17 novembre 2010

1861-2011: 2. Questione meridionale ed emigrazione

 
Nel 1861 venne unificata l’Italia, quasi per intero, ma restava da creare una coscienza nazionale di tutti i popoli che la costituivano. In effetti, gli italiani erano tanto diversi soprattutto culturalmente che fino alla prima guerra mondiale risultava difficile persino comunicare in una lingua comune. Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico liberale, aveva sentenziato all’indomani dell’unificazione che l’Italia era sì fatta, ma restava da fare gli italiani.
Va tuttavia ricordato che prima dell’unità d’Italia il divario tra le realtà economiche unificate era meno accentuato di quello esistente a livello sociale e culturale. Basti pensare che il Mezzogiorno non conosceva ancora il sottosviluppo e l’emigrazione (già praticata al nord), anzi godeva di un certo benessere. Prima dell’annessione il Regno delle due Sicilie aveva raggiunto persino un buon livello d’industrializzazione sia in Sicilia che in Campania e in Calabria; aveva adottato una politica economica protezionistica ed esercitava una bassa pressione fiscale. Tutti, in fondo, avevano la possibilità di lavorare la terra come contadini in proprio o come braccianti o di lavorare nell’industria e nell’amministrazione borbonica.

L’emigrazione nasce spesso da un problema politico
Nell’opinione pubblica si ritiene abitualmente che l’emigrazione sia un tentativo di sfuggire alla povertà e al sottosviluppo e non ci sono dubbi che nella maggior parte dei casi sia così. Talvolta però si dimentica che la povertà non è sempre endemica o frutto di fatalità, ma spesso è dovuta a guerre, epidemie, malgoverno, corruzione, ingiustizia, oppressione, tassazione esosa, ecc.
Anche l’emigrazione dal Meridione, durata per oltre un secolo, ha le sue radici in quella che fu definita «la questione meridionale». Con questa espressione si voleva indicare la condizione di arretratezza e di sottosviluppo in cui venne a trovarsi il Mezzogiorno a pochi anni dall’entrata a far parte del nuovo Regno d’Italia. Si dimentica però che quella situazione di povertà e arretratezza, inesistente prima dell’unificazione, fu indotta da una inadeguata politica dei nuovi governanti.
Gli storici sono concordi nel sostenere che sull’involuzione del Mezzogiorno ha inciso profondamente il malgoverno piemontese, la sottrazione delle ricchezze prodotte nelle regioni del sud a beneficio delle regioni del nord mediante un sistema fiscale vessatorio, la mancanza d’investimenti e in generale la scarsa considerazione delle potenzialità del sud. All’origine della povertà, che già alla fine del primo decennio unitario ha indotto molti meridionali a cercare una via di scampo nell’emigrazione c’è dunque sicuramente la politica economica, sociale e fiscale profondamente sbagliata condotta fin dai primi anni dai governi di destra, ma poi anche di sinistra, dell’Italia unita.

Accettazione senza condivisione
Per capire il fenomeno dell’emigrazione meridionale è utile ricordare che l’unità d’Italia non fu un’aggregazione spontanea di popoli e governi che decisero di unirsi, ma fu in molti casi una vera e propria annessione, sia pure suggellata da referendum di accettazione, per altro molto contestati circa la loro legittimità e validità. Ma accettazione non significa condivisione, tanto è vero che tra Meridionali e Piemontesi i rapporti furono fin dall’inizio molto tesi. I primi consideravano i secondi dominatori arroganti e spietati. Inoltre, si sentivano traditi dai conquistatori perché nessuna delle promesse fatte era stata mantenuta, soprattutto quelle della riforma agraria e degli investimenti industriali. Non accettavano soprattutto di essere considerati subalterni e privati di qualsiasi autonomia.
Da parte loro, i Piemontesi (come venivano generalmente chiamati i governativi) cercavano d’imporre anche con la forza la legislazione unitaria, compreso il nuovo sistema fiscale ben più vessatorio di quello borbonico. Nel processo di unificazione si volle infatti unificare anche il forte debito accumulato dal Regno di Sardegna a causa delle guerre contro gli austriaci e degli investimenti effettuati in Piemonte, facendolo gravare su tutti i sudditi e quindi anche sui contribuenti meridionali.
Per rafforzare il senso dello Stato unitario e affermare il radicale cambiamento istituzionale, si volle imporre anche al sud metodi di governo applicati al nord, ignorando totalmente problematiche, tradizioni ed esigenze tipiche del sud. Ne diede un evidente segnale la bocciatura, proprio all’indomani dell’Unità d’Italia, nel marzo del 1861, della proposta del ministro Minghetti che chiedeva un minimo di autonomie regionali. Il governo unitario preferì l’estensione anche al sud della legislazione sabauda e impose un forte accentramento, garantito dall’esercito e dalla polizia, e un’amministrazione «piemontesizzata», incentrata su prefetti e funzionari inviati e controllati direttamente dal Ministero degli interni.
Per evitare che il disagio delle masse nei confronti del nuovo Regno si radicalizzasse, il governo centrale estese anche al sud certe pratiche che oggi si definirebbero «clientelari», sostenendo alcune categorie di persone in grado di aiutarlo a controllare la situazione sociale, soprattutto la nuova borghesia agraria (latifondisti che acquistavano a poco prezzo beni demaniali svenduti dal nuovo regime) e i discendenti dei vecchi feudatari. In cambio del loro sostegno, lo Stato dovette garantire privilegi, la stabilità della proprietà e soprattutto l’intervento militare contro il diffuso brigantaggio, il maggior nemico dei latifondisti.

La lotta al brigantaggio
Fu così che tra il 1861 e il 1865 mezzo esercito di 120.000 uomini venne dislocato nel Mezzogiorno per dare la caccia ai briganti e ai loro sostenitori, soprattutto piccoli contadini delusi e impoveriti. Per alcuni anni intere regioni del sud vennero occupate militarmente e sottoposte alla legge marziale, con enormi disagi per la popolazione civile. La lotta al brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che fece migliaia di morti, più di quante ne procurarono le tre guerre d’indipendenza messe insieme.
Quando nel 1865 il brigantaggio fu debellato (ma proprio in quegli anni nacque la mafia!), il Mezzogiorno risultò ancor più lontano di prima dal resto dell’Italia. Soprattutto al nord cominciò a diffondersi l’idea che il Mezzogiorno fosse una regione socialmente ed economicamente sottosviluppata. Si cominciò a parlare della «questione meridionale», senza saper offrire a queste regioni del sud soluzioni per una rapida ripresa. Iniziava un’involuzione che avrebbe condannato per oltre un secolo il Mezzogiorno al sottosviluppo e all’emigrazione.
Anche questa involuzione fu indotta. Il nuovo Stato unitario, povero di mezzi, dovendo fare delle scelte, preferì investire al nord nella nascente industria e nelle infrastrutture stradali e ferroviarie piuttosto che al sud. Nel Mezzogiorno i Savoia non lasciarono nemmeno una parte del forte attivo di bilancio ereditato dal Regno delle Due Sicilie. I meridionali vennero addirittura caricati di nuove imposte. Il sogno di molti braccianti di veder realizzata una riforma agraria che desse loro terre da coltivare si infranse contro un muro di totale indifferenza. Ad essi venne offerta unicamente la strada dell’emigrazione verso le regioni del nord.

Inizia l’emigrazione
I dati dell’emigrazione fino al 1876, quando si cominciò a registrarli sistematicamente, non sono noti, ma il flusso migratorio, sempre più intenso, era sicuramente iniziato almeno dieci anni prima. I primi emigrati si fermarono nelle regioni settentrionali, ma poi s’indirizzarono verso mete più lontane, le Americhe. Di fronte all’aumento di questo flusso, il governo, prima tollerante, si mostrò chiaramente ostile. Temeva di fornire attraverso gli emigrati un’immagine negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla povertà e all’ignoranza. Impedendo o rendendo difficile l’emigrazione si voleva anche evitare di fornire buoni motivi per le critiche di inadeguatezza e di incapacità del governo a risolvere i problemi di arretratezza del Paese. Il governo preferiva accusare chi sull’emigrazione intendeva a suo avviso lucrare, come gli «ingaggiatori», agenti d’emigrazione che reclutavano operai e contadini per conto di imprese e compagnie di navigazione e vendevano i biglietti di viaggio.
Nel 1873, con una circolare il governo Lanza, allo scopo di frenare l’esodo dalle campagne, soprattutto da parte dei giovani, introdusse una serie di misure restrittive all’emigrazione, tra cui una cauzione di quattrocento lire in contanti o di una garanzia da parte di terzi per poter pagare le spese di rimpatrio di chi non fosse in grado di pagarle direttamente. La misura sembrava efficace, perché solo pochi potevano disporre di una tale somma, e invece finì per incoraggiare l’emigrazione clandestina e l’usura. Molti, piuttosto che imbarcarsi nei porti italiani, preferivano partire senza tante formalità dai porti francesi.
Nel 1876, quando prese il potere la sinistra guidata da Agostino Depretis, l’atteggiamento governativo nei confronti dell’emigrazione attenuò le misure restrittive introdotte da Lanza, ma non mutò nella sostanza. Per combattere l’emigrazione clandestina, una circolare del ministro dell' Interno prescrisse nuove norme per impedire che gli emigranti, anziché imbarcarsi nei porti del Regno approfittassero dei porti esteri, soprattutto quello di Marsiglia, dai quali potevano partire senza bisogno di passaporto e di altre formalità.
Purtroppo, invece di sforzarsi per incidere profondamente sulle cause dell’ignoranza, della povertà e del sottosviluppo, per quasi un secolo tutti i governi di destra e di sinistra si sforzarono solo di regolamentare i flussi migratori con leggi, regolamenti e accordi internazionali, come se l’emigrazione fosse un male invincibile e una fatalità.

Giovanni Longu
Berna, 17.11.2010.

13 novembre 2010

Ticinesi e italiani in difesa dell’italianità della Svizzera

E’ possibile creare tra ticinesi e italiani una forza comune in difesa e per lo sviluppo dell’italianità (lingua, rappresentanza, visibilità… ) in particolare nella Svizzera tedesca e francese? Su quali elementi bisognerebbe puntare maggiormente (scuola, media, sindacati, chiese, politica, associazioni …) per raggiungere un’intesa e attuare un programma comune?
A queste e a simili domande si cercherà di rispondere nel corso di una tavola rotonda aperta a tutti gli italofoni, organizzata alla Casa d’Italia di Berna lunedì sera 15 novembre dalle ore 19.00.
Il tema della serata, «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione», sarà affrontato alla luce della storia (fine Ottocento e buona parte del secolo scorso quando anche i ticinesi erano «migranti» nella Svizzera interna) e dell’attualità (diminuzione costante degli italofoni fuori del Ticino, approvazione della nuova legge sulle lingue, ricerca di una rappresentanza della Svizzera italiana a livello federale, frammentazione delle iniziative all’insegna dell’italianità, ecc.).
Alla tavola rotonda parteciperanno fra gli altri Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica, e Dario Marioli, esponente storico dell’immigrazione italiana in Svizzera. E’ probabile che nella discussione col pubblico vengano chiamate in causa anche le rappresentanze istituzionali dell’Italia e del Cantone Ticino, perché senza il loro sostegno e il loro contributo qualunque tentativo di valorizzazione dell’italianità in Svizzera risulterebbe velleitario.
Dall’esito della serata, nell’ottica degli organizzatori, dipenderà l’avvio di un processo virtuale in favore dell’italiano e il proseguimento delle «serate italofone a Berna» o la presa d’atto dell’irreversibilità della situazione. Una cosa è certa, per dare chance all’italiano e all’italianità nella Svizzera tedesca e francese è indispensabile la solidarietà e la collaborazione fra tutti gli italofoni e simpatizzanti della lingua e della cultura italiana e il sostegno delle istituzioni.

Giovanni Longu
Berna 13.11.2010

11 novembre 2010

Le lingua italiana fuori del Ticino / Alla ricerca dell’italiano… in Svizzera!

Non è vero, come spesso si sente dire, che l’italiano in Svizzera sta morendo. Il baluardo del Ticino è saldo e non dà alcun segno di cedimento. Ma cosa succede fuori del Ticino? Succede che la quota dei parlanti è in caduta libera e gli italofoni che l’italiano lo sanno anche scrivere sono una sempre più esigua minoranza. E’ possibile arginare la frana?
Leggo con interesse e con piacere che in Ticino, dove l’italiano regna sovrano, si organizza ogni sorta di manifestazione artistica e culturale per valorizzare l’italianità o l’italicità come alcuni preferiscono. Ultimamente si è tenuto, a Lugano, anche un convegno internazionale dedicato «alla ricerca dell’italiano e della cultura italiana nel mondo». A qualunque italofono, penso, fa sicuramente piacere sapere che l’italiano è molto studiato nel mondo e che sono in aumento le emittenti in lingua italiana in Europa, nell’area mediterranea e in America. Attraverso la lingua si diffonde anche la lingua italiana e cresce il richiamo e il fascino del patrimonio artistico e culturale italiano.
Come italofono trapiantato nella Svizzera tedesca resto tuttavia perplesso di fronte a certe scelte e chiedo con molta spontaneità agli amici ticinesi: ma prima di cercare l’italiano nel mondo, non sarebbe di gran lunga preferibile andare alla ricerca di quel poco d’italiano che ancora rimane nel resto della Svizzera? Perché la «Svizzera italiana» ha così tante difficoltà a superare la tradizionale barriera delle montagne, salvo quando si tratta di avanzare rivendicazioni economiche e visibilità in nome della pluralità delle lingue e delle culture? Perché l’italiano, anzi l’italianità o l’italicità di Berna, Zurigo o Basilea - per citare solo alcune grandi città in cui trovano ancora spazi per esprimersi - non è di fatto considerata espressione a pieno titolo dell’italianità della Svizzera, ossia una caratteristica nazionale e non provinciale o cantonale?
Lunedì 15 novembre si terrà a Berna alla Casa d’Italia una tavola rotonda in cui i partecipanti (tra i quali il ticinese Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica), in dialogo fra loro e col pubblico, affronteranno il tema dei «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione» e cercheranno di rispondere a questa domanda: «è possibile creare nella Svizzera tedesca e francese una forza comune in difesa e per lo sviluppo dell’italianità (lingua, rappresentanza, visibilità…»? La risposta, per quanto interlocutoria, potrebbe segnare l’avvio di un processo virtuale o la presa d’atto dell’irreversibilità della situazione. Una cosa è certa, per dare chance all’italiano e all’italianità nella Svizzera tedesca e francese è indispensabile la solidarietà e la collaborazione fra tutti gli italofoni e simpatizzanti della lingua e della cultura italiana. L’incontro è aperto al pubblico.

Giovanni Longu: Corriere del Ticino / Giornale del Popolo 11.11.2010

03 novembre 2010

Tra francofonia e italofonia… quanta differenza!

Si sono riuniti recentemente a Montreux, in Svizzera, i principali rappresentanti della francofonia. Non era la prima volta e non sarà l’ultima, perché i francofoni nel mondo (220 milioni di persone) sono in crescita. Una crescita non solo numerica ma anche economica, politica e culturale, che trova nella lingua francese un elemento unificante irrinunciabile.
La Svizzera, Paese plurilingue per eccellenza, ha organizzato l’incontro in cui sono state trattate questioni di ampia portata, dallo stato della francofonia e del suo ruolo sulla «governance» mondiale, alla creazione e allo sviluppo di una rete di eccellenza nel settore dell’ingegneria, dal rispetto dei diritti umani alla lotta contro l’AIDS e la malaria, alla ricostruzione di Haiti, alle proposte di riforma dell’ONU, del Fondo monetario internazionale, ecc. Che non si sia trattato di aspirazioni velleitarie, anche se tra gli enunciati e il loro avverarsi la distanza è talvolta incolmabile, lo dimostra il fatto che all’Organizzazione internazionale della francofonia aderiscono ben 70 Paesi, tra cui la Francia, il Canada, il Belgio, la Svizzera. Insieme costituiscono un terzo dei Paesi dell’ONU e su molte decisioni il loro peso, se fosse compatto, potrebbe essere determinante.

Plurilinguismo da valorizzare
Capisco bene, pertanto, la presa di posizione del vicedirettore del Corriere del Ticino Moreno Bernasconi che in un editoriale del 25 ottobre stigmatizzava «il disinteresse e, in alcuni casi lo scherno e l’ostilità, che parte dell’opinione pubblica svizzera tedesca ha tributato al vertice della francofonia a Montreux alla vigilia della sua apertura». A giusta ragione, invece, l’editorialista ticinese sottolineava l’importanza e l’utilità per la Svizzera di «appartenere a una rete mondiale di contatti», in un mondo in cui «i rapporti di forza stanno cambiando e il continente europeo è condannato a perdere influenza per lasciar spazio a nuovi Paesi emergenti».
Mentre leggevo l’intervento di Bernasconi, che mi è parso fra l’altro anche un appello a Zurigo e a Berna ad essere lungimiranti e a valorizzare maggiormente il plurilinguismo elvetico, non potevo fare a meno di chiedermi che posto occupa oggi nel mondo l’italiano e perché dell’italofonia non è nemmeno immaginabile un vertice come quello di Montreux. Ci sono evidentemente ragioni storiche (l’Italia non ha un passato coloniale come la Francia o il Belgio) e ragioni geopolitiche (non ci sono molti Stati in cui l’italiano è lingua ufficiale o lingua parlata), ma probabilmente c’è soprattutto l’incapacità del Paese leader dell’italofonia ad organizzare un evento simile, perché in fondo non ne crede l’utilità.
Eppure, anche se oggi è inimmaginabile, un vertice dell’italofonia come quello di Montreux non sarebbe inutile. Non potrebbe certo riunire sotto il cappello dell’italianità molti capi di stato e di governo, ma darebbe un forte impulso a quel vasto patrimonio linguistico e culturale diffuso soprattutto nelle zone più sviluppate e più ricche del pianeta. Non va infatti dimenticato che gli italofoni nel mondo sono oltre 100 milioni (secondo alcuni studi addirittura ca 200 milioni). Valorizzare questo immenso patrimonio dovrebbe essere considerato un impegno prioritario dell’Italia non solo per rafforzare il senso di appartenenza ad una grande tradizione linguistica, culturale, umanistica, ma anche in un’ottica di promozione del ricco mercato artistico, turistico e commerciale italiano.

Perché non un vertice dell’italofonia in Svizzera?
Se è utopistico oggi un vertice dell’italofonia mondiale, restringendo l’area geografica alla piccola Svizzera mi chiedo se sia più realistico pensare a un vertice dell’italofonia in questo Paese dove l’italiano è lingua ufficiale e dove gli italofoni superano abbondantemente il mezzo milione e possono raggiungere, comprendendo coloro che capiscono l’italiano pur senza parlarlo, quasi un milione di persone. E’ difficile rispondere a questa domanda perché in termini di fattibilità un tale vertice è più facilmente realizzabile di quello a livello internazionale. Eppure anche in Svizzera un tale vertice non è all’orizzonte.
Le difficoltà, a mio modo di vedere, per organizzare un tale incontro non sono di ordine finanziario, ma soprattutto di ordine culturale e psicologico. Ragioni storiche, culturali, politiche e psicologiche rendono le due principali componenti dell’italofonia svizzera, quella ticinese e quella italiana, ancora distanti sul principio dell’utilità di una convergenza strategica e operativa. Manca soprattutto l’organo propulsivo di un tale movimento di convergenza, nonostante che il Cantone Ticino, istituzionalmente sia deputato a rappresentare, promuovere e valorizzare l’italianità in tutto il Paese. Al di là dei convegni, dei progetti di ricerca finanziariamente ben dotati, non vedo segnali anche solo del desiderio di fare il punto della situazione e individuare linee di difesa dell’italiano, per non parlare di linee di attacco per promuovere in maniera efficace l’italianità.
Qualcosa ha cominciato a muoversi con la candidatura di Ignazio Cassis per il Consiglio federale in rappresentanza dell’italianità, ma è necessario che il movimento non si arresti. Per rompere il ghiaccio, come si usa dire, lunedì 15 novembre 2010 alle ore 19.00, alla Casa d’Italia di Berna, sarà organizzata una tavola rotonda per esaminare i «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino». Alla tavola rotonda parteciperanno fra gli altri Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica e Dario Marioli, esponente storico dell’immigrazione italiana in Svizzera. L’incontro è aperto al pubblico. Un appuntamento da non perdere.
Sulla tematica in discussione uscirà un articolo la prossima settimana.

Giovanni Longu
Berna 3.11.2010

Alptransit e i «ratti» del Ticino

Nella grande festa del 15 ottobre scorso per la caduta dell’ultimo diaframma della galleria più lunga del mondo, quella sotto il San Gottardo di ben 57 chilometri, a giusta ragione ne è stata evidenziata l’importanza per le relazioni nord-sud dell’Europa. Ciò che forse non è stato sottolineato abbastanza è che questa arteria ferroviaria rafforzerà ulteriormente i rapporti di continuità (e non solo contiguità) tra il Ticino e l’Italia del nord fino a Genova.
Ho detto in altra occasione che tutto ciò che concerne il Gottardo, dalla prima galleria ferrovia al tunnel autostradale e alla nuova galleria di base ha molto d’italiano per diverse ragioni. Qui voglio solo ricordare che quando si cominciò a parlare di un attraversamento ferroviario attraverso le Alpi, la linea del Gottardo non era né l’unica né l’opzione preferita. Per diverso tempo la direttrice che sembrava rispondere meglio agli interessi di Zurigo (in contesa con Basilea) e dei Cantoni orientali per raggiungere i porti del Mediterraneo era quella attraverso il Lucomagno. E anche il Ticino finì per convincersene (decisione del Gran Consiglio del 15 settembre 1853), nonostante che il 13 luglio avesse sostenuto la costituzione di un «comitato per promuovere la costruzione di una ferrovia attraverso il S. Gottardo».

Tra il Lucomagno e il San Gottardo decise l’Italia
Sull’opzione del Ticino per il Lucomagno influì l’intervento a favore di questa scelta della Camera di Commercio di Genova del 1° settembre 1853, che inviò subito «due suoi delegati all’uopo in Svizzera». Per la ripresa dell’opzione del Gottardo furono in seguito determinanti, come noto, l’ingegnere ticinese Pasquale Lucchini e l’italiano esule in Ticino Carlo Cattaneo, che dal 1859 si batterono con argomenti tecnici, economici e geopolitici per conquistare a favore della ferrovia del Gottardo giornalisti, banchieri e governanti.
Secondo il Cattaneo il passaggio sotto il Gottardo era la via più vantaggiosa per collegare il Mediterraneo, ossia Genova, con la Svizzera e la Germania, «quella gran via delle nazioni, prestabilita già dalla natura quando tracciò la gran valle del Reno e i due mari d’Italia sopra un medesimo asse continuo, la cui direzione, obliqua al meridiano, riunisce all’occidente e al settentrione il mezzodì e il più remoto oriente».
Com’è noto finì per prevalere la scelta del Gottardo, soprattutto dopo la decisione determinante del Regno d’Italia e della Germania e dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869. A distanza di quasi un secolo e mezzo, si riparla del Gottardo e della capacità tecnologica straordinaria dell’uomo, ma sembra scomparsa la grande visione del Cattaneo, che anticipava quel che è stato chiamato il «corridoio dei due mari», tra Rotterdam e Genova.
Eppure, credo che il significato del tunnel di base del Gottardo stia proprio in questa capacità di avvicinare il nord e il sud attraverso il Ticino. Già, attraverso il Ticino, che mai come finora riacquista la sua vocazione di ponte, di piattaforma di scambio tra due mondi, tra due culture, tra due economie diverse. Con AlpTransit, infatti, il Ticino supera una volta per tutte il micidiale ostacolo delle Alpi nei suoi collegamenti durante tutto l’anno col resto della Svizzera e l’avvicina fortemente alla Lombardia, in cui s’incunea profondamente, e al resto dell’Italia.

Sgradevole campagna «bala i ratt» contro i frontalieri
In questa visione appare oltremodo sgradevole la campagna condotta dall’Unione democratica di centro (UDC) ticinese contro i frontalieri. Proprio oggi in cui il Ticino può guardare più ottimisticamente a sud sembra addirittura allontanarsene, ancora una volta per paura del presunto invasore, il povero frontaliere incapace persino di negoziare un salario più elevato e di farsi le proprie ragioni.
E’ inutile che il capo di quel partito in Ticino tenti di giustificarsi affermando di non avercela affatto contro i frontalieri italiani. Mi fa venire in mente Schwarzenbach quando anch’egli, ad una precisa domanda, mi rispose che non ce l’aveva affatto contro gli italiani., ma contro certi padroni che approfittavano della manodopera italiana. E quando gli chiesi perché non se la prendeva con i padroni mi diede una risposta disarmante: perché solo colpendo i suoi dipendenti il padrone capisce. Non è da meno Pierre Rusconi quando anch’egli accusa gli imprenditori ticinesi che «dovrebbero mettersi la mano sulla coscienza perché non si può avere il swiss made come marchio di esportazione e poi invece del swiss made non gliene frega assolutamente niente e preferiscono guardare solo le proprie tasche». Perché, signor Rusconi, non se la prende direttamente con gli imprenditori e porta maggiore rispetto ai 45 mila frontalieri che, benché sottopagati, contribuiscono a fare andare avanti l’economia ticinese?

Per fortuna che in Ticino l’UDC non è molto rappresentativa e che i ticinesi non hanno perso la memoria di quando anch’essi erano migranti e spesso dovevano guadagnarsi da vivere lavorando nel milanese. In fondo la storia è una ruota che gira… sempre.

Giovanni Longu
Berna 3.11.2010

27 ottobre 2010

E’ fallito il modello di società multiculturale?

Questa domanda è stata riproposta all’opinione pubblica da molti media all’indomani di una presunta dichiarazione della Cancelliera tedesca Angela Merkel che, in occasione di un incontro politico con i sostenitori del suo governo, il 17 ottobre scorso, avrebbe affermato senza mezzi termini che il modello di una Germania multiculturale era «completamente fallito».
In realtà si tratta di una domanda ricorrente ormai da alcuni decenni ogniqualvolta si affrontano problemi scottanti di politica migratoria e alla quale non solo gli individui ma anche gli Stati cercano di rispondere… ognuno a modo proprio. In questo articolo non intendo risollevare la questione del multiculturalismo, che meriterebbe ben più ampio spazio, ma, preso un po’ per i capelli da un fedele lettore di questa rubrica che mi ha chiesto la mia opinione, desidero proporre alcune considerazioni al riguardo.
Anzitutto ritengo che ogni affermazione perentoria del tipo riportato sopra dai media vada collocata nel suo contesto. Sarebbe tuttavia troppo lungo ricordare anche solo per sommi capi l’attuale dibattito tedesco sulla politica migratoria della Germania e sulle difficoltà d’integrazione di molti immigrati. Basti perciò ricordare soltanto alcuni fatti e dati.

Il caso tedesco
Un primo fatto è che i partiti democristiani che sostengono la Merkel sembrano in calo di consensi e l’anno prossimo si svolgeranno in alcuni importanti Länder test elettorali che rischiano di far crollare le simpatie verso questi partiti a vantaggio sia del tradizionale partito antagonista socialdemocratico che di un nascente partito di destra che si caratterizza fra l’altro per certe idee anti-islamiche. Alcuni dati riportati dai media aiutano a completare il quadro: il 50% dei tedeschi sembra non gradire i musulmani (che rappresentano ormai il 5% della popolazione) e il 35% ritiene che la Germania sia «sommersa» da stranieri, per non parlare dei numerosi nostalgici di altri tempi (!). Sembra anche che vada a ruba un libro recente di un ex alto funzionario tedesco secondo cui la Germania va autodistruggendosi a causa della massiccia immigrazione musulmana. E sono in tanti a ritenere che nei confronti degli stranieri bisognerebbe essere più esigenti e più decisi e che, per dirla con la Merkel, «gli immigrati che vivono in Germania dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco».
L’intervento della Merkel va dunque visto anzitutto in questo contesto «politico» e «culturale» tedesco: per non farsi erodere simpatie a destra deve dire «cose di destra», senza tuttavia lasciarsi trascinare in una prospettiva antistorica e insostenibile come sarebbe ad esempio l’anti-islamismo. Inoltre, il fallimento di cui parlava la Merkel andrebbe contestualizzato nel discorso di ampio respiro che teneva a una platea del suo partito conservatore CDU e della sua ala bavarese CSU. Cito solo un passaggio chiarificatore: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità è fallito, fallito completamente».
Alla luce di queste espressioni, sembrerebbe che l’affermazione attribuita dai media alla Merkel non si riferisse tanto al multiculturalismo quanto piuttosto a un modello particolare di società multietnica e multiculturale. Resta comunque difficile, almeno per chi scrive, dare un significato preciso alle parole della Merkel, fortemente condizionate dal momento politico e sociale della Germania. Esse si prestano comunque a qualche considerazione, con particolare riferimento alla situazione svizzera.

Considerazioni generali
Seguendo i resoconti della stampa, la mia prima impressione è stata la sorpresa di leggere nel 2010 considerazioni e affermazioni che mi ricordavano tempi passati ormai da decenni. Come non ricordare ad esempio la celebre frase di Max Frisch della metà degli anni Sessanta: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini» o le ammissioni di molti politici dei decenni successivi che credevano di giustificare il mancato impegno per una politica d’integrazione affermando che l’immigrazione era ufficialmente (fin dagli anni Trenta) temporanea, a rotazione e non stabile.
E’ anche quantomeno sorprendente che in Germania l’«approccio multiculturale» sia stato visto – così sembrerebbe – come una sorta di pura «convivenza fianco a fianco», senza rapporti e senza scambi. Questo approccio, che ha prodotto i ghetti stranieri, in Svizzera è stato superato, almeno politicamente (meno nella realtà), non appena ci è resi conto che gli immigrati diventavano sempre più parte stabile della popolazione. Chi ha avuto occasione di occuparsi di questi problemi a partire dagli Anni Settanta del secolo scorso ricorda benissimo gli sforzi, dapprima prevalentemente intellettuali per elaborare un «concetto» di integrazione sostenibile e poi pratici, per cercare di abbattere gli steccati e i pregiudizi tra popolazione locale e stranieri, per stabilire contatti e favorire scambi, per agevolare l’integrazione degli stranieri attraverso le conoscenze linguistiche, la formazione professionale, la partecipazione sindacale, lo sport, l’associazionismo. In quegli anni si gettarono molti ponti su cui transitarono e continuano a transitare, in entrambi i sensi, soprattutto le nuove generazioni sia di stranieri che di svizzeri.
A prescindere dalle affermazioni della Cancelliera Merkel, però, non c’è dubbio che il problema generale da essa sollevato è reale e comune a molti Paesi, meno forse per la Svizzera. E’ anche vero che il termine «multiculturalismo» non è univoco, per cui è possibile che esso sia in certe accezioni «fallito», mentre in certe altre ancora sostenibile. Ma non c’è dubbio che il rapporto tra immigrazione e integrazione resta un problema aperto per tutte le società in cui la popolazione è «composita» e di origini linguistiche, culturali e religiose molto diverse.
La Merkel accennava nel suo intervento anche al problema delle religioni, a mio avviso non tanto per introdurre giudizi di valore o gerarchie, ma per sostenere un principio di tolleranza reciproca. Quando diceva che «l’Islam fa parte della Germania» intendeva affermare che della religione, di tutte le religioni, si deve portare rispetto, ma anche che «noi ci sentiamo legati ai valori cristiani e chi non lo accetta, non è nel suo posto qui».
Andando oltre le parole della Merkel, credo che nell’ottica di un’integrazione sostenibile il principio della semplice tolleranza sia insufficiente se non è accompagnato da un altro principio altrettanto fondamentale, quello della reciprocità, ossia il rispetto dell’altro (con un occhio di riguardo alle tradizioni e alle convinzioni della maggioranza) e lo scambio. Credo che non giovino allo sviluppo di alcuna società né le guerre di religione né gli scontri culturali. Penserà il tempo ad appianare le divergenze.

L’esempio della Svizzera
Da un punto di vista puramente demografico non c’è dubbio che molti Paesi dell’Europa occidentale, per limitarci a quest’area geografica, hanno popolazioni composite soprattutto dopo le grandi migrazioni del periodo postbellico, sono cioè plurietniche e pluriculturali. Sotto questo aspetto, dunque, non si può sostenere che «il multiculturalismo è fallito».
Inizialmente molti di questi Paesi hanno considerato gli immigrati «ospiti», ossia di passaggio e quindi non integrabili. E’ anche vero che molti stranieri non avevano alcuna intenzione di fermarsi a lungo e di integrarsi. Ma da quando i migranti sono divenuti stabili, nessun Paese ha ritenuto impossibile la convivenza di persone di origini diverse e ognuno si è adoperato per elaborare e realizzare una qualche politica migratoria e d’integrazione. A distanza di anni è possibile che qualche previsione non si sia realizzata e che una certa illusione di veder crescere armoniosamente popolazioni di cultura, lingua, religione, mentalità diverse sia completamente fallita.
Anche la Svizzera, per decenni, ha ritenuto che l’immigrazione fosse un fenomeno temporaneo e non ha fatto nulla per integrare gli stranieri che sempre più numerosi si stabilivano in questo Paese. Dagli inizi degli Anni Settanta del secolo scorso, però, la Svizzera ha cominciato a elaborare e perfezionare nel tempo una politica d’integrazione che ha già dato notevoli risultati, anche se non ha ancora raggiunto tutti i suoi obiettivi. Se non fosse così non si spiegherebbe il fatto che almeno un terzo della sua popolazione è straniera o ha origini straniere e i vari gruppi convivono pacificamente a livelli d’integrazione che tendono costantemente a migliorare.
Chi ricorda i tempi delle iniziative a raffica antistranieri oggi deve costatare, piacevolmente, che dal panorama politico svizzero sono scomparsi i movimenti xenofobi e che l’unico partito che ne ricalca in qualche misura le orme, l’Unione democratica di centro, è oggi un partito di governo, non chiede più di ricondurre la popolazione straniera a percentuali del 10% (come chiedeva Schwarzenbach nel 1970) o poco più elevate (come chiedevano i successivi movimenti e partiti xenofobi) e si accontenta, si fa per dire, di chiedere il divieto di costruire minareti e di espellere gli stranieri criminali.
Si dirà che la Svizzera non fa testo perché il multiculturalismo è nella sua essenza. Ed invece credo proprio che possa far testo perché anche in questo Paese il livello raggiunto, pur non essendo ancora ottimale, è notevole ed è frutto non del caso o di un pacifismo ad oltranza, ma di una volontà politica precisa. E lungi dall’essere un risultato acquisito per sempre, la pluralità linguistica e culturale rappresenta per la Svizzera una sfida costante. Lo ricordava qualche settimana fa il consigliere federale Didier Burkhalter intervenendo alla Festa della Convivenza, nei Grigioni: «Questa pluralità rappresenta una forza, ma anche una sfida (…) e consiste nel sottolineare fra tutte le differenze ciò che ci unisce e trovare l'unità nella diversità (…) La coesistenza pacifica di diverse lingue e culture è già un risultato notevole, ma nel nostro caso non possiamo ritenerci soddisfatti». E parlando proprio della politica d'integrazione, diceva ancora: «Negli ultimi anni è stato fatto molto in questo ambito, ma si deve fare ancora di più e la politica d'integrazione dev'essere sistematica affinché il semplice vivere gli uni accanto agli altri tra svizzeri e stranieri si trasformi sempre più in un vivere insieme gli uni con gli altri (e mai contro gli altri)».
A questo punto credo che sia facile concludere, rispondendo implicitamente alla domanda iniziale, che una società multiculturale è senz’altro possibile, purché tutte le sue componenti si riconoscano, si rispettino e collaborino nell’osservanza delle regole democratiche.

Giovanni Longu
Berna, 27.10.2010

20 ottobre 2010

1. L’Unità d’Italia e la neutralità svizzera

Comincia con questo articolo una serie di brevi presentazioni di momenti della storia d’Italia da un punto di vista inusuale, ossia quello di un immaginario osservatore italiano residente stabilmente in Svizzera, interessato sentimentalmente agli avvenimenti, estraneo ai fatti ma non alle sue conseguenze.
Questo primo articolo verte sugli inizi e intende presentare la scena, che ha come momento culminante la proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861. Nei preparativi di questo evento la Svizzera non è né assente né totalmente disinteressata, se non altro perché le due entità statali hanno in comune una lunga frontiera e importanti relazioni commerciali.


Per capire la portata degli eventi decisivi per l’unità d’Italia è necessario accennare al Congresso di Vienna (1815), che aveva posto fine agli sconvolgimenti intervenuti in Europa con la Rivoluzione francese e con le guerre napoleoniche. Le quattro potenze vincitrici sulla Francia, ossia Austria, Prussia, Russia, Gran Bretagna, decisero dopo la caduta di Napoleone di ridisegnare la carta politica ispirandosi a due principi fondamentali: il principio di equilibrio (nessuna potenza doveva avere la supremazia territoriale in Europa) e il principio di legittimità (il potere tornava a chi lo deteneva prima della Rivoluzione e di Napoleone).
Le decisioni prese a Vienna riguardavano anche il Regno di Sardegna e la Svizzera. L’Italia fu mantenuta divisa in una decina di stati. Solo il Regno di Sardegna ne usciva ingrandito perché riottenne dai francesi il Piemonte e la Savoia (persi con le guerre napoleoniche) e gli venne assegnata come nuovo acquisto la Repubblica di Genova. Per quanto riguardava la Svizzera, riportata ai suoi confini originali (corrispondenti in larga misura a quelli attuali, dopo l’ingresso nella Confederazione dei Cantoni di Neuchâtel, Vallese, Basilea e Ginevra), il Congresso di Vienna ne sancì in forma solenne la neutralità perpetua con la garanzia dell’inviolabilità del suo territorio.

La neutralità svizzera e la Savoia
In funzione chiaramente antifrancese e a garanzia dell’integrità territoriale del Regno di Sardegna, le grandi potenze decisero anche che alcune province «sarde» dell’Alta Savoia (Chablais, Faucilly e Genevois) fossero poste sotto la protezione della neutralità svizzera. Nessuna potenza poteva stazionare truppe in quelle province. Solo la Confederazione Elvetica avrebbe potuto occuparle militarmente per prevenire un’invasione (presumibilmente da parte della Francia).
Molte realtà geopolitiche erano tuttavia in fermento da tempo (aneliti di libertà, avvento della borghesia e del capitalismo industriale, aspirazioni a nuove forme di governo, rivendicazioni territoriali ritenute irrinunciabili, ecc.) e non potevano restare bloccate all’infinito. L’Italia era sicuramente una di queste realtà in fermento. Il movimento risorgimentale mirava a riunire quanto prima sotto un’unica bandiera e un’unica realtà politica tutta l’Italia. Gli ostacoli principali erano rappresentati dal Lombardo-Veneto (sotto il dominio austriaco) e dallo Stato pontificio.
Per garantirsi la vittoria in caso di guerra con l’Austria, Vittorio Emanuele II si era alleato segretamente con i francesi (accordo segreto di Plombiers del 21.7.1858 tra Cavour e Napoleone III), che in caso di successo avrebbero ricevuto Nizza e la Savoia. Nella seconda guerra d’indipendenza (1859) l’Austria fu sconfitta e la Lombardia venne ceduta dapprima alla Francia e successivamente, secondo gli accordi, al Regno di Sardegna, secondo gli accordi.
Quando si sparse la voce che la Savoia sarebbe stata annessa alla Francia, i diretti interessati cominciarono ad agitarsi, perché almeno una parte dell’Alta Savoia sembrava preferire un’altra soluzione, per esempio l’adesione alla Svizzera. A preoccuparsi era anche la Svizzera per il timore che i territori dell’Alta Savoia fossero sottratti prima o poi alla propria neutralità.
Nel febbraio del 1860 il presidente della Confederazione sosteneva che «lo stato attuale della sovranità in Savoia ci converrebbe di più, ma se un cambiamento è in vista, è necessario che noi ci assicuriamo una buona frontiera militare» e riteneva che «se la Savoia è separata dal Piemonte, l’interesse europeo esige che ci venga assegnata la parte che ci occorre per poter difendere questa neutralità». La Svizzera dubitava però che le potenze vedessero di buon occhio l’annessione della Savoia alla Francia per paura che «dopo la Savoia sia la volta del Belgio, poi della frontiera renana e una guerra generale».
Nel dubbio, osservava, il capo del Dipartimento militare, bisognava essere preparati anche a un’azione militare, prima che la Francia stazionasse le sue truppe nella Savoia. E in effetti la Svizzera pensò di fortificare Ginevra e di avviare altri preparativi militari per impedire che la Francia volesse eventualmente assicurarsi il passaggio del Sempione e occupare Ginevra e il Vallese.
Per tranquillizzare i savoiardi la Francia organizzò un plebiscito (22.4.1860), ma venne esclusa la possibilità dell’adesione alla Svizzera. Il plebiscito non lasciò apparentemente dubbi: il 99,8% dei votanti approvarono l’annessione. La Francia assicurò anche la Svizzera che avrebbe rispettato la sua neutralità.

Rapporti tra la Svizzera e l’Italia
I rapporti con l’Italia erano stati sempre corretti e ispirati a reciproco rispetto e collaborazione. A Cavour tuttavia sembrò che durante la guerra del 1859 la Svizzera «avesse mostrato molta più simpatia per gli austriaci che per gli italiani». Impressione sbagliata, rispose subito il presidente della Confederazione attraverso il suo inviato straordinario a Torino: «se la Svizzera avesse avuto delle simpatie, queste sarebbero state certamente in favore della libertà e dell’Italia, ma ha dovuto farsi guidare dall’osservanza della più stretta neutralità».
E in nome della neutralità la Svizzera respinse anche la semplice entrata in materia su alcune proposte allettanti provenienti dall’Italia. In cambio del sostegno svizzero alla conquista del Veneto, l’Italia avrebbe potuto cedere alla Confederazione una parte del Tirolo e persino una parte della Valtellina. La questione dell’alleanza con l’Italia non è attuale – scrisse il capo del Dipartimento militare nel 1860 – ma potrebbe diventarlo.
Secondo l’inviato speciale della Svizzera a Torino (settembre 1860) l’annessione del Veneto, data ormai per certa in un futuro non molto lontano, avrebbe provocato uno squilibrio alle frontiere svizzere. L’Austria avrebbe infatti perso quella sua importante funzione di contrappeso alla posizione formidabile della Francia. Il diplomatico svizzero si augurava perciò di trovare «in un’Italia forte e libera un sostegno serio» alla neutralità svizzera. Un sostegno che Cavour aveva più volte garantito, perché, ebbe a dire nel dicembre del 1860, «la vostra indipendenza è la nostra».
Nell’euforia generale del momento, in un’Italia che con referendum e annessioni si unificava sempre di più, non mancarono voci che auspicavano anche un’annessione volontaria del Ticino. Voci provenienti da «patrioti troppo zelanti» o «teste calde», aveva assicurato lo stesso Cavour in una conversazione col rappresentante svizzero a Torino. E aveva aggiunto: «Ho consultato diversi ticinesi stabilitisi a Torino e in maggioranza divenuti piemontesi di cuore. Tutti mi hanno ripetuto che in Ticino c’erano grandi simpatie per la causa italiana, si potrebbe reclutare, se si volesse, un gran numero di volontari, ma nessuno desiderava cambiare la nazionalità». In altra occasione aveva qualificato quelle voci come «chimeriche».

Interessi reciproci
L’attenzione della Svizzera alle sorti italiane non era dovuta solo a visioni geopolitiche, ma aveva anche motivazioni molto concrete, soprattutto commerciali. La Svizzera, ad esempio, aveva un grande interesse a ripristinare l’asse commerciale privilegiato col porto di Genova, divenuto quasi impraticabile negli ultimi decenni a causa delle complicazioni burocratiche del governo sardo-piemontese. C’era poi la questione dell’attraversamento ferroviario attraverso le Alpi, divenuto di grande attualità fin dal 1860. Le preferenze svizzere andavano a quello del San Gottardo, mentre in Italia si preferiva l’attraversamento del Lucomagno. La Svizzera era consapevole che senza l’Italia nessun progetto si sarebbe potuto realizzare. Era quindi indispensabile che tra la Svizzera e il nuovo potente vicino si instaurassero da subito i migliori rapporti. Ovviamente anche per il nuovo Stato era del massimo interesse avere buoni rapporti con la Svizzera, non solo per questioni di vicinanza geografica, ma anche perché la sua neutralità rappresentava per l’Italia una garanzia.
Era dunque normale che la Svizzera fosse invitata subito a riconosce Vittorio Emanuele II Re d’Italia (proclamato il 17 marzo 1861) e che sia stata effettivamente tra i primi Stati a riconoscerlo. Qualche giorno prima l’incaricato d’affari della Svizzera a Torino aveva informato così il presidente della Confederazione: «credo di sapere che il riconoscimento sarà richiesto all’Inghilterra, alla Svizzera e agli Stati Uniti d’America, trattandosi delle tre nazioni meglio disposte per la causa italiana». Era la verità.
Qualche mese più tardi, in una lettera del 22 maggio 1861 da Torino, l’incaricato d’affari della Svizzera comunicava al presidente della Confederazione che «il signor Cavour desidera ardentemente la nostra amicizia e che considera la nostra integrità territoriale come il palladio [nell’antichità classica si riteneva che la statua di Pallade Atena rendesse inespugnabile la città che la custodiva] dell’indipendenza italiana».
Cavour, morto il 6 giugno 1861, non poté vedere la consacrazione di quell’amicizia ardentemente voluta, ma ne è stato sicuramente uno dei principali ispiratori. Era nel suo animo, piemontese da parte del padre e svizzero da parte della madre (ginevrina), che i due popoli e i due Stati dovessero non solo convivere ma collaborare intensamente. Il «Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia», firmato a Berna il 22 luglio 1868 e tuttora in vigore, è stato per decenni il principale punto di riferimento giuridico per l’immigrazione italiana in Svizzera e per le relazioni italo-svizzere.

Giovanni Longu
Berna 20.10.2010

13 ottobre 2010

Alptransit per unire maggiormente l’Europa

E’ ormai questione di ore: l’ultimo diaframma che ancora separa il versante nord dal versante sud della galleria di base del San Gottardo sta per essere abbattuto dalla tecnologia e dalla spinta unificatrice dell’Europa. Con questo abbattimento la Svizzera aggiunge al suo già lungo palmares un altro record, quello della galleria ferroviaria più lunga del mondo, ben 57 chilometri. Ma il significato di questo evento, programmato da tempo per il 15 ottobre, va ben oltre la conquista di un record che pure fa onore alla Svizzera. Infatti, realizzando con mezzi propri la galleria di base del San Gottardo, la Svizzera contribuisce ad avvicinare in maniera significativa il nord e il sud dell'Europa.
Può sembrare un paradosso che la Svizzera, che non fa parte dell’Unione Europea, contribuisca con un costo ritenuto da taluni esorbitante, a rendere l’Europa più vicina e più unità. Ma non è un paradosso, perché la Svizzera è e si sente una parte imprescindibile dell’Europa. Lo diceva già con una certa fierezza nel 1991, l’anno del 700° della Confederazione, il Presidente del Consiglio nazionale Ulrich Bremi, quando proprio in relazione al progetto ancora indefinito della galleria di base del San Gottardo affermò: «Su questo versante la Svizzera dimostra di essere una parte dell’Europa. La nostra è una strategia d’attacco: abbiamo qualcosa da offrire e ne siamo consapevoli. Realizzeremo il nuovo tunnel con mezzi nostri».
La Svizzera ha mantenuto i suoi impegni, con grande coraggio e grande determinazione, e l’Europa gliene dev’essere grata. Ci vorranno ancora diversi anni prima che la galleria sia terminata e i treni possano circolarvi a grande velocità, ma al ritmo attuale dei lavori non ci sono dubbi sulla riuscita finale e forse sulla riduzione dei tempi della messa in funzione della galleria più lunga del mondo.

Quanta «italianità» nello spirito gottardista!
Ad onor del vero, senza nulla togliere ai meriti della Svizzera, anche questa opera grandiosa di attraversamento delle Alpi s’iscrive in un grande progetto i cui ideatori furono più d’uno e i realizzatori molti. Tra i primi gli italiani furono protagonisti, sostenuti fortemente dai ticinesi.
Tra i fautori dell’attraversamento ferroviario del San Gottardo, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, non si può dimenticare il milanese Carlo Cattaneo (1801-1869), allora esiliato in Ticino. Convinse dell’opzione Gottardo, fra le diverse che erano allora in discussione, il suo grande amico e primo consigliere federale ticinese Stefano Franscini (1848-1857), il quale a sua volta passò il testimone al suo successore a Berna, il locarnese Giovanni Battista Pioda (1857). Questi, dopo aver dimissionato dal Consiglio federale (1864), venne inviato come Ministro di Svizzera a Torino e uno dei suoi obiettivi fu proprio quello di convincere il governo italiano sulla giusta causa del Gottardo. E vi riuscì, grazie anche alla preparazione che aveva fatto il Cattaneo, al quale era riuscito di far cambiare idea allo stesso Conte di Cavour, prima favorevole a una ferrovia attraverso il Lucomagno.
E’ forse anche utile ricordare che lo spirito del tempo non era quello che oggi respiriamo mentre ci accingiamo a festeggiare un altro passo in avanti sulla strada dell’abbattimento degli ostacoli alle comunicazioni transfrontaliere. Allora si respirava aria di guerra e di grande diffidenza tra le nazioni europee. La scelta del Gottardo è dovuta anche a quel clima. Il Regno di Sardegna era interessato a un collegamento del porto di Genova con l’Europa centrale, ma voleva evitare assolutamente di passare nel Lombardo-Veneto ancora sotto il dominio austro-ungarico. D’altra parte, anche la Germania era interessata ad un collegamento con l’Italia, ma senza passare per il territorio francese.
A far preferire la ferrovia del Gottardo furono tuttavia soprattutto le considerazione di natura economica. Basti pensare che in Italia si riteneva che con la galleria sotto il San Gottardo «sono accorciate di 36 ore le relazioni tra il settentrione e il mezzogiorno dell’Europa e l’Italia è messa in più facile comunicazione con la Svizzera e la Germania».
Tutto divenne più facile dopo il completamento dell’unità d’Italia. Così il 17 gennaio 1871 venne firmata la Convenzione sul Gottardo tra la Svizzera, l’Italia e la Germania. Quando in Italia l'influente ministro delle finanze Quintino Sella pose la questione di fiducia sul progetto di ferrovia sotto il San Gottardo l’esito fu netto: 161 voti a favore e solo 51 contrari. Il 28 ottobre 1871 venne stipulata a Berlino la Convenzione per la costruzione della ferrovia del Gottardo, le cui ratifiche vennero scambiate a Berna il 31 ottobre 1871. E la ferrovia del Gottardo, con la galleria più lunga del mondo, allora, fu realizzata.
Non furono solo di circostanza i discorsi inneggianti alla fratellanza e alla forza del genio umano che si pronunciarono nei giorni dell’inaugurazione ufficiale. Il 21 maggio 1882, Milano accolse il treno ufficiale proveniente dal Gottardo con queste parole di benvenuto: «Milano, in nome d’Italia, saluta gli ospiti fratelli d’Elvezia e d’Allemagna convenuti per la solenne inaugurazione della Ferrovia del Gottardo». E ancora: «tolte per forza di umano ingegno le naturali barriere che dividevano l’Italia dalla Svizzera, Milano esultante applaude al nuovo trionfo della scienza e dell’industria». Anche la Camera dei deputati italiana non fu da meno nell’esprimere la propria soddisfazione per «l’opera di civiltà» compiuta, non senza tuttavia ricordare, in un ordine del giorno approvato all’unanimità nella seduta del 22 maggio 1882, «la parte efficace in essa avuta dal Parlamento, dal Governo e dalla Nazione italiana» e manifestare «la sua riconoscenza a tutti coloro che promossero ed eseguirono quell’opera».
Si direbbe che il Gottardo è divenuto da allora non solo un simbolo molto amato della Svizzera ma anche un simbolo dell’italianità volta a unificare e ad aprirsi al mondo. Un simbolo, anche, della solidità dei rapporti italo-svizzeri in tutti i campi.

Un’amicizia che continua
Da allora sono trascorsi poco più di 126 anni e ancora si continua a parlare del San Gottardo perché sta per giungere a compimento un’altra realizzazione gigantesca, ancora frutto dell’ingegno e del lavoro umano. Il 15 di ottobre sarà una grande festa per tutti gli operatori di Alptransit, ma dovrebbe esserlo per tutti gli europei e, ancora una volta, soprattutto per gli svizzeri e gli italiani. Nonostante le polemiche, anche di queste settimane tra alcuni gruppi di popolazione al di qua e al di là della frontiera comune, la galleria di base del San Gottardo rappresenterà un ulteriore passo in avanti in quel processo di amicizia e di fratellanza che fu simboleggiato nella famosa statua delle due sorelle, Svizzera e Italia, collocata alla stazione di Chiasso per ricordare la prima grande impresa ferroviaria comune.
La linea veloce sotto il San Gottardo non faciliterà soltanto gli scambi commerciali e la mobilità delle persone, ma renderà più fluidi anche tutti gli altri rapporti sociali e culturali tra l’Italia e la Svizzera e il resto d’Europa.
Sotto il profilo storico, la nuova ferrovia del San Gottardo rappresenterà anche un forte avanzamento di quel processo culturale ormai in atto da decenni in Europa e che mira a superare sempre più facilmente i confini nazionali, quelli che lo storico svizzero Denis De Rougemont chiamava le «cicatrici della storia». Sotto questo aspetto vanno sicuramente relativizzate le recenti polemiche sui frontalieri perché la prospettiva storica le ha già condannate e superate.

Guardare al futuro
Del resto, la galleria del San Gottardo più che un simbolo del presente è un’anticipazione del futuro. Basta fare anche solo una rapida visita in un cantiere di Alptransit per rendersi conto della tecnologia avveniristica utilizzata, dagli impianti per sbriciolare la roccia alla messa in sicurezza del tunnel appena scavato, dalle condizioni generali di lavoro per quanto possibile a misura d’uomo ai sofisticati sistemi di sicurezza, alle precauzioni ambientali.
La presenza impressionante della tecnologia sembra mettere in secondo piano l’uomo, abituati come siamo a vedere secondo l’iconografia tradizionale sempre l’uomo in primo piano negli scavi di gallerie, magari con picco e pala o alla guida di perforatrici che oggi è giusto chiamare «primitive». Un omino costantemente messo in pericolo dalla durezza della roccia, dal caldo, dall’aria insalubre, dall’illuminazione scarsa, dal rumore assordante degli scoppi della dinamite, dalla fatica disumana. Oggi per fortuna non è più così: l’uomo è soprattutto un tecnico, governa le macchine, le fa scorrere sui binari, le dirige, le punta, le fa penetrare nella roccia, osserva l’avanzamento su monitor a cui nulla sfugge, fa in modo che tutto proceda come minuziosamente previsto e programmato.
Anche l’uomo tecnologico, tuttavia, è conscio che i pericoli non sono mai ridotti a zero e purtroppo anche Alptransit deve contare le sue vittime, molto poche rispetto a tutti i grandi lavori ferroviari precedenti, ma sempre troppe, anche italiane, sebbene che in questo cantiere del secolo gli italiani non siano né gli unici (come lo furono nello scavo della prima galleria) né i più numerosi. Oggi nel ventre della montagna oltre agli italiani s’incontrano facilmente tedeschi, austriaci, polacchi, svedesi e persino svizzeri. Anche questa mescolanza è un segno dei tempi. Un’anticipazione del prossimo futuro?
Quel che Willi Hermann, l’autore del film «San Gottardo» (1977), disse della prima galleria ferroviaria e del traforo autostradale è sicuramente ancor più vero oggi e soprattutto domani: «sono buchi che hanno modificato la storia, del Ticino, dell’Europa».

Giovanni Longu
Berna 13.10.2010

06 ottobre 2010

Ricordando il 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia, inizierà prossimamente la pubblicazione di una serie di articoli dedicati ai vari decenni. Il punto di vista del racconto sarà diverso dal solito. L’autore ripercorrerà infatti alcune vicende italiane come si trattasse di un osservatore interessato agli avvenimenti ma esterno alla scena. Il luogo d’osservazione sarà la Svizzera e idealmente l’osservatore rappresenterà la collettività italiana che lungo l’arco di questi 150 anni si è venuta costituendo e rafforzando in questo Paese confinante con l’Italia. Saranno pertanto privilegiati eventi e personaggi della storia italiana che hanno influito su questa sorta di storia parallela della collettività italiana in Svizzera. Anche le fonti di riferimento terranno conto di questa prospettiva.

In nome del popolo italiano?

L’Italia sta sprofondando in una palude, si dice da più parti. Per evitare il peggio, dicono le opposizioni, bisognerebbe cambiare governo e cambiare maggioranza, in nome del popolo italiano e per il suo bene. Ma né il governo né la maggioranza attuali sono dello stesso parere e anch’essi, in nome dello stesso popolo italiano, rivendicano il diritto e il dovere di governare. Per averne la conferma recentemente hanno chiesto e ottenuto la fiducia del Parlamento. Dunque è nuovamente tutto a posto? A seguire i sondaggi e gli opinionisti i dubbi prevalgono nettamente sulle certezze. Molto dipenderà dalle prossime mosse del governo e della sua maggioranza, dando per scontato che le opposizioni continueranno a stare in agguato, pronte a sferrare al momento opportuno l’attacco finale.

Quanta ipocrisia!
Seguendo gli avvenimenti della politica italiana, sia pur di lontano, in questi ultimi mesi ho provato molta pena. Ciò che maggiormente mi ha colpito è l’ipocrisia. Ad esempio quando s’invoca un governo di unità nazionale per risolvere i problemi dell’Italia, mentre in realtà si pensa unicamente a modificare la legge elettorale e andare nuovamente alle urne. Se davvero si volessero affrontare e magari risolvere i problemi del Paese basterebbe che anche le opposizioni sostenessero l’azione del governo, almeno in quelle parti che potrebbero apportare un qualche beneficio. E poco importa se a beneficiarne sarebbero pochi o molti, purché nessuno ne soffra.
E’ emblematico al riguardo l’atteggiamento delle opposizioni e anche di parte della maggioranza sulle riforme della giustizia. Tutti ammettono ch’essa ha bisogno di essere riordinata, rimessa al suo posto previsto dalla Costituzione, adeguata alle dinamiche della società, eppure da troppi anni non si fa che bloccare qualunque tentativo di riforma con la pregiudiziale che a trarne vantaggio sarebbe «anche» Berlusconi. Così, piuttosto che concedere alcunché a una persona si preferisce danneggiarne moltissime altre.
Un altro clamoroso esempio è quello della riforma della scuola. La riforma Gelmini non sarà un capolavoro, ma va nella buona direzione. Punta decisamente sulla responsabilizzazione di tutti gli operatori del sistema e sulla meritocrazia. E’ sotto gli occhi di tutti che la scuola italiana non produce risultati comparabili a livello internazionale. Va assolutamente rinnovata introducendo maggiore efficienza, maggiore responsabilità e meritocrazia. Qualsiasi tentativo che vada in questa direzione andrebbe sostenuto. Si assiste invece ad un fuoco incrociato delle opposizioni che pur di non dare soddisfazione al governo sembrano preferire l’ulteriore franamento del sistema formativo italiano.
Trovo questi atteggiamenti irresponsabili. Non sta scritto da nessuna parte che il compito delle opposizioni sia quella di demolire e ostacolare. Perché dunque non fare uno sforzo comune per trovare una soluzione dignitosa ai precari (ma non gravando ulteriormente sullo striminzito bilancio della scuola), dare nuove opportunità ai ricercatori e concorrere uniti ad eliminare gli sprechi e a far convergere le risorse disponibili dove sarebbero meglio utilizzate?

Troppa demagogia
Purtroppo c’è troppa demagogia tra i politici italiani, sia in quelli che governano che in quelli che non lasciano governare. Gli uni perché per quel poco di buono che riescono a produrre non hanno ragione di menar vanto, soprattutto in relazione a quel che avrebbero potuto fare e non hanno fatto. Le cause? Inutile ricercarle solo nelle crisi internazionali e nella cattiva congiuntura, perché almeno una parte consistente va cercata all’interno del principale partito di maggioranza, logorato da faide interne, invidie, personalismi esasperati, frustrazioni, ripicche, ambizioni sfrenate. Non credo che si sia trattato (uso il passato, ma non so quanto la tregua duri) di dialettica interna in nome della legalità e della moralità, ma saranno come al solito gli elettori che giudicheranno alla prossima occasione.
Ad approfittare della debolezza del governo sono state soprattutto le opposizioni, ergendosi a censori e difensori del popolo italiano. Si credono migliori, anche se nei fatti hanno sempre dimostrato di non esserlo. Oltretutto hanno la memoria corta perché quattro volte di seguito l’elettorato le ha sonoramente bocciate e in democrazia l’unico giudizio che conta è il voto degli elettori. Adesso la loro unica ambizione sembra essere quella di sovvertire il risultato uscito dalle urne senza passare per la strada maestra del voto, facendo leva soprattutto sui fuorusciti dal Popolo della Libertà, i seguaci di Fini, ma non è detto che questi si prestino al gioco.
La recente fiducia del Parlamento al governo Berlusconi non ha risolto i problemi della governabilità del Paese perché si è trattato di una fiducia anomala. Molti l’hanno sicuramente votata con convinzione, altri solo per convenienza e un certo numero con l’intenzione dichiarata di voler condizionare il governo nell’applicazione del programma. E già si parla di ultimatum con scadenza addirittura a settimane! Difficile a questo punto prevedere la durata del governo e soprattutto se sarà in grado di avviare le riforme promesse. Paradossalmente, infatti, nonostante i numeri alti della fiducia, il governo è ora obiettivamente più debole, con una spada di Damocle continuamente sulla testa.

Poco rispetto della democrazia
Nonostante la situazione così precaria e deficiente della politica e il danno gravissimo che ne deriva all’Italia, tutti i big dei partiti sembrano soddisfatti del loro ruolo, che tutti credono di interpretare al meglio in nome del popolo italiano.
Sono ormai in molti a ritenere che la lotta politica in questi ultimi anni si è incattivita. Basta osservare il linguaggio di certi politici, che non si rendono nemmeno più conto di quanto le loro parole e le loro azioni siano lontanissime da quei valori a cui dicono d’ispirarsi. Basta osservare come viene trattato il dissenso in seno ai partiti, tanto di destra che di sinistra o di centro. Anche in occasione del recente voto di fiducia sono stati messi alla gogna mediatica tutti quei parlamentari che in qualche modo hanno dissentito dalla linea del capo. Si è parlato di scomunica, di tradimento, di compravendita di parlamentari, di corruzione, di stupro della democrazia, come se un parlamentare una volta eletto in un partito non avesse più diritto ad avere una sua opinione personale e un’autonomia di giudizio.
C’è in tutti i partiti un irrigidimento pericoloso. Si ammette (magari a denti stretti) che la coalizione che ha ottenuto più voti abbia il diritto e il dovere di governare, ma non si ammette che anche chi è stato relegato in forza dei numeri all’opposizione abbia il diritto e il dovere di contribuire al buon governo. Si dimentica, perché l’imbarbarimento della politica porta anche a questo, che nessun deputato e senatore è eletto per stare all’opposizione, per cui non è di per sé oltraggioso passare dalla minoranza alla maggioranza, se il passaggio avviene per convinzione personale. Naturalmente è valido anche il passaggio inverso, purché non si tratti dei famosi ribaltoni, ormai sconfessati da tutta la cultura politica. Spesso si dimentica anche che i candidati, una volta eletti, non rappresentano i rispettivi partiti d’appartenenza e nemmeno il proprio elettorato, ma tutta la nazione e dovrebbero votare liberamente secondo coscienza.
Concludo con un’ultima costatazione. Purtroppo la litigiosità dei partiti romani ha contagiato anche gli eletti all’estero. Così, invece di avere a Roma un gruppo di difesa dei diritti degli italiani all’estero, abbiamo anche all’estero personaggi legati a doppia mandata ai leader nazionali che finiscono per alimentare tensioni e divisioni inutili e dannose. Sono convinto che una loro collocazione distinta dai gruppi parlamentari dei partiti più litigiosi, ad esempio in un Gruppo Misto, riuscirebbero ad incidere maggiormente su qualunque governo, difenderebbero meglio gli interessi degli italiani all’estero e l’immagine dell’Italia, spesso ingiustamente offesa, e sarebbero molto più stimati dalla collettività che li ha eletti.

Giovanni Longu
Berna, 6.10.2010