27 febbraio 2019

Immigrazione italiana 1950-1970: 5. La Svizzera bisognosa di manodopera


L’accordo di emigrazione con la Svizzera del 1948 non è stato uno dei numerosi accordi sollecitati dall’Italia con alcuni Paesi per consentire l’immigrazione di lavoratori italiani, ma un accordo intervenuto quando i flussi migratori, piuttosto consistenti, erano in atto già da tempo. Il movimento migratorio dall’Italia alla Svizzera era cominciato all’epoca dei grandi lavori ferroviari transalpini in base a un accordo del 1868, si era quasi completamente fermato nel periodo tra le due guerre mondiali ed era ripreso immediatamente dopo la fine dell’ultimo conflitto. La ripresa non fu casuale ma su espressa richiesta svizzera, che trovò, com’è facile capire, piena accoglienza da parte italiana, senza pretendere uno specifico accordo d’emigrazione/immigrazione. Per capire come e perché si giunse all’accordo del 1948 è opportuno chiarire anzitutto il contesto.

Contesto immigratorio
Fin dal 1900 si è parlato in Svizzera
di «inforestierimento».
I primi immigrati italiani giunti in Svizzera nel secondo dopoguerra non si trovarono completamente isolati e disorientati perché avevano la possibilità d’incontrare, soprattutto nei grandi centri urbani, collettività italiane o di origine italiana ben radicate. La prima ondata immigratoria risaliva all’epoca delle grandi infrastrutture ferroviarie di fine Ottocento e del grande sviluppo industriale della Svizzera, quando molti svizzeri, piuttosto che lavorare nei cantieri di montagna a scavare gallerie o all’interno di grandi fabbriche preferivano emigrare, soprattutto verso le Americhe. Molti immigrati italiani non erano più rientrati e alla fine del secolo costituivano, insieme alle loro famiglie, un gruppo nazionale di oltre 100.000 persone.
Questa comunità, che era stata determinante per lo sviluppo della Svizzera moderna, contribuì anche a trasformare la Svizzera da Paese di emigrazione (fino al 1888 con un saldo migratorio negativo) a Paese d’immigrazione. Alla carenza di manodopera indigena suppliva attraendo lavoratori stranieri sempre più necessari alle crescenti esigenze dell’industria e dei servizi con «accordi di stabilimento» vantaggiosi per entrambe le parti.
Grazie a quegli accordi, gli arrivi dai Paesi confinanti di tedeschi, austriaci, francesi e italiani divennero sempre più numerosi. Al censimento del 1910 gli stranieri residenti (552.011) avevano raggiunto una percentuale per quei tempi enorme, il 14,7 per cento della popolazione complessiva (3.753.293 abitanti). Gli italiani (202.809) costituivano il secondo gruppo straniero (36,7%) di poco inferiore al primo rappresentato dai tedeschi (39,8%). L’immigrazione era divenuta strutturale e gli stranieri erano e si sentivano sempre più indispensabili per lo sviluppo dell’economia.
Anche durante il fascismo la comunità italiana era sopravvissuta bene, nonostante le pressioni e i condizionamenti del regime, anzi si era persino arricchita sul piano organizzativo e culturale grazie della collaborazione e al prestigio di numerosi fuorusciti, alcuni dei quali furono all’origine di associazioni importanti, per esempio le Colonie Libere Italiane.

Xenofobia in aumento
Gli immigrati del secondo dopoguerra dovettero fare i conti anche con la xenofobia. Sul finire dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, man mano che la popolazione straniera cresceva, aumentava anche la xenofobia, ossia la paura e talvolta l’ostilità della popolazione svizzera nei confronti degli stranieri. Già nel 1920 fu depositata a Berna una iniziativa popolare, munita di oltre 60.000 firme, per la modifica della Costituzione in senso antistranieri. Fu respinta, ma il fronte xenofobo non si arrese.
Ritenendo il numero di stranieri eccessivo (anche se in calo dall’inizio della guerra), nel 1928 fu approvata (70,7% di sì) una nuova iniziativa popolare che chiedeva l’inserimento nella Costituzione federale di una norma che impegnasse la Confederazione ad adottare misure idonee a contrastare «l’inforestierimento». Con questo termine introdotto nella discussione politica nel 1900 s’intendeva specialmente il pericolo di dipendere sempre più dagli stranieri, soprattutto economicamente, ma anche culturalmente e persino politicamente.
Il Consiglio federale non poteva non tener conto dell’atteggiamento ostile verso gli stranieri di una parte consistente della popolazione e avvalendosi dei suoi poteri intervenne a più riprese per ridurre il numero di stranieri, pur nel rispetto degli accordi internazionali, ottenendo risultati apprezzabili. In effetti la quota di stranieri scese sensibilmente dal 14,7% del 1910 al 10,4% del 1920, poi all’8,7% nel 1930 e infine al 5,2% nel 1941, il minimo storico del secolo. Per i movimenti xenofobi, tuttavia, si trattava di risultati temporanei perché non dipendenti da norme legali costringenti. Per essi era indispensabile un quadro giuridico vincolante.

La legge sugli stranieri del 1931
Fino alla fine degli anni Venti del secolo scorso il Consiglio federale era intervenuto nei confronti degli stranieri quasi esclusivamente utilizzando strumenti di governo, ossia decreti federali, ma non legislativi perché in gran parte ancora inesistenti. Per superare l’ostacolo occorreva una legge federale sugli stranieri, che dal 1925 il Consiglio federale cominciò a preparare. La legge «concernente la dimora e il domicilio degli stranieri» (LDDS) fu approvata il 26 marzo 1931 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1934.
La nuova legge costituì da quel momento la base giuridica per la politica federale riguardante l’immigrazione e anche per la lotta contro l’«inforestierimento». Essa avrebbe influito necessariamente anche sui rapporti sociali e amministrativi degli immigrati del dopoguerra, anche se ben pochi di essi ne conoscevano la reale portata.

L’obiettivo della legge era chiaro: la lotta all’«inforestierimento» (Überfremdung) attraverso un sistema di vincoli, prescrizioni e autorizzazioni finalizzato non tanto a contenere l’afflusso di stranieri (molto difficile da raggiungere per le esigenze preponderanti dell’economia e per gli accordi internazionali), quanto piuttosto a rendere estremamente difficoltosa la strada per ottenere il diritto di residenza stabile (permesso di domicilio) in Svizzera. Un servizio dell’amministrazione, la Polizia degli stranieri, governava con molta discrezionalità il sistema.
Il raggiungimento di tale obiettivo condizionava non solo le modalità d’ingresso in Svizzera degli stranieri, ma anche le ragioni del loro ingresso. Dal momento dell’ingresso l’autorizzazione del soggiorno era vincolata non solo all’ottenimento di un permesso di lavoro ma anche alla capacità di accoglienza del Paese. Non bastava quindi un permesso di lavoro, ma anche l’autorizzazione della Polizia degli stranieri, divenuta praticamente l’organo esecutivo delle disposizioni federali in materia di soggiorno degli stranieri.
Si era ormai ben lontani dalla politica migratoria liberale della seconda metà dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale e i nuovi immigrati se ne resero ben presto conto. 

La Svizzera del dopoguerra
L’elemento determinante per comprendere l’immediatezza e l’intensità dei flussi migratori dall’Italia alla fine della seconda guerra mondiale resta comunque la situazione di bisogno di manodopera italiana dell’economia svizzera. A differenza di gran parte degli Stati confinanti, la Svizzera era un Paese toccato solo marginalmente dalla guerra e con un apparato industriale molto efficiente in grado di accrescere la produzione e le esportazioni.
I comparti maggiormente sollecitati dalla domanda interna ed esterna erano quelli tessile, metallurgico, meccanico, chimico-farmaceutico, elettrico e orologiero, ma anche quelli relativi al turismo, ai servizi domestici, all’agricoltura e soprattutto il ramo delle costruzioni e del genio civile. Nonostante una certa esitazione al rilancio della produzione industriale temendo una crisi simile a quella prebellica, fin dal 1945 l’industria elvetica iniziò la sua produzione a ritmi crescenti e occupando tutta la manodopera indigena disponibile, in parte proveniente dal settore agricolo.
L’agricoltura, a sua volta, reclamava manodopera per sostituire i numerosi addetti passati all’industria e ai servizi (commercio, banche, assicurazioni, ecc.), settori considerati più remunerativi e sicuri. Anche all’interno del secondario e del terziario la mobilità verso l’alto degli svizzeri era notevole, creando verso il basso vuoti occupazionali.
La carenza di personale era, specialmente in alcuni settori, talmente acuta che, subito dopo la guerra, fin dal mese di luglio diversi Cantoni, e in particolare i Cantoni di Zurigo e di San Gallo, chiesero al Consiglio federale un allentamento delle misure restrittive in materia d’immigrazione. La guerra aveva tuttavia mutato il quadro politico dei Paesi tradizionali fornitori di manodopera alla Svizzera imponendo anche limiti all’emigrazione, per cui anche una maggiore apertura da parte delle autorità federali non sarebbe bastata a ottenere tutto il personale necessario. Si trattava infatti di un fabbisogno di decine di migliaia di persone.
Come l’Italia divenne il maggior fornitore di manodopera alla Svizzera si vedrà prossimamente.
Giovanni Longu
Berna, 27.02.2019

20 febbraio 2019

Immigrazione italiana 1950-1970: 4. La politica emigratoria italiana


I governi del dopoguerra, che ritennero prioritari la ricostruzione e lo sviluppo economico, non sottovalutarono i problemi del disagio sociale e della disoccupazione. Nelle loro intenzioni programmatiche, il buon andamento dell’economia, creando nuovi posti di lavoro, doveva servire anche a riportare entro limiti accettabili il numero dei disoccupati sia al nord che al sud e a stemperare il malcontento. Ben presto, però, tutte le forze politiche e sindacali si resero conto che, nonostante la crescita dell’occupazione nei settori industriale e terziario, il numero dei disoccupati non diminuiva e il disagio sociale aumentava, risvegliando in molti italiani il desiderio di emigrare. I governi assecondarono questo desiderio, non senza un malcelato interesse.

Libertà di emigrazione con tutela
Copertina  della Domenica del Corriere sulla tragedia
di Marcinelle
Per rimettere in sesto l’economia, i governi avevano bisogno di destinare il massimo delle risorse disponibili o in arrivo dal prestito internazionale alla riconversione delle industrie, all’aumento della produzione, allo sviluppo del commercio, all’acquisto di materie prime. Se si fosse riusciti ad evitare di assistere milioni di disoccupati e famiglie bisognose favorendo un’emigrazione regolare sarebbe stato nell’interesse generale del Paese. Ed è quello che cercarono di fare tutti i governi centristi del dopoguerra con l’avallo quasi unanime delle forze politiche e sindacali del momento, che ritenevano realisticamente impossibile il pieno impiego e pertanto l’emigrazione necessaria per favorire la ripresa.
La relazione della Sottocommissione della Costituente per i problemi economici, presieduta dal comunista Antonio Pesenti affermava addirittura che «per quanto riguarda [....] la conseguente necessità più o meno estesa di ricorrere all’emigrazione per raggiungere un miglior equilibrio fra fattori demografici e capacità produttive all’interno del paese, si è potuto sin qui constatare una unanimità assoluta di giudizi: essere il nostro paese nell’impossibilità di dar lavoro a tutti [....] quindi, come per il passato, l’emigrazione viene unanimemente riconosciuta quale dura ma indispensabile necessità per l’economia italiana».
Per rendere possibile un’emigrazione funzionale alla ripresa, ma basata sui nuovi orientamenti repubblicani, occorreva non solo ripristinare la libertà di emigrazione che era stata abolita dal fascismo, ma anche predisporre un sistema di tutela della dignità del lavoro italiano all’estero. Su entrambi i punti l’intesa tra governo, allora guidato dal democristiano Alcide De Gasperi, e Costituente era totale. La nuova politica migratoria, in assoluta discontinuità con quella restrittiva e autarchica del regime precedente, doveva basarsi sui principi indicati all’articolo 35 della Costituzione, ossia la «libertà di emigrazione» e l’obbligo dello Stato di tutelare «il lavoro italiano all'estero».
Pertanto, occorreva adeguare urgentemente alle nuove esigenze il sistema degli uffici del lavoro e di collocamento e creare contemporaneamente efficienti organismi di tutela dei lavoratori all’estero. Il compito più difficile sarebbe stato comunque concludere accordi di emigrazione con i Paesi che manifestavano interesse alla manodopera italiana. Per gestire efficacemente queste attività, il 26 dicembre 1946 venne creata al Ministero degli Affari Esteri la «Direzione generale dell'emigrazione e degli affari sociali», incaricata fra l’altro di negoziare gli accordi di emigrazione, vigilare sui servizi di tutela e di collocamento degli emigranti e gestire i vari servizi attinenti alle condizioni degli emigrati nei vari Paesi. 

Accordi di emigrazione non facili ma utili
La guerra aveva creato enormi disparità tra i vari Stati, non solo tra vincitori e vinti, ma anche tra Paesi in grado di aiutarne altri e Paesi bisognosi di aiuto. L’Italia era fra questi, perché per sviluppare la produzione industriale e il commercio aveva bisogno di acquistare a credito molte materie prime, soprattutto energetiche, e quindi di negoziare con diversi Stati accordi finanziari e commerciali. Occorre ricordarlo perché è in questo contesto che furono negoziati e firmati i principali accordi di emigrazione del dopoguerra.
I primi accordi furono conclusi nel 1946 con la Francia e col Belgio. Con la Francia, gli accordi, formalizzati l’anno seguente, prevedevano l’invio di minatori italiani e la corrispondente fornitura francese di carbone all'Italia. L’accordo col Belgio (Protocollo italo-belga del 23.6.1946, aggiornato il 26 aprile 1947), impegnava l’Italia a favorire l’emigrazione in Belgio di 50.000 minatori al ritmo di 2000 la settimana e il governo belga a vendere mensilmente all’Italia almeno 2.500 tonnellate di carbone ogni 1.000 minatori immigrati.
I negoziati dell’Italia per favorire l’immigrazione nel maggior numero possibile di Paesi bisognosi di lavoratori stranieri non furono sempre facili, proseguirono incessantemente per tutto il decennio. Quasi tutti si conclusero con accordi formali: nel 1947 con l’Argentina, la Cecoslovacchia, la Svezia, la Francia; nel 1948 con la Gran Bretagna, la Svizzera, il Lussemburgo, l’Olanda, l’Ungheria, il Brasile, l’Uruguay, l’Australia, il Canada, ecc.
Nessuno di questi accordi fu apertamente contestato nelle sedi parlamentari, anche perché i flussi migratori non presentavano problemi particolarmente gravi, mentre apportavano notevoli vantaggi non solo agli emigrati e alle loro famiglie, ma anche al mercato del lavoro nazionale (grazie al minor numero di disoccupati) e alle finanze pubbliche, che con le rimesse degli emigrati riduceva il deficit della bilancia dei pagamenti.

«Euforia emigratoria» ed «emigrazione assistita»
Nei primi anni del dopoguerra si venne a creare nel Paese addirittura una sorta di «euforia emigratoria» e ci fu chi, come Mario Montagnana, un politico del PCI, che nel 1947 cominciò a preoccuparsene, non solo perché «persino numerosi operai e tecnici attualmente occupati» cercavano affannosamente il modo di andarsene, ma anche perché convinto che «nonostante tutti gli accordi che il nostro governo ha stabilito e stabilirà con i governi dei paesi d’immigrazione, molti, anzi quasi tutti i nostri emigranti subiranno, in terra straniera, ben dure disillusioni morali e materiali».
Marcinelle 8 agosto 1956, giorno della tragedia.
Di fronte ai successi della politica migratoria dei primi governi repubblicani, il desiderio di cercare lavoro all’estero non faceva che aumentare e finì per generare anche quel fenomeno di «emigrazione clandestina» destinato ad aggravarsi negli anni Cinquanta. De Gasperi, in generale soddisfatto dei flussi migratori, nel 1949 si preoccupò della flessione (poi rivelatasi temporanea) dell’emigrazione registrata quell’anno, temendo che potesse compromettere gli effetti sperati. Non va dimenticato che nel 1949 si calcolava in Italia un surplus di manodopera di circa 4 milioni di persone, che costavano 400 miliardi di lire di oneri sociali.
De Gasperi rimaneva tuttavia convinto dell’efficacia dell’emigrazione, soprattutto per il Mezzogiorno, tanto che al III congresso nazionale della DC (1949) non esitò a invitare gli italiani a «riprendere le vie del mondo» e specialmente i contadini meridionali a «imparare le lingue e andare all'estero».
E’ possibile che il politico trentino fosse preoccupato anche per le critiche che giungevano al governo dalle sinistre, ormai all’opposizione, ma non aveva dubbi che con la sua politica migratoria stesse realizzando ciò che, finita la guerra, tutti, anche le sinistre, auspicavano per il bene dell’Italia. L’ideale sarebbe stato realizzare al nord come al sud la piena occupazione, conformemente allo spirito della Costituzione (art. 1), ma realisticamente era impossibile raggiungerla nel breve periodo. In alternativa il compito dello Stato appariva quello di garantire un’«emigrazione assistita» (Emanuela Primiceri), accompagnando e tutelando l'emigrato anche nel Paese d'immigrazione, come in effetti si stava cercando di fare.

Accuse ingiustificate
Alcide De Gasperi, convinto sostenitore dell'emigrazione.
Purtroppo non è stato sempre possibile negoziare accordi di emigrazione corrispondenti a tutte le richieste italiane e spesso è mancato il successivo controllo circa il rispetto di ciò che era stato convenuto specialmente in relazione alle condizioni di lavoro, di abitazione e di vita degli immigrati. Con maggiori controlli e attenzioni alle esigenze di sicurezza dei lavoratori (non solo italiani) forse alcune gravi tragedie (si pensi a quella di Marcinelle nel 1956 o a quella di Mattmark nel 1965) si sarebbero potute evitare, ma attribuirne le responsabilità principali alla politica migratoria di De Gasperi avviata almeno un decennio prima appare francamente superficiale e storicamente insostenibile.
Eppure c’è ancora chi è convinto che in Italia «l’emigrazione nel secondo dopoguerra è stata indotta» e che l’Italia «dal 1946 mise in piedi il più grande sistema di esportazione di donne e uomini, di braccia e cervelli che la storia occidentale ricordi», accusando addirittura il governo De Gasperi, in riferimento all’accordo col Belgio, di aver copiato di fatto «un accordo siglato nel 1937 dall’Italia fascista con i nazisti per spedire braccianti in Germania» (Toni Ricciardi).
Una ricostruzione storica obiettiva del dopoguerra non dovrebbe ignorare che la politica emigratoria avviata da De Gasperi ebbe un consenso politico e sindacale larghissimo non perché fosse in assoluto la migliore, ma perché in quella situazione non aveva alternative ed era ritenuta la più idonea a risollevare il Paese per inserirlo tra le grandi nazioni europee. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 20 febbraio 2019

13 febbraio 2019

Immigrazione italiana 1950-1970: 3. La situazione politica del dopoguerra


I consistenti flussi migratori italiani verso la Svizzera del secondo dopoguerra non furono provocati solo dalla pesante situazione economica in cui versava l’Italia alla fine del conflitto, ma anche dalle scelte politiche dei primi governi repubblicani. Di fronte alle difficoltà oggettive di avviare e sostenere la ripresa economica e contemporaneamente intervenire per contenere e ridurre il disagio sociale provocato dalla povertà e dalla disoccupazione, i governi del dopoguerra diedero la priorità alla soluzione dei problemi economici (ricostruzione, e sviluppo economico). Questa scelta, che condizionerà per lungo tempo la politica emigratoria italiana, merita una breve rievocazione della situazione politica di quel periodo.

L’emigrazione funzionale alla ripresa
Finita la guerra, nessuna forza politica mise in dubbio la priorità della ricostruzione e della ripresa economica rispetto al contenimento del disagio sociale. Soprattutto democristiani, socialisti e comunisti, che si erano mostrati abbastanza uniti nella lotta per la liberazione dal nazifascismo, lo furono anche nel proseguire la collaborazione per trovare soluzioni immediate ed efficaci ai gravi problemi economici del dopoguerra.
Tutti i governi del dopoguerra fino al 1947 furono di coalizione tra centro e sinistra o, come vengono anche detti, di «unità nazionale», e garantirono di fatto in pochi anni non solo la ricostruzione del Paese, ma anche la ripresa delle attività economiche. Si trattava, com’è facile capire, di un’intesa funzionale alla ripresa economica quale condizione per la sopravvivenza del Paese in un mondo che si apprestava a cambiamenti radicali.
Sulle misure da adottare per contenere e ridurre il disagio sociale non ci furono praticamente né dibattito, salvo nella Costituente, né intesa specifica, perché tutte le forze politiche e sindacali erano sostanzialmente d’accordo che all’emigrazione non si potesse rinunciare e che spettasse al governo gestirla secondo i principi sanciti dalla Costituzione all’articolo 35, ossia garantendo la libertà di emigrazione e tutelando il lavoro italiano all’estero. 

Un compromesso per agevolare la ripresa
Nonostante la collaborazione in seno ai governi di coalizione, soprattutto tra i cattolici democristiani (DC) e i comunisti (PCI) le divisioni erano talmente profonde, sia in politica interna e sia nei rapporti internazionali (si era alla vigilia della guerra fredda), che lo scontro appariva inevitabile. Subito dopo la Liberazione, considerandosi pronte ad andare al governo, le sinistre (comunisti e socialisti) avevano creato non poche difficoltà al governo guidato dal riformista Ivanoe Bonomi (12 dicembre 1944-12 giugno 1945), tanto da costringerlo alle dimissioni. Non riuscirono a costituire un loro governo solo perché gli Alleati occidentali, ancora presenti in Italia, ritennero pericoloso un «governo di estrema sinistra» filosovietico.
Poiché nessuna forza politica sembrava in grado di indicare il successore di Bonomi, dopo lunghe discussioni fu incaricato di formare il nuovo governo Ferruccio Parri, figura prestigiosa della Resistenza e accettato dalle sei principali forze politiche del momento: DC (Democrazia Cristiana), PCI (Partito Comunista Italiano), PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, già PSI), PLI (Partito Liberale Italiano), PdA (Partito d’Azione) e PDL (Partito Democratico del Lavoro).
Il governo Parri fu tuttavia di breve durata (21 giugno 1945-10 dicembre 1945) perché in pochi mesi tutti gli altri leader politici gli si erano messi contro, nonostante fosse riuscito a varare importanti riforme dell’amministrazione e ad avviare la ricostruzione del Paese.
Intanto si erano fatte incalzanti le pressioni su Alcide De Gasperi, leader democristiano, perché assumesse la guida del governo. Spingevano in questa direzione non solo il suo partito ma anche la Chiesa che non vedeva di buon occhio la collaborazione tra democristiani e comunisti, col rischio che questi prendessero prima o poi il sopravvento. De Gasperi formò il governo (primo governo De Gasperi: 10 dicembre 1945-14 luglio 1946), ma ancora con la partecipazione di un’ampia coalizione (DC-PCI-PSIUP-PLI-PdA-PDL). La rottura con i comunisti era rimandata.

L’estromissione delle sinistre dal governo
De Gasperi si dimise dopo le prime elezioni politiche del dopoguerra (2 giugno 1946), che si svolsero contemporaneamente al referendum istituzionale per la scelta tra Monarchia e Repubblica, per dare modo al Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola di nominare un nuovo governo sulla base dei risultati elettorali.
I risultati non chiarivano in maniera definitiva i rapporti di forza tra i grandi partiti, ma assicuravano alla Democrazia Cristiana una netta maggioranza relativa (35,2% di voti e 195 seggi) e al suo leader Alcide De Gasperi l’incarico di formare il nuovo governo (secondo governo De Gasperi: 14 luglio 1946-20 gennaio 1947). Data la difficile situazione economica e sociale, il politico trentino ritenne opportuno formare ancora un governo di coalizione con i socialisti (che avevano una forza partitica del 20,7%) e i comunisti (19%).
Per sentirsi sicuro di poter governare senza le sinistre, De Gasperi sperava in un buon esito elettorale alle elezioni amministrative che si tennero in tutta Italia tra marzo e novembre (anche con la partecipazione per la prima volta delle donne). L’esito non gli fu propizio perché oltre al successo ottenuto dal partito contestatore dell’Uomo Qualunque anche i partiti di sinistra registrarono un notevole aumento. Lo scontro definitivo era ancora rinviato, nonostante che le pressioni del Vaticano ad abbandonare l’alleanza con i comunisti si facessero sempre più insistenti.
Nel gennaio 1947, in seguito alla scissione dei socialisti («scissione di palazzo Barberini», 11 gennaio 1947) in Partito Socialista Italiano PSI, guidato da Pietro Nenni, e Partito Socialista dei Lavoratori Italiani PSLI (dal 1951: Partito Socialista Democratico Italiano PSDI), guidato da Giuseppe Saragat, De Gasperi diede le dimissioni (20 gennaio 1947).
Nel successivo governo (terzo governo De Gasperi), che durò solo pochi mesi (2 febbraio 1947-13 maggio 1947), il leader trentino ritenne di non poter ancora estromettere le forze di sinistra dall’esecutivo. Restavano infatti ancora irrisolte due questioni spinose che la DC non voleva correre il rischio di affrontare e risolvere da sola: la firma del trattato di pace che avrebbe costretto gli italiani a ingoiare non pochi bocconi amari e la votazione dell’articolo 7 (Patti Lateranensi) del progetto costituzionale in discussione nella Costituente, che avrebbe potuto essere respinto dal voto contrario di una coalizione di forze laiche e di sinistra.
Palmiro Togliatti
Superati i due ostacoli (rispettivamente il 10 febbraio 1947 e il 25 marzo 1947), nel maggio del 1947 De Gasperi aprì la crisi di governo per poter formare un nuovo esecutivo (quarto governo De Gasperi) con la partecipazione dei partiti minori di centro PSLI, PRI (Partito Repubblicano Italiano) e PLI (Partito Liberale Italiano) e, finalmente, senza le sinistre (PCI e PSI), che passarono all’opposizione. Era la fine dell'unità nazionale e l'inizio dell’inasprimento della politica delle sinistre. I primi mesi del 1947 segnarono anche forti contrasti tra Stati Uniti e Unione Sovietica nei confronti dell’Europa e l’inizio della guerra fredda.

Ripercussioni sulla politica emigratoria italiana
Con l’esclusione dei comunisti dal governo, nel 1947, iniziava la lunga fase del centrismo democristiano (sancito dalla vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948: 48,5% di voti), ma anche della forte opposizione delle sinistre (Partito comunista e Partito socialista, sconfitti alle elezioni), che, ridimensionate (31% di voti) dal voto popolare, cercarono di affermarsi in tutti i modi specialmente nella classe operaia, dando persino l’idea di voler preparare la «rivincita».
Dal 1948 cominciarono a diffondersi in Italia anche forti sentimenti anticomunisti, degenerati il 14 luglio in alcuni colpi di pistola sparati contro Palmiro Togliatti, segretario del PCI. La reazione nel Paese fu talmente sentita e violenta da far ritenere possibile una guerra civile. Prevalse nei dirigenti del partito il senso dello Stato e della moderazione nelle manifestazioni di piazza e negli scioperi, ma in quell’estate del 1948 venne sancito anche il contrasto tra la DC e il PCI. Inevitabilmente si sarebbe riverberato anche nella politica emigratoria italiana del dopoguerra, ormai senza il supporto delle sinistre.
Come si vedrà in seguito, gran parte delle iniziative e delle decisioni prese in questo campo dai vari governi democristiani furono pesantemente criticate specialmente dai comunisti, abilissimi, fra l’altro, a costituire tra gli immigrati in Svizzera già prima della fine della guerra importanti associazioni di riferimento, molto critiche nei confronti del governo italiano. Una convergenza di posizioni tra le principali forze politiche avrebbe sicuramente contribuito a salvaguardare meglio gli interessi degli emigranti e a evitare o quanto meno a risolvere più tempestivamente ed efficacemente molti dei problemi che incontrarono nei primi decenni del dopoguerra. (Segue)