31 marzo 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 41. Gli italiani e la religione

Negli anni 1970-1990 i cambiamenti intervenuti nella collettività italiana residente in Svizzera sono stati talmente incisivi che talvolta si stenta a vedere una continuità tra il periodo del secondo dopoguerra fino ai primi anni Settanta e quello dei decenni successivi. I cambiamenti hanno riguardato non solo aspetti socio-demografici (prevalenza di immigrati adulti nel primo periodo e della seconda generazione nel secondo periodo, aumento delle naturalizzazioni, ecc.), ma pure altre caratteristiche (conoscenze linguistiche, scolarizzazione, formazione professionale, integrazione, partecipazione, ecc.). Anche la religione ha subito (e continua a subire) una trasformazione importante e significativa che ha contribuito a trasformare sia la collettività italiana e sia l’intera società nazionale.

La religione sotto costante osservazione

Il Münster di Berna (ca. 1800), iniziato 600 anni fa (11.3.1421),
divenuto protestante, è il simbolo del protestantesimo bernese.
Per inquadrare l’incidenza della religione degli immigrati italiani nel complesso panorama religioso e politico della Svizzera è opportuno ricordare anzitutto che la moderna Confederazione del 1848 è nata proprio da una guerra di religione (18
47), provocata dal Sonderbund, un’alleanza dei Cantoni cattolici contro il rischio di un’egemonia dei Cantoni protestanti. Da allora la pace religiosa è riuscita a mantenersi grazie a una Costituzione federale liberale e rispettosa della scelta religiosa di ciascun Cantone. Da allora l’evoluzione religiosa è sempre stata sotto osservazione in tutti i censimenti della popolazione.

Giova anche ricordare che dagli anni Sessanta, la massiccia immigrazione degli italiani che si dichiaravano cattolici quasi all’unanimità, ha rischiato, soprattutto negli anni Settanta, di essere travolta dai movimenti xenofobi e dalle iniziative antistranieri. Quanto abbiano inciso considerazioni di tipo religioso sulle politiche immigratorie e sulle reazioni del popolo svizzero nei confronti degli stranieri è impossibile determinarlo con certezza, ma hanno avuto sicuramente un peso importante soprattutto nei grandi Cantoni a maggioranza protestante, per esempio Zurigo e Berna, dove la crescita demografica dei cattolici era considerevole.

Dall’evoluzione delle due grandi confessioni cristiane in questi due Cantoni si può già intuire il peso che l’immigrazione ha avuto nell’avanzata dei cattolici a livello nazionale. Al primo censimento del 1850 il divario tra protestanti e cattolici era enorme: nel Cantone di Zurigo il rapporto era di 97,3% a 2,7%; nel Cantone di Berna (che comprendeva anche una parte cattolica nel Giura) di 88.2% a 11,8%.

A livello nazionale, tra il 1970 e il 1980 i cattolici divennero maggioritari e nel 1990 raggiunsero la percentuale del 46,1% della popolazione residente (grazie soprattutto agli stranieri che si dichiaravano cattolici al 59,2%), mentre i protestanti si attestavano attorno al 40% (anche se restavano maggioritari con circa il 48% tra gli svizzeri). La pace religiosa era comunque garantita.

In aumento la «non appartenenza»

L’evoluzione dei cattolici e dei protestanti non avvenne tuttavia ovunque in maniera uniforme e nemmeno sempre col segno positivo per tutte le nazionalità. Gli uni e gli altri, infatti, dal 1970 registrarono una costante diminuzione, particolarmente vistosa tra gli stranieri in seguito alla crescente immigrazione da Paesi di religioni non cristiane. Se nel 1970 gli stranieri si dichiaravano cattolici al 78,4%, nel 1980 avevano già perso otto punti percentuali e nel 1990 erano meno del 60%.

A rallentare la crescita proporzionale dei cattolici non furono solo i nuovi immigrati di altre religioni, ma anche il crescente numero di vecchi immigrati, compresi molti italiani, che dichiaravano di non appartenere ad alcune confessione religiosa. Nel 1990, la non appartenenza degli stranieri (10,4%) era superiore a quella degli svizzeri (6,7%).

Missione cattolica di lingua italiana di Berna
A diminuire, più tra i protestanti che tra i cattolici, era soprattutto la pratica religiosa. Difficile individuarne le cause, ma certamente una delle principali è stata l’estendersi della secolarizzazione nelle nostre società (una specie di espulsione del sacro dalle attività umane), che ha trovato un terreno fertile soprattutto nelle giovani generazioni, molto meno in quelle più adulte.

Gli italiani di prima generazione, soprattutto a causa della loro minore integrazione nel contesto svizzero dovuta alle ben note difficoltà linguistiche, sono rimasti più a lungo della seconda generazione fedeli alla pratica religiosa, anche perché trovavano nelle numerose Missioni cattoliche italiane non solo un centro di spiritualità ma anche un centro di aggregazione sociale e di servizi particolarmente utili (asilo, scuola, assistenza, ristorante, ecc.). Non per nulla i fedeli più costanti nella pratica religiosa e nella partecipazione alle celebrazioni ecclesiali sono oggi le persone che bonariamente si chiamano terza e quarta età.

Le conseguenze

In Svizzera, all’inizio degli anni Novanta, le conseguenze di tale tendenza non erano ancora rilevanti, ma si poteva facilmente intuire che col tempo avrebbero potuto risultare importanti, anche per gli italiani. Basti solo pensare alla drastica riduzione delle Missioni cattoliche italiane, alla chiusura di asili e scuole cattoliche, all’abbandono da parte di molti delle Missioni come centri di socialità per i cattolici.

Nel campo italiano, addebitare alle Missioni di non aver saputo prevenire tali conseguenze significherebbe attribuire alle Missioni una responsabilità che non hanno. Esse svolgevano un servizio ecclesiale e sociale altamente meritorio. Eppure è difficile non vedere che negli anni Settanta e Ottanta le Missioni avrebbero potuto fare di più per stimolare la partecipazione degli stranieri negli organismi ecclesiali locali e questi a valorizzare maggiormente la diversità linguistica, culturale e sociale della componente straniera delle parrocchie.

«Il nuovo Vangelo» di Milo Rau
Purtroppo nelle discussioni di allora si tendeva a distinguere la sfera privata da quella pubblica e a relegare la religione nella prima. Nessuno o pochi intuivano, per esempio, che molte chiese, ridotte quasi all’abbandono per mancanza non solo di preti ma anche di fedeli praticanti, sarebbero state messe in vendita per destinarle ad altre funzioni. E quanti missionari cattolici e persone legate al loro ambiente s’interrogavano sul futuro non solo delle scuole cattoliche ma anche delle stesse Missioni cattoliche italiane? E’ possibile che non avvertissero che la «provvisorietà» legata ai «lavoratori ospiti» (Gastarbeiter) stava finendo e con essa rischiava di finire anche la loro funzione originaria?

Molte delle conseguenze di cui oggi si sta occupando la gerarchia cattolica svizzera e altri interessati alla problematica della religione nella nostra società sono il risultato delle tendenze avviate nel periodo in esame (1970-1990).

Sarà difficile invertire la tendenza nonostante i tentativi di cambiare nome alle Missioni chiamandole «Comunità linguistiche» o cercando una nuova «pastorale migratoria». Il rischio è infatti di pretendere, agendo sulle forme (i nomi, le lingue, l’organizzazione, il grado di autonomia), di intervenire sulla sostanza (la fede, il Vangelo, Gesù Cristo). Difficile non vuol dire però impossibile e in questo caso l’ottimismo è giustificato. Di fronte a difficoltà anche maggiori la Chiesa ha sempre trovate le giuste soluzioni. Del resto, in questa situazione si registrano anche segnali positivi.

Auspicabile un’ampia riflessione

BUONA PASQUA A TUTTI!

Sotto questo aspetto non è irrilevante, per esempio, il desidero crescente di un ritorno allo spirito della Chiesa delle origini, in cui la comunità cristiana si nutriva non solo della Parola di Dio (Vangelo) e dei sacramenti, ma anche di rispetto, giustizia, fraternità, solidarietà coi più deboli, preghiera.

In questo contesto, è significativo che la settimana scorsa sia stato premiato come miglior documentario 2021 «Il nuovo Vangelo» (Das neue Evangelium) del regista svizzero Milo Rau, ambientato nella città di Matera (Basilicata) tra i migranti costretti a lottare per i loro diritti nei campi di raccolta dei pomodori. Alcuni critici hanno visto in que
st’opera
una sorta di manifesto di solidarietà verso i più poveri e un appello per creare insieme un
mondo più giusto e più umano
come risposta del regista a due domande fondamentali: Cosa avrebbe predicato Gesù nel 21° secolo? Chi sarebbero i suoi apostoli?.

In una prospettiva di ragionevole ottimismo, per avviarsi su questa strada di radicale cambiamento è auspicabile che la riflessione chiesta recentemente dai vescovi svizzeri sugli aspetti religiosi dell’immigrazione fosse estesa a una cerchia di interessati ampia e non necessariamente legata solo alle istituzioni ecclesiali classiche ma anche alla socialità, al mondo del lavoro, alla formazione, alla cultura.

Giovanni Longu
Berna, 31.03.2021

 

24 marzo 2021

Raniero Paulucci di Calboli, «ministro plenipotenziario» a Berna

Giunto a Berna nel 1913 come ministro plenipotenziario d’Italia, Raniero Paulucci di Calboli trovò in Svizzera una situazione migratoria simile per certi versi a quella osservata in Inghilterra e in Francia e diversa per altri. Anche qui gli immigrati italiani svolgevano i lavori più pesanti, pericolosi e mal retribuiti ed erano spesso oggetto di discriminazioni. Ciò nonostante, dall’inizio del secolo la Svizzera rappresentava una delle mete preferite dagli italiani, molto richiesti sia per la realizzazione delle ferrovie (nel 1910 su mille lavoratori addetti alle costruzioni ferroviarie solo 101 erano svizzeri) che per lo sviluppo delle industrie. Il loro arrivo in massa era tuttavia visto da molti come un pericolo di «inforestierimento» e provocava spesso nella popolazione locale reazioni negative nei loro confronti. Per altri versi la Svizzera, Paese neutrale al centro d’Europa, doveva rappresentare per un esperto diplomatico come il marchese Paulucci una sede molto interessante.

La sede diplomatica di Berna

Berna, Residenza dell'ambasciatore d'Italia
A Berna, quando il marchese Raniero Paulucci di Calboli vi giunse proveniente da Lisbona come inviato speciale e ministro plenipotenziario del Re d’Italia, la rappresentanza diplomatica italiana non aveva ancora una sede propria né una Residenza per il Capo Missione e la sua famiglia. E’ probabile che uno dei primi impegni di Raniero Paulucci di Calboli sia stato proprio quello di trovare per la Legazione italiana (che diventerà ambasciata solo nel 1953) una sede adeguata corrispondente al prestigio dell’Italia (nel 1912 era terminata con la vittoria italiana la guerra in Libia contro l’impero turco) e forse anche suo personale.

Intanto, dopo l’accreditamento presso il Consiglio federale (27.2.1913), il marchese Raniero Paulucci di Calboli andò ad alloggiare come il suo predecessore Fausto Cucchi Boasso al Bernerhof, allora l’unico hotel di lusso della capitale, dove alloggiavano abitualmente gli ospiti illustri della Confederazione. Che quella non fosse la sistemazione ideale era però evidente perché gli uffici della Legazione (Cancelleria) si trovavano in una sede provvisoria nel quartiere di Kirchenfeld.

Al marchese Paulucci, che godeva di grande notorietà e di notevoli beni di famiglia, non dev’essere stato difficile trovare una sede più consona nello stesso quartiere, uno dei più belli (costruito in gran parte da italiani) di Berna. 

Cancelleria diplomatica, adiacente alla Residenza
Nel novembre 1913 acquistò in proprio una delle più belle ville (Villa Kern, dal nome del proprietario) della capitale con l’adiacente dépendance e un grande parco. La villa (Elfenstrasse 10) sarà utilizzata dal marchese come residenza del Capo Missione e della sua famiglia (lui stesso, la moglie Virginia Lazzari Tornielli e i due figli Fulcieri e Camilla), mentre il secondo edificio (Elfenstrasse 14) servirà come Cancelleria diplomatica e sede ufficiale della Legazione italiana.

Da questa splendida sede, il ministro Paulucci sperava forse di riuscire a «far ammirare l’Italia» anche dagli svizzeri come gli era riuscito nei confronti dei francesi durante la sua lunga permanenza a Parigi. Purtroppo vi riuscirà solo in parte perché ben presto saranno altre le preoccupazioni del rappresentante italiano in Svizzera.

Paulucci durante la guerra

Con lo scoppio della prima guerra mondiale (28 luglio 1914), nonostante l’Italia avesse dichiarato la propria neutralità, molti italiani emigrati furono richiamati in patria per essere arruolati nell’esercito. Alcuni decisero di non rientrare, spesso per motivi familiari, e di prendere la cittadinanza svizzera. Altri, pur non essendo richiamati per l’arruolamento dovettero comunque rientrare perché molti cantieri interruppero l’attività (soprattutto dopo la mobilitazione decretata dal Consiglio federale) e senza un lavoro perdevano anche il permesso di soggiorno. La Legazione dovette intervenire anche con treni speciali per il rimpatrio dei disoccupati, garantendo la gratuità del viaggio e fornendo nei casi più gravi un aiuto finanziario. In pochi mesi il numero degli italiani presenti in Svizzera si ridusse drasticamente.

Agli italiani che rientravano dalla Svizzera se ne aggiunsero in poche settimane altre decine di migliaia provenienti dalla Germania, dalla Francia e dal Belgio. A tutti bisognava garantire assistenza, soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia perché molti italiani fuggivano dalla Germania per paura di rappresaglie tedesche.

Tra coloro che partirono dalla Svizzera per la guerra ci furono anche il figlio del ministro Paulucci,
Fulcieri, come volontario per combattere al fronte, e la figlia Camilla, come crocerossina per assistere e curare i feriti. Il primo vi tornerà gravemente ferito, ma da eroe, (perché fu insignito di medaglia d’oro al valore militare) e la seconda (anch’essa pluridecorata) per potersi occupare del fratello quasi completamente paralizzato. Fulcieri morirà il 28 febbraio 1919 in un sanatorio a Saanen, nel Cantone di Berna, e tutta la stampa elvetica gli rese omaggio.

Fulcieri Paulucci di Calboli (1893-1919)

Il consigliere federale Giuseppe Motta, che ammirava del giovane Fulcieri soprattutto l’eroismo sul campo di battaglia e ancor più lungo il corso della sua malattia, ricordandolo su un quotidiano ticinese poco dopo la sua morte, non esitava a considerarlo «un santo sublime, il santo dell’amor di patria», e riteneva che quanto Dante attribuiva nel canto quattordicesimo del Purgatorio al suo antenato Rinieri, a meraviglia s’addiceva all’eroe Fulcieri: «quest’è ‘l pregio e l’onore / della Casa da Calboli…».

Con la guerra in corso, il ministro Paulucci dovette occuparsi non solo dell’assistenza agli immigrati italiani, ma anche dei rapporti bilaterali con la Svizzera, che temeva ripercussioni al suo approvvigionamento dall’estero. Benché si fosse subito dichiarata neutrale, desiderava assicurazioni soprattutto dall’Italia perché molti rifornimenti passavano da Genova.

Il plenipotenziario Paulucci rassicurava il Consiglio federale perché il governo italiano non solo avrebbe rispettato la «neutralità perpetua» della Svizzera, sebbene l’Italia non fosse stata una delle Potenze garanti al Congresso di Vienna del 1815, ma anche gli accordi commerciali col Paese amico. Il ministro Paulucci appariva sempre rassicurante e una garanzia degli ottimi rapporti tra la Legazione d’Italia e il Consiglio federale.

Partenza e ritorno a Berna

Profondamente scosso dalla morte del figlio Fulcieri, a lui «caro come la pupilla degli occhi» (G. Motta), il marchese Paulucci non trovava più motivo di restare a Berna. Nel novembre del 1919 fu destinato a Tokyo con il grado di ambasciatore. Pochi mesi più tardi fu raggiunto anche dalla figlia Camilla che nel frattempo aveva sposato Giacomo Barone, conosciuto proprio a Berna dove aveva mosso i suoi primi passi nella diplomazia come segretario di legazione.

Con la partenza, nel 1920, di Camilla e Giacomo Barone, i due edifici bernesi alla Elfenstrasse furono acquistati dallo Stato italiano e divennero a tutti gli effetti Residenza e Cancelleria della Legazione d’Italia. Vi ritorneranno, Raniero, Camilla e Giacomo, come ospiti illustri nel 1925, quando con una cerimonia solenne e per diversi aspetti insolita la Legazione fu intitolata all’eroe Fulcieri.

Lapide commemorativa dedicata a Fulcieri Paulucci
sulla facciata dell'ambasciata italiana a Berna

La manifestazione del 21 giugno 1925 fu insolita per diversi motivi, che sarebbe troppo lungo elencare e commentare. Basti solo ricordare che nel frattempo in Italia Mussolini aveva preso il potere; Raniero Paulucci, di ritorno da Tokio, era stato nominato senatore e dopo qualche altro incarico diplomatico si era ritirato dal servizio attivo; Giacomo Barone, scelto da Mussolini come suo capo di gabinetto, dopo la nascita del primo figlio maschio (a cui era stato dato il nome Fulcieri), su invito del suocero aveva chiesto e ottenuto con decreto regio il cognome Paulucci di Calboli e il titolo di marchese, che altrimenti si sarebbe estinto in mancanza di eredi maschi; il defunto Fulcieri era diventato agli occhi di Mussolini oltre che un eroe nazionale anche un modello di giovane fascista; in Svizzera la propaganda fascista stava diventando sempre più insistente e contagiosa.

Dedicare la Legazione di Berna alla memoria di Fulcieri sembrò a Mussolini non solo un atto dovuto per celebrare proprio nella sua casa paterna l’eroe nazionale, ma anche un’occasione unica per celebrare l’amicizia italo-svizzera. Per queste ragioni fu lui a dettare l’epigrafe sulla lapide da affiggere sul muro esterno della Legazione (Da questa sua casa pater
na - nel santo entusiasmo dell'italica fede - partì volontario per la grande guerra - Fulcieri Paulucci de' Calboli - Qui ritornando crudelmente ferito - e già sacro alla Morte - dopo il glorioso olocausto - diè tutto sè stesso alla Patria
) e a insistere per invitare alla cerimonia non solo tutte le rappresentanze delle numerose associazioni fasciste presenti in Svizzera ma anche una rappresentanza del Consiglio federale, anzi proprio del consigliere federale Giuseppe Motta, che non nascondeva una certa ammirazione per Mussolini.

La presenza di Motta divenne in Svizzera un caso politico, ma per l’Italia fu un successo e per la numerosa colonia italiana la Legazione divenne un punto di riferimento sicuro.

Giovanni Longu
Berna 24.03.2021