15 febbraio 2012

Condizioni per la crescita in Italia: stabilità e formazione

A una persona che vivendo in Svizzera osserva quanto succede in Italia, non sfugge l’anomalia delle tante discussioni apparentemente serie ma inconcludenti, come se in realtà non si volessero vere soluzioni efficaci. Diversamente non si spiegherebbe perché da troppi anni non si riesce a modificare ragionevolmente alcunché della Costituzione, non si riesce a superare l’irriducibile contrapposizione tra destra e sinistra (anche nelle sue forme leggermente più aggiornate di centro-destra e centro-sinistra), non si riesce a portare a termine alcuna riforma seria, a parte quelle poche che sta cercando di realizzare l’attuale governo sotto la spinta dell’urgenza e delle richieste perentorie di un’Europa sempre più germanizzata.

Sul sostanziale immobilismo e conservatorismo dell’Italia nel campo delle riforme e dello sviluppo pesano indubbiamente ragioni storiche e culturali, la discontinuità tra nord e sud, l’invecchiamento della popolazione, l’inadeguatezza della classe politica condizionata da interessi di parte. Credo tuttavia che una spiegazione delle difficoltà (o della impossibilità?) di concludere interminabili discussioni con soluzioni condivise ed efficaci sia la mancanza di metodo. Una lacuna grave per un Paese che ha dato al mondo due geni della metodologia nel campo della scienza, Galileo Galilei, e in quello della politica, Niccolò Machiavelli. Due esempi presi dall’attualità sembrano confermare quanto appena affermato.
Oggi sono in piena discussione due oggetti che stanno occupando molte pagine di giornali e gran parte delle tribune televisive di approfondimento (?!): la legge elettorale e la flessibilità del lavoro. Entrambi i temi sembrano fatti apposta per scaldare gli animi e accentuare le divergenze, mentre dovrebbero essere affrontati pacatamente e razionalmente per trovare soluzioni condivise ed efficaci. Perché ciò possa avvenire bisognerebbe tuttavia interrogarsi prioritariamente sugli obiettivi specifici che s’intendono raggiungere, perché, direbbe Machiavelli, il fine giustifica i mezzi e non va dimenticato che sia la legge elettorale che la flessibilità del lavoro sono mezzi e non fini.

Una nuova legge elettorale: perché?
Quanto alla nuova legge elettorale, visto che quella attuale sembra non andar più bene a nessuno, prima di andare alla ricerca del modello da adottare in Italia tra quelli esistenti o possibili, mi sembrerebbe metodologicamente più corretto e più efficace sciogliere preventivamente il nodo del suo scopo: a che cosa deve servire una nuova legge elettorale?
Da anni si parla di architettura dello Stato in funzione di un Paese più moderno, più dinamico, più competitivo, più giusto e più vicino ai cittadini. Ebbene, non credo che sia giudizioso discutere di legge elettorale senza prima discutere seriamente di questa architettura e aver individuato per lo meno alcuni punti fermi, con la consapevolezza che anche le costituzioni sono modificabili e devono seguire i mutamenti della società.
In questa ottica mi sembra che vadano affrontati con serenità ma anche con decisione temi fondamentali come quelli della Presidenza della Repubblica (presidenzialismo vero, semipresidenzialismo, presidenzialismo strisciante come quello attuale?), del bicameralismo (non andrebbe rivisto alla luce del federalismo e perlomeno ridotto drasticamente nel numero dei parlamentari?), dei poteri del governo e della governabilità (quanto conta la legittimazione popolare e quanto la fiducia di parlamentari senza vincolo di mandato?), della responsabilità dei giudici (deve valere anche per loro il principio: chi sbaglia paga?), dell’organizzazione territoriale dello Stato (servono davvero Regioni, Province e Comuni, enti intercomunali, ecc.?) del federalismo (fondato su quali principi e applicato in quale forma?), ecc.
Solo alla luce di un orientamento chiaro e condiviso sull’assetto futuro dello Stato mi sembra ragionevole stabilire la legge elettorale più adeguata. Essa non dovrà essere ispirata solo a un vago senso della «rappresentanza democratica», ma deve anche rispondere alle nuove esigenze di un Parlamento modificato (probabilmente nella struttura, nella funzione, nel numero dei parlamentari) e di un Governo chiamato a governare efficacemente e durevolmente. La discussione sulla nuova legge elettorale non dovrebbe nemmeno essere totalmente sganciata da quella riguardante il ruolo dei partiti e il loro finanziamento: perché lo Stato dovrebbe finanziare un sistema elettorale così scandalosamente costoso come quello attuale, tanto più che il popolo italiano ha vietato il finanziamento pubblico ai partiti?
Solo a questo punto trovo giudizioso chiedersi anche se all’Italia convenga più il sistema di elezione proporzionale o maggioritario, con sbarramento o senza, con indicazione della coalizione o senza (anche se prima o poi si dovrà decidere a chi spetti questa competenza). Meno importante mi sembra invece la discussione un po’ demagogica e strumentale circa le preferenze, ben sapendo che esse dipendono più che dalla competenza dei candidati dalla loro notorietà, dalla posizione nelle liste, dall’efficacia della campagna elettorale e in fin dei conti dai soldi investitivi per curare la loro immagine.

Il capitale umano dipende dalla sua formazione
C’è poi un altro tema che anima la discussione, quello sulla «flessibilità del lavoro», un’espressione di non facile comprensione, resa ancor più difficile perché sembra contrastare col famoso «articolo 18» dello Statuto dei lavoratori del 1970 (licenziamento discriminatorio e reintegrazione sul posto di lavoro) e con l’aspirazione di molti se non di tutti gli italiani al «posto fisso».
Di per sé, in una discussione seria sulla flessibilità del lavoro (che prevede anche la possibilità del licenziamento per motivi economici o di ristrutturazione di un’impresa), l’articolo 18 non dovrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile, perché il licenziamento illegittimo e discriminatorio, per quanto grave e sanzionabile severamente, dev’essere ritenuto un evento eccezionale e non una prassi corrente. Purtroppo però l’articolo 18 (soprattutto nella parte che prevede l’obbligo per il datore di lavoro della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato) è visto negli ambienti imprenditoriali come un ostacolo allo sviluppo e al clima aziendale, mentre nel mondo operaio e sindacale è assurto a simbolo di garanzia del posto di lavoro, un diritto acquisito e non più rinegoziabile. Nell’immaginario collettivo questo simbolo ha anche contribuito ad alimentare un’altra idea che non ha alcun riscontro nella realtà, quella del «posto fisso» e garantito a vita.
A ben vedere si tratta di autentici equivoci, che si potrebbero facilmente superare se anche a questo riguardo si invertisse il metodo della discussione, ossia partendo dal fine e non dal mezzo per conseguirlo. Se l’obiettivo principale del governo Monti e di qualsiasi buon governo è quello di far crescere l’Italia, occorre anzitutto trovare un’intesa sulla necessità di rilanciare l’economia e sulle condizioni essenziali perché ciò possa avvenire nella prospettiva di uno «sviluppo sostenibile» anche per le future generazioni.
Una riflessione di questo tipo (prendendo in considerazione anche la situazione dei Paesi vicini) evidenzierebbe subito che per crescere l’economia italiana ha anzitutto bisogno di un quadro politico stabile e credibile di riferimento (per cui è imprescindibile un ripensamento senza preconcetti dell’assetto istituzionale dello Stato) e di un sistema formativo adeguato.

Investire maggiormente nella formazione
Ormai è un dato acquisito: nel mondo moderno non ci può essere sviluppo sostenibile senza un capitale umano ben formato. Purtroppo l’Italia, che può vantare numerose eccellenze individuali in molti campi, non ha un sistema formativo in linea con le esigenze di un’economia competitiva e di una società in trasformazione, anzi non esiste affatto un sistema diffuso di formazione professionale integrato nel mondo del lavoro. E poiché in un mondo globalizzato la formazione generale e specifica svolge un ruolo chiave sul piano della competitività internazionale e delle esigenze della società, la discussione fondamentale dovrebbe incentrarsi su questi aspetti e non su altri obiettivamente secondari o addirittura fantasiosi. Tanto più che anche sul piano individuale sono il livello di formazione di base e la formazione specifica e continua che determinano in buona parte le prospettive d’impiego e la durata dell’occupazione.
Per rendersi conto di quanto sia importante per l’Italia la qualità della formazione per lo sviluppo sostenibile e per la crescita economica e sociale basterebbe un semplice confronto con i Paesi maggiormente competitivi europei, ad esempio la Svizzera, in fatto di investimenti nell’istruzione e nella ricerca, di tasso di crescita e tasso di occupazione. E sono Stati in cui non esiste né l’articolo 18, né il posto fisso, ma nemmeno il licenziamento facile o sacche di forte disoccupazione giovanile e di lunga durata come nel Mezzogiorno d’Italia.
E’ su questi temi che la discussione dovrebbe svolgersi senza pregiudizi di alcun tipo per giungere in tempi brevi a soluzioni condivise. Diversamente passerà anche il governo Monti, ne verranno altri, e i problemi resteranno in attesa che qualcuno imponga anche all’Italia la cura che sta subendo oggi la Grecia.

Giovanni Longu
Berna, 15.2.2012

14 febbraio 2012

L’italianità in Consiglio federale

(Corriere del Ticino, 14.02.2012)
Da qualche anno si parla sempre più spesso, soprattutto in Ticino, della proposta di portare da 7 a 9 i membri del Consiglio federale. In questo modo si spera che la Svizzera italiana (e il Ticino) vi possa essere più facilmente rappresentata. Se n’è riparlato anche qualche giorno fa tra l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio e i parlamentari ticinesi a Berna. Un segnale importante della volontà politica dei rappresentanti della Svizzera italiana di insistere fino al raggiungimento dello scopo, più che legittimo.

Vorrei tuttavia fare osservare che per avvalorare tale richiesta non conviene far troppo conto sulla ripartizione territoriale della Svizzera operata dall’Ufficio federale di statistica una dozzina di anni fa. Le Grandi Regioni a cui si è fatto riferimento nella recente discussione (cfr. CdT del 10.2.2012) sono infatti solo sette (e non nove), una delle quali, il Ticino, non copre nemmeno l’intera area della «Svizzera italiana». Inoltre le 7 Grandi Regioni vennero create unicamente a scopi statistici per disporre di territori d’analisi comparabili a quelli delle unità territoriali (NUTS 2) della classificazione europea.
Per riuscire nella sacrosanta rivendicazione sarebbe preferibile, a mio modo di vedere, riferirsi piuttosto al carattere multilingue e multiculturale della Svizzera e alla necessità di conservare e anzi valorizzare la terza radice fondamentale della Svizzera, l’italianità, in nome della quale vennero eletti finora in Consiglio federale tutti gli italofoni da Stefano Franscini a Flavio Cotti. Non è sicuramente nell’interesse della Svizzera che questa componente venga sacrificata e nemmeno trascurata ormai da troppo tempo.

Riportare l’italianità in seno al Consiglio federale dovrebbe essere l’impegno di tutti.

Giovanni Longu
Berna, 10.02.2012

08 febbraio 2012

Quel rompicapo del modello Rubik

Negli ultimi mesi del governo Berlusconi, a Berna si respirava aria di ottimismo in relazione all’avvio di un negoziato riguardante la trattenuta sui frontalieri e più in generale l’accordo sulla doppia imposizione. Sembrava che l’odiato ministro Tremonti si fosse ricreduto di quanto era andato dicendo per molto tempo sulla Svizzera, considerata un «paradiso fiscale» con cui sarebbe stato «inaccettabile» un accordo «contro lo spirito della direttiva europea» in materia fiscale. Nell’autunno dello scorso anno, anche in seguito alle pressioni della Camera dei Deputati e del Senato italiani, sembrava disponibile ad aprire un negoziato proprio partendo dal «modello Rubik», come chiedeva la Svizzera e suggerivano tutti i parlamentari italiani residenti in questo Paese.

Col ritiro del governo Berlusconi e l’entrata in servizio del governo Monti, tutti gli osservatori si aspettavano che la trattativa non incontrasse più ostacoli per partire. Ma già le prime battute del neopresidente del Consiglio lasciarono capire che l’accordo con la Svizzera non era una priorità della sua agenda politica. Fu una brutta sorpresa non solo per la Svizzera, che sperava di chiudere presto questo brutto capitolo dei rapporti con l’Italia, ma anche per i parlamentari italiani residenti in Svizzera che si erano spesi per far riaprire il negoziato. Uno di questi, Franco Narducci, ha espresso recentemente il suo rincrescimento perché «paradossalmente l'avvento del governo Monti ha bloccato il negoziato e per ora, nonostante le sollecitazioni indirizzate al governo stesso, Svizzera e Italia sono tornate a parlarsi soltanto attraverso i mezzi d'informazione».
In verità a bloccare il negoziato non è stato Monti, ma la contestazione che ha provocato in Germania l’accordo svizzero-tedesco in materia concluso lo scorso anno e le perplessità che suscitano in senso all’Unione Europea (UE) questo tipo di accordi fiscali. Che il modello Rubik sia un vero rompicapo è risaputolo, perché è un modo originale «svizzero» di salvare il più possibile il segreto bancario considerato irrinunciabile dalla Svizzera e allo stesso tempo salvaguardare l’essenziale della direttiva europea sulla fiscalità e dello scambio di informazioni automatiche ch’essa prevede.

Iniziativa svizzera per superare lo stallo
Alla Svizzera l’attendismo di Monti (in attesa che si definisca la posizione europea sulla fiscalità generale e delle imprese) e le perplessità dell’UE non piacciono, tanto più che sono in una situazione di stallo tutte le trattative bilaterali Svizzera-UE su numerose questioni. Per sbloccare la situazione, il neoministro degli esteri Didier Burkhalter ha inviato a Bruxelles una lettera, concordata con i colleghi di governo, per affermare la disponibilità e l’interesse della Confederazione ad aprire e concludere in tempi ragionevoli i negoziati riguardanti tutti i problemi aperti (accordo sull’energia, libera circolazione, ripresa del diritto europeo, fiscalità, salute, agricoltura e altri temi). In quella lettera Burkhalter ha proposto anche un «approccio coordinato» dei vari problemi, cioè la conduzione dei vari negoziati in parallelo.
Per quanto riguarda in particolare il tema «caldo» della fiscalità, sia l’imposizione delle imprese e sia la tassazione sul risparmio, il Consiglio federale ha fatto chiaramente intendere che non è disposto ad affrontare nuovi negoziati in materia se la Commissione europea non assumerà «una posizione costruttiva», rinunciando dapprima alle sue obiezioni contro l'entrata in vigore degli accordi fiscali che la Svizzera ha concluso nel 2011 con la Germania e la Gran Bretagna, entrambi basati sul modello Rubik (che prevede essenzialmente un’imposta liberatoria degli averi detenuti in Svizzera di cittadini residenti nei due Paesi e l’anonimato).

Buone prospettive di successo
Si sa che in questo momento nell’UE ci sono ancora alcuni Stati che sono tenacemente contrari a convalidare gli accordi già conclusi, ma ce ne sono altri che sono molto favorevoli. Specialmente la presidenza danese dell’UE ritiene opportuno un rapido rinegoziato con la Svizzera in modo che tutti i Ventisette beneficino della «generosità» elvetica, tanto più che Berna è ormai ben disposta ad uno scambio di informazioni per la domanda di assistenza tra le amministrazioni fiscali, autorizzando, a determinate condizioni, le domande collettive di informazioni. E’ evidente a questo punto che se non incontreranno altri ostacoli gli accordi già conclusi, ben difficilmente dovrebbe incontrarne quello ancora da negoziare tra la Svizzera e l’Italia.
Se a Mario Monti riuscisse di portare a casa anche un buon accordo italo-svizzero sulla fiscalità (e personalmente non dubito che gli riuscirà), sarebbe indubbiamente un gran successo per il suo governo più che tecnico. Non va infatti dimenticato che ad esso sono legati non solo i temi strettamente connessi alla tassazione dei capitali depositati in passato (legalmente o illegalmente) in Svizzera, ma anche la futura tassazione alla fonte dei redditi futuri, la problematica attuale della fuga dei capitali (che non avrebbe più ragion d’essere), la questione del ristorno integrale della trattenuta sui redditi dei frontalieri e soprattutto la serenità riconquistata dei tradizionali rapporti eccellenti tra i due Paesi in tutti i campi.

Giovanni Longu
Berna 8.2.2012

La «pax germanica» e i compiti a casa

In tutti i tempi sono state combattute guerre allo scopo di imporre la pace, ovviamente alle condizioni del vincitore o dei vincitori. Si parla, ad esempio, della «pax romana» per indicare quella imposta al vasto impero romano ai tempi di Augusto, della «pax americana» per indicare il lungo periodo di pace in occidente dopo la seconda guerra mondiale, della «pax britannica», dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte. Nella letteratura si trova anche l’espressione «pax germanica», per indicare l’unificazione degli stati tedeschi sotto l’imperatore Guglielmo I dopo la vittoria nella guerra franco-prussiana (1871). La «pax germanica» fu anche l’aspirazione della Germania imperiale in caso di vittoria nella prima guerra mondiale e l’ambizione nazista in caso di vittoria del Terzo Reich nella seconda guerra mondiale.

Predominio tedesco in Europa
Oggi, in Europa, la pace è una condizione consolidata senza particolari connotazioni. Ciononostante, ogni tanto si sente ancora parlare, soffusamente, di «pax germanica», «pax tedesca», alludendo evidentemente a una sorta di predominio della Germania nell’Unione europea, non solo in senso economico-finanziario (ordine nei conti pubblici, alta produttività, nel 2011 crescita del prodotto interno lordo del 3%, record ventennale del livello di occupazione), ma anche culturale (culto dell’efficienza, dell’ordine e della razionalità) e politico. Un indicatore significativo di questa situazione è l’ormai famoso «spread», ossia la differenza di rendimento tra i titoli di stato tedeschi e quelli di tutti gli altri Paesi dell’Eurozona. La Germania è ormai il modello di riferimento.
Grazie alla sua supremazia economico-finanziaria e alla sua influenza culturale, la Germania è anche il Paese che politicamente pesa maggiormente nell’Unione Europea. Lo sta dimostrando da mesi nella ricerca e nella prescrizione della cura per uscire dalle difficoltà in cui versa l’Eurozona, a causa soprattutto del debito pubblico di alcuni Stati, Grecia in primis, ma anche l’Italia.
Quando parlo di supremazia e di peso politico della Germania non intendo affatto suggerire l’idea che si tratti di una sorta di prevaricazione o d’ingiustificata pretesa di leadership della potenza tedesca, ma semplicemente costatare che la Germania della cancelliera Merkel ha in Europa un peso determinante, che gli altri Paesi di fatto le riconoscono. Oltretutto è anche il principale finanziatore dell'Europa comunitaria e chi più paga… più conta.
In effetti, senza il benestare della signora Merkel non vedranno la luce gli «Eurobond» di cui la Germania sarebbe il principale finanziatore e garante, mentre a beneficiarne sarebbero altri Paesi. Anche il cosiddetto «Fondo salva-Stati» dovrà accontentarsi per ora di 500 miliardi di euro invece dei mille miliardi auspicati da Monti. E la Banca centrale europea (BCE) non potrà acquistare in misura illimitata titoli del debito pubblico degli Stati in difficoltà perché la BCE non può diventare, secondo la Germania, prestatore di ultima istanza per gli Stati indebitati. Questi, sembra dire la Cancelliera, devono dar prova con una politica di rigore di poter risolvere (quasi) da soli le difficoltà in cui si sono cacciati.

Far bene i compiti
Per quanto la Germania possa apparire troppo dura (ad es. agli occhi del governo greco) o troppo restia ad aprire il borsello (agli occhi del governo italiano), tutti i Paesi dell’Eurozona sanno che senza di essa l’euro non potrà continuare ad essere una delle principali monete mondiali e la Grecia, e forse l’Italia e altri Paesi, non potranno restare a lungo nella zona euro. E tutti sanno che, se la locomotiva tedesca non continuasse a tirare, molti vagoni si staccherebbero dal treno europeo e andrebbero fatalmente incontro a un destino alquanto incerto o già segnato. Per questo non hanno altra scelta che fare i compiti loro assegnati. Anche l’Italia li ha dovuti fare.
La Germania naturalmente sa bene che solo imponendo la sua linea (fatta di rigore, disciplina, conti in ordine, riforme strutturali, liberalizzazioni, flessibilità del mercato del lavoro, impegno per la crescita) si riuscirà a salvare l’Eurozona, ma sa anche che solo in questo modo potrà salvaguardare i suoi interessi commerciali e finanziari legati a un euro solido e valido concorrente del dollaro americano. Nasce probabilmente da questi convincimenti non del tutto disinteressati quell’atteggiamento da maestrina esigente assunto talvolta dalla cancelliera Merkel, a quanto si dice, nell’assegnare i compiti da svolgere ai vari governi dell’Unione alle prese con un debito pubblico eccessivo e persino nel suggerire a qualche Capo di Stato come sostituire un governo ritenuto inadatto.
E’ difficile a questo punto fare pronostici seri per l’avvenire dell’Eurozona e della stessa Unione Europea e nemmeno la Merkel penso sia in grado di sapere se la «pax germanica» riuscirà a imporsi e quanto durerà. Ciò che mi pare invece evidente è che tutti i Paesi europei d’ora in poi i compiti dovranno farli seriamente e bene. Quanto all’Italia, il compito più importante mi sembra quello di una politica «sostenibile» che tenga conto delle future generazioni, ma francamente non so se l’attuale classe politica sia all’altezza di eseguirlo.

Giovanni Longu
Berna, 8 febbraio 2012

31 gennaio 2012

Cittadinanza automatica priva di senso?

E’ tornata a infuriare sui media italiani la disputa sulla cittadinanza ai figli degli stranieri. A dar fuoco alle polveri è stato Beppe Grillo che sul suo blog aveva scritto, per provocazione o convinzione non si sa, visto il personaggio: «Priva di senso la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono: è una questione utile solo a fomentare lo scontro…».

La stragrande maggioranza degli intervenuti al dibattito si è schierata nettamente contro il comico del Movimento a cinque stelle. Non mi sembra, tuttavia, che la valanga d’interventi abbia apportato chiarezza all’intricata questione. Direi, anzi, che la confusione è aumentata perché il tema continua ad essere affrontato in termini molto generici e ideologici. Infatti, non vengono mai definiti chiaramente i termini del problema, né si affronta mai la questione di fondo del valore stesso della cittadinanza italiana in un’Europa sempre più integrata. Ancora, non vengono mai esaminate le modalità di ottenimento della cittadinanza: deve trattarsi di un atto dovuto (per il semplice fatto di nascere in territorio italiano) o di una concessione a richiesta o di una naturalizzazione condizionata (per es. all’integrazione dei genitori)?

In Italia: molta confusione
Il tema è visto spesso come uno dei tanti terreni di scontro ideologico tra fautori legati prevalentemente ai partiti di centro-sinistra e oppositori collocati soprattutto tra i partiti di centro-destra. Tra i favorevoli c’è poi una parte che invoca a sostegno della propria tesi considerazioni di tipo strumentale, ad esempio, per non alimentare la xenofobia, per evitare le discriminazioni di altre persone «come noi», ma anche per non apparire fiancheggiatori della Lega Nord. Tra i contrari ci sono evidentemente coloro per i quali qualunque cambiamento rappresenta sempre un rischio e altri che considerano la naturalizzazione al massimo un atto di liberalità da parte dello Stato, non un atto dovuto.
A conferma della mancanza di chiarezza in questa discussione si potrebbero citare molte affermazioni che per la loro genericità non dovrebbero essere usate in un dibattito serio. Non ha senso, ad esempio, affermare che «chi nasce in Italia è italiano» oppure che la cittadinanza per un figlio di immigrati che nasce in Italia è un «diritto sacrosanto», perché un tale diritto non è previsto né dalla costituzione né da una legge dello Stato. Più corretta, invece, è l’affermazione del Quirinale che auspica «l’effettivo riconoscimento della cittadinanza italiana a quanti nascono nel nostro Paese da genitori stabilmente residenti». In questo caso infatti si tratta di un auspicio, un desiderio, legittimo, che ovviamente andrà esaminato alla luce di altre considerazioni di tipo giuridico, politico, sociale. Dire che la cittadinanza ai figli di stranieri è una «questione di giustizia e di civiltà» può essere un’opinione rispettabilissima, ma deve poter essere discussa insieme ad altre opinioni diverse.

In Svizzera: una legge mai applicata
Quanto la questione della cittadinanza «automatica» dei figli di immigrati sia delicata e complessa lo dimostra la storia più che secolare e non ancora conclusa della legislazione svizzera in materia. Ricordarla può essere utile alla discussione in Italia.
In Svizzera se ne cominciò a parlare all’inizio del secolo scorso, in un contesto migratorio simile a quello dell’Italia di oggi, ma con alcune differenze sostanziali. La percentuale di stranieri, in costante aumento a causa dei grandi lavori ferroviari, era di poco superiore a quella che si registra oggi in Italia; la natalità tra gli stranieri era più alta di quella degli indigeni (come accade oggi in Italia); nella vita quotidiana, i figli degli stranieri non si distinguevano granché da quelli svizzeri.
La differenza più importante è forse rappresentata dal fatto che in alcune città elvetiche la percentuale di stranieri attorno al 1910 era così alta (fra il 30 e il 50%) da far paura, mentre in Italia resta comunque assai modesta. Un’altra grande differenza è data dal fatto che allora la Svizzera era ancora un Paese con una forte corrente emigratoria. Si parlava addirittura di «pericolo nazionale» che andava ovviato naturalizzando «obbligatoriamente» gli stranieri nati in Svizzera. Sembrava vitale compensare le partenze dei giovani emigranti svizzeri con «nuovi svizzeri» fin dalla nascita.
Una legge federale che procurasse alla Patria nuovi cittadini, già assimilati o assimilabili, sembrava la soluzione del problema, tanto più che avrebbe contribuito ad abbassare la percentuale degli stranieri, destinata altrimenti a crescere pericolosamente in maniera esponenziale. La legge fu approvata nel 1903. Essa consentiva ai Cantoni (sovrani in materia civile) di applicare una sorta di «jus soli», cioè il diritto alla cittadinanza a quanti nascevano nel proprio territorio da genitori stranieri immigrati purché ivi residenti da almeno cinque anni. Sembrava fatta apposta per agevolare non solo l’accesso alla cittadinanza in modo da ridurre la percentuale di stranieri, soprattutto nei Cantoni con un tasso particolarmente elevato, ma anche a debellare in tempo la nascente xenofobia legata alla paura dell’«inforestierimento».
L’esito fu catastrofico perché nessun Cantone applicò mai quella legge. Non piaceva «questo sistema di fabbricare svizzeri» e nessuno dava per scontato che chi nasceva in Svizzera fosse «assimilabile». Tutti i Cantoni preferirono continuare a naturalizzare solo quegli stranieri che dimostravano di essersi «assimilati» e ne facevano richiesta dando prova della loro libera scelta e della «spontanea rinuncia alla patria originaria».

Problema più culturale che giuridico o politico
La richiesta di una legge che rendesse possibile la «cittadinanza automatica» agli stranieri di seconda generazione venne avanzata più volte durante tutto il secolo scorso, ma ogni tentativo di soluzione fu sbarrato dal voto popolare. Il tema non è stato tuttavia abbandonato. Resta ancora pendente, da alcuni anni, una proposta legislativa di una parlamentare italo-svizzera, Ada Marra, per la concessione della cittadinanza automatica almeno agli stranieri di terza generazione. Non è ancora approdata alla discussione generale, ma l’esito è incerto perché in Svizzera un «diritto» alla cittadinanza automatica fa paura.
Non si tratta evidentemente di un problema solo giuridico o politico (nemmeno in Italia), ma culturale. Tanto varrebbe impegnarsi maggiormente sul terreno dell’integrazione e facilitare l’acquisizione della cittadinanza a coloro che la richiedono e intendono rispettarla.

Giovanni Longu
Berna 31.1.2012

25 gennaio 2012

La crisi italiana vista dalla Svizzera

Per evidenti ragioni non solo di prossimità, ma anche d’interesse, la Svizzera segue con grande attenzione l’evolversi della situazione nell’Eurozona. Un euro debole rafforza il franco e questo non giova all’economia svizzera di esportazione nel mercato europeo, soprattutto se la situazione attuale dovesse peggiorare.

Per quel che concerne in particolare l’Italia, i media svizzeri si sforzano in generale di registrare obiettivamente quel che sta succedendo, sia le misure per contenere il debito pubblico e stimolare lo sviluppo e sia le reazioni ch’esse suscitano in campo politico e soprattutto sociale. Indirettamente, però, molti servizi lasciano trasparire un quadro piuttosto negativo della situazione italiana, paragonata talvolta persino a quella della Grecia, salvo poi ad affermare che mai e poi mai l’Italia potrebbe andare in default, cioè in fallimento. Spesso sono invece i lettori dei grandi quotidiani che tendono a generalizzare alcune situazioni di evasione fiscale (ad es. ristoranti e negozi specializzati), antipolitica, leggi esistenti e non osservate, ecc.

I rapporti bilaterali
I temi sui quali si focalizza maggiormente l’attenzione dei media svizzeri, in particolare di quelli ticinesi, sono tuttavia quelli che in qualche modo hanno un rapporto con la Svizzera, soprattutto fiscalità e frontalieri. All’indomani dell’approvazione del decreto legge «salva Italia», che obbliga, fra l’altro, banche, poste e altri intermediari finanziari a comunicare alle autorità fiscali tutti i movimenti effettuati dai propri clienti, un quotidiano ticinese intitolava un articolo «Addio alla sfera privata». Sempre in tema di fiscalità, alcuni media ticinesi deplorano che siano ancora in funzione ai passaggi doganali i cosiddetti «fiscovelox» che registrano le targhe delle auto in transito.
Un altro tema sul quale i media ticinesi si soffermano molto riguarda l’accordo fiscale bilaterale che la Svizzera vorrebbe rinegoziare sul «modello Rubik» e che invece il governo Monti considera non prioritario. Il fatto che ripetutamente Monti abbia dichiarato che sta ancora valutando un accordo con la Svizzera, ma non subito, perché forse non è compatibile con le direttive dell’Unione Europea, preoccupa gli ambienti interessati svizzeri (soprattutto ticinesi).
I motivi di preoccupazione, accompagnata spesso da indignazione, sono essenzialmente due. Il primo è l’idea attribuita a Monti di considerare ancora la Svizzera una specie di «paradiso fiscale» perché in nome del segreto bancario (vitale per la piazza finanziaria svizzera) rifiuta lo scambio «automatico» di informazioni. Il secondo è che l’esitazione di Monti possa avere conseguenze a livello dell’UE e vanificare anche i due accordi già conclusi con la Germania e la Gran Bretagna, che hanno di fatto accettato l’anonimato dei capitali depositati in Svizzera. Con vivo disappunto un giornalista ha fatto notare, citando un ex consigliere federale, che i paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali e l’Italia è uno di questi.

Nuove opportunità per la Svizzera
Ma per la Svizzera la situazione italiana non è solo fonte di preoccupazione. Più di un osservatore ha fatto presente che in questo periodo, soprattutto dopo l’insediamento del governo Monti, stanno rientrando in Svizzera molti capitali già «scudati» dal precedente governo. Gli investimenti italiani nel settore immobiliare, specialmente nel Ticino e nei Grigioni, sono in aumento. A fuggire non sarebbero, sembra, solo capitali, ma intere aziende favorite dalla stabilità svizzera e dal favorevole sistema di tassazione qui esistente. La Svizzera potrebbe anche approfittare dei «cervelli in fuga» dagli atenei italiani «poco abili nel valorizzare il merito e incapaci di fornire prospettive lavorative adeguate».
Insomma, non è vero che l’Italia, come vorrebbe qualche forza politica aggressiva ma poco attenta, è solo fonte di preoccupazione, perché dalla vicina Penisola arrivano anche nuove opportunità e in Ticino sono certamente molti a poter ancora dire «tutto bene nel nostro Cantone, anche grazie agli italiani».

Giovanni Longu
Berna, 24.01.2012

La crisi italiana vissuta dagli italiani

Mi è capitato di leggere che la crisi italiana non sarebbe altro che un’espressione della crisi più generale dell’Eurozona, dovuta alla fragilità dell’euro. Mi pare un errore grossolano imputare all’euro la difficile situazione che attraversano alcuni Paesi compresa l’Italia, perché una moneta non ha mai colpa, semmai sono colpevoli coloro che non la sanno usare o la usano male, per esempio speculandoci. Tanto è vero che ad alcuni Paesi che l’hanno adottata ha portato sicuramente bene e meno bene ad altri. Alla Germania, ad esempio, l’euro ha certamente giovato, favorendo il suo sviluppo dopo la riunificazione, l’alto tenore di vita dei suoi cittadini e la sua consacrazione del Paese come indiscussa superpotenza europea, che cresce persino nei periodi di crisi internazionale e fa diminuire la sua quota di disoccupati quando altrove aumenta.

Tutta colpa dell’euro?
Mi è capitato anche di leggere che per alcuni Paesi sarebbe addirittura conveniente uscire dall’euro: per i più deboli perché non riescono a mantenere il ritmo dei primi della classe, per i più forti perché stando in cordata con i pericolanti potrebbero finire anch’essi nel burrone. Difficile, credo per chiunque, avere certezze in questo momento. Dipenderà da come evolverà la situazione nei prossimi mesi, da una parte se la Germania e pochi altri Paesi forti saranno ancora disposti a sostenere l’euro a tutti i costi per favorire il risanamento dei conti pubblici di Paesi fortemente indebitati come l’Italia e la Grecia, e dall’altra se questi ultimi riusciranno a sopportare a lungo la terapia dell’austerità e del rigore imposta dai primi.
Il meno che si possa dire è che l’Italia del governo Monti sta assaporando in questi mesi l’amarezza della medicina confezionata soprattutto in Germania. Quel che non si sa è se le misure recessive finora adottate potranno essere sopportate a lungo, visto che l’Italia è già in recessione e avrebbe bisogno invece di crescere.
Invano anche il governo Monti, come aveva già tentato quello precedente, ha chiesto l’aiuto dell’Unione Europea, perché anche l’economia dell’Eurozona è in recessione o cresce pochissimo. Di più, l’Unione Europea è sotto questo aspetto debole, perché non ha una politica economica, monetaria e fiscale unitaria e non ha nemmeno una banca centrale come prestatore di ultima istanza. In questa situazione, il dubbio sulla solvibilità (cioè la capacità di far fronte ai propri debiti pubblici) di Paesi come la Grecia, ma anche della Spagna e dell’Italia permane.

Cresce il disagio
Questa situazione è vissuta drammaticamente da moltissimi italiani, che di tutti i provvedimenti adottati finora dal governo finalizzati all’equità e allo sviluppo colgono solo l’aspetto penalizzante dell’aumento delle tasse e dei sacrifici imposti alle famiglie meno agiate. Soprattutto il ceto medio si trova in grave difficoltà.
Molti contribuenti sono esasperati e se finora hanno trovato una sorta di via d’uscita nell’evasione fiscale, d’ora in poi questa via sarà loro preclusa, grazie alla lotta intransigente del governo Monti di far pagare le tasse a tutti. Forse proprio a causa dei drastici provvedimenti antievasione la rabbia di molti contribuenti cresce ulteriormente, perché a fronte di un prelievo fiscale ritenuto eccessivo (che si sta avvicinando al 50% della produzione interna lorda) non vedono affatto crescere l’equità fiscale, per cui tutti dovrebbero pagare in proporzione al loro reddito e al capitale posseduto e lo Stato dovrebbe ridurre notevolmente le proprie spese.

Urge la crescita
Non è giustificato, ma è un fatto, che dall’insediamento del governo Monti, la fuga di capitali all’estero, soprattutto in Svizzera, è in costante aumento. E’ un vero peccato che all’Italia vengano così a mancare ulteriori risorse utilissime all’indispensabile crescita, ma bisognerebbe anche chiedersi onestamente se al riguardo la cura Monti sia stata finora azzeccata. Solo la crescita economica è infatti in grado non solo di rassicurare i mercati internazionali sulla solvibilità dell’Italia, ma anche di consentire una diminuzione significativa del debito pubblico.
Nemmeno le recenti misure adottate per favorire la crescita attraverso le liberalizzazioni sembrano appropriate. Per quanto giustificate esse non produrranno infatti i loro effetti che sul lungo periodo. Eppure alcuni incentivi alla crescita avrebbero potuto essere reperiti subito tagliando gli sprechi, vendendo beni inutilizzati dello Stato, dando una decisa sforbiciata ai costi della politica. Gli italiani avrebbero visto in queste misure segnali di ottimismo e il disagio sociale, invece di aumentare, sarebbe forse diminuito.

Giovanni Longu
Berna 25.01.2012

18 gennaio 2012

L’elezione di Motta in Consiglio federale e l’italianità

Cent’anni fa, il 14 dicembre 1911 veniva eletto consigliere federale Giuseppe Motta, uno dei politici più importanti del periodo che precedette la grande guerra fino alla seconda guerra mondiale. Cent’anni più tardi, ancora il 14 dicembre, è stato (ri)eletto a Berna il Consiglio federale. Molti italofoni avevano sperato invano che questo centenario fosse di buon auspicio per la Svizzera italiana, ma così non è stato. Sarà per questa delusione o per altri motivi, fatto sta che nell’opinione pubblica è passato in secondo piano il ricordo dell’elezione brillante (184 voti favorevoli su 199 voti validi e 206 votanti) di Giuseppe Motta tra i sette saggi.

Consigliere federale. Giuseppe Motta
Può essere illuminante, nell’ottica dei rapporti italo-svizzeri e della recente discussione sull’italianità in Svizzera, ricordare il momento storico di quell’elezione, perché avvenne al termine del risorgimento italiano (a cui parteciparono anche numerosi ticinesi) e alla vigilia dell’avvento del fascismo, che creerà non pochi problemi anche in Ticino. Per valutarne l’importanza è necessario anzitutto ricordare che la Svizzera italiana stava per precipitare in quel momento in una grave crisi sia per ragioni interne (lotte intestine tra partiti e correnti politiche) e internazionali. Basti pensare che da pochi anni era stato chiuso il più grave incidente diplomatico tra l’Italia e la Svizzera (il caso Silvestrelli), ma rigurgiti d’irredentismo giungevano ancora in un Ticino che si sentiva ben poco considerato a livello federale.

Il disagio dei ticinesi…
Profondamente intrisi di italianità e al tempo stesso convinti svizzeri, i ticinesi provavano un disagio crescente nei confronti dei «confederati», che in Ticino, pur essendo una esigua minoranza, si comportavano sempre più da padroni (conducevano aziende industriali e commerciali, esercitavano numerose attività turistiche, dirigevano gran parte dei servizi federali dislocati in Ticino; avevano le loro associazioni, le loro scuole, i loro giornali) e non mostravano alcun interesse a integrarsi. Gli intellettuali ticinesi lamentavano anche un imbastardimento linguistico e culturale del Ticino e accusavano la Confederazione di non aver alcun riguardo della terza lingua nemmeno nei servizi federali presenti in Ticino e nella corrispondenza con le autorità cantonali. La Svizzera italiana era inoltre sottorappresentata ai vertici dell’amministrazione federale e assente ormai dal 1864 dal Consiglio federale.
Come se ciò non bastasse, i ticinesi venivano accusati dai confederati di prestare il fianco con la loro arrendevolezza alla propaganda nazionalista e irredentista italiana e all’attivismo in questo senso della numerosa colonia italiana presente in Ticino.

… tra italianità e…
In effetti, in questa difficile situazione, molti ticinesi sentivano ancor più forti i vincoli che li legavano all’Italia e apprezzavano la solidarietà degli italiani. Quando nel settembre 1911 fu organizzata dagli italiani residenti nel Ticino una grande manifestazione a Lugano per ringraziare i ticinesi che combatterono per l’Italia il successo fu enorme. Scrisse al riguardo il Corriere del Ticino: «la popolazione luganese ha partecipato in massa al comune tripudio, sentendosi lusingata dalla prova di internazionale gratitudine tributata dai figli d’Italia a quei Ticinesi che hanno pugnato per la redenzione del grande Paese amico». E la Gazzetta Ticinese non esitava a qualificare la manifestazione «pro Ticinesi» come «un avvenimento storico!», che contribuiva a rafforzare l’amicizia e la fratellanza dei due popoli.
Come detto, non tutti, soprattutto nella Svizzera tedesca ma anche nel Ticino, apprezzavano questo atteggiamento dei ticinesi. Contro gli «italofobi», guidati in Ticino dal bisettimanale in lingua tedesca Tessiner Zeitung, la Gazzetta Ticinese ritenne utile ripubblicare un articolo apparso sul Corriere della Sera nel novembre 1911, «dovuto alla penna autorevole d'una fra le più eminenti personalità del mondo politico ed intellettuale, non pure d'Italia, ma del mondo: Luigi Luzzatti». Questi lamentava una sorta di insurrezione di tanti giornali soprattutto svizzero-tedeschi, che irridevano all’Italia, che si auguravano una «vittoria turca ai nostri danni e persino a nostra umiliazione» [il riferimento è alla guerra italo-turca per la conquista della Tripolitania], che raccoglievano «tutte le false notizie a nostro detrimento» e inventavano perfino«la fiaba che l’Italia con le sue presuntuose ambizioni militari voglia annettersi al Cantone Ticino…».
Com’è possibile, si domandava Luzzatti, «insorgere così contro un popolo vicino, che non ha mai usato né abusato della sua forza, e a cui la Svizzera seriamente non può rimproverare né un atto né un cenno di scortesia?». E affermava che gli italiani sono pieni di ammirazione per la Svizzera, per il suo patriottismo, per le sue istituzioni, per la sua economia, per il suo federalismo «che stringe e non allenta il vincolo comune», per le sue forme di democrazia (rappresentanza proporzionale, referendum e iniziativa popolare), ecc. E poi, «mai l’Italia ha pensato a offendere la sua indipendenza, a menomare la sua dignità, a oltraggiarla con parole ambigue, a sfidarla con disegni di annessione sul vicino Cantone ticinese».

… elvetismo
Tant’è che nel Ticino, mentre cresceva lo scoramento nei confronti della Confederazione, cresceva anche la consapevolezza del pericolo rappresentato dai rigurgiti del nazionalismo italiano post-risorgimentale e di un possibile irredentismo ticinese. E’ vero che il rappresentante della Svizzera a Roma, Giovanni Battista Pioda, riteneva ingiustificato parlare di «irredentismo nel Ticino» perché «noi siamo svizzeri e nessuno crede che si starebbe meglio altrimenti», ma i confederati e anche molti ticinesi non erano dello stesso avviso.
Lo storico Marcacci ha riassunto bene lo spirito di quei tempi con queste parole: «negli anni precedenti la prima guerra mondiale i ticinesi si sentivano come accerchiati e minacciati dal pangermanesimo a nord e dall'irredentismo a sud, con una popolazione autoctona in declino e con i confederati da una parte e gli italiani dall’altra che si arrogavano il diritto di dibattere dell’identità e degli interessi del Ticino».
Per attenuare il forte sentimento d’italianità e, soprattutto, stemperare le critiche dei confederati circa la fedeltà dei ticinesi alla Confederazione, in alcuni ambienti si cercò allora di mettere in luce l’«elvetismo» del Ticino. Il Pioda invitava i corregionali anche a non dubitare delle «buone intenzioni» del Consiglio federale rispetto al Ticino, sebbene in quel momento nessun consigliere federale conosce così bene la lingua italiana «da rendersi conto di ciò che è e desidera il Ticino». Ciononostante «nel nostro Cantone si dubita talvolta dei sentimenti dei confederati d’oltre Gottardo. E per questo è bene che il Ticino abbia un rappresentante nel supremo potere federale».

L’elezione di Giuseppe Motta e l’italianità
In questa situazione, la candidatura e la successiva elezione in Consiglio federale del ticinese Giuseppe Motta fu provvidenziale. Già la sua candidatura, subito dopo la morte (27.11.1911) del predecessore Josef Anton Schobinger, esponente della destra cattolica, fu sostenuta ampiamente non solo dall’opinione pubblica ticinese e confederata, ma dalla stragrande maggioranza della classe politica. Ma soprattutto la sua elezione fu interpretata unanimemente come un segno importante dell’attenzione della Confederazione alla Svizzera italiana e come una garanzia di fedeltà di quest’ultima alla patria comune.
I giornali confederati e ticinesi dell’epoca, oltre a riconoscere all’avvocato e consigliere nazionale di Airolo Giuseppe Motta le qualità tipiche di un ottimo uomo di Stato, vedevano in lui anche la personalità giusta in grado di stringere i legami tra il Ticino e la Confederazione.
Il 1° dicembre 1911, Popolo e Libertà, il quotidiano del Partito conservatore ticinese, nel proporre una specie di rassegna stampa dei principali quotidiani confederati riassumeva l’opinione generale in questo titolo: «La candidatura “ticinese” al Consiglio Federale si impone come atto di saggezza e di politica nazionale».
Oltre alle motivazioni di carattere personale e di politica interna, la candidatura di Motta assumeva in quel momento anche un significato di politica internazionale, sottolineato dal già ricordato Pioda a Roma: «Altro fattore militante a favore della candidatura Motta si è che ci troviamo alla vigilia dei trattati coll’Italia a proposito della linea del Gottardo. L’on. Giolitti convocherà probabilmente le Camere verso la fine del gennaio o al principio di febbraio, per discutere la convenzione. La presenza di uno svizzero italiano nel governo federale è di capitale importanza».
Quando il 14 dicembre 1911 Giuseppe Motta venne eletto brillantemente in Consiglio federale, soprattutto per la stampa ticinese si trattò non solo di «un fausto evento», ma di un «momento storico». Anche la stampa italiana salutò con soddisfazione l’elezione del ticinese. Il Corriere della Sera di Milano ricordò, che il Motta (uomo di profonda coltura, brillante intelligenza, energia eccezionale, attività indefessa ed eccellente oratore) «in questi ultimi tempi, in special modo ha condotto un'intensa campagna a difesa dell’italianità nel Ticino».
Anche il Secolo di Milano sottolineò come l’elezione del ticinese costituisse «un atto di saggezza politica nazionale, in quanto rende più saldi i vincoli che legano il Ticino alla madre patria, ed al tempo stesso salvaguarda il popolo ticinese - oltreché i suoi interessi – i diritti della sua lingua, l’italiana, e della sua schiatta italica».
Purtroppo un simile evento non si è ripetuto cento anni più tardi. Ma ripensare al contesto storico interno e internazionale dell’elezione di Motta, alla profonda convinzione e all’ampio sostegno che ebbe la sua candidatura per il Consiglio federale potrebbe essere utile perché si capisca finalmente quanto già sostenuto 100 anni fa, ossia che la rappresentanza nel Consiglio federale della Svizzera di cultura italiana è indispensabile per salvaguardare non solo i diritti della lingua e della cultura italiana ma anche la stessa coesione nazionale.

Giovanni Longu
Berna, 18.12.2012

11 gennaio 2012

Passare il Rubik…one

Da oltre un anno le relazioni tra la Svizzera e l’Italia sono bloccate attorno alla spinosa questione della doppia imposizione. Trattandosi di un argomento difficile sotto l’aspetto tecnico-giuridico, in questo articolo si prescinderà dagli aspetti più specifici per soffermarsi principalmente sull’aspetto generale.

Per una questione di giustizia, quasi tutti gli Stati adottano convenzioni internazionali per evitare che i propri cittadini vengano tassati due volte per lo stesso bene soggetto a imposizione fiscale. Altrimenti detto, per fare un esempio, un cittadino italiano che possiede un reddito o un capitale mobile (denaro) o immobile (per es. una casa) in Svizzera non dev’essere tassato due volte, ma solo una volta nell’uno o nell’altro Paese. Per evitare la doppia imposizione, tra la Svizzera e l’Italia esiste una convenzione entrata in vigore nel 1979, ma non più attuale. Da allora, infatti, specialmente a livello europeo, è mutato notevolmente il contesto generale, basti pensare alla libera circolazione dei capitali e alla lotta contro il riciclaggio di denaro sporco e contro la frode fiscale. Per questo molti Paesi, tra cui l’Italia e la Svizzera, hanno adeguato o stanno adeguando in questi anni precedenti accordi internazionali per evitare la doppia imposizione.

Accordi con Gran Bretagna e Germania
La Svizzera ha già concluso convenzioni bilaterali con numerosi Paesi. Due in particolare corrispondono maggiormente al caso italiano, la Gran Bretagna e la Germania, perché molti cittadini britannici e tedeschi, come molti italiani, detengono capitali in Svizzera. Questi due accordi in particolare sono stati conclusi sulla base di un piano chiamato «Rubik». Poiché la Svizzera non intende violare in alcun modo le regole internazionali contro il riciclaggio di denaro sporco e contro la corruzione, ma nemmeno il segreto bancario, ha proposto a vari Stati europei di prelevare alla fonte una «imposta liberatoria», ossia l’imposta a cui sarebbero sottoposti i capitali per esempio in Gran Bretagna, in Germania o in Italia, e restituirla rispettivamente al fisco britannico, tedesco o italiano, ma senza comunicare i nomi dei legittimi proprietari. Solo con l’Italia non è riuscita ancora nemmeno ad avviare una trattativa, soprattutto per l’intransigenza del precedente ministro delle finanze Tremonti (che considerava la Svizzera un paradiso fiscale) e nonostante che il Parlamento italiano avesse adottato diverse mozioni favorevoli alla ripresa delle trattative.
Caduto il governo Berlusconi, la Svizzera sperava di riaprire più facilmente il dialogo col nuovo governo Monti. Invece, a tutt’oggi, si è ancora al punto di partenza in quanto Monti, che è anche ministro del tesoro, non ha ritenuto il tema prioritario. E come non dargli ragione, se davvero doveva pensare finora a mettere in salvo l’Italia dal rischio di bancarotta, a rimpinguare le casse dello Stato con nuove tasse e recuperi di evasione fiscale e soprattutto a ricreare in Europa un clima di fiducia nei confronti dell’Italia? Non va infatti dimenticato che nei prossimi mesi l’Italia deve rifinanziare circa 200 miliardi di euro del suo debito pubblico e altri 130 miliardi entro la fine dell’anno.
Poiché la questione è bloccata da tempo, sarebbe stato opportuno che il nuovo governo Monti avesse ripreso subito il dialogo con la Svizzera, tenendo conto delle numerose e intense relazioni bilaterali in tutti i campi, ma ha preferito aspettare di vederci più chiaro, non essendo convinto (al pari dei francesi e di molti europei) che in materia fiscale il segreto bancario svizzero sia ancora giustificato e che l’anonimato corrisponda alle regole comunitarie. Monti si è detto comunque disposto a studiare la questione al fine di trovare un accordo con la Svizzera, probabilmente proprio sul modello dell’accordo con la Germania.

Monti non è Cesare?
D’altra parte, se nell’Unione Europea due grandi Paesi come la Gran Bretagna e la Germania hanno già concluso un accordo soddisfacente con la Svizzera, non si vede perché Monti non possa superare le sue perplessità e fare altrettanto. Oltretutto il beneficio che ne riceverebbe l’Italia sarebbe secondo alcune fonti un gruzzolo da almeno 9 miliardi di euro, che in tempi di crisi come questi sarebbe estremamente utile. E poi non si vede perché ciò che ha sottoscritto la signora Merkel non possa essere sottoscritto anche dal prof. Monti.
Non resta che aspettare, ma si può star certi che la Svizzera non rinuncerà facilmente al segreto bancario (metterebbe in pericolo la sua piazza finanziaria, che è una delle più importanti al mondo per la gestione dei patrimoni) pur essendo molto aperta alla collaborazione nel campo della lotta al riciclaggio e della lotta alla frode fiscale. Il cosiddetto «piano Rubik» è un tentativo di salvare molteplici interessi. Molti lo ritengono soddisfacente.
Per assonanza mi viene in mente il Rubicone della storia romana e mi viene spontanea la domanda: passerà anche Monti il Rubik..one come Cesare passò nel 49 a.C. quel fiumiciattolo che separava la Gallia Cisalpina dall’Italia con un semplice «i dadi sono tratti»? Certo, Monti non è Cesare, ma il coraggio non si può negare per principio ad alcuno.

Giovanni Longu
Berna, 11.01.2012

2012: anno decisivo per l’Italia e per l’Europa

Ci sono nella storia di tanto in tanto anni memorabili perché segnano per una nazione o più nazioni o addirittura per il mondo intero una svolta importante e addirittura decisiva. Il 2012 potrebbe esserlo per l’Italia e forse per l’Unione Europea.
Da diversi decenni, in Italia, si naviga ormai a vista, senza una meta precisa perché i poteri istituzionali (parlamento e governo) non sembrano in grado di indicarla e tanto meno di raggiungerla. Non va meglio in Europa perché l’Unione Europea non è una federazione e non dispone di poteri «reali» per elaborare e realizzare una politica generale, economica, finanziaria e fiscale veramente «comunitaria». Inoltre l’Unione è fortemente sbilanciata tra i vari Paesi membri in base al prodotto interno lordo (PIL), all’indebitamento pubblico, al tasso di occupazione/disoccupazione, al tasso d’inflazione, alla soglia di povertà, ecc.
In questa situazione di grande disparità e incertezza, il fatto di avere una moneta comune, l’euro, non aiuta molto, anzi può essere un ostacolo. Per alcuni Paesi, il rischio di essere schiacciati da quelli più forti e marginalizzati in un’Europa a velocità di crescita diverse è reale.

Cresce l’urgenza di una svolta
Uno dei Paesi maggiormente a rischio è l’Italia. Per allontanare lo spettro della bancarotta (evocato all’inizio del suo mandato dal capo del governo Monti) non sono bastate le celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia e la retorica dei celebranti tendente a rafforzare il senso di una patria coesa «una e indivisibile». Non sono bastate, finora, nemmeno le prime misure del governo Monti in aggiunta alle manovre del precedente governo. La situazione, infatti, non solo non è migliorata ma rischia di peggiorare. L’Italia sarà pure «una e indivisibile», ma il senso dell’unità è della solidarietà è fortemente carente, le disparità sociali restano enormi, la distanza tra Nord e Sud (in termini economici, culturali, sociali) aumenta invece di diminuire. Diventa perciò sempre più urgente invertire la tendenza e far sì che al Sud si produca altrettanto PIL (prodotto interno lordo, ossia ricchezza) che al Nord, che venga abbattuta la disoccupazione giovanile e generale, che i servizi pubblici funzionino come al Nord (sanità, trasporti, istruzione, burocrazia), che i cittadini del Sud si sentano finalmente responsabili del proprio destino.
Poiché è cresciuta la consapevolezza che se il fossato tra Nord e Sud si allarga rischia di venir meno non solo la coesione nazionale ma anche l’aggancio ai Paesi trainanti dell’Unione Europea, quest’anno potrebbe essere l’anno della svolta. Sarà così? Dipenderà sicuramente da molti fattori sia a Sud che a Nord, ma è indubbio che le attese principali sono poste nella capacità del governo Monti di avviare un autentico «federalismo» responsabile e solidale e una effettiva politica di sviluppo. E’ necessario e urgente che la politica per il Mezzogiorno fornisca sì risorse sufficienti e incentivi mirati alla crescita, ma faccia anche capire che la risorsa principale è la volontà di riscatto degli stessi meridionali, che il tempo dell’assistenzialismo è finito e il diritto al lavoro deve accompagnarsi sempre col dovere di cercare e creare da sé stessi le opportunità di lavoro sul territorio.

Responsabilità politiche enormi
Se questa politica non verrà avviata in tempi brevi il governo Monti perderà la sua sfida più importante. Il riaggancio al resto dell’Europa, soprattutto ai principali Paesi con cui l’Italia deve confrontarsi, Germania, Francia e Gran Bretagna, non dipenderà tanto dall’allungamento dell’età pensionabile e dal recupero dell’evasione fiscale (entrambi necessari) quanto piuttosto dalla capacità del Sud di produrre altrettanta ricchezza della media europea. Se le guardie di finanza vanno a Cortina o a Portofino per scovare gli evasori fiscali fanno bene, ma se il governo Monti non riuscirà a neutralizzare la criminalità organizzata del Sud e a imporre la legalità, a ridurre gli sprechi delle amministrazioni pubbliche, a sconfiggere la diffusa rassegnazione e il pessimismo dei meridionali, a ridare fiducia agli investitori e a sconfiggere anche lì la flagrante evasione fiscale, non ci sarà alcuna svolta significativa per l’Italia.
Non mi sembra che il nuovo governo si sia mosso finora con decisione in questa direzione e purtroppo né il Presidente della Repubblica, uomo del Sud e deus ex machina del governo Monti, né i grandi partiti che siedono (utilmente?) in Parlamento sono stati capaci di modificare in questo senso la cosiddetta manovra «salva-Italia», ritenuta da molti osservatori addirittura recessiva. Eppure è abbastanza evidente che senza crescita nel Mezzogiorno (il Nord cresce a sufficienza) non c’è crescita in Italia, non c’è possibilità di ridurre l’enorme debito pubblico e non c’è alcuna possibilità di competere con i Paesi europei più forti trainati dalla Germania. E’ dunque auspicabile che arrivino presto le giuste manovre: taglio degli sprechi e del superfluo, cominciando dalla politica, e incentivi per l’occupazione (con annessi e connessi come l’introduzione senza tentennamenti della flessibilità del lavoro) soprattutto giovanile e nel Mezzogiorno.

Giovanni Longu
Berna, 11.01.2012