19 settembre 2018

Xenofobia, malattia grave ma non incurabile (prima parte)


Se il linguaggio dei media fosse più franco, oggi parlerebbe senza mezzi termini della diffusione in Europa di una pericolosissima epidemia, fatta di nazionalismo, populismo, giustizialismo, radicalizzazione, xenofobia, tanti mali che rischiano di cronicizzarsi come l’evasione fiscale, lo sperpero di denaro pubblico, la corruzione, la disattenzione al bene comune, la marginalizzazione dei più deboli e altro ancora. L’Italia da alcuni anni sembra volersi candidare a campione di tutto ciò senza riuscire a produrre al suo interno gli anticorpi necessari a combattere questa grave malattia. La prima cura dovrebbe consistere nella franchezza del linguaggio, nella denuncia di ciò che è inaccettabile e pericoloso e nella proposta di rimedi efficaci a breve e a medio termine.

La situazione italiana: un problema per l’Europa
In Italia, il governo in carica dal 1° giugno, frutto delle votazioni del 4 marzo 2018 e autobattezzatosi «del cambiamento», ha al suo interno dei ministri che, incuranti dei richiami alla prudenza e alla moderazione del Presidente della Repubblica, sembrano decisi a spingere la fragile imbarcazione italiana contro gli scogli piuttosto che verso porti sicuri. Fuori metafora, alcuni ministri, nella loro voglia di cambiamento purchessia, non esitano a sfidare non solo le opposizioni parlamentari e persino la magistratura, ma anche le istituzioni europee, la Commissione, il suo presidente e singoli commissari, capi di Stato e di governo, ministri europei, il governatore della BCE, l'Alto Commissariato dell'ONU per i diritti umani, l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati… nonostante il formale impegno dell’Italia a sostenere le loro azioni!
Si rende conto Giuseppe Conte che su questa strada il suo governo non fa che alimentare sospetti e rischia l’isolamento in Europa? Si rende conto che se Mario Draghi, Governatore della Banca centrale europea (BCE), afferma pubblicamente che le dichiarazioni populiste del governo hanno già fatto danni all'Italia, si sta andando davvero sulla cattiva strada? Se poi si aggiunge anche la dichiarazione del Commissario agli Affari Monetari della Commissione europea Pierre Moscovici («L’Italia è oggi un problema, deve essere credibile, con un bilancio credibile»), che fa il presidente Conte per salvaguardare l’immagine dell’Italia? Tanto più che il commissario europeo aveva poco prima denunciato il clima che si respira oggi in Europa, «che assomiglia molto agli anni Trenta», perché, se è vero che «non c’è Hitler», ci sono «forse dei piccoli Mussolini».
Perché Conte non è intervenuto a commentare l’intervento di Moscovici? O ha preferito condividere i commenti stizziti dei suoi vicepremier Luigi Di Maio («L’atteggiamento da parte di alcuni commissari europei è inaccettabile […] Dall’alto della loro Commissione si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini») e Matteo Salvini («Il commissario UE Moscovici si sciacqui la bocca prima di insultare l’Italia, gli italiani e il loro legittimo governo»)? Si è mai chiesto il presidente Conte dove vuole condurre l’Italia, a stare saldamente in Europa o nell’isolamento?
Provo difficoltà a comprendere come gran parte dei media italiani sembrino non accorgersi del danno d’immagine che Di Maio e soprattutto Salvini stanno procurando all’Italia col loro atteggiamento populista e xenofobo in Europa e nel mondo. Trovo particolarmente deleteri i loro continui scontri con alcuni Paesi europei, con le istituzioni europee, con le Organizzazioni non governative (ONG) operanti nel Mediterraneo per il salvataggio dei profughi e persino con l’Alto Commissariato dell'ONU per i diritti umani e l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati. Ritengo pericolosissime anche le scelte di campo del ministro Salvini con l’estrema destra di alcuni Paesi. Mi chiedo se l’Italia si meriti tutto ciò.

Il vice Luigi Di Maio: che figura!
Che il governo Conte non si esprima quasi mai con voce unanime è ormai notorio. Il silenzio del capo del governo su alcune esternazioni dei due vicepresidenti Salvini e Di Maio non aiuta tuttavia a capire quanto lui sia consenziente e quanto in disaccordo. Sta di fatto che sulle pagine dei giornali finiscono soprattutto i due vice, disorientando i lettori sull’autentica opinione del governo, anche perché a tacere è spesso anche il ministro dell’economia Giovanni Tria. Alcuni esempi per chiarire queste affermazioni.
Alcune settimane fa il ministro Luigi Di Maio ha parlato del contributo dell’Italia al bilancio dell’Unione Europea quantificandolo in 20 miliardi, mentre ne riceverebbe appena 12. Falso. Perché il Presidente del Consiglio non è intervenuto a correggere almeno le cifre? Ha forse preferito che gli rispondesse per le rime il commissario europeo al bilancio Ghuenter Oettinger? Questi ha infatti osservato: «La cifra di 20 miliardi che alcuni esponenti del governo indicano come contributo dell’Italia al bilancio dell’Unione Europea è una farsa. Non sono 20 miliardi di euro l’anno. L’Italia contribuisce con 14, 15, 16 miliardi in un anno. Se si tiene in conto ciò che ottiene dal bilancio UE, il risultato è un contributo netto di 3 miliardi l’anno». Che figura! Peccato che non fosse né la prima né l’ultima.
Non è stata la prima perché molti certamente ricordano gli atteggiamenti da vincitore dopo le elezioni di marzo, quando osò chiedere l’impeachment per il capo dello Stato!
Recentemente, poi, deve aver detto che «fra le agenzie di rating ed il popolo noi stiamo con il popolo» beccandosi questa replica del giornalista Beppe Severgnini: «È una scemenza quella di Di Maio, perché il nostro debito è detenuto da investitori stranieri, e se questi li spaventi scappano e lo spread sale, bruciando i risparmi». Ma è proprio così sprovveduto il ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali? Non sarebbe meglio che si occupasse di sviluppo economico, di formazione professionale, di politiche sociali efficaci?

Il vice Matteo Salvini: arrogante e ambizioso
Nel governo Conte, tuttavia, non è solo Di Maio ad alzare la voce, anzi risuona più forte, quasi quotidianamente, quella del ministro dell’interno Matteo Salvini. Forte dei sondaggi che lo danno in crescita costante, al dialogo, ritenuto probabilmente una perdita di tempo, preferisce la lotta. Incurante, almeno apparentemente, della propria persona, sembra convinto che l’ora del destino per la riscossa del popolo italiano (ormai quello padano è definitivamente scomparso!) è scoccata e che lui ne sia il suo condottiero principale.
Negli scontri, quasi quotidiani, con le istituzioni europee, con la Francia, con la Germania, ultimamente col Lussemburgo, col governatore della BCE Mario Draghi (al quale ha ricordato: «conto che gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia come fanno tutti gli altri Paesi, aiutino e consiglino e non critichino e basta»), Salvini si comporta come il condottiero predestinato a guidare l’Europa, che non si lascia intimorire da nessuno, perché sembra godere di un sostegno incondizionato dell’opinione pubblica.
Ne ha dato prova anche recentemente, durante un incontro interministeriale a Vienna. Il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn, dopo aver ascoltato per un po’ Salvini difendere la sua posizione sui migranti, è intervenuto affermando la necessità dell'immigrazione per contrastare l'invecchiamento della popolazione europea. Non l’avesse mai fatto. Salvini gli ha risposto che la sua prospettiva è completamente diversa: «Io penso di essere al governo e di essere pagato per aiutare i nostri giovani a tornare a fare quei figli che facevano qualche anno fa e non per espiantare il meglio dei giovani africani per rimpiazzare i giovani europei che per motivi economici oggi non fanno più figli. Magari in Lussemburgo c'è questa esigenza, in Italia invece abbiamo l'esigenza di aiutare i nostri figli a fare degli altri figli e non ad avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più».
Il ministro lussemburghese è poi intervenuto nuovamente per ricordare al ministro Salvini che «in Lussemburgo abbiamo accolto decine, migliaia di immigrati italiani. Sono arrivati come migranti a lavorare in Lussemburgo affinché voi poteste avere in Italia soldi per dare da mangiare ai vostri figli». Per chiudere lo scontro Salvini ha affermato: «Se in Lussemburgo avete bisogno di nuova immigrazione, in Italia preferisco aiutare gli italiani a tornare a fare figli».
Faccio fatica, forse a causa della distanza di osservazione delle cose italiane da Berna, a comprendere non tanto l’atteggiamento arrogante e ambizioso del ministro Matteo Salvini (ormai convinto di avere in pugno l’intero governo, e domani, dopo le prossime votazioni europee, addirittura il governo dell’Unione Europea insieme al Primo ministro ungherese Viktor Orban), quanto, stando ai sondaggi, il gradimento del suo operato e soprattutto delle sue promesse nell’opinione pubblica.

La questione dei migranti
Possibile che gli osservatori della politica italiana non si rendano conto dell’insensatezza di espressioni, attribuite a Salvini, quali: «Prima i nostri, poi gli altri (se ne avanza)», «Migranti, è finita la pacchia», «migranti = clandestini», «migranti = invasori», e simili. Il premier Giuseppe Conte è meno drastico ma non meno negativo nei confronti dei migranti: «Non possiamo accoglierli tutti» e crede di giustificare questa affermazione con questi pseudo argomenti: «Con l'accoglienza indiscriminata non possiamo risolvere il problema dell'immigrazione, perché noi possiamo assicurare il soccorso, ma non possiamo offrire l'accoglienza indiscriminata». Più che un giurista Conte mi sembra un leguleio, perché non può mescolare indistintamente l’accoglienza, il soccorso, la procedura d’asilo, l’immigrazione (regolare), l’integrazione. All’Italia in questo momento è chiesto soprattutto di farsi carico del «soccorso» in mare (e quindi dello sbarco in un porto sicuro), dell’accoglienza almeno provvisoria per l’identificazione, l’avvio delle procedure d’asilo per appurare chi ne ha diritto e chi dev’essere rimpatriato nel Paese da cui è partito.
Alla base del pensiero politico del governo e soprattutto del ministro Salvini, camuffato in una serie di espressioni atte a far presa sul sentimento di frustrazione e di rancore di molta gente che si sente in gravi difficoltà e abbandonata, c’è una valutazione essenzialmente xenofoba della situazione. Poiché la xenofobia è una malattia grave sebbene non incurabile, desidero affrontare il tema con un certo distacco dalla situazione italiana e un atteggiamento propositivo. Prenderò in considerazione una situazione analoga verificatasi in Svizzera nel secolo scorso e risolta direi felicemente, anche se so bene che la radice della xenofobia è inestirpabile in maniera definitiva. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 19.09.2018

12 settembre 2018

Settembre nero! Perché ricordarlo?


Siamo portati, un po’ tutti, a rimuovere dalla memoria le esperienze negative e ricordare quasi esclusivamente i momenti più belli della nostra esistenza. Si tratta probabilmente di una scelta autonoma del cervello per rendere la vita più vivibile e serena. Nella coscienza collettiva accade lo stesso fenomeno, forse come misura di salvaguardia dell’equilibrio sociale e della libertà di progettare il futuro. Ci sono comunque delle esperienze personali e collettive che non andrebbero mai rimosse perché utili. Sarebbe a mio avviso un errore dimenticare certi eventi che hanno inciso profondamente nella nostra storia e che possono servire, per esempio, a non commettere certi errori o a fare meglio ciò che stiamo per fare. Per lo sviluppo della nostra società civile ritengo per esempio utile ricordare alcuni eventi del passato non troppo lontano che il mese di settembre mi fa venire in mente.

Leggi razziali (5 settembre 1938)
Giusto una settimana fa è stato ricordato il «giorno delle leggi razziali»: 5 settembre 1938. Quel giorno infatti fu promulgato dal regime fascista un regio decreto-legge contenente «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista». Due giorni dopo, il 7 settembre, ne seguì un altro che conteneva «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri». Alla base di questi e altri provvedimenti simili, firmati, tra l'estate e l'autunno del 1938, da Benito Mussolini in qualità di capo del Governo e poi promulgati dal re Vittorio Emanuele III, c’erano le idee contenute in un Manifesto degli scienziati razzisti (15 luglio), reso pubblico proprio il 5 settembre come Manifesto della Razza sulla rivista fascista La difesa della razza.
Quelle idee, quel manifesto e quei provvedimenti suscitarono l’indignazione di tutti gli ebrei d’Italia, molti dei quali si videro costretti a espatriare per cercare rifugio negli Stati Uniti o in altri Paesi. Anche molti italiani di pura razza ariana protestarono e il papa Pio XI, denunciò che l'Italia, sul razzismo, imitasse «disgraziatamente» la Germania nazista. Le proteste ottennero come immediato risultato solo l’irritazione di Mussolini e non impedirono le retate di ebrei e il loro invio nei campi di internamento.
Non mi pare inutile ricordare, ottant’anni dopo, quelle leggi della vergogna, perché i pericoli del razzismo e della discriminazione sotto molteplici forme non sono astratti, ma presenti anche nelle nostre società. Per fermare la degenerazione di certe idee razziste o comunque discriminatorie la reazione più efficace è sempre quella corale dei cittadini. Occorre scongiurare sul nascere anche quelle forme di populismo e di demagogia che possono apparire utili, anzi risolutive di problemi esistenziali diffusi tra la popolazione.

«Si salvi chi può!» (8 settembre 1943)
L’8 settembre 1943 ha segnato la svolta decisiva delle sorti della seconda guerra mondiale in Italia. Quel giorno, alle 17:30 (le 18:30 in Italia), il generale Dwight Eisenhower annunciò alla radio di Algeri che «il governo italiano [presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio], riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
L’ultima frase si riferiva all’eventualità che i tedeschi attaccassero gli italiani. Eventualità che divenne lo stesso giorno certezza, perché i tedeschi presero subito il comando dell’esercito nazifascista in Italia, mandarono nei campi di concentramento e di lavoro circa seicentomila soldati italiani che avevano rinunciato a combattere e non erano riusciti ad aggregarsi alle forze della Resistenza, seminarono distruzione e morte in tutta l’Italia non ancora occupata dagli Alleati. Alcuni contingenti operanti fuori dell’Italia che non vollero arrendersi furono trucidati. Solo a Cefalonia, un’isola greca, un’intera divisione fu annientata, pochissimi si salvarono.
Il ricordo di quegli eventi e soprattutto di quei morti va salvaguardato per alimentare soprattutto nei giovani il ripudio della guerra, della lotta armata, della violenza, delle discriminazioni e far crescere l’amore per la pace, la solidarietà, la libertà. Non si fa ancora abbastanza. L’opinione pubblica sembra non accorgersi delle molte guerre, con morti e feriti, che si combattono in varie parti del mondo. Dovrebbero riguardarci perché il mondo è sempre più globalizzato e la guerra è inutile, immorale e disumana. Eppure si sentono ancora politici italiani che parlano dei «clandestini» come nemici da respingere, di pericolo d’invasione, di blocco navale, ecc.
Oltre alle disgrazie che si sono moltiplicate dopo l’8 settembre 1943 (re in fuga, governo in confusione totale, esercito abbandonato a sé stesso, invasione dei tedeschi, deportazioni, eccidi) mi pare giusto ricordare anche una bella pagina scritta dagli svizzeri che in quel periodo accolsero oltre 20.000 militari e circa 15 mila civili fino alla fine della guerra. Molti di essi si prepararono qui alla ricostruzione dell’Italia sotto il profilo economico e morale.

Svizzera: settembre 1965
Il mese di settembre del 1965 fu in Svizzera, soprattutto nel Vallese, particolarmente concitato perché si cercavano i morti sepolti sotto una massa enorme di ghiaccio precipitata dal ghiacciaio Allalin su un cantiere dov’erano al lavoro soprattutto operai italiani (30 agosto 1965). I morti furono 88, di cui 56 italiani.
Fu un mese di profondo dolore per le famiglie delle vittime e di sconcerto per molti connazionali che non si sentivano più al sicuro nei numerosi cantieri di montagna. Fu anche un mese di aspre polemiche perché anche allora, come recentemente dopo il crollo del ponte di Genova, la prima reazione di alcuni politici fu d’individuare subito i responsabili, invece di occuparsi dei parenti delle vittime. L’opinione pubblica reagì diversamente, con compostezza e grande senso di solidarietà.

Settembre nero a Monaco di Baviera (5-6 settembre 1972)
Ricordo bene quei giorni di terrore perché qualche mese prima che iniziassero i giochi olimpici estivi di Monaco di Baviera avevo visitato quei luoghi. Un commando di terroristi palestinesi appartenenti all’organizzazione «Settembre nero» era penetrato nella palazzina dov’erano alloggiati gli atleti israeliani compiendo una strage: 11 atleti vennero uccisi. Fu un evento tragico che incise profondamente nello spirito olimpico, insinuando il rischio di strumentalizzazioni e l’insicurezza generale. Da allora i Giochi olimpici vennero organizzati tenendo sempre più conto anche dei problemi della sicurezza.
Purtroppo è cambiato anche lo «spirito olimpico». Di fatto oggi prevalgono la competizione, il prestigio nazionale, il medagliere, gli interessi economici, lasciando molto spazio ai nazionalismi più che alla fratellanza dei popoli e al sano agonismo.

11 settembre 2001
L’«11 settembre» è legato indissolubilmente agli attentati alle Torri Gemelle di New York, che causò la morte a circa 3000 persone e il ferimento di oltre 6000. Le immagini terrificanti dello sventramento dei due grattaceli e poi del loro crollo sono rimaste indelebili in chi le ha viste quasi in diretta. Il terrorismo mediorientale di Al-Qaïda era riuscito a penetrare nella fortezza statunitense che si riteneva al sicuro. I danni furono ingenti, non tanto quelli materiali, quanto quelli delle vite umane travolte e delle conseguenze politiche e psicologiche su scala mondiale.
Dopo l’11 settembre 2001 a cambiare è stato il mondo intero sull’onda della paura di attacchi terroristici e della lotta al terrorismo. Per combatterlo, vero o presunto che fosse, tutto sembrava lecito. Si coltivarono idee secondo me aberranti, incentrate sull’uso della forza, che prevedevano come corollari una vera e propria preparazione bellica, la sorveglianza globale, attacchi militari mirati e persino la «guerra preventiva»… in barba alla libertà dei popoli!

Considerazioni finali
Cos’hanno in comune tutte queste disgrazie? Non certo le forme con cui si sono manifestate, ma le cause, almeno indirette, che ne furono all’origine, una in particolare: la scarsa considerazione della persona umana. Degli individui non sembrava più contare tanto né la vita né la morte, solo perché «ebrei», «militari», «operai», negando loro la dignità assoluta di esseri umani, da salvaguardare con ogni mezzo e a ogni costo.
La storia sembra non insegnare abbastanza. Anche oggi ci sono, per esempio in Italia, personaggi che si ritengono investiti di missioni speciali, al limite della legalità, solo perché hanno un ampio consenso popolare. In realtà si servono del consenso popolare per realizzare le proprie idee, lo strumentalizzano per avere più potere, nei confronti del parlamento e persino della magistratura. Per questo, mi sembra necessario e urgente informarsi bene e cercare soluzioni compatibili con la democrazia e col rispetto dovuto a tutte le persone perché «hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 della Costituzione italiana).
Ognuno deve fare la sua parte e non stare a guardare, in silenzio, aspettando che altri intervengano. Se non si agisce ora, con l’informazione, la formazione, l'azione, domani forse la reazione sarà troppo tardiva e si dovrà assistere impotenti a chi sa quanti altri disastri.
Giovanni Longu
Berna, 12.09.2018

05 settembre 2018

Memoria corta sull’emigrazione italiana


Resto allibito dalla disinvoltura con cui in Italia organi di stampa, membri del governo e personalità politiche varie trattano talvolta il tema della migrazione. Nei confronti di stranieri salvati in mare, in fuga dai loro Paesi in guerra o in miseria e con la speranza di trovare accoglienza in Europa, vengono espressi sentimenti che quando riguardavano i migranti italiani nel mondo non si esitava a chiamare ingiusti e razzisti. Trovo sconcertante che gran parte dell’opinione pubblica, stando ai sondaggi, approvi posizioni e comportamenti vistosamente antistranieri di alcuni membri del governo italiano con la complicità dell’intero Consiglio.

Situazione non facile ma gestibile
Dall'Italia si continua a emigrare... come nel dopoguerra!

Mi rendo conto che la gestione dei «migranti» salvati in mare (che qualche ministro non esita a definire rozzamente in blocco «clandestini») può comportare sforzi organizzativi eccezionali. Che però un Paese ricco e potente come l’Italia (la seconda manifattura d’Europa, uno dei quattro principali contributori netti dell’Unione Europea, uno dei sette Stati membri del G7), anche se ultimamente con un’economia in affanno, non trovi i mezzi per accogliere alcune migliaia di richiedenti l’asilo stento a crederlo. Che poi, per forzare la mano all’UE, il ministro competente Matteo Salvini, abbia «usato i migranti», impedendo loro per giorni di sbarcare da una nave militare in un porto italiano, lo trovo non solo un «atto spregiudicato …con danni permanenti alla credibilità del Paese, alla sua percezione come luogo del diritto e della solidarietà civile» (Ferruccio De Bortoli), ma anche vergognoso. E non mi meraviglia affatto che la Procura di Agrigento abbia intravisto in questo comportamento del Ministro Salvini, fra altri, anche il reato di «sequestro di persona a scopo di coazione».
Scimmiottare un Capo di Stato d’oltreoceano che ha detto “prima i nostri” non fa onore né al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte né ai ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Questi signori non dovrebbero mai dimenticare di governare un Paese che è il risultato di una fortissima migrazione interna e internazionale. Dovrebbero conoscere meglio la storia e ricordarsi che fino a pochi decenni fa gli italiani espatriavano a decine di migliaia ogni anno e che purtroppo continuano a lasciare l’Italia per cercare lavoro all’estero centinaia di migliaia di italiani («oltre 250 mila italiani [nel 2016] emigrano all’estero, quasi quanti nel Dopoguerra», Il Sole 24 ore, 6.7.2017).
La nuova emigrazione dovrebbe preoccupare il Governo italiano, non coloro che tentano di raggiungere un Paese europeo passando per l’Italia. Anzi, dovrebbe essere considerata una fortuna poterne trattenere una parte per sostituire i partenti. Chi sostiene di aver a cuore le sorti degli italiani dovrebbe riconoscere che dall’Italia partono non perché arrivano gli stranieri, ma perché non riescono a trovare occupazioni soddisfacenti in patria. Il Governo, invece di preoccuparsi della fantomatica minaccia d’invasione dei migranti che vorrebbero venire in Europa passando per l’Italia, farebbe bene a preoccuparsi delle conseguenze che stanno provocando la disoccupazione e l’emigrazione: il divario crescente tra nord e sud, il calo delle nascite, l’accentuarsi del processo d’invecchiamento, la diffusa povertà, una penosa rassegnazione soprattutto tra le donne e i giovani. Perché non riesce a concepire e a trasformare gli immigrati in una benefica risorsa per il Paese?

«Prima i nostri» e «a mare gli altri»?
In un mondo globalizzato e in un’Europa che potrà sopravvivere solo integrando tutti i suoi popoli, sventolare la bandiera «prima i nostri», come fanno alcuni Paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, mi sembra pretestuoso e fuorviante. Ritengo giusto che gli italiani e più in generale i «residenti» reclamino l’attenzione e l’intervento del governo perché li aiuti a risolvere i loro problemi, ma non mi pare onesto e nemmeno «politicamente corretto» che il governo pretenda di doversi occupare solo o prima di tutto di loro ignorando gli altri, ben sapendo quanto i loro destini s’intreccino sempre più.
Trovo poi incomprensibile che molti italiani si dichiarino fieri di un ministro che ogni giorno va dicendo di sentirsi in prima linea per difendere i confini! «Onore ai nostri uomini e alle nostre donne che DIFENDONO il nostro Paese e i nostri confini di mare, di terra e di cielo», ha scritto recentemente quel ministro. Mi sono subito venute in mente espressioni simili pronunciate molti anni fa da un primo ministro in camicia nera da un famoso balcone in Piazza Venezia a Roma, quando voleva fare la guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Il colmo è che a preoccuparsi dei confini d’Italia non è la ministra della difesa Elisabetta Trenta (appartenente al Movimento 5 Stelle!) ma il ministro dell’interno Matteo Salvini (capo della Lega!) che dovrebbe semmai occuparsi della sicurezza interna.
Non mi permetterei mai di suggerire al Presidente Giuseppe Conte di fare un po’ d’ordine nel suo governo… tanto non ne avrebbe la forza! Fatto sta che Salvini si comporta come se avesse ricevuto lui un’investitura popolare per combattere scafisti, migranti clandestini, finti migranti o migranti veri che si avventurano via mare verso le coste italiane, per cui non teme nemmeno lo scontro con la magistratura che gli muove accuse non da poco («medaglie», però, ha commentato l’interessato!).
E che dire di chi suggerisce persino il «blocco navale delle coste libiche», ossia una vera e propria iniziativa di guerra, in barba all’articolo 11 della Costituzione («L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…») e in barba all’articolo 42 dello Statuto delle Nazioni Unite che lo consente solo in casi di legittima difesa? Ma sono così pericolosi i migranti scalzi senza armi e bagagli che vengono dal mare? Mistero della mente umana!

Pericolo di una deriva autoritaria e rovinosa
Eppure, credo, basterebbe poco per rendersi conto che i problemi degli stranieri in fuga da Paesi in guerra (compresi i conflitti etnici e religiosi) o in miseria (dove le condizioni di vita sono insostenibili) e a rischio di morire nel Mediterraneo sono seri, ben diversi e urgenti di quelli degli italiani. Tutti infatti sanno, ormai, che il «Mare nostrum» degli antichi Romani è diventato per molti infelici migranti un «mare monstrum». Si può accettare nell’indifferenza generale questa trasformazione, solo perché riguarda migranti presunti «clandestini»? Uno sforzo di solidarietà e generosità non farebbe bene oltre che ai migranti, ma anche a chi li accoglie?
Mi auguro, tuttavia, che in Italia si sviluppi presto anche un giudizio critico sul governo altrimenti il rischio di una deriva populista e autoritaria è tutt’altro che esagerato. Il tentativo di risolvere il problema dei migranti non facendoli sbarcare, respingendoli o bloccandoli con la forza prima di partire può essere oltre che brutale e forse illegale anche controproducente perché di fatto sta portando l’Italia di Salvini, Di Maio e Conte all’isolamento in Europa e alla «decrescita infelice». Ciononostante condivido solo in parte il pessimismo di Andrea Camilleri che definisce l'Italia di oggi «un Paese che torna indietro, come i gamberi. È come se avesse cominciato a procedere in senso inverso, smarrendo le importanti conquiste sociali che aveva realizzato in passato». No, l’Italia può ancora invertire la rotta.

I migranti sono una potenziale risorsa
Papa Francesco invita costantemente a «salvaguardare
chi rischia la vita sulle onde in cerca di un futuro»
I migranti che chiedono asilo hanno diritto di essere accolti. Solo in una fase successiva si dovrà stabilire chi ha il diritto di restare o il dovere di andarsene, ma non prima. Respingere i barconi, respingere i migranti che cercano un porto sicuro mi sembra ingiusto perché è come pronunciare una condanna (talvolta a morte) senza un giusto processo e senza dare al presunto colpevole (clandestino) e al presunto «sfruttatore» del benessere italiano nemmeno la possibilità di difendersi. Che fine ha fatto il pensiero del grande milanese Cesare Beccaria contro la tortura e la pena di morte? E come si fa a dimenticare totalmente che l’Italia è cresciuta nel dopoguerra grazie alla solidarietà internazionale e all’accoglienza ricevuta dai suoi cittadini emigrati in tutto il mondo? Gli italiani hanno forse perso la memoria?

L'esempio svizzero
Proprio la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera potrebbe essere illuminante. Sul finire dell’Ottocento molti svizzeri emigrarono perché non trovavano in patria lavori confacenti ai loro desideri, nonostante si cominciasse a costruire strade e ferrovie e ad avviare fabbriche di ogni genere. Centinaia di migliaia di stranieri, soprattutto tedeschi, francesi e italiani, sostituirono i partenti e in pochi decenni la Svizzera si ritrovò una rete ferroviaria tra le più fitte del mondo, un’industria competitiva a livello europeo, un Paese in rapida crescita. Nonostante i numerosi detrattori soprattutto degli italiani, una politica chiara, leggi e accordi internazionali appropriati e un grande sforzo d’integrazione riuscirono a fare della componente straniera, in particolare di quella italiana, una fondamentale risorsa per l’economia, la cultura, la società di questo Paese.
Per risolvere grandi problemi – e quello dei migranti lo è sicuramente – occorrono grandi visioni e, forse anche, grandi uomini. Bisognerebbe, per esempio, evitare di concentrare tutta l’attenzione sul fenomeno migratorio perché esso andrebbe inquadrato nella politica generale economica, sociale, culturale, finanziaria. Non è infatti possibile gestire masse d’immigrati per lo più senza un’adeguata formazione senza disporre di un’economia sana e di sistemi formativi e integrativi efficienti. Gli stranieri diventeranno una vera risorsa per il Paese di provenienza, se decideranno di tornarvi, o per il Paese di accoglienza, se decideranno di restarvi, solo se disporranno di una formazione corrispondente alle esigenze dell’economia moderna. Perché tutto il sistema funzioni occorre tuttavia anche una visione d’insieme (europea) coerente e convergente.
Infine, vorrei ricordare un monito che fu rivolto nel 1964 dal Consigliere federale Hans Schaffner ad alcuni deputati svizzeri che ritenevano l’Accordo italo-svizzero sull’immigrazione troppo sbilanciato a favore degli italiani: meglio avere amici che nemici e «anche nella nuova Europa avremo bisogno di amici!». L’Accordo italo-svizzero fu ratificato dal Consiglio nazionale con 117 voti a favore e 26 contrari e l’amicizia italo-svizzera, nonostante tutto è salda.
Giovanni Longu
Berna, 5 settembre 2018