02 febbraio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 70. Riforme a metà: (2) no alla legge sugli stranieri

Con la nuova legge sugli stranieri, approvata nel 1980, si voleva creare un quadro giuridico per la politica svizzera degli stranieri, adattare il diritto vigente alle concezioni prevalenti a livello nazionale e internazionale, definire meglio lo statuto degli stranieri secondo la durata della loro permanenza in Svizzera e favorire la loro integrazione. A queste intenzioni sottoscrivibili anche dagli stranieri, fu data una risposta, a giudizio delle sinistre e di molti stranieri, mediocre e su alcuni punti insoddisfacente. A non essere soddisfatte del tutto furono però le destre, che lanciarono un referendum e in votazione popolare (1982) riuscirono a bloccare la nuova legge lasciando in vigore quella vecchia del 1931. Poiché la bocciatura ebbe conseguenze pesanti e ritardanti sul processo d’integrazione degli stranieri, è lecito chiedersi a chi andrebbero attribuite le maggiori responsabilità dell’insuccesso e se anche l’atteggiamento degli stranieri vi abbia contribuito.

Perché una nuova legge?

Specialmente in relazione alle iniziative antistranieri della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, da molte parti s’invocava una nuova normativa sugli stranieri che tenesse conto dell’evoluzione dell’immigrazione negli ultimi decenni, delle nuove sensibilità che si facevano strada in Europa, delle esigenze dell’economia, ma anche delle richieste di esponenti politici, sindacali e delle chiese locali che auspicavano per gli immigrati una maggiore protezione giuridica, migliori condizioni di vita, un’attenuazione delle condizioni per i ricongiungimenti familiari, e una chiara definizione delle attività stagionali.

Nel frattempo la Confederazione si era resa conto che l’immigrazione era divenuta un fenomeno strutturale e non più legato a contingenze economiche. Il Consiglio federale ne tenne conto avviando una nuova politica immigratoria incentrata sulla stabilizzazione e l’integrazione della popolazione straniera. Per consolidarla e facilitarne l’implementazione non sembrava necessario modificare la Costituzione, come chiedevano i movimenti xenofobi con le loro iniziative, ma sarebbe bastata una modifica radicale della legge che regolava dal 1° gennaio 1934 la dimora e il domicilio degli stranieri.

Nel 1974 il Consiglio federale fu incaricato di elaborare una nuova legge sugli stranieri atta a creare «un quadro giuridico per la politica svizzera degli stranieri» che tenesse conto delle «concezioni prevalenti a livello nazionale e internazionale» come pure dell’esigenza di «conservare al mercato del lavoro quell'elasticità necessaria per far fronte in ogni caso all'evoluzione della situazione economica».

I dibattiti parlamentari

I dibattiti parlamentari furono molto duri perché le opinioni erano molto divergenti tra una destra conservatrice ossessionata dalla paura dell'inforestierimento e una sinistra favorevole alla nuova politica immigratoria del Consiglio federale e al miglioramento delle condizioni generali degli stranieri. Una mediazione tra le varie posizioni non era facile.

Nella nuova legge si cercò di accogliere richieste dell’una e dell’altra parte, confermando nell'essenziale l’impostazione della precedente legge che si voleva sostituire. Per esempio, furono adottate misure atte a limitare il numero degli stranieri esercitanti un’attività lucrativa allo scopo di garantire «un rapporto equilibrato tra l'effettivo della popolazione svizzera e quello della popolazione straniera residente». Nel decidere l’ammissione di uno straniero, l'autorità doveva tener conto delle «esigenze politiche, della capacità d'accoglimento del Paese, della situazione economica e del mercato del lavoro, dei bisogni dell'insegnamento, della scienza e della ricerca, degli aspetti umani e sociali e dei legami dello straniero con la Svizzera».

Furono anche mantenuti e precisati i singoli tipi di permesso di soggiorno. Per esempio fu precisato che il permesso di dimora poteva essere rinnovato allo straniero residente in Svizzera da meno di cinque anni solo se l’interessato non aveva contravvenuto all'ordine pubblico e se lo consentiva «la situazione economica o del mercato del lavoro». D’altra parte veniva garantita la priorità per la manodopera indigena.

Furono accolte nella legge anche richieste della parte più progressista dell’Assemblea federale per assicurare agli stranieri uno statuto giuridico che tenesse conto dei risvolti umani e della durata della loro presenza in Svizzera e ne agevolasse l'integrazione nella comunità nazionale. Agli stranieri venivano inoltre assicurati «i diritti fondamentali giusta il diritto costituzionale svizzero e i trattati internazionali di cui la Svizzera è parte». Ai titolari di un permesso stagionale o di dimora come pure ai frontalieri venivano garantite «condizioni salariali e di lavoro usuali nella località e nella professione».

Allo straniero venivano inoltre garantiti il diritto di ricorso, il diritto di consultare gli atti concernenti provvedimenti nei suoi confronti (pur con qualche limitazione), il diritto di essere udito prima di subire decisioni finali, il diritto a svolgere un'attività politica purché non comprometta la sicurezza interna o esterna dello Stato e qualche altro diritto.

Statuto di stagionale e ricongiungimento familiare

Nella nuova legge restavano sostanzialmente immutate le condizioni legate al permesso stagionale e al ricongiungimento familiare. Da almeno una decina d’anni alcune associazioni di immigrati italiani lottavano invano per l’abolizione dello statuto di stagionale e delle limitazioni ai ricongiungimenti familiari. Anche nei dibattiti parlamentari furono evocate più volte queste aspirazioni, ma finì per prevalere una sorta di compromesso consistente nel mantenere sia lo statuto di stagionale che le condizioni per il ricongiungimento familiare, ma mitigandone gli aspetti più contestati e più problematici.

Gli stagionali erano attivi soprattutto nell'edilizia.
Il Parlamento svizzero non volle rinunciare allo statuto di stagionale perché secondo molti la sua abolizione avrebbe potuto «compromettere la politica finora seguita in materia immigratoria e pregiudicare l’esistenza stessa di molte aziende stagionali». Siccome però in molti casi la stagionalità non veniva rispettata, dando adito a numerosi abusi («falsi stagionali, «bambini clandestini»), si decise di limitare il permesso stagionale ad attività e aziende veramente stagionali e per la durata di «nove mesi al massimo» e non prorogabile.

Allo stagionale veniva riconosciuto il diritto alla trasformazione del permesso stagionale in quello annuale se, nell’arco di quattro anni, avesse lavorato in Svizzera per almeno 32 mesi (invece dei 36 allora in vigore), con la facoltà di un’ulteriore riduzione in casi speciali.

Sui ricongiungimenti familiari dei dimoranti (annuali) la legge migliorava la situazione perché «il dimorante dev'essere autorizzato a far venire in Svizzera il coniuge e i figli minorenni il più tardi sei mesi dopo il suo arrivo in Svizzera», ma le condizioni restavano le stesse, ossia un’attività lavorativa sufficientemente stabile e disporre di un alloggio familiare conveniente.

Referendum: soddisfatti e delusi

Trattandosi di un compromesso, la nuova legge trovò soddisfatti e delusi da tutte le parti. I più soddisfatti erano il Consiglio federale e il centro-destra (i cosiddetti partiti borghesi), i più delusi gli immigrati, che potevano comunque consolarsi dei pochi miglioramenti previsti. Le critiche più pesanti vennero tuttavia dalla destra xenofoba, che vedeva in quei miglioramenti un incentivo all’arrivo di nuovi immigrati e all’aumento della popolazione residente straniera.

Fu questa destra a lanciare il referendum e a provocare la votazione popolare del 6 giugno 1982, che affossò la legge, sia pure per una manciata di voti. La campagna referendaria della destra fu poco contrastata dalle sinistre e dai sindacati, probabilmente illusi dalla serie di sconfitte subite nel decennio precedente dai movimenti xenofobi e poco convinti di dover difendere i pochi risultati ottenuti.

Anche gli italiani e le loro principali organizzazioni si erano illusi che quella legge, proprio perché mediocre, non sarebbe stata ostacolata dai votanti e non presero sul serio la possibilità di una bocciatura. Forse molti erano anche convinti che non meritasse affatto una difesa, sottovalutando le possibilità che offriva e il rischio di perdere un’occasione che difficilmente si sarebbe ripresentata nel breve periodo.

Nessuna, tra le grandi organizzazioni degli immigrati, si prese anche solo un po’ di responsabilità dell’accaduto. Anzi, tutte continuarono a battersi per l’abolizione dello statuto dello stagionale (invece condannarne gli abusi e di cercare di migliorarlo), a reclamare diritti che gli stranieri immigrati non potevano pretendere (invece di valorizzare quelli che già avevano), a sottolineare differenze, contrasti, presunte discriminazioni (invece di promuovere dialogo, stima reciproca, collaborazione), ad avere sempre l’occhio fisso sul Paese d’origine (senza mai guardare con interesse anche a quello ospite per renderlo più accogliente e generoso). La strada verso la piena integrazione era evidentemente ancora lunga.

Giovanni Longu
Berna, 2.2.2022

26 gennaio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 69. Riforme a metà: (1) sì alla formazione professionale


Le profonde trasformazioni che negli anni Settanta interessavano l’economia e la società svizzere indussero le autorità federali a porre mano ad alcune riforme legislative che avrebbero potuto avere conseguenze rilevanti anche per gli immigrati. Una riguardava l’adeguamento della legge sulla formazione professionale del 1963, l’altra una nuova legge sugli stranieri in sostituzione della vecchia legge del 1931. Delle due solo la prima andò in porto, mentre la seconda fu affossata da un referendum. La riforma della formazione professionale stimolerà molti giovani italiani a seguire un apprendistato regolare, dando loro la possibilità di avvicinarsi sempre più al livello professionale e sociale degli svizzeri, la mancata adozione della legge sugli stranieri ritarderà di decenni l’entrata in vigore di una nuova legge. Poiché entrambe meritano un breve approfondimento, ad esse sono dedicati questo e il prossimo articolo.

Gli interessati alla riforma della formazione professionale

Stranieri e formazione professionale: non solo automeccanica...
La nuova legge sulla formazione professionale, per sostituire quella del 1963 ritenuta non più adeguata, era reclamata a gran voce soprattutto dagli ambienti economici e sindacali. I primi volevano un ammodernamento dei programmi di formazione per consentire all'economia svizzera di restare competitiva a livello internazionale, i secondi ambivano ad elevare il livello formativo dei lavoratori e a superare il divario allora molto più accentuato di oggi tra studenti e apprendisti.

Senza cambiamenti importanti nella preparazione professionale dei futuri lavoratori, l’economia svizzera rischiava di non poter introdurre su larga scala nuovi macchinari e nuovi metodi di lavorazione, anche se in molte attività si continuava a preferire la manodopera a basso costo (costituita soprattutto da stranieri) piuttosto che investire nelle nuove tecnologie.

Senza cambiamenti radicali del sistema di formazione professionale, per i sindacati e gli ambienti politici della sinistra moderata la società rischiava di allargare il fossato culturale e sociale che tradizionalmente separava lavoratori e impiegati, «tute blu» e «colletti bianchi», chi doveva andare a lavorare subito dopo la scuola dell’obbligo e chi poteva proseguire gli studi a volontà.

Il bisogno di una formazione professionale moderna era fortemente sentito anche dagli stranieri, dagli italiani in particolare. Come è già stato ricordato più volte in altri articoli, gli immigrati italiani (prima generazione) erano costituiti per oltre il 75 per cento da persone non qualificate, ma si può ben ritenere che il cento per cento non volesse che la seconda generazione restasse nella stessa condizione. Oltretutto era risaputo, specialmente dopo la crisi della metà degli anni Settanta, che una solida formazione professionale rappresentava un’ottima prevenzione contro la disoccupazione. Del resto, man mano che la formazione professionale si diffondeva anche tra gli italiani (grazie agli enti come il CISAP, l’ENAIP, l'ECAP-CGIL e altri), si costatava che l’integrazione sul lavoro facilitava l’integrazione sociale.

Discussioni preliminari e rischi della riforma

Poiché la riforma avrebbe potuto trasformare non solo la formazione professionale, ma anche l’intera società, il dibattito parlamentare fu preceduto da studi, incontri, dibattiti, prese di posizione, che interessarono l’intera opinione pubblica svizzera, mettendo subito in evidenza alcune difficoltà non di poco conto per giungere a un buon risultato.

Sembrava soprattutto difficile conciliare le posizioni dei due principali interessati alla riforma, perché gli ambienti economici chiedevano un rafforzamento della formazione tecnico-pratica, mentre i sindacati e i partiti di centro-sinistra non volevano rinunciare a dare all'apprendistato anche una valenza culturale e sociale (fra l’altro importantissima per gli stranieri, bisognosi di stimoli per l’integrazione).

Le discussioni coinvolsero anche gli ambienti italiani perché all'inizio degli anni Settanta i giovani italiani che portavano a termine un apprendistato regolare erano meno del 4 per cento, quelli che seguivano una formazione presso gli enti italiani erano poche migliaia e bisognava fare in modo che tutti, dopo la scuola dell’obbligo, continuassero gli studi o seguissero una formazione professionale completa come i coetanei svizzeri. I dibattiti sulla riforma rappresentarono soprattutto per le grandi associazioni di italiani un’occasione straordinaria per organizzare sul tema studi, convegni, tavole rotonde, pubblicazioni specifiche e per sensibilizzare in particolare i giovani sulla necessità di seguire corsi completi di formazione.

Tra i gestori di enti italiani, sicuramente qualcuno sperava anche che la nuova legge contribuisse a valorizzare maggiormente quanto essi facevano per i connazionali e per l’economia svizzera, ma nessuno si faceva illusioni su possibili riconoscimenti delle attività svolte e meno ancora sul riconoscimento dei certificati finali rilasciati. Si sperava tuttavia in un maggiore sostegno morale e finanziario della Confederazione per il rilevante contributo che gli enti davano all'elevazione professionale, culturale e sociale di molti immigrati, a beneficio dell’economia e dell’intera società.

Il dibattito parlamentare

Il dibattito parlamentare fu lungo e intenso. Il disegno di legge in discussione (dal giugno 1977) era un compromesso tra un rapporto di una commissione ad hoc insediata nel 1969 e un progetto di legge elaborato dall'Unione Sindacale Svizzera (USS). Il rapporto degli esperti rispondeva soprattutto alle esigenze degli ambienti economici e proponeva fra l’altro una diversificazione dell’apprendistato, introducendo, per esempio un tirocinio di breve durata incentrato sulla pratica.

Il progetto dell'USS, invece, delineava una nuova concezione della formazione professionale, polivalente, che prevedeva fra l’altro una maggiore formazione culturale e sociale, la partecipazione degli apprendisti a tutti i livelli e un maggiore coinvolgimento dello Stato. Del progetto della commissione considerava molto pericolosa (anche nei confronti degli stranieri) soprattutto l’introduzione di un tirocinio ridotto incentrato sulla pratica.

La discussione parlamentare, come detto, fu lunga perché le posizioni erano distanti. La legge fu approvata nel gennaio del 1978 con grande soddisfazione degli ambienti padronali, dei partiti di destra e del Consiglio federale. Per l'USS era invece deludente (il sindacalista Ezio Canonica la definì «miserabile»), per cui decise di lanciare il referendum, sperando in una bocciatura popolare e nella possibilità di «una vera ed efficace riforma». Il referendum però non andò a buon fine e il 1° gennaio 1980 la nuova legge entrò in vigore. Non si trattava di una legge rivoluzionaria e dava la possibilità di ulteriori riforme e miglioramenti.

Gli stranieri tra i beneficiari della riforma

A beneficiare della riforma furono tutti i protagonisti. Anzitutto i datori di lavoro che potevano contare su un sistema di formazione professionale flessibile, in grado di recepire tutte le esigenze delle nuove tecnologie, ma anche aperto ai futuri sviluppi della tecnica e dell’economia. I rappresentanti sindacali e della sinistra politica, pur non essendo riusciti a bloccare la legge col referendum, potevano considerarsi moderatamente soddisfatti di essere riusciti comunque a rafforzare nell'insegnamento professionale la cultura generale e le competenze sociali. 

… ma anche elettronica, informatica e altre professioni (foto CISAP anni ’80 e ’90)
Gli stranieri, pur non ottenendo dalla legge benefici particolari, erano stati sensibilizzati dal dibattito a sfruttare maggiormente la formazione professionale come opportunità per entrare nella vita professionale con le stesse possibilità dei coetanei svizzeri.

Di fatto dagli anni Ottanta la partecipazione dei giovani stranieri alla formazione professionale svizzera aumentò velocemente, passando in pochi anni da 17.698 (nel 1977/78) a 28.793 (1985/86). Nello stesso periodo gli italiani passarono da 9408 a 15.299). In alcuni Cantoni e in alcune Città la progressione fu ancora maggiore. Per esempio, nel Cantone di Berna si passò da 520 apprendisti a 1103, e nella Città di Berna da 249 a 546.

Benché da un’analisi più attenta dei dati il quadro risulterebbe meno soddisfacente (per esempio, nel Cantone di Berna, dei 520 apprendisti italiani menzionati solo 183 seguivano un tirocinio di 4 anni) è innegabile dagli anni Ottanta la tendenza di quasi tutti i giovani italiani a seguire, dopo la scuola obbligatoria, una formazione di secondo grado superiore specialmente nella forma dell’apprendistato e per alcuni a proseguire gli studi di grado universitario.

I risultati più significativi arriveranno negli anni 2000. Il censimento federale della popolazione del 2000 accerterà infatti ben 14.918 italiani titolari di formazioni di grado universitario, ossia il 13,2 per cento della popolazione italiana residente stabilmente (nel 1970 era il 3,1%, nel 1980 il 2,9% e nel 1990 il 6,7%).

Giovanni Longu
Berna 26.1.2022

19 gennaio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 68. La seconda generazione e la scelta professionale (5)

La svolta registrata negli anni Settanta nella politica immigratoria federale non fu dovuta unicamente alla volontà delle autorità federali di dare risposte sostenibili alle richieste dell’economia (che chiedeva una maggiore certezza e stabilità riguardo alla presenza dei lavoratori stranieri), alle esigenze della società svizzera (che non voleva più essere strumentalizzata dai movimenti xenofobi) e nemmeno alle pressioni dell’Italia e poi anche di altri Paesi (che esigevano cambiamenti radicali nei confronti dei propri cittadini, soprattutto di quelli della seconda generazione), ma anche alle esigenze, alle proposte e alle iniziative della prima generazione di immigrati (dunque specialmente italiani), che dopo la crisi della metà degli anni Settanta aveva scelto di restare in questo Paese, ma non a qualunque condizione. Alcune di queste iniziative furono particolarmente rilevanti, lungimiranti ed efficaci nel campo della formazione professionale. Per questo è bene ricordarle.

Inizi fecondi negli anni Sessanta

Berna: CISAP, aula di elettronica (inizio anni ’90)
Negli anni Sessanta, come è stato ricordato in precedenti articoli, l’esigenza di manodopera straniera (specialmente italiana) per l’edilizia e l’industria era enorme, ma l’Italia non era più disposta a fornirla a qualunque condizione solo perché la disoccupazione soprattutto nel Meridione era ancora tanta. Per questo, su forti pressioni degli immigrati, l’Italia pretese la rinegoziazione dell’accordo di emigrazione/immigrazione del 1948 e, in effetti, nell'Accordo concluso nel 1964 la Svizzera fu in certo modo costretta a concedere alcuni importanti miglioramenti.

A giusta ragione le principali associazioni di immigrati italiani, benché soddisfatti di alcune agevolazioni promesse e specialmente dell’attenzione rivolta ai problemi della seconda generazione, non furono affatto soddisfatte dell’assenza nell'accordo di qualunque agevolazione per consentire agli immigrati l’acquisizione di competenze professionali idonee a soddisfare le esigenze crescenti dell’industria svizzera.

Si trattava di una lacuna grave perché la maggioranza degli immigrati era priva di una qualifica professionale riconosciuta in Svizzera e l’esigenza di personale qualificato era in aumento in tutti i rami economici, quelli tradizionali e quelli che cominciavano a sfruttare le nuove tecnologie. Si poteva accettare che gli italiani senza qualifica restassero a vita manovali e a rischio di restare senza lavoro alla prossima crisi del settore? Certamente no, pensarono alcuni immigrati qualificati e improvvisarono soluzioni spesso insufficienti, ma efficaci.

Di efficace e straordinario ci fu, nella seconda metà degli anni Sessanta, che tra gli italiani si cominciò a parlare di formazione professionale, di apprendistato, di tirocinio, di rischio di restare senza lavoro se certe occupazioni ripetitive e a scarso valore aggiunto fossero state affidate a macchine meno costose. In tutta la Svizzera si moltiplicarono le iniziative formative (corsi e corsetti organizzati da associazioni, consolati, missioni cattoliche, ecc.) che ebbero fra l’altro il merito di coinvolgere sempre più le autorità diplomatiche e consolari italiane, che cominciarono a erogare contributi, inizialmente molto modesti, ma significativi dell’interesse crescente dell’Italia alla formazione professionale degli emigrati.

Il modello CISAP

Dopo alcuni tentativi ben riusciti (per esempio un corso di telefonia della durata di quattro semestri organizzato dalla Colonia Libera di Berna), nel 1966 fu avviato a Berna un vero e proprio centro di formazione professionale per italiani, il CISAP, di cui si è già trattato lungamente. Giova ricordarlo ancora perché questa istituzione divenne presto il paradigma degli enti di formazione professionale per stranieri in Svizzera soprattutto per la sua organizzazione e la qualità dei corsi organizzati. Fino al 1969 era anche di gran lunga quello più sovvenzionato da parte della Confederazione: in tre anni aveva già ricevuto oltre 200.000 franchi, quando le istituzioni di Basilea ne avevano ricevuti poco più di 10.000, quelle di Zurigo 11.000 e quelle di San Gallo 24.300. Anche lo Stato italiano si dimostrava nei confronti del CISAP abbastanza generoso.

Scorcio laboratorio elettronico CISAP (anni ’80)
Il CISAP era nato come «Centro Italiano in Svizzera per l’Addestramento Professionale», ma era divenuto in poco tempo «Centro Italo-Svizzero Addestramento Professionale» e poi definitivamente CISAP (Centro italo-svizzero di formazione professionale). La mutazione era sostanziale perché stava ad indicare il pieno sostegno delle autorità italiane e svizzere all'organizzazione di corsi di qualifica professionale corrispondenti non solo alle richieste italiane (alquanto modeste), ma anche alle esigenze dell’economia svizzera e ai regolamenti emanati dalle competenti autorità federali.

Inoltre, la partecipazione negli organi di direzione e gestione dei corsi e nell'organizzazione e gestione degli esami finali dei sindacati e dei datori di lavoro, principali gestori del sistema di formazione professionale in Svizzera, dava al CISAP una connotazione che nel periodo in esame (1970-1990) risultava la più vicina all'istituto dell’apprendistato svizzero. Del resto anche le prove d’esame, soprattutto quelle pratiche, corrispondevano a quelle che sostenevano gli apprendisti svizzeri al termine del tirocinio.

L’interesse che avevano suscitato i primi corsi (128 allievi nel 1966, 238 nel 1967, 360 nel 1968, 491 nel 1969, 713 nel 1970, 800 nel 1971, 820 nel 1972), la qualità dei risultati finali e il sostegno delle parti sociali non potevano lasciare indifferenti le autorità italiane e svizzere, ma anche l’opinione pubblica e persino alcune istituzioni europee e mondiali (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2021_06_13_archive.html).

Grazie al CISAP il sistema della formazione professionale applicato alle condizioni particolari degli immigrati (inizialmente solo italiani e successivamente anche appartenenti ad altre nazionalità) venne ampiamente riconosciuto e legalmente sovvenzionato, pur non riuscendo mai ad ottenere, essenzialmente per questioni formali (soprattutto per la durata dei corsi e la professione praticata dai corsisti spesso diversa da quella appresa), l’equivalenza con l’«attestato federale di capacità».

Importanza degli Enti

Scorcio officina elettronica CISAP (anni '80)
Tra le principali istituzioni di formazione professionale che nel ventennio in esame si sono dimostrate particolarmente attive in uno o più Cantoni, si possono ricordare, oltre il CISAP, l'ENAIP (Ente Nazionale ACLI Istruzione Professionale), l’ECAP (Ente Confederale Addestramento Professionale), la SPE (Scuola Professionale Emigrati) a Zurigo, il CAPIS (Centro di Addestramento Professionale Italo-Svizzero) a San Gallo, il FOPRAS (Fondazione per la Formazione e l’Assistenza Professionale e Scolastica) a Basilea, il CIFL (Centro Italiano Formazione Lavoratori) a Lucerna, tenendo presente che erano in realtà molte di più le istituzioni che organizzavano attività di formazione professionale per stranieri in varie lingue.

Purtroppo, a parte una o due pubblicazioni della Commissione federale per i problemi degli stranieri (CFS) e una ricerca generale di Paolo Barcella, non esistono studi specifici d’insieme sugli enti di formazione professionale attivi in Svizzera nel ventennio in esame, ma da quanto si conosce è facile dedurre ch'essi svolsero una funzione molto importante per l’integrazione professionale e sociale di molti immigrati. Infatti, essi permisero a migliaia di connazionali di acquisire con metodologie particolari quelle conoscenze e abilità professionali richieste per un lavoro qualificato e che difficilmente avrebbero potuto acquisire altrimenti.

Il risultato più sostanzioso fu tuttavia indiretto, perché si diffuse tra gli immigrati (italiani) la consapevolezza che almeno i giovani di prima e seconda generazione dovevano disporre di un’adeguata preparazione prima di accedere a qualunque posto di lavoro. Non solo, fu anche grazie al CISAP e agli enti che ne seguirono l’esempio, che cominciarono ad allargarsi gli orizzonti delle scelte professionali (non più solo automeccanica, meccanica, parrucchiere/a, venditore/venditrice, ma anche elettronica, disegno tecnico, informatica, robotica, assistente medico, impiegato/a di commercio, diplomato/a di segreteria, ecc.)

La battaglia per l’uguaglianza

Allievi di disegno tecnico (CISAP anni '80)
Agli inizi degli anni Settanta, quando erano poche le professioni industriali e commerciali alle quali venivano indirizzati i giovani italiani ed altre professioni più esigenti erano loro precluse a causa dei risultati scolastici ritenuti poco rassicuranti, il CISAP condusse e vinse una battaglia importante perché riuscì ad organizzare corsi di elettronica con possibilità di specializzazioni successive (microprocessori, robotica, CAD, ecc.) anche per giovani stranieri che avevano ultimato solo la scuola primaria (elementare).

I risultati confermarono ampiamente che anche i giovani stranieri con esiti scolastici modesti potevano ambire a qualificarsi in professioni diverse da quelle esercitate dai loro genitori e indubbiamente più esigenti. Da allora l’accesso alla formazione professionale per gli stranieri è decisamente cambiato ed oggi appare obiettivamente difficile trovare differenze significative tra i qualificati stranieri e i qualificati svizzeri.

Quel processo di avvicinamento, tuttavia, ed è bene scriverlo e ricordarlo, è stato avviato dagli stessi immigrati i quali capirono chiaramente fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, che una via sicura all'integrazione e alla soddisfazione personale, familiare e sociale è certamente quella di una formazione professionale solida e aperta.

Giovanni Longu
Berna 19.1.2022

11 gennaio 2022

160 anni di rapporti commerciali ed immigrazione tra l’Italia e la Svizzera (1a parte)

L’anno scorso le relazioni diplomatiche tra la Svizzera e l’Italia hanno compiuto 160 anni. Per dare risalto alla complessità e all'importanza dei rapporti italo-svizzeri, soprattutto in riferimento all'immigrazione italiana in Svizzera, mi sarei aspettato che l’Ambasciata d’Italia o il Dipartimento federale degli affari esteri organizzassero una pubblicazione, una giornata di studio, una tavola rotonda, una conferenza o altra manifestazione pubblica, ma evidentemente non è stato possibile e forse nemmeno voluto (non certo a causa della pandemia).

Interessi economici sempre in primo piano nei rapporti italo-svizzeri.
Ritenendo tuttavia l’occasione interessante per far conoscere meglio il lavoro per così dire «dietro le quinte» delle diplomazie dei due Paesi e per fare il punto della situazione, chiesi nell'ottobre scorso un breve messaggio ai rispettivi ambasciatori d’Italia (Silvio Mignano) e di Svizzera (Monika Schmutz Kirgöz), ma solo quest’ultima ha risposto con un contributo interessante, che riprenderò più avanti. Nei mesi di aprile-maggio scorsi avevo comunque già dedicato alla ricorrenza una serie di articoli, ripercorrendo le principali tappe di questi 160 anni delle relazioni diplomatiche italo-svizzere e sottolineandone l’impatto sui flussi immigratori dall'Italia. Di seguito desidero ora soffermarmi su un aspetto che può rappresentare una chiave di lettura di gran parte della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera: gli interessi economici sempre in primo piano nei rapporti italo-svizzeri.

Interessi economici in primo piano

Alla mia richiesta di un giudizio sintetico sugli attuali rapporti italo-svizzeri, l’ambasciatrice di Svizzera in Italia Monika Schmutz Kirgöz ha risposto fra l’altro con questa affermazione: «l'Italia continua ad essere un partner chiave, sia politicamente che economicamente, con uno scambio commerciale e di servizi di circa 1 miliardo di franchi svizzeri alla settimana».

Trovo tale frase emblematica non solo dello stato delle relazioni italo-svizzere, ma anche dell’intera storia dei 160 anni di questi rapporti, perché fin dall'inizio entrambe le diplomazie non hanno mai perso di vista, oltre all'evidente interesse a coltivare relazioni di buon vicinato tra Paesi confinanti, i prevalenti interessi economici, anche quando si trattava della gestione dei grandi flussi migratori di fine Ottocento fino alla prima guerra mondiale e di quelli del secondo dopoguerra.

Quando il 30 marzo 1861 la Confederazione riconobbe ufficialmente il nuovo Regno d’Italia ponendo su nuove basi le relazioni esistenti tra i due Paesi, l'emigrazine/immigrazione non era un tema prioritario. Ad entrambi premeva soprattutto consolidare e intensificare i rapporti economici esistenti, benché non mancassero altri interessi riguardanti, per esempio, alcune rettifiche del confine comune, l’estradizione dei delinquenti, la sicurezza dei cittadini svizzeri residenti in Italia e dei cittadini italiani residenti in Svizzera, la salvaguardia della proprietà letteraria e artistica. Incanalare i vari temi nella forma di trattati, convenzioni e accordi applicabili con criteri di reciprocità e sostenibilità fu uno dei principali compiti affidati alle diplomazie dei due Paesi.

Soprattutto la Confederazione era fortemente interessata a conservare e sviluppare ulteriormente le intense relazioni commerciali stabilite col Regno di Sardegna. Riteneva i buoni rapporti con l’Italia indispensabili non solo per meglio tutelare i propri interessi nella Penisola e garantire il proprio approvvigionamento internazionale attraverso il porto di Genova, ma anche per progettare con sicurezza nuove vie di comunicazione tra nord e sud. Questi interessi spiegano bene perché il Consiglio federale non tenesse in gran conto le voci riguardanti pretese territoriali soprattutto sul Ticino avanzate da alcuni politici italiani all'indomani della proclamazione del Regno, tanto più che lo stesso Cavour aveva dato ampie garanzie sull'integrità della Svizzera.

Giovan Battista Pioda (1850-1914)
Grandi diplomatici all'opera

A curare gli interessi della Svizzera furono subito inviati dapprima a Torino (capitale del Regno dal 1861 al 1865) e poi a Firenze (dal 1865 al 1970) e a Roma (dal 1971) diplomatici di prim'ordine, fra cui
nel 1864 l’ex consigliere federale Giovanni Battista Pioda. Grazie alle sue conoscenze internazionali, alla sua ottima conoscenza dell’italiano (aveva conseguito la laurea in giurisprudenza a Pavia) e agli ottimi rapporti personali con l’inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Re d’Italia presso la Confederazione (dal 29 luglio 1867 al 22 maggio 1881), Luigi Amedeo Melegari, gli fu possibile non solo difendere gli interessi attuali della Svizzera, ma anche estenderli ad altri campi.

Luigi Amedeo Melegari (1805-1881)
Già nel 1868 le diplomazie dei due Paesi erano riuscite a concludere ben quattro trattati (convenzione commerciale, accordo per la salvaguardia della proprietà letteraria e artistica, trattato di domicilio e consolare, trattato d'estradizione), uno dei quali avrebbe avuto per molto tempo un’importanza straordinaria per l’inquadramento giuridico dei futuri flussi migratori tra i due Paesi.

Nel frattempo, Pioda, grazie anche al sostegno di Carlo Cattaneo e dello stesso Melegari, era riuscito a convincere il governo italiano dell’importanza di una partecipazione diretta dell’Italia alla realizzazione dell’opera del secolo, la galleria ferroviaria del San Gottardo e nel 1869 fu firmata a Berna tra la Svizzera e l’Italia una Convenzione sul Gottardo, nuovamente siglata ancora a Berna il 17 gennaio 1871 tra la Svizzera, l’Italia e la Germania del Nord.

I primi trattati di commercio

Con l’entrata in funzione della ferrovia del Gottardo (1882), il commercio sud-nord aumentò notevolmente, tanto da richiedere un nuovo trattato di commercio tra l’Italia e la Svizzera (1889). Grazie ad esso e a una significativa riduzione dei dazi doganali, aumentarono enormemente soprattutto le esportazioni italiane (specialmente prodotti agricoli) verso la Svizzera, molto meno quelle svizzere verso l’Italia.

Un altro trattato, sottoscritto a Zurigo nel 1892, favorì ulteriormente le esportazioni italiane verso la Svizzera (140 milioni di franchi nel 1892, 181 milioni nel 1903), ma non quelle svizzere verso l’Italia, tanto da indurre le autorità elvetiche a denunciarlo nel 1903. Il nuovo trattato del 1904 riequilibrò un tantino la bilancia commerciale tra i due Paesi, ma restò ancora a lungo nettamente favorevole all’Italia.

Se dall'inizio del secolo scorso si fa un balzo alla situazione attuale salta subito agli occhi che i rapporti non sono granché cambiati. Se nel 1914, prima che scoppiasse la prima guerra mondiale) l’Italia costituiva il secondo o terzo mercato di approvvigionamento per le importazioni svizzere e il quinto o sesto acquirente delle esportazioni elvetiche, oggi l’Italia costituisce ancora il secondo o terzo partner commerciale della Svizzera in ordine di importanza ed è il sesto Paese di destinazione per l'export italiano.

Inizio dei flussi immigratori dall'Italia

L’invio a Torino come rappresentante della Confederazione di un ex consigliere federale (al quale era stato chiesto appositamente di rinunciare alla prestigiosa carica), Giovanni Battista Pioda, aveva soprattutto lo scopo di convincere il governo italiano a sostenere il progetto più convincente di collegamento tra l’Italia e il Centro Europa passando per la Svizzera e a partecipare finanziariamente alla sua realizzazione con la ferrovia e la galleria del San Gottardo, allora la più lunga del mondo.

Nella galleria del San Gottardo lavorarono quasi esclusivamente italiani.
Pioda raggiunse il doppio scopo, non solo grazie ai buoni rapporti ch'era riuscito a stabilire con le autorità italiane, ma anche sfruttando abilmente i contrastanti interessi dei vari Paesi coinvolti: il Regno d’Italia interessato a un collegamento del porto di Genova con l’Europa centrale senza dover passare attraverso il territorio austro-ungarico; la Germania interessata ad un collegamento con l’Italia senza passare per il territorio francese. Per la Svizzera si trattava inoltre di non correre il rischio di venir aggirata nei flussi nord-sud (qualora non fosse stata trovata in tempi brevi una soluzione vantaggiosa attraverso il proprio territorio) da due altri collegamenti alpini già in costruzione, i trafori del Frejus (inizio dei lavori 1857) e del Brennero (inizio del lavori 1860).

Per la realizzazione della galleria più lunga del mondo, l’impresa ginevrina di Louis Favre che aveva vinto la gara d’appalto, si avvalse quasi esclusivamente di maestranze e operai italiani provenienti in massima parte dal Piemonte e dalla Lombardia. L’età media era di 28 anni e molti di essi avevano accumulato esperienze preziose nella costruzione della galleria del Frejus. Per la Svizzera era cominciata l’era dei grandi flussi migratori dall'Italia.

In alcuni periodi lavoravano contemporaneamente allo scavo del tunnel oltre 3500 operai al giorno, con una punta nel mese di agosto 1877 di 4344 persone. Soprattutto nella prima fase della costruzione, la possibilità di trovare un lavoro attirava nelle località dei grandi cantieri ai due versanti di Airolo e Göschenen migliaia persone. Non tutte ottenevano un permesso di lavoro, ma in certi periodi, per esempio nel 1874, riuscirono ad ottenerlo oltre 13.000 persone (Segue)

05 gennaio 2022

Immigrazione italiana 1970-1990: 67. La seconda generazione e la scelta professionale (4)

L’articolo precedente metteva in evidenza alcune ragioni dello svantaggio iniziale dei giovani italiani nella scelta professionale, sottolineando in particolare l’incertezza sul loro futuro (in Svizzera o in Italia?), il modesto livello delle prestazioni scolastiche, la mancanza di alternative, l’esiguo sostegno del servizio di orientamento professionale e della famiglia. Questi aspetti hanno influito sicuramente sul destino professionale di molti giovani italiani, che non hanno potuto scegliere la professione desiderata. Solo col tempo, altri giovani sono riusciti a ridurre e talvolta a eliminare lo svantaggio iniziale degli anni Settanta, alcuni anche grazie ad alternative offerte da istituzioni come il CISAP (di cui si tratterà ancora nei prossimi articoli).

Osservazioni generali

Due illustri figli di immigrati italiani, S. Ermotti e I. Cassis
Una delle ragioni del ritardo con cui venne affrontato in maniera mirata il tema della formazione professionale della seconda generazione negli anni Settanta fu dovuta alla priorità data sia dalla Svizzera che dall'Italia all'integrazione scolastica. La frequenza della scuola pubblica svizzera era vista come la condizione essenziale per far superare ai figli degli immigrati gli ostacoli di carattere linguistico (e in parte anche sociale) e offrire loro le medesime opportunità dei coetanei svizzeri per accedere a una formazione post-obbligatoria.

Purtroppo questo percorso è stato lungo e molto accidentato, ma anche soltanto nel periodo in esame (1970-1990) ha prodotto risultati apprezzabili, nella filiera della formazione professionale più che in quella della formazione generale classica (maturità liceale), come dimostrano alcuni dati dei censimenti federali della popolazione degli anni 1970, 1980, 1990.

L’analisi dei dati, semplificata qui per esigenze di spazio, prende in considerazione solo i giovani dai 20 ai 24 anni, ossia la fascia d’età in cui solitamente si acquisisce una formazione post-obbligatoria di secondo grado (maturità liceale o qualifica professionale), tenendo presente che si trattava di persone nate 20-24 anni prima, ossia a partire dagli ultimi anni ‘50.

Va anche osservato che non tutti i giovani considerati appartenevano alla seconda generazione, perché alcuni, soprattutto tra quelli censiti nel 1970 e 1980, erano dei veri e propri immigrati, che avevano ultimato la loro scolarità in Italia (generalmente ad un livello superiore a quello dei loro genitori) e in seguito erano emigrati in Svizzera.

I dati dei censimenti

Poiché lo scopo di questo articolo è quello di attestare il lento ma sicuro avanzamento dei giovani italiani verso la normalità professionale rappresentata dai coetanei svizzeri, entrambi i gruppi sono stati considerati pari a 100 alla data dei censimenti. Le risposte alla domanda contenuta regolarmente nel questionario del censimento circa la formazione massima raggiunta da ognuno danno un quadro sufficientemente affidabile della situazione.

Risulta, per esempio, che nel 1970 si era fermato alla scuola obbligatoria il 27,4% degli svizzeri, ma quasi il 70% degli italiani. Aveva concluso con successo una formazione professionale circa il 35% degli svizzeri , ma solo il 12,5% degli italiani. Inoltre avevano un diploma di maturità l’8,2% degli svizzeri e il 3% degli italiani.

Nel 1980 la situazione era abbastanza simile a quella di dieci anni prima, ma la quota di italiani fermi alla scuola dell’obbligo era scesa sotto il 50% e quella di coloro che avevano acquisito una formazione professionale completa era salita al 32,4% (svizzeri: 53%).

Nel 1990 la distanza tra svizzeri e italiani si era ulteriormente ridotta. Al livello della scuola obbligatoria si era fermato l’8,2% dei primi e il 25,9% dei secondi. L’avvicinamento era invece particolarmente vistoso riguardo alla formazione professionale: svizzeri 61%, italiani 54,1%.

Da un’analisi più attenta dei dati risulta anche che il miglioramento tra gli italiani avveniva man mano che aumentava la quota dei nati in Svizzera, passata dal 5,6% del 1970 al 77% del 1990. Inoltre, fin dagli anni Settanta, tutte le differenze tendevano a scomparire nel gruppo dei naturalizzati di origine italiana, tra cui si faranno strada anche future personalità di rilievo nel mondo economico, culturale, scientifico, universitario, giornalistico, politico… come Sergio Ermotti, Ignazio Cassis (v. foto) e altri.

Infine, non si può dimenticare il contributo dato alla formazione professionale degli italiani da alcune istituzioni private, di cui si tratterà specificamente in altri articoli (Segue).

Giovanni Longu
Berna 5.1.2022

22 dicembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 66. La seconda generazione e la scelta professionale (3)

L’articolo precedente ha evidenziato l’impegno della Svizzera e dell’Italia a facilitare l’integrazione dei cittadini italiani immigrati e dei loro figli (seconda generazione) attraverso gli strumenti della formazione scolastica generale e della formazione tecnico-professionale. Poiché per costatarne l’effettiva riuscita su vasta scala si dovettero attendere gli anni Novanta, è lecito chiedersi il perché di una così lunga attesa. Oltre alle ragioni già preconizzate dalla delegazione svizzera nel 1972 nel corso di una riunione della Commissione mista italo-svizzera prevista dall'Accordo del 1964 (cfr. articolo precedente), negli anni Settanta e Ottanta ce n’erano evidentemente anche altre, che meritano alcune considerazioni che saranno sviluppate in questo e nei prossimi articoli.

Partenza svantaggiata per gli stranieri

Anni '70 e '80: il sogno di molti italiani era diventare automeccanici!
Una delle ragioni più importanti della lunga attesa è stata sicuramente il diverso punto di partenza tra svizzeri e stranieri al momento di iniziare la formazione professionale. Mentre per la maggioranza dei primi l’apprendistato (o, più raramente, la prosecuzione della formazione scolastica in un liceo) rappresentava lo sbocco «normale» della scolarità obbligatoria, per gran parte degli adolescenti stranieri era l’imbocco di una strada sconosciuta e dall'esito incerto, tant'è che pochi la imboccavano.

Del resto, per molti immigrati italiani il concetto stesso di «formazione professionale» era molto vago. Non si conosceva la procedura per attivare un contratto di apprendistato, non si comprendeva perché l’apprendimento di un mestiere richiedesse tre-quattro anni di teoria e di pratica, non si sapeva valutare quanto valesse una qualifica professionale rispetto a un titolo di studio a parità di anni di formazione, spesso non si comprendeva perché un lavoratore qualificato dovesse guadagnare più di uno senza qualifica anche se molto bravo, non si conoscevano le possibili specializzazioni successive, ecc.

Per quanto si possa e persino si debba ritenere logica e coerente la politica seguita dal Consiglio federale e condivisa dalle autorità italiane sull'integrazione della seconda generazione, non si può dimenticare che in gran parte della collettività italiana degli anni Settanta mancava l’interesse. Probabilmente nessun immigrato era venuto in Svizzera per stabilirvisi e addirittura mettere al mondo figli che avrebbero potuto considerare questo Paese come la loro patria. Secondo numerose inchieste, quasi tutti gli immigrati del secondo dopoguerra si ritenevano e si comportavano come italiani provvisoriamente all'estero. Perché dunque investire tanto tempo e denaro per imparare un mestiere da esercitare in Svizzera, senza sapere se eventualmente sarebbe stato possibile esercitarlo anche in Italia?

Campo di scelta limitato

Sicuramente anche a qualche svizzero la scelta del mestiere da imparare deve aver posto qualche problema, ma mentre gli svizzeri erano generalmente ben supportati dalla famiglia e dal servizio di orientamento professionale ufficiale, gli stranieri ne erano in gran parte privi. Quanto agli orientatori professionali, bisogna dire che non erano stati preparati per consigliare adeguatamente giovani stranieri con problematiche particolari di tipo scolastico e psicologico. Spesso non riuscivano a superare la correlazione tra prestazioni scolastiche e reali possibilità di apprendimento e di riuscita dei richiedenti, anche se molto motivati, per cui questi venivano spesso indirizzati su professioni non desiderate ad esigenze medio-basse.

Va aggiunto che gli immigrati italiani allora erano concentrati in pochissimi rami economici (metalmeccanica, costruzioni, turismo e ristorazione, commercio, riparazione autoveicoli e pochi altri) per cui non avevano una visione sufficientemente ampia del mercato del lavoro globale per prospettare ai loro figli professioni anche in altri rami. Così, mentre per i giovani svizzeri l’offerta era molto ampia, per i giovani italiani era alquanto ristretta. Se le preferenze degli svizzeri si concentravano su una ventina di professioni, per gli italiani la scelta era limitata a meno della metà e concerneva per lo più, ad eccezione di alcune professioni (per es. meccanica e automeccanica), mestieri il cui apprendistato durava meno di 4 anni con livelli di qualifica medio-bassi (per es. muratore, installatore d’impianti sanitari, parrucchiere, venditore, cuoco, servizi domestici e di cura).

Si può inoltre osservare che alcune scelte degli italiani venivano fatte in funzione della possibilità di esercitare la professione in modo autonomo e, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, si limitavano praticamente a due campi l’edilizia (per diventare imbianchini, piastrellisti, gessisti, ecc.) e l'automeccanica (per poter un domani avviare un’attività autonoma in un proprio garage). (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 22.12.2021 

15 dicembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 65. La seconda generazione e la scelta professionale (2)

Oggi, in Svizzera, è normale per quasi tutti i giovani acquisire dopo la scuola obbligatoria una formazione di secondo grado di tipo teorico-generale (maturità liceale) o di tipo tecnico-pratico (formazione professionale). Nel periodo in esame (1970-1990) non era normale nemmeno per gli svizzeri, ma soprattutto per gli stranieri. Erano rari i figli (seconda generazione) di immigrati (prima generazione) che riuscivano a superare la selezione per entrare in un liceo, ma non era facile nemmeno ottenere un buon posto di apprendistato, di quelli cioè che durano 3-4 anni prima di poter conseguire un attestato federale di capacità. L’ostacolo principale era rappresentato dalla conoscenza della lingua del posto, ma ce n’erano anche altri. Poiché con gli anni ad uno ad uno saranno superati tutti, per capirne la dinamica può essere interessante ripercorrerne di seguito le tappe più significative.

Intesa italo-svizzera iniziale

Nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera ci sono stati eventi particolarmente importanti perché ne hanno determinano l’orientamento e avviato i processi per il raggiungimento degli obiettivi mirati. Uno di questi eventi è stato l’Accordo di emigrazione/immigrazione tra l’Italia e la Svizzera del 1964, perché ha consolidato la presenza italiana in questo Paese, ritenendola utile e necessaria, e ha gettato le basi per garantire soprattutto alle giovani generazioni una piena e soddisfacente integrazione.

Nel corso delle prime riunioni della Commissioni mista italo-svizzera, prevista dall'Accordo, vennero precisati meglio gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli. Nella sostanza, l’Italia chiedeva per i lavoratori italiani, che allora sfioravano il mezzo milione, lo stesso trattamento riservato ai lavoratori svizzeri per quel che concerneva non solo le condizioni di vita e di lavoro, ma anche le possibilità di promozione professionale e sociale.

Concretamente, il governo italiano auspicava un mercato del lavoro svizzero più omogeneo, in cui tutti i lavoratori, svizzeri e italiani, beneficiassero sostanzialmente degli stessi diritti lavorativi, assicurativi e salariali, della stessa mobilità geografica e professionale, del diritto al ricongiungimento familiare, del diritto alla formazione dei giovani e degli adulti. Pur non essendo menzionati esplicitamente nell'Accordo del 1964, la formazione e il perfezionamento professionale apparivano chiaramente all'Italia come strumenti fondamentali per raggiungere i principali obiettivi e quindi da implementare il più presto possibile.

L’auspicio italiano era sostanzialmente condiviso dalla controparte svizzera e non poteva essere altrimenti, perché era anche nell'interesse della Svizzera ridurre i disagi della collettività straniera più numerosa, eliminare le tensioni tra svizzeri e stranieri (fonti di paure e pregiudizi su cui facevano leva i movimenti xenofobi, sempre pronti a lanciare iniziative contro l'inforestierimento e contro il governo) e, soprattutto, integrare le giovani generazioni.

L’impegno del governo svizzero

Il Presidente della Confederazione N. Celio (al centro) in visita al
CISAP sostiene la formazione professionale degli stranieri (1972)
Nel 1972, nel corso di una riunione della Commissione mista, la delegazione svizzera non solo dichiarò di condividere gli stessi obiettivi dell’Italia, ma assicurò l’impegno del governo federale per realizzare in Svizzera «un mercato del lavoro il più omogeneo possibile», pur prospettando difficoltà e rallentamenti nella fase realizzativa.

Che il Consiglio federale fosse deciso a ridurre le tensioni, a stabilizzare la popolazione straniera e a favorirne l’integrazione, lo dimostrò fin dai primi anni Settanta con una serie di interventi finalizzati, per esempio, a risolvere il problema dei «falsi stagionali» (ossia immigrati che pur avendo un permesso «stagionale» di fatto lavoravano gran parte dell’anno), a limitare lo statuto stagionale ai lavoratori che svolgevano attività davvero stagionali, a diminuire il tempo di attesa per la trasformazione dei permessi stagionali in annuali, a ridurre gradualmente le limitazioni esistenti per i residenti annuali, a facilitare il più possibile i ricongiungimenti familiari, a favorire anche ai cittadini stranieri l’accesso alle abitazioni con pigioni moderate, ad incoraggiare e sostenere finanziariamente le iniziative private di formazione professionale degli stranieri adulti e della seconda generazione, ecc.

Un segnale di vicinanza e di sostegno a queste iniziative lo diede il Presidente della Confederazione Nello Celio nel 1972 con la visita al CISAP (Centro italo-svizzero di formazione professionale) di Berna, durante la quale disse, fra l’altro, di essere venuto «per dimostrare innanzitutto la simpatia del governo di questo Paese per il CISAP e per tutte le iniziative che tendono a integrare e ad elevare la sorte dei lavoratori, a qualsiasi nazione appartengano» e «per dimostrare che il governo svizzero vuole seguire con la più viva attenzione la vita degli stranieri che operano nel nostro Paese, perché se è vero che noi diamo lavoro, se è vero che noi diamo possibilità di guadagno, è altrettanto vero che questa gente contribuisce a rafforzare la nostra economia e ci consente di produrre, e dà di più di quanto noi diamo, cosicché, per saldo, come si dice in contabilità, sono ancora questi operai, questi lavoratori stranieri che sono in credito nei confronti del Paese».

Poiché il raggiungimento dei vari obiettivi, e soprattutto del mercato del lavoro omogeneo, avrebbe comunque richiesto tempi lunghi e risorse considerevoli, il Consiglio federale coinvolse giustamente in questa vasta opera di sensibilizzazione e di integrazione non solo l’amministrazione federale e la Commissione federale degli stranieri (dal 1970), ma anche i Cantoni, le grandi città, le parti sociali e altre organizzazioni interessate.

L’impegno del governo italiano

I sottosegretari A. Bemporad (a sin.)
e M. Toros all'inaugurazione del
centro Cisap di Langenthal (1970)
Non fu solo il Consiglio federale ad impegnarsi decisamente in favore degli stranieri in generale e della seconda generazione in particolare, ma anche il governo italiano in quel periodo si dimostrò, attraverso i servizi diplomatici e consolari, particolarmente attivo nel settore della formazione degli italiani immigrati. Promosse e sostenne innumerevoli iniziative sia nel campo della formazione generale (corsi di lingua e cultura, interventi di sostegno scolastico, conferenze, biblioteche, ecc.) che della formazione professionale.


Specialmente in questo campo, poiché in varie località venivano organizzati da associazioni e gruppi di immigrati corsi di tipo professionale, ma di breve durata, poco strutturati e poco incisivi, a livello di Ambasciata si cercò fin dal 1970 un loro coordinamento e un controllo di qualità in modo da garantirne una maggiore efficacia e un’equa ripartizione delle cospicue somme che il Governo italiano intendeva destinare alle attività formative.

Una ricca documentazione su quegli anni testimonia con quanta energia, intelligenza ed entusiasmo si dedicarono alla soluzione dei vari problemi dell’immigrazione italiana in Svizzera segretari di Stato come Mario Pedini, Alberto Bemporad, Mario Toros, Luigi Granelli, Franco Foschi, ambasciatori come Enrico Martino, Adalberto Figarolo di Gropello, Girolamo Pignatti Morano di Custoza, ministri consiglieri all’ambasciata d’Italia a Berna come Ugo Barzini, Tullio Migneco, Mario Sica, consiglieri d’ambasciata come Mario Alberigo, per citare solo alcuni politici e alti funzionari degli anni Settanta. Ovviamente, sul terreno, erano i consoli che sostenevano i progetti, ne controllavano l’avanzamento e spingevano a fare sempre meglio e di più.

L’opera pionieristica del CISAP

L'ultima sede del CISAP a Berna
Allora il centro di formazione professionale più avanzato, fondato nel 1966, era il CISAP di Berna, con sedi periferiche in altre città della Svizzera, perché disponeva di ampi locali per le aule e le officine, di una dotazione tecnica (macchinari, attrezzature varie, ecc.) adeguata, di un’organizzazione interna dinamica, di un consiglio di gestione in cui erano rappresentate le principali istanze responsabili della formazione professionale (autorità svizzere, autorità italiane, organizzazioni padronali e sindacali) e, soprattutto, del pieno sostegno della Confederazione e dell’Italia, che erano anche i principali finanziatori del Centro.

Il CISAP aveva potuto svilupparsi perché, soprattutto dopo il 1970, aveva deciso di armonizzare completamente i propri programmi di formazione a quelli ufficiali svizzeri e i risultati erano apprezzati sia dai diretti interessati che dal mondo delle imprese svizzere. Questa istituzione, nata italiana e trasformatasi in breve tempo italo-svizzera, sembrava incarnare l’ideale stesso della collaborazione internazionale e dell’integrazione socio-professionale degli immigrati e per questo era considerata non solo una sorta di fiore all'occhiello della diplomazia italiana, ma anche un’opera prestigiosa per la Confederazione.

Che l’intesa italo-svizzera e l’impegno comune siano stati fruttuosi lo dimostra il fatto che tutte le iniziative antistranieri degli anni Settanta sono state ampiamente respinte, che l’integrazione soprattutto della seconda generazione ha cominciato a concretizzarsi, che sempre più giovani facevano seguire alla scuola dell’obbligo una formazione di secondo grado, che nelle grandi Città e nei Cantoni dove più accentuata era la presenza di italiani si sono costituite fin dai primi anni Settanta commissioni miste degli stranieri, alcune finalizzate espressamente alla promozione della formazione professionale dei lavoratori italiani. Tuttavia, era ancora tanto, come si vedrà nel prossimo articolo, quel che restava da fare. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 15.12.2021

08 dicembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 64. La seconda generazione e la scelta professionale (1)

Negli articoli precedenti, trattando delle problematiche relative alla seconda generazione nel periodo 1970-1990, si è accennato alle difficoltà che hanno incontrato i giovani stranieri al termine della scolarità obbligatoria nella scelta professionale. Per molti di essi non è stato facile né scegliere tra proseguire gli studi e apprendere un mestiere, né decidersi, nel passo successivo, cosa studiare o quale mestiere imparare. Gli aiuti esterni per operare una scelta conforme ai propri desideri e alle proprie capacità erano scarsi e spesso non tenevano conto che i figli degli stranieri, anche quando dovevano superare non poche difficoltà legate alla bassa scolarizzazione e all'ambiente sociale dei genitori, avevano in generale una straordinaria volontà di riuscita. Rievocare quell'epoca e quelle difficoltà aiuta a capire meglio non solo il fenomeno molto complesso della seconda generazione, ma anche la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera negli ultimi decenni del secolo scorso.

Precisazioni doverose

Teoria e pratica combinate, per giovani e adulti, nella 
formazione professionale al Cisap di Berna (anni ’70)
Per esigenze di chiarezza conviene anzitutto precisare che per «seconda generazione di stranieri» in questo contesto s’intendono non solo i bambini nati in Svizzera da genitori immigrati o giunti in Svizzera nell'ambito del ricongiungimento familiare, che hanno frequentato la maggior parte della scuola dell’obbligo in Svizzera (come da definizione dall'Ufficio federale di statistica), ma anche i figli di immigrati giunti in Svizzera quando stavano per terminare l’obbligo scolastico o subito dopo averlo terminato.

Questa precisazione serve non solo a far capire che la popolazione di giovani di cui si sta parlando era molto eterogenea, con problematiche spesso assai diverse, ma anche ad evidenziare che negli anni Settanta non esistevano ancora strutture di consulenza e di aiuto adeguate alle esigenze. Questo spiega, almeno in parte, le difficoltà incontrate e spesso non superate da numerosi giovani stranieri nella scelta dell’apprendistato, che in molti casi probabilmente non corrispondeva alle reali possibilità degli interessati.

A questo punto occorre anche precisare che tradizionalmente, in Svizzera, il sistema «duale» di formazione professionale (pratica in azienda e teoria a scuola) è molto sviluppato, ma anche molto pretenzioso, perché deve soddisfare oltre ai desideri personali i bisogni di un’economia in costante trasformazione, che vuol essere competitiva e innovativa. Per disporre sempre di personale adeguato, le condizioni poste a chi si appresta a seguire un apprendistato sono pertanto severe, specialmente per chi non può esibire, come nel caso di molti stranieri, risultati scolastici di buon livello.

Per aiutare i giovani in questa difficile scelta esiste da decenni un apposito servizio pubblico di orientamento professionale, ritenuto solitamente utile. Nei confronti dei giovani della seconda generazione, però, nel periodo in esame (1970-1990), non sempre ha saputo tener conto delle effettive capacità degli interessati, dando probabilmente troppo peso alle prestazioni scolastiche e scarsa importanza alle capacità di ricupero e alle motivazioni dei giovani stranieri.

Preoccupazioni per il futuro

Da queste premesse sarebbe un errore dedurre che i giovani stranieri fossero sistematicamente trascurati, anche se circostanze varie e soprattutto le prestazioni scolastiche e lo scarso aiuto dell’ambiente familiare hanno fatto sì che molti di essi non fossero indirizzati verso apprendistati (mestieri) più confacenti alle loro possibilità. D’altra parte, gli orientatori professionali di allora non erano in grado di valutare l’adeguatezza delle loro proposte in funzione dei desideri, delle possibilità e dei progetti di vita dei richiedenti il loro consiglio, perché erano abituati a verificare soprattutto la compatibilità (presunta) tra i risultati scolastici e la professione consigliata.

Formazione professionale per tutti, uomini e donne,
un imperativo degli anni ’70 e ’80 (allievi Cisap).
Un errore ancora più ingiustificato sarebbe dedurre dalle precisazioni di cui sopra che il Consiglio federale e dunque la politica volessero in fondo solo una seconda generazione in grado di sostituire, magari ad un livello poco più elevato, la prima generazione che dopo la crisi economica della metà degli anni Settanta tendeva inesorabilmente a diminuire.

Infatti, nessuno (a parte qualche xenofobo incallito) s’illudeva, nella seconda metà degli anni Settanta, che gli italiani rientrati a seguito della crisi economica potessero essere sostituiti dai giovani della seconda generazione rimasti in Svizzera e da quelli che continuavano ad arrivare per il ricongiungimento familiare previsto dalla normativa in vigore. Tanto più che l’andamento dell’economia esigeva personale sempre più qualificato, mentre quello partito in gran parte non lo era.

A questa considerazione se ne deve aggiungere un’altra di natura demografica. Dalla seconda metà degli anni Sessanta si cominciò ad osservare una costante diminuzione delle nascite, accentuatasi nel decennio successivo con la partenza in seguito alla crisi economica di numerose famiglie straniere notoriamente con molti più bambini di quelle svizzere. Per evitare un possibile squilibrio intergenerazionale la soluzione più opportuna non poteva che essere una politica chiara e lungimirante d’integrazione della seconda generazione.

Politica d’integrazione necessaria

In alcuni osservatori, la preoccupazione della denatalità nasceva dalla costatazione della contemporanea tendenza dell’invecchiamento della popolazione e dal rischio che la diminuzione delle nascite e poi delle persone attive potesse mettere in crisi il sistema delle assicurazioni sociali. Alla fine del decennio la preoccupazione divenne seria perché tra il 1964 e il 1978 il numero delle nascite era diminuito di oltre il 25 per cento.

Poiché le conseguenze per le assicurazioni sociali avrebbero potuto essere drammatiche se fosse diminuita ulteriormente l’attività economica degli stranieri con altre partenze, il Consiglio federale era sempre più convinto della necessità di un’efficace politica d’integrazione professionale soprattutto della seconda generazione. Per questo, fin dal 1973, sosteneva la necessità di «offrire agli stranieri uguali possibilità per quel che concerne la scuola, la formazione professionale, la casa».

In un Messaggio del 1978, il Consiglio federale, riconoscendo che «l'integrazione sociale e l'esercizio dei diritti riconosciuti agli stranieri sono spesso intralciati dal fatto che gli interessati non conoscono sufficientemente le nostre lingue, non dispongono di una formazione di base e patiscono delle differenze socio-culturali tra il loro Paese d'origine e il nostro» ne indicava così la soluzione: «ebbene, occorre rimediare a questo stato di cose. Ragioni d'ordine umano, sociale ed economico esigono infatti che si faciliti e promuova l'integrazione degli stranieri nel loro ambiente di lavoro e nella nostra comunità. Un isolamento della popolazione straniera in seno alla popolazione autoctona non può, a lungo termine, ch'essere pregiudizievole per ambedue».

Anni più tardi, nel 1990, parlando dei giovani stranieri, il presidente della Confederazione Arnold Koller affermò chiaramente che «questi giovani devono poter realizzarsi entro l'ambito di due culture, quella svizzera e quella dei genitori. La ricerca di un posto di lavoro dev'essere facilitata loro nel segno della parità d'opportunità». La formazione professionale era un imperativo valido anche per gli stranieri.

Ottimismo del Consiglio federale

Nel periodo in esame non c’erano dubbi: una buona integrazione non poteva fare a meno di una buona scolarizzazione e di una solida formazione professionale di base. Soprattutto nel Consiglio federale regnava un certo ottimismo sulla loro efficacia e sulle possibilità di riuscita, anche se nessuno era in grado di prevederne tempi e modi. Per il governo, però, l’ottimismo era fondato. Secondo il consigliere federale Koller, già in passato «molti [lavoratori stranieri venuti nel nostro Paese] hanno saputo migliorare le loro conoscenze professionali, parecchi sono divenuti essi stessi imprenditori» e negli anni Settanta e Ottanta gli svizzeri sono riusciti a integrare un numero rilevante di cittadini stranieri, rispondendo all'enorme sfida «con un impegno massiccio».

La strada, tuttavia, non sarebbe stata comunque facile perché non solo la scuola svizzera era molto esigente e selettiva, ma lo era pure la formazione professionale. Fra l’altro, a riguardo dell’una e dell’altra, negli anni Settanta e Ottanta c’erano ancora, anche tra gli italiani, alcuni pregiudizi e incertezze difficili da superare. In realtà, furono diverse le ragioni che rallentarono la piena implementazione della politica d’integrazione del Consiglio federale nel campo della formazione professionale. Per contare i maggiori risultati bisognerà attendere il periodo successivo, ma già in quello in esame molti segnali giustificavano l’ottimismo. (Segue)

Berna, 8 dicembre 2021
Giovanni Longu