella legalità e nel reciproco interesse. Credo che soprattutto l’Italia ma anche la Svizzera possano e debbano fare qualcosa di più in questa direzione. Sarebbe un peccato che la tradizionale e più che centenaria amicizia italo-svizzera si deteriorasse a causa di controversie facilmente risolvibili, e che il Ticino rallentasse il processo d’integrazione transfrontaliero per questioni di natura fiscale. In fondo, se l’Italia ha bisogno del Ticino per i rapporti sud-nord, anche il Ticino può svolgere compiutamente la sua vocazione di ponte se le relazioni transfrontaliere saranno improntate a reciproco rispetto e reciproca stima.
Giovanni Longu
Berna, 20.10.2009

15 ottobre 2009

Le ipocrisie della classe politica italiana

La libertà d’informazione in Italia non solo c’è ma si è vista come forse non mai nei giorni scorsi all’indomani della bocciatura del cosiddetto «Lodo Alfano» da parte della Corte costituzionale. Falsi e ipocriti quelli che sbraitando denunciano che non ci sia libertà di stampa.
C’è eccome. Lo si è visto non solo dalle contrapposizioni dei due schieramenti politici, ma anche dai toni usati. In pochi, tuttavia, hanno messo in evidenza l’ipocrisia che stava a monte di tutte le dichiarazioni, da una parte e dall’altra.
In Italia, purtroppo, l’ipocrisia dilaga perché in fondo quella italiana è ancora una società manichea, fondata sulla contrapposizione assoluta tra il bene e il male. E poiché ognuno si crede portatore sano del principio del bene, il male, il vizio, l’illegalità stanno inevitabilmente dall’altra parte. La stessa attitudine caratterizza i gruppi e soprattutto i partiti politici. In Italia si è sostanzialmente incapaci di fare autocritica e di riconoscere i propri limiti e i propri errori.
La bocciatura del Lodo Alfano è stata come una cartina di tornasole, che ha messo a nudo questo vizio di fondo dell’intera classe politica italiana, spaccata letteralmente in due, ma terribilmente unita nell’ipocrisia. Non sono infatti credibili né coloro che si sono schierati fieramente dalla parte del diritto, né coloro che hanno indossato le vesti delle vittime innocenti. E’ infatti evidente che in Italia è in atto uno spaventoso conflitto, anzi una «guerra incivile, che attraversa i poteri e contagia il Paese» (Marcello Veneziani) e i belligeranti non esitano a utilizzare qualsiasi mezzo per colpire e possibilmente distruggere gli avversari.
Il Lodo Alfano mirava sicuramente a consentire un’azione di governo più tranquilla al Premier Berlusconi, ma intendeva soprattutto sottrarlo agli attacchi a ripetizione della magistratura milanese. Questo aspetto però non compare mai nelle dichiarazioni della maggioranza e ancor meno dell’interessato all’indomani della bocciatura del Lodo. Anzi, ipocritamente, tutti hanno gridato solo allo scandalo di una Corte costituzionale di parte e sostanzialmente antidemocratica, perché cancellando il privilegio del Premier (delle altre alte cariche dello Stato manco si parla) ha violato in qualche modo il principio fondante della democrazia, secondo cui è il popolo che decide da chi e per quanto tempo vuol essere governato.
In molti hanno detto che il Lodo e la sua bocciatura non riguarda il governo ma solo il suo capo. Ipocriti, perché sanno bene che questo è il Governo Berlusconi e senza di lui si deve tornale al voto. E doppiamente ipocriti coloro che, dall’opposizione, riconoscono la legittimità di Berlusconi a governare purché si occupi dei problemi del Paese, che sono ben più importanti dei suoi problemi personali. Come se l’inquisito Premier potesse occuparsi a tempo pieno sia del governo che della sua difesa.
Ipocriti soprattutto coloro che inneggiano alla vittoria del diritto sui privilegi e all’affermazione del principio per cui la legge è uguale per tutti. Ai presunti «vincitori» ben più della legge e della democrazia importa che Berlusconi quanto prima tolga il disturbo, come se fosse un intruso, anzi peggio, un nemico del popolo, dimenticando completamente che è il popolo sovrano che l’ha designato a quella carica.
Ipocriti e bugiardi quanti consideravano il Lodo Alfano una sorta d’impunità per il solo Berlusconi e una violazione del principio di uguaglianza, ben sapendo che al massimo si trattava di un rinvio dei processi e delle persecuzioni. La verità è che i nemici politici di Berlusconi non sono in grado di batterlo politicamente e sperano che a metterlo fuori combattimento sia la magistratura. Ipocriti e presuntuosi, perché pur essendo minoranza nel Paese pretendono di rappresentarlo per intero e di rappresentare, loro soli, il principio del bene contro il principio del male.
Domande spontanee
Non voglio coinvolgere in questa riflessione il Presidente della Repubblica, di cui ho grande stima, e nemmeno la Corte costituzionale, a cui do atto di un comportamento «giuridicamente» corretto. Nondimeno, alcune domande mi sorgono spontanee.
Anzitutto, le alte cariche dello Stato, ad eccezione del capo del governo, e le massime istituzioni della Repubblica si rendono conto che il popolo sovrano ha chiesto ormai ripetutamente di essere governato per un’intera legislatura da una precisa maggioranza e da un determinato capo del governo in base ad un programma presentato agli elettori e da questi approvato? I veri interpreti della volontà del popolo sono il Capo dello Stato, la Corte costituzionale, la piazza istigata da pochi giustizialisti fanatici oppure la maggioranza parlamentare espressa con voto segreto in libere elezioni? Come si fa ad invocare il rispetto della Costituzione e il principio di uguaglianza (come se le disuguaglianze dei politici e dei magistrati non fossero sotto gli occhi di tutti!), senza alcuna considerazione della volontà chiara e netta del popolo italiano che ha chiesto in modo esplicito di essere governato da una coalizione guidata da Silvio Berlusconi?
Il Lodo Alfano, a prescindere dal suo aspetto tecnico-giuridico riconosciuto dalla Consulta come «incostituzionale», aveva una sua ragionevolezza in un Paese in cui il Governo sembra considerato dall’opposizione come un nemico del popolo più che lo strumento voluto dal popolo per risolvere i suoi molteplici problemi.
Non è possibile che tutto torni come prima, nonostante l’ipocrisia persistente, perché la vicenda del Lodo Alfano ha evidenziato che purtroppo la lotta politica si è talmente radicalizzata da non esitare a mettere in campo per annientare l’avversario qualsiasi arma, dagli appelli al Capo dello Stato per firmare o non firmare questo o quel provvedimento, al ricorso (legittimo) ai referendum, alle manifestazioni forcaiole di piazza, alla diffamazione a mezzo stampa, servizio pubblico compreso, alle calunnie, al gossip, ecc.
Peccato, non tanto per Berlusconi che saprà badare a sé stesso, ma per il Paese che sta franando, in senso non solo metaforico ma ahimè anche reale, e nessuno se ne assume la minima responsabilità.
Giovanni Longu
Berna 11.10.2009

07 ottobre 2009

Il servizio pubblico e la libertà di stampa in Svizzera e in Italia

La settimana scorsa, soprattutto in Italia, si è manifestato per la libertà d’informazione e contro i pericoli di una sua limitazione. Indirettamente, ma non velatamente, la manifestazione era diretta contro Berlusconi (proprietario di televisioni e giornali) e il suo governo, accusati di voler controllare l’intera informazione italiana, compreso il servizio pubblico. Insomma contro il «regime» Berlusconi.
Questo genere di manifestazioni m’insospettisce e mi preoccupa perché non è mai ben chiara la vera ragione della denuncia e perché il rischio di strumentalizzazione è troppo forte. Tanto è vero che questi assembramenti sono quasi sempre monocolore e contro avversari politici ben precisi. Alla manifestazione di Roma i manifestanti erano soprattutto sostenitori della stampa di sinistra.
Il vero scopo della manifestazione non mi è chiaro e probabilmente non lo era nemmeno ai numerosi partecipanti. Non c’è infatti in Italia, e non ci potrebbe essere dato il quadro giuridico nazionale e internazionale, alcuna minaccia alla libertà d’informazione, garantita dalla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» approvata dall’ONU (1948), dalla «Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (1950), dalle direttive europee, dalla Costituzione e dalle leggi italiane, ecc.
Informazione e lotta politica
La ragione del disagio di certa stampa e di certi giornalisti va forse ricercata in una spregiudicata interpretazione di tutti i documenti citati. Oppure si crede e si cerca di far credere che solo la stampa d’opposizione è «libera», mentre tutto il resto è schiavo del padrone. E poiché, in Italia, da qualche tempo «il padrone» è lui, sempre più stabilmente al potere, si vorrebbe far credere che la stampa e i media in generale sono sempre più imbavagliati da Berlusconi.
Probabilmente la realtà è molto meno drammatica di come la si dipinge e certa stampa sembra mossa non tanto dalla libertà d’opinione e d’informazione, ma dall’odio politico per cui vorrebbe essere totalmente libera di dire, scrivere e mostrare tutto quel che ritiene funzionale alla lotta politica. A ben vedere, infatti, molte delle presunte «informazioni» sono distorsioni, interpretazioni capziose della realtà. Non sono «notizie» perché «la notizia è comunque e sempre un fatto vero» (Wikipedia).
Si deve anche aggiungere che in nessuno Stato di diritto, garante della libertà di opinione, d’espressione e di stampa, può esistere un diritto illimitato di dire quel che si pensa (anche le falsità, le calunnie, le ingiurie) o di rendere pubblico qualsiasi fatto realmente accaduto (anche se conosciuto illegalmente, fraudolentemente, o se concerne direttamente la sfera privata della persona). Certa stampa e certi giornalisti vorrebbero invece una libertà «assoluta», ossia svincolata da ogni limite, da ogni regola e da ogni controllo.
Il controllo dello Stato
Bisognerebbe inoltre stare attenti alle confusioni e alle mistificazioni. Un conto è la libertà di opinione e di espressione in generale e ben altra cosa è la libertà d’informazione nel servizio pubblico. La «libertà d’informazione», in questo caso, presuppone sempre un «interesse pubblico». E poiché questo interesse è difficile da definire (ma non può essere lasciato all’esclusiva valutazione del singolo giornalista o conduttore), in tutti i Paesi democratici interviene lo Stato con apposite leggi e convenzioni a regolamentare il servizio pubblico.
Solo in Italia, a certuni e a certa stampa, sembra scandaloso che lo Stato intervenga al riguardo, magari per sottrarlo alla strumentalizzazione politica o per impedirne un uso spregiudicato da parte di singoli personaggi avidi di notorietà o giornalisti e conduttori faziosi e irresponsabili. Eppure è del tutto evidente che in Italia le interferenze politiche sul servizio pubblico sono esagerate, che certe trasmissioni televisive sono faziose, che certi giornalisti e conduttori si servono del mezzo televisivo come clava per colpire avversari politici, in barba al pluralismo e al senso di equilibrio di cui dovrebbero dar prova e in barba al servizio pubblico.
Sulla legittimità dello Stato a intervenire sul servizio pubblico la «Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (1950) è chiara. Dopo aver ricordato il diritto di ogni persona alla libertà d’opinione, d’espressione e di ricevere o comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche, precisa che gli Stati possono sottoporre «a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione». Inoltre, «l’esercizio di queste libertà, comportando doveri e responsabilità, può essere sottoposto a determinate formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni previste dalla legge (…) per la sicurezza nazionale, l’integrità territoriale o l’ordine pubblico, la prevenzione dei disordini e dei reati, la protezione della salute e della morale, la protezione della reputazione o dei diritti altrui, o per impedire la divulgazione di informazioni confidenziali o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario».
Il servizio pubblico in Svizzera e in Italia
Ispirandosi a questi principi, la Svizzera regola il servizio pubblico con la legge federale sulla radiotelevisione» e con la Concessione rilasciata all’ente televisivo svizzero (la SRG SSR idée suisse), in cui si specifica, per esempio, che «nei suoi programmi la SSR promuove la comprensione, la coesione e lo scambio fra le regioni del Paese, le comunità linguistiche, le culture, le religioni e i gruppi sociali. Essa promuove l’integrazione in Svizzera degli stranieri, il contatto fra gli Svizzeri all’estero e la patria nonché la presenza della Svizzera all’estero e la comprensione per le sue aspirazioni. Prende in considerazione le particolarità del Paese e i bisogni dei Cantoni».
Dice inoltre che con i suoi programmi la SSR deve contribuire «a) alla libera formazione delle opinioni del pubblico mediante un’informazione completa, diversificata e corretta, in particolare sulla realtà politica, economica e sociale; b) allo sviluppo culturale e al rafforzamento dei valori culturali del Paese nonché alla promozione della cultura svizzera…»; c) alla formazione del pubblico, segnatamente mediante trasmissioni periodiche di contenuto educativo….».
La Concessione dice anche che «i singoli settori dei programmi si conformano al mandato e si distinguono per la credibilità, il senso di responsabilità, la rilevanza e la professionalità giornalistica». Ce n’è quanto basta e va aggiunto che generalmente il servizio radiotelevisivo svizzero è ritenuto serio.
In Italia il servizio pubblico radiotelevisivo è regolato per il 2007-2009 (dunque in scadenza) dal «Contratto nazionale di servizio tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI – radiotelevisione italiana s.p.a.».
All’articolo 2 si precisa fra l’altro che l’offerta dev’essere anzitutto «rispettosa dell’identità valoriale e ideale del nostro Paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori» ed ha tra i suoi compiti prioritari «la libertà, la completezza, l’obiettività e il pluralismo dell’informazione».
All’art. 4 si precisano le varie tipologie dell’offerta televisiva, una delle quali è l’«approfondimento». In riferimento ai temi politici si parla, credo a giusta ragione, di «confronti» (e non di semplice informazione da parte di un giornalista o un conduttore) , aggiungendo che essi potrebbero basarsi «sul contradditorio delle opinioni e delle posizioni», proprio per mettere in evidenza la completezza e il pluralismo dell’informazione da parte del servizio pubblico, lasciare ai telespettatori le proprie valutazioni conclusive.
Alcune trasmissioni di «approfondimento» sono in Italia oggetto di controversie proprio perché ritenute prive di un vero contradditorio, vistosamente pilotate, carenti sotto l’aspetto dell’obiettività e del pluralismo. Di alcune, come Annozero, si dice addirittura che siano faziose e tendenziose.
Il quarto potere
Si potrebbe dire a questo punto che «de gustibus non est disputandum», nel senso che i telespettatori possono avere legittimamente opinioni diverse, ma proprio la pluralità di opinioni e soprattutto la contrapposizione di opinioni totalmente divergenti impongono una seria riflessione sul servizio pubblico, specialmente televisivo, divenuto il quarto potere dello Stato. Ormai non si può prescindere dal fatto che i mass media possano influenzare le opinioni dell’elettorato e che il potere dei media, sebbene debba essere regolato, non può sottostare a nessun altro potere, tanto meno a quello del governo.
In questa ottica sarebbe giustificata ogni manifestazione che mirasse a garantire la libertà d’opinione e di espressione, perché è nell’interesse pubblico che i media siano liberi, anche di discutere la politica del governo e di criticarla. Ciò che non è accettabile è invece rivendicare un diritto per farne un uso improprio o addirittura illegittimo. Ma stando nel lecito, nel rispetto delle leggi e dei diritti degli altri, la libertà di opinione e di espressione è sinonimo di democrazia. Se è concessa persino all’on. Di Pietro quando apostrofa il Capo dello Stato, perché non dovrebbe essere consentita ai giornalisti e agli opinionisti?
E’ la democrazia, governo del popolo, che vuole la più ampia libertà di parola e d’informazione, senza censure e senza limiti, se non quelli dettati dalle leggi e dal buon senso. La libertà di stampa è l’unica che può mettere a nudo le debolezze i difetti dei governanti. Guai se non esistesse questa libertà, perché altrimenti il re nudo si crederebbe davvero invisibile come nella favola di Andersen e perciò inarrivabile e inattaccabile anche nel caso che usasse male il suo potere.
«Il re è nudo» della favola deve però restare una metafora. Purtroppo invece molti giornali e giornalisti vorrebbero vedere davvero Berlusconi denudato, ricorrendo persino a testimonianze di persone tutt’altro che interessate alla verità, addirittura scaltre e spregiudicate tanto da munirsi di registratori anche in camera da letto. La sfera privata delle persone e il gossip non rientrano in un sano interesse pubblico e pertanto nemmeno tra i compiti del servizio pubblico.
So che non è facile, per un personaggio pubblico, la distinzione tra pubblico e privato, ma per favore, certi luoghi e certi comportamenti non sono di alcun interesse pubblico, salvo forse per Santoro e altri come lui. I problemi di cui il popolo italiano vorrebbe essere meglio informato sono ben altri e sui quali purtroppo si fa ben poco sia in prima che in seconda serata.
Giovanni Longu
Berna, 7.10.2009

16 settembre 2009

Il paesaggio urbano di La Chaux-de-Fonds/Le Locle e il contributo italiano







All’inizio di quest’estate, due città dell’arco giurassiano, La Chaux-de-Fonds e Le Locle, hanno avuto per un giorno gli onori delle prime pagine della stampa nazionale (v. anche L’ECO del 1° luglio 2009). Il paesaggio urbano di queste due città, accomunate dalla medesima tradizione orologiera, è stato infatti riconosciuto patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il 27 giugno 2009, a giusto titolo, i loro abitanti hanno festeggiato l’avvenimento con una grande kermesse popolare culminata con grandiosi fuochi d’artificio. La cerimonia ufficiale per l'iscrizione nella Lista dell'UNESCO avrà luogo nelle due città il 6 novembre prossimo.
Ero stato molte volte in queste due città situate nelle alture del Giura (La Chaux-de-Fonds è a 1000 metri d’altitudine) per ragioni professionali, ma non avevo mai avuto l’opportunità di fermarmi a contemplare dall’alto di una torre o di una collina la bellezza urbanistica di questi due centri dell’industria orologiera svizzera. Eppure, almeno La Chaux-de-Fonds avrebbe dovuto insospettirmi per lo speciale reticolato urbano, disegnato si direbbe a tavolino usando unicamente riga e squadra. Rivedendo la città qualche settimana fa ne sono rimasto affascinato.
Conoscevo invece la storia dell’immigrazione italiana in quella regione, molto interessante sotto il profilo culturale, ma anche professionale. Provenendo da Berna, da una regione tipicamente germanofona, mi colpiva, già negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, l’alto grado d’integrazione linguistica e sociale che gli italiani avevano raggiunto.
Quando il 27 giugno scorso gli italiani della regione hanno partecipato alla festa per l’iscrizione del loro paesaggio urbanistico nel patrimonio mondiale dell’UNESCO, non so se si sono resi conto che essi avevano almeno una ragione in più per festeggiare e gioire.
Il patrimonio urbanistico di La Chaux-de-Fonds e Le Locle risale infatti agli ultimi anni dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, un’epoca in cui gli immigrati italiani erano reclutati a centinaia e migliaia per contribuire alla forte espansione dell’industria orologiera. Ma gli italiani non venivano chiamati per fare gli orologiai. Essi erano richiesti per costruire le fabbriche e le case degli orologiai.
Allora le attività orologiere non venivano svolte solo in fabbrica, ma anche a domicilio. Per questo le case degli orologiai erano vicine alle fabbriche. E poiché queste attività di micromeccanica richiedevano ambienti molto luminosi, quelle case erano concepite non solo per l’abitazione ma anche per le esigenze lavorative. Per esempio, dovevano essere separate le une dalle altre da un certo spazio, dovevano disporre di grandi finestre, non dovevano superare una certa altezza per non ostacolare la luminosità delle abitazioni vicine. Insomma un paesaggio urbano-industriale concepito e realizzato per uno scopo ben preciso. Questo paesaggio urbano, armonioso e funzionale, è stato ritenuto a giusta ragione patrimonio dell’umanità e dunque un bene da salvaguardare e godibile sotto il profilo turistico.
E’ indubbio che una parte del merito per questo riconoscimento spetta agli italiani che fin dalla seconda metà del secolo hanno partecipato allo sviluppo soprattutto di La Chaux-de-Fonds. Nel 1850 erano ancora pochi, ma già ben organizzati, tant’è che avevano costituito una società di mutuo soccorso. Nel 1888 erano ormai più di 500. Erano soprattutto piemontesi, lombardi e veneti, ma dalla fine dell’Ottocento cominciarono ad arrivare anche dal Mezzogiorno.
L’attività edilizia cresceva in continuazione parallelamente all’incremento della popolazione e dell’attività orologiera. Tra il 1850 e il 1890, in quarant’anni, furono costruite solo a La Chaux-de-Fonds un migliaio di case; ma tra il 1891 e il 1914, dunque in metà tempo, ne furono costruite 300 in più. Gli anni in cui si costruì maggiormente sono stati l’ultimo decennio dell’800 e il primo decennio del Novecento. Per avere un’idea dell’attività edilizia di quel periodo, basti ricordare che nell’estate del 1904 erano aperti una trentina di cantieri in cui lavoravano circa 1600 tra muratori e aiutanti. Quell’anno, agli italiani erano stati rilasciati 1162 permessi di soggiorno.
Quanti fossero in realtà gli italiani e gli svizzeri di origine italiana in quel periodo a La Chaux-de-Fonds e a Le Locle è impossibile dirlo, ma superavano probabilmente le cifre ufficiali. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, molti italiani rientrarono in patria, altri restarono e numerosi presero la nazionalità svizzera.
Gli italiani, si sa, ritornarono in gran numero nel secondo dopoguerra. Nel 1970 ne furono censiti 5783 a La Chaux-de-Fonds e 2548 a Le Locle. Con la crisi orologiera degli anni Settanta la collettività italiana si ridusse velocemente in entrambe le città per attestarsi all’inizio dell’attuale decennio attorno alle 3500 persone. Oggi la comunità italiana è abbastanza stabile, vivace, operosa e ben integrata. Molti sono ormai gli svizzeri di origine italiana e le persone con la doppia cittadinanza.
Per chi volesse godere una splendida visione panoramica dell’armoniosa città di La Chaux-de-Fonds è sufficiente salire sulla torre panoramica al centro della città. Per godere una bella vista di Le Locle basta salire su una qualsiasi delle colline che l’attorniano. Entrambe le località meritano sicuramente una visita.
Giovanni Longu

09 settembre 2009

Pandemia da maldicenza. E la chiamano informazione!

Chi in questi mesi ha dedicato un po’ più tempo del solito alla lettura della stampa italiana allo scopo di sentirsi più informato sulla situazione generale del Paese, sull’andamento della crisi, sull’operato del governo per superarla, sulla tenuta dell’economia, sulle misure per affrontare l’incombente minaccia di aumento della disoccupazione, ecc. penso che sia stato ampiamente deluso. Personalmente ne sono stato disgustato. Le prime pagine di molti giornali sono state dedicate (e in parte lo sono ancora) a tutt’altri argomenti, che solitamente sono relegati in qualche pagina di cronaca rosa perché appartenenti alla categoria «gossip», ossia pettegolezzo, diceria, o addirittura eliminati quando certe notizie o dicerie non confermate rischiano di sconfinare ampiamente nella maldicenza, a sua volta imparentata con la menzogna e la calunnia.
Scarsi e scarni gli articoli di fondo sui veri, grandi temi del Paese, le riforme istituzionali, la situazione economica, la politica migratoria, il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo o qualche altro dei numerosi problemi che frenano lo sviluppo e incrinano l’immagine del Bel Paese nel mondo. Ho trovato invece un’interminabile serie di accuse reciproche tra maggioranza e opposizione, ogni sorta di pettegolezzo a sfondo sessuale riguardante il premier Berlusconi, farneticazioni sui rischi di dittatura e della perdita in Italia della libertà di stampa, un continuo sparlare degli uni contro gli altri, insomma una sorta di pandemia da maldicenza.
Trovo deprimente costatare che prestigiosi giornali d’opinione si sono prestati a supportare senza alcun senso critico insinuazioni, maldicenze, calunnie. Trovo inaccettabile che il diritto all’informazione si trasformi in licenza di sparlare, di infangare, di pubblicare illecitamente documenti riservati o secretati, di violare l’intimità. Trovo scandaloso che direttori di grandi testate si prestino per vendere magari qualche copia in più a queste meschinità senza chiedersi non tanto «a chi giova?», ma «chi può danneggiare?». Credo che in un organo d’informazione ci debba essere posto anche per le notizie riguardanti i «peccati» confessati o provati dei personaggi pubblici persino del calibro di Berlusconi. Ma che un organo d’informazione non sia più capace di esercitare il diritto-dovere della veridicità delle cose che pubblica usando illecitamente e acriticamente fonti riservate o affidandosi alle confessioni estorte o comprate di prostitute e personaggi abbastanza squallidi in cerca di notorietà, o usando «prove» provenienti da una illecita violazione della privacy, questo sì è un grave indizio di perdita della libertà d’informazione.
Che poi alcuni politici, Di Pietro in testa, invece di pensare a far pulizia in casa propria, si accaniscano a ripetere ciò che i giornali pubblicano, aumentandone l’enfasi e la cattiveria, mi sembra un indice assai preoccupante non di una difesa a spada tratta del sacrosanto diritto all’informazione, ma di una volontà di distruzione che va ben al di là della lotta politica in un Paese democratico «normale». Oggi purtroppo il dibattito politico, complice una sinistra visibilmente in difficoltà, è scaduto a gossip sulle (presunte) frequentazioni anomale di Berlusconi, sulle sue prestazioni naturali o agevolate, sempre «all’insegna della strategia del materasso (l’espressione è di Francesco Cramer), sulle domande-accuse di un quotidiano illiberale, sui pronunciamenti di emeriti e monsignori sulle debolezze del premier e, purtroppo, via dicendo. Peccato!
Credo che non stia alla stampa né agli uomini politici e nemmeno ai vescovi giudicare in piazza i comportamenti immorali (presunti) di una persona, anche se incaricata di importanti funzioni pubbliche, perché ognuno, su questa terra, è giudicato per i suoi peccati privati dalla propria coscienza. Se poi questi presunti peccati hanno una rilevanza pubblica e addirittura politica allora devono diventare oggetto di critica politica, non di censure moralistiche o di attacchi sotto la cintura. Anche senza scomodare San Giacomo, uno degli apostoli di Cristo, mi viene spontaneo chiedere a chi veste, spesso usurpandola, la toga del censore: «ma tu chi sei, che giudichi il tuo prossimo?».
Sia ben chiaro, non mi sta bene che Berlusconi dia adito con i suoi comportamenti, le sue frequentazioni e le sue uscite estemporanee e incontrollate all’astio che lo circonda e al discredito che genera nell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ma non mi sta bene neppure che a gran parte dei politici italiani il bene dell’Italia e l’immagine dell’Italia nel mondo siano ben lontani dai loro interessi principali. Se intendono far fuori l’avversario politico, lo facciano sul terreno politico delle idee, delle proposte, delle critiche oggettive, e magari con persone diverse, meno logore.
Bene ha osservato Fini qualche giorno fa, anche se il suo intervento giunge forse troppo tardivo: «da qualche tempo in Italia non si polemizza tra portatori di idee, non si tenta di demolire un’idea ma colui che ce l’ha. Si va dritti al killeraggio delle persone, con buona pace della credibilità dell’informazione e della politica, ma anche della credibilità dell’Italia in Europa».
Giovanni Longu
Berna 9.9.2009

08 settembre 2009

La tragedia di Mattmark e gli anni della svolta (seconda parte)


Oltre duecento giornalisti svizzeri e corrispondenti esteri raccontarono al mondo con ampi servizi quel che era successo in una vallata sperduta del Vallese il pomeriggio del 30 agosto 1965, mentre centinaia di stranieri e di svizzeri costruivano una diga. Le immagini sconvolgenti della valanga che aveva stroncato la vita di 88 lavoratori furono viste da milioni di persone.
Per la Svizzera fu «un vero e proprio shock» (Gaggini Fontana). In Italia, Dino Buzzati rievocò dalla pagine del Corriere della Sera l’«amara favola» dell’emigrazione e delle sue tristi conseguenze. La sinistra passò direttamente alle accuse: «La radio governativa parla oggi di Mattmark come del ‘cantiere maledetto’. Dimentica però di dire che (…) maledetta è soprattutto quella politica che costringe i nostri uomini, le nostre forze migliori a mendicare un po’ di lavoro all’estero in condizioni di esistenza paragonabili a quelle degli schiavi» (Pasquale Stiso).
In Svizzera, politici, economisti, intellettuali e gente comune trovarono nella tragedia di Mattmark un ulteriore stimolo per approfondire il dibattito, già in corso da alcuni anni, sul senso stesso di uno sviluppo economico pressoché incontrollato che richiedeva sempre più manodopera estera, soprattutto per le grandi opere infrastrutturali (di per sé molto rischiose) e per le attività a bassa intensità di qualifica abbandonate dagli svizzeri.
Anche per la collettività italiana qui residente fu un’occasione forte per interrogarsi sul senso della sua presenza in un Paese in cui era parte attiva e persino determinante del benessere, senza per altro sentirsi accettata e corresponsabile, anzi alle prese con ventate di ostilità. Erano gli anni della svolta.
Immigrati, insostituibili eppure odiati
Agli inizi degli anni Sessanta, i lavoratori italiani erano divenuti praticamente insostituibili nella costruzione delle grandi opere idroelettriche, ma anche in alcuni comparti dell’industria svizzera. Nel lavoro erano molto apprezzati, meno dopo il lavoro, nella vita di tutti i giorni per le difficoltà di adattamento, di mentalità, di comunicazione. Gli italiani in particolare sembravano decisamente troppi (costituivano oltre il 60% degli stranieri) e ingombranti. Come scriverà più tardi Max Frisch, rivolgendosi ai suoi concittadini («un piccolo popolo dominatore si vede in pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone»), gli stranieri erano benvenuti quando servivano «sul cantiere, in fabbrica, nella stalla, in cucina», ma dopo il lavoro, soprattutto la domenica, sembravano troppi. Eppure, «non divorano il benessere, anzi sono indispensabili al benessere». La xenofobia cominciava a diffondersi.
Alcuni intellettuali, come il giornalista Alfred Peter in una serie di articoli, si sforzavano di far capire che senza gli stranieri, e in particolare gli italiani, non ci sarebbe stato il benessere di cui tutti godevano: «Ohne Italiener kein Wohlstand» [senza gli italiani non c’è benessere].
Nel 1963 un certo Stocker di Zurigo fondò addirittura un partito «antitaliano», intriso di odio contro gli stranieri e in particolare gli italiani del Sud. Ma quando nell’agosto di quell’anno venne trasmessa dalla televisione svizzera una sua intervista, non si fecero attendere lo sdegno della collettività italiana e le rimostranze ufficiose e ufficiali delle autorità italiane. La televisione svizzera, che non condivideva le idee di Stocker, reagì invocando il diritto all’informazione e annunciò che in segno di «interesse e riconoscenza» verso gli italiani, si stava organizzando una emissione settimanale dedicata a loro.
Quando nel 1964, dopo una lunga gestazione, venne mandata in onda la prima trasmissione di «Un’ora per voi», il Ministro degli esteri italiano Giuseppe Saragat fece sapere agli italiani in Svizzera che per il loro lavoro e il loro comportamento si erano meritati «la stima e il rispetto delle autorità e del popolo svizzero». Davvero? Sì, confermava l’omologo svizzero, il Consigliere federale Friedrich Wahlen: «tutto il popolo svizzero prova per voi grande stima e viva riconoscenza».
L’Accordo italo-svizzero e l’avvio dell’integrazione
Evidentemente esageravano entrambi, ma esprimevano la posizione ufficiale dell’Italia e della Svizzera. Del resto, che i rapporti bilaterali stessero cambiando, in meglio, lo dimostrava l’«Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera», siglato a Roma il 10 agosto 1964. Un accordo importante per l’Italia che riuscì a far accettare numerose rivendicazioni, ma importante anche per la Svizzera perché definì alcune linee guida della futura politica federale in materia di immigrazione.
L’Accordo italo-svizzero, entrato in vigore nel 1965, diede una forte spinta al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli italiani in Svizzera. Esso determinò anche la data ufficiale a partire dalla quale le autorità svizzere s’impegnavano a favorire, «di concerto con le autorità italiane e gli ambienti interessati», l’adattamento dei lavoratori italiani e delle loro famiglie alle condizioni di vita svizzere. Era l’avvio della nuova politica svizzera dell’integrazione, anche se il termine non veniva ancora utilizzato.
L’Accordo impegnava evidentemente anche il governo italiano che, proprio in tema d’integrazione, raccomandò subito alle autorità diplomatiche e consolari e ai lavoratori italiani di fare il possibile per inserire i loro figli nella scuola svizzera. Ne andava del loro futuro.
Solidarietà e riconoscenza
In questo contesto sopraggiunse la tragedia di Mattmark. Furono in molti a rendersi conto che tra il dare e l’avere, gli stranieri davano più di quel che ricevevano, perché molto spesso davano anche la vita. Il grande slancio di solidarietà e generosità che seguì nel popolo svizzero per aiutare i parenti delle vittime e i sopravvissuti nasceva non solo dalla pietà per le vittime, ma anche da una convinzione profonda e da un sentimento di riconoscenza genuino. La tradizionale amicizia italo-svizzera ne usciva rafforzata.
Intervenendo alla seguitissima trasmissione «Un’ora per voi» del 25 settembre 1965, il consigliere federale Wahlen ribadiva la riconoscenza della Svizzera verso i laboriosi ospiti italiani e la necessità di collaborare sempre più strettamente per risolvere nel modo migliore i comuni problemi. Anche il sottosegretario agli esteri on. Storchi, nella stessa occasione, ricordava la grande ondata di simpatia, di umana comprensione, di concreta solidarietà che aveva sollevato il tributo degli operai italiani in Svizzera, contribuendo così a riavvicinare ancor di più i due popoli.
Non si potrà mai sapere quanto questa presa di coscienza e questa ondata di simpatia abbiano realmente influito sugli sviluppi dei rapporti bilaterali tra la Svizzera e l’Italia e, soprattutto, sui rapporti tra la collettività italiana e quella svizzera. Un fatto è certo, le convinzioni xenofobe non riuscirono mai a prendere il sopravvento e, proprio in quegli anni, vennero poste solide basi a quel lungo processo di avvicinamento e d’integrazione che troverà nei decenni successivi pieno compimento nelle seconde e terze generazioni.
Dalla metà degli anni Sessanta, quasi a volersi difendere dagli attacchi della xenofobia, ma anche nella consapevolezza di contare più che nel passato, si estese e rafforzò l’associazionismo. Operava in molte direzioni, quello della rivendicazione ma soprattutto quello della promozione, della difesa dei diritti dei lavoratori, dell’integrazione dei giovani soprattutto attraverso le istituzioni scolastiche e di formazione professionale, ecc.
Collaborazione e partecipazione
Nel 1966, quando per iniziativa di lavoratori italiani si realizzò un centro italo-svizzero di formazione professionale per stranieri denominato CISAP, fu come se si fosse lanciata una sfida molto ambiziosa nella strada dell’integrazione professionale e sociale degli adulti. Ebbe già sul nascere uno straordinario successo perché richiese e ottenne la collaborazione delle autorità sia italiane che svizzere federali e cantonali, dei sindacati e del padronato e non da ultimo dell’associazionismo. Nel 1972 lo stesso presidente della Confederazione Nello Celio, visitando la scuola, se ne compiacque, essendo rimasto impressionato di quanto i lavoratori possono fare se si organizzano.
La politica federale nei confronti dell’immigrazione stava cambiando, privilegiando la qualità e stabilità più che il numero e la crescita indiscriminata. Se fino al 1962 concedeva oltre 200.000 nuovi permessi annuali di lavoro, negli anni successivi andranno diminuendo in misura sempre più consistente. Per evitare una dipendenza dell’economia svizzera dalla manodopera straniera il Consiglio federale cominciò a introduce misure di limitazione degli stranieri e l’industria fu indotta a fare sforzi di razionalizzazione.
La riduzione interessò anche gli immigrati italiani, ma solo marginalmente. Gli italiani, ormai, avevano meno bisogno di prima di cercare lavoro all’estero. In Italia era in atto il boom economico e la disoccupazione era al suo minimo storico (1962-63). Dopo aver raggiunto il numero massimo d’ingressi nel 1962 con 143.054 persone, da allora gli arrivi dall’Italia tenderanno progressivamente a diminuire, mentre aumenteranno i rientri fino a avere nel 1970 e poi dal 1972 in poi un saldo migratorio sempre negativo. Parallelamente cresceva il livello d’integrazione, soprattutto delle seconde e terze generazioni.
La collettività italiana in Svizzera resterà comunque saldamente sempre la più numerosa e, grazie all’incremento naturale, la sua consistenza è abbastanza stabile, tant’è che ancora oggi si aggira sul mezzo milione, compresi ovviamente i doppi cittadini.
Giovanni Longu

02 settembre 2009

La tragedia di Mattmark e gli anni della svolta (prima parte)


Anche quest’anno non può passare inosservato l’anniversario di quell’enorme disgrazia che il 30 agosto 1965 colpì duramente la collettività italiana in Svizzera. In quel finale di agosto di 44 anni fa, a Mattmark, poco al di sopra dei 2000 metri nell’alta valle di Saas in Vallese, stava per essere ultimata una diga di grandi dimensioni. Era un lunedì e molti lavoratori erano appena tornati dalle ferie di Ferragosto. Erano oltre 600 persone, di cui più di 400 italiani, provenienti da molte regioni d’Italia.
Il grosso dei lavori doveva essere terminato prima dell’inverno. Per questo si lavorava freneticamente, a turni, giorno e notte. Al momento della catastrofe erano in azione decine di bagger, bulldozer, camion con altrettanti conduttori e aiutanti. Anche le officine, le baracche, la mensa erano in esercizio. Quel lunedì, in fondo alla valle di Saas, dicono le cronache, splendeva il sole, ma oltre i 2000 metri faceva freddo. Nulla lasciava presagire la tragedia.
Mi pare opportuno rievocare quel tragico evento, non solo per onorare le numerose vittime, ma anche per ricordare che in quegli anni Sessanta la collettività italiana stava attraversando un periodo cruciale. La disgrazia di Mattmark, per la sua gravità e per la sua copertura mediatica, fece dell’immigrazione in Svizzera un problema nazionale. Essa contribuì anche a far prendere coscienza agli italiani, che costituivano il gruppo straniero più consistente, dei loro problemi e delle soluzioni possibili.
La tragedia di Mattmark
Dapprima i fatti. Per cercare di capire l’accaduto, è opportuno ricordare che la diga di Mattmark non è in calcestruzzo ma del tipo «in terra», ossia costituita prevalentemente di pietrame e altri materiali sciolti, prelevati sul posto dalle morene formate nel tempo dal sovrastante ghiacciaio Allalin, uno dei più importanti della Svizzera.
Data la base (370 m) e l’altezza (120 m) della diga, il suo riempimento richiedeva una quantità enorme (circa 10 milioni e mezzo di metri cubi) di materiale. Per questa ragione il cantiere era stato allestito proprio nel cono di deiezione del ghiacciaio, tra le due morene principali, ai piedi della diga. Evidentemente il gigante Allalin era stato ritenuto «tranquillo», quasi dormiente. Invece se ne stava lì come ad osservare dall’alto quel che poche centinaia di metri più sotto stava accadendo.
I lavori procedevano secondo i piani, senza intoppi, come rivelava anche un breve filmato del Cinegiornale svizzero girato il 26 agosto 1965, quattro giorni prima della disgrazia. Decine di bulldozer, bagger, camion in movimento. Nessuno degli addetti si sentiva per così dire minacciato o intimorito dalla vicinanza al ghiacciaio. Ciò che i piani non prevedevano, come è già successo altre volte in passato e, purtroppo, succederà ancora in futuro, è quel maledetto pericolo che è sempre in agguato e talvolta, improvvisamente e inaspettatamente, sembra prendersi la rivincita sulla presunta onnipotenza dell’uomo.
Fu così che il 30 agosto 1965, alle 17.30, il ghiacciaio Allalin, come un drago inferocito, scaraventò a valle immensi blocchi di ghiaccio e detriti (forse un milione di metri cubi) travolgendo tutto e tutti quelli che incontrava nella vorticosa discesa. Il terribile boato fu udito a chilometri di distanza.
La gravità della disgrazia è data da alcune cifre. Un intero cantiere di vaste proporzioni andò interamente distrutto. Persero la vita 88 persone, di cui 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 austriaci, 2 tedeschi e un apolide. Pochi dei presenti sul cantiere si salvarono. Uno di essi, uno dei pochi ancora in grado di descrivere i fatti, il friulano Ilario Bagnariol, frastornato dal rumore del suo bulldozer, non udì neppure quel boato maledetto, ma vide dall’alto della morena su cui stava lavorando tutto il disastro sottostante. Colleghi di lavoro, baracche, macchinari, tutto era stato travolto e stritolato.
Fortunatamente la sciagura non avvenne al cambiamento dei turni. Le conseguenze sarebbero state ancora più spaventose ed il numero delle vittime almeno due volte più grande. Era infatti in questo cantiere che i subentranti prendevano le consegne da chi aveva finito il turno. Il campo base era situato a valle, a circa sei chilometri dalla diga. Qui si trovavano gli uffici della ditta appaltatrice e gli alloggi degli operai, che di lì partivano ogni giorno per i vari cantieri. Per un certo tempo, dunque, due gruppi si ritrovavano contemporaneamente nello stesso posto.
I lavori di soccorso iniziarono immediatamente e nei primi giorni proseguirono anche in condizioni estreme, giorno e notte, nella speranza di ritrovare ancora qualcuno vivo. Quando fu evidente che non potevano più esserci sopravvissuti, si cominciò a recuperare le salme. Fu un’impresa delicata e per certi versi anche rischiosa per il pericolo di nuove valanghe o di caduta di lastroni di ghiaccio. Gran parte delle vittime giacevano sotto una ventina di metri di ghiaccio e detriti. Il recupero richiese diversi mesi, anzi l’ultimo corpo venne ritrovato e identificato quasi due anni dopo, il 18 agosto 1967, pochi giorni prima dell’inaugurazione della diga. L’identificazione delle vittime fu talvolta difficile e penosa. Ne sa qualcosa il sopravvissuto Bagnariol, perché a volte si trattava di ricomporre un corpo maciullato da enormi massi di ghiaccio duri come pietre.
Cause e responsabilità
Lo sconcerto per l’accaduto provocò inevitabilmente numerose domande sulle cause e sulle eventuali responsabilità. Non si arrivò mai ad avere risposte definitive e ineccepibili nonostante le inchieste e i processi. I pareri degli esperti circa l’imprevedibilità dell’accaduto e l’ininfluenza dei lavori del cantiere (sbancamento delle morene, scoppio di mine, grandi movimenti di terra e di roccia, i forti sbalzi di temperatura di quell’estate, il rumore fragoroso dei macchinari) non riuscirono a convincere tutti. Non è infatti immaginabile che un pezzo di ghiacciaio di vaste proporzioni si stacchi improvvisamente e precipiti a valle, senza una ragione che ne spieghi la dinamica.
Sicuramente non fu, com’è stato scritto, «una catastrofe annunciata» e nemmeno una «fatalità». E sebbene i tribunali di prima e seconda istanza abbiano assolto i presunti responsabili (progettisti e responsabili del cantiere) dall’accusa di «omicidio per negligenza», resta sempre il dubbio se le precauzioni e le misure di sicurezza fossero adeguate. Tante domande restano ancora aperte. Perché il ghiacciaio non è stato monitorato costantemente? Perché è stato ignorato l’avvertimento di un anno prima della Commissione federale dei ghiacciai che considerava instabile e pericoloso il fronte dell’Allalin? Perché sono stati sottovalutati certi segnali come la caduta di piccoli blocchi di ghiaccio e l’aumento repentino di alcuni flussi d’acqua? E soprattutto, perché non è stata ritenuta la pericolosità di collocare il cantiere proprio nella traiettoria obbligata del ghiacciaio delimitata da due enormi morene, nell’eventualità di un avanzamento del ghiacciaio o di eventuali distacchi di lastroni importanti di ghiaccio? Perché, per precauzione, il cantiere non è stato sistemato al di fuori del cono di deiezione del ghiacciaio?
Sono domande alle quali nessuno potrà mai dare risposte certe e non è più tempo per fare nuovi processi, nemmeno virtuali. Ma se si esclude la «negligenza» da cui sono stati assolti tutti gli imputati nei processi di primo e secondo grado nel 1972, è forse esagerato affermare che si è trattato almeno d’imprudenza, di sottovalutazione del pericolo e magari di codardia per non aver spostato il cantiere per prudenza? Anche per questi dubbi, non solo i parenti delle vittime, i sopravvissuti e i rappresentanti del mondo del lavoro, ma una gran parte dell’opinione pubblica giudicarono quelle sentenze di assoluzione «scandalose».
Sgomento e solidarietà
In poche ore la notizia della catastrofe fece il giro del mondo. Era la disgrazia sul lavoro più grande conosciuta dalla Svizzera. Ci fu sconcerto e rabbia nella vallata del Saas. L’angoscia dominava i sopravvissuti. Lo sgomento attraversò in lungo e in largo il mondo politico, le chiese, i sindacati, la stampa, soprattutto in Svizzera e in Italia. Per diversi giorni i sentimenti si mescolarono vorticosamente, passando dal senso d’impotenza alla rabbia, dall’accusa alla solidarietà, dal desiderio di giustizia alla pietà.
Poiché le vittime più numerose erano italiane, accorsero dall’Italia in gran numero uomini politici, sindacalisti, giornalisti, preoccupati apparentemente più degli aspetti giuridici e assistenziali che del sostegno anche psicologico delle vittime. Il cronista svizzero Dario Robbiani raccolse lo sfogo del viceconsole di Briga Odoardo Masini, un uomo che si era prodigato in ogni modo per aiutare le vittime e i sopravvissuti, riguardo a certe visite: «Poi sono arrivati i deputati e i sindacalisti comunisti. Hanno detto che era colpa di questo e di quest'altro, che bisognava costruire uno sbarramento di cemento armato per isolare il ghiacciaio, e contenere la morena con muraglioni. Allora sono scoppiato: - Sì, adesso voi rimproverate agli svizzeri di non aver messo il bichini al ghiacciaio. Non hanno più parlato. Mi facciano il piacere: è perlomeno di cattivo gusto fare polemiche del genere sopra ottantotto bare».
Nell’apprendere la tragedia, L’Osservatore Romano, organo del Vaticano, aveva esortato in una nota sotto il titolo «Lutto comune»: «più urgente, più imperativo, più categorico, si rivela ora il dovere di solidarietà per i superstiti. Bisogna consolare, riconfortare e soprattutto aiutare le famiglie delle vittime. Che la società umana non si mostri avara nei confronti di coloro che offrono al progresso tecnico il sangue vivente del sacrificio della loro vita o dei loro sentimenti».
In effetti, in tutta la Svizzera, che ospitava allora circa 700.000 lavoratori stranieri, insieme allo sgomento per l’accaduto, prevalse un enorme senso di solidarietà e di sostegno. Fu come se quell’abbraccio di morte che aveva ucciso indiscriminatamente stranieri e svizzeri si fosse trasformato in un abbraccio di solidarietà universale. Il popolo svizzero, di fronte a queste avversità, sa reagire con una generosità straordinaria. Intanto la politica migratoria stava cambiando. (Fine prima parte)
Giovanni LonguBerna 02.10.2009