22 settembre 2010

Il diritto di voto comunale agli stranieri presto anche a Berna?

Mi colpisce, ogni volta che ricevo dalla cancelleria della Città di Berna il materiale informativo sulle votazioni a livello comunale, un’avvertenza contenuta nella lettera d’accompagnamento. Essa ricorda che il fatto di ricevere le informazioni «non comporta il diritto di voto, perché il diritto cantonale vieta (verbietet) alla Città di Berna di concedere il diritto di voto e di eleggibilità agli stranieri». Con questa espressione il Comune di Berna sembrerebbe quasi scusarsi di non poter chiedere anche agli stranieri il proprio contributo elettorale e basterebbe solo il sì del Cantone per invitare anche loro ad esprimere il loro voto. O forse si tratta solo di una mia benevola interpretazione e di un mio auspicio. La verità si conoscerà già a partire dal prossimo 26 settembre.

Materia controversa
Ai cittadini del Cantone di Berna, che hanno già ricevuto il materiale di voto, è stato chiesto di votare l’iniziativa popolare «zäme läbe – zäme schtimme» (vivere insieme – votare insieme), mirante ad abolire il divieto che oggi impedisce ai Comuni di estendere il diritto di voto e di eleggibilità agli stranieri. Occorre dire che in questa materia ci sono ancora, a livello svizzero, molte perplessità, soprattutto nei partiti borghesi, ma si può anche osservare che la tendenza a livello nazionale indica l’estensione di tale diritto anche agli stranieri domiciliati o residenti da un certo numero di anni. La «pecora nera» in questa tendenza è rappresentata soprattutto dall’Unione democratica di centro (UDC), che si ostina a voler riservare il diritto di voto comunque e solo ai cittadini svizzeri.
Sono persuaso che le ragioni a favore del riconoscimento anche agli stranieri del diritto di voto e di eleggibilità a livello comunale prevalgano su quelle contrarie. Per superare molte difficoltà di ordine giuridico o astratto, ad esempio sul rapporto tra diritto di voto e cittadinanza, basterebbe ragionare in termini di ragionevolezza e di opportunità partendo dalla realtà.
La realtà è che moltissimi stranieri da lungo tempo residenti stabilmente nei Comuni bernesi, dove svolgono magari professioni di grande interesse pubblico, nelle votazioni comunali contano meno dell’ultimo confederato arrivato, anzi non contano affatto. Questa disuguaglianza comporta in molti stranieri un senso di frustrazione e di discriminazione, perché appare una specie di punizione ingiustificata del fatto di non essere svizzeri, pur sentendosi (ed essendo) pienamente integrati nella realtà comunale. Per questo tutti gli stranieri del Cantone di Berna, ma anche molti svizzeri, auspicano che prima che cada l’ultimo ostacolo roccioso al tunnel più lungo del mondo sotto il San Gottardo (previsto per il 15 di ottobre) cada questo divieto che ancora li separa sul piano comunale. Ma a volte, si sa, certi pregiudizi sono più duri e resistenti del granito.

Divieto anacronistico
Guardando alla storia, forse la differenziazione tra cittadini e stranieri era pertinente quando l’immigrazione era costituita da flussi irregolari e provvisori, quando in Svizzera l’immigrazione era regolata dal principio di rotazione, per cui lo stabilimento di uno straniero sul territorio era una specie di premio alla (lunga) carriera mentre la regola stabiliva che l’immigrato per eccellenza doveva essere «stagionale» e la permanenza nella Confederazione era misurata in stagioni. Ma questi tempi sono ormai lontani, lo statuto stagionale è stato da tempo abolito e oggi anche la Svizzera ha accettato come gran parte dell’Europa continentale il regime di libera circolazione delle persone. Negare il diritto di voto agli stranieri a livello locale appare pertanto anacronistico.
Tale divieto è ancorato in una concezione degli stranieri stravecchia, risalente alle discussioni della vecchia legge sugli stranieri del 1931, anch’essa abolita, quando dominava la paura dell’«invasione degli stranieri» e dell’inforestierimento. Dal 1970, quando si è cominciato a porre seriamente il problema dell’integrazione degli stranieri residenti stabilmente in Svizzera, ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Aare! Eppure molti pregiudizi sono rimasti e rischiano di rimanere, grazie soprattutto a una propaganda miope e poco coraggiosa della destra politica bernese.
Oggi è sotto gli occhi di tutti la crescente mobilità delle persone a livello nazionale e transnazionale. La sfera dei diritti tende sempre più ad essere legata alle persone più che ai territori, tanto è vero che anche lo stesso concetto di cittadinanza legato a un’appartenenza nazionale-territoriale comincia a vacillare. Tendenzialmente mi sembra giusto che ognuno debba potersi sentire «a casa propria», nella pienezza dei diritti individuali e sociali (compresi i diritti civici) ovunque si trovi stabilmente.
Nella ostinazione a non voler concedere agli stranieri quel che sarebbe utile e opportuno concedere si potrebbe vedere persino qualcosa di perverso, una sorta di volontà subdola di voler perpetuare la discriminazione tra ospitanti e ospiti o, peggio, l’idea già evocata negli anni Sessanta da Max Frisch, di un «popolo dominatore» che fa venire un esercito di «lavoratori stranieri», «braccia», «lavoratori ospiti» (Gastarbeiter) quando servono e finché servono, «indispensabili al benessere», di cui anch’essi possono beneficiare, ma non dell’«intero benessere» e all’infinito.
Si vuole davvero che gli stranieri stiano sempre almeno un gradino sotto gli svizzeri e al loro servizio permanente effettivo? E si vuole davvero, come dagli anni Settanta si sta predicando, che gli stranieri s’integrino e si sentano integrati, pienamente riconosciuti ed equiparati, oppure è solo una finzione perché in fondo li si vorrebbe ben assimilati o altrimenti puniti se non lo sono? Ma questa sarebbe un’idea davvero perversa da rigettare, anche perché non avrebbe alcun corso legale in un mondo in cui non ci sono più popoli dominatori e l’uguaglianza dei cittadini dal tempo della Rivoluzione francese avanza sempre più velocemente.

Estendere agli stranieri il diritto di voto è ragionevole e opportuno
E’ ragionevole perché il concetto stesso di Comune, da cui comunità e comunione, vuole che al suo interno tutti i membri abbiano gli stessi diritti e doveri. In questa ottica di partecipazione comunitaria non è possibile giustificare l’esistenza di cittadini di serie A e di serie B. E’ invece ragionevole che tutti indistintamente siano chiamati a partecipare non solo al finanziamento delle varie necessità comuni ma anche alla definizione dei progetti e soprattutto alla loro approvazione.
Giustamente si chiede ai nuovi arrivati uno sforzo per apprendere del luogo in cui vivono usi e costumi e naturalmente la lingua, in modo da «integrarsi» il più presto possibile. Ma che integrazione è se al termine del percorso s’incontra il limite invalicabile del diritto di voto? So benissimo che mi si potrebbe obiettare che per abbattere l’ostacolo basterebbe naturalizzarsi, prendere la nazionalità svizzera. Ma si tratta di un’obiezione che non risponde alla domanda perché dà per scontato che ci possa essere vera integrazione solo naturalizzandosi e che per decidere se vendere o acquistare un immobile o dove far passare una linea del tram o mille altre questioni del genere… occorra essere svizzeri.
Si dovrebbe anche riflettere sul fatto che il diritto di voto a livello comunale è già stato introdotto in altri Cantoni e a quanto sembra non ha provocato alcun scombussolamento tra le forze politiche o alcun senso di privazione nell’elettorato tradizionale. Perché non dovrebbe succedere la stessa cosa anche nel Cantone di Berna? Oltretutto starà poi ai singoli Comuni decidere circa l’opportunità di concedere il diritto di voto ai loro abitanti stranieri.
Non è solo ragionevole ma anche opportuno estendere il diritto di voto e di eleggibilità agli stranieri. In un’epoca in cui i politici lamentano l’allontanamento dei cittadini dalla politica e l’elettorato è sempre meno motivato a recarsi alle urne, un ampliamento della base elettorale dovrebbe essere visto positivamente. Tanto più che molti stranieri sarebbero ben disposti e ben preparati per una partecipazione più diretta alla cosa pubblica. E’ dunque nell’interesse stesso del Comune, ossia della comunità, che anche gli stranieri possano contribuire alla definizione e alla gestione del bene comune. Privarsi di questa risorsa appare insensato.
Bisognerebbe anche rendersi conto che da troppi anni gli stranieri stabiliti in maniera definitiva in questo Paese reclamano la possibilità di votare e a furia di sentirsi dire di no si corre il rischio che finiscano per rassegnarsi, ma anche a disinteressarsi della cosa pubblica. E non sarebbe certo un contributo alla democrazia diretta, già sufficientemente in crisi.
Tocca ora al Cantone di Berna dar prova di coraggio e di apertura, come è già avvenuto in altri Cantoni, non solo in quelli all’avanguardia di Neuchâtel e Giura, ma anche in quelli di Vaud, Friburgo, Turgovia, Zugo, Appenzello Esterno, ecc. Sarebbe un tassello importante per l’estensione a tutta la Svizzera del diritto di voto degli stranieri a livello comunale.

Giovanni Longu
Berna 22 settembre 2010

15 settembre 2010

Rappresentanza «italiana» al Consiglio federale: ma quale?

Il problema della rappresentanza della «Svizzera italiana» nel Consiglio federale viene sollevato anche con toni vivaci ogniqualvolta si sta per eleggere un nuovo consigliere federale, poi viene accantonato fino alla prossima occasione. Così è stato riproposto nei mesi scorsi, visto che il 22 settembre saranno eletti i successori dei due consiglieri federali dimissionari, Leuenberger e Merz. Purtroppo, tra i candidati ufficiali, non figura nemmeno stavolta un rappresentante della «Svizzera italiana», nonostante che il ticinese Ignazio Cassis, consigliere nazionale, si fosse messo a disposizione.
Il problema rischia di acutizzarsi perché un italofono non siede più nel Governo federale dal 1999, ossia dalle dimissioni di Flavio Cotti, e si dovrà ancora attendere non si sa quanti anni prima che un’altra personalità qualificata possa tenere alta la bandiera dell’italianità ai vertici del Paese. Anche la recente bocciatura da parte della Commissione delle istituzioni del Consiglio nazionale di una iniziativa del Cantone Ticino per portare da 7 a 9 il numero dei consiglieri federali non è di buon auspicio. Non per questo, tuttavia, il problema va abbandonato, anzi occorre riesaminarlo alla luce di quanto prevede la Costituzione federale e di quanto è accaduto dal 1999 ad oggi, allo scopo di elaborare una strategia vincente.
I politici ticinesi rivendicano a gran voce un seggio per la «Svizzera italiana» richiamandosi sia all’articolo costituzionale sulla rappresentanza del Consiglio federale e sia all’esigenza della «coesione nazionale». Purtroppo l’interpretazione dell’articolo costituzionale che regola la materia non è univoca. Per taluni, il contenuto dell’articolo 175 capoverso 3 («Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate») sembra più un auspicio che un dovere. Del resto, in questa direzione sembra orientarsi la versione tedesca, che invece di «devono» utilizza l’espressione meno impegnativa «Dabei ist darauf Rücksicht zu nehmen…» (occorre aver riguardo…).

Superare gli equivoci parlando più chiaro
Bisogna anche osservare che, mentre la componente linguistica tedesca è compresa quasi per intero nella regione denominata «Svizzera tedesca» e la componente francofona nella «Svizzera francese», non altrettanto si può dire per la componente linguistica italofona che non è riferibile se non per poco più della metà alla tradizionale «Svizzera italiana», limitata geograficamente al Ticino e ad alcune vallate italofone dei Grigioni. Questa differenza è evidenziata in tutti i censimenti federali della popolazione dalla seconda metà del secolo scorso in poi. Purtroppo questa differenza non emerge sempre chiaramente, ad esempio quando si rivendica una rappresentanza nel Governo federale della «Svizzera italiana».
Credo pertanto che si debba fare chiarezza al riguardo, per evitare che si travisino anche le migliori intenzioni, com’è accaduto proprio in occasione della candidatura Cassis.
Sicuramente l’on. Cassis, quando ha dato la sua disponibilità per una candidatura al Consiglio federale, era mosso dalla sincera volontà di rappresentare l’intera «italianità» che c’è in Svizzera e non solo in Ticino, ma questa volontà non è emersa chiaramente in pubblico, complice anche una stampa un po’ confusionaria, ma forse per un difetto di precisione da parte dello stesso protagonista. Motivando la sua candidatura con l’esigenza di offrire una rappresentanza della «Svizzera italiana» («La Svizzera italiana vuole essere rappresentata in Governo», aveva dichiarato alla NZZ am Sonntag del 15.8.2010), probabilmente l’on. Cassis non si rendeva conto che il concetto di «Svizzera italiana», in questo contesto, non è univoco, e abbisogna quantomeno di precisazioni.
I politici e i media ticinesi non hanno certo contribuito a portare chiarezza. Infatti la candidatura di Cassis è stata spesso presentata come una specie di rivendicazione ticinese a un posto in Consiglio federale, una candidatura di bandiera, quasi doverosa per un Cantone importante come il Ticino. Così, giusto per citare un esempio, dopo l’esclusione del deputato ticinese dalle candidature ufficiali, il Corriere del Ticino del 4.9.2010 titolava con evidente rammarico «E il Ticino resta a guardare» e nel seguito dell’articolo di Rocco Bianchi si poteva leggere indifferentemente «… il Ticino, che sarà costretto a rimanere fermo ancora un giro e forse più», ma anche «la Svizzera italiana insomma resterà ancora una volta a guardare la stanza dei bottoni da lontano, e per molto tempo».

La «Svizzera italiana» è regionale o nazionale?
Di fatto la disponibilità di Ignazio Cassis è stata interpretata in taluni ambienti come una «candidatura regionale», una rivendicazione «ticinese» o anche della «Svizzera italiana» (ma intesa come «Ticino» o poco più), insomma una «candidatura di bandiera». Contro questo tipo di candidatura si è schierato in particolare il quotidiano zurighese «Blick», provocando fra l’altro una vivace reazione del Partito liberale radicale (PLR), il partito di Cassis.
In realtà, a prescindere dall’attacco del Blick, il problema della «rappresentanza della Svizzera italiana» resta aperto e andrebbe chiarito prima che si riproponga nelle stesse forme in altre occasioni. La risposta del PLR al Blick, affidata ad un comunicato, apporta una certa chiarezza ma non ancora in misura sufficiente. Non basta, infatti, respingere l’attacco del Blick perché «va a minare lo spirito stesso della coesione nazionale», ma bisognerebbe dare spiegazioni plausibili. Non bastano nemmeno affermazioni del tipo: «La Svizzera è una Willensnation e solo se verrà mantenuta la centralità di elementi quali il federalismo e il rispetto e la rappresentanza delle minoranze potrà continuare nella sua strada di successo». E non contribuisce a risolvere una volta per tutte l’annosa questione nemmeno la parte finale del comunicato del PLR ove si tenta di legittimare la candidatura Cassis perché «denigrare il desiderio di essere rappresentata di una delle componenti culturali della Svizzera, bollandolo come “rivendicazione regionale”, significa non aver compreso l’importanza della coesistenza delle tre culture per lo sviluppo e il successo del nostro Paese».
La risposta del PLR giungeva in ogni caso troppo tardi quando la candidatura Cassis era già compromessa. Credo anche che, oggettivamente, il partito di Merz e di Cassis non abbia fatto abbastanza per legittimare non tanto la candidatura del giovane politico ticinese, quanto per rivendicare con forza e convinzione la legittimità e la naturalezza di una valida candidatura di tutta la Svizzera «italiana», ossia di quell’«italianità» che si estende, tanto per intenderci da Chiasso a Basilea, da Ginevra a San Gallo.

Svizzera italiana e italianità della Svizzera
Qui sta probabilmente il nocciolo della questione. Il concetto di «Svizzera italiana» rischia troppo spesso di essere fatto coincidere con quello del «Ticino». Questa coincidenza va superata in ambito politico e soprattutto linguistico-culturale, rivendicando al sostantivo «italianità» e all’aggettivo «italiana» riferiti alla Svizzera un’estensione che superi tutti i confini regionali (anche se ha il suo radicamento storico e la sua massima espressione nel Ticino) e acquisti una valenza «nazionale».
Muovendosi in questa ottica, purtroppo tardivamente quando ormai i giochi erano fatti, l’on. Cassis ha cercato di precisare il senso della sua candidatura in una lettera aperta ai «cari svizzeri», pubblicata dal «Caffè» (anche se non so quanti confederati leggano il Caffè!). Alcuni passaggi meritano particolare attenzione, ad esempio quando afferma che «per molti di voi, "Ticino" è sinonimo di "Svizzera italiana"» (lasciando chiaramente intendere che per lui non lo è), oppure quando sostiene che «la presenza in Governo della cultura italiana non è una rivendicazione cantonale o regionale, come molti media confederati lo pretendono in questi giorni, paragonando p. es. la candidatura ticinese a quella basilese. No, la presenza della cultura italiana in Consiglio federale è una questione nazionale, di primaria importanza, per il bene della Svizzera assai più che per quello del Ticino».

Indispensabile creare la massa critica «italiana»
Credo che abbia fatto bene l’on. Cassis a rivendicare la dignità e l’importanza dell’«italianità» di fronte a molti svizzeri che talvolta si sentono disturbati dalla parola «italianità» e probabilmente pensano che «Roma non c’entra con Svitto, culla del nostro Paese». Mi domando, tuttavia, perché Ignazio Cassis lo stesso discorso non lo ho rivolto anche ai propri concittadini ticinesi, sebbene nella lettera formalmente non li escluda. Sono infatti convinto che siano essi i primi a dover meditare sulle sue affermazioni. Solo un’ampia condivisione di alcuni principi da parte loro potrà far sperare che a livello nazionale si trovi una massa critica tale da rivendicare per tutti coloro che si richiamano all’italianità di cui parla Cassis il sacrosanto diritto di essere rappresentati ai vertici dello Stato. A quel momento sarà anche difficile ai «cari svizzeri confederati» non riconoscere questo diritto.
Per raggiungere una tale massa critica, che dovrà mantenere la sua centralità nel Ticino, mi pare altresì necessario che essa si sviluppi anche fuori Cantone, soprattutto nei grandi centri urbani (Zurigo, Basilea, Berna, Ginevra, Lucerna, ecc.) dove la presenza italofona di ticinesi e italiani è particolarmente significativa. Sarebbe un peccato, anche a prescindere dalla rappresentanza in seno al Consiglio federale, non riuscire a coinvolgere in questo vasto progetto di valorizzazione dell’italianità della Svizzera quel che resta – ed è tanto e prezioso - della massiccia immigrazione italiana nel trentennio 1950-1980. Si tratta di una realtà straordinaria, che vive, pensa, partecipa allo sviluppo di questo Paese.

Giovanni Longu

Berna, 15.09.2010

14 settembre 2010

1970-2010 Quarant’anni di immigrazione italiana in Svizzera

(Comunicato stampa)
Conferenza a Berna sul tema: 1970-2010 Quarant’anni di immigrazione italiana in Svizzera

A quarant'anni di distanza dalla famosa iniziativa antistranieri promossa da James Schwarzenbach (respinta in votazione popolare il 7 giugno 1970) è lecito interrogarsi quali ne furono le cause e quali conseguenze ha prodotto sulla politica svizzera in materia d'immigrazione e soprattutto sulla collettività italiana, allora e anche ora la più numerosa tra le diverse nazionalità presenti in Svizzera, da oltre 120 anni Paese d'immigrazione.
La memoria, coniugata col presente, dà un senso al passato e anticipa il futuro. In questo contesto, il Gruppo promotore dell’ASIB (Assoiazione Serate Italiane a Berna) organizza alla Casa d’Italia di Berna (Bühlstrasse 57), sabato 18 settembre 2010, una conferenza sul tema: «1970-2010: com’è cambiata l’immigrazione italiana in Svizzera!».
In un arco di tempo relativamente lungo, ma anche vicino, è possibile misurare i numerosi cambiamenti che hanno interessato la collettività italiana in Svizzera. Confrontando la situazione di quarant’anni fa con quella di adesso sarà facile capire non solo quanta strada ha percorso la collettività italiana verso la piena integrazione, ma anche a che prezzo sono state pagate le conquiste di oggi, di cui beneficiano soprattutto le seconde e terze generazioni, ma anche le prime che hanno deciso di invecchiare in questa che per molti è divenuta la seconda Patria.
Il relatore dott. Giovanni Longu cercherà di rispondere, avvalendosi anche con grafici e dati statistici, soprattutto alle domande seguenti:
- Com’erano gli italiani e le italiane negli anni Sessanta e Settanta?
- Perché il 1970 è stato un anno fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera?
 - Quali fattori hanno determinato la fine di un tipo di immigrazione basato sul principio di rotazione e l’inizio di un lungo processo d’integrazione?
- Com’è cambiata la collettività italiana immigrata dagli anni Settanta ad oggi? Quali problemi dovettero affrontare?
- Quali sono le sue caratteristiche principali?

Al termine della relazione e degli interventi del pubblico seguirà un rinfresco.

08 settembre 2010

Mattmark ricorda!

Sabato 4 settembre sono salito come altre volte in passato al lago di Mattmark, attratto dalla bellezza dei luoghi, ma anche dalla storia di quella diga possente che trattiene nel lago artificiale oltre 100 milioni di metri cubi d’acqua, frutto, in parte, del lavoro italiano e segnato per sempre dalla tragedia che uccise 88 lavoratori di cui ben 56 italiani provenienti da 11 regioni d’Italia (Veneto, Calabria, Trentino, Friuli, Emilia, Abruzzo, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia, Molise). Quest’anno ci sono salito con una guida d’eccezione, Ilario Bagnariol, uno dei pochi sopravvissuti.
Mentre percorriamo la vallata che da Saas Almagell porta alla diga, Ilario mi indica a destra e a sinistra della strada dove erano situate baracche degli operai, le mense, le officine, la direzione generale dei lavori, le abitazioni dei lavoratori con famiglia, dove si trovava la strada allora, in quanto tempo la percorrevano per salire dagli alloggiamenti al cantiere sulla diga, ecc. Giunti quasi in cima all’attuale parcheggio delle automobili mi indica fin dove giungeva allora, 45 anni fa, il ghiacciaio, dov’era piazzato il cantiere, e dove lui si trovava al momento dello staccarsi micidiale del ghiacciaio. Si trattò, mi dice, di pochissimi attimi, ricorda però nitidamente che quella massa enorme di ghiaccio sembrava arrivargli addosso quando improvvisamente, a qualche decina di metri dal punto in cui si trovava col suo mezzo pesante, scontrandosi con la morena, cambiò direzione … e fu salvo.
Non riesco ad immaginare cosa può provare un sopravvissuto nel rivedere quei luoghi dove ha lavorato per alcuni anni, dove ha stretto amicizia con tanti immigrati come lui (perché quando si devono affrontare lavori difficili e pericolosi la solidarietà è un fatto spontaneo!), dove la morte gli è passata a pochi metri. So solo che Ilario, anche a distanza di 45 anni non dimentica mai i compagni di lavoro periti sotto la massa di ghiaccio, non prova più sensi di colpa per essere un sopravvissuto (per vent’anni non mise più piede da quelle parti!), si rende conto di essere una specie di miracolato e per questo non dimentica nulla ed è uno dei protagonisti delle annuali commemorazioni.

Il luogo della disgrazia
Giunti ai piedi della diga, dove numerosi «pellegrini» sono già pronti per la commemorazione religiosa, mi stacco dal gruppo per osservare dall’alto il paesaggio circostante, splendido, soprattutto in una giornata di sole come quella del 4 settembre di quest’anno. Mentre osservo l’enorme sbarramento in pietra e terra provo però un profondo senso di commozione sapendo quanta fatica, quanto sudore e quanto sangue è costato soprattutto ai lavoratori italiani che hanno contribuito a costruirlo tra il 1960 e il 1969. Poi il mio sguardo si fissa su quella che è oggi una enorme parete scoscesa di pietra e sulla quale, invece, si stendeva fino alle ore 17.30 del 30 agosto 1965 il ghiacciaio Allalin.
Resto per qualche tempo immobile, mentre i miei pensieri corrono. Sulla base di fotografie scattate prima della tragedia, di filmati d’epoca e delle testimonianze di alcuni sopravvissuti, cerco di immaginarmi la situazione di 45 anni fa. Il ghiacciaio che si estendeva alcune centinaia di metri più a valle, apparentemente tranquillo, centinaia di lavoratori che prelevavano dalle morene pietre e terra di riempimento della diga (occorrevano complessivamente circa 10 milioni e mezzo di metri cubi di materiale) e poche centinaia di metri sotto il ghiacciaio, su un pianoro, i baraccamenti del cantiere con alcuni magazzini, officine, dormitorio, mensa (gli alloggiamenti principali del personale e le grandi officine, come pure la direzione centrale erano situate a valle ad alcuni chilometri dalla diga). Tutto sembrava tranquillo, tant’è che Ilario Bagnariol avanzava come tutti i giorni col suo bulldozer verso la cresta della morena da cui si prelevava il materiale e l’ingegnere olandese Egbert Roosma stava per iniziare i controlli di routine.

Dubbi e certezze
In realtà, l’unica certezza era che centinaia di persone, per lo più immigrate, in quel momento o erano al lavoro o ancora riposavano perché avevano svolto il turno di notte e tutte, comunque, in quel cantiere cercavano di meritare un giusto salario per le esigenze della propria famiglia. Era invece incerta la tranquillità del ghiacciaio, come dimostrò fragorosamente e tragicamente alle 17.30 di quel lunedì 30 agosto 1965, forse irritato per i continui scoppi di mine o per le mutevoli condizioni del tempo o chi sa? per altre ragioni rimaste sconosciute o comunque non determinanti (anche ai giudici che dovettero pronunciarsi nei successivi processi). Era sicuramente incerta, la stabilità del ghiacciaio, anche per i responsabili del cantiere, tanto è vero che procedevano spesso a sondaggi e negli ultimi giorni prima della catastrofe un elicottero volteggiasse in continuazione lungo le propaggini del ghiacciaio.
I giudici scartarono qualsiasi responsabilità diretta dei responsabili del cantiere e non sta certo a chi scrive rifare processi o emettere sentenze. Qualche dubbio comunque resta, perché è difficile spiegare sia in termini comuni che in termini scientifici, che senza alcun segno premonitore possano sganciarsi improvvisamente e contemporaneamente da un ghiacciaio oltre un milione e mezzo di metri cubi di ghiaccio e detriti, producendo un boato udito a chilometri di distanza e distruggendo un cantiere sicuramente non sufficientemente protetto.
La tragedia, con o senza colpevoli, resta comunque per la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera una pagina triste, scritta col sangue. Fu anche una pagina importante per il futuro della collettività italiana, in quegli anni al centro di micidiali attacchi della destra xenofoba che ne chiedeva un drastico ridimensionamento. Data l’eco che la disgrazia di Mattmark ebbe su tutti i mezzi di comunicazione di massa, l’opinione pubblica svizzera si rese conto forse per la prima volta del significato non solo economico ma anche umano della popolazione immigrata. In realtà gli immigrati non portavano via lavoro e soldi agli svizzeri, non inquinavano la loro cultura, ma apportavano ricchezza, contribuivano col loro lavoro, con la loro fatica e talvolta col loro sangue al benessere della Svizzera. I movimenti xenofobi non indietreggiarono in seguito alla tragedia di Mattmark, ma sta di fatto che le loro idee non riuscirono mai a prevalere nell’opinione pubblica e nessuno mai escludere se e quanto possa aver influito sulla decisione di molti svizzeri di respingere negli anni successivi tutte le iniziative antistranieri.

La memoria di Mattmark
Sul posto, prima della cerimonia religiosa, anche altri sopravvissuti rievocano con una straordinaria nitidezza di particolari quel che videro e udirono e soprattutto lo strazio nel non vedere e non udire nemmeno un lamento di tanti amici e colleghi. Invano i superstiti andarono alla ricerca di eventuali feriti. Ne furono trovati pochissimi, la maggior parte era morta sotto diversi metri di ghiaccio e pietre.
Quest’anno, alla commemorazione delle 88 vittime, di cui 56 italiane, è intervenuta anche una folta delegazione di parenti e amici delle vittime bellunesi (ben 17), guidata dal vescovo della diocesi di Belluno-Feltre mons. Giuseppe Andrich. Presenti anche numerosi rappresentanti di associazioni, l’agente consolare Rossana Errico, il senatore G. Vaccari e l’on. F. Narducci.
Così ogni anno si perpetua il ricordo di quell’immane tragedia e si onorano, come vuole la dedica incisa sulla lapide ricordo apposta sulla roccia a loro dedicata, quei «morti sotto il ghiaccio / vivi nella memoria».

Giovanni Longu
Berna, 8.9.2010

01 settembre 2010

Via Berlusconi… e poi ?

In questa calda estate italiana anche la politica si è surriscaldata non solo per la litigiosità all’interno della maggioranza di governo e le polemiche riguardanti la terza carica dello Stato, ma anche e soprattutto per l’antiberlusconismo che approfittando della debolezza della maggioranza ha ripreso vigore. Le accuse al governo Berlusconi non si sono limitate a questo o quel provvedimento, ma hanno investito tutta la politica da esso perseguita. Ad alzare la voce sono stati soprattutto i leader dei due principali partiti d’opposizione, ossia Bersani del Partito democratico (PD) e Di Pietro dell’Italia dei Valori (IdV), che hanno gridato all’unisono «vogliamo cacciare via Berlusconi».
Il dissenso è il sale della politica e perciò guai se non ci fosse. Non solo legittima, quindi, la critica a Berlusconi e al suo governo, ma anche doverosa, perché anche in questo modo si contribuisce a correggerne eventuali errori, esitazioni, incapacità di risolvere i problemi del Paese e migliorarne le prestazioni. Con le critiche viscerali e grottesche di quest’estate, però, la critica politica è scaduta a furia distruttiva, a contestazione fine a sé stessa, a inganno mediatico, dimenticando ad esempio che grazie all’oculata politica del governo l’Italia si è comunque salvata da un disastro annunciato a causa della crisi finanziaria ed economica mondiale. Certo, i problemi da risolvere sono ancora moltissimi e non di poco conto, ma attenti a bloccare il processo riformatore in atto perché si rischia di peggiorare la situazione invece di sanarla.
Se per cambiare in meglio l’Italia bastasse far cadere il governo Berlusconi, sarei il primo a volerne la fine con un voto di sfiducia in Parlamento. Ma invocare semplicemente l’uscita di scena di Berlusconi («Vorrei un’Italia senza Berlusconi», Bersani) o chiedere una specie di sollevazione popolare alla Di Pietro per «cacciare via Berlusconi» senza contrapporgli alcun progetto politico realistico significa fare solo dell’antipolitica rabbiosa e inconsistente.
Già un’alleanza anti Berlusconi è irrealistica, perché persino all’interno del maggiore partito d’opposizione non sono pochi coloro che fanno osservare che per sfiduciare Berlusconi «sono essenziali Fini e Casini» (Enrico Letta), e non c’è dubbio che entrambi, per quanto antiberlusconiani, non entrerebbero mai in un’alleanza costruita unicamente «per mandare a casa Berlusconi». Inoltre, almeno Fini sa benissimo che è stato eletto all’interno della maggioranza di governo e l’elettorato mal sopporterebbe un tradimento del mandato ricevuto.

Non basta sognare… per governare!

Nella sinistra, colui che meglio sembra aver capito la situazione è forse Walter Veltroni, non tanto come ex leader, esautorato a suo tempo nel suo stesso partito per il fallimento del suo progetto politico, quanto come poeta visionario che spera si concluda rapidamente l’era Berlusconi e ne cominci un’altra senza di lui per avere finalmente «un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico». Veltroni dimentica che spesso l’ottimo (in teoria) che si vorrebbe è spesso nemico del bene (che si riesce a produrre).
Inoltre, la visione veltroniana della politica italiana sarebbe condivisibile se non fosse inficiata da un pregiudizio grossolano: sembrerebbe infatti che solo la sua parte politica sia detentrice di valori e progetti, mentre la parte avversa sarebbe solo dominata da «passioni tristi». Ciononostante, pur auspicando che l’attuale governo termini presto, sul metodo Veltroni si dimostra più avveduto di Bersani e Di Pietro, perché non crede in una sorta di «santa alleanza contro Berlusconi», ma rimane dell’idea che «le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica». Evidentemente anch’egli si rende conto che l’opposizione attuale non è pronta per l’alternativa perché non ha un progetto politico credibile. E in ogni caso, per essere avvalorato dovrebbe passare al vaglio degli elettori, gli unici, in democrazia, a decidere pagelle di merito e demerito.

Alcune domande

Date queste premesse, alcune domande mi sorgono spontanee. Non sarebbe preferibile, invece di sprecare enormi energie e ingiustificate perdite di tempo, lasciare che il governo legittimo in carica realizzi il suo programma, che può non piacere a Bersani, a Di Pietro, a Veltroni e compagni, ma che sembra ancora piacere alla maggioranza del popolo italiano? Il ruolo delle opposizioni è davvero quello di azzoppare e mandare a casa i governi legittimi in carica o piuttosto quello di contribuire anch’esse, con critiche e proposte, alla soluzione dei problemi del Paese? E infine, non è davvero segno di arroganza, ergersi così facilmente a giudici persino dell’intelligenza o della buona fede di chi ha votato Berlusconi?
Tra i molti detrattori di Berlusconi e del suo governo, non sono da meno alcuni deputati e senatori eletti all’estero. Recentemente l’on. Razzi, eletto proprio in Svizzera, oltre a darsi lo slogan «mai più Berlusconi e chi per esso», ha detto di vergognarsi «di quanto si dice all’estero sul conto degli italiani, del PdL e del suo capo». Forse Razzi e compagni dovrebbero chiedersi, onestamente, quanta parte di responsabilità hanno essi stessi in questa immagine negativa del governo italiano e dell’Italia, visto che non fanno altro che denigrare tutto quanto il governo fa o non fa, dimenticandosi che ogni realtà a ben vedere ha almeno due facce.

Giovanni Longu

Quarant’anni di immigrazione italiana in Svizzera

La memoria, coniugata col presente, dà un senso al passato e anticipa il futuro. In questo contesto, il Gruppo promotore dell’ASIB (Associazione Serate Italiane a Berna) organizza per sabato 18 settembre 2010 una conferenza sul tema: «1970-2010: com’è cambiata l’immigrazione italiana in Svizzera». In un arco di tempo relativamente lungo, ma anche vicino, è possibile misurare i numerosi cambiamenti che hanno interessato la collettività italiana in Svizzera. Confrontando la situazione di quarant’anni fa con quella di adesso sarà facile capire non solo quanta strada ha percorso la collettività italiana verso la piena integrazione, ma anche a che prezzo sono state pagate le conquiste di oggi, di cui beneficiano soprattutto le seconde e terze generazioni, ma anche le prime che hanno deciso di invecchiare in questa che per molti è divenuta la seconda Patria.

Le «Serate italiane a Berna» sono una scommessa dall’esito incerto. Lo scopo è quello di valorizzare il più possibile l’elemento «svizzero-italiano» presente in questo Paese e particolarmente nella regione di Berna. L’italianità è una caratteristica molto diffusa e la si ritrova non solo tra gli italofoni, ma in numerosi settori della vita, dalla moda alla cucina, dalla musica al teatro, dalla letteratura all’arte, dalla politica all’economia e più in generale, nel senso della vita, del lavoro, della famiglia, delle relazioni umane, del futuro. Gli organizzatori si augurano che le Serate italiane incontrino l’interesse del pubblico italofono bernese.

Giovanni Longu

19 agosto 2010

Aigues-Mortes come Berna e Zurigo, luoghi della memoria storica dell’emigrazione italiana

La cittadina francese della Camargue Aigues-Mortes (chiamata dagli antichi Romani «Aquae Mortuae» perché situata in un’ampia zona paludosa) è forse più nota a molti italiani come meta turistica estiva, che come borgo medievale fortificato da maestranze genovesi e da cui partirono ben due crociate e ancor meno come un luogo della memoria storica dell’emigrazione italiana in Francia.
Per chi non vuol dimenticare che gli italiani sono stati un popolo di migranti e che la vita da emigrato era continuamente a rischio, Aigues-Mortes ricorda una delle pagine più tristi della storia dell’emigrazione italiana, scritta col sangue nel mese di agosto di 117 anni fa.
Sul finire del XIX secolo dall’Italia si partiva in massa, soprattutto verso le Americhe e, nella buona stagione, verso alcuni Paesi europei, specialmente Francia e Svizzera, dove erano diffusi i lavori stagionali. In Svizzera erano soprattutto lavori di genio civile per la costruzione delle ferrovie, in Francia i lavori dell’agricoltura, dell’edilizia e altri.
Quando il lavoro era abbondante e ben retribuito c’era posto per tutti. Quando invece scarseggiava e i padroni tiravano giù le paghe il cosiddetto fronte operaio rischiava di rompersi e la solidarietà operaia predicata dai socialisti di scomparire. Ciò accadde spesso, sia in Francia che in Svizzera, dove si produssero anche episodi di estrema violenza.
In Francia, l’episodio più clamoroso accadde il 19 agosto 1893, quando nelle saline di Aigues-Mortes, la conflittualità latente tra operai italiani e francesi per questioni di produttività (lavoro a cottimo) e salari degenerò in una vera e propria aggressione fisica che lasciò sul terreno, secondo fonti ufficiali, 9 morti tutti italiani (molti di più secondo fonti giornalistiche). 
I francesi erano esasperati dal fatto che la Compagnie des salines di Peccais, in Camargue, aveva fatto arrivare dall’Italia circa seicento operai italiani e lasciato a casa altrettanti francesi. Per vendicarsi dell’affronto subito, una banda inferocita di diverse centinaia di persone si scatenò contro gli italiani, «colpevoli» di aver accettato di lavorare al loro posto, a cottimo e a una paga inferiore. 
L’eco di quella aggressione si diffuse in tutta Europa, ma soprattutto in Francia e in Italia, i cui rapporti diplomatici già tesi rischiarono di deteriorarsi. Da entrambe le parti si capì che bisognava rompere subito la spirale della violenza. Alla vibrata protesta dell’ambasciatore italiano, il governo francese rispose assicurando che sarebbe stata fatta la massima chiarezza sull’accaduto e che le famiglie delle vittime sarebbero state prontamente indennizzate. Per diverso tempo, tuttavia, il clima contro gli italiani restò teso. Nella regione di Aigues-Mortes si arrivò perfino a organizzare una petizione (poi respinta!) affinché fosse impedito alle imprese francesi di assumere non più del 10 per cento di operai stranieri. Una sorta di iniziativa popolare per contingentare l’afflusso di manodopera estera, anticipando di quasi settant’anni le iniziative antistranieri di Schwarzenbach e degli estremisti di destra svizzeri.
Dal 1893 ad oggi sono passati ben 117 anni e la memoria di quel triste episodio è affidata quasi unicamente ai libri di storia e agli archivi dei giornali dell’epoca. Credo perciò che sia stata una lodevole iniziativa di storici e rappresentanti istituzionali francesi e italiani l’aver organizzato il 24 luglio scorso a Grimaldi di Ventimiglia una «Giornata italo-francese di riconciliazione della memoria» sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. 
In quell’epoca, gli episodi di violenza contro gli italiani erano all’ordine del giorno anche in Svizzera, sebbene non abbiano mai raggiunto l’efferatezza di quelli avvenuti nel sud della Francia. Alcuni di essi, in particolare uno a Berna, proprio nello stesso anno 1893, e uno a Zurigo, nel 1896, sono passati alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera come «Italiener-Krawall» (tumulti degli italiani), benché gli italiani fossero solo vittime e non aggressori.
Quello di Berna (19.6.1893) scoppiò tra gli operai edili per motivi salariali. Per ragioni di convenienza economica, un imprenditore aveva preferito gli italiani (che avrebbe potuto rimandare facilmente al proprio Paese in caso di disaccordi o proteste) agli svizzeri che erano meglio organizzati e pretendevano di più. Agli svizzeri sembrò uno sgarbo imperdonabile e attaccarono in massa gli italiani. Ne nacque una rissa furibonda, sedata solo dall’intervento della polizia e dell’esercito con decine di arresti.
Ben più grave fu il tumulto verificatosi tre anni più tardi a Zurigo. La goccia che fece traboccare il vaso fu un episodio criminoso: durante una rissa un immigrato italiano aveva ucciso a coltellate un compagno alsaziano che l’aveva insultato e provocato. In breve tempo si sparse la voce che ancora una volta un italiano aveva fatto uso del suo micidiale coltello e la massa degli antitaliani zurighesi sembrò che non aspettasse altro per mettere a ferro e fuoco tutto quanto sapeva di italiano. Così la notte del 26 luglio 1896 fu data una vera e propria caccia al «Tschingg» (uno dei numerosi termini dispregiativi con cui s’indicavano gli italiani). In pochissime ore vennero devastati ventidue locali d’italiani tra abitazioni, ritrovi, negozi, ristoranti situati in diverse zone della città. Per sedare il tumulto dovette intervenire l’esercito con la fanteria e la cavalleria. Per fortuna non ci furono morti. Gli italiani avevano dovuto abbandonare in massa la città.
Gli studiosi s’interrogano ancora oggi quali siano state le vere cause scatenanti non tanto dei disordini quanto piuttosto dell’odio verso gli italiani. Spesso si crede di individuare la causa principe nella xenofobia. Per altri si è trattato di episodi di una tipica guerra tra poveri. Difficile negare un po’ di ragione agli uni e agli altri. In realtà le cause vanno ricercate nel clima sociale e culturale degli ambienti coinvolti, in cui erano spesso carenti il senso della legalità e soprattutto la cultura del rispetto e della tolleranza reciproca. 
Berna, 19.8.2010

18 agosto 2010

Serate italiane a Berna


Alcune iniziative, organizzate a Berna nell’arco degli ultimi dodici mesi a livello istituzionale e privato, hanno cercato di mettere in evidenza una delle componenti fondamentali della società svizzera: l’italianità. Al riguardo, tuttavia, non si fa ancora abbastanza sia quantitativamente che qualitativamente. Le iniziative, soprattutto quelle incentrate su contenuti squisitamente culturali, sono poche e per lo più destinate a un pubblico scelto, i soliti addetti ai lavori. Mancano, tra organizzatori, soprattutto le sinergie che il tema meriterebbe.
Tra i promotori si distinguono alcune istituzioni svizzere (Cancelleria federale, Deputazione ticinese alle Camere federali, Biblioteca nazionale, Seminario d’italiano del’università di Berna), alcune istituzioni italiane (Ambasciata d’Italia, Cancelleria consolare, Centro Studi Italiani) e alcune associazioni che possono ancora contare su un certo numero, ormai non grande, di soci interessati (Comitato cittadino d’intesa, Pro Ticino, Pro Grigioni Italiano, Società Dante Alighieri, Missione cattolica italiana).
Da alcuni mesi è all’opera un gruppo di lavoro che intende costituire entro la fine dell’anno un’associazione con lo scopo preciso di organizzare periodicamente nell’ambito di Berna e regione manifestazioni culturali in grado di interessare un vasto pubblico di italofoni. La principale caratteristica di questa associazione, derivante direttamente dallo scopo per cui sta nascendo, sarà quella di mettere in evidenza, attraverso quattro o cinque «serate italiane» l’anno, la ricchezza storica, culturale e linguistica della componente «italiana» in Svizzera. Un’altra caratteristica fondamentale sarà quella di essere mista, in modo che rappresenti equamente almeno le due componenti italofone fondamentali, quella ticinese e quella di origine italiana.
Il perimetro di attività dell’associazione sarà inizialmente limitato a Berna (e per questo si è pensato alla denominazione provvisoria di Associazione serate italiane a Berna – ASIB) per ragioni organizzative, ma anche per motivi ideali. Berna è infatti non solo la capitale federale, garante della Svizzera pluriculturale e plurilingue, ma anche un potenziale centro d’irradiazione culturale per la presenza delle massime autorità federali e della massima rappresentanza diplomatica italiana, di numerose associazioni italofone e di una numerosa popolazione italofona.

Attività previste per quest’anno
Le prime «serate italiane» saranno organizzate già quest’anno nella sede della Casa d’Italia di Berna. Gli interessati possono annotarsi fin d’ora le date.
La prima serata (conferenza e dibattito), il 18 settembre 2010, avrà come tema: 1970-2010: Com’è cambiata l’immigrazione italiana in Svizzera. La relazione cercherà di rispondere anche con dati statistici alle domande seguenti: Come eravamo ai tempi dell’iniziativa Schwarzenbach? Come siamo? Quali sono state le ragioni principali del cambiamento?
La seconda serata (tavola rotonda e dibattito), il 15 novembre 2010, cercherà di analizzare i Rapporti tra ticinesi e italiani fuori del Ticino lungo tutto l’arco dell’immigrazione «ufficiale» italiana in Svizzera, quando anche molti ticinesi emigravano oltre il San Gottardo. I partecipanti alla tavola rotonda cercheranno di mettere in evidenza i motivi di unità e di conflittualità tra i due grandi gruppi di italofoni e a quali condizioni è possibile oggi trovare un denominatore comune per contribuire insieme alla valorizzazione della componente più latina, umanistica e italiana della Svizzera.
Maggiori dettagli sugli orari e sui temi delle due manifestazioni seguiranno in tempo utile.
Giovanni Longu

L’Italia e i veleni d’agosto

Non intendo entrare nel merito delle controversie che stanno logorando la maggioranza parlamentare italiana, perché sarebbe troppo facile riesumare il pensiero manzoniano dei Promessi Sposi, secondo cui la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Ad un osservatore lontano dalla scena politica italiana, perché vive in Svizzera, non può tuttavia sfuggire che l’intera classe politica italiana non sta dando una bella immagine di sé, sia la parte che costituisce (ancora) la maggioranza e sia la parte avversa. Tant’è che, con un giudizio purtroppo sommario espresso da un lettore di un quotidiano ticinese, la situazione italiana appare a molti come di una «Italia allo sfascio».
Evidentemente l’Italia nel suo complesso ha mille risorse e sicuramente in una sorta di contabilità ideale gli attivi superano abbondantemente i passivi, ma non altrettanto credo si possa dire per la classe politica, sempre più casta e sempre meno servizio pubblico. Rincresce soprattutto che a prevalere siano soprattutto interessi di parte e una concezione opportunistica e individualistica della politica da parte di troppi galletti che riescono con le loro polemiche spesso pretestuose e i loro comportamenti a spargere veleni e oscurare quel bene che Parlamento, Governo e Magistratura riescono ancora a produrre. Non c’è dubbio, infatti, che anche solo riuscire a tenere in piedi un Paese schiacciato da un enorme debito pubblico e attraversato da mille pericoli rappresenta un buon risultato da non minimizzare.
Purtroppo, in Italia, certi politici sembrano incarnare solo una funzione disfattista e, privi di un sano equilibrio e incapaci di riconoscere quel po’ di bene che riesce a realizzare l’avversario, pur di vederlo finir male sono disposti persino a stringere alleanze col diavolo. Per giustificare le loro sfrenate ambizioni personali e anestetizzare la loro cattiva coscienza, molti politici si appellano a un senso di legalità e moralità che apparterrebbe a loro ma non agli avversari. Sono a mio parere cattivi politici perché indossando le vesti del magistrato (che magari anni addietro avevano appeso al chiodo) o addirittura le vesti del prete e del moralista usurpano funzioni che a loro non competono e dimenticano, anzi tradiscono, quella che dovrebbe essere la loro funzione principale: collaborare perché le istituzioni rispondano al meglio alle esigenze della società.

Rispetto della volontà popolare
Molti politici dimenticano anche che sono stati eletti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ossia per contribuire alla soluzione dei problemi del Paese e non per mettere continuamente i bastoni fra le ruote o addirittura per cercare di rovesciare con ogni mezzo il governo in carica. Questo non vuol dire che un gruppo parlamentare o l’intera opposizione non possa cercare di sostituire l’attuale governo con un altro ritenuto più idoneo. La Costituzione non lo esclude, come non esclude che un parlamentare eletto in uno schieramento possa passare in un altro. Infatti «ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (art. 67). Sotto questo profilo dunque non è affatto scandaloso ipotizzare in Parlamento una maggioranza diversa da quella attuale.
D’altra parte, non dovrebbe apparire scandaloso nemmeno ipotizzare il ricorso a nuove elezioni qualora l’attuale maggioranza dovesse venir meno. Non va infatti dimenticato che gli elettori non hanno eletto semplicemente singole persone da inviare in Parlamento, ma hanno scelto al tempo stesso schieramenti antagonisti e alternativi sul piano dei programmi di governo. Qualunque cambio di maggioranza che dovesse stravolgere anche i programmi di governo sanciti dai cittadini col voto libero e democratico non sarebbe accettabile perché a mio modo di vedere violerebbe il principio della sovranità popolare sancito all’articolo 1 della Costituzione.
Coloro che dalla mattina alla sera si riempiono la bocca appellandosi al bene comune per autogiustificare la propria mania di grandezza non si rendono conto (ma gli elettori dovrebbero tenerlo a mente al momento opportuno) che stanno tradendo letteralmente la volontà popolare che con le elezioni ha voluto una maggioranza e un governo per l’intera legislatura. Il rischio di dittatura in un Paese democratico non viene da chi si mantiene dentro il mandato ricevuto dagli elettori, ma da chi pretende di sostituirlo con un altro confezionato nelle cucine dei partiti o dei poteri forti.
Per una composizione delle attuali diatribe all’interno della maggioranza e tra questa e l’opposizione non vedo altra soluzione che quella di riferirsi prima ancora che alla Costituzione alla volontà popolare espressa con le elezioni politiche. In una democrazia compiuta questa volontà va considerata sacra e inviolabile e chiunque la violi, con pretese non previste né nell’elezione né nella Costituzione, dovrebbe essere privato del mandato di rappresentanza ricevuto.
Giovanni Longu

04 agosto 2010

Aigues-Mortes come Berna e Zurigo nella guerra tra poveri

Per chi non vuol dimenticare che gli italiani sono stati un popolo di migranti e che la vita da emigrato era continuamente a rischio è bene ricordare una delle pagine più tristi della storia dell’emigrazione italiana, scritta col sangue nel mese di agosto di 117 anni fa in Francia.
Sul finire del XIX secolo dall’Italia si partiva in massa, soprattutto verso le Americhe e, nella buona stagione, verso alcuni Paesi europei, specialmente Francia e Svizzera, dove erano diffusi i lavori stagionali. In Svizzera erano soprattutto lavori di genio civile per la costruzione delle ferrovie, in Francia i lavori dell’agricoltura, dell’edilizia e altri.
Quando il lavoro era abbondante e ben retribuito c’era posto per tutti. Quando invece scarseggiava e i padroni tiravano giù le paghe il cosiddetto fronte operaio rischiava continuamente di rompersi e la solidarietà operaia predicata dai socialisti di scomparire. Ciò accadde spesso, sia in Francia che in Svizzera, dove si produssero anche episodi di estrema violenza.
Per alcuni studiosi questi episodi, soprattutto i più gravi, erano la manifestazione violenta di una xenofobia diffusa nei confronti degli italiani, per altri erano eccessi clamorosi di una guerra tra poveri. Non c’è dubbio che gli italiani, per i loro comportamenti rissosi e violenti e per il degrado che caratterizzava spesso il loro modo di vivere, ma soprattutto per la loro disponibilità ad accettare senza opporvisi le condizioni di lavoro e di salario imposte dai datori di lavoro, erano spesso malvisti e disprezzati dagli operai indigeni. Per questa ragione uno studioso ha parlato anche di una «xenofobia operaia». E’ tuttavia significativo che la violenza si manifestava soprattutto nei periodi in cui c’era crisi di lavoro e una situazione sociale tesa. Occorre anche aggiungere che spesso a rompere il fronte operaio intervenivano gli stessi datori di lavoro (interessati a reprimere sul nascere le richieste dei lavoratori indigeni) e numerosi agitatori esterni (interessati più alla lotta di classe che alla solidarietà operaia).

In Francia: Aigues-Mortes
L’episodio più clamoroso accadde nel 1893 nel mese di agosto, quando nelle saline di Aigues-Mortes, una cittadina della Camargue, nella Francia meridionale, la conflittualità latente tra operai italiani e francesi per questioni di produttività (lavoro a cottimo) e salari degenerò in una vera e propria aggressione fisica che lasciò sul terreno, secondo fonti ufficiali, 9 morti tutti italiani (molti di più secondo fonti giornalistiche).
L’aggressione degli operai francesi a quelli italiani era cominciata subito dopo il Ferragosto del 1893 a Aigues-Mortes, ma si trasformò in un vero e proprio eccidio la mattina del 19 agosto. Bisogna dire che i francesi erano esasperati dal fatto che la Compagnie des salines di Peccais, in Camargue, aveva fatto arrivare dall’Italia circa seicento operai italiani e lasciato a casa altrettanti di loro. Per vendicarsi dell’affronto subito, una banda inferocita di diverse centinaia di persone si scatenò contro il bersaglio più facile, gli italiani che avevano accettato di lavorare al loro posto, a cottimo e a una paga inferiore.). Molti riuscirono a salvarsi fuggendo nelle campagne, altri in abitazioni private, altri in luoghi pubblici difesi dalla polizia e dall’esercito intervenuti per sedare i disordini. Per una decina di italiani non ci fu scampo e rimasero morti sul terreno.
L’eco di quella aggressione si diffuse in tutta Europa, ma soprattutto in Francia e in Italia, i cui rapporti diplomatici erano già tesi e rischiarono di deteriorarsi ulteriormente. In Francia si moltiplicarono gli episodi di avversione alla presenza di così tanti italiani soprattutto nei cantieri e in alcune industrie. In Italia la protesta antifrancese sfociò in numerosi disordini con svariati tentativi di danneggiare le principali sedi istituzionali della Francia.
Da entrambe le parti si capì che bisognava rompere subito la spirale della violenza. Alla vibrata protesta dell’ambasciatore italiano, il governo francese rispose assicurando che sarebbe stata fatta la massima chiarezza sull’accaduto e che le famiglie delle vittime sarebbero state prontamente indennizzate. Anche il governo italiano dovette assicurare che sarebbe stata fatta chiarezza sulle responsabilità dei disordini e sarebbero stati colpiti gli organizzatori. Quasi a simboleggiare la buona volontà dei due parti, a Aigues-Mortes fu sospeso dalle sue funzioni il sindaco e a Roma fu sospeso il questore.
Per diverso tempo sia in Francia che in Italia l’ambiente sociale restò teso. Nella regione di Aigues-Mortes si arrivò perfino a organizzare una petizione (poi respinta!) affinché fosse impedito alle imprese francesi di assumere non più del 10 per cento di operai stranieri. Una sorta di iniziativa popolare per contingentare l’afflusso di manodopera estera, anticipando di quasi settant’anni le iniziative antistranieri di Schwarzenbach e degli estremisti di destra svizzeri.
Dal 1893 ad oggi sono passati ben 117 anni e la memoria di quel triste episodio è affidata quasi unicamente ai libri di storia e agli archivi dei giornali dell’epoca. Eppure ritengo utile o addirittura doveroso rievocare anche episodi apparentemente così lontani, se possono aiutare a gestire meglio l’attualità. Credo perciò che sia stata una lodevole iniziativa di storici e rappresentanti istituzionali francesi e italiani l’aver organizzato il 24 luglio scorso a Grimaldi di Ventimiglia una «Giornata italo-francese di riconciliazione della memoria» sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

In Svizzera: Berna e Zurigo
Episodi di violenza contro italiani erano all’ordine del giorno sul finire dell’Ottocento anche in Svizzera, sebbene non abbiano mai raggiunto l’efferatezza di quelli avvenuti nel sud della Francia. Alcuni di essi sono passati alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, in particolare uno a Berna, proprio nello stesso anno 1893, e uno a Zurigo, nel 1896. Benché non siano stati provocati dagli italiani, sono stati tramandati come «Italiener-Krawall», i tumulti degli italiani.
Quello di Berna, noto anche come Käfigturm-Krawall (19.6.1893) scoppiò tra gli operai edili per motivi salariali. Sempre per ragioni di convenienza economica, un imprenditore aveva preferito gli italiani (che avrebbe potuto rimandare facilmente al proprio Paese in caso di disaccordi o proteste) agli svizzeri che erano meglio organizzati e pretendevano di più. Agli svizzeri sembrò uno sgarbo imperdonabile e attaccarono gli italiani, rei di aver accettato condizioni di lavoro e di salario inferiori a quelle ritenute giuste dagli svizzero-tedeschi. Ne nacque una rissa furibonda, seguita dall’intervento della polizia e l’incarcerazione di alcuni dei litiganti, che la massa dei dimostranti cercò poi di liberare con la forza. Per i tumulti di Berna ci furono 75 imputati e 9 operai in carcere preventivo per quasi un anno, ma nessun morto.
Ben più grave fu il tumulto (Italiener-Krawall) verificatosi tre anni più tardi a Zurigo. La goccia che fece traboccare il vaso fu un episodio criminoso: durante una rissa un immigrato italiano aveva ucciso a coltellate un compagno alsaziano che l’aveva insultato e provocato. In breve tempo si sparse la voce che ancora una volta un italiano aveva fatto uso del suo micidiale coltello e la massa degli antitaliani zurighesi sembrò che non aspettasse altro per mettere a ferro e fuoco tutto quanto sapeva di italiano. Così la notte del 26 luglio 1896 fu data una vera e propria caccia al Tschingg (uno dei numerosi termini dispregiativi con cui s’indicavano gli italiani). In pochissime ore vennero devastati ventidue locali d’italiani tra abitazioni, ritrovi, negozi, ristoranti situati in diverse zone della città, soprattutto nel quartiere operaio Aussersihl, abitato prevalentemente da italiani. Per sedare il tumulto dovette intervenire l’esercito con la fanteria e la cavalleria. Anche in questa occasione, tuttavia, non ci furono morti.
Gli studiosi s’interrogano ancora oggi quali siano state le vere cause scatenanti non tanto dei disordini quanto piuttosto dell’odio verso gli italiani, ma credo che anche solo tentare di dare una risposta richiederebbe un tempo e uno spazio ben più ampi di quelli disponibili. Quel che si può senz’altro affermare è che le cause sono state sicuramente tante e, sia ben chiaro, non tutte attribuibili a una sola parte. Spesso si crede di individuare la radice del male utilizzando un termine che andrebbe a sua volta compreso e spiegato: la xenofobia. Anche la xenofobia ha infatti sicuramente più di una causa.

In conclusione
Si tratta di episodi irripetibili? E’ probabile che episodi del genere non si verifichino più nei Paesi d’immigrazione, ma non si può negare che episodi simili sia pure meno violenti o senza vittime capitano ancora perché spesso non ci si rende conto che alla base di ogni comportamento civile dev’esserci il senso della legalità e la cultura del rispetto e della tolleranza reciproca.
Giovanni Longu
Berna, 4.8.2010