01 gennaio 2017

Buon Anno 2017





 

Cari affezionati Lettori, 
Vi auguro un anno felice e uno sguardo sempre rivolto al futuro.
Che il 2017 sia un anno di pace e di grazia per tutti! Giovanni.

20 dicembre 2016

Il tormentone del referendum è finito, i problemi restano



A bocce fredde, come si suol dire, dovrebbe essere più facile dare una valutazione serena e complessiva del recente referendum sulla riforma costituzionale voluta dal precedente governo. Non è invece né semplice né serena la valutazione che ancora se ne fa, tra i due estremi di chi ritiene l’esito referendario una bocciatura senza appello (circa 60 a 40) del governo Renzi e di chi, invece, lo considera una sconfitta per l’Italia. E’ vero che tutte le opinioni vanno rispettate, ma è altrettanto vero che le opinioni si possono criticare.

Bocciatura del governo Renzi...
Ritengo anch’io che l’esito del referendum sia da considerare una bocciatura senza appello del governo Renzi, ma non tanto per quel (poco) che ha fatto o cercato di fare (bene o male), bensì per quel che non ha fatto. Prima di intestardirsi sulle cosiddette «riforme», non richieste e non urgenti, il governo avrebbe dovuto affrontare i problemi più sentiti dagli italiani. Avrebbe dovuto, per esempio, cercare risorse (lottando contro la corruzione, l’evasione fiscale, gli sprechi nella pubblica amministrazione) e investirle per ridurre il disagio sociale, le disuguaglianze, la disoccupazione giovanile, l’emigrazione. Dunque una bocciatura meritata del governo Renzi.
Ritengo tuttavia che il voto referendario abbia bocciato senza appello anche la pretesa riforma voluta con arroganza dall’attuale maggioranza parlamentare (legittima secondo la Corte costituzionale, ma non legittimata dal sentire comune degli italiani), schiacciata dalla segreteria del PD. La riforma è stata bocciata non solo per il modo con cui è stata fatta (a colpi di maggioranza), ma anche nel merito.

… e della «riforma»
Il quesito referendario era palesemente ipocrita e fuorviante. Se si voleva superare il bicameralismo paritario andavano corrette le sue disfunzioni, senza depotenziare il Senato, rendendolo una Camera di serie B senza reali poteri. Per ridurre il numero dei parlamentari andava ridotto il numero sia dei senatori sia dei deputati e non solo dei primi. Il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni potrebbe avvenire anche con leggi ordinarie. Quanto poi alla revisione del Titolo V della parte II della Costituzione il men che si possa dire è che solo gli addetti ai lavori potevano sapere cosa celasse in realtà.
Passaggio di consegne tra Renzi (d) e Gentiloni (s)
La proposta Renzi-Boschi è stata bocciata clamorosamente non solo perché poco chiara, ma anche perché insidiosa. Con la riduzione dei poteri del Senato, reso per questo non elettivo, gli italiani si sono sentiti defraudati di una parte della sovranità popolare. In molte regioni è stata ritenuta ingiustificata la privazione di alcune competenze per riportarle a Roma, ritenuta notoriamente non un modello di efficienza e di trasparenza. Inoltre, non si capisce perché, per eliminare gli abusi o il malfunzionamento di alcune regioni, si debbano privare anche quelle più virtuose dell’autonomia e dei poteri che consentono loro di amministrare saggiamente il proprio territorio.
Leggendo il testo della riforma mi sono chiesto tante volte perché in molti settori della politica non si è ancora capito che anche in Italia (come è già realtà in molti altri Stati europei, a cominciare dalla Svizzera) una discreta dose di federalismo è necessaria perché fa aumentare la partecipazione e la responsabilità della popolazione direttamente coinvolta. Com’è possibile, se non per ignoranza o diffidenza della democrazia diretta, preferire ancora il centralismo al decentramento? E’ così difficile capire che il centro degli interessi degli italiani è, dopo la casa, il quartiere e il comune, la propria regione? Per evitare conflitti e abusi esistono le leggi, gli incentivi e la vigilanza (!) dello Stato, che dovrebbe intervenire sempre in via sussidiaria.

Purtroppo i problemi restano
Per fortuna, han detto in molti, il tormentone del referendum e finito. Condivido, ma ritengo che per moltissimi italiani è stata una bella occasione riprendere in mano il testo della Costituzione, cercare di afferrarne il senso profondo di linea guida per una convivenza pacifica, democratica, solidale, governata da organismi rappresentativi e orientati al bene comune, e magari costatare quanto resti ancora inattuata, per incompetenza, irresponsabilità, avidità.
Di fronte al verdetto popolare mi sarei aspettato da parte del principale responsabile della bocciatura, Renzi, un atto di umiltà e il riconoscimento degli errori fatti, e invece gli italiani hanno dovuto costatare per l’ennesima volta la protervia di un perdente

06 dicembre 2016

50 anni fa… nacque il CISAP (2a parte)



L’immigrazione italiana in Svizzera, fino al 1960, non aveva posto particolari problemi né alle autorità italiane, né a quelle svizzere e nemmeno alla società civile. La convivenza era tranquilla. Gli immigrati erano sempre fremd, stranieri, ma benaccetti perché bravi lavoratori e in quel momento l’economia ne aveva assoluto bisogno. La situazione mutò decisamente con l’immigrazione di massa soprattutto dal Sud Italia agli inizi degli anni Sessanta.

Problemi e reazioni
Il ritmo di accrescimento della popolazione straniera cominciò a preoccupare la destra nazionalista svizzera, che vedeva il fenomeno, riprendendo una vecchia espressione d’inizio secolo, come un’«invasione». Per spingere la politica a intervenire non esitò a prospettare scenari terrificanti, dalla crisi degli alloggi alla pressione sui salari, dall’imbarbarimento dei costumi (spesso gli immigrati erano descritti come primitivi e immorali) al sopravvento degli stranieri (paura di non sentirsi più padroni a casa propria), dal rischio di perdere il posto di lavoro al rischio di agitazioni sociali, ecc.
Allievi di uno dei primi corsi del Cisap (1966)
La reazione di moltissimi italiani fu la chiusura e l’assenza di contatti con gli svizzeri. Le associazioni, quelle esistenti e quelle che si andavano via via costituendo, rappresentavano una sorta di riparo sicuro dalle incursioni non solo degli svizzeri ma anche delle autorità italiane, viste non proprio schierate dalla loro parte.
D’altra parte non appariva molto promettente la via delle contestazioni e delle rivendicazioni, né quelle avanzate da qualche politico italiano sprovveduti (per es. il ministro del lavoro Sullo nel 1961), né quelle portate avanti dagli attivisti di alcune associazioni (per es. le Colonie libere italiane). Nei confronti dell’Italia, la Svizzera faceva valere ad ogni occasione gli accordi bilaterali sottoscritti e la via diplomatica, nei confronti di singoli politici non esitava a ricorrere all’interdizione dell’entrata in Svizzera (come nel 1963), mentre nei confronti di attivisti «comunisti» (anche delle CLI) l’espulsione era ritenuta la giusta pena e un deterrente contro la propaganda ritenuta «pericolosa per la sicurezza dello Stato».

CISAP soluzione esemplare
In questo ambiente è sorto il CISAP come iniziativa di alcuni immigrati già inseriti nell’ambiente svizzero in favore degli immigrati degli anni Sessanta che di questo ambiente avevano scarsa conoscenza e che sentivano come estraneo o addirittura ostile. Per questi nuovi immigrati il CISAP rappresentò una specie di ancora di salvezza perché li portava, attraverso l’apprendimento della lingua locale e l’apprendimento di un mestiere qualificato, a rompere il muro dell’isolamento ed entrare a testa alta nell’ambiente «svizzero» del lavoro e dei rapporti sociali.
All’origine del CISAP c’è un’intuizione: quel che rappresentava già allora la scuola per l’integrazione dei bambini in età scolastica, per i lavoratori immigrati doveva essere la formazione professionale adattata agli adulti. L’obiettivo era chiaro, ma la strada per raggiungerlo difficile, perché significava riportare sui banchi di scuola e nei laboratori di apprendimento persone giunte in Svizzera con altri obiettivi  e prospettive di breve durata. Per di più, nemmeno il recente Accordo italo-svizzero sull’immigrazione del 1964, che riguardava molti aspetti della vita degli immigrati italiani, aveva affrontato il problema della formazione professionale. Effettivamente, portare a scuola e nelle officine migliaia di lavoratori, inizialmente poco motivati, dev’essere stata un’impresa difficile e faticosa.
1972: visita al CISAP del pres. della Confederazione Nello Celio
(da sin. J. Allenspach, amb. Figarolo di Gropello, N.Celio, G. Cenni).
Il CISAP è stato anche un esempio che ha fatto scuola di come qualsiasi progetto importante in Svizzera si può realizzare se alla base ci sono il rispetto e la collaborazione. Il CISAP ha puntato subito, fin dall’inizio, al
rispetto delle istituzioni (e forse per questo ha dovuto lasciare nel 1966 l’ambiente in cui si stava formando, quello delle Colonie libere!) e alla collaborazione sinergetica con le autorità italiane e svizzere, con le organizzazioni sindacali e padronali, con le istituzioni locali della formazione professionale.
L’anima dell’organizzazione era italiana, impersonata dal dinamico, motivante e lungimirante Giorgio Cenni, ma il console carismatico di allora Antonio Mancini volle alla presidenza dell’ente, fin dall’atto costitutivo, uno svizzero, un professore di liceo cosciente dei problemi degli immigrati e desideroso anch’egli di aiutarli a risolverli, il prof. Josef Allenspach. Anche nella denominazione il CISAP doveva rendere l’idea di questa collaborazione e da «Centro italiano in Svizzera» divenne presto «Centro italo-svizzero».
Oggi è bello ricordare quel mondo di cinquant’anni fa perché per noi è ampiamente superato (la nuova immigrazione dall’Italia non è comparabile con quella del dopoguerra), ma può essere anche utile per affrontare seriamente e ottimisticamente il problema delle nuove immigrazioni, ad esempio proprio in Italia.
Giovanni Longu
Berna, 6.12.2016