01 novembre 2017

Italiani in Svizzera: 28. Condizioni di vita molto varie nel dopoguerra



Nei precedenti articoli di questa serie si è visto che molti immigrati italiani alloggiavano in condizioni disagiate, ma spesso migliori di quelle che avevano lasciato in Italia, e che le condizioni di lavoro erano generalmente più dure di quelle degli svizzeri. Si è visto tuttavia che l’emigrato era anche molto condizionato nelle sue scelte dal forte desiderio di risparmio e dalla bassa qualifica professionale che non gli consentivano alloggi migliori e salari più elevati. Alla base delle difficoltà c’era soprattutto lo statuto di «migrante», ossia di chi era chiamato a supplire gli svizzeri che avevano deciso di disertare certi posti e certe posizioni perché ritenute poco rimunerative e poco gratificanti. Con queste premesse è facile concludere che anche le condizioni di vita degli immigrati dovessero essere al di sotto della media (quella costituita dalla grande maggioranza degli svizzeri). Era così?

Impossibile generalizzare
Tra i motivi del disagio di molti immigrati degli anni ’60
e ’70 c’era soprattutto la preoccupazione per la famiglia
Per rispondere a questa domanda mi pare doveroso ricordare che è impossibile generalizzare. L’immigrazione italiana in Svizzera ha avuto infatti fasi molto diverse con protagonisti molto diversi in quadri economici, sociali, culturali e anche giuridici molto differenti. In questa enorme varietà ci sono stati periodi in cui l’immigrato italiano era richiesto, accettato, rispettato e benvoluto, mentre in altri periodi gli immigrati italiani erano spesso malvisti, considerati invasori e osteggiati.
Inoltre, le condizioni di vita sono anche molto soggettive: c’è chi si adatta facilmente e chi tenta di ribellarsi, chi sceglie un tipo di vita e chi la subisce, chi ha un progetto di vita e chi ne ha un altro. Non è mai esistita un’unica categoria di immigrati, anche se tutti avevano in comune di non essere svizzeri, di essere venuti in Svizzera per motivi di lavoro e con la speranza di poter un giorno, il più presto possibile, rientrare nel proprio Paese d’origine.
Dicendo questo potrebbe sembrare che voglia sfuggire alla domanda. Non è così, pur esitando a dare una risposta secca e precisa. Prendendo in considerazione solo i primi decenni del dopoguerra credo che si possa affermare con una certa tranquillità che le condizioni di vita dei primi immigrati italiani, provenienti quasi interamente dal nord, erano generalmente buone, mentre quelle degli immigrati degli anni ’60 e ’70 erano molto spesso peggiori. Con «spesso», «generalmente», voglio dire che anche per gruppi le generalizzazioni sono impossibili, date le moltissime eccezioni.

Alcune distinzioni s’impongono
Un dato demografico aiuta a capire le affermazioni precedenti. Gli immigrati della prima ondata del dopoguerra fino alla metà degli anni ’50 erano soprattutto giovani, che avevano nella mente e nel cuore più ottimismo che rassegnazione, il senso dell’avventura più del senso del dovere, la voglia di vivere e di divertirsi più che l’obbligo (morale) di risparmiare e di fare vita ritirata (anche per non spendere).
Anche dal punto di vista dei rapporti lavorativi i primi immigrati stavano meglio di quelli venuti dopo. I primi erano chiamati, richiesti, per svolgere una funzione ben precisa e ne erano capaci e coscienti, mentre gli immigrati degli anni ’60 e ’70 non vantavano le stesse caratteristiche perché venuti a cercar lavoro, spesso uno qualsiasi, a qualunque condizione e senza una preparazione specifica. Parlando di questi ultimi la letteratura basata su numerosi racconti autobiografici fa pensare a persone frustrate, isolate, discriminate, vittime di soprusi, scoraggiate, in una parola, infelici. Mentre i primi immigrati sapevano condurre una certa vita «mondana», spensierata, i secondi riuscivano a socializzare soprattutto nelle associazioni che cercavano di riprodurre l’ambiente che avevano lasciato emigrando e al quale restavano intimamente legati.
Ha scritto una protagonista di un lungo periodo d’immigrazione, Luisa Moraschinelli, che i primi immigrati qui non venivano nemmeno chiamati «stranieri», ma «erano considerati dei collaboratori e basta. Valutati per quello che sapevano fare e per l'impegno che dimostravano nell'imparare quello che dovevano». In effetti, come risulta anche da rapporti di imprenditori, i lavoratori italiani del dopoguerra provenienti dal nord erano molto apprezzati e godevano del rispetto del padrone e delle maestranze.
Mentre i primi immigrati, in generale, non si lamentavano del lavoro che svolgevano e della vita che conducevano fuori dell’ambiente lavorativo, nei racconti di moltissimi immigrati della seconda ondata emerge il malessere che provavano per il tipo di lavoro svolto, per la frustrazione dovuta all’incomunicabilità con gli svizzeri a causa della lingua, per l’incapacità o impossibilità di godere del tempo libero, se non occasionalmente; un malessere reso ancor più accentuato dalla nostalgia della propria terra, dalla lontananza dagli affetti familiari, dalla tristezza di sentirsi in questo Paese indesiderati e malvisti.
Il disagio di moltissimi immigrati degli anni ’60 e ’70 è innegabile, ma anch’esso riusciva a trovare forme di superamento, come si vedrà nel prossimo articolo.
Giovanni Longu
Berna, 01.11.2017

25 ottobre 2017

Italiani in Svizzera: 27. Condizioni di lavoro: «bocconi amari» e successo



Le condizioni di lavoro degli immigrati, soprattutto di quelli non qualificati, sono generalmente più dure di quelle che devono affrontare gli indigeni. Quasi sempre, infatti, si tratta di attività che questi ultimi non vogliono più svolgere per svariate ragioni, spesso sono anche meno redditizie, più faticose o pericolose. Inoltre, alla lunga, diventa penosa più ancora della pericolosità o della fatica dei lavori svolti, la dipendenza dell’emigrato dal suo datore di lavoro, perché rischia sovente di trasformarsi in discriminazione, arbitrio, angheria (specialmente in mancanza di garanzie legali, contrattuali o sindacali). La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera dimostra tuttavia che superare le difficoltà è possibile, ma richiede impegno, costanza e talvolta cambiamento di mentalità. Moltissimi ci sono riusciti.

Quando gli italiani divennero indispensabili
Negli anni '60 e '70 molti italiani erano addetti alle fonderie.
I primi immigrati, quelli dell’Ottocento e inizi del Novecento, erano chiamati a svolgere soprattutto attività pesanti e pericolose nel settore delle costruzioni (edilizia e genio civile). Gli incidenti sul lavoro e le morti erano frequenti. I contrasti e gli scontri tra indigeni e immigrati erano costanti. Basti pensare agli attacchi violenti ai lavoratori italiani di fine Ottocento a Berna, Basilea, Zurigo e altrove. Purtroppo anche la popolazione era schierata contro gli immigrati, considerati «invasori», pur sapendo che si ammazzavano di fatica.
Lo Stato italiano cercava di tutelare il lavoro degli emigrati, ma lo faceva con poca convinzione, perché era più interessato alla pace sociale in patria che al benessere di chi l’aveva lasciata. Da parte sua la Confederazione, Paese liberale, si è sempre fidata (troppo) della buona volontà delle parti sociali (imprenditori e sindacati), pur sapendo che le condizioni di lavoro, d’abitazione e di vita degli immigrati spesso non corrispondevano all’«umanità» e agli impegni presi nelle convenzioni bilaterali o internazionali.
Per ottenere condizioni di lavoro più umane e salari più idonei, gli immigrati si son dovuti battere tenacemente, non esitando ad avanzare richieste (pur essendo tutt’altro che facile, per paura dei licenziamenti), organizzare proteste, riunioni sindacali (società di mutuo soccorso) e numerosi scioperi. Non sempre andavano a buon fine, ma sia pure lentamente i miglioramenti arrivarono, anche perché molti datori di lavoro si rendevano conto che senza gli immigrati italiani certe attività si sarebbero fermate.
Dopo le violenze contro gli italiani nel famoso «Italiener-Krawall» nell’estate del 1896 a Zurigo, molti immigrati cercarono di fuggire dalla città. Furono i datori di lavoro a chiamarli indietro mentre si accalcavano alla stazione in cerca di un treno che li portasse lontano. «Abbiamo bisogno di voi», dicevano, «cosa faremo senza il vostro aiuto?». La stagione edilizia era appena iniziata e un blocco dei cantieri avrebbe significato una catastrofe non solo per il settore, ma anche per molti affittacamere, bottegai, ristoratori. Molti italiani tornarono e tanti restarono per sempre (cfr. Fiorenza Venturini, 1976). 

Indispensabili come «braccia», ma «Gastarbeiter», anzi «cìnkali»
Ritenendoli utili e talvolta indispensabili, per certi impieghi molti datori di lavoro preferivano la manodopera italiana a quella locale. Il calcolo era di estrema semplicità: gli immigrati italiani non erano generalmente politicizzati, non creavano problemi, erano più rapidi, più efficaci, rendevano di più e costavano meno degli svizzeri.
Nel 1908, Gazzetta Ticinese, un quotidiano liberale-radicale scriveva: «La ricerca dell'elemento italiano è giustificata dalle doti oramai proverbiali di maggiore energia produttiva e di maggior duttilità, per cui l'operaio italiano rappresenta la macchina umana di maggior rendimento; fatto incontestabile, riconosciuto ed ammesso da tutti, al quale si deve se gli industriali ne tollerano molti difetti e ne sollecitano volentieri l'opera».
Lo stesso giornale citava alcune testimonianze: «Recentemente la Direzione di un importante opificio, la Vetreria di Monthey, si difendeva, sulla Gazzetta di Losanna, dall'accusa di favoritismo verso gli operai italiani con queste parole: “Come potrebbero vivere e sussistere le nostre industrie, le nostre imprese edilizie o d'altro genere se dovessero occupare solo svizzeri?” E l'ufficio d'assistenza del Cantone Argovia scriveva, or non è molto, che senza gli operai italiani non si potrebbe costruire neppure una casa».
Non è certo un grande riconoscimento ritenere il lavoratore italiano «la macchina umana di maggior rendimento», ma il paragone indica bene un atteggiamento molto diffuso tra i datori di lavoro svizzeri, che consideravano gli immigrati «macchine» o, come si dirà più tardi «forze di lavoro», «braccia», trascurando quasi del tutto gli aspetti umani. Un atteggiamento che farà dire con tristezza nel 1965 allo scrittore svizzero Max Frisch: «Abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini» e più tardi al politico e scrittore socialista svizzero Dario Robbiani: «Ci chiamavano Gastarbeiter, lavoratori ospiti, ma eravamo stranieri, anzi cìnkali».
In queste espressioni e in questi atteggiamenti è condensata una parte consistente della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera fino a pochi decenni orsono. Eppure, a ben vedere, è soprattutto grazie al lavoro che gli italiani si sono affermati in questo Paese. Già nell’Ottocento, quando gli italiani costituivano un «problema», il lavoro, il buon lavoro serio e coscienzioso, li rendeva utili e spesso indispensabili. Lavorando generalmente a cottimo, producevano più degli altri e, secondo numerose testimonianze, erano anche ben pagati. Quanto bastava, però, per suscitare invidia e odio da parte soprattutto di quegli svizzeri che non reggevano la concorrenza, fino ad arrivare alla degenerazione degli attacchi violenti di Berna (Käfigturmkrawall, 1893) e di Zurigo (Italiener-Krawall, 1896).

Secondo dopoguerra difficile
Nel secondo dopoguerra, con la forte ripresa dell’immigrazione dall’Italia (del nord), il lavoro italiano venne ampiamente riconosciuto dall’economia svizzera. Fino ai primi anni ’60 i datori di lavoro svizzeri erano molto soddisfatti degli italiani, sempre intesi come «macchine di maggior rendimento», anche perché erano giovani e forti e non creavano problemi con figli, famiglie, scuole, proteste, ecc. In seguito la situazione, com’è noto, peggiorò, non solo perché i movimenti xenofobi erano in crescita, ma anche e soprattutto perché, via via che l’immigrazione italiana (ormai prevalentemente dal sud) aumentava, il rendimento diminuiva e cresceva il disagio sociale tra due comunità che non si comprendevano, non si frequentavano e talvolta si odiavano.
Lino Guzzella, un «secondo», pres. del Politecnico fed. di Zurigo
Le condizioni di lavoro erano varie secondo la grandezza dell’impresa, il tipo d’impresa, le esigenze della singola impresa, il luogo di lavoro, il cantiere, la fabbrica, ma soprattutto secondo le competenze professionali dei lavoratori. Molti datori di lavoro cominciavano anche ad avere dubbi sulle capacità di molti operai italiani provenienti dal sud e sulla possibilità di integrarli efficacemente nei processi produttivi. Oltretutto erano preoccupati, in alcune grandi fabbriche, del clima di contestazione che si stava creando ad opera di attivisti di sinistra (comunisti) venuti appositamente dall’Italia.
Sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche i numerosi racconti dei protagonisti (lavoratori, datori di lavoro, capi del personale, sindacalisti) sono difficilmente unificabili, perché esistono troppe differenze tra piccole e grandi imprese, tra imprese con una prevalenza di manodopera estera e imprese con pochi lavoratori stranieri, tra lavoratori italiani provenienti del nord e lavoratori provenienti dal sud Italia, ecc.
Volendo trovare qualche tratto comune, si può ritenere, per esempio, che la stragrande maggioranza dei lavoratori immigrati accettava qualunque lavoro, sia per non rischiare, in caso di rifiuto, di restarne senza e sia perché gli italiani, come scriveva nel 1970 il sociologo Rudolf Braun, «sono venuti da noi per guadagnare e vivono solo per il guadagno. Si può dire a un italiano che deve lavorare fino a mezzanotte; egli lo fa senz’altro perché vede il tornaconto finanziario, ossia il 25 per cento di paga in più per lo straordinario». Molti datori di lavoro se ne approfittavano.
Un’altra caratteristica degli italiani era la disponibilità a rendere di più se ben guidati e premiati (con incentivi in denaro o in carriera), con una differenza: un italiano del nord accettava difficilmente osservazioni sul suo operato ritenendo di saper far bene quel che faceva; un italiano del sud, invece, consapevole della sua impreparazione, era più disposto a lasciarsi guidare e consigliare con la prospettiva di migliorare la sua posizione.

Dal cottimo al lavoro di qualità
Molto spesso i racconti di numerosi italiani contengono queste due osservazioni: il lavoro era molto duro, ma generalmente era svolto senza lamentarsi. Ha scritto una immigrata lucana riferendosi alla situazione vissuta agli inizi degli anni ‘60: «Era un lavoro durissimo, pieno di polvere e in mezzo a un rumore frastornante, ma a me piaceva. […] Per me dura, ma essendo partita da un piccolissimo paese, era tutta un’altra vita con risvolti a suo modo interessanti: anche senza conoscere il tedesco».
Ignazio Cassis, un «secondo», consigliere federale
Dagli anni ’80 in poi la situazione dei lavoratori italiani cominciò a migliorare radicalmente, sia perché i «vecchi» si erano ormai stabilizzati, e sia perché diventavano «attivi» numerosi figli di immigrati del dopoguerra. La seconda generazione aveva superato, nel complesso, le principali difficoltà dei genitori: non aveva particolari problemi linguistici e scolastici e possedeva una formazione professionale «normale» che la metteva al riparo da confronti insostenibili con i coetanei svizzeri.
La diffusione della formazione e della cultura in generale ha fatto sì che sul lavoro da qualche decennio le differenze tra svizzeri e italiani si siano praticamente azzerate o comunque minimizzate. Di fatto oggi gli italiani e gli svizzeri di origine italiana sono presenti in tutti i rami professionali e a tutti i livelli, compresi quelli superiori, anche in politica.
La strada è stata lunga e, per dirla con una lettrice, «quanti bocconi amari abbiamo dovuto mandar giù!», ma a ben vedere, ne è valsa anche la pena.
Giovanni Longu
Berna, 25.10.2017

18 ottobre 2017

Italiani in Svizzera: 26. Condizioni d’abitazione molto varie negli anni '50-70



Le condizioni d’abitazione degli immigrati (italiani) in Svizzera hanno provocato qui e in Italia molti dibattiti, alcune volte avviati da specifiche denunce di abusi e violazioni dei regolamenti, altre volte da presunzioni di abusi, sfruttamento, discriminazione della manodopera estera. Nella letteratura sull’emigrazione, in generale, è stata operata un’azione inaccettabile di enfatizzazione degli aspetti più negativi, per di più generalizzandoli, senza alcun serio tentativo di un’analisi obiettiva della situazione, senza riferimenti a dati statistici ufficiali e senza tener conto di descrizioni di segno positivo.

La situazione riguardante le baracche
Anzitutto è fondamentale distinguere le abitazioni degli stagionali vicino ai cantieri (in prevalenza baracche) dalle abitazioni dei dimoranti annuali o domiciliati nei centri abitati. I problemi infatti erano molto diversi. Basti pensare che le baracche erano ritenute per loro natura provvisorie, quindi destinate ad essere demolite o smontate e portate eventualmente altrove una volta chiuso il cantiere, mentre le abitazioni dei centri abitati erano in muratura e quindi stabili.
Il sogno di molti immigrati degli anni '50-70 del secolo scorso
Nella concezione delle baracche al primo posto veniva la funzionalità, non il confort. Esse dovevano soddisfare i bisogni essenziali dei lavoratori per un periodo ritenuto sempre limitato ed era certamente nell’interesse del datore di lavoro offrire ai propri dipendenti condizioni abitative dignitose e soddisfacenti, anche per evitare lamentale, reclami e ispezioni degli ispettorati del lavoro. Era inoltre impensabile che gli alloggi degli stagionali si trovassero troppo distanti dai cantieri e dai luoghi di lavoro, per cui era inevitabile che soprattutto gli stagionali addetti all’edilizia e al genio civile alloggiassero in baracche, come del resto avveniva in tutti i Paesi europei d’immigrazione.
Non va neppure sottovalutato il fatto che le baracche offrivano anche notevoli vantaggi agli utilizzatori. Per esempio, essendo vicine ai cantieri, facevano risparmiare tempo e denaro per recarsi al lavoro. Inoltre, esse erano relativamente a buon mercato, rispetto agli affitti di un appartamentino proprio. Un immigrato italiano raccontava, presumibilmente agli inizi degli anni ’70, che la stanza in cui erano sistemati 5 letti era abbastanza grossa e pagava, vitto e alloggio, 300 franchi al mese; ne guadagnava 7.70 l’ora. 

Baracche e confort
Il confort delle baracche del dopoguerra era sicuramente superiore a quello d’inizio secolo, soprattutto riguardo alle condizioni igieniche, alla disponibilità di servizi sanitari, al riscaldamento. E’ probabile tuttavia che gli alloggi dei primi immigrati ne fossero ancora carenti. La «qualità» delle abitazioni degli stagionali cominciò a migliorare con l’entrata in vigore (15 luglio 1948) del primo Accordo d’immigrazione tra la Svizzera e l’Italia. Infatti le richieste di lavoratori italiani, inoltrate ai Consolati e alla Legazione d’Italia in Berna (elevata nel 1953 al rango di Ambasciata) dovevano contenere «indicazioni precise sulla natura dell’impiego, il genere e la qualificazione della mano d’opera desiderata, le condizioni di lavoro, di retribuzione, di alloggio e di sussistenza» (art. 6). Dunque, tanto la Legazione quanto i diretti interessati potevano conoscere in anticipo le condizioni d’abitazione.
Una volta sul posto, se i connazionali trovavano la baracca o altro tipo di alloggio non idoneo, avrebbero potuto reclamare tramite il Consolato, il Sindacato o il Patronato, ma raramente lo fecero per paura, per mancanza di sostegno o per ignoranza. In generale, tuttavia, la stragrande maggioranza non aveva motivo di lamentarsi sia perché l’alloggio era quello previsto nel contratto di lavoro e sia perché le alternative erano quasi inesistenti. Chi, per esempio, avrebbe potuto trovare sul mercato delle abitazioni un alloggio più idoneo e a costi sostenibili? Del resto la maggioranza delle baracche non presentava particolari criticità.

Alcune testimonianze
Scriveva, per esempio, il giornalista Vasco Fraccanelli sul quotidiano socialista Libera Stampa nel 1951 sulle baracche del cantiere della Maggia, nel Ticino: «Sopra un pianoro […] è stato costruito un paesino di baracche. Ma intendiamoci, baracche in ordine col pianterreno rialzato in sasso e il piano di sopra in legno ben immaschiato, tanto che da una tavola all'altra non passa il ben che minimo filo d'aria. Lucide e pulitissime, sia all'interno sia all'esterno. Le finestre sono ampie e munite da gelosie, così queste casette ti sembrano più dei veri e propri «chalets», piuttosto che delle baracche…».
Dieci anni più tardi, nel 1961, un altro cronista, del Corriere del Ticino, in un servizio sul cantiere della Verzasca, scriveva fra l’altro a riguardo delle baracche che ospitavano al momento 250 persone: «Più che baracche, dovrebbero essere definite casette. […] Servizi igienici e logistici all'insegna della perfezione. Né vien trascurata quella parte di sana ricreazione (un po' di musica, un po' di televisione, tanta radio, lettura, ecc. ecc.) così che si è costruita una baracca appositamente per tale scopo. […] Un bar e un vasto vano sono a disposizione degli operai che, nelle ore libere, frequentano con piacere questo locale, ove c'è di che rallegrare lo spirito, ove mentre tra una discussione e un'altra, si trova il tempo di scrivere a casa.».
L'«Hotel Ritz» della Grande Dixence (1951-1961)...ristrutturato
Per la costruzione della più grande diga della Svizzera, la Grande Dixence (1951-1961), furono predisposte baracche e un grande edificio chiamato allora «Hotel Ritz», che lo scrittore Maurice Zermatten descrisse così: «una costruzione ultramoderna, in alluminio, [che ha ospitato anche più di 1000 operai …] comprende un ristorante, una sala di proiezione per 400 persone, una ricca biblioteca con libri in tedesco, francese e italiano; sale di lettura e di giochi…».
Anche le baracche principali, quelle a valle, del cantiere di Mattmark erano di buona fattura, come ha confermato in più occasioni uno dei sopravvissuti alla disgrazia del 30 agosto 1965, Ilario Bagnariol. Le baracche a valle, dove dormivano e trascorrevano il tempo libero gli operai, disponevano di acqua fredda e acqua calda, servizi igienici, docce, riscaldamento e quanto serviva agli operai durante il tempo libero. Gli alloggi non solo dei dirigenti ma anche quelli delle maestranze erano secondo lui eccellenti, meglio di tanti alberghi. Purtroppo sulla sicurezza di alcune baracche del cantiere situate in prossimità della diga in costruzione non fu fatto abbastanza, diversamente la disgrazia si sarebbe potuta evitare.

Alloggi in città: rari e costosi
La situazione delle abitazioni nelle città era più complessa a causa della penuria di abitazioni, anche per gli svizzeri, ma soprattutto per gli stranieri. Era quasi impossibile, per uno straniero, trovare subito un appartamento a causa dei costi elevati, oltre che per il diffuso clima antistranieri degli anni ’60 e ’70.
Quando nel 1957 l’Unione Sindacale Svizzera (USS) avanzava la prima richiesta di riduzione del numero degli stranieri, uno degli obiettivi era di non aggravare la penuria degli alloggi e frenare l’evoluzione dei salari (inflazione). Per le stesse ragioni nel 1965 presentò un progetto di legge per ridurre gli stranieri a 500 mila e al 10% della popolazione residente.
Quanto alle critiche dell’on. Giuseppe Pellegrino (PCI) del 1963 (cfr. articolo precedente dell’11.10.2017), nella stessa seduta della Camera dei Deputati l’on. Giuseppe Lupis (PSDI), pur riconoscendo la gravità del problema, osservava che alla difficoltà oggettiva di trovare in Svizzera un alloggio più confortevole e al tempo stesso economico si aggiungeva in molti emigrati un «profondo senso del risparmio», che li spingeva a non cercare nemmeno un’altra sistemazione, essendo «l’elemento predominante per i nostri lavoratori […] il desiderio di accantonare, di risparmiare il più possibile per sé e per la propria famiglia, in vista di un ritorno in patria e dell'acquisto di una casa nel proprio paese o città».
Credo che queste parole dell’on. Lupis spieghino in buona parte fenomeni come quelli delle misere condizioni d’alloggio di molti immigrati italiani nei primi decenni del dopoguerra. Tutto il risparmio era finalizzato a mettere insieme un gruzzolo da impiegare al ritorno in Italia. Pertanto era logico risparmiare anche sulle spese d’abitazione. Il ricercatore Lucio Boscardin ha calcolato per il periodo 1946-1959, un tasso di risparmio (tra vitto, alloggio, imposte, assicurazioni, ecc.) tra il 53 e il 63% delle entrate lorde.

Situazione critica dalla metà degli anni ‘60
In base ai dati del censimento della popolazione del 1960, l'Ufficio federale di statistica (UST) affermava che, nel complesso, le condizioni abitative delle famiglie straniere erano simili a quelle delle famiglie svizzere, ma variavano secondo i gruppi nazionali. Per esempio, le famiglie francesi, tedesche e austriache che disponevano di un bagno erano più numerose di quelle svizzere; per quelle italiane era il contrario. Mentre il 64% delle abitazioni degli svizzeri erano dotate di bagno, la percentuale di quelle degli italiani era solo del 36,9% (media 54,1% per l'insieme delle famiglie straniere).
Anche la grandezza dell’abitazione differiva secondo il gruppo nazionale. Riguardo alle abitazioni di grandezza media, austriaci e italiani ne disponevano in una proporzione più elevata che nei loro Paesi d’origine, mentre per i tedeschi era il contrario. Per quanto riguarda le abitazioni grandi, solo gli italiani ne disponevano meno che al loro Paese (spiegazione: le loro economie domestiche in Svizzera erano costituite in maggioranza da giovani). Nel complesso, austriaci, tedeschi e italiani disponevano in Svizzera di abitazioni meglio equipaggiate (bagno, doccia, riscaldamento, acqua corrente) che nei loro Paesi d'origine.
Le considerazioni dell’UST si riferiscono al 1960, quando gli inquilini erano soprattutto immigrati provenienti dal Nord Italia. In seguito, tuttavia, la situazione abitativa degli italiani, andata via via migliorando riguardo alle baracche, ha incontrato nuove difficoltà per quel che riguarda gli alloggi in città, in seguito all’immigrazione di massa prevalentemente dal Sud, ai ricongiungimenti familiari, resi più facili dopo l’Accordo italo-svizzero di emigrazione del 1964, e soprattutto all’accresciuta paura dell’«inforestierimento». Solo negli anni ’80 e ’90 si registrerà un sostanziale miglioramento, ma alcune differenze resteranno a lungo. Per esempio, gli italiani continuano ad abitare in appartamenti a pigione medio-bassa e sono relativamente pochi i proprietari della propria abitazione.
Giovanni Longu
Berna, 18.10.2017