Da molti mesi ormai i rapporti italo-svizzeri sono sotto l’attenzione dei media svizzeri. Purtroppo le informazioni che se ne ricavano non sono sempre come vorrebbero gli italiani che vivono in Svizzera. Dispiace soprattutto che si sia rotto quella specie di idillio che da decenni faceva registrare ad ogni incontro ufficiale che le relazioni tra i due Paesi erano «eccellenti». Probabilmente nelle dichiarazioni ufficiali si tende ad esagerare, ma non c’è dubbio che da qualche tempo, e soprattutto dall’attuazione del terzo scudo fiscale voluto dal ministro Tremonti, il clima sia mutato.
Anche se il provvedimento fiscale non ha provocato quel danno che molti ticinesi temevano, il contenzioso rimane aperto e le relazioni tra i due Paesi non sono molto migliorate. Resta infatti ancora viva, soprattutto in Ticino, la paura per la libera circolazione, anche se a detta di tutti gli studiosi, i benefici ch’essa produce sono superiori agli svantaggi. Per esempio, grazie ad essa arrivano in Svizzera principalmente lavoratori altamente qualificati, indispensabili per lo sviluppo dell’economia svizzera. In Svizzera, in particolare in Ticino, arrivano anche numerose aziende italiane che procurano nuova occupazione, e non è poco in un periodo in cui l’occupazione tende piuttosto a diminuire. Anch’esse contribuiscono a far sì che in questo Paese la crescita economica sia superiore alla media europea.
La crisi libica
Ultimamente, a turbare le relazioni bilaterali, si è inserita anche la crisi con la Libia e la sua estensione a livello europeo. L’Italia, secondo il ministro degli esteri italiano Franco Frattini, dalla vicenda che oppone Libia a Svizzera ne risulterebbe gravemente danneggiata se quest’ultima non cerca di risolvere a breve il problema dei visti Schengen. Ma le dichiarazioni di Frattini non sono piaciute ai responsabili della politica estera svizzera, che lo hanno accusato di esercitare pressione sulla parte sbagliata.
Sulla vicenda sono intervenuti anche alcuni parlamentari italiani eletti nella Circoscrizione Estero, facenti parte dell’opposizione, che hanno trovato «francamente indecente» che il ministro Frattini difenda la Libia («un governo dittatoriale») piuttosto che la Svizzera («una democrazia»). Per fortuna che l’on. Micheloni (PD), uno degli eletti, si è affrettato ad affermare di non vedere assolutamente, nelle mosse di Roma, un atteggiamento anti-elvetico e che «la reazione del governo Berlusconi è discutibile, ma va inserita nel timore di Roma di compromettere gli interessi economici e anche, forse soprattutto, l’accordo con la Libia per bloccare l’immigrazione clandestina nel Canale di Sicilia».
Certamente dispiace che la vicenda Svizzera-Libia si protragga così a lungo, e dispiace anche che a trovarsi coinvolta sia pure l’Italia, ma in questi casi la conflittualità non si risolve dando ragioni e torti da una parte o dall’altra, ma mediante soluzioni che convengano sia all’una che all’altra parte. Del resto, ad essere realisti e mettendo in primo luogo la ragion di stato, «i Paesi non hanno amici, ma interessi» (C. Blocher), un detto che dai tempi del Principe di Machiavelli non è mai stato smentito. Andrebbe però aggiunto che almeno gli alleati sono indispensabili, altrimenti le guerre solitarie si perdono.
Difficoltà interne e internazionali
E la Svizzera ha bisogno di alleati non solo per superare la crisi con la Libia, ma anche le varie difficoltà interne e internazionali del momento. All’interno si registra un certo clima di sfiducia nella politica e nelle istituzioni, soprattutto nel governo. Recentemente è stato clamorosamente battuto dal voto popolare su una sua proposta sulle pensioni. Resta sempre aperto il problema degli stranieri (integrazione e diritto di voto) e soprattutto dei «clandestini» (sans papiers) e degli stranieri delinquenti. Alcuni ministri godono sempre meno della fiducia dei cittadini e non si esclude che qualcuno non arrivi alla fine della legislatura.
All’estero le difficoltà non accennano a diminuire. Pur non essendo stata messa ko, come alcuni osservatori temevano, la Svizzera risente ancora dei duri attacchi inferti da diversi Paesi. Il consigliere federale Didier Burkhalter ha parlato di «una vera aggressione», da cui la Svizzera ha cercato di difendersi, pagando un caro prezzo d’immagine. Il bersaglio preferito non era solo il segreto bancario, ma più in generale il «sistema svizzero». E’ così che, citando una breve sintesi di Eros Costantini sul Corriere del Ticino di qualche settimana fa, la Svizzera è stata «tacciata di nazione «affaristica quanto vigliacca» (in Olanda e in Francia), quasi mafiosa (in Italia, ed è tutto dire), di «Paese doppiogiochista al limite della lista nera» (in Germania), di «nemica dei diritti umani e razzista» (in vari Paesi islamici, ed è pure tutto dire)», ecc.
Alcuni problemi con l’estero la Svizzera li ha risolti con nuovi accordi sulla doppia imposizione e con la rinuncia a distinguere frode ed evasione fiscale, altri li sta risolvendo con un miglior coordinamento con l’Unione europea, altri con una diplomazia più attenta. Chi tuttavia in questo Paese vive e ne segue sia pure a distanza le vicende interne ed internazionali sa che riuscirà a risolvere gli attuali problemi non solo grazie a una classe politica non distratta da interessi di parte e meno litigiosa che altrove, ma soprattutto grazie al sentimento di appartenenza di tutti gli svizzeri ad un Paese che è stato ed è fortemente voluto (è una Willensnation) e che si basa su un principio sempre valido: «tutti per uno, uno per tutti».
Ciononostante, ricordava poco tempo fa Franco Ambrosetti, presidente della Camera di Commercio del Cantone Ticino: «Le Alpi sono un ostacolo naturale ma grigionesi e soprattutto ticinesi dovrebbero fare qualcosa di più per avvicinare i due Paesi, non dimenticandosi che in Svizzera ci sono 600.000 italiani di prima e seconda generazione e che l'Italia è secondo partner commerciale della nostra economia dopo la Germania».
Giovanni Longu
Berna, 24.03.2010
24 marzo 2010
Segnali contrastanti per il futuro dell’italiano in Svizzera
Da una parte lo Stato ritiene di fare del suo meglio per migliorare la situazione soprattutto a livello di personale federale, dall’altra il panorama dell’italiano parlato e studiato nelle scuole e all’università si fa sempre più desolante.
Proprio nelle scorse settimane sono stati resi noti numeri e tendenze dell’italiano studiato nella Svizzera tedesca e francese. Gli uni e le altre dicono chiaramente che l’italiano è sempre meno studiato soprattutto nei licei e nelle università, gli studenti preferiscono studiare altre lingue. Per rallentare questa tendenza è già intervenuto il Consiglio federale che intende stanziare 1,2 milioni di franchi per la formazione dei docenti che assicurano corsi di lingua e cultura italiana soprattutto ai figli dei migranti italiani. Si tratta di una cifra sicuramente interessante, ma non risolutiva del problema. Anzi, secondo il prof. De Marchi dell’università di Zurigo, «un intervento fuori tempo massimo perché i figli degli emigrati italiani sono perfettamente integrati e non studiano l’italiano».
Occorrerebbe che nelle scuole svizzere si desse più spazio allo studio dell’italiano e della cultura italiana, ma i Comuni e i Cantoni hanno sempre meno soldi da investire nella scuola e poi, le preferenze degli allievi e studenti vanno ormai in altre direzioni.
«Eppur si muove…» scriveva la settimana scorsa il senatore Filippo Lombardi, per indicare che a livello federale qualcosa si sta muovendo nel senso di una maggiore consapevolezza di Berna in favore dell’italianità e del plurilinguismo. Effettivamente sia il Parlamento che il Consiglio federale da qualche mese dedicano maggiore attenzione al problema linguistico nazionale e mostrano la volontà di intervenire, grazie anche alla nuova legge sulle lingue entrata in vigore all’inizio dell’anno.
Con grande soddisfazione il presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali annunciava la settimana scorsa che presto potrebbe esserci un mediatore incaricato di promuovere l’italiano e il francese, oltre che vigilare sull’adeguata rappresentanza di queste componenti nell’amministrazione federale. Il Consiglio degli Stati ha dato infatti via libera a una mozione di Filippo Lombardi in questo senso e il Governo si è detto favorevole all’istituzione di un «ombudsman» all’interno dell’Ufficio federale del personale.
Quale «ombudsman»?
Prima di fare salti di gioia aspetterei i risultati. Non è infatti chiaro che «statuto» avrà questo «mediatore» e di quale autorità disporrà. Sembrerebbe anzi, da quanto riportato dai media, che sarà una persona «nominata» e non «eletta» (com’è invece il caso dei mediatori parlamentari). Soprattutto non si sa come potrebbe «promuovere» l’italiano e il francese senza mezzi finanziari a disposizione (è stato infatti già anticipato che la carica non comporterà oneri supplementari) e se, oltre a «vigilare» sull’adeguata rappresentanza di italofoni e francofoni nell’amministrazione federale, potrà anche «intervenire» (con quali poteri?) in caso di inosservanza della legge e delle ordinanze (quando ci saranno) sulle lingue. E se, ad esempio, per certi posti dirigenziali messi a concorso non ci fossero candidati idonei italofoni o francofoni? E poi, quale dev’essere la rappresentanza «adeguata» degli italofoni? Il 4,3% degli italofoni di nazionalità svizzera o circa il doppio degli italofoni senza distinzione di nazionalità?
L’interrogativo certamente più importante resta tuttavia un altro: chi dovrà e potrà promuovere l’italiano in Svizzera, non solo nell’amministrazione federale, ma anche nelle scuole, nelle università, nei musei, negli uffici postali, nelle stazioni ferroviarie, negli uffici delle imposte, negli ospedali, nelle chiese, ecc.? Una cosa è certa: nessuna legge o regolamento salverà l’italiano in Svizzera, ma a salvarlo saranno unicamente, se lo vorranno, gli italiani qui residenti, i ticinesi, i grigionesi di lingua italiana, gli italofoni in generale, ma anche quanti altri avranno a cuore la lingua di Dante, la cultura e l’arte italiana, le bellezze d’Italia, ma anche quel bel lembo d’italianità che si estende sul versante sud delle Alpi in territorio svizzero.
Prossimamente a Berna un gruppo di lavoro italo-svizzero tenterà di fare il punto sulle esigenze e sulle possibilità dell’italianità nella regione. Se dovessero emergere chiaramente possibilità concrete d’intervento, sarebbe un’occasione da non perdere e sviluppare anche in altre regioni della Svizzera tedesca e francese.
Giovanni Longu
Berna, 24.03.2010
Proprio nelle scorse settimane sono stati resi noti numeri e tendenze dell’italiano studiato nella Svizzera tedesca e francese. Gli uni e le altre dicono chiaramente che l’italiano è sempre meno studiato soprattutto nei licei e nelle università, gli studenti preferiscono studiare altre lingue. Per rallentare questa tendenza è già intervenuto il Consiglio federale che intende stanziare 1,2 milioni di franchi per la formazione dei docenti che assicurano corsi di lingua e cultura italiana soprattutto ai figli dei migranti italiani. Si tratta di una cifra sicuramente interessante, ma non risolutiva del problema. Anzi, secondo il prof. De Marchi dell’università di Zurigo, «un intervento fuori tempo massimo perché i figli degli emigrati italiani sono perfettamente integrati e non studiano l’italiano».
Occorrerebbe che nelle scuole svizzere si desse più spazio allo studio dell’italiano e della cultura italiana, ma i Comuni e i Cantoni hanno sempre meno soldi da investire nella scuola e poi, le preferenze degli allievi e studenti vanno ormai in altre direzioni.
«Eppur si muove…» scriveva la settimana scorsa il senatore Filippo Lombardi, per indicare che a livello federale qualcosa si sta muovendo nel senso di una maggiore consapevolezza di Berna in favore dell’italianità e del plurilinguismo. Effettivamente sia il Parlamento che il Consiglio federale da qualche mese dedicano maggiore attenzione al problema linguistico nazionale e mostrano la volontà di intervenire, grazie anche alla nuova legge sulle lingue entrata in vigore all’inizio dell’anno.
Con grande soddisfazione il presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali annunciava la settimana scorsa che presto potrebbe esserci un mediatore incaricato di promuovere l’italiano e il francese, oltre che vigilare sull’adeguata rappresentanza di queste componenti nell’amministrazione federale. Il Consiglio degli Stati ha dato infatti via libera a una mozione di Filippo Lombardi in questo senso e il Governo si è detto favorevole all’istituzione di un «ombudsman» all’interno dell’Ufficio federale del personale.
Quale «ombudsman»?
Prima di fare salti di gioia aspetterei i risultati. Non è infatti chiaro che «statuto» avrà questo «mediatore» e di quale autorità disporrà. Sembrerebbe anzi, da quanto riportato dai media, che sarà una persona «nominata» e non «eletta» (com’è invece il caso dei mediatori parlamentari). Soprattutto non si sa come potrebbe «promuovere» l’italiano e il francese senza mezzi finanziari a disposizione (è stato infatti già anticipato che la carica non comporterà oneri supplementari) e se, oltre a «vigilare» sull’adeguata rappresentanza di italofoni e francofoni nell’amministrazione federale, potrà anche «intervenire» (con quali poteri?) in caso di inosservanza della legge e delle ordinanze (quando ci saranno) sulle lingue. E se, ad esempio, per certi posti dirigenziali messi a concorso non ci fossero candidati idonei italofoni o francofoni? E poi, quale dev’essere la rappresentanza «adeguata» degli italofoni? Il 4,3% degli italofoni di nazionalità svizzera o circa il doppio degli italofoni senza distinzione di nazionalità?
L’interrogativo certamente più importante resta tuttavia un altro: chi dovrà e potrà promuovere l’italiano in Svizzera, non solo nell’amministrazione federale, ma anche nelle scuole, nelle università, nei musei, negli uffici postali, nelle stazioni ferroviarie, negli uffici delle imposte, negli ospedali, nelle chiese, ecc.? Una cosa è certa: nessuna legge o regolamento salverà l’italiano in Svizzera, ma a salvarlo saranno unicamente, se lo vorranno, gli italiani qui residenti, i ticinesi, i grigionesi di lingua italiana, gli italofoni in generale, ma anche quanti altri avranno a cuore la lingua di Dante, la cultura e l’arte italiana, le bellezze d’Italia, ma anche quel bel lembo d’italianità che si estende sul versante sud delle Alpi in territorio svizzero.
Prossimamente a Berna un gruppo di lavoro italo-svizzero tenterà di fare il punto sulle esigenze e sulle possibilità dell’italianità nella regione. Se dovessero emergere chiaramente possibilità concrete d’intervento, sarebbe un’occasione da non perdere e sviluppare anche in altre regioni della Svizzera tedesca e francese.
Giovanni Longu
Berna, 24.03.2010
17 marzo 2010
Alle origini della xenofobia (1)
Quarant’anni fa, 1970: anno cerniera per l’immigrazione italiana in Svizzera
Il 1970 è stato un anno fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Esso è stato il momento più acuto della xenofobia antitaliana, ma l’ostilità verso gli italiani in Svizzera aveva radici lontane. Proviamo a ricordarle.
Nel 1848 la Svizzera si era data l’assetto istituzionale moderno di una Confederazione di Stati membri uguali, fondata sul reciproco sostegno all’insegna del motto che campeggia sotto la cupola di Palazzo federale «tutti per uno – uno per tutti». La Costituzione da sola, tuttavia, non bastava a unificare il Paese. Occorreva creare e rafforzare con azioni politiche comuni il senso di coesione nazionale tra Cantoni e popolazioni di origine, lingua, cultura, economia, religione differenti. Contemporaneamente la Svizzera doveva superare la propria arretratezza, anche per arrestare l’emorragia delle forze giovani della popolazione costrette dal bisogno ad emigrare.
Aprendosi decisamente all’industrializzazione e allo sviluppo, negli ultimi decenni del XIX secolo, la Svizzera divenne in breve tempo un Paese d’immigrazione, che richiamava decine di migliaia di immigrati dapprima dalla Germania, dall’Austria e dalla Francia e poi anche dall’Italia. Fino alla prima guerra mondiale la politica migratoria svizzera era molto liberale.
Per garantirne lo sviluppo industria e commerciale all’interno e verso l’estero occorreva soprattutto un’adeguata infrastruttura ferroviaria. Basti pensare che nel 1862 la Svizzera possedeva solo poco più di mille chilometri di ferrovia e ne occorrevano molti di più per competere con gli altri Paesi europei. Grazie agli immigrati, in pochi decenni la rete ferroviaria svizzera divenne una delle più fitte del mondo, con oltre 4700 chilometri di binario (1910).
La realizzazione di questa infrastruttura fu tutt’altro che facile, data la configurazione del territorio svizzero, soprattutto sulle direttrici nord-sud. Occorsero moltissime gallerie, anche lunghissime, e innumerevoli viadotti. Per la costruzione di queste opere gli italiani furono indispensabili. Le gallerie del San Gottardo, del Sempione, del Lötschberg, del Ricken, ecc. furono scavate quasi esclusivamente da italiani, spesso in condizioni disumane, che richiesero un alto tributo di sangue.
Il lavoro degli italiani e i loro sacrifici erano molto apprezzati nelle cerimonie solenni delle inaugurazioni delle opere finite e in quelle funebri delle numerose sepolture. Nella vita quotidiana erano invece generalmente malvisti. Quando per migliore le condizioni di lavoro e salariali gli italiani che scavavano la galleria del San Gottardo decisero di scioperare e l’impresa costruttrice decise di far intervenire l’esercito contro gli scioperanti uccidendone quattro, l’opinione pubblica svizzera si schierò contro gli italiani, considerati ingrati, avidi di denaro e pericolosi.
Ciononostante, gli italiani continuavano ad essere molto richiesti e venivano fatti arrivare ogni anno a decine di migliaia. Dai 14.000 circa che erano nel 1860 e poco più di 41.600 nel 1880, durante i grandi lavori ferroviari raggiunsero dapprima 117.000 nel 1900 e 203.000 nel 1910. Gli italiani sembravano indispensabili non solo per perforare le montagne, ma anche per l’edilizia in generale e per molte industrie. A loro, naturalmente, e non ai tedeschi o ai francesi, pur essi in forte crescita, erano affidati i lavori più gravosi e pericolosi.
Il problema degli stranieri e degli italiani
Sul finire del XIX secolo, alcuni intellettuali, giuristi e funzionari cominciarono a interrogarsi se e fino a quando l’ancora fragile Confederazione poteva sopportare una così massiccia «invasione di stranieri» in continuo aumento (erano quasi 400.000 nel 1900 e saranno più di mezzo milione nel 1910). In effetti, sulla base dei dati dei censimenti decennali della popolazione, nessun Paese civile aveva all’inizio del XX secolo una proporzione così elevata di stranieri (14,7% nel 1910), che in certi agglomerati superava abbondantemente il 30% (Zurigo 33,8%, Basilea 37,8%, Lugano 50,5%, Ginevra 42%, ecc.).
A preoccupare gli intellettuali e gli statistici non era tanto il numero degli stranieri, quanto la loro crescente importanza nell’economia, nella cultura, nelle università, nella società. Essi si riferivano soprattutto ai tedeschi, che in quell’epoca costituivano il gruppo straniero più numeroso e più influente.
«Il problema degli stranieri» rimase, tuttavia, per lo più un argomento di discussione senza riflessi sul clima sociale, anche perché la maggioranza degli stranieri costituita da tedeschi, francesi e austriaci che solitamente non poneva alcun problema d’inserimento nella realtà locale. Ad agitare l’opinione pubblica era invece «il problema degli italiani» (die Italienerfrage), perché erano loro che, fuori del Ticino, non riuscivano a comunicare (non conoscendo la lingua locale) e quindi non s’integravano, ma preferivano starsene tra di loro e conservare il più possibile le abitudini del loro Paese.
In questa situazione era facile che sorgessero conflitti sociali tra svizzeri e italiani, tanto più violenti quanto maggiore era la distanza linguistica, sociale, culturale e comportamentale tra le due parti. Sul finire dell’Ottocento, molti conflitti sociali degenerarono in risse, atti di violenza, tumulti, soprattutto nelle grandi città come Berna, Zurigo, Basilea.
Il clima, nemmeno tra gli operai era sereno. Riferendosi alla situazione di Basilea d’inizio Novecento, lo storico Peter Manz parla di frequenti manifestazioni di «xenofobia piccolo borghese» e di «xenofobia operaia», che sfociavano talvolta in «autentiche esplosioni di razzismo e di violenza» e persino in «tumulti spesso sanguinosi tra gruppi di operai indigeni e lavoratori italiani».
Si toccò il culmine nell’estate del 1896 quando a Zurigo scoppiarono i tumulti tristemente noti come «Italienerkrawall» o «Tschinggen-Krawall». Durante quei disordini si scatenò una vera e propria caccia all’italiano con atti di violenza, distruzioni e saccheggi di 22 case dove si trovavano negozi, caffè e ristoranti italiani. Nello spazio di una notte, tra il 28 e il 29 luglio, diverse migliaia di italiani dovettero scappare precipitosamente da Zurigo.
Perché la xenofobia?
Ancora oggi gli studiosi s’interrogano come mai ci fosse in quell’epoca tanto odio e tanta violenza nei confronti degli italiani, sebbene rispetto a tedeschi, francesi e austriaci costituissero una minoranza. Il maggiore «inforestierimento» (la parola Überfremdung risale all’inizio del Novecento) nella vita economica, politica e culturale era dovuto a loro e non agli italiani. Ma tedeschi, francesi e austriaci si erano ben insediati nelle regioni dove si parlava la loro stessa lingua, non avevano problemi di comunicazione, non disturbavano socialmente e si erano guadagnati stima e rispetto per le loro professionalità e lo stato sociale raggiunto. Gli italiani, invece, davano troppo nell’occhio con la loro lingua (solitamente il dialetto) incomprensibile, con i loro assembramenti rumorosi, col loro modo di vestire trasandato e con i loro comportamenti che sovente erano giudicati grossolani, primitivi e arroganti, spesso violenti (perché portavano sempre con sé il famigerato coltello) e persino immorali (perché, si diceva, importunavano le ragazze).
E poi gli italiani crescevano troppo in fretta, molto più velocemente di tutti gli altri stranieri. Per un popolo a basso tasso d’incremento naturale (bassa natalità) c’era di che preoccuparsi. Alcuni statistici avevano calcolato che se gli stranieri avessero continuato ad aumentare allo stesso ritmo, nel 1990 avrebbero costituito il 50% della popolazione residente.
Il fatto che gli italiani fossero indispensabili per sviluppare l’infrastruttura ferroviaria e l’edilizia industriale e residenziale della Svizzera non aveva alcun peso nella considerazione del popolo, preoccupato soprattutto di non perdere il posto di lavoro, il potere d’acquisto del salario, la casa, i valori tradizionali (legati soprattutto al mondo agrario), la tranquillità quotidiana. Eppure gli italiani non rappresentavano alcun pericolo, neppure per il lavoro, perché occupavano generalmente posti che gli svizzeri non volevano più occupare, tanto meno per il salario perché gli italiani erano costretti ad accettare quel che veniva loro offerto, senza alternativa. Erano venuti per lavorare, risparmiare e inviare soldi alle famiglie rimaste in patria; non potevano non accettare quanto veniva loro offerto. Non avevano in ogni caso aspirazioni di potere di alcun genere. Resta ancora oggi difficile spiegare il motivo o i motivi di tanto rancore e tanta violenza nei loro confronti.
Molti studiosi ritengono che la xenofobia nasce all’interno di una società complessa che non riesce a conciliare le diversità presenti, anzi le esaspera alimentando disprezzo, paura, risentimento e persino odio verso la parte considerata invadente e potenzialmente pericolosa. Per gli xenofobi, gli stranieri sembrano mettere a repentaglio la tranquillità di una società ritenuta omogenea, retta da un ordinamento, tradizioni, convinzioni, valori, messi in forse da abitudini, valori, comportamenti «diversi», quelli degli stranieri.
Anche per il grande scrittore svizzero Max Frisch all’origine della xenofobia ci sono sempre soprattutto contrasti culturali e sentimenti irrazionali di paura, d’invidia e quindi di disprezzo: «L’odio verso lo straniero è un fenomeno naturale. Esso nasce fra l’altro dalla paura che altri possano essere più abili in questo o quel campo, in ogni modo il loro impegno è diverso, diverso per esempio nell’assaporare la vita, nell’essere felici. Ciò suscita invidia, anche se ci si trova in una posizione privilegiata, e l’invidia sfocia in atti di disprezzo».
Non c’è dubbio che tra svizzeri e italiani d’inizio Novecento le diversità erano tante e rilevanti e, ciò che è forse più grave, mancava tra le due parti il dialogo, non solo per le evidenti carenze linguistiche, ma anche perché la maggioranza degli italiani, provenienti soprattutto dalle regioni del Nord Italia, non mostrava alcun interesse ad integrarsi in Svizzera, come dimostrano le poche naturalizzazioni e i relativamente pochi matrimoni misti dell’epoca. Per molti svizzeri questa «diversità» e questa «estraneità» apparivano intollerabili e pericolose più della stessa «Überfremdung» dovuta a tedeschi, francesi e austriaci.
Giovanni Longu
Berna, 17.3.2010
Il 1970 è stato un anno fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Esso è stato il momento più acuto della xenofobia antitaliana, ma l’ostilità verso gli italiani in Svizzera aveva radici lontane. Proviamo a ricordarle.
Nel 1848 la Svizzera si era data l’assetto istituzionale moderno di una Confederazione di Stati membri uguali, fondata sul reciproco sostegno all’insegna del motto che campeggia sotto la cupola di Palazzo federale «tutti per uno – uno per tutti». La Costituzione da sola, tuttavia, non bastava a unificare il Paese. Occorreva creare e rafforzare con azioni politiche comuni il senso di coesione nazionale tra Cantoni e popolazioni di origine, lingua, cultura, economia, religione differenti. Contemporaneamente la Svizzera doveva superare la propria arretratezza, anche per arrestare l’emorragia delle forze giovani della popolazione costrette dal bisogno ad emigrare.
Aprendosi decisamente all’industrializzazione e allo sviluppo, negli ultimi decenni del XIX secolo, la Svizzera divenne in breve tempo un Paese d’immigrazione, che richiamava decine di migliaia di immigrati dapprima dalla Germania, dall’Austria e dalla Francia e poi anche dall’Italia. Fino alla prima guerra mondiale la politica migratoria svizzera era molto liberale.
Per garantirne lo sviluppo industria e commerciale all’interno e verso l’estero occorreva soprattutto un’adeguata infrastruttura ferroviaria. Basti pensare che nel 1862 la Svizzera possedeva solo poco più di mille chilometri di ferrovia e ne occorrevano molti di più per competere con gli altri Paesi europei. Grazie agli immigrati, in pochi decenni la rete ferroviaria svizzera divenne una delle più fitte del mondo, con oltre 4700 chilometri di binario (1910).
La realizzazione di questa infrastruttura fu tutt’altro che facile, data la configurazione del territorio svizzero, soprattutto sulle direttrici nord-sud. Occorsero moltissime gallerie, anche lunghissime, e innumerevoli viadotti. Per la costruzione di queste opere gli italiani furono indispensabili. Le gallerie del San Gottardo, del Sempione, del Lötschberg, del Ricken, ecc. furono scavate quasi esclusivamente da italiani, spesso in condizioni disumane, che richiesero un alto tributo di sangue.
Il lavoro degli italiani e i loro sacrifici erano molto apprezzati nelle cerimonie solenni delle inaugurazioni delle opere finite e in quelle funebri delle numerose sepolture. Nella vita quotidiana erano invece generalmente malvisti. Quando per migliore le condizioni di lavoro e salariali gli italiani che scavavano la galleria del San Gottardo decisero di scioperare e l’impresa costruttrice decise di far intervenire l’esercito contro gli scioperanti uccidendone quattro, l’opinione pubblica svizzera si schierò contro gli italiani, considerati ingrati, avidi di denaro e pericolosi.
Ciononostante, gli italiani continuavano ad essere molto richiesti e venivano fatti arrivare ogni anno a decine di migliaia. Dai 14.000 circa che erano nel 1860 e poco più di 41.600 nel 1880, durante i grandi lavori ferroviari raggiunsero dapprima 117.000 nel 1900 e 203.000 nel 1910. Gli italiani sembravano indispensabili non solo per perforare le montagne, ma anche per l’edilizia in generale e per molte industrie. A loro, naturalmente, e non ai tedeschi o ai francesi, pur essi in forte crescita, erano affidati i lavori più gravosi e pericolosi.
Il problema degli stranieri e degli italiani
Sul finire del XIX secolo, alcuni intellettuali, giuristi e funzionari cominciarono a interrogarsi se e fino a quando l’ancora fragile Confederazione poteva sopportare una così massiccia «invasione di stranieri» in continuo aumento (erano quasi 400.000 nel 1900 e saranno più di mezzo milione nel 1910). In effetti, sulla base dei dati dei censimenti decennali della popolazione, nessun Paese civile aveva all’inizio del XX secolo una proporzione così elevata di stranieri (14,7% nel 1910), che in certi agglomerati superava abbondantemente il 30% (Zurigo 33,8%, Basilea 37,8%, Lugano 50,5%, Ginevra 42%, ecc.).
A preoccupare gli intellettuali e gli statistici non era tanto il numero degli stranieri, quanto la loro crescente importanza nell’economia, nella cultura, nelle università, nella società. Essi si riferivano soprattutto ai tedeschi, che in quell’epoca costituivano il gruppo straniero più numeroso e più influente.
«Il problema degli stranieri» rimase, tuttavia, per lo più un argomento di discussione senza riflessi sul clima sociale, anche perché la maggioranza degli stranieri costituita da tedeschi, francesi e austriaci che solitamente non poneva alcun problema d’inserimento nella realtà locale. Ad agitare l’opinione pubblica era invece «il problema degli italiani» (die Italienerfrage), perché erano loro che, fuori del Ticino, non riuscivano a comunicare (non conoscendo la lingua locale) e quindi non s’integravano, ma preferivano starsene tra di loro e conservare il più possibile le abitudini del loro Paese.
In questa situazione era facile che sorgessero conflitti sociali tra svizzeri e italiani, tanto più violenti quanto maggiore era la distanza linguistica, sociale, culturale e comportamentale tra le due parti. Sul finire dell’Ottocento, molti conflitti sociali degenerarono in risse, atti di violenza, tumulti, soprattutto nelle grandi città come Berna, Zurigo, Basilea.
Il clima, nemmeno tra gli operai era sereno. Riferendosi alla situazione di Basilea d’inizio Novecento, lo storico Peter Manz parla di frequenti manifestazioni di «xenofobia piccolo borghese» e di «xenofobia operaia», che sfociavano talvolta in «autentiche esplosioni di razzismo e di violenza» e persino in «tumulti spesso sanguinosi tra gruppi di operai indigeni e lavoratori italiani».
Si toccò il culmine nell’estate del 1896 quando a Zurigo scoppiarono i tumulti tristemente noti come «Italienerkrawall» o «Tschinggen-Krawall». Durante quei disordini si scatenò una vera e propria caccia all’italiano con atti di violenza, distruzioni e saccheggi di 22 case dove si trovavano negozi, caffè e ristoranti italiani. Nello spazio di una notte, tra il 28 e il 29 luglio, diverse migliaia di italiani dovettero scappare precipitosamente da Zurigo.
Perché la xenofobia?
Ancora oggi gli studiosi s’interrogano come mai ci fosse in quell’epoca tanto odio e tanta violenza nei confronti degli italiani, sebbene rispetto a tedeschi, francesi e austriaci costituissero una minoranza. Il maggiore «inforestierimento» (la parola Überfremdung risale all’inizio del Novecento) nella vita economica, politica e culturale era dovuto a loro e non agli italiani. Ma tedeschi, francesi e austriaci si erano ben insediati nelle regioni dove si parlava la loro stessa lingua, non avevano problemi di comunicazione, non disturbavano socialmente e si erano guadagnati stima e rispetto per le loro professionalità e lo stato sociale raggiunto. Gli italiani, invece, davano troppo nell’occhio con la loro lingua (solitamente il dialetto) incomprensibile, con i loro assembramenti rumorosi, col loro modo di vestire trasandato e con i loro comportamenti che sovente erano giudicati grossolani, primitivi e arroganti, spesso violenti (perché portavano sempre con sé il famigerato coltello) e persino immorali (perché, si diceva, importunavano le ragazze).
E poi gli italiani crescevano troppo in fretta, molto più velocemente di tutti gli altri stranieri. Per un popolo a basso tasso d’incremento naturale (bassa natalità) c’era di che preoccuparsi. Alcuni statistici avevano calcolato che se gli stranieri avessero continuato ad aumentare allo stesso ritmo, nel 1990 avrebbero costituito il 50% della popolazione residente.
Il fatto che gli italiani fossero indispensabili per sviluppare l’infrastruttura ferroviaria e l’edilizia industriale e residenziale della Svizzera non aveva alcun peso nella considerazione del popolo, preoccupato soprattutto di non perdere il posto di lavoro, il potere d’acquisto del salario, la casa, i valori tradizionali (legati soprattutto al mondo agrario), la tranquillità quotidiana. Eppure gli italiani non rappresentavano alcun pericolo, neppure per il lavoro, perché occupavano generalmente posti che gli svizzeri non volevano più occupare, tanto meno per il salario perché gli italiani erano costretti ad accettare quel che veniva loro offerto, senza alternativa. Erano venuti per lavorare, risparmiare e inviare soldi alle famiglie rimaste in patria; non potevano non accettare quanto veniva loro offerto. Non avevano in ogni caso aspirazioni di potere di alcun genere. Resta ancora oggi difficile spiegare il motivo o i motivi di tanto rancore e tanta violenza nei loro confronti.
Molti studiosi ritengono che la xenofobia nasce all’interno di una società complessa che non riesce a conciliare le diversità presenti, anzi le esaspera alimentando disprezzo, paura, risentimento e persino odio verso la parte considerata invadente e potenzialmente pericolosa. Per gli xenofobi, gli stranieri sembrano mettere a repentaglio la tranquillità di una società ritenuta omogenea, retta da un ordinamento, tradizioni, convinzioni, valori, messi in forse da abitudini, valori, comportamenti «diversi», quelli degli stranieri.
Anche per il grande scrittore svizzero Max Frisch all’origine della xenofobia ci sono sempre soprattutto contrasti culturali e sentimenti irrazionali di paura, d’invidia e quindi di disprezzo: «L’odio verso lo straniero è un fenomeno naturale. Esso nasce fra l’altro dalla paura che altri possano essere più abili in questo o quel campo, in ogni modo il loro impegno è diverso, diverso per esempio nell’assaporare la vita, nell’essere felici. Ciò suscita invidia, anche se ci si trova in una posizione privilegiata, e l’invidia sfocia in atti di disprezzo».
Non c’è dubbio che tra svizzeri e italiani d’inizio Novecento le diversità erano tante e rilevanti e, ciò che è forse più grave, mancava tra le due parti il dialogo, non solo per le evidenti carenze linguistiche, ma anche perché la maggioranza degli italiani, provenienti soprattutto dalle regioni del Nord Italia, non mostrava alcun interesse ad integrarsi in Svizzera, come dimostrano le poche naturalizzazioni e i relativamente pochi matrimoni misti dell’epoca. Per molti svizzeri questa «diversità» e questa «estraneità» apparivano intollerabili e pericolose più della stessa «Überfremdung» dovuta a tedeschi, francesi e austriaci.
Giovanni Longu
Berna, 17.3.2010
10 marzo 2010
Andare oltre il caso Di Girolamo e la legge Tremaglia
Messo da parte Di Girolamo, decaduto da senatore in quanto eletto all’estero, si dice, con i voti della malavita organizzata, occorre affrontare seriamente il problema generale del diritto di voto degli italiani residenti all’estero. Molti (interessati) si sono affrettati ad avvertire che il caso delinquenziale di uno non deve mettere in discussione un diritto sacrosanto faticosamente conquistato dagli italiani che vivono all’estero. Eppure proprio il caso Di Girolamo mette in evidenza che la questione del voto all’estero è quanto mai aperta.
Non si tratta ben’inteso di rimettere in discussione un diritto, consolidato, pienamente costituzionale e ragionevole. Il diritto di voto e di eleggibilità è infatti collegato direttamente col diritto di cittadinanza, per cui ogni cittadino in qualunque punto della terra ha il diritto di esercitarlo, nei modi stabiliti dalla legge. Si tratta invece delle modalità con cui tale diritto è stato finora esercitato all’estero, tanto è vero che le critiche provengono dai quattro punti cardinali e da tutti i partiti politici.
La legge che stabilisce le «norme per l' esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all' estero» è la n. 459 del 2001, meglio nota come Legge Tremaglia, dal suo principale sostenitore. Votata allora a grande maggioranza, fu salutata dai più come una vittoria dopo la lunga attesa degli italiani residenti all’estero di poter eleggere propri rappresentanti rimanendo all’estero, senza dover rientrare in Italia per votare. Probabilmente nessuno, allora, si rendeva conto della «anomalia» di una tale legge. Se ne resero conto in molti già alla sua prima applicazione, nel 2006, quando consentì la vittoria del centrosinistra e al governo Prodi di reggersi unicamente grazie al voto determinante di alcuni senatori eletti all’estero. Una vera anomalia perché poche persone residenti all’estero, aventi i loro principali interessi fuori dell’Italia, erano in grado di condizionare le scelte del governo italiano e addirittura di determinarne la vita o la morte.
Questa non è tuttavia l’unica anomalia della legge. Un’altra riguarda la caratteristica forse più importante del voto, la segretezza. Solo in teoria è salvaguardato il secondo comma dell’articolo 48 della Costituzione sul voto «personale ed uguale, libero e segreto». In pratica il voto per corrispondenza non garantisce né il voto personale né il voto segreto. Di fatto, sia nel 2006 che nel 2008, molte schede elettorali furono vendute e comprate, compilate da chi non ne aveva il diritto, senza che nessuna autorità potesse esercitare alcun tipo di controllo. Le denunce di brogli furono numerosissime, ma sicuramente avrebbero potuto essere molte di più.
Inoltre, nonostante il titolo della legge citata sembri chiaro, («Norme per l' esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all' estero»), è stato possibile eleggere nella Circoscrizione Estero anche persone non residenti come Di Girolamo. Si obietterà che la sua è stata un’elezione illegittima, resta il fatto che è stata possibile e che ci sono voluti due anni per invalidarla. Evidentemente la legge non è chiara riguardo alla residenza oppure chi aveva il compito di controllarne la corretta applicazione non ha potuto o voluto farlo.
Il fatto a mio parere più preoccupante che il caso Di Girolamo fa emergere è tuttavia un altro. E’ che la legge ha consentito e consente che all’estero vengano elette persone che non hanno nessun legame diretto con gli elettori e non rappresentano i loro interessi. Del resto, anche nel caso di una procedura regolare di elezione il problema della rappresentanza resta. Data la vastità del collegio elettorale, il legame tra elettori ed eletto è pressoché impossibile. Nel caso poi che davvero la riforma del Parlamento riducesse il numero dei parlamentari nazionali e di conseguenza anche quelli eletti all’estero sarebbe ancor più evidente che questi ultimi, eletti a livello continentale, rappresenterebbero in realtà poco più che se stessi.
Il problema della rappresentanza o della non rappresentanza degli eletti all’estero ha anche un altro aspetto spesso trascurato nelle discussioni. Tutti i parlamentari dovrebbero rappresentare oltre agli orientamenti politici anche gli interessi degli elettori. Ma quali orientamenti e interessi rappresentano i parlamentari eletti all’estero?
La legge Tremaglia è stata concepita in un contesto culturale di un’emigrazione che non c’è più ormai da decenni. Gli italiani residenti all’estero non sono nella stragrande maggioranza una porzione di nazionali che vive provvisoriamente fuori d’Italia, ma sono persone, spesso con la doppia cittadinanza, che hanno fatto del Paese in cui vivono il vero centro dei loro interessi. I loro orientamenti politici si riferiscono soprattutto alla realtà in cui vivono e non a quella italiana che spesso neppure conoscono se non tramite informazioni indirette, frammentarie e incontrollabili. I parlamentari italiani eletti all’estero non potranno quindi mai rappresentare né gli orientamenti né gli interessi reali dei cittadini ormai residenti stabilmente all’estero.
Alla luce anche solo delle precedenti osservazioni non credo che si possa dare per scontata la necessità e nemmeno l’utilità dell’elezione diretta di parlamentari residenti all’estero. E per coloro che hanno ancora i loro interessi preponderanti in Italia sarebbe sicuramente preferibile che avessero la possibilità di contribuire a far eleggere deputati e senatori della loro circoscrizione naturale, in grado di meglio rappresentare i loro interessi.
Il diritto di voto per un cittadino è sacrosanto, il suo esercizio, tuttavia, non può essere scriteriato. Per questo la legge Tremaglia ha forse già fatto il suo tempo e merita una revisione radicale.
Non vorrei tuttavia che la morale del discorso si riducesse all’abolizione pura e semplice dell’elezione dei parlamentari della Circoscrizione Estero. Ciò che infatti ritengo ben più importante è che si affronti finalmente il problema generale di un sistema di organizzazione e di interconnessione delle collettività italiane all’estero (una specie di rete dell’italofonia), capace di interagire non solo con lo Stato italiano, ma anche a livello locale con i vari Stati in cui la presenza italiana è significativa. Solo all’interno di questo sistema dovrebbe trovare la sua giusta collocazione anche il discorso della rappresentanza degli italiani all’estero, da affrontare in chiave prammatica e funzionale e non in chiave partitica e autoreferenziale.
Giovanni Longu
Berna 10.3.2010
Non si tratta ben’inteso di rimettere in discussione un diritto, consolidato, pienamente costituzionale e ragionevole. Il diritto di voto e di eleggibilità è infatti collegato direttamente col diritto di cittadinanza, per cui ogni cittadino in qualunque punto della terra ha il diritto di esercitarlo, nei modi stabiliti dalla legge. Si tratta invece delle modalità con cui tale diritto è stato finora esercitato all’estero, tanto è vero che le critiche provengono dai quattro punti cardinali e da tutti i partiti politici.
La legge che stabilisce le «norme per l' esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all' estero» è la n. 459 del 2001, meglio nota come Legge Tremaglia, dal suo principale sostenitore. Votata allora a grande maggioranza, fu salutata dai più come una vittoria dopo la lunga attesa degli italiani residenti all’estero di poter eleggere propri rappresentanti rimanendo all’estero, senza dover rientrare in Italia per votare. Probabilmente nessuno, allora, si rendeva conto della «anomalia» di una tale legge. Se ne resero conto in molti già alla sua prima applicazione, nel 2006, quando consentì la vittoria del centrosinistra e al governo Prodi di reggersi unicamente grazie al voto determinante di alcuni senatori eletti all’estero. Una vera anomalia perché poche persone residenti all’estero, aventi i loro principali interessi fuori dell’Italia, erano in grado di condizionare le scelte del governo italiano e addirittura di determinarne la vita o la morte.
Questa non è tuttavia l’unica anomalia della legge. Un’altra riguarda la caratteristica forse più importante del voto, la segretezza. Solo in teoria è salvaguardato il secondo comma dell’articolo 48 della Costituzione sul voto «personale ed uguale, libero e segreto». In pratica il voto per corrispondenza non garantisce né il voto personale né il voto segreto. Di fatto, sia nel 2006 che nel 2008, molte schede elettorali furono vendute e comprate, compilate da chi non ne aveva il diritto, senza che nessuna autorità potesse esercitare alcun tipo di controllo. Le denunce di brogli furono numerosissime, ma sicuramente avrebbero potuto essere molte di più.
Inoltre, nonostante il titolo della legge citata sembri chiaro, («Norme per l' esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all' estero»), è stato possibile eleggere nella Circoscrizione Estero anche persone non residenti come Di Girolamo. Si obietterà che la sua è stata un’elezione illegittima, resta il fatto che è stata possibile e che ci sono voluti due anni per invalidarla. Evidentemente la legge non è chiara riguardo alla residenza oppure chi aveva il compito di controllarne la corretta applicazione non ha potuto o voluto farlo.
Il fatto a mio parere più preoccupante che il caso Di Girolamo fa emergere è tuttavia un altro. E’ che la legge ha consentito e consente che all’estero vengano elette persone che non hanno nessun legame diretto con gli elettori e non rappresentano i loro interessi. Del resto, anche nel caso di una procedura regolare di elezione il problema della rappresentanza resta. Data la vastità del collegio elettorale, il legame tra elettori ed eletto è pressoché impossibile. Nel caso poi che davvero la riforma del Parlamento riducesse il numero dei parlamentari nazionali e di conseguenza anche quelli eletti all’estero sarebbe ancor più evidente che questi ultimi, eletti a livello continentale, rappresenterebbero in realtà poco più che se stessi.
Il problema della rappresentanza o della non rappresentanza degli eletti all’estero ha anche un altro aspetto spesso trascurato nelle discussioni. Tutti i parlamentari dovrebbero rappresentare oltre agli orientamenti politici anche gli interessi degli elettori. Ma quali orientamenti e interessi rappresentano i parlamentari eletti all’estero?
La legge Tremaglia è stata concepita in un contesto culturale di un’emigrazione che non c’è più ormai da decenni. Gli italiani residenti all’estero non sono nella stragrande maggioranza una porzione di nazionali che vive provvisoriamente fuori d’Italia, ma sono persone, spesso con la doppia cittadinanza, che hanno fatto del Paese in cui vivono il vero centro dei loro interessi. I loro orientamenti politici si riferiscono soprattutto alla realtà in cui vivono e non a quella italiana che spesso neppure conoscono se non tramite informazioni indirette, frammentarie e incontrollabili. I parlamentari italiani eletti all’estero non potranno quindi mai rappresentare né gli orientamenti né gli interessi reali dei cittadini ormai residenti stabilmente all’estero.
Alla luce anche solo delle precedenti osservazioni non credo che si possa dare per scontata la necessità e nemmeno l’utilità dell’elezione diretta di parlamentari residenti all’estero. E per coloro che hanno ancora i loro interessi preponderanti in Italia sarebbe sicuramente preferibile che avessero la possibilità di contribuire a far eleggere deputati e senatori della loro circoscrizione naturale, in grado di meglio rappresentare i loro interessi.
Il diritto di voto per un cittadino è sacrosanto, il suo esercizio, tuttavia, non può essere scriteriato. Per questo la legge Tremaglia ha forse già fatto il suo tempo e merita una revisione radicale.
Non vorrei tuttavia che la morale del discorso si riducesse all’abolizione pura e semplice dell’elezione dei parlamentari della Circoscrizione Estero. Ciò che infatti ritengo ben più importante è che si affronti finalmente il problema generale di un sistema di organizzazione e di interconnessione delle collettività italiane all’estero (una specie di rete dell’italofonia), capace di interagire non solo con lo Stato italiano, ma anche a livello locale con i vari Stati in cui la presenza italiana è significativa. Solo all’interno di questo sistema dovrebbe trovare la sua giusta collocazione anche il discorso della rappresentanza degli italiani all’estero, da affrontare in chiave prammatica e funzionale e non in chiave partitica e autoreferenziale.
Giovanni Longu
Berna 10.3.2010
La Svizzera ridiscute la sua politica migratoria
Non so se l’attuale politica migratoria svizzera può rappresentare un modello per altri Stati, ma alla Svizzera va riconosciuto di essere riuscita, ormai da decenni, a fare del problema migratorio un problema nazionale, di cui l’intera collettività deve farsi carico. Per questo il popolo svizzero è chiamato ogni tanto a pronunciarsi su temi generali e specifici e per questo il Parlamento e il Governo devono spesso rispondere alle sollecitazioni dei rappresentanti del popolo.
La scorsa settimana il Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) ha dedicato alla problematica migratoria addirittura una sessione speciale per discutere e decidere circa 140 tra interpellanze, mozioni e postulati, in un dibattito fiume che un grande quotidiano zurighese non ha esitato a definire «epico» (epische Migrations-Debatte). Segno evidente che l’immigrazione continua ad essere un tema scottante dell’attualità svizzera e sul quale le convergenze sono spesso risicate.
Sono anzitutto i grandi numeri che esigono una particolare attenzione al fenomeno migratorio, perché gli stranieri continuano ad aumentare, sono ormai quasi 1.800.000 e costituiscono circa il 23% della popolazione. Ma è soprattutto il problema dell’integrazione (e della non integrazione) che interessa l’opinione pubblica e provoca il dibattito parlamentare. Anche la settimana scorsa molti interventi dei parlamentari vertevano sia sulla capacità della Svizzera ad integrare così tanti stranieri e sia sul dovere tanto dello Stato quanto degli interessati ad impegnarsi maggiormente sulla strada dell’integrazione.
Si è voluto ad esempio far carico allo Stato (specificamente ai Cantoni) di far registrare formalmente dopo la nascita anche i bambini nati da genitori «sans papiers», ossia clandestini. Non solo, a questi bambini dev’essere reso possibile l’accesso alla scuola normale, ma anche l’accesso alla formazione professionale, allo scopo di consentire loro, se rimarranno in Svizzera, una migliore integrazione professionale. D’altra parte, i deputati sono stati pressoché unanimi nel pretendere dallo Stato di essere più esigente con coloro che intendono domiciliarsi in Svizzera o divenire cittadini svizzeri. Oltre a richiedere loro un impegno chiaro a rispettare le leggi del Paese, da essi si deve esigere la conoscenza a sufficienza di almeno una lingua nazionale (tedesco, francese, italiano o romancio).
Naturalmente, con grande senso pratico, il Consiglio nazionale ha dovuto ammettere che come spesso accade in altri campi anche riguardo alle regole che vigono nella politica verso gli stranieri possono esservi eccezioni. Così, ad esempio, si può derogare alla norma sulla conoscenza della lingua nazionale quando si tratta di grandi specialisti o manager ai quali è maggiormente richiesto l’inglese più di qualunque altra lingua. Un’altra eccezione è stata chiesta e ottenuta per gli studenti stranieri che hanno conseguito un diploma universitario in Svizzera. Anche se il loro permesso di soggiorno scade col termine degli studi, può essere prolungato di sei mesi per consentire loro di trovare un lavoro corrispondente al titolo conseguito, «perché non è giusto sprecare i soldi dei contribuenti investiti nella formazione».
Il Consiglio nazionale non ha invece voluto accogliere nessuna proposta intesa a denunciare gli accordi bilaterali con l’Unione europea sulla libera circolazione. La Svizzera non ne avrebbe nessun tornaconto anzi solo danni, perché, come ha affermato la deputata ecologista zurighese Marlies Bänziger «abbiamo bisogno di lavoratori qualificati dell’UE per tener in piedi la nostra economia e far funzionare il nostro Paese». Meglio dunque investire maggiormente nell’accoglienza, nella formazione e nell’integrazione, come ha sostenuto la maggioranza dei consiglieri nazionali.
Giovanni Longu
Berna, 10.03.2010
La scorsa settimana il Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) ha dedicato alla problematica migratoria addirittura una sessione speciale per discutere e decidere circa 140 tra interpellanze, mozioni e postulati, in un dibattito fiume che un grande quotidiano zurighese non ha esitato a definire «epico» (epische Migrations-Debatte). Segno evidente che l’immigrazione continua ad essere un tema scottante dell’attualità svizzera e sul quale le convergenze sono spesso risicate.
Sono anzitutto i grandi numeri che esigono una particolare attenzione al fenomeno migratorio, perché gli stranieri continuano ad aumentare, sono ormai quasi 1.800.000 e costituiscono circa il 23% della popolazione. Ma è soprattutto il problema dell’integrazione (e della non integrazione) che interessa l’opinione pubblica e provoca il dibattito parlamentare. Anche la settimana scorsa molti interventi dei parlamentari vertevano sia sulla capacità della Svizzera ad integrare così tanti stranieri e sia sul dovere tanto dello Stato quanto degli interessati ad impegnarsi maggiormente sulla strada dell’integrazione.
Si è voluto ad esempio far carico allo Stato (specificamente ai Cantoni) di far registrare formalmente dopo la nascita anche i bambini nati da genitori «sans papiers», ossia clandestini. Non solo, a questi bambini dev’essere reso possibile l’accesso alla scuola normale, ma anche l’accesso alla formazione professionale, allo scopo di consentire loro, se rimarranno in Svizzera, una migliore integrazione professionale. D’altra parte, i deputati sono stati pressoché unanimi nel pretendere dallo Stato di essere più esigente con coloro che intendono domiciliarsi in Svizzera o divenire cittadini svizzeri. Oltre a richiedere loro un impegno chiaro a rispettare le leggi del Paese, da essi si deve esigere la conoscenza a sufficienza di almeno una lingua nazionale (tedesco, francese, italiano o romancio).
Naturalmente, con grande senso pratico, il Consiglio nazionale ha dovuto ammettere che come spesso accade in altri campi anche riguardo alle regole che vigono nella politica verso gli stranieri possono esservi eccezioni. Così, ad esempio, si può derogare alla norma sulla conoscenza della lingua nazionale quando si tratta di grandi specialisti o manager ai quali è maggiormente richiesto l’inglese più di qualunque altra lingua. Un’altra eccezione è stata chiesta e ottenuta per gli studenti stranieri che hanno conseguito un diploma universitario in Svizzera. Anche se il loro permesso di soggiorno scade col termine degli studi, può essere prolungato di sei mesi per consentire loro di trovare un lavoro corrispondente al titolo conseguito, «perché non è giusto sprecare i soldi dei contribuenti investiti nella formazione».
Il Consiglio nazionale non ha invece voluto accogliere nessuna proposta intesa a denunciare gli accordi bilaterali con l’Unione europea sulla libera circolazione. La Svizzera non ne avrebbe nessun tornaconto anzi solo danni, perché, come ha affermato la deputata ecologista zurighese Marlies Bänziger «abbiamo bisogno di lavoratori qualificati dell’UE per tener in piedi la nostra economia e far funzionare il nostro Paese». Meglio dunque investire maggiormente nell’accoglienza, nella formazione e nell’integrazione, come ha sostenuto la maggioranza dei consiglieri nazionali.
Giovanni Longu
Berna, 10.03.2010
09 marzo 2010
Berlusconi o Di Pietro: chi è pericoloso per la democrazia?
Da quando Berlusconi è sceso in politica, nel linguaggio di molti avversari al suo schieramento sono ricomparsi termini che solitamente venivano riservati a ben altra realtà storica italiana di cui pian piano si sta perdendo il ricordo: assassinio della democrazia, regime, dittatura, dittatore. Termini bruttissimi perché sono sinonimi di mancanza di libertà, violenza gratuita, negazione della democrazia e, quanto ai dittatori, si sa bene che fine abbiano fatto quasi tutti.
Ad usare quei termini nei confronti di Berlusconi e del suo governo sono per fortuna pochi e forse per questo la maggioranza degli italiani non ci fa caso. Tra coloro che denunciano «la scomparsa della democrazia, uccisa dal governo Berlusconi» vi sono alcuni militanti del Partito dei comunisti italiani e di Rifondazione comunista, che il popolo italiano ha già provveduto nelle ultime elezioni a estromettere dal Parlamento. Ve ne sono invece altri molto aggressivi ancora in Parlamento, da cui il popolo italiano dovrebbe guardarsi bene perché non sanno quel che dicono e non sanno quel che fanno, ma fanno molto male proprio alla democrazia che a parole dicono di voler difendere.
Questo gruppo di esasperati che gridano contro il regime di Berlusconi e la dittatura del suo governo ha alla sua testa un tribuno che, reduce da qualche successo (tra molte disfatte) in magistratura, si è montato a tal punto la testa da ritenersi il vero interprete della Costituzione, il più grande portatore dei Valori d’Italia e in diritto di bacchettare a piacimento persino i suoi stessi compagni antiberlusconiani chiamandoli «pavidi e ipocriti». Il suo nome è Antonio di Pietro.
Qualche mese fa, il giornalista Piero Ostellino faceva di lui questo ritratto: «Antonio Di Pietro assomiglia più a un demagogo sudamericano, aspirante alla dittatura, che al capo di un partito (l’Italia dei Valori) presente nel Parlamento di un Paese di democrazia liberale». «Un demagogo che interpreta, sollecita e lusinga i peggiori istinti», «un demagogo che fa leva sul malcontento popolare e sulla debolezza del Partito democratico per proporsi come la sola opposizione antagonista al Governo Berlusconi. Non è colto, forse non è neppure intelligente; di certo, però, è scaltro e soprattutto molto spregiudicato». «A suo modo, egli è una sorta di piccolo Mussolini del XXI secolo». Ostellino non sembra avere dubbi: «Di Pietro è un pericolo per la democrazia italiana, perché troppi italiani per bene, non necessariamente suoi sostenitori, vedono in lui l’«Uomo giusto», come, nel 1922, lo videro in Mussolini. Con una sola differenza che lascia sperare che l’Italia, questa volta, se la cavi: Di Pietro non ha né la cultura né la personalità politica di Mussolini».
Nella recente vicenda delle liste per le elezioni regionali non si può non condividere il parere personale del Presidente della Repubblica, secondo cui si è trattato di un brutto «pasticcio», la cui responsabilità sembra ricadere per intero sul partito di Berlusconi. Detto questo, però, volerne far pagare le conseguenze al popolo italiano e alla democrazia non è altro che cinismo e spregio dello Stato di diritto. Alle elezioni il popolo italiano vuole avere la libertà di scelta tra opposti schieramenti concorrenti e bene quindi ha fatto il Governo a predisporre e il Presidente della Repubblica a emanare un apposito decreto legge atto ad impedire che un errore procedurale, per quanto grave, privasse il popolo italiano del suo principale diritto civico. In qualunque Paese civile agli errori si può porre rimedio, solo nelle dittature questo non è possibile. Starà al popolo, in assoluta libertà, decidere da chi vuole essere governato, chi premiare e chi bocciare.
Scandalizzarsi dell’intervento correttivo del Governo e dell’avallo del Capo dello Stato significa tenere in scarsa considerazione i diritti sovrani del popolo e della democrazia e non avere il senso dello Stato. Nel caso di Di Pietro e di quanti ne condividono l’esaltazione fino a chiedere l'impeachment del Capo dello Stato significa, per usare ancora un’espressione di Ostellino, «calpestare i più elementari principi e le istituzioni stesse della democrazia rappresentativa». Altro che Uomo «giusto»! Non sarebbe certo quello che, cadendo Berlusconi, risolleverebbe le sorti dell’Italia. Anche il signor Romano Prodi dovrebbe chiedersi sinceramente di chi, oggi, bisognerebbe davvero avere paura in Italia.
Giovanni Longu
Berna, 8.3.2010
Ad usare quei termini nei confronti di Berlusconi e del suo governo sono per fortuna pochi e forse per questo la maggioranza degli italiani non ci fa caso. Tra coloro che denunciano «la scomparsa della democrazia, uccisa dal governo Berlusconi» vi sono alcuni militanti del Partito dei comunisti italiani e di Rifondazione comunista, che il popolo italiano ha già provveduto nelle ultime elezioni a estromettere dal Parlamento. Ve ne sono invece altri molto aggressivi ancora in Parlamento, da cui il popolo italiano dovrebbe guardarsi bene perché non sanno quel che dicono e non sanno quel che fanno, ma fanno molto male proprio alla democrazia che a parole dicono di voler difendere.
Questo gruppo di esasperati che gridano contro il regime di Berlusconi e la dittatura del suo governo ha alla sua testa un tribuno che, reduce da qualche successo (tra molte disfatte) in magistratura, si è montato a tal punto la testa da ritenersi il vero interprete della Costituzione, il più grande portatore dei Valori d’Italia e in diritto di bacchettare a piacimento persino i suoi stessi compagni antiberlusconiani chiamandoli «pavidi e ipocriti». Il suo nome è Antonio di Pietro.
Qualche mese fa, il giornalista Piero Ostellino faceva di lui questo ritratto: «Antonio Di Pietro assomiglia più a un demagogo sudamericano, aspirante alla dittatura, che al capo di un partito (l’Italia dei Valori) presente nel Parlamento di un Paese di democrazia liberale». «Un demagogo che interpreta, sollecita e lusinga i peggiori istinti», «un demagogo che fa leva sul malcontento popolare e sulla debolezza del Partito democratico per proporsi come la sola opposizione antagonista al Governo Berlusconi. Non è colto, forse non è neppure intelligente; di certo, però, è scaltro e soprattutto molto spregiudicato». «A suo modo, egli è una sorta di piccolo Mussolini del XXI secolo». Ostellino non sembra avere dubbi: «Di Pietro è un pericolo per la democrazia italiana, perché troppi italiani per bene, non necessariamente suoi sostenitori, vedono in lui l’«Uomo giusto», come, nel 1922, lo videro in Mussolini. Con una sola differenza che lascia sperare che l’Italia, questa volta, se la cavi: Di Pietro non ha né la cultura né la personalità politica di Mussolini».
Nella recente vicenda delle liste per le elezioni regionali non si può non condividere il parere personale del Presidente della Repubblica, secondo cui si è trattato di un brutto «pasticcio», la cui responsabilità sembra ricadere per intero sul partito di Berlusconi. Detto questo, però, volerne far pagare le conseguenze al popolo italiano e alla democrazia non è altro che cinismo e spregio dello Stato di diritto. Alle elezioni il popolo italiano vuole avere la libertà di scelta tra opposti schieramenti concorrenti e bene quindi ha fatto il Governo a predisporre e il Presidente della Repubblica a emanare un apposito decreto legge atto ad impedire che un errore procedurale, per quanto grave, privasse il popolo italiano del suo principale diritto civico. In qualunque Paese civile agli errori si può porre rimedio, solo nelle dittature questo non è possibile. Starà al popolo, in assoluta libertà, decidere da chi vuole essere governato, chi premiare e chi bocciare.
Scandalizzarsi dell’intervento correttivo del Governo e dell’avallo del Capo dello Stato significa tenere in scarsa considerazione i diritti sovrani del popolo e della democrazia e non avere il senso dello Stato. Nel caso di Di Pietro e di quanti ne condividono l’esaltazione fino a chiedere l'impeachment del Capo dello Stato significa, per usare ancora un’espressione di Ostellino, «calpestare i più elementari principi e le istituzioni stesse della democrazia rappresentativa». Altro che Uomo «giusto»! Non sarebbe certo quello che, cadendo Berlusconi, risolleverebbe le sorti dell’Italia. Anche il signor Romano Prodi dovrebbe chiedersi sinceramente di chi, oggi, bisognerebbe davvero avere paura in Italia.
Giovanni Longu
Berna, 8.3.2010
03 marzo 2010
Quarant’anni fa, 1970, anno cerniera per l’immigrazione italiana in Svizzera
Il 1970 sarà ricordato nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera probabilmente come l’anno del più forte attacco politico contro gli italiani residenti in Svizzera provocato dall’iniziativa xenofoba di James Schwarzenbach. Quell’attacco, tuttavia, non fu improvvisato né ebbe motivazioni solo contingenti. La xenofobia (in senso largo) della destra nazionalistica ha origini molto lontane.
Il 1970, tuttavia, è stato anche un anno fondamentale nella storia della collettività italiana in Svizzera per un vasto cambio di paradigma nella politica migratoria sia da parte delle autorità federali svizzere che di quelle italiane, come pure per una nuova presa di coscienza delle organizzazioni degli immigrati italiani sulle loro responsabilità.
Questi due elementi hanno influito in misura determinante sulla politica migratoria sia italiana che svizzera, ma soprattutto sulla transizione della collettività italiana da popolazione di immigrati a componente stabile della popolazione residente. Per la prima volta dal dopoguerra, nel 1970 s’interrompeva la lunga tradizione del saldo migratorio positivo con la Svizzera e il numero degli italiani rientrati in Italia superava quello dei nuovi arrivi. Era un segnale molto chiaro del cambiamento che si stava producendo sia in Italia che in Svizzera.
Per una parte importante della collettività italiana in Svizzera si chiudeva, per lo più inconsapevolmente, il capitolo dominato dalla nostalgia del luogo di partenza e del mito del ritorno, e se ne apriva un altro orientato a una lunga permanenza nel Paese ospite e alla possibilità di costruirvi il proprio avvenire o quantomeno quello dei propri figli. Il nuovo capitolo si apriva con molte incertezze, ma anche con molte speranze.
Il 1970 può essere considerato anche un anno simbolo per i giovani della seconda generazione. Sono infatti essi che romperanno definitivamente la catena che voleva l’immigrazione italiana una serie ininterrotta di presenze temporanee e provvisorie di prestatori d’opera più o meno a buon mercato (politica di rotazione) e finiranno per imporre una nuova politica di stabilità e d’integrazione. Da allora e sempre più saranno i giovani al centro della politica migratoria, anche se la prima generazione continuerà ancora per almeno due decenni ad essere protagonista sotto molti aspetti.
Il compito che le circostanze assegnavano a tutti, alle autorità italiane e svizzere, alle forze sociali, alle associazioni, all’intera collettività italiana, era estremamente delicato e difficile. Dalla maniera con cui sarebbe stata impostata e avviata la soluzione sarebbe dipeso, forse, il futuro della collettività italiana in Svizzera. Non tutti, nel 1970, potevano essere consapevoli della posta in gioco, tutti però si rendevano conto che il mondo della migrazione stava cambiando.
Data l’importanza di quell’anno, alla rievocazione degli avvenimenti di quel periodo sarà dedicata una serie di articoli, per metterne in luce la collocazione storico-politica e l’impatto sulla collettività italiana di allora.
Giovanni Longu
Berna 03.03.2010
Il 1970, tuttavia, è stato anche un anno fondamentale nella storia della collettività italiana in Svizzera per un vasto cambio di paradigma nella politica migratoria sia da parte delle autorità federali svizzere che di quelle italiane, come pure per una nuova presa di coscienza delle organizzazioni degli immigrati italiani sulle loro responsabilità.
Questi due elementi hanno influito in misura determinante sulla politica migratoria sia italiana che svizzera, ma soprattutto sulla transizione della collettività italiana da popolazione di immigrati a componente stabile della popolazione residente. Per la prima volta dal dopoguerra, nel 1970 s’interrompeva la lunga tradizione del saldo migratorio positivo con la Svizzera e il numero degli italiani rientrati in Italia superava quello dei nuovi arrivi. Era un segnale molto chiaro del cambiamento che si stava producendo sia in Italia che in Svizzera.
Per una parte importante della collettività italiana in Svizzera si chiudeva, per lo più inconsapevolmente, il capitolo dominato dalla nostalgia del luogo di partenza e del mito del ritorno, e se ne apriva un altro orientato a una lunga permanenza nel Paese ospite e alla possibilità di costruirvi il proprio avvenire o quantomeno quello dei propri figli. Il nuovo capitolo si apriva con molte incertezze, ma anche con molte speranze.
Il 1970 può essere considerato anche un anno simbolo per i giovani della seconda generazione. Sono infatti essi che romperanno definitivamente la catena che voleva l’immigrazione italiana una serie ininterrotta di presenze temporanee e provvisorie di prestatori d’opera più o meno a buon mercato (politica di rotazione) e finiranno per imporre una nuova politica di stabilità e d’integrazione. Da allora e sempre più saranno i giovani al centro della politica migratoria, anche se la prima generazione continuerà ancora per almeno due decenni ad essere protagonista sotto molti aspetti.
Il compito che le circostanze assegnavano a tutti, alle autorità italiane e svizzere, alle forze sociali, alle associazioni, all’intera collettività italiana, era estremamente delicato e difficile. Dalla maniera con cui sarebbe stata impostata e avviata la soluzione sarebbe dipeso, forse, il futuro della collettività italiana in Svizzera. Non tutti, nel 1970, potevano essere consapevoli della posta in gioco, tutti però si rendevano conto che il mondo della migrazione stava cambiando.
Data l’importanza di quell’anno, alla rievocazione degli avvenimenti di quel periodo sarà dedicata una serie di articoli, per metterne in luce la collocazione storico-politica e l’impatto sulla collettività italiana di allora.
Giovanni Longu
Berna 03.03.2010
Tagli e sprechi
Non passa giorno che nella stampa e nei portali online destinati agli italiani all’estero non si leggano lamentale, recriminazioni e invettive all’indirizzo del governo italiano per i tagli praticati alle rappresentanze consolari, ai corsi di lingua e cultura, alla stampa italiana all’estero, alle attività culturali e persino all’assistenza.
I tagli, secondo l’on. Narducci sarebbero «particolarmente drammatici in Svizzera, dove è previsto un intervento di “razionalizzazione” che non ha precedenti nella storia delle nostre istituzioni scolastiche, tant’è vero che sarebbe completamente azzerato l’Ufficio scolastico del Cantone di Berna, con la soppressione dell’intera struttura amministrativa e dirigenziale, abbandonando a se stessi decine di insegnanti MAE e del CASCI, e centinaia di corsi di lingua italiana frequentati da migliaia di figli dei nostri connazionali residenti in detto Cantone».
Secondo il segretario del PD in Svizzera e consigliere del CGIE M. Schiavone, i tagli starebbero addirittura provocando il declino dell’italianità in questo Paese, per cui «non possiamo assistere inerti e subire pavidamente le sorti del destino».
Poiché non credo nel destino e non so cosa c’entri in queste faccende tipicamente umane, di fronte ai tagli di cui si parla, prima di emettere giudizi avventati, mi preoccuperei piuttosto di conoscerne l’entità, il reale impatto e se siano giustificati. Questo approccio è anche suggerito indirettamente dallo stesso Narducci quando parla di «razionalizzazione».
I punti di partenza mi sembrano due. Anzitutto occorre rendersi conto che lo Stato italiano è così mal messo che rischia di schiantare sotto il massiccio debito pubblico e sarebbe da incoscienti aumentare la spesa pubblica. In secondo luogo, la collettività italiana in Svizzera si è così trasformata negli ultimi quarant’anni che non è più possibile evitare la questione dell’adeguatezza delle strutture che la riguardano.
Partendo da queste premesse e dando per scontato che nessun governo tagli a cuor leggero o, peggio, mosso da una sorta di volontà distruttrice, occorrerebbe chiedersi, ad esempio, se è ancora sostenibile una rete consolare così capillare come quella presente in Svizzera, se è ancora possibile sovvenzionare tutte le attività che fino a non molto tempo fa sembravano necessarie per venire incontro ai bisogni della prima e della seconda generazione e se è ancora opportuno tenere in piedi un sistema assistenziale e clientelare apparentemente esorbitante sia rispetto alle esigenze reali e sia di fronte alle effettive possibilità di finanziamento.
Senza un’approfondita analisi di questi problemi rischiano di apparire unilaterali e ingiustificati i giudizi perentori che capita di leggere in questi tempi e che possono generare inutilmente panico (come è già accaduto ad esempio in occasione della trasformazione del Consolato di Berna in cancelleria consolare, a parità di servizi).
Invece di etichettare senza discussione le decisioni del governo come «inique e arbitrarie» e vedervi «provvedimenti normativi che mirano alla frantumazione del sistema formativo ed educativo e all’alienazione dei diritti della persona», troverei più ragionevole esaminare se e in quale misura tutte le voci di spesa attuali sono giustificate e se non vi siano addirittura sprechi da eliminare.
Dire aprioristicamente no ai tagli mi sembra irresponsabile, soprattutto da parte di chi ritiene di conoscere la realtà e di rappresentare gli interessi dei cittadini italiani all’estero. Se proprio non si vogliono i tagli alla rete consolare, ai corsi, alla stampa e a quant’altro, bisognerebbe per lo meno avere il coraggio di dire dove andare a prendere le risorse mancanti. Riducendo gli stipendi dei funzionari? Eliminando i costi di Comites e CGIE e trasformando eventualmente questi organismi in pure e semplici associazioni di volontariato? Dimezzando le indennità ai patronati? Tagliando i fondi a quei tanti «carrozzoni» di cui parla spesso Zulian del PdL in Svizzera? Non è una risposta dire semplicemente «eliminando gli sprechi» perché siamo punto e a capo. Gli sprechi vanno anzitutto individuati e denunciati come tali.
Il problema dei tagli, tuttavia, non andrebbe visto tanto in termini di sì o no, quanto in termini di quantità e di qualità. Per esempio: con le poche risorse disponibili, è preferibile continuare a sostenere i corsi di lingua e cultura introdotti per esigenze lontanissime da quelle attuali o andrebbero di preferenza sostenute attività mirate nel campo della formazione e della ricerca? Hanno una giustificazione, in un Paese come la Svizzera, dove la collettività italiana è ormai integrata da decenni, corsi «totalmente gratuiti» (come dice la pubblicità) d’integrazione o di reinserimento professionale o di improbabili attività per custode d’immobile, network manager, web creator, addirittura neoimprenditore, gestione e marketing d’impresa, retravailler (ossia reinserimento professionale per donne), comunicazione redazionale «informediale», scrittura giornalistica ecc.?
In conclusione, se i tagli sono necessari, è forse venuto il momento di chiederci tutti non solo cosa e quanto tagliare, ma anche dove e quanto investire per averne un sicuro beneficio. Le difese corporative ad oltranza sono solo dannose.
Giovanni Longu
Berna, 03.03.2010 (L'ECO)
I tagli, secondo l’on. Narducci sarebbero «particolarmente drammatici in Svizzera, dove è previsto un intervento di “razionalizzazione” che non ha precedenti nella storia delle nostre istituzioni scolastiche, tant’è vero che sarebbe completamente azzerato l’Ufficio scolastico del Cantone di Berna, con la soppressione dell’intera struttura amministrativa e dirigenziale, abbandonando a se stessi decine di insegnanti MAE e del CASCI, e centinaia di corsi di lingua italiana frequentati da migliaia di figli dei nostri connazionali residenti in detto Cantone».
Secondo il segretario del PD in Svizzera e consigliere del CGIE M. Schiavone, i tagli starebbero addirittura provocando il declino dell’italianità in questo Paese, per cui «non possiamo assistere inerti e subire pavidamente le sorti del destino».
Poiché non credo nel destino e non so cosa c’entri in queste faccende tipicamente umane, di fronte ai tagli di cui si parla, prima di emettere giudizi avventati, mi preoccuperei piuttosto di conoscerne l’entità, il reale impatto e se siano giustificati. Questo approccio è anche suggerito indirettamente dallo stesso Narducci quando parla di «razionalizzazione».
I punti di partenza mi sembrano due. Anzitutto occorre rendersi conto che lo Stato italiano è così mal messo che rischia di schiantare sotto il massiccio debito pubblico e sarebbe da incoscienti aumentare la spesa pubblica. In secondo luogo, la collettività italiana in Svizzera si è così trasformata negli ultimi quarant’anni che non è più possibile evitare la questione dell’adeguatezza delle strutture che la riguardano.
Partendo da queste premesse e dando per scontato che nessun governo tagli a cuor leggero o, peggio, mosso da una sorta di volontà distruttrice, occorrerebbe chiedersi, ad esempio, se è ancora sostenibile una rete consolare così capillare come quella presente in Svizzera, se è ancora possibile sovvenzionare tutte le attività che fino a non molto tempo fa sembravano necessarie per venire incontro ai bisogni della prima e della seconda generazione e se è ancora opportuno tenere in piedi un sistema assistenziale e clientelare apparentemente esorbitante sia rispetto alle esigenze reali e sia di fronte alle effettive possibilità di finanziamento.
Senza un’approfondita analisi di questi problemi rischiano di apparire unilaterali e ingiustificati i giudizi perentori che capita di leggere in questi tempi e che possono generare inutilmente panico (come è già accaduto ad esempio in occasione della trasformazione del Consolato di Berna in cancelleria consolare, a parità di servizi).
Invece di etichettare senza discussione le decisioni del governo come «inique e arbitrarie» e vedervi «provvedimenti normativi che mirano alla frantumazione del sistema formativo ed educativo e all’alienazione dei diritti della persona», troverei più ragionevole esaminare se e in quale misura tutte le voci di spesa attuali sono giustificate e se non vi siano addirittura sprechi da eliminare.
Dire aprioristicamente no ai tagli mi sembra irresponsabile, soprattutto da parte di chi ritiene di conoscere la realtà e di rappresentare gli interessi dei cittadini italiani all’estero. Se proprio non si vogliono i tagli alla rete consolare, ai corsi, alla stampa e a quant’altro, bisognerebbe per lo meno avere il coraggio di dire dove andare a prendere le risorse mancanti. Riducendo gli stipendi dei funzionari? Eliminando i costi di Comites e CGIE e trasformando eventualmente questi organismi in pure e semplici associazioni di volontariato? Dimezzando le indennità ai patronati? Tagliando i fondi a quei tanti «carrozzoni» di cui parla spesso Zulian del PdL in Svizzera? Non è una risposta dire semplicemente «eliminando gli sprechi» perché siamo punto e a capo. Gli sprechi vanno anzitutto individuati e denunciati come tali.
Il problema dei tagli, tuttavia, non andrebbe visto tanto in termini di sì o no, quanto in termini di quantità e di qualità. Per esempio: con le poche risorse disponibili, è preferibile continuare a sostenere i corsi di lingua e cultura introdotti per esigenze lontanissime da quelle attuali o andrebbero di preferenza sostenute attività mirate nel campo della formazione e della ricerca? Hanno una giustificazione, in un Paese come la Svizzera, dove la collettività italiana è ormai integrata da decenni, corsi «totalmente gratuiti» (come dice la pubblicità) d’integrazione o di reinserimento professionale o di improbabili attività per custode d’immobile, network manager, web creator, addirittura neoimprenditore, gestione e marketing d’impresa, retravailler (ossia reinserimento professionale per donne), comunicazione redazionale «informediale», scrittura giornalistica ecc.?
In conclusione, se i tagli sono necessari, è forse venuto il momento di chiederci tutti non solo cosa e quanto tagliare, ma anche dove e quanto investire per averne un sicuro beneficio. Le difese corporative ad oltranza sono solo dannose.
Giovanni Longu
Berna, 03.03.2010 (L'ECO)
24 febbraio 2010
Naturalizzazione agevolata e partecipazione
Non dovrebbero più esservi difficoltà per riconoscere agli stranieri di terza generazione quel che da oltre un secolo si rivendica in generale per tutti gli stranieri nati in Svizzera (seconda generazione) e che hanno di fatto adottato questo Paese come loro vera patria.
Quando nel 2004 il popolo svizzero fu chiamato a pronunciarsi su due progetti distinti, concedere ai giovani di seconda generazione la naturalizzazione agevolata e ai giovani di terza generazione la naturalizzazione automatica, speravo (v. L’ECO del 22.9.2004) in un’approvazione netta di entrambe le richieste. Il sì avrebbe risolto in maniera definitiva un problema ormai più che secolare. Le richieste mi parevano assolutamente giustificate e ritenevo un errore rimandare ulteriormente una decisione che a molti, anche in seno al governo e al parlamento, appariva matura.
Questi giovani, ritenevo, andrebbero considerati in linea di principio pienamente integrati linguisticamente, scolasticamente, culturalmente e socialmente. Per dirla con il Consigliere federale Moritz Leuenberger essi sono solo «stranieri di carta» (Papier-Ausländerinnen und –Ausländer), di fatto sono svizzeri e tali si sentono. Negar loro la cittadinanza dovrebbe apparire dunque a chiunque illogico e ingiusto.
Purtroppo la storia non segue sempre il filo della logica, né tutto quel che è auspicabile si realizza. Di fatto, l’elettorato respinse entrambi i progetti, decretando così l’esclusione a tempo indeterminato di qualsiasi tentativo d’introdurre nella legislazione svizzera la naturalizzazione «automatica».
Nel 2008, tuttavia, la consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra (PS/VD) ritenne che esistesse ancora uno spiraglio per la naturalizzazione agevolata se non per i giovani di seconda generazione almeno per quelli di terza generazione. A tale scopo, nel giugno 2008 presentò al Consiglio nazionale una iniziativa, sottoscritta da altri 49 consiglieri, precisando che «la terza generazione di stranieri stabilitisi in Svizzera deve poter ottenere la cittadinanza su richiesta dei genitori o dei diretti interessati». In tal modo, superato l’ostacolo dell’automatismo (escluso dal voto popolare nel 2004), la naturalizzazione avrebbe potuto avvenire a semplice richiesta, sia pure a determinate condizioni generalmente soddisfatte dai giovani di terza generazione.
L’iniziativa parlamentare ha seguito il suo iter usuale nelle apposite commissioni parlamentari e nella procedura di consultazione, appena conclusasi, ottenendo ad ogni tappa i più ampi consensi. Solo un partito si è dichiarato in disaccordo, la solita Unione Democratica di Centro (UDC). D’ora in avanti la procedura di trasformazione dell’iniziativa in legge dello Stato previo adeguamento della Costituzione non dovrebbe più incontrare ostacoli, anche se i tempi sembrano ancora lunghi e specialmente in questa materia non si può mai dare nulla per scontato.
Tanta cautela potrebbe apparire esagerata, ma è giustificata alla luce della storia. Non è infatti da pochi anni o da qualche decennio che si parla di naturalizzazione agevolata, sebbene a molti, soprattutto ai giovani, può addirittura apparire anacronistico che si parli ancora di difficoltà a naturalizzare giovani di terza generazione, ossia persone nate e cresciute in questo Paese da genitori a loro volta nati, cresciuti e integrati in questo Paese. Qual è dunque la difficoltà a riconoscerli svizzeri anche «di diritto»?
Problema ultracentenario
Comunque si guardi il problema, l’interrogativo resta, tanto più che in diverse forme è già stato posto da oltre cent’anni e ancora non ha trovato una risposta adeguata. La storia svizzera è costellata di tentativi falliti. Eppure, a ben vedere, gli argomenti che da oltre un secolo a questa parte sono stati continuamente addotti per giustificare la naturalizzazione facilitata o addirittura automatica, non sono privi di logica, anzi tutt’altro.
Già nel 1880, un commento istituzionale ai dati del censimento di quell’anno diceva testualmente: «Il nostro Paese sarà forte soltanto se saprà essere “un popolo unito di fratelli”. Un elemento fondamentale di questa unità è mantener fede a questo principio: a uguali doveri devono corrispondere uguali diritti. Orbene, in Svizzera abbiamo un numero crescente di stranieri che portano gli stessi nostri pesi e (se non vi sono esentati grazie a qualche trattato internazionale) pagano persino la tassa militare, eppure essi restano esclusi da qualsiasi forma di partecipazione all’amministrazione dello Stato e del Comune…».
Nel 1900, un funzionario dell’amministrazione comunale di Zurigo riteneva «deplorevole l’esigua frequenza della naturalizzazione, mentre la nostra cittadinanza ha così urgente bisogno di un regolare maggior aumento». Lamentava che si facesse troppo poco per «promuovere un’aggregazione ancora più stretta col nostro corpo di cittadinanza» e si continuasse a «parlare di “colonie” di tedeschi, italiani ecc., ossia di tanti stranieri che pure sono un elemento integrante della popolazione, di cui non vogliamo né possiamo farne senza». Sosteneva anche che era nell’interesse dei Cantoni facilitare la naturalizzazione di un maggior numero di stranieri tenendo presente «la dimora più lunga, l’esser nato nel Cantone e l’essere ammogliato con un’indigena». Infatti «sarà nell’interesse ben inteso del Cantone di guadagnare alla cittadinanza dette categorie, che sembrano già fortemente acclimatizzate per le suddette circostanze e offrono garanzia di diventare veri cittadini».
All’inizio del secolo scorso, lo stesso Consiglio federale parlò di «rapporto anormale quando una notevole percentuale di un Paese è costituita da stranieri che a causa di questa caratteristica restano esclusi dall’istituzione pubblica».
Fu in quel periodo che venne proposta per la prima volta la soluzione di una sorta di «jus soli» (diritto del suolo in cui si nasce), ossia la concessione automatica della naturalizzazione per tutti i figli di stranieri nati in Svizzera da genitori domiciliati. La proposta fu respinta, o meglio fu lasciato alla discrezione dei Cantoni farne l’uso che volevano, ma nessun Cantone ne approfittò. Da allora si continuò discutendo, tentando e ritentando praticamente fino ai giorni nostri, senza che al problema divenuto nel frattempo ultrasecolare venisse mai data una soluzione equa e definitiva.
Il diritto di voto non è tutto
Che con la proposta Marra sia la volta buona? C’è da augurarselo. A questo punto non resta che aspettare il prosieguo dell’iter legislativo. L’attesa, tuttavia, non deve trasformarsi in un alibi o peggio una scusa per smettere di interessarci al problema di fondo, ossia la partecipazione degli stranieri, di tutti gli stranieri residenti anche di prima e seconda generazione, alla cosa pubblica di questo Paese.
Soprattutto la parte straniera più consistente e più «antica», la componente italiana, non può non rendersi conto che è soprattutto su questo versante che deve impegnare la propria riflessione e le proprie energie. Oltre che discettare d’italianità e brigare per il tipo di rappresentanza in organismi che hanno i loro referenti a Roma, sarebbe forse più opportuno interessarsi ai problemi concreti e risolvibili sul posto e partecipare a quegli organismi e istituzioni che si occupano delle questioni locali nei Comuni e nei Cantoni.
Mi si obietterà che a certi livelli lo straniero non ci può arrivare se non ha la cittadinanza e quindi il diritto di voto. Mi viene facile la risposta: è vero, a qualche livello non può arrivare, ma a molti altri sì. A questi numerosi altri livelli anche lo straniero, tanto più se radicato nel tessuto locale, può dare impulsi e contributi di idee e di azione. Basterebbe pensare ai settori dell’economia, della stampa, della scuola, della ricerca, dell’assistenza, dell’associazionismo. In un Paese fondato sulla libertà d’iniziativa e sul principio di sussidiarietà, almeno al primo livello non ci sono praticamente limiti all’intraprendenza individuale e collettiva, a prescindere dalla nazionalità.
Questo, sia chiaro, non è un invito a dimenticarsi della rivendicazione del diritto di voto amministrativo, a prescindere dalle generazioni e dalle nazionalità. Tutt’altro, è anzi uno di quei terreni su cui conviene tenere sempre alta l’attenzione. Occorre però non enfatizzare il diritto di voto, che del resto nelle società evolute tende a perdere importanza. Per rendersene conto basterebbe chiedere agli italiani residenti in Svizzera quanta importanza attribuiscono davvero al diritto di voto all’estero per l’elezione diretta di alcuni rappresentanti nel parlamento nazionale. Alla luce dei risultati raggiunti, in un’ipotetica scala da 0 a 10, sicuramente tale valore si collocherebbe più vicino allo zero che a 10. Non va inoltre dimenticato che il diritto di voto non è un fine ma un mezzo, uno fra altri, per raggiungere i risultati di una pacifica società alla ricerca del costante benessere.
Giovanni Longu
L'ECO (Berna, 24.02.2010)
Quando nel 2004 il popolo svizzero fu chiamato a pronunciarsi su due progetti distinti, concedere ai giovani di seconda generazione la naturalizzazione agevolata e ai giovani di terza generazione la naturalizzazione automatica, speravo (v. L’ECO del 22.9.2004) in un’approvazione netta di entrambe le richieste. Il sì avrebbe risolto in maniera definitiva un problema ormai più che secolare. Le richieste mi parevano assolutamente giustificate e ritenevo un errore rimandare ulteriormente una decisione che a molti, anche in seno al governo e al parlamento, appariva matura.
Questi giovani, ritenevo, andrebbero considerati in linea di principio pienamente integrati linguisticamente, scolasticamente, culturalmente e socialmente. Per dirla con il Consigliere federale Moritz Leuenberger essi sono solo «stranieri di carta» (Papier-Ausländerinnen und –Ausländer), di fatto sono svizzeri e tali si sentono. Negar loro la cittadinanza dovrebbe apparire dunque a chiunque illogico e ingiusto.
Purtroppo la storia non segue sempre il filo della logica, né tutto quel che è auspicabile si realizza. Di fatto, l’elettorato respinse entrambi i progetti, decretando così l’esclusione a tempo indeterminato di qualsiasi tentativo d’introdurre nella legislazione svizzera la naturalizzazione «automatica».
Nel 2008, tuttavia, la consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra (PS/VD) ritenne che esistesse ancora uno spiraglio per la naturalizzazione agevolata se non per i giovani di seconda generazione almeno per quelli di terza generazione. A tale scopo, nel giugno 2008 presentò al Consiglio nazionale una iniziativa, sottoscritta da altri 49 consiglieri, precisando che «la terza generazione di stranieri stabilitisi in Svizzera deve poter ottenere la cittadinanza su richiesta dei genitori o dei diretti interessati». In tal modo, superato l’ostacolo dell’automatismo (escluso dal voto popolare nel 2004), la naturalizzazione avrebbe potuto avvenire a semplice richiesta, sia pure a determinate condizioni generalmente soddisfatte dai giovani di terza generazione.
L’iniziativa parlamentare ha seguito il suo iter usuale nelle apposite commissioni parlamentari e nella procedura di consultazione, appena conclusasi, ottenendo ad ogni tappa i più ampi consensi. Solo un partito si è dichiarato in disaccordo, la solita Unione Democratica di Centro (UDC). D’ora in avanti la procedura di trasformazione dell’iniziativa in legge dello Stato previo adeguamento della Costituzione non dovrebbe più incontrare ostacoli, anche se i tempi sembrano ancora lunghi e specialmente in questa materia non si può mai dare nulla per scontato.
Tanta cautela potrebbe apparire esagerata, ma è giustificata alla luce della storia. Non è infatti da pochi anni o da qualche decennio che si parla di naturalizzazione agevolata, sebbene a molti, soprattutto ai giovani, può addirittura apparire anacronistico che si parli ancora di difficoltà a naturalizzare giovani di terza generazione, ossia persone nate e cresciute in questo Paese da genitori a loro volta nati, cresciuti e integrati in questo Paese. Qual è dunque la difficoltà a riconoscerli svizzeri anche «di diritto»?
Problema ultracentenario
Comunque si guardi il problema, l’interrogativo resta, tanto più che in diverse forme è già stato posto da oltre cent’anni e ancora non ha trovato una risposta adeguata. La storia svizzera è costellata di tentativi falliti. Eppure, a ben vedere, gli argomenti che da oltre un secolo a questa parte sono stati continuamente addotti per giustificare la naturalizzazione facilitata o addirittura automatica, non sono privi di logica, anzi tutt’altro.
Già nel 1880, un commento istituzionale ai dati del censimento di quell’anno diceva testualmente: «Il nostro Paese sarà forte soltanto se saprà essere “un popolo unito di fratelli”. Un elemento fondamentale di questa unità è mantener fede a questo principio: a uguali doveri devono corrispondere uguali diritti. Orbene, in Svizzera abbiamo un numero crescente di stranieri che portano gli stessi nostri pesi e (se non vi sono esentati grazie a qualche trattato internazionale) pagano persino la tassa militare, eppure essi restano esclusi da qualsiasi forma di partecipazione all’amministrazione dello Stato e del Comune…».
Nel 1900, un funzionario dell’amministrazione comunale di Zurigo riteneva «deplorevole l’esigua frequenza della naturalizzazione, mentre la nostra cittadinanza ha così urgente bisogno di un regolare maggior aumento». Lamentava che si facesse troppo poco per «promuovere un’aggregazione ancora più stretta col nostro corpo di cittadinanza» e si continuasse a «parlare di “colonie” di tedeschi, italiani ecc., ossia di tanti stranieri che pure sono un elemento integrante della popolazione, di cui non vogliamo né possiamo farne senza». Sosteneva anche che era nell’interesse dei Cantoni facilitare la naturalizzazione di un maggior numero di stranieri tenendo presente «la dimora più lunga, l’esser nato nel Cantone e l’essere ammogliato con un’indigena». Infatti «sarà nell’interesse ben inteso del Cantone di guadagnare alla cittadinanza dette categorie, che sembrano già fortemente acclimatizzate per le suddette circostanze e offrono garanzia di diventare veri cittadini».
All’inizio del secolo scorso, lo stesso Consiglio federale parlò di «rapporto anormale quando una notevole percentuale di un Paese è costituita da stranieri che a causa di questa caratteristica restano esclusi dall’istituzione pubblica».
Fu in quel periodo che venne proposta per la prima volta la soluzione di una sorta di «jus soli» (diritto del suolo in cui si nasce), ossia la concessione automatica della naturalizzazione per tutti i figli di stranieri nati in Svizzera da genitori domiciliati. La proposta fu respinta, o meglio fu lasciato alla discrezione dei Cantoni farne l’uso che volevano, ma nessun Cantone ne approfittò. Da allora si continuò discutendo, tentando e ritentando praticamente fino ai giorni nostri, senza che al problema divenuto nel frattempo ultrasecolare venisse mai data una soluzione equa e definitiva.
Il diritto di voto non è tutto
Che con la proposta Marra sia la volta buona? C’è da augurarselo. A questo punto non resta che aspettare il prosieguo dell’iter legislativo. L’attesa, tuttavia, non deve trasformarsi in un alibi o peggio una scusa per smettere di interessarci al problema di fondo, ossia la partecipazione degli stranieri, di tutti gli stranieri residenti anche di prima e seconda generazione, alla cosa pubblica di questo Paese.
Soprattutto la parte straniera più consistente e più «antica», la componente italiana, non può non rendersi conto che è soprattutto su questo versante che deve impegnare la propria riflessione e le proprie energie. Oltre che discettare d’italianità e brigare per il tipo di rappresentanza in organismi che hanno i loro referenti a Roma, sarebbe forse più opportuno interessarsi ai problemi concreti e risolvibili sul posto e partecipare a quegli organismi e istituzioni che si occupano delle questioni locali nei Comuni e nei Cantoni.
Mi si obietterà che a certi livelli lo straniero non ci può arrivare se non ha la cittadinanza e quindi il diritto di voto. Mi viene facile la risposta: è vero, a qualche livello non può arrivare, ma a molti altri sì. A questi numerosi altri livelli anche lo straniero, tanto più se radicato nel tessuto locale, può dare impulsi e contributi di idee e di azione. Basterebbe pensare ai settori dell’economia, della stampa, della scuola, della ricerca, dell’assistenza, dell’associazionismo. In un Paese fondato sulla libertà d’iniziativa e sul principio di sussidiarietà, almeno al primo livello non ci sono praticamente limiti all’intraprendenza individuale e collettiva, a prescindere dalla nazionalità.
Questo, sia chiaro, non è un invito a dimenticarsi della rivendicazione del diritto di voto amministrativo, a prescindere dalle generazioni e dalle nazionalità. Tutt’altro, è anzi uno di quei terreni su cui conviene tenere sempre alta l’attenzione. Occorre però non enfatizzare il diritto di voto, che del resto nelle società evolute tende a perdere importanza. Per rendersene conto basterebbe chiedere agli italiani residenti in Svizzera quanta importanza attribuiscono davvero al diritto di voto all’estero per l’elezione diretta di alcuni rappresentanti nel parlamento nazionale. Alla luce dei risultati raggiunti, in un’ipotetica scala da 0 a 10, sicuramente tale valore si collocherebbe più vicino allo zero che a 10. Non va inoltre dimenticato che il diritto di voto non è un fine ma un mezzo, uno fra altri, per raggiungere i risultati di una pacifica società alla ricerca del costante benessere.
Giovanni Longu
L'ECO (Berna, 24.02.2010)
17 febbraio 2010
E’ possibile governare senza morale?
Non c’è giorno senza che i media ci propongano esempi di malgoverno, malagiustizia, arroganza politica, malasanità, scandali, loschi affari di ordinaria corruzione, arresti eccellenti, galere che scoppiano, falsi pentiti che tentano di uscirne o di riabilitarsi con calunnie e «verità» inverosimili, abuso d’ufficio e quant’altro.
Il fatto che se ne parli significa che c’è un’attenzione particolare dei cittadini alle manchevolezze dello Stato e l’esigenza di un buon governo. Il fatto che se ne parli quotidianamente indica invece che il malcostume è dilagante perché, si sa, ciò che viene alla luce è solo la punta dell’iceberg.
Molti cittadini sembrano alquanto disorientati, perché si aspettano dalla politica buone leggi, dal governo servizi efficienti e dalla magistratura giudizi imparziali e certi, ed invece la cronaca quotidiana è piena di tutto ciò che in Italia non funziona, soprattutto nella vita pubblica. In certi settori sembrerebbe di avere a che fare non con «servitori dello Stato» ma con «asserviti al potere», persone egoiste, avide, corrotte, dedite più al profitto personale che al bene comune.
Periodicamente, non solo in Italia, ma verrebbe da dire soprattutto in Italia, si ripropone il problema morale all’interno di tutte le istituzioni dello Stato. Nonostante che, dai tempi di Machiavelli, si sia cercato costantemente di espellere la morale dalla politica, inevitabilmente i quotidiani esempi di malfunzionamento delle istituzioni sollecitano una risposta alla questione se è possibile governare (in senso largo) prescindendo dalle norme morali che dovrebbero presiedere a tutti i comportamenti umani, anche in politica.
Si dirà che nella sfera pubblica la legalità basta e avanza, ma non è esattamente così. In molti campi moralità e legalità coincidono, in altri no. Se uno ruba, ad esempio, non viola solo il settimo comandamento della religione cristiana, ma compie anche un reato sanzionato dal codice penale. Se una classe politica, invece, non riesce ad approvare una buona legge nei tempi giusti, pur non violando alcuna legge non è detto che non violi alcuna norma morale.
L’immoralità nel fare e… nel non fare
Certamente è soprattutto nel fare che emerge l’illegalità e l’immoralità, ma c’è molta immoralità anche nel non fare. Qualche esempio per chiarire il concetto.
I lettori probabilmente ricordano il tentativo della magistratura di porre fine a una certa pratica illegale assai diffusa nella Prima repubblica: finanziamento illecito dei partiti, corruzione, commistioni poco chiare tra pubblico e privato, tangenti (da cui è derivato Tangentopoli), ecc. Era l’epoca di «Mani pulite».
Se uno si chiedesse oggi che ne è stata di quella vasta operazione giudiziaria degli anni Novanta, la tentazione di rispondere che è servita a nulla o a ben poco appare scontata, soprattutto alla luce di quel che ogni giorno comunicano i media. Per molti non è stata altro che un tentativo (in buona parte fallito) di porre rimedio a una certa degenerazione della politica, per altri è stata un tentativo (oggi molto controverso) di accreditare la magistratura come potere supremo, garante della legalità e dell’ordine democratico. In effetti l’operazione «Mani pulite» è servita a sanzionare alcuni colpevoli, ma non è servita a modificare i cattivi sentimenti di molte persone, che magari in altre forme hanno proseguito nel malaffare.
Inutile negare che sul banco degli accusati di comportamenti «immorali», nel senso ampio del termine, ci dovrebbero essere molti politici e uomini dello Stato, non tanto per fatti comprovati di illegalità, quanto appunto per comportamenti moralmente inadeguati al ruolo che rivestono. Anche per questi, in molti cittadini, regna un grande disorientamento su ciò che la politica potrebbe o dovrebbe fare e invece non fa.
La politica, l’arte del buon governo per risolvere i problemi di un popolo, sembra spesso regolata non tanto dalla preoccupazione del bene comune, quanto da interessi corporativi e opportunistici, difficilmente sanzionabili legalmente ma sicuramente condannabili moralmente. L’opportunismo (una categoria morale per lo più non sanzionabile legalmente) sembra stabilire non solo le azioni della politica ma anche i tempi e i modi.
Il caso Berlusconi è emblematico. I politici (e i partiti) non riescono a decidere concordemente se è prioritario, per il bene comune, che egli, in quanto capo del governo, continui a governare normalmente (come vorrebbe la maggioranza degli italiani che gli hanno dato fiducia alle ultime elezioni) o debba dimettersi subito per sottoporsi a un giudizio incerto di un tribunale, oppure si possa rinviare il processo alla scadenza del suo mandato. Credo che questa indecisione sia politicamente ma anche moralmente inaccettabile perché i cittadini hanno diritto di chiarezza e di certezza al riguardo.
La giustizia in Italia
La giustizia, in Italia come in ogni Paese, dovrebbe dare il buon esempio. Eppure, anche in questo settore, è evidente che va fatta un’attenta riflessione morale, oltre a quella istituzionale di cui molto si parla in questi ultimi mesi. Qui a dire il vero i casi di illegalità sono piuttosto rari, ma probabilmente non perché siano inesistenti bensì perché è più difficile provarli. Ciononostante, le cronache sono piene di testimonianze di malfunzionamento degli apparati, interventi giudiziari ad orologeria, avvisi di garanzia a pioggia, intercettazioni telefoniche di natura strettamente privata date in pasto ai media senza ritegno alcuno, lentezza dei processi, troppa spettacolarizzazione, detenuti in attesa di giudizio da anni, ecc.
E’ invece rarissimo venire a sapere se qualche magistrato è stato anche solo accusato e chiamato in giudizio per essere stato troppo superficiale nelle indagini o troppo affrettato nelle conclusioni, troppo accondiscendente nei confronti dei media, condizionato nell’emettere una sentenza non sufficientemente motivata, ecc. ecc.
Eppure se un imputato viene assolto nel corso del processo è evidente che qualche errore è stato commesso nelle fasi precedenti. Perché nessuno è mai responsabile e paga per errori del genere? E’ mai possibile che nell’ordine giudiziario la responsabilità sia sempre impersonale (carenza di organici, troppi arretrati, mancanza di risorse, ecc.) o addirittura non esistano affatto responsabilità? Ma che razza di giustizia è mai quella che ammette l’errore senza chiedersi chi l’ha commesso, soprattutto se certi errori pesano gravemente sulla vita delle persone coinvolte.
Nei giorni scorsi è esploso il caso Bertolaso, che si dichiara «servitore dello Stato» eppure indagato per reati gravi che avrebbe commesso nell’esercizio delle sue funzioni. In questo come in migliaia di casi simili, riguardanti magari personaggi di minore notorietà, si dice abitualmente «sarà la magistratura a verificare e a decidere». Un bel dire, senza domandarsi perché mai il cittadino Bertolaso o chiunque nelle stesse condizioni venga mediaticamente umiliato e passato al «tritacarne», condannato prima ancora di essere stato ascoltato da un magistrato per potersi difendere. E se questo cittadino risultasse in definitiva innocente, quale magistrato potrà mai ridargli la serenità o compensarlo per l’umiliazione subita? Ma davvero è accettabile oggi una giustizia così spietata, ossia senza alcuna pietà o, come dicono i dizionari dei sinonimi, «crudele, barbara»? E può la giustizia prescindere dal rispetto della dignità della persona dell’indiziato e persino del condannato? E perché nessun magistrato (la «casta») paga per errori commessi per imprudenza, superficialità e persino voglia di protagonismo?
Anche la Svizzera s’interroga
Non vorrei, a questo punto, che si ritenesse solo lo Stato italiano nella condizione di dover fare un attento esame di coscienza. Ogni Stato ha infatti le proprie carenze e le proprie ipocrisie. La Svizzera non fa eccezione, anche se a livello pubblico, è un Paese che ha meno pecche di altri.
Proprio nelle scorse settimane anche in questo Paese è stata avviata una sorta di esame di coscienza a proposito di una condizione che già in passato aveva suscitato qualche riflessione critica. Mi riferisco in particolare a certi interventi del sociologo e politico Jean Ziegler, uno dei quali portava il titolo «La Svizzera lava più bianco» (1990). Nel frattempo la Svizzera si è data un’ottima legislazione contro il riciclaggio di denaro sporco, ma la riflessione morale continua e sono sempre più numerosi coloro che s’interrogano se sia ancora sostenibile accettare denaro evaso al fisco dei Paesi di provenienza (anche se per la legislazione svizzera l’evasione non è reato). Ormai si dà per certo che presto verrà abbandonata la distinzione tra frode ed evasione fiscale.
L’aspetto morale nella politica in generale è stato sollevato recentemente dalla Svizzera anche a livello internazionale. La Germania si trovava a dover decidere se acquistare o rifiutare un CD contenente un elenco di evasori fiscali tedeschi. Senonché quel CD è stato copiato illegalmente e la Svizzera ha sollevato la questione se uno Stato di diritto come la Germania possa acquistare il frutto evidente di un reato. La Germania, invocando proprio la ragione di Stato, ha acquistato l’elenco, ma per la Svizzera evidentemente il principio machiavellico del fine che giustifica i mezzi non elimina il problema morale anche negli affari fra Stati. Un altro capitolo, dunque, destinato a far discutere.
A mo’ di conclusione si potrebbe dire che prima o poi la questione morale finisce per riguardare non solo gli individui ma anche i corpi sociali, i partiti politici, le banche, i governi, gli Stati. Quando questa consapevolezza sarà maggioritaria in un Paese sarà un buon segno perché stabilirà la preminenza del bene comune su qualunque forma di egoismo, ma farà anche comprendere che a beneficiarne saranno tutti o almeno la stragrande maggioranza.
Giovanni Longu
Berna 14.2.2010
Il fatto che se ne parli significa che c’è un’attenzione particolare dei cittadini alle manchevolezze dello Stato e l’esigenza di un buon governo. Il fatto che se ne parli quotidianamente indica invece che il malcostume è dilagante perché, si sa, ciò che viene alla luce è solo la punta dell’iceberg.
Molti cittadini sembrano alquanto disorientati, perché si aspettano dalla politica buone leggi, dal governo servizi efficienti e dalla magistratura giudizi imparziali e certi, ed invece la cronaca quotidiana è piena di tutto ciò che in Italia non funziona, soprattutto nella vita pubblica. In certi settori sembrerebbe di avere a che fare non con «servitori dello Stato» ma con «asserviti al potere», persone egoiste, avide, corrotte, dedite più al profitto personale che al bene comune.
Periodicamente, non solo in Italia, ma verrebbe da dire soprattutto in Italia, si ripropone il problema morale all’interno di tutte le istituzioni dello Stato. Nonostante che, dai tempi di Machiavelli, si sia cercato costantemente di espellere la morale dalla politica, inevitabilmente i quotidiani esempi di malfunzionamento delle istituzioni sollecitano una risposta alla questione se è possibile governare (in senso largo) prescindendo dalle norme morali che dovrebbero presiedere a tutti i comportamenti umani, anche in politica.
Si dirà che nella sfera pubblica la legalità basta e avanza, ma non è esattamente così. In molti campi moralità e legalità coincidono, in altri no. Se uno ruba, ad esempio, non viola solo il settimo comandamento della religione cristiana, ma compie anche un reato sanzionato dal codice penale. Se una classe politica, invece, non riesce ad approvare una buona legge nei tempi giusti, pur non violando alcuna legge non è detto che non violi alcuna norma morale.
L’immoralità nel fare e… nel non fare
Certamente è soprattutto nel fare che emerge l’illegalità e l’immoralità, ma c’è molta immoralità anche nel non fare. Qualche esempio per chiarire il concetto.
I lettori probabilmente ricordano il tentativo della magistratura di porre fine a una certa pratica illegale assai diffusa nella Prima repubblica: finanziamento illecito dei partiti, corruzione, commistioni poco chiare tra pubblico e privato, tangenti (da cui è derivato Tangentopoli), ecc. Era l’epoca di «Mani pulite».
Se uno si chiedesse oggi che ne è stata di quella vasta operazione giudiziaria degli anni Novanta, la tentazione di rispondere che è servita a nulla o a ben poco appare scontata, soprattutto alla luce di quel che ogni giorno comunicano i media. Per molti non è stata altro che un tentativo (in buona parte fallito) di porre rimedio a una certa degenerazione della politica, per altri è stata un tentativo (oggi molto controverso) di accreditare la magistratura come potere supremo, garante della legalità e dell’ordine democratico. In effetti l’operazione «Mani pulite» è servita a sanzionare alcuni colpevoli, ma non è servita a modificare i cattivi sentimenti di molte persone, che magari in altre forme hanno proseguito nel malaffare.
Inutile negare che sul banco degli accusati di comportamenti «immorali», nel senso ampio del termine, ci dovrebbero essere molti politici e uomini dello Stato, non tanto per fatti comprovati di illegalità, quanto appunto per comportamenti moralmente inadeguati al ruolo che rivestono. Anche per questi, in molti cittadini, regna un grande disorientamento su ciò che la politica potrebbe o dovrebbe fare e invece non fa.
La politica, l’arte del buon governo per risolvere i problemi di un popolo, sembra spesso regolata non tanto dalla preoccupazione del bene comune, quanto da interessi corporativi e opportunistici, difficilmente sanzionabili legalmente ma sicuramente condannabili moralmente. L’opportunismo (una categoria morale per lo più non sanzionabile legalmente) sembra stabilire non solo le azioni della politica ma anche i tempi e i modi.
Il caso Berlusconi è emblematico. I politici (e i partiti) non riescono a decidere concordemente se è prioritario, per il bene comune, che egli, in quanto capo del governo, continui a governare normalmente (come vorrebbe la maggioranza degli italiani che gli hanno dato fiducia alle ultime elezioni) o debba dimettersi subito per sottoporsi a un giudizio incerto di un tribunale, oppure si possa rinviare il processo alla scadenza del suo mandato. Credo che questa indecisione sia politicamente ma anche moralmente inaccettabile perché i cittadini hanno diritto di chiarezza e di certezza al riguardo.
La giustizia in Italia
La giustizia, in Italia come in ogni Paese, dovrebbe dare il buon esempio. Eppure, anche in questo settore, è evidente che va fatta un’attenta riflessione morale, oltre a quella istituzionale di cui molto si parla in questi ultimi mesi. Qui a dire il vero i casi di illegalità sono piuttosto rari, ma probabilmente non perché siano inesistenti bensì perché è più difficile provarli. Ciononostante, le cronache sono piene di testimonianze di malfunzionamento degli apparati, interventi giudiziari ad orologeria, avvisi di garanzia a pioggia, intercettazioni telefoniche di natura strettamente privata date in pasto ai media senza ritegno alcuno, lentezza dei processi, troppa spettacolarizzazione, detenuti in attesa di giudizio da anni, ecc.
E’ invece rarissimo venire a sapere se qualche magistrato è stato anche solo accusato e chiamato in giudizio per essere stato troppo superficiale nelle indagini o troppo affrettato nelle conclusioni, troppo accondiscendente nei confronti dei media, condizionato nell’emettere una sentenza non sufficientemente motivata, ecc. ecc.
Eppure se un imputato viene assolto nel corso del processo è evidente che qualche errore è stato commesso nelle fasi precedenti. Perché nessuno è mai responsabile e paga per errori del genere? E’ mai possibile che nell’ordine giudiziario la responsabilità sia sempre impersonale (carenza di organici, troppi arretrati, mancanza di risorse, ecc.) o addirittura non esistano affatto responsabilità? Ma che razza di giustizia è mai quella che ammette l’errore senza chiedersi chi l’ha commesso, soprattutto se certi errori pesano gravemente sulla vita delle persone coinvolte.
Nei giorni scorsi è esploso il caso Bertolaso, che si dichiara «servitore dello Stato» eppure indagato per reati gravi che avrebbe commesso nell’esercizio delle sue funzioni. In questo come in migliaia di casi simili, riguardanti magari personaggi di minore notorietà, si dice abitualmente «sarà la magistratura a verificare e a decidere». Un bel dire, senza domandarsi perché mai il cittadino Bertolaso o chiunque nelle stesse condizioni venga mediaticamente umiliato e passato al «tritacarne», condannato prima ancora di essere stato ascoltato da un magistrato per potersi difendere. E se questo cittadino risultasse in definitiva innocente, quale magistrato potrà mai ridargli la serenità o compensarlo per l’umiliazione subita? Ma davvero è accettabile oggi una giustizia così spietata, ossia senza alcuna pietà o, come dicono i dizionari dei sinonimi, «crudele, barbara»? E può la giustizia prescindere dal rispetto della dignità della persona dell’indiziato e persino del condannato? E perché nessun magistrato (la «casta») paga per errori commessi per imprudenza, superficialità e persino voglia di protagonismo?
Anche la Svizzera s’interroga
Non vorrei, a questo punto, che si ritenesse solo lo Stato italiano nella condizione di dover fare un attento esame di coscienza. Ogni Stato ha infatti le proprie carenze e le proprie ipocrisie. La Svizzera non fa eccezione, anche se a livello pubblico, è un Paese che ha meno pecche di altri.
Proprio nelle scorse settimane anche in questo Paese è stata avviata una sorta di esame di coscienza a proposito di una condizione che già in passato aveva suscitato qualche riflessione critica. Mi riferisco in particolare a certi interventi del sociologo e politico Jean Ziegler, uno dei quali portava il titolo «La Svizzera lava più bianco» (1990). Nel frattempo la Svizzera si è data un’ottima legislazione contro il riciclaggio di denaro sporco, ma la riflessione morale continua e sono sempre più numerosi coloro che s’interrogano se sia ancora sostenibile accettare denaro evaso al fisco dei Paesi di provenienza (anche se per la legislazione svizzera l’evasione non è reato). Ormai si dà per certo che presto verrà abbandonata la distinzione tra frode ed evasione fiscale.
L’aspetto morale nella politica in generale è stato sollevato recentemente dalla Svizzera anche a livello internazionale. La Germania si trovava a dover decidere se acquistare o rifiutare un CD contenente un elenco di evasori fiscali tedeschi. Senonché quel CD è stato copiato illegalmente e la Svizzera ha sollevato la questione se uno Stato di diritto come la Germania possa acquistare il frutto evidente di un reato. La Germania, invocando proprio la ragione di Stato, ha acquistato l’elenco, ma per la Svizzera evidentemente il principio machiavellico del fine che giustifica i mezzi non elimina il problema morale anche negli affari fra Stati. Un altro capitolo, dunque, destinato a far discutere.
A mo’ di conclusione si potrebbe dire che prima o poi la questione morale finisce per riguardare non solo gli individui ma anche i corpi sociali, i partiti politici, le banche, i governi, gli Stati. Quando questa consapevolezza sarà maggioritaria in un Paese sarà un buon segno perché stabilirà la preminenza del bene comune su qualunque forma di egoismo, ma farà anche comprendere che a beneficiarne saranno tutti o almeno la stragrande maggioranza.
Giovanni Longu
Berna 14.2.2010
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