05 maggio 2021

Italia-Svizzera: 160 anni di relazioni diplomatiche (terza parte)

Benché le voci irredentiste continuassero a farsi sentire, anche da elementi di spicco del Parlamento italiano, per la Confederazione era di gran lunga più importante proseguire e possibilmente intensificare i buoni rapporti avviati col Regno di Sardegna soprattutto in alcuni campi: scambi commerciali, diritti dei cittadini di entrambi gli Stati nell’altro Stato ecc. Poiché in questi e in altri campi la collaborazione sembrava possibile e necessaria, dopo che la Gran Bretagna ebbe riconosciuto il nuovo Stato la Svizzera non esitò a riconoscerlo a sua volta, sia pure in forma velatamente condizionata. Di quali condizioni si trattava?

Garanzie e lealtà

Statua delle due sorelle Svizzera e Italia (di Margherita Osswald Toppi) nella
stazione di Chiasso a ricordo della prima grande impresa ferroviaria comune.
Certamente si trattava in primo luogo del riconoscimento da parte del Regno d’Italia della neutralità e integrità territoriale della Svizzera. Infatti, a differenza degli altri Stati europei l’allora Regno di Sardegna non aveva firmato nel 1815 l’atto finale del Congresso di Vienna con cui si garantiva «nell'interesse degli Stati europei» l’indipendenza e la neutralità perpetua della Confederazione Svizzera. Inoltre, le risposte del governo di Sua Maestà alle voci di annessione del Ticino, considerate per altro  «chimeriche» e prive di qualsiasi fondamento dallo stesso Cavour, non risultavano del tutto rassicuranti all’opinione pubblica svizzera e alle stesse autorità federali.

In realtà, anche il Consiglio federale tendeva a non drammatizzare quelle voci, ritenendo più importanti e sufficienti le parole e le intenzioni contenute nel messaggio del 23.03.1861 che il governo regio gli aveva inviato, tramite il suo rappresentante a Berna, A. Jocteau, per chiedere il riconoscimento svizzero del nuovo Stato. Infatti, il fatto stesso che il Regno d’Italia chiedesse una presa d’atto al governo di un Paese amico, con cui esistevano molteplici interessi comuni «che [legavano] i due Paesi l’uno all’altro nel presente e nel futuro» e i cui abitanti erano «così attaccati ai principi d’indipendenza», indicava un riconoscimento di fatto della sua indipendenza e neutralità.

Poiché, tuttavia, il Consiglio federale avrebbe certamente preferito un riconoscimento esplicito e una maggiore chiarezza d’intendimenti per il futuro, fa dire (2 aprile 1861) al suo incaricato d’affari a Torino, A. Tourte, di aver gradito molto i «sentimenti di amicizia» del governo di Sua Maestà verso la Svizzera e, per il futuro, di voler contribuire «lealmente, e per quanto in suo potere, a mantenere e a rinsaldare ancora con il nuovo Regno d’Italia le antiche relazioni di buona amicizia che sussistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Confederazione».

Sulla base di queste garanzie e del principio di lealtà la collaborazione tra i due Stati poteva dunque partire su basi solide? Certamente sì, ma con qualche precauzione, soprattutto da parte svizzera, e molta buona volontà.

Urgenza della collaborazione

Per alcuni anni ancora, infatti, la Confederazione dovette tranquillizzare specialmente la Svizzera italiana che non ci sarebbe stata alcuna annessione da parte italiana perché ogni tentativo di aggressione sarebbe stato respinto. Consapevole, tuttavia, dei rischi dovuti alla sua fragilità non solo difensiva, ma anche costitutiva (molteplicità di lingue, culture, confessioni religiose, sensibilità, economie, ecc.), cominciò subito ad investire molto sia nelle opere di difesa confinaria e sia nello sforzo di consolidamento della coesione nazionale.

Un’eventuale aggressione sarebbe stata nefasta non solo perché avrebbe privato la Svizzera di una parte del suo territorio, ma anche perché avrebbe compromesso l’unità nazionale e quindi la possibilità di considerarsi ancora uno Stato libero e indipendente entro i confini riconosciuti dal Congresso di Vienna. Questa consapevolezza fa ben capire quanto la Svizzera tenesse al riconoscimento della sua neutralità e integrità nazionale anche da parte del Regno d’Italia e quanto fosse disposta a spendere per la sua «neutralità armata». Era una questione non solo d’indipendenza ma anche di sopravvivenza.

La Confederazione aveva tuttavia ben compreso da tempo che la maniera migliore per salvaguardare la propria neutralità e indipendenza era la collaborazione con tutti gli Stati vicini sulla base di accordi e trattati bilaterali e internazionali. Per questo si era dichiarata pronta e ben disposta a riconoscere il Regno d’Italia subito dopo una grande potenza. Di fatto, lo stesso giorno in cui la Gran Bretagna fece sapere di riconoscerlo, il Consiglio federale incaricò il suo rappresentante a Torino di fare altrettanto.

Era evidente che la Svizzera volesse proseguire e possibilmente intensificare i buoni rapporti avuti fino ad allora col Regno di Sardegna, anche perché da tempo erano in discussione alcuni grandi progetti riguardanti in particolare nuovi accordi commerciali, le vie di comunicazione transalpine, le condizioni di stabilimento dei cittadini svizzeri in Italia e dei cittadini italiani in Svizzera, l’estradizione dei delinquenti, la protezione della proprietà letteraria e artistica, ecc.

Non va nemmeno dimenticato che la Svizzera dipendeva dalla collaborazione con l’Italia per una parte consistente delle sue importazioni ed esportazioni da e verso i Paesi lontani. Il porto di Genova era ritenuto d’importanza vitale per l’approvvigionamento delle merci provenienti dall’estero. Di lì partiva anche la maggior parte degli svizzeri diretti a Napoli e in Sicilia e degli svizzeri emigranti verso i Paesi d’oltremare. Sull’importanza di Genova per la Svizzera basti ricordare che in questa città fu aperto già nel 1799 uno dei primi consolati svizzeri al mondo.

Oltre 400 accordi

Berna, Ambasciata d'Italia
Dopo aver risolto, senza difficoltà, alcune questioni riguardanti il traffico postale tra i due Paesi e

apportato alcune piccole rettifiche ai confini, si cominciò ad esaminare i grandi progetti riguardanti in particolare nuovi accordi commerciali, le vie di comunicazione transalpine, le condizioni di stabilimento dei cittadini svizzeri in Italia e dei cittadini italiani in Svizzera, l’estradizione dei delinquenti, la protezione della proprietà letteraria e artistica.

A parte gli scambi commerciali, che andavano solo intensificati, le altre materie erano nuove per cui richiesero anni di studio e di trattative, ma già nel 1868 si poterono concludere ben quattro accordi importanti. Uno di essi, ancora in vigore, riguardava le condizioni di stabilimento dei cittadini svizzeri in Italia e dei cittadini italiani in Svizzera e fu considerato a tutti gli effetti il primo importante strumento di regolazione delle migrazioni tra i due Stati.

Da allora, ad eccezione di pochissimi casi di gravi incomprensioni (all’origine di una breve rottura diplomatica e di alcuni avvicendamenti imprevisti di ambasciatori), le relazioni diplomatiche italo-svizzere sono state intense e proficue. Gli oltre 400 atti ufficiali tra accordi, trattati, convenzioni, protocolli e documenti simili, e i numerosi incontri ad alto livello tra i rappresentanti dei due Stati hanno portato enormi benefici alle popolazioni dei due Paesi.

Roma, Ambasciata svizzera

Non si può ignorare a questo punto che gli artefici principali degli atti formali e dei loro effetti positivi sono state le reti diplomatiche della Svizzera e dell’Italia, che hanno avuto specialmente agli inizi e in alcuni momenti critici ministri plenipotenziari e ambasciatori di prima grandezza. Ma non si può ignorare nemmeno che il successo di queste intense relazioni diplomatiche è dovuto in particolare a due parole chiave: rispetto (che include sempre la reciprocità) e collaborazione, spesso sintetizzate in un’unica parola: amicizia.

L’amicizia italo-svizzera

Quando nel 1861 la parola «amicizia» entrò a far parte del linguaggio diplomatico italo-svizzero non erano ben chiare la sua portata e soprattutto la sua credibilità. Solo col tempo e superando le difficoltà, spesso dovute a pregiudizi, incomprensioni o esternazioni incontrollate, ci si rese conto che quella parola conteneva una forza risolutiva straordinaria, perché basata sulla condivisione dei valori, sul rispetto dell’altro, sulla volontà comune di risolvere i problemi nell’interesse reciproco.

Osservando a volo d’uccello i 160 anni delle relazioni diplomatiche italo-svizzere, è facile costatare che i «sentimenti di amicizia» che facilitarono il riconoscimento svizzero del Regno d’Italia nel 1861 si sono col tempo consolidati da entrambe le parti, contribuendo alla formazione di basi giuridiche idonee alla convivenza tra italiani e svizzeri in questo Paese.

A beneficiare delle «amichevoli» relazioni italo-svizzere sono ancora oggi gli italiani residenti, ma non va dimenticato né minimizzato il contributo determinante da loro fornito al miglioramento generale dei rapporti bilaterali attraverso il lavoro, l’impegno, lo stile di vita e in generale la loro «italianità». (Fine)

Giovanni Longu
Berna 5.5.2021

 

28 aprile 2021

Italia-Svizzera: 160 anni di relazioni diplomatiche (seconda parte)

L’esitazione della Svizzera a riconoscere il Regno d’Italia non era dovuta solo a ragioni di politica internazionale. Le voci riguardanti la rivendicazione italiana sul Ticino, benché ritenute «chimeriche» da Cavour preoccupavano il Consiglio federale perché concernevano alcuni punti essenziali della stessa esistenza della Confederazione: la neutralità, la coesione nazionale e la collaborazione con i Paesi confinanti. Dal Regno d’Italia la Svizzera si aspettava chiarezza, rapporti di buon vicinato e collaborazione.

La neutralità armata

Linee di difesa della Svizzera a salvaguardia della
sua integrità territoriale (in blu il ridotto nazionale).


Sul piano internazionale la Svizzera moderna si fondava su un atto del Congresso di Vienna del 1815 e sulla Costituzione federale del 1848. Il primo le garantiva l’indipendenza e l’integrità territoriale in cambio del suo statuto di neutralità perpetua, la seconda conferiva alla Confederazione poteri esclusivi in politica estera e nella difesa nazionale. Il secondo elemento era evidentemente funzionale al primo perché era impensabile, nella seconda metà dell’Ottocento, che le potenze che avevano deciso nel 1815 la neutralità svizzera l’avrebbero assicurata ad ogni costo per sempre: solo la stessa Svizzera avrebbe potuto difenderla e per questo doveva essere «armata».

Durante la prima guerra d’indipendenza italiana (1848-49), la Svizzera aveva cominciato a erigere fortificazioni a sud di Bellinzona, anche se allora erano soprattutto in funzione anti-austriaca e non anti-italiana. Sapeva infatti che in caso di guerra ai suoi confini, quello meridionale sarebbe stato il più difficile da difendere, a causa della sua lunghezza (744 chilometri) e, soprattutto, in mancanza di un esercito in grado di difenderlo efficacemente.

Le difese anticarro fanno ancora parte del paesaggio svizzero
Pertanto, ritenendo indispensabile per la difesa dei suoi confini disporre di un proprio esercito ben preparato e di fortificazioni adeguate, nella Costituzione federale del 1848 furono introdotti sia l’obbligo del servizio militare per ogni svizzero e sia criteri vincolanti per la costituzione dell’«armata federale» (artt. 18 e 19 Cost. 1848).

Strategia difensiva

Nel 1862, dopo che «rumori di annessioni del Ticino» si erano sentiti anche nel Parlamento italiano, il generale Dufour, l’eroe della guerra del Sonderbund (1847-48), cercò di tranquillizzare i politici e la popolazione affermando che «l’esercito è pronto!» (Die Armee ist da!),  potendo disporre di 100.000 uomini (compresi i riservisti) più 50.000 uomini della milizia territoriale (Landwehr). Tutti ben equipaggiati, istruiti e ben armati.

Guillaume Henri Dufour (1787-1876)
Quanto le assicurazioni di Dufour fossero ritenute credibili dai Paesi confinanti non è dato sapere, ma è certo che mai alcun esercito ha tentato di occupare anche solo una piccola parte del territorio svizzero. In fondo, per molti Stati e non solo per l’Italia, era utile che esistesse in Europa uno «Stato intermedio» forte e indipendente, come sosteneva nel 1862 l’allora ministro degli esteri italiano Giacomo Durando.

Non si può negare, tuttavia, che la neutralità e l’indipendenza della Svizzera furono salvaguardate soprattutto da una strategia difensiva della Confederazione, dettata dall’incrollabile volontà degli svizzeri di preservare la propria indipendenza e il proprio territorio.

La coesione nazionale

Il secondo problema che poneva il riconoscimento del Regno d’Italia alla Confederazione, riguardava la coesione nazionale. Non va dimenticato che la Confederazione, ad appena tredici anni dalla sua costituzione, si sentiva ancora fragile perché non era uno Stato nazionale unitario ma composito, frutto di singole volontà di stare insieme. Se anche solo una di esse fosse venuta meno, ne avrebbe sofferto l’intera struttura, perché avrebbe aggravato i contrasti esistenti tra diversi Cantoni, tra Cantoni e Stato centrale, tra agglomerazioni urbane industriali e centri agricoli tradizionali, tra forze conservatrici e forze progressiste, senza dimenticare le latenti possibilità di ulteriori contrasti a causa delle differenze linguistiche, religiose, culturali, sociali, ecc.

In questa fragile struttura il Ticino e la parte meridionale dei Grigioni sembravano rappresentare l’anello debole della catena, non tanto per il vago timore di annessione da parte dell’Italia, quanto piuttosto per i forti contrasti interni riguardanti l’atteggiamento da tenere non solo nei confronti degli esuli italiani, ma anche nei confronti delle autorità federali, molto critiche nei confronti del Ticino per la facilità con cui sembrava accogliere i fuorusciti dall’Italia.

A preoccupare il Consiglio federale era soprattutto la possibilità che i contrasti interni degenerassero in scontri violenti e che il disagio della popolazione ticinese, che si sentiva abbandonata da Berna, si ampliasse. Se esasperato avrebbe potuto spingere molti cittadini a preferire, se ne avessero avuta la possibilità, di vivere sotto un altro governo (Italia) piuttosto che sentirsi «sudditi» di un Paese che sembrava poco attento alle loro esigenze o addirittura vessatorio. In caso di scontri violenti o di forti contrasti con la Confederazione sarebbe stata messa in pericolo la fragile coesione nazionale.

Disagio ticinese

Il disagio di molti ticinesi nasceva, dunque, oltre che dai contrasti interni tra i partiti, dall’atteggiamento
della Confederazione nei loro confronti, che considerava la maniera con cui sembravano accogliere gli esuli italiani non una manifestazione di fraterna solidarietà, ma un sostegno talvolta eccessivo e indiscriminato ad anarchici e oppositori, col rischio di pregiudicare la neutralità svizzera e provocare ritorsioni. E poiché la Confederazione aveva il compito costituzionale di «sostenere l’indipendenza della Patria contro lo straniero» e di «mantenere la tranquillità e l’ordine nell’interno» (art. 2 Cost. 1848), in più occasioni inviò nel Ticino commissari federali e reparti dell’esercito a scopo precauzionale o intimidatorio, a seconda dei punti di vista.

In realtà, sia il Ticino che il Grigioni resistevano agevolmente sia all’attrazione italiana che al malcontento verso la Confederazione, sviluppando un grande senso della propria identità linguistica e culturale. Spesso, tuttavia, questa loro ricerca di autonomia veniva fraintesa alimentando in alcuni confederati persino il sospetto d’irredentismo.

Per molti ticinesi era la Confederazione che faceva ben poco per sostenere con fiducia il loro senso di appartenenza alla Svizzera e per rimuovere i sospetti nei loro confronti, benché sapesse che le frange irredentistiche nel Ticino erano esigue e ininfluenti. Anzi dava l’impressione di considerare il Ticino come un Paese suddito in cui fosse lecito esercitare senza alcun freno la penetrazione economica, demografica e culturale soprattutto degli svizzero-tedeschi.

2.4.1861: la Svizzera riconosce il Regno d’Italia.
Il riconoscimento elvetico

In queste condizioni, è comprensibile che la Confederazione non aspettasse altro che una grande potenza europea riconoscesse il Regno d’Italia, in modo da poterlo finalmente riconoscere a sua volta e intrattenere gli auspicati rapporti di buon vicinato e di collaborazione col nuovo Stato confinante. Anche le tensioni col Ticino molto probabilmente sarebbero cessate e la coesione nazionale sarebbe stata salvaguardata.

Per una coincidenza fortuita, lo stesso giorno in cui il Consiglio federale faceva pervenire al governo italiano la risposta interlocutoria sul riconoscimento del Regno d’Italia, giunse la notizia che la Gran Bretagna aveva riconosciuto il nuovo Stato. Poiché una grande potenza l’aveva riconosciuto, anche la Svizzera poteva farlo e il Consiglio federale incaricò subito il suo rappresentante a Torino di trasmettere al Conte di Cavour il formale riconoscimento elvetico del Regno d’Italia (2 aprile 1861).

Almeno per il momento tutte le questioni sembravano in via di soluzione e i due Paesi potevano riprendere nel rispetto reciproco la collaborazione che ciascuno a modo suo si riprometteva. Essa sarà, come si vedrà in seguito, da subito intensa, ampia e lungimirante. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 28.04.2021

21 aprile 2021

Italia-Svizzera: 160 anni di relazioni diplomatiche (prima parte)

Il 2 aprile scorso le relazioni diplomatiche tra l’Italia unitaria e la Confederazione Svizzera hanno compiuto 160 anni. La ricorrenza è passata purtroppo inosservata, a differenza di quanto è avvenuto a Roma e a Washington per l’identica ricorrenza, ma a date diverse, tra l’Italia e gli USA. Eppure i rapporti italo-svizzeri sono stati fin dall’inizio estremamente intensi e importanti. Basti pensare all’avvio delle trattative per la realizzazione delle vie di comunicazione transalpine, allo sviluppo delle relazioni commerciali e industriali, alla prima regolamentazione delle migrazioni tra i due Paesi, al rafforzamento dell’italianità nel Ticino e nel resto della Svizzera. Pochi sanno tuttavia che gli inizi non furono facili e per quali ragioni la Svizzera non è stato il primo Stato a riconoscere il Regno d’Italia.

La Svizzera seguiva attentamente gli eventi

Quando il 23 marzo 1861 il rappresentante del Regno d’Italia a Berna Alexandre Jocteau (1801-1864) informò ufficialmente la Confederazione che il 17 marzo il Parlamento del Regno di Sardegna aveva proclamato Vittorio Emanuele (1820-1878) Re d’Italia, il Consiglio federale ne era già a conoscenza. L’incaricato d’affari di Svizzera a Torino, il ginevrino Abraham Louis Tourte (1818-1863) teneva infatti costantemente informato il Consiglio federale di quel che stava succedendo in Italia dal 1860 e le sue fonti erano sicure perché aveva spesso colloqui col presidente del Consiglio dei ministri Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), anch’egli di origine ginevrina per parte di madre. In una nota dell’11 marzo 1861, Tourte aveva anche informato il presidente della Confederazione che la Svizzera sarebbe stata una delle prime nazioni a cui sarebbe stato chiesto il riconoscimento del nuovo Stato.

La Svizzera seguiva da tempo ciò che avveniva in Italia attraverso i rapporti diplomatici con tutti gli Stati italiani che venivano man mano annessi dalle truppe piemontesi, conosceva bene la situazione del Regno delle due Sicilie (perché vi operavano 4 reggimenti di soldati svizzeri) e dello Stato Pontificio (dove prestavano servizio altri due reggimenti) e la Confederazione era spesso sollecitata da cittadini svizzeri residenti a Napoli, Roma, in Sicilia, in Toscana che si sentivano minacciati in quanto svizzeri dai conquistatori e dalle popolazioni locali.

Esitazione della Svizzera

Per il Consiglio federale non fu dunque una sorpresa né la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), né la comunicazione ufficiale trasmessagli dal ministro plenipotenziario del Re d’Italia a Berna Jocteau. D’altra parte, nemmeno per Cavour dev’essere stata una sorpresa leggere in una nota di Jocteau che la Svizzera, pur essendo intenzionata a riconoscere prontamente il nuovo Stato, voleva aspettare che una grande potenza facesse il primo passo: l’aveva già informato Tourte. Infatti, nella risposta del 30 marzo 1861 inviata al rappresentante svizzero a Torino, il Consiglio federale, pur affermando di gradire molto i «sentimenti di amicizia» del governo di Sua Maestà verso la Svizzera e l’ammirazione per i «principi d’indipendenza» a cui erano così attaccate le popolazioni svizzere, non faceva cenno alla questione del riconoscimento.

Perché la Confederazione non abbia riconosciuto subito il nuovo Stato non è facile da spiegare se si pensa che era interessata forse più di qualunque altro Stato a proseguire e sviluppare ulteriormente le buone relazioni ch’essa aveva avuto col Regno di Sardegna. Evidentemente, però, deve aver avuto valide ragioni, dal suo punto di vista, per attendere che fosse prima riconosciuto almeno da una grande potenza.

Ragioni di politica internazionale

Conviene anzitutto ricordare che, quando nei documenti diplomatici svizzeri riguardanti il riconoscimento del Regno d’Italia da parte della Svizzera si parla di una grande potenza, ci si riferisce sempre a una delle grandi potenze del Congresso di Vienna (Austria, Gran Bretagna, Prussia, Russia e Francia), le stesse che si erano impegnate nell’Atto supremo del Congresso a garantire la neutralità e l’integrità territoriale della Svizzera. Va anche precisato che quell’Atto fu firmato anche da altri Stati, ma non dal Regno di Sardegna, che non vi aveva aderito formalmente.

E’ vero che il Regno di Sardegna, anche senza formali garanzie, non si era mai mostrato aggressivo nei confronti della Svizzera e ora non c’erano ragioni evidenti per dubitare che il Regno d’Italia non tenesse lo stesso atteggiamento, ma probabilmente alla Svizzera interessavano rassicurazioni esplicite sul rispetto assoluto della sua integrità territoriale.

Forse anche per questo la Svizzera aspettava che almeno una delle grandi potenze riconoscesse il Regno d’Italia e questa non poteva essere che la Gran Bretagna, l’unica che si era detta pronta a riconoscerlo, verosimilmente non per particolari legami con la nuova realtà statuale ma per la sua evidente contrarietà a un possibile ruolo egemonico della Francia nel Mediterraneo e della Prussia (Germania) nell’Europa centro-meridionale.

Del resto, la Francia aveva già fatto sapere di essere contraria all’annessione dello Stato Pontificio (che invece Cavour riteneva necessaria sebbene non immediata) e all’unificazione dell’Italia sotto i Savoia. L’Austria, che dominava ancora nel Veneto e nel Trentino, era ancor più contraria perché si rendeva conto che la serie delle annessioni non era finita e prima o poi avrebbe interessato anche i suoi domini. Quanto alla Russia e alla Prussia, si sapeva che preferivano attendere, tant’è che il loro riconoscimento arriverà solo nel 1862.

Per la Svizzera la situazione non era piacevole, ma non le dispiaceva che fosse la Gran Bretagna a riconoscere per prima il Regno d’Italia. Seguire il suo esempio avrebbe legittimato che anche un Paese neutrale poteva muoversi liberamente secondo i propri interessi, a prescindere dalle motivazioni che avevano spinto gli altri Paesi confinanti a fare scelte diverse. Alla Svizzera, che non aveva interessi egemonici o vincoli di alleanze, in quel momento interessava unicamente sviluppare buoni rapporti col nuovo Stato di 22 milioni di abitanti proteso nel Mediterraneo e salvaguardare al contempo la propria neutralità e integrità territoriale.

Chimere di patrioti zelanti?

Purtroppo queste garanzie mancavano e la Svizzera sembrava non poterne fare a meno anche perché sull’onda delle conquiste risorgimentali si rincorrevano voci, soprattutto attraverso alcuni giornali lombardi, che lasciavano trasparire la speranza di certi irredentisti di un’annessione anche del Ticino.

L’11 marzo 1861, nel corso di una conversazione tra Cavour e Tourte, il primo aveva cercato di tranquillizzare il secondo affermando che quelle voci erano solo «chimere» di certi «patrioti troppo zelanti» e che «
mai» il suo governo avrebbe intrapreso alcunché contro la Svizzera. Purtroppo, però, aveva anche aggiunto che «se la carta dell’Europa fosse rimaneggiata» e se «i Ticinesi desiderassero unirsi a noi», naturalmente col consenso della Svizzera, «certo noi non diremmo di no». Si trattava di un’ipotesi alquanto remota, ma possibile e alle orecchie di Tourte non dev’essere apparsa affatto rassicurante.

Tant’è che le voci continuavano e proprio lo stesso giorno (11.3.1861) di quell’incontro, un giornale torinese, la Gazzetta Militare, pubblicò un articolo intitolato «Nuovo equilibrio europeo», che sembrava auspicare addirittura la spartizione della Svizzera tra Italia, Francia ed Austria in base all’appartenenza etnico-linguistica degli svizzeri. L’articolo non passò inosservato, suscitando vigorose reazioni nell’opinione pubblica e «nella stampa svizzera d’ogni colore». Dovette intervenire lo stesso Cavour per chiedere alla Gazzetta Militare di rettificare quanto scritto sulla Svizzera e al rappresentante italiano a Berna per informare il Consiglio federale che il governo italiano non condivideva la tesi del giornale.

Tra polemiche, assicurazioni e rinvii

Nonostante la rettifica della Gazzetta Militare e le comunicazioni di Jocteau la polemica continuò soprattutto nel Ticino dove la Gazzetta Ticinese il 27 marzo 1861 sferrò un duro attacco sia alla Gazzetta Militare che al «ministero di Torino» con cui il giornale, «se non si prende errore, è molto in relazione», sottolineando il diverso atteggiamento degli svizzeri e delle autorità federali, schierati in favore delle libertà italiane, e quello del governo italiano che «esce apertamente col piano della divisione della Svizzera».

Per evitare che la polemica pregiudicasse i buoni rapporti tra i due Stati che da entrambe le parti si volevano ripristinare, il 30 marzo 1861 il ministro d'Italia a Berna, A. Jocteau, informava il Consiglio federale che il gabinetto di Torino disapprovava quanto pubblicato dalla Gazzetta Militare di Torino, ritenendola unica responsabile di quanto scritto.

Ciononostante, la risposta del 30 marzo 1861 del Consiglio federale al governo di Sua Maestà sulla questione del riconoscimento, trasmessa per il tramite del rappresentante svizzero a Torino A. L. Tourte, fu solo interlocutoria. Benché lasciasse intendere il desiderio della Svizzera di contribuire «a mantenere e a rinsaldare ancora con il nuovo Regno d’Italia le antiche relazioni di buona amicizia che sussistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Confederazione», non conteneva un esplicito riconoscimento del nuovo Stato. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 21.4.2021

12 aprile 2021

Perché nel 1861 la Svizzera esitò a riconoscere il Regno d’Italia?

Dopo i plebisciti di annessione di vari territori italiani, il Parlamento del Regno di Sardegna proclamò Vittorio Emanuele II «Re d’Italia» (17 marzo 1861). Nei giorni successivi ne furono informati tutti gli Stati con cui esistevano relazioni diplomatiche, ma nessuno si affrettò a riconoscere il nuovo Stato. La Svizzera, forse la più interessata a proseguire i buoni rapporti, soprattutto commerciali, che aveva avuto col Regno di Sardegna, aspettò che lo riconoscesse almeno una delle grandi potenze del Congresso di Vienna (1815), il Regno Unito, prima di riconoscerlo a sua volta. Le ragioni di questa esitazione sono interessanti soprattutto per capire il senso dello Stato che la giovane Confederazione aveva acquisito ad appena tredici anni dalla sua costituzione (1848).

Esitazione della Svizzera

Torino 17.03.1861: proclamazione di Vittorio Emanuele II Re d'Italia
La Svizzera era ben al corrente di quel che stava succedendo in Italia tra il 1850 e il 1860 perché aveva buoni rapporti con tutti gli Stati italiani di allora e l’incaricato d’affari di Svizzera a Torino, Abraham Louis Tourte (1818-1863), ne teneva costantemente informato il Consiglio federale. Inoltre molti mercenari svizzeri al servizio del Regno delle due Sicilie e dello Stato Pontificio erano a contatto con i vari Cantoni di provenienza. Anche molti svizzeri residenti a Napoli, Roma, in Sicilia, in Toscana richiamavano frequentemente l’attenzione della Confederazione perché durante e dopo le annessioni si sentivano minacciati dai conquistatori e dalle popolazioni locali.

Per il Consiglio federale non fu dunque una sorpresa la proclamazione del Regno d’Italia, per altro già preannunciatagli dal Tourte l’11 marzo 1861, e non gli giunse inaspettata nemmeno la nota ufficiale trasmessagli il 23 marzo 1861 dal ministro plenipotenziario di Sardegna e poi del Re d’Italia a Berna Alexandre Jocteau (1801-1864). Nel frattempo, Jocteau aveva informato il suo governo che la Svizzera, pur essendo intenzionata a riconoscere prontamente il nuovo Stato, voleva aspettare che una grande potenza facesse il primo passo.

Nella sua risposta interlocutoria del 30 marzo 1861, il Consiglio federale, interessato a continuare col Regno d’Italia le buone relazioni sviluppate col Regno di Sardegna, aveva nondimeno molto gradito il tono della comunicazione ricevuta che esprimeva «sentimenti di amicizia» del governo di Sua Maestà verso la Svizzera e ammirazione per i «principi d’indipendenza» a cui erano così attaccate le popolazioni svizzere e sui quali si fondava ora anche il Regno d’Italia.

In realtà la Svizzera si aspettava probabilmente anche garanzie esplicite sulla sua indipendenza e integrità territoriale, perché da tempo circolavano voci, soprattutto attraverso alcuni giornali lombardi, che lasciavano trasparire la speranza di certi irredentisti di un’annessione anche del Ticino. In una nota del 5 settembre 1860 Tourte aveva parlato di due pericoli per la Confederazione: l’indebolimento dell’Austria (perché avrebbe favorito la «position formidable» della Francia) e «gli appetiti invasori degli unitaristi mazziniani». In questa situazione la Svizzera avrebbe potuto contare solo su «un’Italia forte e libera, che voglia restare neutrale nel mezzo delle lotte europee, un appoggio serio». Nei confronti di entrambi bisognava stare attenti.

L’11 marzo 1861, nel corso di una conversazione, il presidente del Consiglio dei ministri Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) aveva cercato di tranquillizzare l’incaricato d’affari svizzero a Torino, A. Tourte, affermando che si trattava di «chimere» di certi «patrioti troppo zelanti» e che «mai» il suo governo avrebbe intrapreso alcunché contro la Svizzera. Purtroppo, però, aveva anche aggiunto che «se la carta dell’Europa fosse rimaneggiata, se si donasse alla Svizzera il Vorarlberg e il Tirolo, ciò che io spero per il bene dell’Italia, se allora i Ticinesi desiderassero unirsi a noi, e se la Svizzera lo acconsentisse, certo noi non diremmo di no. Ma, pertanto, non siamo ancora a questo punto». Cavour non pensava certamente a una possibile invasione del Ticino, ma anche questa sua affermazione non appariva a Tourte molto rassicurante.

Un articolo male interpretato?

Tant’è che proprio lo stesso giorno (11.3.1861) dell’incontro di Tourte con Cavour, il giornale torinese Gazzetta Militare pubblicò un articolo intitolato «Nuovo equilibrio europeo», in cui veniva auspicata addirittura la spartizione della Svizzera tra Italia, Francia ed Austria in base all’appartenenza etnico-linguistica degli svizzeri. L’articolo non passò inosservato, suscitando vigorose reazioni nell’opinione pubblica e «nella stampa svizzera d’ogni colore». Anche il vecchio generale Dufour, vincitore della guerra del Sonderbund (1847-48), il 18 marzo, sentì il bisogno di intervenire per confutarlo nel corso di una conferenza sulla neutralità svizzera al circolo dei sottufficiali di Ginevra.

Di fronte all’unanime contrarietà dell’opinione pubblica svizzera, che si era sempre schierata a favore della libertà italiana, Cavour intervenne per chiedere alla Gazzetta Militare di rettificare quanto scritto sulla Svizzera e al rappresentante italiano a Berna d’informare il Consiglio federale che il governo italiano non condivideva la tesi del giornale, ritenendola assurda.

Il 25 marzo la Gazzetta Militare di Tonno pubblicò la rettifica chiesta da Cavour, ma esprimeva il rincrescimento dell’autore per l’interpretazione errata data in Svizzera al suo articolo, che non voleva affatto significare una minaccia contro quella «generosa nazione». Anche il Bund, un quotidiano di Berna, più tardi riterrà l’interpretazione che ne fu data esagerata e senza fondamento, «una tempesta in un bicchiere di acqua», essendo l’Italia «né una minaccia né un pericolo per la Svizzera» e «la Svizzera non ha niente da temere dall’Italia». Dava anche ragione al giornalista della Gazzetta Militare perché la «divisione della Svizzera» era solo un’ipotesi esistente nel contesto del vecchio equilibrio europeo, che si reggeva sulla gelosia delle grandi potenze, ma non più attuale perché il nuovo equilibrio si basava «sulla forza dei popoli e sui diritti naturali».

La risposta della Gazzetta Ticinese

Ma si trattava veramente di un’interpretazione sbagliata? Obiettivamente sì, ma il fatto che quell’«ipotesi» avesse turbato l’opinione pubblica la rendeva perlomeno sorprendente e aveva spinto la Gazzetta Ticinese il 27 marzo 1861 a sferrare un duro attacco sia alla Gazzetta Militare che al «ministero di Torino» con cui il giornale, «se non si prende errore, è molto in relazione».

L’articolo andava oltre la confutazione dell’articolo ed evidenziava, per esempio, il diverso atteggiamento degli svizzeri e delle autorità federali, schierati in favore delle libertà italiane, e quello del governo italiano che «esce apertamente col piano della divisione della Svizzera». Per agevolare l’annessione del Regno delle Due Sicilie la Confederazione aveva sciolto i Reggimenti svizzeri al servizio del re di Napoli, mentre «il governo piemontese rispondeva manifestandosi d’accordo con la Francia nella questione della Savoia che minaccia il nostro Paese» (perché con la cessione alla Francia avrebbe perso la neutralità garantita dalle potenze del Congresso di Vienna e il confine sud-occidentale della Svizzera si sarebbe notevolmente indebolito). Per non parlare del comportamento dei piemontesi nei confronti dei prigionieri svizzeri «trattati senza alcuno dei riguardi che le autorità di ogni altro paese incivilito non avrebbe trascurato verso soldati sventurati».

Per evitare che la polemica pregiudicasse i buoni rapporti tra i due Stati che da entrambe le parti si volevano ripristinare, il 30 marzo 1861 il ministro d'Italia a Berna, A. Jocteau, informava il Consiglio federale che il gabinetto di Torino disapprovava quanto pubblicato dalla Gazzetta Militare di Torino, ritenendola unica responsabile di quanto scritto.

Ciononostante, la risposta del 30 marzo 1861 del Consiglio federale al governo di Sua Maestà sulla questione del riconoscimento, trasmessa per il tramite del rappresentante svizzero a Torino A. L. Tourte, fu solo interlocutoria. Benché lasciasse intendere il desiderio della Svizzera di contribuire «a mantenere e a rinsaldare ancora con il nuovo Regno d’Italia le antiche relazioni di buona amicizia che sussistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Confederazione», non conteneva un esplicito riconoscimento del nuovo Stato.

Il riconoscimento elvetico

Per una coincidenza fortuita, lo ste
sso giorno, giunse la notizia che il
ministro degli esteri inglese, lord John Russell, aveva comunicato al ministro d'Italia a Londra, il marchese Vittorio Emanuele Tapparelli d’Azeglio, che la Regina l’avrebbe ricevuto ormai come inviato di Vittorio Emanuele re d' Italia. Poiché una grande potenza l’aveva riconosciuto, anche la Svizzera poteva farlo e il Consiglio federale incaricò subito il suo rappresentante a Torino di trasmettere al Conte di Cavour il formale riconoscimento elvetico del Regno d’Italia (2 aprile 1861).

Almeno per il momento tutte le questioni, comprese quelle riguardanti i beni delle diocesi di Como e Milano in Svizzera, sembravano in via di soluzione e i due Paesi potevano riprendere nel rispetto reciproco la collaborazione che ciascuno a modo suo si riprometteva. Di una cosa, tuttavia, entrambi i Paesi sembravano certi: solo una politica di collaborazione avrebbe consentito la realizzazione di alcuni grandi progetti di cui si cominciava a parlare: la rete ferroviaria e stradale transfrontaliera di grande rilevanza strategica e di grande interesse commerciale per entrambi.

In condizioni normali la Confederazione Svizzera avrebbe riconosciuto (quasi) subito un cambio di governo. Il fatto che abbia esitato a lungo merita un approfondimento.