18 marzo 2020

Immigrazione italiana 1970-1990: 8. «Bambini clandestini»: responsabilità plurima


Dei «bambini clandestini» in Svizzera si è detto negli articoli precedenti che nella stragrande maggioranza non erano figli di genitori stagionali e che il loro numero era di poche migliaia al massimo (se considerati contemporaneamente nel corso di un anno determinato, molti di più sommando tutti i clandestini, anche per periodi brevi, nell’arco di due-tre decenni). Si è anche detto che questi bambini vanno considerati «vittime innocenti di un sistema emigratorio e immigratorio legittimo ma per certi versi disumano». Detto così, si rischia però di rinunciare a un’analisi più approfondita del fenomeno e all’individuazione delle responsabilità. Contro questo rischio s’intende di seguito riconsiderare criticamente il contesto emigratorio/immigratorio del ventennio 1970-1990 e cercare di individuare eventuali responsabilità nei confronti di quelle piccole vittime innocenti. 

Il contesto generale
Nicoletta Bortolotti in «Chiamami sottovoce» (2018)
rievoca la situazione dei «bambini proibiti» soffermandosi
più sugli aspetti psicologici che su quelli storico-sociali.
Il fenomeno dei «bambini clandestini» italiani era noto in alcuni ambienti di immigrati, ma anche ai responsabili politici svizzeri e italiani, fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, ma è emerso nella sua drammaticità solo negli anni Settanta. Da allora se n’è continuato a parlare e a scrivere per oltre un ventennio. La domanda che sorge spontanea a questo punto è molto semplice: perché nel frattempo non si è intervenuti per risolvere il problema? La risposta sarà molto meno semplice perché va ricercata nella politica emigratoria italiana, nella politica immigratoria svizzera e nei comportamenti individuali degli immigrati coinvolti.
La politica emigratoria italiana del dopoguerra, per quanto legittimata dalle necessità economiche e sociali del Paese in quel periodo e dal consenso generale di tutte le principali forze politiche, non è stata in grado di tutelare «il lavoro italiano all’estero» (art. 35 Cost.). Di fatto ha solo riconosciuto e persino agevolato (!) la «libertà di emigrazione», ma non ha vigilato attentamente sull’applicazione corretta degli accordi con la Svizzera del 1948 e 1964.
Anche la politica immigratoria svizzera, sia pure fondata sulla Costituzione federale, sulla legge sugli stranieri del 1931 e sugli accordi bilaterali con l’Italia, per decenni è stata asservita agli interessi dell’economia e sorda agli appelli che chiedevano maggiore attenzione alle esigenze dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie. Come Stato liberale, la Svizzera ha ritenuto a lungo di non dover intervenire nel mercato del lavoro se non per evitare grossi rischi economici e sociali e ha tollerato molti abusi, trascurando sistematicamente per decenni una componente essenziale del benessere svizzero ma considerata «straniera», cioè «estranea» alla società svizzera.
Altrettanto legittima è stata la decisione di moltissimi italiani di emigrare in Svizzera per un periodo breve (come stagionali) o lungo (annuali). Con l’emigrazione di massa degli anni Sessanta, però, non tutti si rendevano conto alla partenza dei problemi che avrebbero incontrato all’arrivo e non tutti erano consapevoli che oltre alle condizioni del contratto di lavoro andavano rispettate le leggi e le consuetudini del Paese di destinazione. D’altra parte si sa o si dovrebbe sapere che «la legge non ammette ignoranza» e che violarla può comportare sanzioni anche gravi.

Le responsabilità della politica emigratoria italiana
Le autorità diplomatiche e consolari italiane sapevano certamente che dopo la conclusione dell’accordo italo-svizzero del 1964 c’erano in Svizzera «bambini clandestini» (ossia fatti arrivare illegalmente dai genitori senza aver chiesto e ottenuto preventivamente dalle autorità svizzere il permesso al ricongiungimento familiare). E’ probabile, tuttavia, che non conoscessero direttamente gli interessati e, anche conoscendoli, difficilmente avrebbero potuto intervenire a loro favore.
Le autorità italiane sapevano però quasi certamente che molti «bambini clandestini» non erano figli di stagionali regolari, ma di «falsi stagionali» (che pur avendo uno statuto da stagionali di fatto restavano in Svizzera ben aldilà dei nove mesi consentiti) e di annuali. L’Italia avrebbe potuto e dovuto impegnarsi maggiormente per far eliminare questa falsa categoria di immigrati e trasformare i «falsi stagionali» in regolari annuali col diritto al ricongiungimento familiare, sia pure a determinate condizioni.
Molti figli di annuali subirono la condizione di clandestinità perché ai genitori non veniva concesso il permesso di risiedere in Svizzera con la famiglia non disponendo di un «alloggio adeguato» come previsto dall’accordo italo-svizzero del 1964. Non risulta che le autorità italiane siano state molto attive nella ricerca di abitazioni adeguate nemmeno per quei connazionali che soddisfacevano tutte le altre condizioni per il ricongiungimento familiare. Come non risulta ch’esse siano intervenute spesso nel denunciare alle autorità competenti evidenti abusi nella pratica degli affitti.

Le responsabilità della politica immigratoria svizzera
Sono quelle su cui si è concentrata maggiormente la critica di coloro che si sono occupati del problema, spesso per altro in maniera superficiale e unilaterale. Minimizzare le responsabilità delle autorità svizzere sarebbe tuttavia un errore. Infatti, pur ammettendo la legittimità dello statuto stagionale, esse hanno tollerato per troppo tempo i «falsi stagionali» e ostacolato puntigliosamente nei loro confronti la trasformazione del permesso stagionale in annuale. Bisogna dare atto però alle stesse autorità di aver iniziato a porvi rimedio fin dal 1971.
Ben più complicata si presentava la questione dei «bambini clandestini». Le leggi e gli accordi parlavano chiaro: il ricongiungimento familiare era possibile solo a determinate condizioni. In punto di diritto, nessuno straniero avrebbe dovuto contravvenire alle disposizioni vigenti al riguardo e le autorità esecutive, se a conoscenza della violazione, non avevano altra scelta che provvedere all’espulsione dei contravventori o invitarli entro un tempo ragionevole a mettersi in regola.
Tuttavia, il compito della politica non è solo l’esecuzione delle leggi e degli accordi, senza derogarvi, ma dovrebbe essere anche quello di rimuovere gli ostacoli per evitare ai cittadini scelte drammatiche e disumane. Sotto questo aspetto la politica immigratoria svizzera ha avuto molte responsabilità perché, per esempio, non è stata in grado di attuare una politica dell’alloggio che tenesse conto delle esigenze delle famiglie degli immigrati. Sarebbe bastata, in molti casi, un’intesa tra autorità, datori di lavoro e sindacati, per legare l’assunzione di stranieri con famiglia alla messa a disposizione, a pigioni ragionevoli, di abitazioni adeguate.
Non va tuttavia dimenticato che nel periodo in questione il potere d’intervento della politica nella sfera privata dei rapporti economici tra cittadini era alquanto debole e limitato. Infine, andrebbe riconosciuto a tutte le autorità svizzere, forse con poche eccezioni, che in materia di espulsioni di «bambini clandestini» non sono state vessatorie. Se migliaia di essi hanno potuto restare in Svizzera, sia pure tra notevoli privazioni, lo si deve anche alla tolleranza delle autorità, che di solito intervenivano solo dopo denunce di cittadini sospettosi e intolleranti.

Le responsabilità degli immigrati
Non sarebbe corretto, a questo punto, tacere le responsabilità anche dei genitori dei «bambini clandestini». Si tratta, com’è facile capire, di un tema estremamente delicato, a tal punto che quasi tutti gli autori che hanno trattato della clandestinità infantile non l’hanno nemmeno sfiorato. Hanno preferito, tanto ingenuamente quanto irresponsabilmente, sovraccaricare le responsabilità delle autorità svizzere e, in parte minore, di quelle italiane, senza mai indicare quali avrebbero potuto essere le alternative praticabili.
Recente docufilm di Alessandra Rossi e Mario Maellaro sui
«bambini nascosti» in Svizzera, da cui emerge chiaramente
che quei bambini non dovevano trovarsi in quelle condizioni
Sebbene qui non si tratti di processare i genitori dei bambini tenuti illegalmente in Svizzera, è giudizioso partire dai fatti e verificare successivamente le eventuali responsabilità, tenendo conto di tutte le attenuanti possibili. Da quanto detto finora dovrebbe apparire chiaro che il fenomeno dei «bambini clandestini» era contrario a leggi e trattati, che andavano invece rispettati. A non rispettarli non erano i legislatori svizzeri e italiani, ma alcuni immigrati consapevoli, che sapevano bene di rischiare l’espulsione. Non erano i bambini ad essere «proibiti» (Martina Frigerio Martina, Bambini proibiti), ma l'illegalità, la violazione consapevole delle norme, la clandestinità.
Sarebbe infinita la discussione se i singoli genitori di questi bambini avessero buone ragioni per correre quel rischio, ma non si possono assolvere in blocco invocando i diritti della famiglia, la durezza della legge o «il bisogno di emigrare». Pur ammettendo le buone intenzioni di tutti o di gran parte di quei genitori, sarebbe difficile dimostrare la necessità del ricongiungimento familiare nel momento in cui è avvenuto e l’impossibilità di ritardarlo magari di qualche mese in attesa di soddisfare tutte le condizioni previste, come hanno fatto moltissimi altri genitori.
Resta il fatto che a pagarne le conseguenze sono stati sempre bambini innocenti, costretti a vivere segregati in minuscoli appartamenti e alloggi (spesso mansarde!) inadeguati, privati di molti diritti. Non doveva accadere! Fortunatamente questa brutta esperienza non ha lasciato tracce indelebili nella maggior parte degli ex-clandestini, perché molti di essi sono stati in grado di controbilanciare la solitudine e la tristezza di quella condizione con l’apprezzamento dei piccoli giochi, lo sviluppo della fantasia, il godimento intenso dei momenti di intimità con i genitori al rientro dal lavoro, delle passeggiate del fine settimana, ma anche della solidarietà e della generosità di vicini di casa, stranieri e svizzeri, e di tanti datori di lavoro pronti a «coprire» i loro dipendenti. (Fine)
Giovanni Longu
Berna, 18.03.2020

15 marzo 2020

Ai tempi del coronavirus


La pandemia da coronavirus è allarmante non solo perché ha già fatto tanti morti e non si sa quanti altri ne farà in Europa e nel resto del mondo, ma perché richiama la paura atavica della peste e della decimazione di intere popolazioni. E’ rimasta impressa nella memoria collettiva soprattutto la «spagnola» del 1918-1920 che fece decine di milioni di morti. Altre epidemie più recenti sono state meno micidiali (per esempio l’«asiatica» del 1957 che ancora molti ricordano), per cui è subentrata nella coscienza dei popoli specialmente occidentali una sorta di assopimento di quella paura ancestrale, ma non è stata annientata. Il coronavirus la sta risvegliando?

Pandemia come «castigo di Dio»
Coronavirus - Covid-19
L’umanità, che ha conosciuto epidemie fin dall’antichità, non ha mai accettato l’idea di poter scomparire a seguito di una pandemia universale, anzi ha sempre creduto in una qualche forma di sopravvivenza. Dapprima, scoprendosi impotente di fronte al virus, se n’è assunta per così dire la responsabilità e ha considerato l’epidemia una sorta di «castigo di Dio», da espiare con preghiere e sacrifici. Il ricorso alla divinità è perdurato finché è durato il predominio della fede sulla ragione in molte religioni, compresa quella cristiana.
Ancora ai tempi di San Carlo Borromeo (1538-1584), durante una peste che sconvolse Milano, molti pensarono come lo stesso san Carlo che si trattasse di «un flagello mandato dal cielo» come castigo dei peccati degli uomini e che andasse curato con la preghiera e il digiuno. Il mondo però stava cambiando: la scienza cominciava a rivendicare il primato sulle credenze e già pensava che ogni epidemia poteva essere sconfitta dalla farmacologia.
Poco più di un secolo dopo, nel Seicento, quando un’altra peste micidiale scoppiata in tutto il Nord Italia sembrava divorare l’intera città di Milano, solo qualcuno parlò ancora di «castigo di Dio», mentre molti l’attribuirono a fattori umani, gli «untori». Il cardinale Federico Borromeo, pur non rinunciando a una processione solenne, con l’ostensione delle reliquie di san Carlo Borromeo (che, fra l’altro, non produsse gli effetti sperati perché i decessi invece di diminuire aumentarono) ritenne di aver trovato un valido antidoto alla disgrazia nella solidarietà delle persone sane. Per dare il buon esempio, inviò in prima linea i suoi ecclesiastici perché si prodigassero nella sepoltura dei morti, nella cura degli ammalati e nell’aiuto ai bisognosi. A guidarli c’era lo stesso cardinale, come ha scritto Alessandro Manzoni in alcune stupende pagine dei Promessi Sposi.

Progressi e limiti della scienza
Da allora, comunque, il progresso della scienza e della tecnica è stato incessante, la medicina è diventata preventiva e curativa, la farmacologia ha messo a punto vaccini mirati ed efficaci, malattie micidiali sono state debellate, la statistica annuncia ogni anno l’aumento della speranza di vita dei nuovi nati, la qualità della vita registra ovunque miglioramenti.
Fino a pochi mesi fa, l’umanità sembrava aver dimenticato che una nuova epidemia è sempre in agguato in una qualsiasi parte del mondo e che i vaccini disponibili possono non essere efficaci. Si viveva come in un limbo autoprotettivo garantito da farmaci potenti, sistemi sanitari efficienti, virologi e scienziati attenti a ogni indizio di malattia, industrie farmaceutiche supertecnologiche pronte a intervenire in caso di bisogno. Grazie ai vaccini, le epidemie si ritenevano debellate per sempre. Illusione o sottovalutazione dei rischi? Probabilmente l’una e l’altra.
Infatti l’epidemia, anzi la pandemia, si è ripresentata con insaziabile voracità e l’umanità intera si è scoperta nuda, impreparata, senza barriere protettive, senza vaccini efficaci per contrastarla. Di fronte al pericolo di una sua propagazione incontrollata e micidiale, non potendo isolare e uccidere il virus, molti governi stanno cercando di contenerne la diffusione invitando i cittadini a chiudersi in casa, vietando ogni tipo di assembramento, chiudendo le scuole, i ritrovi, molti luoghi di lavoro, lasciando al fronte solo medici, infermieri, virologi, scienziati, le forze dell’ordine, i responsabili governativi.

Ragione e fede
E’ tornata la paura atavica? Forse. L’epidemia è un «castigo di Dio»? Certamente no, anche se c’è ancora qualcuno che considera il coronavirus «una delle piaghe inviate da Dio sugli uomini per convertirli». No, se per definizione Dio è buono e signore della vita, non minaccia e per convertire gli uomini fa appello solo alla libertà di ciascuno.
Joseph Ratzinger
D’altra parte è innegabile che questa pandemia metta bene in luce la finitezza e la fragilità dell’essere umano, come pure i limiti della scienza, che non riuscirà mai a superare l’ineluttabilità della morte. Appare quindi comprensibile che di fronte al limite della scienza (ragione), l’uomo cerchi attraverso la fede il vero senso della vita anche oltre la morte. L’importante è che tra fede e ragione non ci siano né sovrapposizioni né conflitti, ma complementarietà. Infatti, «la ragione senza fede non guarisce, ma la fede senza la ragione diviene non umana» (Joseph Ratzinger).
Poiché il tempo di ogni epidemia è limitato, l’ottimismo è ragionevole, non solo perché la scienza ha i mezzi per ottenere i vaccini necessari, ma anche perché l’intesa tra ragione e fede sta producendo come ai tempi di Federico Borromeo l’antidoto più umano che possa esistere, la solidarietà interpersonale e intergenerazionale o semplicemente sociale. Se si volesse considerare la pandemia come una «prova» per l’umanità, la si dovrebbe ritenere superata solo nel segno della solidarietà. In questo momento molti segnali fanno ben sperare che i tempi del coronavirus siano ricordati come i tempi di una grande solidarietà sociale.
Giovanni Longu
Berna, 15.03.2020

04 marzo 2020

Immigrazione italiana 1970-1990: 7. «Bambini clandestini»: quanti?


E’ innegabile che specialmente negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ci fossero in Svizzera «bambini clandestini» figli di immigrati soprattutto italiani. Trattandosi di situazioni di per sé molto gravi riguardanti «vittime innocenti di un sistema emigratorio e immigratorio legittimo ma per certi versi disumano» (cfr. articolo precedente: http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2020/02/immigrazione-italiana-1970-1990-6.html)  non è indifferente cercare di quantificarle. Tanto più che ancora oggi vengono date per certe cifre che non lo sono (e non possono essere tali, trattandosi di «clandestini»!). Inoltre, poiché le variazioni sono talvolta dell’ordine di decine di migliaia di casi, è lecito chiedersi quali cifre sono plausibili e quali, invece, vanno considerate arbitrarie e forse strumentali.

Circoscrivere il problema
Bambini clandestini (tvsvizzera.it)
Il fenomeno dei «bambini clandestini» italiani è talmente complesso che non è possibile circoscriverlo né temporalmente né relativamente alle persone interessate. Si può solo presumere, ragionevolmente in base ai casi noti, che il periodo di maggiore acutezza sia stato il ventennio 1970-1990, con estensioni probabili sia a prima che a dopo. Non è invece possibile determinare nemmeno approssimativamente la durata media della «clandestinità» (giorni, mesi, anni?), perché non esistono statistiche al riguardo.
Grande incertezza esiste anche circa l’assegnazione dei bambini clandestini a questa o quella categoria di immigrati e a questa o quella nazionalità. Si può tuttavia presumere ragionevolmente che non si trattasse di figli di «stagionali» perché questa categoria non aveva il diritto al ricongiungimento familiare e perché era relativamente piccolo il caso di coniugi entrambi stagionali e non è dato sapere quanti di essi avessero figli e dove li tenessero. Per esclusione si deve invece ritenere che il fenomeno riguardasse prevalentemente gli  «annuali», perché solo essi avevano il diritto di farsi raggiungere dalla famiglia, sia pure dopo un certo periodo di attesa e a precise condizioni.
Non è dato nemmeno sapere con precisione quanti di quei bambini fossero italiani e quanti, per esempio, spagnoli o di altre nazionalità. Tuttavia, poiché la maggioranza degli stranieri che potevano avere interesse al ricongiungimento familiare, è stata a lungo quella italiana, è plausibile attribuire agli italiani il maggior numero di bambini clandestini.
Questo inquadramento temporale e personale è fondamentale per cercare di quantificare il fenomeno dei bambini clandestini italiani, ma non è sufficiente. Va infatti tenuto ancora presente che nel periodo di maggior acutezza del fenomeno la collettività italiana immigrata in Svizzera è in forte diminuzione nel suo complesso e specialmente nelle due componenti «stagionale» e «annuale». Dal 1962 al 1987 il numero degli stagionali italiani è passato da 175.412 a 17.470, quello degli annuali da 262.157 a 9.292. E’ possibile che il numero dei «bambini clandestini italiani» fosse dell’ordine di decine di migliaia e addirittura in crescita?

Cifre senza fondamento
Per rispondere a questa domanda è opportuno ricordare che fino al 1971 era noto alle autorità svizzere e italiane e in alcuni ambienti il fenomeno dei bambini «clandestini», ossia senza permesso di soggiorno, ma nessuno era in grado di stimarne l’ordine di grandezza. Ci provò per primo, nel 1971, il giornale La Tribune de Lausanne che, dopo un’indagine, avanzò la stima di 10.000 «bambini dell'ombra», figli di «stagionali e annuali italiani e spagnoli».
Il consigliere nazionale socialista Fritz Waldner chiese subito lumi al Consiglio federale, che rispose di considerare «esagerata» quella stima e comunque di avere già avviato la procedura per trasformare in «annuali» un certo numero di «falsi-stagionali» (ossia annuali di fatto).
Werner Haug
Nel 1972 anche il St. Galler Tageblatt espresse dubbi su quella stima (Diecimila bambini clandestini in Svizzera?). Nel 1978, Werner Haug, uno statistico serio, considerò invece plausibile quella stima, probabilmente tenendo conto dei «falsi stagionali» (ossia residenti quasi tutto l'anno in Svizzera, pur continuando ad avere lo statuto di stagionali), spesso sposati, che furono poi trasformati in «annuali» tra il 1971 e il 1973. Il suo esempio non fu seguito e da allora ogni ricercatore o ricercatrice diede i suoi numeri in base a proprie congetture. Pochissimi hanno considerato 10.000 una cifra esagerata (Christine Perregaux, Elsbeth Müller, Daniele Mariani), molti di più quelli che l'hanno ritenuta sottostimata.
Ecco le cifre più ricorrenti: 10-15.000 (Giovanna Meyer Sabino, Sandro Rinauro, Paolo Barcella, Concetto Vecchio), 15.000 (Delia Castelnuovo Frigessi, Nicoletta Bortolotti), 15-20.000 (Toni Ricciardi), 15-30.000 (Michele Trefogli e Alessandra Rossi Non far rumore, 2019), 25-40.000 (Osvaldo Grava), 30.000 (Marina Frigerio, Gian Antonio Stella, Mario Perrotta), ecc.
Inutile dire che tutte le cifre proposte sono aleatorie, perché mai «censite», con buona pace di Toni Ricciardi (secondo cui «fino agli anni ’80 erano censiti [sic!] ancora tra i 15 e i 20mila bambini clandestini in Svizzera»). Resta il fatto che qualunque sia stato il numero reale, quelle vittime innocenti erano comunque troppe ed è giusto almeno cercare di dare un perché! (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 4.3.2020

26 febbraio 2020

Immigrazione italiana 1970-1990: 6. «Bambini clandestini», perché?


Uno dei primi «scandali» venuti alla luce all’indomani della bocciatura dell’iniziativa Schwarzenbach fu quello dei cosiddetti «bambini clandestini» tenuti segregati da immigrati in prevalenza italiani. Le norme svizzere sull’immigrazione e gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Italia allora vigenti regolavano in maniera precisa (si pensi ai vari tipi di permesso per stranieri) l’ingresso e il soggiorno degli stranieri, come pure la questione dei ricongiungimenti familiari. Questi erano previsti solo per alcune categorie di persone e a determinate condizioni. Contravvenire a quelle disposizioni metteva gli interessati in condizione d’illegalità e comportava il rischio di espulsione dalla Svizzera. Poiché il tema torna periodicamente d’attualità ed è trattato unilateralmente e confusamente, è forse utile cercare di chiarire la questione e sgombrare il campo da informazioni false o avventate. 

Premesse fondamentali
Prima di affrontare il tema dei «bambini clandestini» nella sua complessità è opportuno affermare con molta chiarezza che essi vanno considerati vittime innocenti di un sistema emigratorio e immigratorio legittimo ma per certi versi «disumano», perché orientato prevalentemente a soddisfare i bisogni dell’economia e meno i bisogni delle persone. Ciononostante, nessuno, a cominciare dai genitori, aveva il diritto di far soffrire e di costringere a vivere in un regime di segregazione bambini innocenti, incapaci di scegliere dove andare e con chi stare, ma non privi di esigenze esistenziali.
Poiché quel sistema dipendeva da molti fattori e molte esigenze di più protagonisti, non si può continuare a ricercare le eventuali responsabilità della situazione di quelle vittime in un’unica direzione, per esempio nella politica immigratoria svizzera. Ritenendo quali principali attori di quel sistema l’Italia, la Svizzera e gli emigranti, si deve vedere in quale misura l’uno o l’altro o tutti e tre possono o devono essere considerati responsabili diretti o indiretti della condizione dei bambini «clandestini». Certamente tutti sapevano!
Un terza premessa va pure tenuta presente prima di stabilire le eventuali responsabilità di ciascun protagonista ed è che, se la libertà di emigrazione è uno dei diritti umani fondamentali, non lo è quello di immigrare dove si vuole. «Emigrare dal proprio Stato non significa libertà di immigrare in un qualunque altro Stato» e pertanto «la libertà di emigrazione in tanto si può concretamente esercitare in quanto vi siano altri Stati che consentano l’immigrazione» (Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale italiana).

Corresponsabilità di Italia, Svizzera e migranti
Considerare illegittima la politica emigratoria italiana sarebbe una follia perché nel dopoguerra essa era stata pienamente legittimava dai parlamenti e dai governi italiani dell’epoca. Solo politicamente si potrebbero contestare le scelte fatte (che determinarono fra l’altro gli accordi d’emigrazione/immigrazione tra l’Italia e la Svizzera del 1948 e del 1964), il sistema d’informazione e accompagnamento dei migranti prima e dopo l’espatrio, come pure il livello di tutela del lavoro italiano all’estero, come impone la Costituzione (art. 35). Ogni contestazione andrebbe tuttavia motivata alla luce della percezione dei problemi e delle sensibilità politiche di allora, indicando anche eventuali alternative praticabili.
Analoghe considerazioni vanno fatte sulla legittimità delle scelte di politica immigratoria fatte dalla Svizzera, perché legittimate non solo dai parlamenti e dai governi dell’epoca, ma anche dalla Costituzione federale. Vanno dunque considerati legittimi la legge sugli stranieri del 1931, gli accordi italo-svizzeri del 1948 e 1964 e le successive norme applicative. Erano pertanto giuridicamente incontestabili lo statuto dello stagionale come pure l’impedimento del ricongiungimento familiare per gli stagionali, il controllo dell’idoneità dell’abitazione in presenza di bambini minorenni, ecc., con buona pace di Concetto Vecchio che parla di «iniquo diritto» e di Toni Ricciardi, che crede di poter contrapporre al diritto svizzero il diritto internazionale. Evidentemente questo non significa che non si possano criticare singoli aspetti delle norme sugli stranieri, specialmente quelle esecutive.
A questo punto appare difficile non coinvolgere anche i genitori dei «bambini clandestini» nella responsabilità per la loro segregazione per mesi e forse per anni. Benché anche nei loro confronti sia doveroso cercare tutte le attenuanti possibili, soprattutto alla luce delle due premesse precedenti appare difficile non attribuire loro la maggiore responsabilità della condizione irregolare dei loro figli. Per quanto si possano criticare le leggi e gli accordi internazionali della Svizzera, una loro violazione deve ricadere principalmente in chi li viola e non nel legislatore.

Il «ricongiungimento familiare» non riguardava gli stagionali
Come accennato all’inizio, molte informazioni su questo tema, complesso e delicato allo stesso tempo, sono confuse e non veritiere, per cui è senz’altro utile fornire alcuni elementi di concretezza e di verità, cominciando dal richiamo dell’Accordo del 1964 tra la Svizzera e l’Italia relativo all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera.
Tale Accordo riduceva a 18 mesi (invece di 3 anni) il periodo di attesa perché la moglie e i figli minori di un lavoratore italiano potessero riunirsi e «risiedere assieme a lui in Svizzera». Perché questa possibilità diventasse realtà, occorreva tuttavia un’autorizzazione delle autorità svizzere, che concedevano solo se risultavano soddisfatte due condizioni: 1) che il soggiorno e l’impiego di quel lavoratore fossero «sufficientemente stabili e durevoli» e 2) che lo stesso lavoratore disponesse «per la sua famiglia di un alloggio adeguato» (art. 13, capoverso 1).
(Dal film di Alvaro Bizzarri «Lo stagionale» (1971), in cui anche gli
stagionali rivendicano il diritto a vivere in Svizzera con la famiglia.
E’ importante notare che questa possibilità di vivere in Svizzera con la famiglia non riguardava gli «stagionali» perché non potevano soddisfare le due condizioni di cui sopra. In quanto «stagionali» non potevano stare tutto l’anno in Svizzera e durante il loro soggiorno qui molti vivevano in baracche, una parte condivideva con altri inquilini una stanza, una mansarda o un piccolo appartamento, pochissimi disponevano di un’abitazione indipendente. Come avrebbero potuto alloggiare un’intera famiglia di 3-4 persone? E quanti stagionali avrebbero potuto pagare l’affitto di un’abitazione «adeguata», vista la penuria degli alloggi sul mercato e la lievitazione dei costi agli inizi degli anni Settanta? E quanti erano disposti a correre il rischio di venir scoperti ed espulsi dalla Svizzera?
Si deve anche osservare che questa preclusione era nota a tutti gli stagionali, ma per la maggior parte di essi il problema non si poneva nemmeno perché solo un’esigua minoranza era sposata con figli. Ciononostante si continua a parlare e a scrivere dei «figli nascosti degli stagionali italiani», dei «figli degli stagionali: bambini clandestini», dei «bambini nascosti… i figli di lavoratori stagionali…» ecc. A meno che s’intenda riferirsi a «falsi stagionali» o a veri stagionali che stavano per raggiungere il numero di stagioni necessarie per poter ottenere il permesso annuale e per loro non ci sarebbe stato più bisogno di un periodo di attesa. Anche in questi casi, tuttavia, si tratterebbe di un numero esiguo di bambini. 

L’illusione dell’accordo del 1964
La possibilità di riunire la famiglia era invece reale per i residenti «annuali», ma, come detto, solo se dimostravano di soddisfare le condizioni indicate prima. L’esitazione delle autorità a consentire il ricongiungimento familiare dopo un periodo di attesa era dovuta al fatto che nei primi anni di soggiorno molti «annuali» non erano in grado di garantire né la stabilità del soggiorno (gran parte dei rientri in Italia avveniva nei primi anni) né la stabilità dell’occupazione. Inoltre si voleva dare il tempo di trovare una sistemazione adeguata proprio in vista di un eventuale ricongiungimento familiare.
Non si può escludere, tuttavia, che l’agevolazione rappresentata dall’Accordo del 1964 in questa materia abbia creato in alcuni immigrati (annuali, «falsi stagionali» o stagionali che presto avrebbero ottenuto il permesso annuale) l’illusione di poter far venire in Svizzera moglie e figli anche prima che finisse il periodo di attesa, senza soddisfare le condizioni previste e senza la necessaria autorizzazione. Il tentativo dev’essere riuscito a un certo numero di immigrati, perché sul finire degli anni Sessanta si sapeva che in Svizzera c’erano figli di stranieri (italiani) «clandestini», ossia senza permesso di soggiorno. Oggi si sa che molti di essi vennero scoperti e fatti rimpatriare con la madre o con entrambi i genitori, mentre alcuni continuarono a vivere «nascosti», più o meno indisturbati dalla polizia, per mesi e forse anni.

Le problematiche sui «bambini clandestini»
Attorno a questa situazione, fin dal 1970 si è aperta un’ampia discussione, per altro non ancora finita. Essa riguarda in particolare il tentativo di quantificare il fenomeno (quanti bambini hanno subito questa condizione di segregazione, per esempio negli anni Settanta?), gli effetti psicologici prodotti su questi bambini di fatto privati di alcuni diritti fondamentali, le responsabilità dirette e indirette della situazione.
E’ tutt’altro che facile dare risposte esaustive sulle varie problematiche, ma proporne alcune può rappresentare un contributo alla chiarezza e alla verità fattuale. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 26.02.2020