14 marzo 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Lucerna



Lucerna, «Luciaria» nel Medioevo, situata sulla riva nord-occidentale del Lago dei Quattro Cantoni, è una delle città più belle della Svizzera (circa 82.000 abitanti, agglomerazione 250.000). Per la sua bellezza, la sua centralità geografica e l’importanza storica nella formazione e nello sviluppo della Confederazione può essere ritenuta «il cuore della Svizzera» (Luca Rota). Girando per il centro storico insieme a migliaia di turisti di tutto il mondo non è facile scorgere tracce evidenti d’italianità. Eppure a Lucerna c’è tanta italianità perché la città si è sviluppata grazie alla sua posizione geografica sull’asse commerciale nord-sud, tra la Svizzera tedesca e l’Italia, e grazie alla posizione dominante tra i Cantoni cattolici all’epoca della Riforma e Controriforma per i suoi forti legami con la Chiesa cattolica di Roma e della Lombardia.

Un po’ di storia
Torre dell'Acqua, ponte della Cappella e riva destra del fiume Reuss
Lucerna si è formata attorno a un monastero, quello benedettino di san Leodegard, fondato intorno al 735 e dipendente a partire dalla metà del IX secolo dall’importante Abbazia di Murbach (in Alsazia). Nel 1178 è divenuta una città (nonostante avesse meno di 3000 abitanti) indipendente dalla giurisdizione dell'Abbazia di Murbach, da cui aveva ricevuto diversi privilegi quali la tenuta di un mercato settimanale e il diritto di cingersi di mura. Lucerna ne approfittò subito ed è a quell’epoca che risale la prima cinta muraria, la Wasserturm o torre dell’acqua ancora esistente e la prima chiesa dei Francescani (Franziskanerkirche), la chiesa di san Pietro (Peterskapelle), ecc. Lucerna cercava anche di ingrandirsi e di estendere la propria influenza sui territori vicini.

Formalmente Lucerna rimaneva sotto la giurisdizione degli Asburgo d’Austria, ma cresceva il desiderio di liberarsene, sull’esempio dei tre Cantoni forestali (Waldstätten) Uri, Svitto e Untervaldo, che per assicurarsi il controllo dei passi alpini sconfissero gli Asburgo nella battaglia di Morgarten (1315). Dopo quel successo, nel 1332 Lucerna si era alleata con gli stessi Cantoni (precedendo in questa «alleanza perpetua» Zurigo, Glarona, Zugo e Berna) e si preparava allo scontro finale con gli Asburgo. Nella famosa battaglia di Sempach (1386), gli alleati ebbero la meglio e da quel momento per Lucerna, come «città libera», iniziò un lungo periodo di crescita, sebbene rallentato talvolta da calamità naturali e da lotte interne ed esterne.

Al centro dei grandi traffici nord-sud
Il grande sviluppo di Lucerna si ebbe tuttavia nei secoli successivi man mano che la «via delle genti» attraverso il Passo del San Gottardo (divenuto percorribile dalla prima metà del XIII secolo) convogliava un traffico crescente fra la pianura dell'alto Reno e la pianura lombarda. Era il periodo della nascita delle Signorie italiane e dell’avvio di importanti relazioni commerciali tra nord e sud. Attraverso il Gottardo transitavano non solo persone (soldati, commercianti, pellegrini, letterati, artisti), ma anche molte merci.
Lucerna si venne a trovare al centro di questi traffici e ne approfittò imponendo dazi su tutte le merci di passaggio: quelle provenienti dal nord che dovevano essere trasbordate sulle barche per proseguire attraverso il Lago del Quattro Cantoni e quelle in arrivo per sbarcarle e farle proseguire via terra.
Grazie alle cospicue entrate, Lucerna ha potuto estendere il centro abitato, rafforzare le difese (con una seconda cinta muraria e torri di avvistamento), costruire ponti sul fiume Reuss per collegare le due parti della città, dotarsi di fondaci, locande, un ospedale, chiese e cappelle. Contemporaneamente si sviluppavano l’artigianato e il commercio, grazie al dinamismo delle corporazioni, che poi investivano parte delle loro ricchezze nella costruzione di splendidi palazzi, ma chiedevano anche di partecipare maggiormente al governo della città. Si intensificavano anche le relazioni di Lucerna con i Cantoni vicini, col resto della Svizzera e con l’Italia.

I rapporti con l’Italia
Ne approfittarono numerosi commercianti «italiani» (lombardi, veneziani, piemontesi…) e alcuni finirono per stabilirsi a Lucerna. Agli inizi del ‘700 erano già diverse le famiglie italiane residenti stabilmente. Una delle più importanti era quella dei Falcini, provenienti dalla Val d’Ossola. Nel 1763 ottennero la cittadinanza lucernese e nel 1798 aprirono la prima banca privata svizzera: Falcini Junger & Co.
I rapporti con l’Italia non erano però solo commerciali. Nel XV e XVI secolo mercenari lucernesi erano presenti in diverse parti d’Italia, nella Repubblica di Venezia, nel ducato di Milano, nello Stato pontificio, nella Savoia, ecc. Quando tornavano in patria non portavano solo denaro, ma anche conoscenze, impressioni, gusti, un po’ d’italianità.
Dal 1505, quando il papa Giulio II istituì la Guardia svizzera pontificia, il comando è quasi sempre affidato a un lucernese. Nonostante le voci contrarie al mercenariato alzatesi dopo la battaglia di Marignano (1515), in cui persero la vita moltissimi svizzeri, per molti lucernesi non c’erano alternative. Nemmeno il Sacco di Roma (1527) perpetrato dai Lanzichenecchi al soldo dell'imperatore Carlo V d’Asburgo, in cui morirono 147 dei suoi 189 uomini della Guardia svizzera, poté fermarli.

San Carlo Borromeo
Lucerna tra Riforma e Controriforma
Quando scoppiò la Riforma, Lucerna rimase cattolica romana non solo per fedeltà alla Chiesa ma anche perché i suoi interessi principali erano più garantiti dalla Chiesa che dai Cantoni riformatori, ritenuti piuttosto come concorrenti e rivali, talvolta persino nemici.
Fu Lucerna a coalizzare i Cantoni cattolici contro la minaccia rappresentata da Ulrich Zwingli (Zurigo) e assicurarsi la vittoria di Kappel nel 1531, che garantì per quasi due secoli in Svizzera la pace religiosa e qualche privilegio ai cattolici. Nel periodo della Controriforma fu ancora Lucerna a collocarsi al centro dell’intero mondo cattolico svizzero, tanto è vero che nel 1586 fu scelta dal papa come sede del nunzio apostolico (ambasciatore dello Stato pontificio).
Al periodo della Controriforma risale l’insediamento dei Gesuiti (e contemporaneamente anche dei Cappuccini) a Lucerna. Esso fu richiesto dalle autorità cittadine dietro suggerimento del vescovo di Milano Carlo Borromeo  e favorito dal lucernese forse più importante dell’epoca, Ludwig Pfyffer, soprannominato per il suo prestigio politico «re degli svizzeri». Poiché l’università di Basilea, dopo la Riforma, non costituiva più il principale centro formativo dei cattolici, i Gesuiti vennero incaricati di creare un collegio di formazione superiore, sebbene non di rango universitario.
Il predominio di Lucerna terminò con le sconfitte dei Cantoni cattolici durante le due guerre di Villmerg (1712) contro i Cantoni protestanti (Zurigo, Berna e Basilea). Il tentativo di riscossa dell’alleanza speciale dei Cantoni cattolici (Sonderbund) del 1847 fallì sul nascere e la Svizzera si salvò da una pericolosissima guerra civile, ma dovette introdurre il principio della parità confessionale tra protestanti e cattolici. 

Lucerna monumentale
La Lucerna di oggi, sotto il profilo monumentale e turistico, è soprattutto quella del XVI e XVII secolo, anche se alcune costruzioni simbolo risalgono, come si è visto, a epoche precedenti, come la Peterskapelle (XII secolo), la Wasserturm (inizi del 1300), la Kapellbrücke (1333), la Spreuerbrücke o Mühlenbrücke (del 1408), e altre.
Lucerna: Chiesa dei Gesuiti, in stile barocco.
Al XVI e XVII secolo, quando Lucerna era una delle città più importanti e più belle della Confederazione, appartengono invece, numerosi edifici pubblici e privati di notevole interesse storico e artistico. Meritano un cenno alcune piazze (Weinmarkt, Hirschenplatz, Kornmarkt, ecc.), vecchi palazzi con le facciate decorate (Zunfthaus zu Pfistern, zur Metzgern, Weinmarktapotheke, ecc.), alcune fontane (Fritschi, Weinmarkt, ecc.), torri di guardia (Nölliturm, Männliturm, Dächliturm, ecc.), il vecchio Municipio (Rathaus) e il Palazzo Ritter, in stile rinascimentale italiano, alcune chiese (la cattedrale Hofkirche, la Jesuitenkirche, la prima chiesa in Svizzera costruita in stile barocco), ecc.
Naturalmente Lucerna vanta anche altre costruzioni di notevole interesse turistico e culturale, quali, giusto per fare qualche esempio, il Museo svizzero dei trasporti, il Museo Picasso, il Panorama Bourbaki, il monumento del Leone morente (Löwendenkmal), il grande Centro di Cultura e Congressi di Lucerna (KKL), dove, nella famosa sala concerti, si è esibito per anni il grande maestro Claudio Abbado.

Quanta italianità!
Come affermato all’inizio, non è facile scorgere singole tracce fisiche d’italianità a Lucerna. Eppure essa è presente nella sua storia, in alcuni monumenti d’ispirazione rinascimentale, nella sua cultura, nella sua musica, senza dimenticare il contributo dato allo sviluppo della città da decine di migliaia d’immigrati italiani. La presenza degli italiani è in calo da alcuni decenni (prima c’era anche un Consolato italiano), ma la lingua italiana è ancora molto diffusa, tenuta viva da numerose iniziative di alcune istituzioni, in particolare il Centro Papa Giovanni XXIII, la Casa d’Italia (attualmente in attesa di una sede definitiva), la Società Dante Alighieri e l’UNITRE, ma anche dalle associazioni, dai ristoranti e dai negozi italiani.
Giovanni Longu
Berna, 14.03.2018

07 marzo 2018

La donna nella Chiesa e le aperture di papa Francesco



La Festa della Donna (8 marzo) è come la classica giacchetta che viene tirata da ogni parte per i più svariati interessi. Ci sono i fiorai che desiderano incrementare le vendite invernali, i ristoranti per accrescere la loro cifra d’affari, gli uomini per alleggerire con un bel mazzo di fiori o una cena al ristorante i loro sensi di colpa, le stesse donne che intendono godersi almeno per un giorno le luci della ribalta, i poeti per esaltare il femminismo, i sociologhi per mettere a fuoco i ritardi nel lungo processo di avvicinamento all’uguaglianza uomo-donna, gli statistici per misurarne la distanza ancora esistente, la stampa religiosa per sfoggiare l’esaltazione della figura della donna in alcuni testi biblici, tutti per gridare basta alla violenza sulle donne e viva le donne! In realtà, qual è la situazione nella società civile e nella Chiesa?

Rapporto uomo-donna nella Chiesa
Con soddisfazione nel mondo si registra da ogni parte che la distanza tra uomo e donna nella famiglia e nella società, soprattutto nel mondo del lavoro, si sta riducendo, sebbene appaia ancora lontana la parità, come risulta anche dal linguaggio. Anche quando riguarda una donna si continua a dire «il presidente», «il ministro», «il sindaco», «il prefetto», «il capo», «il capitano», «il giudice», ecc. E’ impossibile prevedere quando questo gap linguistico sarà definitivamente superato, ma non c’è dubbio che anche in questo campo si stanno facendo progressi (evidenti per esempio nella lingua tedesca).
E nella Chiesa cattolica, come si presenta il rapporto uomo-donna nell’ambito delle strutture e dei vertici organizzativi? E soprattutto, è prevedibile un’evoluzione almeno analoga a quella che si osserva nella società civile? Non è facile rispondere a queste domande, ma qualche considerazione, il giorno della Festa della Donna, mi pare lecita. 

Il punto di partenza
Anzitutto credo che il punto di partenza debba essere la costatazione dell’infima rappresentanza femminile nella gerarchia ecclesiastica, nei processi decisionali a tutti i livelli, dalla parrocchia alla diocesi fino alla Curia romana, ma anche nell’amministrazione dei sacramenti. La donna non solo non ha ruoli importanti, ma sembra non averne affatto. La metà del Popolo di Dio non è adeguatamente rappresentata.
Le donne sono ancora in fondo alla scala dell’ordinamento ecclesiastico. Fino a un secolo fa esse non potevano prestare alcun servizio all’altare. Molto lentamente sono salite al primo gradino come Lettrici e ancor più lentamente sono state ammesse alla distribuzione della comunione. Per secoli è stata negata questa possibilità che pure era stata loro concessa, in alcuni casi, già nel VI secolo. Un concilio della stessa epoca aveva tuttavia proibito di ordinare diaconesse. .
Alle donne è ancora precluso il diaconato e proibito predicare la Parola di Dio dall’altare
In alcuni casi il ruolo delle donne nella Chiesa preoccupa persino il papa: «il ruolo del servizio a cui ogni cristiano è chiamato scivola, nel caso delle donne, a volte, nei ruoli più di schiavitù che di vero servizio» (papa Francesco, 2018). In altri casi, invece, (per esempio in Svizzera), la situazione appare leggermente migliore. La Chiesa, appoggiandosi alle aperture suggerite dal Concilio Vaticano II, ha promosso da diversi decenni la formazione teologica di uomini e donne coinvolgendo maggiormente gli uni e le altre nel servizio della pastorale.
I progressi della Chiesa in questo campo sono comunque inspiegabilmente lenti e occorrono talvolta non anni ma secoli per notarli. Osservando la storia «umana» della Chiesa anche solo degli ultimi cento anni è facile notare quanta poca strada ha fatto il principio consolidato in (quasi) tutte le società civili dell’uguaglianza tra uomo e donna sul piano delle decisioni e delle responsabilità.

Da Pio XI a Pio XII
Sono affermazioni importanti quelle fatte da Pio XI e da Pio XII, ma oggi non bastano. Pio XI (1922-1939), nell’enciclica Casti connubii (matrimonio casto) del 31.12.1930, sosteneva l’uguaglianza di diritti e di dignità tra marito e moglie (pur restando il marito il capo della famiglia!). Pio XII (1939-1958) non aveva dubbi: uomo e donna sono assolutamente uguali, pur nella diversità, per cui le donne devono partecipare allo stesso titolo degli uomini alla trasformazione della società. Oggi però non basta più riconoscere la grande dignità della donna nell’ambito familiare, nella società civile e nell’apostolato sociale. Si vorrebbe l’applicazione di questi principi anche all’interno della Chiesa.

Il Concilio Vaticano II e le donne
Le donne aspirano, legittimamente, ad assumere maggiori compiti e responsabilità anche nella Chiesa, che sembra far fatica pure ad ascoltarle.
E’ sintomatico che nemmeno il Concilio Vaticano II (1962-1965), quello che ha manifestato sinora la maggiore apertura nei confronti del mondo civile e delle donne, abbia sentito il bisogno di associarle alle riflessioni e alle decisioni conciliari. Alle varie sessioni hanno partecipato non meno di 2300 maschi tra cardinali, vescovi e teologi, e appena 23 donne, di cui 10 suore e solo come uditrici, ossia senza diritto di parola.
Proprio durante il Concilio si levarono alcune voci di padri conciliari per chiedere che almeno si discutesse dell’ammissione delle donne al Lettorato, al Diaconato e persino al Sacerdozio. Non furono accolte se non in minima parte. Infatti da allora le donne, durante la celebrazione eucaristica, possono leggere, ma non annunciare il Vangelo e predicare, e possono distribuire la comunione, ma senza affiancare il celebrante come diacone.
Spesso questa esclusione è giustificata come «volontà di Cristo», argomentando che diversamente egli stesso avrebbe provveduto a chiamare attorno a sé anche donne come apostole. Pur col rispetto che si deve a eminenti teologi, mi pare un’argomentazione piuttosto debole per escludere le donne dal servizio divino sull’altare. Tanto è vero che negli anni ’70 l’insistenza delle richieste di discutere il tema in ambienti appropriati (specialmente nei sinodi pastorali) spinse alcuni vescovi a riconoscere la legittimità della questione perché, secondo loro, non esisterebbero ragioni teologiche contrarie, ma solo ragioni culturali superate.

Da Paolo VI a Benedetto XVI
Paolo VI (1963-1978) arrivò a dichiarare «Dottore della Chiesa» (si noti il «dottore») due donne, santa Teresa d’Avila e santa Caterina da Siena, ma non andò oltre nell’apertura alle richieste delle donne di poter accedere al diaconato e al sacerdozio, senza che questo, secondo lui, costituisse una minore dignità della donna rispetto all’uomo.
Giovanni Paolo II è stato ancor più esplicito, affermando nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (ordinazione sacerdotale) del 1994 che «l’ordinazione sacerdotale, mediante la quale si trasmette l’ufficio che Cristo ha affidato ai suoi apostoli di insegnare, santificare e governare i fedeli, è stata nella Chiesa cattolica fin dall’inizio sempre esclusivamente riservata agli uomini». Giovanni Paolo II non ha tuttavia emesso un verdetto definitivo al riguardo, anzi ha affermato che «la diversità dei ministeri nella Chiesa è un’esigenze vitale del corpo mistico, che ha bisogno di tutte le sue membra per svilupparsi e richiede il contributo di tutti, secondo le attitudini proprie di ciascuno».
Benedetto XVI, pur ritenendo che «la nostra fede e la costituzione del Collegio degli Apostoli ci impegnino e non ci permettano di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne», ha rivendicato maggiore spazio alle donne nella Chiesa e ha voluto chiarire (una volta per tutte?) che «non bisogna pensare che nella Chiesa l’unica possibilità di avere un qualche ruolo di rilievo sia di essere sacerdote». Evidentemente aveva qualcosa di preciso in mente, ma non ha avuto l’opportunità di manifestarla e, soprattutto, la forza di realizzarla.

Aperture di papa Francesco
Ora si ripongono molte speranze in papa Francesco, che fin dagli inizi del suo pontificato ha invitato nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti». Due anni fa ha istituito un’apposita commissione sul diaconato delle donne, ma i risultati non sono ancora noti.
con forza la Chiesa a valorizzare maggiormente la donna non solo nella società ma anche nella comunità ecclesiale e «
Finora però anch’egli si è mosso nel solco della tradizione e non è dato sapere, almeno a chi scrive, se anche in lui manca la forza di rompere una tradizione o se questa forza non trova sufficiente sostegno nella «burocrazia» vaticana per esprimersi, oppure se la questione è ritenuta dal papa stesso così importante da richiedere il più ampio consenso possibile dei massimi rappresentanti del Popolo di Dio, i vescovi, attraverso un Concilio.

E le donne cosa fanno?
Credo che possano fare molto. Anzitutto sfruttando al massimo gli spazi che si sono aperti nelle comunità parrocchiali, nella stampa cattolica, nei media in generale, nella pastorale, esprimendo per quanto possibile tutti i loro carismi a sostegno del ministero sacerdotale e del vescovo. Potrebbero anche creare correnti di pensiero, con ricerche e approfondimenti anche teologici, per smuovere l’opinione pubblica ecclesiale in modo che ai vertici della gerarchia ecclesiastica giungano con voce unanime, sincera e ferma le loro richieste in qualità di membra della Chiesa animate dallo Spirito.
L’unica cosa che le donne non dovrebbero fare è rassegnarsi, stare ad aspettare o peggio ancora rinunciare a sperare.
Giovanni Longu
Berna, 07.03.2018

21 febbraio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Berna (2a parte)



Nel 1848, quando fu scelta come capitale federale, Berna non era ancora ben collegata col resto del Paese e sufficientemente funzionale per soddisfare le nuove esigenze istituzionali. Per colmare questi due svantaggi la manodopera indigena non era sufficiente e anche Berna, come tutte le altre grandi città svizzere, dovette ricorrere all’ausilio di manodopera estera. Gli italiani, dei quali si conosceva la bravura, insieme a molti ticinesi, vennero chiamati per dare man forte ai bernesi. Gli italiani accorsero volentieri, svolsero con coscienza e competenza i loro compiti, ma la loro vita da emigrati fu spesso difficile e incompresa. Oggi si è pronti a riconoscere il loro insostituibile contributo.

Gli italiani e il lavoro
Le tracce d'italianità a Berna sono innumerevoli. Qui in Centro
museale Paul Klee dell'architetto genovese Renzo Piano (2005)
Berna fu dapprima collegata col resto del Paese e nell’arco di mezzo secolo si dotò di sedi appropriate per gli organismi federali centrali, ma anche di un’edilizia residenziale corrispondente al suo rango e al rapido sviluppo della sua popolazione (da 29.670 abitanti nel 1850 a 90.937 nel 1910). Nel solo decennio 1889-1899 venne edificato il 34% di tutti gli edifici costruiti nel XIX secolo. Alcuni quartieri furono resi particolarmente accoglienti.
In tutti i grandi cantieri c’erano italiani, per lo più stagionali provenienti dal Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto). Le loro prestazioni erano molto apprezzate, anche se non da tutti. Infatti, mentre gli imprenditori avevano una certa predilezione per l’arte muraria degli italiani che lavoravano bene e velocemente (grazie anche all’impiego del mattone, già in uso in Italia), un gruppo di manovali bernesi disoccupati il 19.6.1893 organizzò una rivolta. Insieme ad una folla di sostenitori, si diresse come una furia verso alcuni cantieri nel quartiere nuovo di Kirchenfeld, demolì ponteggi e aggredì gli operai italiani che non erano riusciti a mettersi in salvo. (Su questa rivolta, nota come «Käfigturmkrawall», cfr. http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2012/05/quanta-italianita-ce-berna-3a-parte.html).

Stabilizzazione grazie al lavoro in fabbrica
Berna comunque continuò a svilupparsi con nuove infrastrutture (ferrovie, tram, ponti), nuovi quartieri (Kirchenfeld, Felsenau, Neufeld, Muesmatt, Lorraine, Wyler), nuovi edifici industriali, commerciali e residenziali. Nascevano anche sempre nuove industrie che assorbivano molta manodopera straniera anche italiana, non più stagionale ma stabile. Tra le ditte più longeve, in cui hanno lavorato migliaia di italiani, si possono ricordare la Spinnerei (filanda) di Felsenau (1864), la Wander (1865), la fabbrica di conserve Véron (1889) in Weyermannshaus, la Gfeller (1896), la Tobler (1899), la Von Roll (1900), la Zent (1900), la Wifag (1900), l’Hasler (1900), e numerose altre. C’era persino una fabbrica di automobili, la Berna (1900).
Anche la collettività italiana era in continua crescita (nel 1910 contava già circa 2000 persone), interrotta con lo scoppio della prima guerra mondiale, ma ripresa alla grande dopo la seconda. Poiché c’erano anche molte giovani donne sole, nell’immediato dopoguerra, alcune grandi aziende costruirono o adattarono strutture (convitti) accoglienti dove potessero alloggiare e trascorrere il tempo libero. Di una di esse, appartenente alla ditta Véron, si parla nel libro di ricordi di Luisa Moraschinelli, L’albero che piange (1994).

Associazioni e diffusione dell’italiano
Nel 1970 c’erano nell’agglomerazione di Berna oltre 16.000 italiani, concentrati in alcuni quartieri, ma senza costituire mai dei ghetti. La loro organizzazione era ben strutturata in associazioni di ogni genere, scuole italiane, squadre di calcio, negozi, ristoranti, ecc.
Casa d'Italia di Berna
Due istituzioni, la Missione cattolica e la Casa d’Italia, erano i principali punti di riferimento. Alla prima si ricorreva non solo per l’assistenza spirituale, ma spesso anche per quella materiale, come cercare lavoro, preparare pratiche, compilare domande e formulari e persino scrivere lettere ai familiari in Italia. La MCI assicurava inoltre la scuola dell’infanzia ed elementare ai bambini dei genitori che pensavano a un prossimo rientro in Italia. Disponeva inoltre di un ristorante frequentato anche dagli svizzeri. La Casa d’Italia era invece la sede principale della collettività italiana per incontri, convegni, dibattiti, assemblee, feste, e naturalmente per consumare pasti caldi e abbondanti. Alla Casa d’Italia gli italiani di Berna incontrarono nel 1981 il presidente della Repubblica Sandro Pertini.
In quegli anni, racconta Moraschinelli, «la lingua italiana risuonava quasi al pari del tedesco: per le strade, sugli autobus, ovunque oltre che all’interno delle fabbriche e dei caseggiati». Effettivamente, grazie agli immigrati dei primi decenni del dopoguerra, la lingua italiana riuscì a superare nel 1970 la massa critica del 10 per cento, che purtroppo non si è riusciti a conservare. L’italiano è comunque ancora oggi diffuso in molti ambienti di lavoro, nelle informazioni commerciali, nelle scuole, nei media e nelle comunicazioni informali, magari frammisto al dialetto bernese, tra le seconde e terze generazioni di italiani. 

Passaggio del testimone
A Berna gli italiani della prima generazione hanno lasciato tracce ovunque. Alcune sono evidenti - ad esempio nella città vecchia, nel quartieri di Kirchenfeld, nella Länggasse, a Bümpliz e in alcuni edifici ancora esistenti - spesso si possono solo immaginare, soprattutto quando l’ambiente è stato notevolmente modificato.
Sede della Missione cattolica italiana di Berna
L’eredità principale degli immigrati italiani dei primi decenni del dopoguerra non va tuttavia cercata in tracce materiali più o meno evidenti, perché è soprattutto costituita da valori immateriali non deperibili legati alla lingua e alla cultura italiane, ma anche al carattere delle persone.
Venendo in Svizzera, in quelle valige gonfie tenute strette da cinghie robuste, quegli italiani non portavano solo oggetti di vestiario, generi alimentari e qualche fotografia, come vorrebbe una facile iconografia del povero emigrante. Quelle valige contenevano sempre anche un ricco corredo di
speranze, ambizioni, desiderio di riuscita, coraggio, amore per la propria famiglia, amore per la vita, gioia di vivere, ottimismo.
Non era poco, tanto è vero che questi ingredienti hanno consentito a milioni di immigrati italiani di sopravvivere in un ambiente difficile e talvolta persino ostile, di realizzare almeno in parte i loro sogni, di tirare su famiglie in condizioni spesso dure, di rientrare a testa alta al loro paese d’origine o di restare vicino ai figli per quel senso della famiglia che vuole la vicinanza e la solidarietà intergenerazionale. Quegli ingredienti hanno agito come il lievito nella farina e, oggi lo riconoscono un po’ tutti, hanno contagiato l’intera società svizzera.
Questo corredo-lievito è passato ora come un testimone nella disponibilità delle seconde e terze generazioni di italiani, italo-svizzeri e svizzeri con un’origine migratoria. Spetta a loro tenerlo il più a lungo possibile. Non può e, forse, non deve andare perso. E’ importante che ci riescano.
Giovanni Longu
Berna, 21.02.2018

14 febbraio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Berna (1a parte)



Berna conta poco più di 142.000 abitanti (oltre 440.000 nell’agglomerazione). E’ una città ricca di storia e di cultura; la sua parte «vecchia» è un gioiello urbanistico iscritto fin dal 1983 nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Prima di diventare nel 1848 capitale della Confederazione Svizzera, era già una città ricca e famosa, a capo del Cantone più popoloso, che fino a mezzo secolo prima era stato una delle maggiori potenze territoriali europee. In tutta la sua storia, la sua cultura, l’architettura dei suoi palazzi, i quartieri non è difficile trovare tracce importanti d’italianità.

I Bernesi alla scoperta dell’Italia
Berna, Centro storico, patrimonio mondiale dell'Unesco
Quando venne scelta dai confederati come capitale della nuova Confederazione (1848), Berna contava meno di 30 mila abitanti, ma era tra le città più importanti della Svizzera con una storia e un prestigio di tutto rispetto. Dalla sua fondazione (1191), per secoli si era sviluppata come città-Stato fino a diventare già nel XV e XVI secolo ricca e potente.
Durante tutta la sua storia l’influsso italiano è stato notevole e costante. Era cominciato ben prima dell’arrivo in massa degli immigrati italiani di fine Ottocento e inizio Novecento. E’ significativo che fino alla proclamazione di Berna capitale della moderna Confederazione c’erano molti più bernesi in Italia (737) che italiani in tutto il Cantone di Berna (214).
L’interesse dei bernesi per l’Italia era cominciato molto presto. Meno di un secolo dopo la fondazione della città si sa che alcuni studenti bernesi frequentavano l’università di Bologna. Da allora saranno sempre più numerosi gli studenti e gli studiosi, ma anche i ricchi bernesi che compiranno viaggi di studio e di piacere in Italia, senza dimenticare i viaggi a Roma degli ecclesiastici provenienti dai numerosi conventi di Berna e della regione, allora governati spesso da appartenenti alla ricca nobiltà.

Viaggi di studio e missioni diplomatiche
Per accedere alle più importanti cariche pubbliche, ma anche per esercitare alcune professioni liberali, era indispensabile conoscere il diritto romano, il latino, la cultura classica. Verso la metà del XV secolo sono numerosi i bernesi che si sarebbero potuti incontrare nelle principali città italiane, da Como a Milano, Pavia, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Genova, ecc. Molti di essi erano sicuramente in missione diplomatica perché Berna era allora una potenza territoriale e doveva intrattenere rapporti con tutti gli Stati vicini, anche a sud delle Alpi.
Dalle cronache della città di Berna e dal Dizionario storico della Svizzera, si scopre, per esempio, che il cancelliere della città di Berna Thüring Fricker (1429-1519) ha studiato a Pavia e ha compiuto diverse missioni diplomatiche a Milano e a Roma. Anche il nobile e politico Adrian von Bubenberg (1434-1479), al quale Berna ha dedicato una grande statua vicino alla stazione centrale, ha partecipato a missioni diplomatiche in Savoia.
Konrad von Scharnachtal (1433-1472), un esponente del patriziato di Berna, è addirittura cresciuto alla corte dei Savoia e ha compiuto numerosi viaggi anche in Italia. Ludwig von Diesbach (1452-1527), durante il viaggio di Massimiliano I (1459-1519) a Roma per essere incoronato imperatore, a Pavia fu promosso cavaliere insieme ad altri bernesi. Un altro bernese molto colto, un umanista, che conosceva bene l’Italia era Heinrich Wölfli (1470-1532) che ha lasciato un resoconto del suo viaggio di andata e ritorno a e da Gerusalemme passando attraverso diverse città italiane (Como, Milano, Pavia, Venezia, Roma, Ferrara). Un altro influente personaggio, Johannes Armbruster (1478-1508), noto anche col nome latino Balistarius), membro del Gran Consiglio bernese, svolse importanti missioni diplomatiche in Italia per appianare divergenze con Venezia.

Reminiscenze e racconti di viaggi
Questi personaggi, e sicuramente molti altri, riuscivano a cogliere gli aspetti più significativi dell’Italia umanistico-rinascimentale e a restarne impressionati. E’ impensabile che la loro esperienza politica, culturale o artistica non ne fosse influenzata. Di fatto, in numerosi discorsi pubblici del XV secolo non è raro incontrare riferimenti a Cicerone, Cesare, Tacito, Catone e altri personaggi della latinità. Inoltre i fatti parlano chiaro. In quel periodo, e anche in seguito, il Rinascimento italiano fu fonte di inesauribile ispirazione nell’abbellimento della città, dalle fontane del centro storico al Palazzo federale (al riguardo rimando a precedenti articoli intitolati «Quanta italianità c’è a Berna» e consultabili nel blog: http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/).
Berna, centro storico: Kramgasse
L’immagine dell’Italia non era tuttavia affidata solo ai ricordi di viaggio, di studio o di inviati diplomatici. Moltissimi svizzeri e molti bernesi si trovarono infatti in Italia per ragioni militari, come soldati mercenari e dal 1506 anche come «guardie pontificie». Del resto i papi e cardinali del tempo dovevano conoscere bene Berna se, nel 1463, ben sette cardinali romani concessero indulgenze ai fedeli che avessero visitato la cattedrale di Berna, dedicata a San Vincenzo di Saragozza, il giorno della festa del santo e avessero lasciato doni in denaro.
Non solo la Stato pontificio, ma tutti gli Stati italiani di allora ambivano a poter disporre di truppe svizzere, anche se non tutti potevano permettersele. Tra l’altro, gli svizzeri vi andavano volentieri non solo per il soldo, la paga che ricevevano, ma anche perché là si mangiava bene e si beveva vino. In generale, l’Italia appariva come un Paese delle meraviglie e, probabilmente, in seguito alle descrizioni che ne venivano fatte al loro rientro in patria, persino ai contadini bernesi appariva come un paese da sogno.

Continuità di rapporti anche durante la Riforma
Dopo la sconfitta di Marignano (1515), per qualche critico l’Italia divenne una specie di Paese maledetto, il Paese del disastro, perché nell’immaginario collettivo quella sconfitta ha rappresentato per molto tempo il crollo del mito dell’imbattibilità degli svizzeri dai tempi di Giulio Cesare.
Tuttavia, anche dopo la Riforma (introdotta a Berna nel 1528) i rapporti con l’Italia, sebbene meno frequenti restarono continui e importanti. Per esempio Albrecht von Haller (1708-1777), grande studioso bernese, intratteneva una intensa corrispondenza con studiosi italiani. Nel 1765 il celebre giurista milanese Cesare Beccaria (1738-1794), autore del trattato «Dei delitti e delle pene» ricevette il Premio della «Société des Citoyens» di Berna. Il patrizio bernese Karl Viktor von Bonstetten (1745-1832) scoprì l’italianità dapprima attraverso alcuni viaggi nei «territori italiani» a sud delle Alpi e poi direttamente durante un lungo viaggio attraverso l’Italia (1773-74) e a Roma e dintorni (1802-03). I suoi racconti di viaggio erano molto apprezzati.
Il periodo della Riforma è anche quello in cui arrivarono in Svizzera molti perseguitati italiani per motivi religiosi. Per lo più trovavano rifugio a Ginevra, Basilea o Zurigo, ma qualcuno arrivò anche a Berna. Per esempio, Fortunato Bartolomeo de Felice (1723-1789) che, convertitosi alla Riforma, divenne uno dei principali illuministi bernesi insieme a Vincenz Bernhard von Tscharner (1728-1778).
Ci fu anche qualche cittadino bernese che fece il percorso inverso, come Niklaus Albert von Diesbach (1732-1798), già membro del Consiglio di Berna e maggiore nel reggimento svizzero a Torino, protestante, si convertì al cattolicesimo e divenne precettore del futuro re di Sardegna Vittorio Amedeo III (1726-1796) e in seguito gesuita e missionario fra l’altro in Svizzera.

I primi immigrati italiani
Scena della "Danza macabra" di Niklaus Manuel.
Non è dato sapere quando sono giunti a Berna i primi immigrati per motivi di lavoro, ma è probabile che fin dal Medioevo qualche commerciante piemontese o lombardo si sia spinto fino a Berna. Ci furono tuttavia almeno due immigrati che meritano di essere qui ricordati. Uno era Bartolomeo May (1446-1531), capostipite di una ricca famiglia patrizia bernese, proveniente dalla regione di Como. Verso la fine del XIV secolo ottenne la cittadinanza, venne ammesso nella corporazione dei pellicciai, entrò nel Gran Consiglio e avviò insieme ai figli importanti attività commerciali. L’altro era Niklaus Manuel (1484-1530), di origine piemontese. Suo nonno, commerciante di tessuti e di spezie, era giunto a Berna da Chieri, vicino a Torino, verso il 1460. Suo figlio, padre di Niklaus, aveva sposato la figlia di quel Thüring Fricker, influente cancelliere della città di cui si è fatto cenno prima.
Niklaus Manuel, dopo essere stato per qualche tempo mercenario, politico e diplomatico, divenne famoso soprattutto come pittore, ma anche come critico del servizio mercenario e della decadenza morale della Chiesa e della società. E’ considerato per questo da alcuni studiosi una delle personalità più incisive della Svizzera alla soglia dell’era moderna. La sua notorietà è legata soprattutto alla monumentale «Danza macabra» che dipinse nel 1516-19 sulle mura del cimitero del convento dei domenicani di Berna e che, secondo alcuni studiosi, ha avuto un influsso forse determinante sulla Riforma.
Sicuramente i May e i Manuel non furono gli unici italiani a emigrare a Berna prima dell’Ottocento; ma sarà solo verso la fine del XIX secolo che gli italiani cominceranno ad arrivare in gran numero, addetti dapprima quasi esclusivamente all’edilizia,
successivamente anche all’industria. Nel 1850 vennero censiti nel Cantone di Berna solo 214 italiani, di cui 195 «sardi» (savoiardi). (Segue)
Giovanni Longu
Berna 14.02.2018