08 marzo 2011

Per la dignità delle donne scendere in piazza non basta

(Berna, 8 marzo 2011). Sempre più spesso le donne scendono in piazza per rivendicare diritti e dignità. Fanno bene, almeno fino a quando dignità e pari opportunità non saranno in larga misura acquisite. Devono però stare attente a non farsi strumentalizzare e a non cadere nella tentazione di voler apparire a tutti i costi vittime dei soprusi degli uomini. In fondo, a guardare onestamente la realtà, la responsabilità di quel che non funziona nella società non può ricadere solo sugli uomini e tantomeno su uno solo, Berlusconi, per quanto riprovevoli possano apparire i suoi comportamenti.
Dovrebbe far riflettere il fatto che le donne, pur essendo la maggioranza nella società civile e pur disponendo di una legislazione che ha tra i suoi fondamenti il principio dell’uguaglianza, sembrano non avere acquisito ancora la consapevolezza della loro forza e la volontà di usare a pieno gli strumenti legali e morali a loro disposizione. Anche le recenti manifestazioni di piazza testimoniano più la debolezza che la forza delle donne, più il loro sentimento d’inferiorità che la consapevolezza del loro reale potere, più le illusioni che le certezze di un cambiamento nella società.

Manifestazioni come alibi
Le manifestazioni di popolo, soprattutto quando assumono un carattere palesemente illusorio (nel senso che non producono effetti pratici) rischiano anche di trasformarsi in un alibi per ciò che non si ha il coraggio di ammettere. Ad esempio, che i molti mali d’Italia (ingiustizie, disoccupazione, disuguaglianza uomo-donna, malasanità, divario crescente tra ricchi e poveri, tra nord e sud, criminalità organizzata e microcriminalità, mancanza di ideali, ecc.) non sono riconducibili ai cattivi esempi di Berlusconi e nemmeno alle indubbie deficienze del suo governo.
E a voler riflettere sulle cause più che su ciò che appare non è nemmeno colpa delle televisioni di Berlusconi (o di altri) se spesso l’immagine della donna è ridotta al suo corpo, esibito il più possibile al naturale o ritoccato ad arte come arma di seduzione per attirare sguardi più o meno morbosi, spesso in abbinamento con beni di consumo di ogni genere in cerca di acquirenti. Questa strumentalizzazione ha certamente un colpevole principale, l’uomo, ma la donna è sicuramente complice. Molte donne si prestano a mettere in bella mostra il loro corpo in cambio soprattutto di denaro, ma anche perché in questa nostra società dell’immagine l’apparire tende a prevalere sull’essere.
E’ inoltre sotto gli occhi di tutti che la libertà dei costumi conquistata nei decenni passati ha avuto grandi contraccolpi sull’intera società. Basti pensare alla crisi profonda della famiglia (in cui la capacità educatrice dei genitori si è molto ridotta), del sistema scolastico (incapace di trasmettere valori insieme alle conoscenze), della società in cui contano sempre meno i valori (responsabilità, meritocrazia, lealtà, impegno, spirito di sacrificio, solidarietà, rispetto degli altri) e si diffondono invece molti vizi (corruzione che fa rima con raccomandazione, profitto a tutti i costi, evasione fiscale, arrivismo, egoismo e via dicendo).

Dignità e responsabilità
La società di oggi è un prodotto allo stesso tempo maschile e femminile. Le donne ne sono corresponsabili. Anche per questo è un alibi scendere in piazza per rivendicare maggiore dignità dai soli uomini. Semmai dovrebbero scendere in piazza per chiedere a tutti, uomini e donne, comportamenti più seri e più responsabili in famiglia, nella scuola, nelle relazioni sociali, in politica. E se proprio disturba tanto la figura di Berlusconi in politica, si preparino a votare alle prossime elezioni alla guida del governo altra persona ritenuta più degna. Le donne, che costituiscono la maggioranza dell’elettorato, potrebbero benissimo decidere le sorti del Paese, azzerare la classe politica attuale, mandare in Parlamento più donne che uomini, far eleggere più donne alle alte cariche dello Stato, presidenza della Repubblica compresa, far approvare le leggi che ritengono più adeguate e più giuste, anche a garanzia della piena uguaglianza uomo-donna.
Ma non solo in politica le donne possono fare di più. In tutti i campi dovrebbero tentare la scalata, non tanto per ambizione di potere ma per dimostrare pari opportunità e pari capacità: nelle direzioni delle imprese, delle banche, dei media, nei consigli di amministrazione dell’economia pubblica e privata, nelle stanze del potere reale. Ovviamente per arrivarci occorre partire di lontano, da una sana competizione sui banchi di scuola, dall’esempio in famiglia di una equa distribuzione dei compiti tra uomo e donna, dalla corresponsabilità dei genitori nell’educazione dei figli fornendo non solo principi ma anche modelli di vita, dalla partecipazione attiva alla vita politica.
Le donne protestano giustamente perché il corpo della donna è spesso mercificato e «usato» per vendere di più, ma non basta indignarsi. Quei corpi esibiti in televisione o raffigurati nella pubblicità della carta stampata in bella mostra per far aguzzare l’occhio anche dei più distratti sono i corpi di donne come loro, figlie, sorelle o compagne. Evidentemente le loro madri (e i loro padri) non sono stati in grado di trasmettere che il corpo non è solo da esibire, ma fa un tutt’uno con la persona umana, che non può e non deve lasciarsi mai strumentalizzare, nemmeno in cambio di molto denaro o di una effimera notorietà. E poi, se la pubblicità così irrispettosa della donna serve a reclamizzare prodotti che sarebbero altrimenti meno venduti, perché non scendere in piazza e chiedere a tutte le donne di boicottare quei prodotti, almeno fino a quando non cambiano pubblicità? Perché non boicottare quelle emissioni televisive e quei giornali che espongono platealmente il corpo della donna senza alcun pudore?
Se lo facessero, sono convinto che ad ogni festa della donna ci sarebbe sempre meno da rivendicare e sempre più da festeggiare, donne e uomini insieme.

Giovanni Longu
Berna 8 marzo 2011

02 marzo 2011

La dignità delle donne in politica e nella società

Sempre più spesso le donne scendono in piazza per rivendicare diritti e dignità. Fanno bene, almeno fino a quando dignità e pari opportunità non saranno in larga misura acquisite. Devono però stare attente a non farsi strumentalizzare e a non cadere nella tentazione di voler apparire a tutti i costi vittime dei soprusi degli uomini. In fondo, a guardare onestamente la realtà, la responsabilità di quel che non funziona nella società non può ricadere solo sugli uomini. Un po’ di autocritica credo che gioverebbe anche alle donne.

Le dimissioni di Berlusconi non bastano
Dovrebbe far riflettere il fatto che le donne, pur essendo la maggioranza nella società civile e pur disponendo di una legislazione che ha tra i suoi fondamenti il principio dell’uguaglianza, sembrano non avere acquisito ancora la consapevolezza della loro forza e la volontà di usare a pieno gli strumenti legali e morali a loro disposizione. Anche le recenti manifestazioni di piazza testimoniano più la debolezza che la forza delle donne, più il loro sentimento d’inferiorità che la consapevolezza del loro reale potere, più le illusioni che le certezze di un cambiamento nella società. Ma davvero le donne scese in piazza contro Berlusconi credono che per avere la dignità «negata» basti cacciar via il presunto «tiranno»?
Se bastassero le dimissioni di Berlusconi per salvare la dignità degli italiani, per eliminare i mali che li affliggono, per dare la felicità a tutti, credo che nessun cittadino esiterebbe un istante a scendere in piazza per chiederne le «dimissioni subito». Se invece non tutti aderiscono a questo tipo di manifestazioni è probabile che una parte consistente degli italiani non lo ritenga la via giusta per raggiungere il successo desiderato.
Sia ben chiaro, chi non scende in piazza non è necessariamente a favore di Berlusconi, ma ritiene molto semplicemente che la dignità degli italiani non dipende affatto dal Presidente del Consiglio. Pertanto, una sua rimozione a furor di popolo per i suoi comportamenti privati non risolverebbe il problema. Sarebbe davvero triste se le donne italiane si sentissero frustrate e calpestate nella loro dignità solo perché i comportamenti personali di Berlusconi appaiono riprovevoli. Una persona adulta e responsabile non dovrebbe lasciarsi influenzare dai cattivi esempi e non dovrebbe nemmeno lasciarsi condizionare acriticamente dai media e nemmeno dalle parole d’ordine dei partiti.

Manifestazioni come alibi
Le manifestazioni di popolo, soprattutto quando assumono un carattere palesemente illusorio (nel senso che non producono effetti pratici) rischiano anche di trasformarsi in un alibi per ciò che non si ha il coraggio di ammettere. Non v’è dubbio che i molti mali d’Italia (ingiustizie, disoccupazione, disuguaglianza uomo-donna, malasanità, divario crescente tra ricchi e poveri, tra nord e sud, criminalità organizzata e microcriminalità, ecc.) non sono riconducibili ai cattivi esempi di Berlusconi e nemmeno alle indubbie deficienze del suo governo.
E a voler riflettere sulle cause più che su ciò che appare non è nemmeno colpa delle televisioni di Berlusconi (o di altri) se spesso l’immagine della donna è ridotta al suo corpo, esibito il più possibile al naturale o ritoccato ad arte. Da decenni ormai anche le donne sembrano assistere impotenti all’«uso» talvolta spregiudicato del corpo della donna come arma di seduzione per attirare sguardi più o meno morbosi, in abbinamento con beni di consumo di ogni genere in cerca di acquirenti.
Questa strumentalizzazione ha un colpevole principale, l’uomo, ma la donna è sicuramente corresponsabile. Molte donne si prestano a mettere in bella mostra il loro corpo in cambio soprattutto di denaro, ma anche perché in questa nostra società dell’immagine l’apparire tende a prevalere sull’essere. Di questo uso commerciale del corpo femminile la donna non è solo vittima ma anche complice.
Senza sprofondare in analisi sociologiche complesse, è sotto gli occhi di tutti che la libertà dei costumi conquistata nei decenni passati ha avuto grandi contraccolpi sull’intera società. Basti pensare alla crisi profonda della famiglia (in cui la capacità educatrice dei genitori si è molto ridotta), alla crisi del sistema scolastico (incapace di trasmettere valori insieme alle conoscenze), alla crisi della società in cui contano sempre meno i valori (responsabilità, meritocrazia, lealtà, impegno, spirito di sacrificio, solidarietà, rispetto degli altri) e si diffondono invece molti vizi (corruzione che fa rima con raccomandazione, arrivismo, sfruttamento, profitto a tutti i costi, evasione fiscale, furberia, egoismo e via dicendo).

Dignità e responsabilità
La società di oggi è un prodotto allo stesso tempo maschile e femminile. Le donne ne sono corresponsabili. Anche per questo è un alibi scendere in piazza per rivendicare maggiore dignità dai soli uomini e da uno in particolare. Semmai dovrebbero scendere in piazza per chiedere non solo dagli uomini ma anche dalle donne comportamenti più seri e più responsabili in famiglia, nella scuola, nelle relazioni sociali, in politica. Piuttosto, se disturba tanto la figura di Berlusconi in politica, si preparino a votare alle prossime elezioni un successore più degno. Le donne non possono non ritenersi responsabili di come votano e delle scelte fatte. Potrebbero benissimo decidere le sorti del Paese, azzerare la classe politica attuale, mandare in parlamento più donne che uomini, far eleggere più donne alle alte cariche dello Stato, presidenza della Repubblica compresa, far approvare le leggi che ritengono più adeguate e più giuste, anche a garanzia della piena uguaglianza uomo-donna.
Ma non solo in politica le donne possono fare di più. In tutti i campi dovrebbero tentare la scalata, non tanto per ambizione di potere ma per dimostrare pari opportunità e pari capacità: nelle direzioni delle imprese, delle banche, dei media, nei consigli di amministrazione dell’economia pubblica e privata, nelle stanze del potere reale. Ovviamente per arrivarci occorre partire di lontano, da una sana competizione sui banchi di scuola, dall’esempio in famiglia di una equa distribuzione dei compiti tra uomo e donna, dalla corresponsabilità dei genitori nell’educazione dei figli fornendo non solo principi ma anche modelli di vita, dalla partecipazione attiva alla vita politica.
Le donne protestano giustamente perché il corpo della donna è spesso mercificato e «usato» per vendere di più, ma non basta indignarsi. Intanto non devono dimenticare che quei corpi esibiti in televisione o raffigurati nella pubblicità della carta stampata in bella mostra per far aguzzare l’occhio anche dei più distratti sono i corpi di donne come loro, figlie, sorelle o compagne. Evidentemente le loro madri (e i loro padri) non sono stati in grado di trasmettere che il corpo non è solo da esibire, ma fa un tutt’uno con la persona umana, che non può e non deve lasciarsi mai strumentalizzare, nemmeno in cambio di molto denaro o di una effimera notorietà. E poi, se la pubblicità così irrispettosa della donna serve a reclamizzare prodotti che sarebbero altrimenti meno venduti, perché non scendere in piazza e chiedere a tutte le donne di boicottare quei prodotti, almeno fino a quando non cambiano pubblicità? Perché non boicottare quelle emissioni televisive e quei giornali che espongono platealmente il corpo della donna senza alcun pudore? Cos’è che frena le donne da questo tipo di protesta?

Vendetta o giustizia?
Si tratta di un senso d’impotenza delle donne o di un deficit culturale dell’intera società? Probabilmente dell’uno e dell’altro. Basti pensare a come è trattato dalla politica e dai grandi media il «caso Ruby». Da qualunque parte (di destra o di sinistra) lo si consideri, la donna vi appare soprattutto come vittima, quasi incapace di stare alla pari dell’uomo.
Quanto alcuni media non stiano contribuendo affatto a far emergere la dignità della donna lo hanno dimostrato all’indomani della notizia che ad accusare Silvio Berlusconi, nel processo che si aprirà contro di lui il 6 aprile prossimo, sarà una donna (Ilda Bocassini) e a giudicarlo saranno tre donne (Giulia Turri, Carmen D'Elia e Orsola De Cristoforo), dopo che un’altra donna giudice delle indagini preliminari (Cristina Di Censo) aveva deciso il rito immediato. Molti commentatori hanno voluto vedere in questa successione di donne, puramente casuale, un brutto segnale premonitore nei confronti di Berlusconi. «Famiglia Cristiana» ha addirittura parlato di una «nemesi», ossia, vendetta, dei giudici donna. Come se le donne, persino nella funzione giudicante, fossero incapaci di esercitare alcuna delle quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), ma solo vendetta. Nemmeno un giornale cattolico dà per scontato che una donna giudice saprà ispirarsi a principi di giustizia e non di vendetta, anche se l’imputato si chiama Silvio Berlusconi.
Per gli uomini e per le donne c’è evidentemente ancora molto lavoro da fare fino al raggiungimento di una soddisfacente parità, rispettosa della dignità e delle caratteristiche di entrambi. E’ auspicabile che ad ogni festa della donna ci sia sempre meno da rivendicare e sempre più da festeggiare, donne e uomini insieme.

Giovanni Longu
Berna 2 marzo 2011

23 febbraio 2011

1861-2011: 4. Mazzini e Garibaldi in Svizzera


Il contributo dato dalla Svizzera al Risorgimento italiano fu duplice: diretto e indiretto. E’ noto che molti svizzeri, soprattutto ticinesi, parteciparono alle guerre d’indipendenza, è forse meno noto il contributo indiretto. La Svizzera è stata terra ospitale per molti esuli italiani sia prima che dopo l’Unità d’Italia. Soprattutto in Ticino, a causa della lingua e della vicinanza con l’Italia, ma anche a Ginevra e Losanna, città tradizionalmente ospitali nonché vicine alla Savoia, molti esuli italiani ebbero la possibilità di continuare a svolgere la loro opera di propaganda patriottica e di reclutamento di sostenitori delle idee risorgimentali.
In questo periodo di rievocazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia si rischia di commettere l’errore di considerare il Risorgimento un movimento unitario di idee e azioni per la soluzione della «questione italiana». In realtà i movimenti di idee e di azioni erano almeno due: uno caldeggiava l’unità della penisola sotto la monarchia dei Savoia, l’altro auspicava una repubblica in forma di confederazione di stati. Anche i metodi erano diversi: alcuni ideologi preferivano la lotta armata spontanea di tipo insurrezionale, altri vedevano la lotta armata inquadrata in un sistema organico sotto la guida della monarchia sabauda.
Furono moltissimi i protagonisti di tutti gli schieramenti che nella loro vita fecero tappa in Svizzera, alcuni anche soffermandosi a lungo. Due di essi meritano una particolare attenzione: Mazzini e Garibaldi.
Giuseppe Mazzini (1805-1872)
Mazzini fu uno dei massimi protagonisti del Risorgimento, più sul piano ideologico che pratico. Tutta la sua vita fu orientata all’Unità d’Italia, che doveva raggiungersi urgentemente e che alla fine doveva avere una forma repubblicana. Egli era convinto che solo unita l’Italia avrebbe potuto intraprendere la via del progresso e sviluppare le nuove idee illuministe e democratiche. Nel suoi numerosi scritti e nelle sue azioni era mosso dal «dovere della democrazia». Credeva nell’«Italia del Popolo», ma un popolo che doveva ancora crescere culturalmente e politicamente. Fu fra l’altro fautore del suffragio universale delle donne, fondò la Giovine Italia (1831), la Giovine Europa (fondata a Berna nel 1834) e persino una Giovine Svizzera.
In realtà non riuscì mai a creare un grande movimento di popolo perché in molti era radicata la «fede» nella monarchia e nella chiesa e lui era antimonarchico e anticlericale (sebbene sua madre fosse molto religiosa, morta nel 1852 al ritorno a casa dalla messa), giungendo persino a teorizzare il regicidio come un diritto del popolo nei confronti dei tiranni. Ma anche tra gli intellettuali la sua idea di un’Italia repubblicana e federale non riuscì a spuntarla sull’idea di un’Italia unita sì ma sotto la monarchia. Com’è noto finì per imporsi l’idea unitaria sostenuta a nord dalla borghesia e a sud dai latifondisti coalizzati in una sorta di patto che fu anche all’origine della mafia.
Per le sue idee democratiche Mazzini ebbe in Svizzera molti amici, soprattutto tra i profughi come lui, nel Ticino, a Ginevra, Zurigo, Berna, Bienne, Grenchen ecc. A più riprese, fin dal 1831 Mazzini trascorse da esule periodi più o meno lunghi in Svizzera, dove grazie al sostegno e alla complicità dei suoi sostenitori poté svolgere la sua attività di ideologo e attivista rivoluzionario, ma sfuggire ad attentati e ai mandati di cattura da parte delle autorità cantonali e federali. Per le autorità federali e cantonali, infatti, Mazzini era un cospiratore e un «agitatore», in grado di procurare difficoltà alla Svizzera neutrale. In fondo la giovane Confederazione doveva cercare di mantenere buoni rapporti con tutti i Paesi confinanti, non solo il Regno di Sardegna ma anche l’Austria che allora occupava il Lombardo-Veneto.
A preoccupare le autorità svizzere non erano tanto le idee e gli scritti mazziniani, ma i numerosi tentativi di tipo insurrezionale, andati fortunatamente falliti, e ancor più le reazioni del Piemonte e dell’Austria che chiedevano l’espulsione dalla Svizzera di Mazzini e dei profughi che avevano partecipato ai vari tentativi insurrezionali. Nel 1836 venne arrestato e pochi mesi dopo espulso. Da Londra, dove si era rifugiato, scrisse: «In Svizzera siamo stati trattati in modo indegno», eppure «l’amo come una seconda Patria. L’amo per il suo passato e il suo avvenire».
Mazzini ritornò più volte in Svizzera. Ricercato dalla polizia riuscì più volte a salvarsi. Nel 1854 vennero sequestrate nei Grigioni diverse casse di fucili destinati a un’impresa mazziniana in Valtellina. Riferendo il fatto, un giornale di Zurigo, commentava che a Mazzini «sembra stia più a cuore di compromettere ad ogni costo la Svizzera, essendo evidente che quelle quantità d'armi sono insufficienti a tentar nulla di serio, supposto anche che trovi uomini, che sieno pronti a farne uso». La polizia federale non gli diede tregua e ben presto Mazzini dovette lasciare il Paese, non prima di aver protestato con lettera al Consiglio federale contro la persecuzione dei profughi politici.
Mazzini tornerà ancora in Svizzera e sebbene deluso per il comportamento delle autorità conserverà sempre un’ammirazione per le virtù repubblicane di questo Paese.


Giuseppe Garibaldi (1807-1882)
A differenza di Mazzini, repubblicano convinto, Garibaldi credeva che si potesse fare l’Italia anche sotto l’egida della monarchia sabauda. Ad ogni modo non gradiva che il suo nome figurasse tra i rivoluzionari mazziniani. Nel 1854, vedendo il suo proprio nome accomunato ad altri partecipanti ad alcuni tentativi insurrezionali mazziniani, scrisse: «Siccome dal mio arrivo in Italia, or son due volte ch' io odo il mio nome frammischiato a dei movimenti insurrezionali, ch'io non approvo, credo dover mio manifestarlo, e prevenire la gioventù nostra, sempre pronta ad affrontare i pericoli per la redenzione della patria, di non lasciarsi così facilmente trascinare dalle fallaci insinuazioni d'uomini ingannati o ingannatori, che spingendola a tentativi intempestivi, rovinano, od almeno, screditano la nostra causa».
Nel 1859 Cavour rincarò la dose contro Mazzini e scrisse al proprio cugino Guglielmo De La Rive a Ginevra: «I giovani di tutte le città del nord d'Italia accorrono sotto le nostre bandiere. (…) Gl'italiani che abitano a Ginevra potrebbero riunirsi a fare una dichiarazione in favore del Piemonte e della causa nazionale. Ginevra essendo stata considerata fin qui a torto od a ragione come un centro mazziniano, un atto che contenesse, più o meno esplicitamente, una sconfessione dei principi di Mazzini ci sarebbe molto utile». E nel 1860, scrisse al Marchese G. Pepoli:«L'Imperatore [Napoleone III] ci sgrida, ma molto amorevolmente. Ritengo che buttando a mare Mazzini e suoi discepoli otterremo un'assoluzione plenaria».
L’abile Cavour riuscì invece a far rientrare nell’ordine istituzionale il Garibaldi rivoluzionario eroe dei due mondi. Nel 1859, a Torino a palazzo reale, il generale Garibaldi presta giuramento nelle mani del Re Vittorio Emanuele II come «maggior generale». Da quel momento divenne uno dei maggiori protagonisti dell’Unità d’Italia.
Garibaldi, prima di allora non aveva avuto buoni rapporti con i Savoia. Carlo Alberto, nel 1848, aveva chiaramente rifiutato il suoi servizi nella guerra che stava per dichiarare all’Austria. Quando però l’andamento della guerra stava per travolgere l’esercito piemontese, Garibaldi ammassò circa 1500 volontari alla frontiera con la Svizzera, pronto ad intervenire contro gli austriaci. Di fatto intervenne, ma anch’egli dovette poi ritirarsi come i piemontesi sconfitti. Trovò rifugio in Svizzera con una settantina di compagni.
Il governo svizzero gli concesse l’asilo politico, a condizione tuttavia che risiedesse in una località lontana dalla frontiera italiana e non facesse attività politica (rivoluzionaria). Garibaldi rimase sempre riconoscente alla Svizzera per l’accoglienza ricevuta, ma ritenne anche di non poterne approfittare a lungo. Il richiamo della causa dell’Unità d’Italia era troppo forte per potersi godere a lungo la tranquillità svizzera, dove anch’egli, come Mazzini, conobbe molti amici disposti a sostenerlo con denaro e armi. Un particolare interessante: nel 1850 fu costituito a Torino un «Comitato per una spada d'onore» da donare a Garibaldi con la scritta «dono dei Liguri-Piemontesi e dei Ticinesi».
Il soggiorno in Svizzera di Garibaldi durò poco. Una volta partito, non vi ritornò più, ma vi rimase il suo mito. Quando si seppe della spedizione dei Mille, vennero organizzate raccolte di denaro e armi, e alcuni volontari lo seguirono nell’impresa.
Anche Garibaldi, come Mazzini, conserveranno della Svizzera una profonda ammirazione, ma forse più nel primo che nel secondo. Scrisse infatti Garibaldi del Paese che lo ospitò: «mi vanto di amare come un suo figlio: i principi che regnano presso di lei sono quelli che mi sono cari e che ho sempre difeso».
(Gli altri articoli della serie 1861-2011 sono apparsi il 20.10.2010, 17.11.2010, 2.2.2011)
Giovanni Longu
Berna 23.2.2011

16 febbraio 2011

Difesa d’ufficio dell’italiano

Periodicamente, a cadenza grossomodo quinquennale, i media in lingua italiana ripropongono all’opinione pubblica la problematica delle lingue minoritarie e specialmente dell’italiano. Così è stato attorno del 2000-2001 quando i primi dati provvisori del censimento davano l’italiano in forte calo rispetto al decennio precedente. Nel 2005-2006 l’occasione fu offerta dalla soppressione della cattedra d’italiano all’università di Neuchâtel. A cavallo tra il 2010 e il 2011 ad attivare i media è stata la prevista abolizione dell’italiano come materia specifica nei licei del Cantone di San Gallo.
Tra le prese di posizione degli anni passati e quelle attuali non ci sono grandi differenze. Tutte in generale invocano la pace linguistica, il rispetto delle minoranze linguistiche, la coesione nazionale, il plurilinguismo e persino «il principio fondamentale del federalismo». Si è trattato e si tratta per lo più di difese d’ufficio, spesso molto generiche e ideologiche, che in genere non producono alcun effetto pratico. Tanto è vero che al di fuori del Ticino e dei Grigioni l’italiano come lingua principale e come lingua parlata prosegue la caduta iniziata negli anni Settanta del secolo scorso. Nel frattempo si sono spesi fior di milioni per studiare il malato, a beneficio quasi esclusivo degli studiosi, ma non del malato stesso, che sta sempre peggio ad eccezione, forse, dell’amministrazione federale, dove la Confederazione cerca di imporre faticosamente e apparentemente senza risultati vistosi, il plurilinguismo.

Cause della diminuzione di italofoni
Tra le cause della diminuzione di italofoni vengono ricordate specialmente il venir meno del flusso migratorio dall’Italia e la progressiva integrazione delle seconde generazioni. Per completezza del quadro andrebbe forse ricordato anche che dalla seconda metà degli anni Settanta le autorità svizzere hanno imposto la chiusura progressiva di quasi tutte le scuole italiane nate a decine negli anni precedenti e che ai figli dei lavoratori italiani è stata praticamente imposta l’integrazione forzata nella scuola svizzera.
Non si è potuto negare loro l’apprendimento dell’italiano e di un’infarinatura di cultura italiana, ma da farsi per lo più al di fuori dell’orario scolastico quando i coetanei svizzeri potevano godersi il tempo libero o praticare ginnastica e sport. E’ mancata per almeno due decenni una strategia d’integrazione capace di valorizzare la lingua e la cultura italiane come valori fondanti della Svizzera moderna plurilingue e multiculturale. Il risultato è che già nel 2000 oltre il 64 per cento degli italiani dai 7 ai 24 anni non aveva più l’italiano come lingua principale. La situazione è sicuramente peggiorata nell’ultimo decennio, nel senso che oltre alla diminuzione degli italofoni è diminuita anche la qualità della lingua parlata.
Un altro elemento di cui in queste settimane si parla poco è che la difesa dell’italiano fuori del Ticino è stata lasciata praticamente alla sola Italia, come se l’italiano riguardasse solo i cittadini italiani destinati, come si riteneva fino agli anni Ottanta, ad un rientro in patria al termine dell’età lavorativa. L’Italia ha fatto sicuramente molto finché ha potuto e voluto, ma da alcuni anni sembra aver tirato i remi in barca soprattutto per ragioni finanziarie (e mancanza di visioni). La collaborazione Italia-Svizzera in questo campo non ha funzionato o ha funzionato molto poco e in maniera sporadica.

Responsabilità del Cantone Ticino
Il Cantone Ticino, che dovrebbe essere il difensore per eccellenza dell’italianità (e non solo dell’italiano) della Svizzera è stato sistematicamente assente o comunque pochissimo presente, forse in nome del principio di territorialità delle lingue (v. riquadro), che è servito fra l’altro a molti Cantoni per esercitare nei confronti delle minoranze alloglotte (per esempio quella italiana) una forte politica di assimilazione. Del resto è anche grazie a questo principio che il Ticino ha potuto «assimilare i figli e i nipoti degli svizzero-tedeschi che nel corso del Novecento si erano trasferiti nella Svizzera italiana» (N. Stojanović).
In questa occasione, in difesa dell’italiano a San Gallo è intervenuto anche il Consiglio di Stato ticinese. Vorrei che fosse di buon auspicio, visto che a mia memoria non è mai intervenuto fuori del Cantone probabilmente per non interferire nelle competenze esclusive o preminenti di altri Cantoni, in questo sostenuto anche da un «parere giuridico» che aveva commissionato nel 2000 e che sembrava escludere la possibilità per un Cantone di adottare misure d’incoraggiamento delle lingue (soprattutto nel campo dell’insegnamento) fuori del proprio territorio.
All’epoca avevo obiettato che esistevano anche altri pareri secondo cui il Ticino (e i Grigioni) potrebbero senz’altro attivarsi maggiormente fuori del Cantone, anche perché il capoverso 5 dell’articolo 70 della Costituzione non lo esclude: «La Confederazione sostiene i provvedimenti dei Cantoni dei Grigioni e del Ticino volti a conservare e promuovere le lingue romancia e italiana». Che il Ticino potesse utilizzare una parte dei finanziamenti federali fuori del Ticino me lo confermò la stessa Consigliera federale Ruth Dreifuss, secondo cui quel contributo non dev’essere speso esclusivamente nel Cantone.

Sostegno finanziario e non solo politico
Inutile chiedere quanti franchi il Cantone Ticino ha finora speso nella Svizzera tedesca e francese per la salvaguardia dell’italiano. E’ importante semmai che lo faccia d’ora in avanti, visto che un suo intervento anche finanziario è apparentemente rivendicato pure da un alto funzionario cantonale, il responsabile della Divisione scuola prof. Diego Erba. Già nel 2003 egli sosteneva che «agli sforzi in atto in Ticino per rafforzare l’italiano si deve affiancare un corrispondente impegno esterno: è un dovere che ci spetta perché regione e cultura di minoranza in Svizzera». E l’ha ripetuto anche recentemente (TSI, Contesto del 10.2.2011) sostenendo che «come Ticino ma anche come Cantone Grigioni dovremmo impegnarci a promuovere la lingua e la cultura Oltralpe non solo in ambito scolastico ma anche nell’ambito della società». A meno che il prof. Erba intenda che l’intervento ticinese debba limitarsi a qualche intervento formale.
Va aggiunto che l’ostacolo della territorialità oggi potrebbe essere facilmente superato alla luce della nuova ordinanza sulle lingue che prevede espressamente all’art. 23 che la Confederazione concede «aiuti finanziari al Cantone Ticino per sostenere attività sovraregionali di organizzazioni e istituzioni, segnatamente per: a) progetti di salvaguardia e promozione del patrimonio culturale; b) misure di promozione della creazione letteraria; c) l’organizzazione e lo svolgimento di manifestazioni linguistiche e culturali». Chiaro?
A questo punto la domanda è semplice: il Cantone Ticino intende spendere fuori del Ticino qualche franco del contributo federale che riceve annualmente per la promozione dell’italiano oppure ritiene di esaurire i suoi compiti con qualche lettera di «dissenso e rammarico» e qualche intervento politico? Non si tratta di interferire nella sovranità di altri Cantoni, ma di sostenere iniziative private di enti, organizzazioni e persone volte a promuovere e valorizzare il ricco patrimonio linguistico e culturale italiano.

Soprattutto esempi
Pur ritenendo utili la protesta e il richiamo ai valori del plurilinguismo e della coesione nazionale per mantenere alto il livello di attenzione sulle sorti dell’italiano nella Svizzera tedesca e francese, non credo che siano risolutivi e nemmeno molto efficaci né a San Gallo né a Berna né a Zurigo o altrove dove si registra da anni una flessione continua di allievi che alla maturità scelgono l’italiano. In molti licei svizzeri ormai persino lo spagnolo sopravanza l’italiano.
Non credo nemmeno che, al punto in cui si è giunti, potrebbe invertire la tendenza un forte intervento delle politiche linguistiche federale e cantonali. A che servirebbe, infatti, tenere aperti «politicamente» certi corsi di italiano se la domanda scarseggia o è ridotta a livelli insostenibili finanziariamente? Tanto varrebbe concentrare gli sforzi su interventi più mirati e più concreti. Gli italofoni dovrebbero, almeno in questo, imitare i francofoni, che cercano di usare il francese ogniqualvolta ne hanno l’opportunità, e spesso ci riescono.
Sta soprattutto agli italofoni salvare l’italiano servendosene il più possibile. Evidentemente l’esempio come al solito dovrebbe venire dall’alto. E non lo danno certo quei consiglieri nazionali ticinesi che rinunciano all’italiano «quando vogliono farsi capire e ascoltare» in Consiglio nazionale. Non danno nemmeno un buon esempio rappresentanti di associazioni italofone ticinesi e grigionesi quando rinunciano a partecipare all’organizzazione di manifestazioni «italiane» o «italofone» magari perché l’iniziativa non è partita da loro. E giusto per restare agli esempi concreti, trovo che non sarebbe inutile se nelle associazioni degli italiani, nei partiti politici, nei media in lingua italiana si prendesse l’impegno di far capire ai loro membri e alle loro famiglie che imparare l’italiano o perfezionarlo è utile. Che la conoscenza anche dell’italiano arricchisce non solo culturalmente ma può arricchire anche economicamente. Dopodiché può senz’altro giovare alla causa anche la pressione sugli enti pubblici, sui Cantoni, sui Comuni, sulle direzioni dei musei, della posta, dell’ufficio delle imposte, degli ospedali, delle case per anziani, ecc. perché favoriscano l’uso e la comprensione di tutte le lingue nazionali, italiano compreso.

Giovanni Longu
Berna 16.2.2011


Principio di territorialità
Il principio di territorialità delle lingue si basa sull’articolo 70 capoverso 2 della Costituzione federale che recita: «I Cantoni designano le loro lingue ufficiali. Per garantire la pace linguistica rispettano la composizione linguistica tradizionale delle regioni e considerano le minoranze linguistiche autoctone». In base a queste affermazioni sono i Cantoni che designano la lingua o le lingue ufficiali nel loro territorio. Per quanto concerne le altre lingue nazionali la Costituzione impone ai Cantoni unicamente di «rispettare la composizione linguistica tradizionale delle regioni» (nei Cantoni bilingui o plurilingui) e li invita, senza alcuna imposizione vincolante, a «considerare le minoranze linguistiche autoctone».

09 febbraio 2011

Politica italiana in affanno tra moralismo e immoralità

I messaggi che giungono da Roma sono allarmanti. La maggioranza è in affanno perché ha contro non solo l’opposizione parlamentare, ma anche gran parte dei media e una parte considerevole della magistratura. Di suo aggiunge anche una grande incertezza e una certa imperizia nell’affrontare le questioni, com’è avvenuto recentemente approvando il decreto sul federalismo fiscale senza informarne preventivamente le Camere. Berlusconi e la sua maggioranza sembrano non credere nemmeno più alla realizzabilità delle promesse fatte agli elettori e per questo indugiano nell’azione, prestando il fianco a molte critiche giustificate sulla debolezza del governo. E poco convincente appare addossarne le responsabilità alla crisi internazionale e agli ostacoli posti continuamente dalle opposizioni.
Non va certamente meglio a queste ultime, affannate nella ricerca dell’occasione per «mandare a casa Berlusconi» con qualsiasi mezzo, magari uno snervante processo mediatico di delegittimazione o, meglio ancora, una spallata di qualche Procura antiberlusconiana. Qualsiasi mezzo extraparlamentare, visto che in parlamento, anche coalizzando le forze più eterogenee, non riescono a sfiduciare il governo. Nemmeno coinvolgendo, a mio parere scandalosamente, quella parte della maggioranza voluta dagli elettori, che staccatasi successivamente per ripicca contro il suo legittimo leader è andata a dar man forte alle opposizioni. Per questo, oltre che sperare nell’attivismo delle procure, le opposizioni cercano di mobilitare la piazza contro il cattivo governo, contro lo sfruttamento delle donne, contro la cattiva politica, contro Berlusconi.

Magistratura politicizzata
Se la maggioranza svolge male il suo compito, l’opposizione fa certamente peggio. Invece di contribuire responsabilmente alla elaborazione di leggi opportune e stimolare il governo a trovare soluzioni ai problemi del Paese ha preferito irresponsabilmente dedicarsi giorno e notte, dentro e fuori del parlamento, a mandare a casa il governo Berlusconi. L’amore per gli italiani che dovrebbe guidare l’azione della maggioranza e dell’opposizione si è trasformato in quest’ultima in odio verso l’avversario, da abbattere con qualsiasi mezzo, sobillando l’opinione pubblica (anche tra gli italiani all’estero) e avvalendosi di qualche pezzo di magistratura politicizzata.
Già, la magistratura. Nei trattati di diritto costituzionale essa è definita uno dei tre poteri fondamentali dello Stato e chiunque dovrebbe pensare che non interferisca con gli altri. Ma è proprio così? Sembrerebbe di no, almeno a giudicare dall’accanimento con cui soprattutto la Procura della Repubblica di Milano cerca da diversi anni di stritolare Silvio Berlusconi con la sua macchina infernale. Sembrerebbe di no anche per i mezzi abnormi usati per poterlo incastrare nella sua vita privata (certamente non edificante, per ammissione dello stesso interessato) e soprattutto per aver consentito, cioè voluto, che i media avversi a lui potessero denigrarlo impunemente, in patria e all’estero, additandolo al pubblico ludibrio. E’ stata infatti la Magistratura che ha voluto dare in pasto all’opinione pubblica ogni sorta di intercettazione (racconti veritieri o inventati poco importa!) con l’evidente scopo di screditare un personaggio che nessuna procura è stata ancora in grado di inchiodare ai suoi presunti e mai accertati misfatti. E anche stavolta, poco importa se ci sarà un processo e che esito avrà, meglio favorire subito il linciaggio mediatico tramite una parte della stampa e della televisione che campa sul pettegolezzo, sugli scandali e sulle storie di sesso, vere o presunte non ha alcuna importanza, purché riguardino personaggi importanti politicamente avversari.
Non si può negare che le accuse nei confronti di Berlusconi siano gravi, ma sono solo accuse, non prove certe. Utilizzare le «accuse» divulgate arbitrariamente dalla Procura di Milano, senza necessità, non ha alcun fine di giustizia né rientra affatto nel «diritto di cronaca» invocato unilateralmente da Santoro e tanti altri come e peggio di lui. Questa operazione della Magistratura, ha scritto Piero Sansonetti (abile giornalista della sinistra riformista, uno che di Berlusconi condivide probabilmente solo la passione per il Milan), «punta all’annientamento di una persona attraverso il metodo e non attraverso la sostanza di un’inchiesta che è strettamente politica e ha pochissimo di giudiziario. Nessuno infatti crede che verranno accertati reati clamorosi e, per come è stata impostata, sarà molto difficile ottenere delle condanne».

Se questo è morale!
Ipocritamente si vorrebbe passare l’azione contro Berlusconi come un’opera sacrosanta di moralizzazione della politica, appellandosi all’art. 54 della Costituzione che esige da parte di chi esercita funzioni pubbliche comportamenti improntati alla disciplina e all’onore, confondendo la morale col moralismo e riducendo la morale alla sola sfera sessuale.
Premesso che della moralità del signor Berlusconi ne risponderà la sua coscienza e starà al suo giudice naturale provare la fondatezza e la gravità delle accuse che gli sono mosse, i vari censori della politica e dei media dovrebbero chiedersi quanta moralità «pubblica» (perché di questo si tratta) ci sia in tutto quello che sta succedendo con il «caso Ruby». Se è eticamente corretto il comportamento della Magistratura nei confronti del Presidente del Consiglio, definito dallo stesso Sansonetti un «atto eversivo» perché «qui la giustizia ordinaria non c’entra». Se è morale tentare di negare al popolo italiano una legge migliorativa del sistema universitario, pur sapendo che il sistema attuale in alcuni suoi rami secchi spreca fondi pubblici senza produrre benefici se non per una ristretta clientela. Se è morale tentare di negare al sistema Italia un «federalismo fiscale comunale» solo per far dispetto (!) a Berlusconi, tanto è vero che Bersani e compagni sarebbero disposti ad accettarlo se il capo della Lega Bossi decidesse di tradire l’alleato Berlusconi, naturalmente senza passare per le elezioni. Se è morale odiare l’avversario politico che non si riesce a battere politicamente. Se è morale essere eletti e investiti di un mandato con una maggioranza e passare all’opposizione, senza chiedersi nemmeno se gli elettori sono d’accordo. Se è morale chiedere al Presidente del Consiglio e al suo governo di «fare un passo indietro» (eufemismo per non dire «tradire gli elettori») pur avendo in Parlamento la maggioranza e pur essendo stati dagli elettori in tutte le recenti elezioni confortati con la vittoria elettorale. In nome di quale principio costituzionale o legale dovrebbero dimettersi?
Credo che bastino questi accenni per affermare che se si invoca la morale pubblica bisognerebbe invocarla e seguirla a 360 gradi. Questo invece non avviene ed è la disgrazia dell’Italia costretta a subire ancora una classe politica per la quale il bene dei cittadini è solo un alibi a una lotta di potere senza scrupoli. Per troppi politici la morale è divenuta la classica foglia di fico per nascondere le proprie vergogne. Che tristezza!

Condizioni per una ripresa sostenibile
Ma l’Italia, per fortuna non è equivalente alla classe politica che la rappresenta. E l’Italia può farcela, ma a certe condizioni di cui purtroppo si parla poco e che invece il governo sta tentando, forse con insufficiente convincimento, di realizzare.
Una di queste è l’intraprendenza dell’economia. L’economia deve attingere forza e fiducia in sé stessa, investendo nella ricerca e nelle nuove tecnologie, aprendosi ai nuovi mercati, coalizzandosi tra imprese omogenee. Il governo può solo aiutare la ripresa con strumenti fiscali e incentivi, non può sostituirsi agli imprenditori. In questo campo ha dato un forte segnale positivo anche con l’approvazione delle legge sulla riforma universitaria, certamente non perfetta ma indispensabile. Chi ancora tenta cocciutamente di contestarla, soprattutto da sinistra, non ne ha capito la portata o non conosce le dinamiche dello sviluppo in un mondo globalizzato.
Un’altra condizione è sicuramente la diminuzione del costo della politica e questo può avvenire solo riducendo gli sprechi (con più coraggio di quanto l’attuale maggioranza ha finora dimostrato), ma soprattutto aumentando l’efficienza (che il governo sta tentando egregiamente di fare introducendo tecnologia e meritocrazia).
In questa prospettiva s’inserisce anche il cosiddetto «federalismo fiscale», voluto fortissimamente non solo dalla Lega Nord, ma, nella sostanza, dagli italiani in generale. Esso mira essenzialmente a responsabilizzare tutti, cittadini e strutture dello Stato, a partire dai Comuni in vista di una ottimale gestione delle finanze. E’ fondamentale per l’Italia che venga introdotta al più presto, anche se imperfetta. E poco importa che il termine «federalismo» non sia appropriato (l’ho già scritto più volte anch’io) e che bisognerebbe parlare piuttosto di «autonomia finanziaria». Che l’annotazione terminologica venga dal Presidente della Corte costituzionale De Siervo non mi sorprende. Mi meraviglia invece che per l’insigne personalità «dire federalismo municipale è una bestemmia», perché sembra dimostrare di non accorgersi che i contenuti valgono più delle parole e che ormai, da nord a sud e da destra a sinistra, l’Italia è divenuta un popolo di bestemmiatori, in questo ambito.
Infine, e non dovrebbe nuocere nella serie interminabile delle analisi critiche e persino catastrofiche, un pizzico di ottimismo, che dovrebbe aiutare a superare anche le peggiori crisi.

Giovanni Longu
Berna 9.2.2011

02 febbraio 2011

1861-2011: 3. L’unità d’Italia e l’emigrazione

La storia d’Italia è anche la storia dell’emigrazione italiana. Il fenomeno è sicuramente precedente all’unità nazionale (soprattutto verso i Paesi confinanti), ma non c’è dubbio che esso si accentuò subito dopo e, in una prima fase, fino al primo decennio del Novecento. Se dapprima l’emigrazione era prevalentemente stagionale e interessava soprattutto le popolazioni del nord d’Italia al confine con la Francia, con la Svizzera e con l’Austria, negli ultimi decenni dell’Ottocento e fino allo scoppio della prima guerra mondiale divenne un vero e proprio fenomeno di massa e coinvolse specialmente le popolazioni contadine meridionali.

L’emigrazione penalizzò soprattutto il Mezzogiorno

Dopo l’intervento dell’esercito per risolvere militarmente la questione del brigantaggio meridionale (v. articolo 2. Questione meridionale ed emigrazione, L’ECO del 17.11.2010) e il progressivo abbandono del Mezzogiorno da parte dello Stato centrale (salvo per esigere nuove imposte e imporre la leva obbligatoria), è soprattutto dalle regioni meridionali che si alimenta il flusso migratorio, orientato dapprima verso i Paesi europei e successivamente (dal 1886) prevalentemente verso le Americhe.
Quanto l’emigrazione abbia danneggiato il Mezzogiorno, frenandone lo sviluppo, è assai difficile quantificarlo, ma non c’è dubbio che abbia inciso in misura determinante sulla sua durevole arretratezza economica (e sociale). Quando oggi si parla di federalismo non bisognerebbe dimenticare il debito che l’Italia unita ha contratto fin dai primi decenni unitari nei confronti del Meridione. Se il federalismo deve coniugarsi con la solidarietà occorrerebbe anzitutto rimediare a torti arrecati e ristabilire un minimo di equilibrio. Diversamente il divario continuerà ad aumentare.

Inutili tentativi di frenare l’emigrazione, considerata «una necessità»
Le statistiche ufficiali delle migrazioni italiane verso l’estero sono cominciate solo nel 1876, ma, anche in mancanza di dati esatti, l’emigrazione era sicuramente notevole pure nel decennio precedente. Gli statistici hanno calcolato per il decennio 1861-1870 non meno di 1,2 milioni di espatri. Moltissimi, tanto da indurre il governo Lanza a introdurre nel 1873 una sorta di tassa per poter emigrare e nel 1876 (governo Depretis) severe misure per impedire l’emigrazione clandestina, che utilizzava per sfuggire ai controlli soprattutto i porti francesi. Ciononostante, anche nel decennio 1871-1880 gli espatri superarono il milione, diretti ancora prevalentemente verso i Paesi Europei.
Per frenare il continuo esodo soprattutto dalle campagne, anche nel decennio successivo i governi Depretis e (dal 1888) Crispi tentarono invano di ostacolare l’emigrazione. La prima legge sull’emigrazione approvata nel 1888, non potendo negare il diritto ad espatriare, cercò quantomeno di frenarne l’uso, introducendo fra l’altro un rigido controllo sulle partenze, dando facoltà al Ministero degli Interni di decidere da quali province si poteva emigrare, quante persone e per quali destinazioni. La legge sembrava fermarsi al porti d’imbarco, tanto che una delle principali critiche al provvedimento era che l'emigrante, una volta imbarcato, veniva completamente abbandonato al proprio destino.
Nel dibattito precedente l’approvazione della legge era intervenuto anche monsignor Scalabrini, vescovo di Piacenza, il quale , mentre negava allo Stato il diritto di impedire l’emigrazione, gli richiamava l’obbligo di non abbandonarla. Come molte altre personalità dell’epoca, anch’egli considerava l’emigrazione «un fatto naturale, provvidenziale, una valvola di sicurezza data da Dio a questa travagliata società… una necessità ineluttabile».
Di fatto i flussi emigratori erano in continuo aumento, fino al 1885 verso i Paesi europei e, dal 1886, verso le Americhe. Secondo l’ISTAT, l’istituto statistico italiano, nel decennio 1881-1890 gli espatri furono quasi 1,9 milioni.

L’emigrazione verso la Svizzera
Tra i Paesi europei più favoriti dall’emigrazione italiana la Francia è stata per gran parte del periodo considerato la prima, seguita dall’Austria-Ungheria e dalla Svizzera. Dal 1896 la Svizzera superò la Francia e dal 1904 anche l’Austria-Ungheria.
Gli espatri di italiani per la Svizzera sono andati progressivamente aumentando: 1861-1870: 38.180, 1871-1880: 132.820, 1881-1900: 189.062, 1901-1910: 655.567. Nell’ultimo decennio considerato, l’emigrazione verso la Svizzera costituiva il 27,2% dell’emigrazione italiana verso l’insieme dei Paesi europei.
Per capire il potere di attrazione della Svizzera va ricordato che questo Paese aveva forti legami, soprattutto economici e commerciali, ma anche culturali e linguistici con l’Italia già prima dell’unità. Essi si rafforzarono con la proclamazione del regno d’Italia, tanto è vero che la Svizzera fu tra i primi Stati a riconoscerlo, e tra i due Paesi si stabilirono intensi rapporti anche in materia di libera circolazione dei propri cittadini nell’uno e nell’altro Stato. Basti ricordare che l’accordo di amicizia italo-svizzera firmato a Berna il 22 luglio 1868 garantiva ai cittadini italiani, rispettivamente ai cittadini svizzeri, domiciliati in Svizzera, rispettivamente in Italia, sostanzialmente gli stessi diritti e doveri dei nazionali, eccezion fatta per i diritti politici e gli obblighi militari.
Ne era nata un’intensa collaborazione, che nonostante alcune difficoltà e incomprensioni, restò sempre salda e favorì, oltre ai rapporti tipici di buon vicinato, economici e commerciali, anche la crescita della collettività italiana in Svizzera, destinata a superare quella tradizionalmente più consistente dei germanici e a restare ancor oggi la più numerosa.
Una delle massime espressioni di questa collaborazione fu la partecipazione degli italiani alla realizzazione della rete ferroviaria e stradale svizzera. Per parecchi decenni gli italiani furono protagonisti assoluti soprattutto nell’esecuzione dei principali tunnel ferroviari e stradali, ma anche nell’edilizia abitativa, industriale e commerciale.

Emigrazione preziosa eppure trascurata
Questa collaborazione, occorre dirlo, giovò indubbiamente alla Svizzera che si è potuta dotare in pochi decenni di una rete ferroviaria tra le più fitte ed efficienti del mondo e di un patrimonio edilizio fondamentale per lo sviluppo del Paese. Giovò anche all’Italia che beneficiò di cospicue rimesse dei propri immigrati (nel 1907 superavano abbondantemente 21 milioni di lire di allora). Non si può invece ignorare che il prezzo pagato dai diretti interessati, i migranti, fu altissimo, non solo perché il lavoro svolto costò loro enormi fatiche, spesso sangue e talvolta anche la vita, ma perché dovettero sopportare, a prescindere dalle cause, ogni sorta di discriminazione, emarginazione, umiliazione.
Non si può nemmeno dimenticare in questa rapida rievocazione che il tema dell’emigrazione fu molto trascurato e comunque quasi sempre trattato in un’ottica «interna» ai rapporti sociali e all’economia. L’emigrazione rappresentava un alleggerimento del clima sociale (meno disoccupati a cui provvedere) e un beneficio economico-finanziario per ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti. Raramente si valutava il danno indirettamente provocato all’economia delle regioni «esportatrici» di manodopera giovane e promettente, si ignoravano o si faceva finta di ignorare le reali condizioni in cui vivevano gli emigrati, nonostante le testimonianze dei missionari bonomelliani e scalabriniani, degli esponenti della Società Umanitaria, di socialisti e sindacalisti, ma anche di rappresentanti delle stesse istituzioni quali il Commissariato Generale dell’Emigrazione.
L’opinione allora dominante veniva così riassunta in un articolo sul Secolo del 1911: «Nell'epoca moderna tutte le nazioni importano e tutte le nazioni hanno bisogno d'esportare. E noi siamo esportatori della cosa più preziosa: il lavoro umano. É l'esportazione del lavoro umano che ha sollevato l'Italia dalla penosa situazione economica in cui si trovava cinquant’anni fa».

Molte promesse, ma il disagio continua
Quell’opinione rimase pressoché intatta ancora per decenni. Anche quando i padri costituenti discussero della nuova Costituzione repubblicana, la sottocommissione per i problemi economici affermava che «per quanto riguarda [....] la conseguente necessità più o meno estesa di ricorrere all’emigrazione per raggiungere un miglior equilibrio fra fattori demografici e capacità produttive all’interno del paese, si è potuto sin qui constatare una unanimità assoluta di giudizi: essere il nostro paese nell’impossibilità di dar lavoro a tutti [....] quindi, come per il passato, l’emigrazione viene unanimemente riconosciuta quale dura ma indispensabile necessità per l’economia italiana».
Solo negli anni Cinquanta del secolo scorso si comincia a parlare dei danni provocati, soprattutto nel Mezzogiorno, dall’emigrazione in termini di «perdita di capitale umano e di energie» e a richiamare «la necessità che venga iniziata una seria lotta contro la disoccupazione e per una politica di pieno impiego». Dal dopoguerra i vari governi si sono sempre impegnati (a parole) a «offrire ai nostri concittadini crescenti opportunità di impiego in Patria» (Moro 1966), fin quando il fenomeno emigratorio si è esaurito da sé. Ma del disagio del Mezzogiorno si continua a parlare ancora oggi.

Giovanni Longu
Berna, 2 febbraio 2011

27 gennaio 2011

Berlusconi è forse peggiore dei criminali nazisti?

Il clima da «guerra civile» (l’espressione è di Piero Ostellino) non so se sta minando l’immagine dell’Italia nel mondo, ma sicuramente provoca imbarazzo in molti italiani, chiamati spesso a dare spiegazioni di fatti e comportamenti inspiegabili. In un momento molto delicato della ripresa economica, invece di raccogliere le forze e cercare la coesione si ha l’impressione che troppi soggetti politici e istituzionali operino in senso esattamente contrario. Lo stesso Cardinal Bagnasco non ha esitato a stigmatizzare come «i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni».

La situazione mi pare esplosiva e ogni giorno tende ad aggravarsi, complici una certa stampa e certe trasmissioni televisive assolutamente faziose, che nulla hanno a che fare col diritto-dovere d’informare. Alcuni giornalisti e direttori responsabili danno l’impressione di non essere affatto guidati da un desiderio di verità e di giustizia, ma di ritenersi già in possesso della verità. Non sembrano minimamente sfiorati dal dubbio che in sede dibattimentale le accuse potrebbero rivelarsi senza fondamenti. Anzi, sembrano spacciare le accuse come se fossero le motivazioni di una sentenza già emessa. Eppure è noto a tutti che talvolta non si giunge nemmeno al processo tanto le prove dell’accusa sono inconsistenti o insufficienti e che non tutti i processi si concludono con una sentenza di condanna. Alcuni terminano con l’assoluzione dell’imputato, avendo il giudice ritenuto infondato o insufficiente l’impianto accusatorio.

Non so se Berlusconi, sotto il profilo penale, sia innocente o colpevole. Non ho le certezze o piuttosto l’arroganza di chi lo condanna senza attendere l’esito processuale. Per me vale ancora il principio secondo cui qualunque cittadino è innocente fino alla prova accertata della sua colpevolezza nell’unica sede appropriata, ossia il processo. Persino ai criminali nazisti, all’apertura del processo di Norimberga, venne riconosciuto quel principio di presunzione d’innocenza. Perché dovrebbe essere negato all’indiziato Berlusconi, accusato di ben altri reati? E’ grave che in Italia, mentre scema sempre più questo principio (basta sentire i vari leader politici dell’opposizione) tenda a diffondersi la mentalità secondo cui in certi casi, soprattutto se l’imputato è un avversario politico ricco e potente, è assolutamente legittima la presunzione di colpevolezza.

La situazione di fragilità in cui si trova l’Italia vorrebbe più cautela e una maggiore fiducia nelle istituzioni, lasciando che i conflitti siano risolti nelle sedi opportune e non nelle piazze o nei media. Sarà il giusto processo che deciderà se Berlusconi è colpevole o innocente. Ogni giudizio anticipato mi sembra strumentale e pericoloso per l’Italia.

E’ perciò auspicabile che non cadano nel vuoto gli appelli del Presidente della Repubblica e del Garante della privacy ad abbassare i toni, a evitare i processi sommari e mediatici, a tutelare la sfera privata delle persone coinvolte, a lasciare che a stabilire la verità processuale sia la Magistratura.

Giovanni Longu
Berna 26.1.2011

26 gennaio 2011

Berlusconi e la guerra civile

Mentre dilaga il gossip su Berlusconi e l’Italia sembra paralizzata in seguito alle accuse infamanti che gli vengono mosse dalla Procura di Milano, desidero ritornare sulla questione non perché le sorti personali del Presidente del Consiglio mi stiano particolarmente a cuore, ma perché quel che sta succedendo in Italia mi pare estremamente preoccupante, anche per il calo d’immagine che si sta verificando all’estero.

Alcuni principi e costatazioni
Vorrei anzitutto richiamare alcuni principi giuridici. In uno Stato di diritto nessun cittadino può ritenersi al di sopra delle leggi, quindi nemmeno Silvio Berlusconi. Tuttavia, per qualunque cittadino deve valere la presunzione d’innocenza fino alla prova accertata della sua colpevolezza. La sede per l’accertamento dell’innocenza o della colpevolezza di un cittadino è soltanto il processo.
Le costatazioni sono sotto gli occhi di tutti e rappresentano a mio parere una degenerazione della civiltà giuridica e un rischio per la democrazia. Di fronte alle accuse di reato della Procura di Milano contro Silvio Berlusconi, hanno provveduto i media a imbastire contro di lui una sorta di processo sommario, prima ancora che la Magistratura abbia avviato un vero processo a suo carico. Alcune trasmissioni televisive e alcuni organi di stampa che fanno tendenza hanno di fatto già emesso una sentenza di colpevolezza nei confronti dell’imputato. Così, per molti italiani, tra cui quasi tutti i leader politici dell’opposizione, Berlusconi è colpevole e basta. Ma l’imputato-colpevole non ci sta e, aggiungendo errore ad errore, senza attendere la propria difesa nelle sedi legittime, chiama a raccolta i fedelissimi della piazza in una sorta di difesa ad oltranza contro i presunti eversori dell’ordine democratico che lo hanno eletto alla guida del Paese.
Non so francamente se è stato raggiunto il punto di non ritorno, ma la situazione, anche in un’ottica internazionale, va considerata grave, anche se dissento dalle conclusioni di Piero Ostellino per il quale «l’Italia è in guerra civile, non ancora cruenta (il sangue non scorre sulle strade) ma pur sempre una guerra civile destinata ad avere conseguenze rovinose».

Cos’è maggiormente preoccupante?
Ciò che trovo maggiormente disorientante e preoccupante in Italia è che con un uso spregiudicato e irresponsabile dei media si cerchi di accreditare nell’opinione pubblica l’idea che in questo caso specifico, che vede imputato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, le accuse infamanti della Procura di Milano siano prove più che sufficienti e assolutamente certe da legittimare anche senza un giusto processo la condanna definitiva dell’imputato.
In molte «notizie» di giornali e programmi televisivi sembra di leggere e ascoltare le motivazioni di una sentenza già emessa. Alcuni giornalisti e direttori responsabili danno l’impressione di non essere affatto guidati da un desiderio di verità e di giustizia, ma di ritenersi già in possesso della verità. Non sembrano minimamente sfiorati dal dubbio che in sede dibattimentale quelle accuse potrebbero rivelarsi senza fondamenti. Eppure è noto a tutti che talvolta non si giunge nemmeno al processo tanto le prove dell’accusa sono inconsistenti o insufficienti e che non tutti i processi si concludono con una sentenza di condanna. Alcuni terminano con l’assoluzione dell’imputato, avendo il giudice ritenuto infondato o insufficiente l’impianto accusatorio.
Ritengo un grave errore, in questo come in altri casi che vedevano coinvolti personaggi politici, confondere la verità giudiziaria (ancora tutta da provare in sede processuale) e la verità storico-politica. Si può essere d’accordo o non d’accordo sui comportamenti politici dell’attuale Presidente del Consiglio ed è lecito nutrire dubbi (lasciando a ciascuno la responsabilità dei propri pensieri) sui comportamenti morali di qualsiasi persona, ma non dovrebbe essere lecito ad alcuno emettere sentenze di colpevolezza penale ad di fuori del processo. Dovrebbe invece valere per tutti, compresi i vari Fini, Di Pietro, Casini, Bersani e compagni, visto che si appellano di frequente alla Costituzione, l’obbligo costituzionale di considerare ogni cittadino innocente fino a una sentenza definitiva di colpevolezza. Persino agli imputati al processo di Norimberga (!) venne riconosciuto quel principio di presunzione d’innocenza. Perché dovrebbe essere negato all’indiziato Berlusconi?

Per un giusto processo…
Mi sembra che in Italia si stia perdendo sempre più, a cominciare dai vertici, il senso della civiltà giuridica e si tenda a fare i processi in televisione e sui giornali, con una sproporzione enorme tra accusa e difesa e soprattutto senza un vero giudice imparziale. Non c’è confronto con i principali organi di stampa e televisivi svizzeri (per limitarmi a questi), soprattutto di lingua tedesca, molto attenti a trattare il caso Berlusconi (sicuramente poco amato) usando abbondantemente il condizionale, anche quando riportano «presunti» fatti diffusi in Italia come verità certe.
Non so se Berlusconi, sotto il profilo penale, sia innocente o colpevole. Non ho le certezze o l’arroganza di chi lo condanna senza aver prima valutato attentamente tutte le «prove» indiziarie pubblicate in questi giorni dai media, ma anche tutti gli argomenti addotti dalla difesa, e, soprattutto, senza attendere il verdetto dei giudici, quelli veri. Purtroppo in Italia, mentre scema sempre più quel principio di presunzione d’innocenza, si sta diffondendo a macchia d’olio la mentalità secondo cui in certi casi, soprattutto se l’imputato è un avversario politico ricco e potente, è assolutamente legittima la presunzione di colpevolezza.
Purtroppo cadono nel vuoto anche gli appelli del Presidente della Repubblica e del Garante della privacy ad abbassare i toni, a evitare i processi sommari e mediatici, a tutelare la sfera privata delle persone coinvolte, a lasciare che a stabilire la verità processuale sia la Magistratura. E mentre in tanti (mentendo sapendo di mentire) accusano Berlusconi di volersi sottrarre alla giustizia, nessuno sembra sfiorato dal dubbio che forse la sede processuale di Milano non è la più idonea a celebrare un giusto processo nei suoi confronti.
Eppure i dubbi sono legittimi sulle reali intenzioni della Procura milanese, visto che per «incastrare» Berlusconi, uomo ricchissimo ma anche Presidente del Consiglio, ci sta provando da anni in tutte le maniere e nel caso specifico più recente ha messo in campo, a quanto sembra, non solo tecnologie investigative raffinate, ma anche mezzi ingentissimi, centinaia d’investigatori, diverse migliaia d’intercettazioni telefoniche e molti milioni di euro di costi. Come si fa a non considerare questo impegno, a detta di molti assolutamente sproporzionato, un vero e proprio accanimento contro Berlusconi? Come si fa a non pensare che in mancanza di prove schiaccianti per mandarlo a casa politicamente si cerca la classica buccia di banana per farlo scivolare sperando che si faccia (parecchio) male?

… e per una giusta sentenza
Trovo assolutamente giusto che Berlusconi si sottoponga a un giusto processo perché le accuse mossegli sono infamanti non solo come persona ma soprattutto per la carica che riveste. Ma se si provasse (da parte di un giudice terzo) che il tribunale di Milano è un tantino prevenuto nei suoi confronti, perché non deferire l’imputato Berlusconi a un altro giudice, per esempio quello di Monza o il Tribunale dei ministri? Perché in alcuni ambienti giornalistici si ritiene che in questi tribunali Berlusconi avrebbe maggiori possibilità di essere assolto? Come si osa mettere in dubbio l’onestà, la competenza e l’imparzialità di altri giudici diversi da quelli di Milano?
Al punto in cui si è arrivati occorre assolutamente che il processo contro Berlusconi si celebri in tempi certi e brevi in modo che almeno quella parte di opinione pubblica onesta sappia che nessuno in Italia è al di sopra delle leggi e che la Magistratura è ancora in grado di giudicare secondo giustizia. Solo al termine del processo o dei processi (in caso di appelli) si potrà sapere se l’attuale capo del Governo è colpevole o innocente. Solo allora si potrà dire «giustizia è fatta». E se l’imputato risulterà colpevole sarà giusto che paghi; come qualsiasi altro cittadino, con le aggravanti del caso. Ma se per ipotesi dovesse risultare innocente, ci sarà chi pagherà per i danni (morali e finanziari) procurati all’interessato, per i danni procurati allo Stato a causa delle ingenti risorse finanziarie usate sproporzionatamente e per il danno d’immagine subito dall’Italia nel mondo?

Giovanni Longu
Berna 26.1.2011

19 gennaio 2011

2011 in Italia e in Svizzera

Il verdetto della Corte costituzionale italiana, che ha considerevolmente ridotto la possibilità del Presidente del Consiglio di avvalersi del «legittimo impedimento» per non comparire in giudizio in concomitanza con attività di governo, ha subito riaperto la strada dei processi intentati soprattutto dalla Procura di Milano contro Silvio Berlusconi. La decisione della Suprema Corte è stata valutata positivamente dagli uni e negativamente dagli altri. Non sta certo allo scrivente stabilire chi ha (più) ragione o (più) torto, ma non credo che l’intervento della Corte contribuisca a favorire quel clima politico sereno e costruttivo di cui l’Italia ha bisogno.

Anomalie italiane
Non c’è dubbio che in un Paese civile e democratico tutti sono uguali di fronte alla legge e nessuno, per quanto alta sia la funzione che eserciti, può sottrarsi alla giustizia. Non credo che l’anomalia italiana consista nella messa in dubbio, da parte di qualcuno, di questo principio. Essa è ancora tutta da decifrare tra queste due posizioni opposte: per gli uni il Presidente del Consiglio, plurindagato, cerca con ogni mezzo di sottrarsi ai processi che lo riguardano, per gli altri una parte della Magistratura, schierata politicamente e faziosa, sembra votata più a colpire con ogni mezzo l’imputato (e l’uomo politico) Berlusconi che a giudicarlo secondo giustizia.
A complicare la situazione interviene anche buona parte della stampa, spesso incapace di distinguere tra informazione e opinione, tra accusa e condanna, incapace soprattutto di applicare senso critico nell’uso delle fonti e nell’analisi delle accuse. Per certa stampa è sufficiente che un’affermazione provenga da qualche procura per accreditarla come oggettivamente vera, per cui anche le accuse più inverosimili e infondate diventano vere, per cui se uno è accusato, per fare un esempio, di pedofilia, è senz’altro un pedofilo. Questo arbitrio assoluto dei pubblici ministeri non è forse un’anomalia tutta italiana? Quanti magistrati inquirenti hanno pagato per aver condotto male le inchieste, per aver accusato ingiustamente, ossia senza prove certe, persone innocenti, per aver contribuito a diffondere a mezzo stampa il malcostume del dileggio, della calunnia e della diffamazione? Per non parlare della mistificazione e dello svilimento della libertà di stampa, ridotta a gossip, a pettegolezzo, a maldicenza senza timore e pudore di nessun genere.
La tempestività con cui si è mossa la Procura di Milano all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale potrebbe essere vista come un esempio di efficienza della Procura, ma anche come la dimostrazione di un accanimento giudiziario nei confronti dell’imputato eccellente. Solo un processo «normale» e un giudice «integro e imparziale» potrebbero risolvere l’intricata questione. Per questo è auspicabile che a giudicare l’imputato-Premier Berlusconi (e chiunque altro al suo posto) ci siano giudici della levatura di cui parlava il giudice siciliano Rosario Livatino prima che venisse assassinato nel 1990: «il Giudice deve offrire di sé stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile; l’immagine di un uomo capace di condannare ma anche di capire; solo così egli potrà essere accettato dalla società: questo e solo questo è il Giudice di ogni tempo. Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato».

Possibili implicazioni politiche
La vicenda giudiziaria di Silvio Berlusconi, oggettivamente complicata, rischia di avere implicazioni politiche importanti se non trova una soluzione equa. Purtroppo le parti coinvolte fanno oggettivamente poco per trovare un ragionevole equilibrio o un compromesso accettabile tra le esigenze della magistratura nei confronti dell’uomo-imprenditore Berlusconi e le esigenze del politico Berlusconi di continuare a governare. Se questo equilibrio o questo compromesso non verrà trovato in tempi brevi credo che le conseguenze politiche più probabili siano le elezioni politiche anticipate. Ma bisognerebbe rendersi conto che una crisi politica in questo momento sarebbe pericolosissima per l’Italia, un Paese in Europa e nel mondo sotto osservazione, anche da parte degli speculatori. Purtroppo, in Italia, come ho scritto la settimana scorsa, scarseggia il senso dello Stato e trovare la soluzione auspicata è come volere la quadratura del cerchio. Temo pertanto che il 2011 sarà per l’Italia anno di elezioni.

Elezioni in Svizzera
Se in Italia sono probabili, in Svizzera le elezioni sono certe. A differenza del significato politico che acquisterebbero in Italia (un ennesimo referendum pro o contro Berlusconi), qui le elezioni federali rientrano nella normalità: si tengono infatti ogni quattro anni nella penultima domenica di ottobre. Pure nella norma sono attesi i risultati, nel senso che l’elettorato svizzero è molto tradizionalista e non cambia facilmente partito. Non per questo tuttavia le prossime elezioni del 23 ottobre 2011 mancano di interesse.
L’attenzione degli osservatori è fissata soprattutto sulla tenuta del partito conservatore di Blocher e Brunner, l’Unione democratica di centro (UDC), che molti danno in calo. Non va tuttavia dimenticato che questo partito conservatore è reduce da alcune vittorie «popolari» quali il divieto della costruzione di nuovi minareti e l’espulsione dei criminali stranieri. E’ inoltre fortemente motivato a riconquistare il secondo seggio in Consiglio federale, perso alcuni anni fa quando un’ala del partito si separò.
Oltre all’UDC, tutti i partiti tradizionali sono dati in perdita a vantaggio delle formazioni più recenti. Sarà interessante soprattutto la tenuta al centro del Partito popolare democratico, che insieme al Partito liberale radicale costituiscono il centro equilibratore della politica svizzera, ma anche l’esito del Partito socialista, di cui la base non condivide sempre le decisioni e le alleanze dei vertici. In questo momento non aiuta le prospettive del partito nemmeno la presenza in Consiglio federale di due sue rappresentanti perché una di esse, la Presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey, non gode in questo momento di grande favore popolare.
A sottrarre interesse e passione alla prossima competizione elettorale contribuisce in questo momento il fatto che non ci sono sul tappeto grandi temi capaci di mobilitare l’opinione pubblica. Da un lato questo aspetto è indice di stabilità e di buon governo, dall’altro può indurre a un certo immobilismo, che sarebbe dannoso soprattutto in alcuni settori: tutto il comparto della sicurezza sociale (con i costi della salute che continuano a lievitare) e la politica estera, specialmente i rapporti con l’Unione Europea e la prospettiva di una futura adesione.

Integrazione degli stranieri
Nella politica interna mi sembra utile sottolineare l’attenzione che il governo continua a prestare ai problemi dell’integrazione degli stranieri. Oggi come non mai ci si rende conto che la divisione svizzeri-stranieri non paga e occorre integrare maggiormente quegli stranieri che risiedono stabilmente in Svizzera secondo una strategia che coinvolga tutte le istituzioni interessate a livello federale, cantonale e comunale. Per questo il governo è intenzionato a riformulare il concetto stesso d’integrazione e ancorarlo in un’apposita legge.
La consigliera federale Simonetta Sommaruga ha però annunciato che la politica d’integrazione ha bisogno di un giro di vite nella concessione e nella proroga dei permessi di soggiorno. In pratica s’intende non solo motivare gli stranieri residenti ad integrarsi, ma anche ad esigere da essi la piena accettazione dello stato di diritto e il rispetto delle regole, l’apprendimento di una lingua nazionale. Da alcuni anni ormai lo Stato assume un ruolo attivo nel processo integrativo, che non può essere lasciato alla spontaneità degli individui e delle istituzioni ma ha anche bisogno di un quadro di riferimento normativo e propositivo.

I rapporti italo-svizzeri
Tra gli Stati che seguono le vicende italiane non c’è dubbio che, anche per ragioni di vicinanza, uno dei più attenti sia la Svizzera. Purtroppo in questi ultimi anni l’opinione pubblica svizzera è stata forse più colpita dalla conflittualità e dagli scandali della politica italiana che dagli aspetti più positivi di un’Italia che non solo sopravvive alla crisi internazionale, ma acquisisce successi nella lotta alla criminalità organizzata e all’evasione fiscale, vede crescere l’interscambio con numerosi Paesi compresa la Svizzera e nel complesso gode ancora di buona salute (rispetto a molti altri Paesi in affanno). Solo un tipo come Beppe Grillo può dire agli svizzeri «non fate come l’Italia… siamo fra le cinque mafie più forti del mondo». Di opinione diversa è, ovviamente, il ministro degli esteri italiano Franco Frattini, venuto recentemente a Berna per incontrare l’omologa Calmy-Rey e riavviare il dialogo che si era interrotto nei mesi scorsi, soprattutto per divergenze in materia fiscale e sull’applicazione degli accordi bilaterali Svizzera-Unione Europea.
Per la comunità italiana è sicuramente importante che il dialogo riprenda immediatamente, nello spirito che ha guidato per 150 anni i rapporti italo-svizzeri e che ha visto cresce ed affermarsi la comunità straniera più grande e più integrata della Svizzera.

Giovanni Longu
Berna 19.1.2011

12 gennaio 2011

2011 e il senso dello Stato

Per gli italiani il 2011 è un anno speciale, non solo per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma anche perché è possibile che entro l’anno si torni a votare. I due eventi, l’uno certo e l’altro ancora incerto ma probabile, non hanno apparentemente nulla in comune. In realtà hanno un legame molto stretto e forte: un’idea dell’Italia che evolve. 150 anni fa si trattava di dare a tutti gli italiani divisi in tanti Stati un’unica Patria, oggi si tratta di ravvivare negli italiani quel senso di appartenenza a un’Italia che cambia.
Non è possibile, nel breve spazio di questa rubrica, riscrivere sia pure a puntate la storia d’Italia (anche se continuerà la serie dedicata ai suoi 150 anni), ma è giusto sapere che l’unificazione dei popoli della Penisola non avvenne ovunque pacificamente, ma costò anche molto sangue. Inoltre l’adesione alla nuova Patria, nella forma unitaria voluta dai Savoia, non fu affatto unanime. Vanno perciò compresi coloro che non si sentono particolarmente felici dell’anniversario e magari preferiscono non festeggiare. Del resto, è sotto gli occhi di tutti che molti problemi di allora non sono stati ancora risolti. Basti ricordare quelli del Mezzogiorno, sempre in via di soluzione e mai risolti, il problema dell’equità finanziaria e sociale, gli squilibri nel sistema formativo, amministrativo, sanitario, il degrado ambientale, ecc.

Un anniversario per riflettere
L’anniversario di quest’anno è di quelli che invitano più che a celebrare a riflettere sul passato e soprattutto a volgere lo sguardo al futuro. Il 150° può essere una buona occasione non tanto per ripercorrere 150 anni di storia, complessa e controversa, o per celebrare vittorie (dimenticando le sconfitte), personaggi e simboli del passato, quanto per domandarsi perché oggi in Italia ci sono ancora così tanti conflitti, alcuni dei quali esasperati, così tanti problemi istituzionali, sociali, generazionali, ambientali, tante speranze insoddisfatte.
Nei trattati di diritto costituzionale si parla della distinzione e separazione dei tre poteri fondamentali dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) come di una garanzia del funzionamento democratico di un Paese, a salvaguardia soprattutto degli interessi dei cittadini. In Italia, a seguire le cronache, è invece una continua disputa tra questi tre poteri e non è affatto vero che hanno pari dignità. Lo si nota chiaramente nel linguaggio di molti politici ma anche di qualche magistrato. Sembra di essere in presenza di una lotta fra caste. Altro che concorrere democraticamente al bene comune!
I conflitti interistituzionali hanno preso a tal punto il sopravvento che in certi momenti si ha l’impressione che nessuno dei tre poteri si occupi veramente dei problemi reali degli italiani. Lo Stato, che dovrebbe essere al servizio del popolo, sembra essersene dimenticato, salvo ad appellarsi a lui ogniqualvolta fa comodo: «in nome del popolo italiano» sentenziano i giudici (anche quando sbagliano), al popolo fa appello il governo per legittimare il suo esistere, magari stentato, e persino le opposizioni, anche le più scalmanate, pretendono di «far fuori il tiranno» in nome dello stesso popolo italiano… straccionato come si vede da ogni parte!

L’anno del cambiamento?
Non so se nel 2011 gli italiani torneranno a votare, ma quando prima o poi dovranno farlo, sarebbe auspicabile che il popolo si riprendesse i suoi diritti, facendo piazza pulita della casta, eleggendo persone in grado di rappresentarlo, per dignità e competenza, e non mestieranti di lungo corso della politica che scambiano una missione temporanea con una professione a tempo indeterminato. Stavolta non si dovrebbe esitare a rinnovare l’intera classe dirigente dei partiti, divenuti veri centri di potere conservatore, «rottamando» (per usare un’espressione colorita ma efficace del sindaco di Firenze Matteo Renzi) la vecchia nomenclatura politica italiana. Dovrebbe apparire a tutti molto strano che mentre la società civile si rinnova, il sistema politico italiano resta ingessato, perché forze contrapposte ne impediscono il cambiamento.
Per evitare che i politici si affezionino troppo al potere basterebbe che già l’attuale Parlamento introducesse limiti temporali vincolanti per ogni mandato: due o tre legislature al massimo. In ogni caso, le prossime elezioni potrebbero essere l’occasione di un radicale ringiovanimento della classe politica. E non deve apparire un’utopia pensarlo perché ci sono già molti giovani, uomini e donne, in grado di sostituire i vecchi e di mettere a disposizione della cosa pubblica (res publica) le loro fresche competenze e la volontà di rappresentare gli interessi comuni.

Avanti col federalismo!
Per riprendere il controllo della politica e, indirettamente, delle istituzioni, gli italiani hanno bisogno di una buon forma di federalismo. Le regioni, e in misura analoga gli altri enti territoriali, possono essere considerate veramente responsabili solo se hanno la necessaria autonomia (soprattutto finanziaria) per svolgere le loro funzioni. Lo Stato dovrà vigilare perché le regole fondamentali della gestione della cosa pubblica (salute, assistenza, ecc.) siano osservate da tutte le regioni, ma dovrà anche applicare e far applicare i principi del federalismo che sono la responsabilità e la solidarietà. I cittadini e lo Stato non dovrebbero più tollerare governi regionali spendaccioni e irresponsabili (le cronache dei giorni scorsi hanno ampiamente documentato la situazione in alcune regioni meridionali e insulari). Il principio della solidarietà (così bene espresso in Svizzera: «tutti per uno – uno per tutti») dovrebbe valere non per sanare i guai di una cattiva gestione, ma unicamente per aiutare i governi virtuosi.
Finora di federalismo si è solo discusso (spesso purtroppo molto confusamente), occorre che si passi alle applicazioni, in modo che tutti i governi regionali conoscano le loro possibilità e le loro responsabilità e i cittadini abbiano la possibilità di verificare e confermare gli amministratori virtuosi o mandarli a casa se ritenuti incapaci. Il federalismo è sicuramente una sfida ma non un azzardo. La paura della secessione strisciante delle regioni ricche dalle regioni povere è esagerata ad arte, perché il vero federalismo serve a rafforzare l’unità, non a romperla. Chi si ostina a contrapporre meridionalismo a nordismo non agevola l’unità, ma favorisce la disgregazione. E non è nemmeno vero che il federalismo favorisca l’egoismo: semmai favorisce il senso di responsabilità.

2011 l’anno della crescita?
Lo sperano tutti, ma non tutti si danno da fare perché si realizzi. Molti italiani vorrebbero che la crescita avvenisse a prescindere dalla situazione internazionale, ma anche dalla situazione interna caratterizzata da un enorme debito pubblico che pesa come un macigno sulle finanze dello Stato e da un continuo scaricamento di responsabilità. Molti attribuiscono eccessive responsabilità al Parlamento o al Governo, dimenticando che le leggi del mercato le fanno non i legislatori e i politici ma l’economia, produttori e consumatori. Molti cittadini ritengono inoltre di non aver proprio nulla da offrire e aspettano che lo Stato provveda. Come se nei confronti dello Stato i cittadini fossero tutti creditori e solo pochissimi debitori.
Credo che il disagio italiano di fronte alla mancata crescita come di fronte a molti altri problemi sia solo in parte comprensibile. Mi spiego con un esempio, ricordando le polemiche dei mesi scorsi sulla riforma universitaria. Molte critiche al governo erano giustificate, perché è suo compito ripartire intelligentemente le risorse disponibili e all’università e alla ricerca purtroppo ne vengono attribuite tradizionalmente troppo poche. Ma il disastro del sistema formativo italiano, messo a confronto con quello di altri Paesi comparabili, non può essere imputato solo agli scarsi finanziamenti.
Molti giovani non hanno capito che nel mondo globalizzato caratterizzato da economie concorrenti la spunta sempre più il merito e non la raccomandazione o il semplice titolo di studio. E il merito non è mai dato ma va conquistato col lavoro e con lo studio. Fanno dunque bene gli studenti a chiedere, ma senza dimenticare che la loro riuscita dipenderà soprattutto dalle loro capacità e dai loro sforzi. Il «diritto allo studio» non è una specie di anticipazione del «diritto al posto di lavoro», ma solo la possibilità, che dev’essere garantita a tutti, di potersi preparare per concorrere a un posto di lavoro. La preparazione è soprattutto un compito individuale. Il titolo di studio non è (più) la carta vincente per ottenere un posto di lavoro possibilmente sicuro, di prestigio sociale e ben retribuito.

Uscendo dal mondo della scuola e generalizzando, il 2011 potrebbe essere soprattutto per l’Italia l’anno in cui si dimentica un po’ lo Stato-istituzione e si riflette maggiormente sul senso dell’appartenenza di tutti allo Stato, sapendo che ogni individualità ne riflette in piccolo, il bene e il male. Sta alla responsabilità di ciascuno far sì che il bene cresca e si diffonda.

Giovanni Longu
Berna, 12.1.2010