22 agosto 2012
L’Adula e la «crociata» per l’italianità
Oggi è facile affermare che «senza il Ticino la Svizzera non sarebbe di certo quella che è, caratterizzata dalla sua pluralità linguistico-culturale, motivo di vanto e orgoglio per questo Paese» (Cons. fed. Alain Berset a Locarno il 1° agosto 2012). Non è sempre stato evidente.
Dato l’interesse attuale per la lingua e la cultura italiane in Svizzera, il tema sarà affrontato prossimamente in questa rubrica in una serie di articoli, in cui si cercherà di mettere in luce gli stretti rapporti tra il Ticino e l’Italia da una parte e l’apporto specifico del Ticino alla Confederazione dall’altra. Due aspetti della stessa realtà che vanno tenuti uniti, come lo erano cent’anni fa, quando l’intensità del dibatto sull’italianità del Ticino raggiunse un livello molto elevato e coinvolse le maggiori personalità ticinesi e persino intellettuali italiani.
Il dibattito sull’italianità cent’anni fa
La questione della specificità «italiana» del Ticino, rimasta latente per decenni, esplose dopo che il 1° ottobre 1908 tutti i quotidiani ticinesi pubblicarono un manifesto redatto da Francesco Chiesa per conto di un gruppo di intellettuali ticinesi, in cui si proponeva la costituzione di una sezione ticinese della Società Dante Alighieri. Fu la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Andando ben al di là dell’oggetto in questione si aprì un dibattito addirittura a livello nazionale sull’essenza stessa, linguistica, culturale e politica, del Ticino nel contesto della Confederazione. Mentre alcuni oppositori rifiutavano la proposta perché ritenevano la Dante Alighieri d’Italia un’espressione della massoneria, il quotidiano bernese Der Bund, considerato organo ufficioso del Consiglio federale, riteneva che la sezione ticinese della Dante sarebbe stata una sorta di cavallo di Troia dell’irredentismo italiano.
Viste le opposizioni (con motivazioni talvolta pretestuose), la proposta di una sezione ticinese della Dante Alighieri fu per il momento lasciata cadere, mentre il dibattito sull’italianità restò più aperto che mai. Dapprima si caratterizzò soprattutto come reazione all’«intedeschimento» del Ticino e difesa dell’italianità. Tornò persino alla ribalta un vecchio progetto di una Università Ticinese «non solo per salvaguardare i diritti della nostra cultura latina (...) ma anche per permetterci di fare comodamente i nostri studi nel Cantone, senza dover rivolgerci agli Atenei d'Italia o delle altre parti della Svizzera, ciò che crea spesso delle difficoltà non lievi».
Intanto la discussione si animava sempre più per l’accusa al Ticino d’irredentismo. A dar fuoco alle micce erano stati alcuni articoli pubblicati sul Giornale degli Italiani, un periodico sedicente «apolitico», organo della colonia italiana del Ticino, che credendo di dare man forte ai ticinesi in funzione antigermanica, di fatto contribuirono ad alimentare le diffidenze di numerosi confederati. Il Ticino prese subito le distanze dal Giornale degli Italiani, non accettando intromissioni straniere nelle questioni interne ticinesi, ma respinse ai vari mittenti anche le accuse d’irredentismo. Contemporaneamente molti ticinesi percepirono chiaramente che lo sviluppo dell’italianità nel Ticino e nei Grigioni doveva avvenire non solo nell’interesse della Svizzera italiana, ma anche degli svizzeri tedeschi e francesi, considerando sicuramente «un gran vantaggio poter studiare tre lingue e tre culture sul nostro territorio».
La «crociata» dell’Adula
Fu nel bel mezzo di questo dibattito che nel 1912 venne fondato da Rosetta Colombi e Teresa Bontempi l’Adula come «organo svizzero di coltura italiana». Il nome della testata non fu ovviamente casuale. L’Adula è infatti la vetta più alta del Ticino al confine con i Grigioni. Si voleva, tentando di coinvolgere i migliori elementi dell’italianità presenti in Svizzera, creare una specie di piattaforma su cui i vari temi di cultura italiana ed europea potessero essere discussi ad alto livello. Doveva anche rappresentare concretamente un efficace strumento di difesa dell’italianità del Ticino «dall’intedeschimento e dall’imbastardimento culturale».
L’Adula avviò ufficialmente la sua «crociata» in difesa dell’italianità il 4 luglio 1912 e per diversi anni operò efficacemente. Il livello degli articoli era generalmente alto perché vi scrivevano, oltre alle due fondatrici, firme illustri come Francesco Chiesa, lo storico Eligio Pometta, il glottologo Carlo Salvioni e lo stesso Giuseppe Prezzolini dall’Italia.
Giovanni Longu
Berna, 22.08.2012
Marcinelle e la memoria corta
Da alcuni anni, l’8 agosto si celebra la Giornata del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo. In realtà da celebrare non c’è nulla, da commemorare e ricordare molto, a cominciare dalla tragedia di Marcinelle (Belgio) dell’8 marzo 1956, che stroncò la vita a 262 lavoratori, fra cui 136 italiani. Questa Giornata fu istituita, tuttavia, per dare l’occasione, almeno una volta l’anno, di una riflessione individuale e collettiva sull’emigrazione più o meno forzata di milioni di italiani, molti dei quali morti sul lavoro in terra straniera.
Ricordare è importante per la memoria collettiva, fatta di dati e di emozioni tramandati e da tramandare. La tragedia di Marcinelle, nella miniera di carbone di Bois du Cazier, è un punto di riferimento insostituibile perché quella tragedia fu vissuta praticamente in diretta nel mondo intero grazie ai mezzi di comunicazione di massa già allora molto sviluppati. Per questo, a giusta ragione, quella miniera, conservata quasi allo stato in cui si trovava nel 1956, è dal 1° luglio di quest’anno patrimonio della umanità dell’Unesco. E’ sacrosanto, dunque che la Giornata del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo parta di lì.
Il contributo della stampa italiana anche quest’anno è stato notevole nel rievocare quella tragedia, assurta ormai a simbolo delle mille tragedie, fortunatamente meno gravi di quella di Marcinelle ma pur sempre drammatiche, occorse a migliaia di lavoratori italiani all’estero. Tra i vari discorsi e messaggi commemorativi spiccano anche quest’anno quelli istituzionali del Capo dello Stato e dei presidenti delle due Camere e quelli ormai consuetudinari di alcuni deputati eletti all’estero, per i quali guai non essere «presenti» in certe circostanze.
Sacrosanto ricordare… tutto!
Giusto e sacrosanto, ricordare le vittime e le disgrazie, ma il ricordo, per essere obiettivo e condiviso dovrebbe essere anche completo. Invece ciò che manca, sistematicamente, in queste commemorazioni, mi verrebbe da dire d’ufficio, è proprio la completezza. Non mi riferisco alla mancata menzione di altre gravi disgrazie, soprattutto a quelle capitate in Svizzera, da quella del Lötschberg o quella di Mattmark (il cui triste anniversario cade proprio alla fine di questo mese), perché l’elenco sarebbe ovviamente lunghissimo. Mi riferisco alla sistematica dimenticanza, non saprei dire se consapevole (e sarebbe gravissimo!) o inconsapevole delle responsabilità della politica, ossia della famosa «casta» a cui appartengono i vari mentori della tragedia di Marcinelle.
A prescindere da eventuali responsabilità personali, difficili da individuare e documentare, è innegabile che la politica italiana in generale è sempre stata carente e negligente nella gestione del fenomeno migratorio. Non c’è dubbio che soprattutto nei primi decenni del dopoguerra i vari governi della Repubblica, a cominciare da quello di De Gasperi, non hanno saputo contemperare le esigenze della nazione e il dovere di garantire i diritti fondamentali dei cittadini italiani emigrati.
La responsabilità della politica
In questa Giornata avrei voluto leggere qualche parola critica proprio nei confronti dell’accordo tra l’Italia e il Belgio del 23 giugno 1946, il famoso (o famigerato?) Protocollo di Roma, firmato da De Gasperi (col benestare di Togliatti e Nenni!) e il ministro belga Van Hacker. In esso si formalizzava lo scambio tra carbone e manodopera. L’Italia s’impegnava a favorire l’emigrazione nelle miniere del Belgio di circa 50.000 lavoratori, duemila ogni settimana, e il Belgio a vendere mensilmente all’Italia almeno 2500 tonnellate di carbone per ogni mille operai inviati.
Si gridò allora allo scandalo perché, si diceva, cittadini italiani erano «venduti per un sacco di carbone». Quel sentimento era ampiamente condiviso tra la popolazione, soprattutto dopo i racconti delle condizioni di lavoro, di alloggio e di vita dei primi minatori. Ufficialmente, invece, l’Italia stava combattendo la «guerra del carbone» necessario per la ripresa economica.
Si partiva, è vero, su base «volontaria» perché molti italiani, soprattutto disoccupati, si lasciarono sedurre da una propaganda ingannevole – il famoso «manifesto rosa» diffuso in tutta Italia dalla Federazione carbonifera belga di Bruxelles – che prometteva «condizioni particolarmente vantaggiose» a chi andava a svolgere «il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe». Nessuno, né del governo né dell’opposizione, diceva loro che le condizioni di sicurezza in quelle miniere erano scarse, che gli incidenti sul lavoro era molto frequenti e spesso mortali, che le condizioni di alloggio erano miserevoli, che spesso gli operai «erano trattati come bestie o poco più», che a causa del lavoro in miniera si moriva, spesso, anche dopo aver smesso di lavorare, per silicosi.
Questo e magari altro ancora non andrebbe cancellato dalla memoria collettiva quando si commemorano certe ricorrenze, riguardanti l’emigrazione italiana. Anche questo è storia.
Giovanni Longu
Berna 22.08.2012
08 agosto 2012
Festa nazionale svizzera all’ombra della crisi dell’Eurozona
La celebrazione della Festa nazionale svizzera, il 1° agosto, è servita a molti oratori che hanno pronunciato discorsi ufficiali per fare il punto sulla situazione e qualche pronostico per l’avvenire. Vista in superficie e di lontano, anche solo in ambito europeo, la Svizzera non può che apparire in una condizione felice e invidiabile perché poco toccata dalla crisi che sta attraversando buona parte dell’Eurozona.
In effetti, i principali indicatori politici, economici, finanziari e sociali mettono in evidenza l’elevato livello di benessere diffuso nel Paese. E come sottacerlo? Lo ha confermato anche il consigliere federale Alain Berset nel suo discorso per il 1° agosto: «certo, attualmente stiamo molto bene, almeno in confronto ad altri. La Svizzera è al momento la star delle nazioni - anche se a livello internazionale non siamo così amati come Roger Federer». Tuttavia, nessun oratore ufficiale si è lasciato andare all’entusiasmo per le buone prestazioni elvetiche (a prescindere dalle olimpiadi di Londra).
Il motivo è semplice, anche la Svizzera non è esente da preoccupazioni per il futuro in un contesto europeo rappresentato da gran parte dei media elvetici come incerto. E’ emerso chiaramente in gran parte dei discorsi per la Festa nazionale, anche se nessuno, a mia conoscenza, ha usato toni drammatici.
«Lottare contro il naufragio»
La presidente della Confederazione Widmer-Schlumf ha messo in guardia i confederati dal ritenersi al riparo della crisi, tanto più che il mondo è diventato imprevedibile, in particolare il mondo dell'economia e della finanza, come dimostra la crisi dell’Eurozona. E’ dunque necessario, secondo Widmer-Schlump, «offrire un'ancora di salvezza a sostegno delle banche e dell'euro ed erigere baluardi contro la crisi. Se gli argini dell'Europa cedono, anche la Svizzera si ritroverà a dover lottare contro il naufragio».
Evidentemente non tutti gli svizzeri valutano allo stesso modo la tenuta degli argini dell’Europa e, soprattutto, non c’è affatto unanimità sul contributo che dovrebbe (continuare a) dare la Svizzera per frenare la crisi o per non essere travolta qualora gli argini europei si rompessero. I continui acquisti di euro da parte della Banca nazionale svizzera non sono ritenuti da molti osservatori né una misura illimitata né sufficiente. Ogni intervento diretto nelle questioni dell’euro e della Banca centrale europea (BCE) sono esclusi perché la Svizzera non fa parte dell’Unione Europea (UE). D’altra parte, ha avvertito il consigliere federale Alain Berset, dall’inizio della crisi finanziaria in Europa «l’incertezza è cresciuta in misura massiccia» e qualunque cosa accada «avrà per il nostro Paese conseguenze pesanti».
L’incertezza della situazione è sintetizzata dallo stesso consigliere federale in questa domanda: «stiamo assistendo all'inizio della fine dell'Unione europea, oppure questa si trova a un passo da una tappa cruciale per l'integrazione?». Nessuno in questo momento è in grado di dare una risposta certa, egli dice, ma occorre essere pronti a qualsiasi evenienza e tra le varie opzioni c’è anche l’adesione della Svizzera. Berset è consapevole che gran parte dell’opinione pubblica svizzera è in questo momento contraria, ma questo «non ci esonera dalla responsabilità di seguire con attenzione l'evolversi dell'integrazione europea e di analizzarne le conseguenze per la Svizzera».
Opzioni per la Svizzera
Contro qualsiasi ipotesi di adesione all’UE si sono pronunciati, com’era facile aspettarsi, diversi esponenti della destra, a cominciare dall’ex consigliere federale Christof Blocher. Ma anche il suo ex collega di partito, il consigliere federale Ueli Maurer, ha dichiarato che di fronte alle pressioni che vengono esercitate da ogni parte sulla Confederazione occorre resistere e impegnarsi con coraggio per l’indipendenza e la libertà del Paese.
A prescindere dal tema controverso dell’adesione all’UE, il richiamo ai valori che hanno caratterizzato finora la Svizzera è stato corale. Specialmente la presidente della Confederazione Widmer-Schlumf è convinta come gran parte degli svizzeri «di vivere in un Paese in cui aleggia lo spirito della libertà, della democrazia e della pace, (…) valori per i quali vogliamo, tutti insieme, impegnarci. Sono le fondamenta sulle quali abbiamo costruito e continueremo a costruire, anche per far fronte alla pressione odierna e futura».
Il richiamo della presidente della Confederazione ad restare più che mai uniti contro la crisi, «tutti insieme», è forse il messaggio che più di ogni altro è stato recepito dagli svizzeri il giorno della Festa nazionale. E’ certamente un buon segnale, purché non induca a un tentativo d’isolamento o a una politica migratoria restrittiva.
Giovanni Longu
Berna, 8.8.2012
Festa del 1° agosto e i miti di fondazione
Andare a discutere se la festa nazionale svizzera è il 1° agosto perché in quel giorno e in quel mese del 1291 è stato stipulato sul praticello del Grütli il famoso giuramento che diede origine alla Confederazione svizzera è come chiedersi se a Roma il 21 aprile è davvero l’anniversario della fondazione della Città eterna 2765 anni fa. Non serve a niente e a nessuno. Nemmeno agli storici perché essi sanno benissimo che in entrambi i casi si tratta di miti o leggende elaborate in epoche successive quando sia Roma che la Confederazione, divenute realtà politiche importanti, avevano bisogno di una data di fondazione, il più lontana possibile.
Eppure ci sono ancora storici e studiosi che ripropongono al grande pubblico la discussione sull’origine di queste date celebrative, ben sapendo magari che la maggioranza dei romani continuerà a credere che Roma sia stata fondata da Romolo il 21 aprile del 753 avanti Cristo e che la maggioranza degli svizzeri continuerà e ritenere il Patto del Grütli del 1291 l’atto fondatore della Confederazione.
Il mito del Primo agosto
Proprio alla vigilia della festa nazionale di quest’anno, il Corriere del Ticino ha pubblicato una lunga intervista allo storico François Walter intitolata: «Così crearono il mito del Primo d’agosto». Per secoli, la Svizzera non ha avuto una festa nazionale e fino a poco più di un secolo fa non si pensava affatto che il 1° agosto fosse la data più appropriata. Secondo Walter «la Svizzera esiste come un vero Stato e come una nazione moderna solo a partire dal 1848. Si dovrebbe celebrare la festa nazionale il 12 settembre. In quel giorno del 1848 è entrata in vigore la prima costituzione federale». L’intervista si conclude con questa osservazione: «L’idea che la Svizzera non è nata nel 1291 sorprende gran parte dei nostri concittadini mentre gli storici sono unanimemente convinti che non è così. E’ però difficile fare passare questo messaggio al grande pubblico poiché bisogna spiegarlo e ciò implica uno sforzo intellettuale. (…) E’ molto più facile raccontare il Patto del 1291 e le vicende di Guglielmo Tell».
Un paio d’anni fa l’Archivio federale svizzero aveva già pubblicato una ricerca accurata sull’origine del mito della fondazione della Confederazione. Già il titolo era provocatorio: «Il Grütli: un prato pieno di sterco di mucche o la culla della Svizzera?». A smitizzare il famoso praticello aveva contribuito nell’estate 2007 Ueli Maurer, non ancora consigliere federale, affermando che il Grütli non era altro che «un prato pieno di sterco di mucche», in contrasto con la rappresentazione tradizionale che ne faceva il luogo di fondazione della Confederazione.
In effetti, sono stati molti gli storici che si sono cimentati con la verità storica dell’origine della Confederazione, concludendo che il Patto del Grütli, l’insurrezione popolare contro i rappresentanti asburgici e Guglielmo Tell altri non sono che «miti di fondazione», costruiti appositamente per dare un fondamento «storico» all’identità nazionale svizzera.
Sopravvivenza del mito
In realtà, i più antichi miti di fondazione della Svizzera un riferimento «storico» l’hanno davvero e precisamente nella pergamena denominata «Patto federale» e conservata nell’Archivio di Stato di Svitto. Essa contiene un riferimento temporale abbastanza preciso: l’inizio di agosto 1291, anche se probabilmente risale a qualche anno più tardi. Questo documento, scoperto nel XVIII secolo, non venne tuttavia interpretato inizialmente come atto costitutivo della Svizzera, tanto è vero che fino a gran parte del XIX secolo la data di nascita della Confederazione era considerata l’8 novembre 1307. Ne è prova, ad esempio, il monumento di Guglielmo Tell ad Altdorf che porta ancora questa data.
Solo nel 1891, in occasione della prima Festa nazionale per il 600° anniversario della Confederazione, il 1291 divenne ufficialmente anche l’«anno di fondazione» della Svizzera, sebbene, come aveva scritto un giornale zurighese nel gennaio 1890, «il 1° agosto 1291 è sicuramente noto a coloro che si sono dedicati approfonditamente allo studio del nostro passato e di recente è forse menzionato in qualche scuola del Paese; non lo si trova tuttavia da nessuna parte vivo nella coscienza popolare».
Da parte loro, gli storici hanno continuato a raccontare che la Confederazione si è formata in un lungo processo attraverso i secoli. La coscienza popolare, invece, non ha più rinunciato alla celebrazione dell’origine della Confederazione il 1° agosto, soprattutto da quando, nel 1899, il Consiglio federale invitò i Cantoni a far suonare le campane ogni anno la sera del 1° agosto. Da allora e sempre più anche il praticello del Grütli è diventato un luogo della memoria e dell’identità nazionale, in un intreccio vitale tra mito e storia, che sopravvive nonostante i risultati della ricerca storica.
Giovanni Longu
Berna, 8.8.2012
25 luglio 2012
110 anni fa: soluzione dell’«affare Silvestrelli»
In Italia gli anarchici sono sempre stati visti con sospetto, sia sotto la monarchia sia in epoca repubblicana… fino ai nostri giorni. Sotto i Savoia, gli anarchici erano accusati di propaganda antimonarchica e dei peggiori crimini contro le famiglie regnanti in Europa e per questo ricercati ovunque. Erano rari i Paesi in cui potevano trovare facilmente rifugio. Uno di questi era la Svizzera, in cui per altro venivano tollerati finché, con i loro comportamenti e i loro scritti, non mettessero a repentaglio la sicurezza interna o esterna dello Stato, nel qual caso venivano arrestati ed espulsi.
Fu proprio a causa di alcuni scritti di anarchici italiani pubblicati a Ginevra all’inizio del 1902 che scoppiò il più grave incidente diplomatico della lunga storia delle relazioni italo-svizzere. Pur trattandosi di un episodio di centodieci anni fa e irrilevante sotto il profilo delle conseguenze pratiche, può essere interessante ricordarlo per capire i rapporti italo-svizzeri all’inizio del secolo scorso.
L’«incidente» diplomatico
| L'assassinio di re Umberto I |
Il Consiglio federale fece presente che quanto richiesto non rientrava nelle competenze dell’esecutivo e che l’articolo 42 del Codice penale svizzero riguardante quel tipo di reati condizionava l’avvio di un procedimento penale a una richiesta esplicita da parte del governo italiano. Silvestrelli insistette nella sua richiesta con tono così arrogante e offensivo da indurre il Consiglio federale a chiederne il richiamo a Roma come «persona non grata».
Di fronte al rifiuto del governo italiano di riconoscere la normativa svizzera e di richiamare a Roma il proprio rappresentante, il 4 aprile il Consiglio federale decise di interrompere le relazioni diplomatiche con Silvestrelli e di conseguenza con l’Italia. Per ritorsione, l’Italia fece altrettanto nei confronti della Svizzera.
Il 10 aprile 1902 il Consiglio federale informò dell’accaduto le Camere federali in questi termini: «Essendo sorti deplorevoli malintesi fra noi ed il ministro d'Italia, commendatore Silvestrelli, ci siamo visti nella necessità di chiedere al Governo italiano, nell'interesse stesso delle buone relazioni fra i due paesi, il richiamo di Silvestrelli. Il governo italiano avendo rifiutato, noi abbiamo allora rotte le nostre relazioni con Silvestrelli; in seguito a ciò, il governo italiano, a sua volta, ruppe le relazioni col nostro ministro a Roma».
Al Consiglio Nazionale svizzero, dicono le cronache, «la lettura del comunicato del Consiglio federale circa la rottura delle relazioni coll’Italia venne accolta con una doppia salva di applausi». Al Consiglio degli Stati, invece, «la lettura fu accolta nel massimo silenzio».
Diversa, ovviamente, fu la versione diramata alla stampa dal Ministero degli esteri italiano, in cui si giustificava la decisione presa, per un principio di «dignità», ritenendo che l’Italia non doveva «piegarsi» alle richieste del governo svizzero.
Dopo le prime indiscrezioni sui contrasti tra il rappresentante italiano e il Consiglio federale, il Corriere del Ticino (20.03.1902) aveva parlato di un incidente diplomatico «di cui sarebbe inutile esagerare l'importanza». Non appena, invece, vennero resi noti i documenti ufficiali dell’accaduto, lo stesso quotidiano cominciò a considerare l’incidente Silvestrelli «serio», non tanto per la sua origine di ben poca importanza («un articolo di un giornaletto anarchico semiclandestino»), quanto perché «queste rotture diplomatiche, se son facili ad essere pronunciate, son sempre difficili da accomodare». Si augurava tuttavia che «le buoni relazioni fra le popolazioni ed i governi dei due Stati» non avessero nulla a soffrire per questo spiacevole incidente».
Le reazioni della stampa
Ad aggravare la situazione intervenne una campagna mediatica senza precedenti che si protrasse per mesi, creando non poche difficoltà a quanti ritenevano che si dovesse chiudere subito il caso, vista l’inconsistenza del motivo della controversia, di natura legata più al temperamento altezzoso del rappresentante italiano che a divergenze sostanziali tra l’Italia e la Svizzera. In effetti, tutti gli altri rapporti soprattutto commerciali tra i due Paesi proseguivano nel solco della buona tradizione, come se nulla fosse accaduto.
La stampa e l’opinione pubblica svizzere, «senza distinzione di partiti e senza riserve», erano unanimi nel sostenere che il Consiglio federale aveva agito «in conformità alle norme stabilite dalla legislazione svizzera», soprattutto di fronte alle critiche inaccettabili del rappresentante italiano nei confronti del Consiglio federale e della legislazione svizzera. Per prudenza, tuttavia, alcuni giornali confederati raccomandavano alla popolazione la massima prudenza «di fronte agli stranieri residenti nel nostro paese: il minimo incidente verrebbe sfruttato, senza misericordia, in nostro danno. Fermezza e prudenza, - ecco la parola d'ordine per l'Autorità e per i cittadini».
Quanto all’accaduto, i giornali svizzeri non avevano dubbi nell’assegnare le maggiori responsabilità alla parte italiana, ma evitavano di esagerarne la portata. La Neue Zürcher Zeitung riteneva il modo di agire del rappresentante italiano «incomprensibile», avendo egli violato «la prima regola della diplomazia, consistente a rispettare le leggi del paese presso il quale si è accreditati e ad evitare di immischiarsi degli affari interni di questo Paese». Riteneva, tuttavia, «che questo incidente non avrà seguito e che la buona volontà delle persone competenti riuscirà a ristabilire le relazioni normali ed amichevoli tra i due Paesi». Anche il Journal de Genève e il Corriere del Ticino invitavano a «non prendere sul tragico questo avvenimento».
Non mancarono tuttavia le voci critiche nei confronti dell’intransigenza del Consiglio federale, in particolare sul tono dello scambio di note con l’Italia, tanto più che «gli articoli del Risveglio, nei quali veniva fatta l'apologia del regicidio di Monza erano ben tali da provocare un'azione del Governo italiano onde far punire quel giornale». Si osservò anche che la legislazione svizzera era «insufficiente a reprimere i complotti anarchici».
La stampa e l’opinione pubblica italiane erano a loro volta generalmente concordi con le decisioni del governo italiano. Specialmente La Tribuna addossava al governo svizzero la responsabilità dell’accaduto e «non sarebbe stato dignitoso cedere alla domanda del governo federale e richiamare Silvestrelli». Un altro giornale, La Patria, organo della massoneria italiana, incoraggiava il governo «a far vedere col suo contegno che l'Italia non è disposta a subire nessuna umiliazione». Il Giornale d’Italia, di orientamento liberale, assunse un tono più moderato mettendo in rilievo soprattutto l’anomalia dell’accaduto, in quanto «l'amicizia schietta e sincera fra l'Italia e la Svizzera era tradizionale, tanto che da lunghissimo tempo i due Governi come i due popoli confinanti erano uniti da vincoli di stima, di simpatia e di reciproca fiducia». Non mancavano tuttavia le voci di dissenso e addossavano la responsabilità dell’accaduto all’inadeguatezza della direzione della politica estera italiana.
Gran parte della stampa internazionale si limitava ad osservare che il comportamento della Svizzera era stato corretto e che la composizione del dissidio non sarebbe stata difficile.
La mediazione della Germania
Intanto, una situazione che avrebbe puto risolversi «con un po' di comprendonio e di duttilità in quattro e quattr'otto», si andava allargando «più che la leggendaria macchia d'olio» e rischiava di far danno soprattutto ai «poveri emigranti» e alle buone relazioni tra due «Stati confinanti, gran parte de' cui abitanti emigrano dall'uno all'altro e quasi fraternizzano». E poiché nessuna delle due parti coinvolte intendeva fare il primo passo, fu la Germania, che aveva interessi comuni sia con l’Italia che con la Svizzera, a prendere l’iniziativa. Così, grazie ai suoi buoni uffici, il 30 luglio di centodieci anni fa il dissidio fu definitivamente composto. Ad agosto seguì lo scambio degli ambasciatori e quello che fu l’incidente diplomatico più incomprensibile delle relazioni italo-svizzere fu presto dimenticato.
Purtroppo sarà spesso dimenticato anche il suo insegnamento, ossia la necessità del rispetto e del dialogo alla base delle relazioni diplomatiche. E anche in questi ultimi anni se le tensioni tra l’Italia e la Svizzera sono state alte, «le ragioni sono dovute essenzialmente alla mancanza di dialogo». L’ha confermato qualche settimana fa l’Ambasciatore Deodato poco prima di lasciare la sede di Berna. Ma forse, in questo caso, le responsabilità maggiori andrebbero cercate ad un livello più alto di quello di ambasciatore.
A completezza del racconto va aggiunto che nel 1904 venne approvata in Svizzera una legge che puniva severamente i crimini anarchici. Venne subito battezzata dai giornali (ma non dalle autorità federali) «legge Silvestrelli» e fu vista come una sorta di garanzia della riconciliazione della Svizzera con l’Italia. Di fatto la riconciliazione c’è stata.
Giovanni Longu
25.07.2012
11 luglio 2012
Esigenze di normalità e di chiarezza
Non si hanno informazioni precise sull’avanzamento delle trattative tra l’Italia e la Svizzera in merito all’accordo fiscale. Si sa però che la parte svizzera affronta il negoziato con l’esperienza degli accordi già conclusi con la Gran Bretagna, la Germania e l’Austria e ben sapendo che non potrà ignorare le pretese ticinesi, che mirano a una riduzione sostanziale dell’aliquota dei ristorni sulla tassazione dei frontalieri italiani.
Adottando, come sembra, anche nel negoziato con l’Italia il modello Rubik, la stampa ticinese avverte che, se venisse applicata nei confronti dei capitali italiani depositati in Svizzera e non dichiarati in Italia la tassa liberatoria del 30-40% concordata con i Paesi summenzionati, sarebbero messi a repentaglio numerosi posti di lavoro sulla piazza finanziaria ticinese. L’onorevole Quadri, sostenitore di un referendum contro gli accordi già sottoscritti dalla Svizzera, parla addirittura di «migliaia d’impieghi» a rischio, che la Confederazione avrebbe il dovere di difendere invece di cedere ad oltranza «davanti alle pretese di un’UE sull’orlo del baratro».
Il negoziato non sarà dunque facile, ma occorrerà non perdere di vista le tradizionali buone relazioni tra i due Paesi e l’imperativo di consolidarle e svilupparle. Da entrambe le parti si dovrà anche tener conto che in Svizzera vive una delle maggiori comunità italiane all’estero.
Impegni per l’ambasciatrice Carla Zuppetti
La trattativa fiscale in corso costituirà sicuramente uno dei principali impegni che attendono la nuova ambasciatrice d’Italia in Svizzera Carla Zuppetti, ma non sarà l’unico. C’è infatti molto disagio in seno alla collettività italiana per alcune spinose questioni aperte. Penso allo stato dell’italiano nelle scuole e nelle università, alla situazione dei corsi di lingua e cultura, alla mancanza di una politica culturale italiana sostenibile, allo stato dei servizi consolari, alla discussione sull’utilità o inutilità degli organismi di rappresentanza ecc. ecc. E’auspicabile che su questo fronte l’ambasciatrice sappia apportare elementi di chiarezza, dicendo quali sono i punti fermi, e stimoli alla riflessione e alla soluzione almeno di alcuni problemi facendo leva non da ultimo sul volontariato, sull’innovazione, sul coordinamento intelligente delle forze disponibili, sulla collaborazione italo-svizzera.
Nata a Isola del Liri (Frosinone) nel 1954, sposata, laureata in scienze politiche, è entrata nella carriera diplomatica nel 1978. Per alcuni anni ha seguito particolari vicende riguardanti italiani all’estero dalla Direzione Generale Emigrazione e Affari Sociali del Ministero Affari Esteri. Successivamente ha potuto conoscere da vicino i problemi dell’emigrazione, dal 1981 come Primo vice console a Basilea, dal 1983 come reggente del Consolato Generale a Leningrado, dal 1986 come Console aggiunto a Francoforte, e due anni più tardi come Console fino al 1990.
Rientrata a Roma, alla Direzione Generale del Personale e dell’Amministrazione, nel 1995 è stata nominata Primo consigliere alla Rappresentanza permanente d'Italia presso l'ONU a Ginevra con l’incarico di seguire le tematiche relative ai Diritti Umani. Come Primo consigliere è stata pure all’Ambasciata d’Italia in Francia. Rientrata nuovamente a Roma alla Farnesina nel 2002, è stata alle dirette dipendenze del Direttore Generale per il Personale, dal 2004 Vice Direttore Generale per il Personale e dal 2008 Direttore Generale per gli Italiani all’estero e le Politiche Migratorie. Già nominata dal Consiglio dei Ministri al grado di Ambasciatore dal febbraio 2012, ha assunto dal 30 giugno scorso, dopo il gradimento del Consiglio federale, la funzione di Ambasciatore d’Italia in Svizzera e nel Liechtenstein.
All’Ambasciatrice Zuppetti i migliori auguri di buon lavoro.
Giovanni Longu
Berna 11.07.2012La frontiera e la storia
Sulle frontiere si può riscrivere la storia dell’umanità. Non sfugge a questa possibilità anche la storia dei rapporti italo-svizzeri e dell’emigrazione italiana in Svizzera.
Per secoli la frontiera ha segnato il «limite» della sovranità di un Paese e l’inizio di quella di un altro. Il superamento di questo limite è sempre dipeso dai rapporti di forza o dal tipo di accordi esistenti. Nelle relazioni italo-svizzere ci sono stati periodi in cui la frontiera era difficilmente valicabile e altri in cui era molto «aperta» al passaggio delle persone e delle merci.
Mai tuttavia tra la Svizzera e l’Italia le frontiere sono state completamente aperte. Ci sono stati periodi in cui aleggiava persino il sospetto che il Paese confinante rappresentasse un potenziale nemico. Di qui quella serie di fortificazioni al di qua e al di là del confine di cui per fortuna oggi restano solo tracce ad uso turistico. Persino nei periodi più «liberali» per la libera circolazione delle persone (dopo il Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia del 1868) la frontiera poteva chiudersi in qualsiasi momento. Di fatto, dopo la prima guerra mondiale, la Svizzera introdusse numerosi ostacoli per bloccare l’«inforestierimento». Uno di essi rimane scolpito nella memoria di molti immigrati: la visita medica in entrata al confine di Chiasso e di Domodossola, dalla maggior parte di essi considerata umiliante.
Dalla «tratta delle bionde»…
Il traffico commerciale, regolato da accordi vantaggiosi per entrambi i Paesi, è sempre stato florido. Parallelamente lungo la frontiera si è svolto anche un traffico illecito: il contrabbando. Già dai tempi della costruzione della galleria ferroviaria del San Gottardo (1872-1882) molti minatori italiani lo praticavano per integrare il loro magro salario.
Esiste una vasta letteratura e persino raccolte museali sui modi, gli strumenti e sulle storie legate al contrabbando, soprattutto dalla fine della guerra agli anni Settanta. Le storie più note sono legate alla "tratta delle bionde", le sigarette. Ma oltre alle sigarette e al tabacco si contrabbandava, verso l’Italia, tutto quello che in Svizzera si riusciva ad avere più a buon mercato: saccarina, caffè, orologi, ecc. Cent’anni fa, di questi tempi, raccontano le cronache di confine, venne arrestato a Ponte Chiasso un giovane che cercava di trafugare sotto i vestiti nientemeno che 102 orologi per signora divisi in 17 scatole di sei pezzi ognuna.
… alla «tratta di esseri umani»
Lo Stato italiano ha tentato di stroncare quel traffico illecito ricorrendo persino alla costruzione lungo il confine di una rete metallica (nota come «ramina» tra le popolazioni di frontiera). Il contrabbando è continuato e continua tutt’ora, ma col tempo sono cambiati anche gli oggetti, le forme e le maniere di contrastarlo. Cresce ad esempio il traffico di valuta, di oggetti preziosi, di droga e persino il passaggio illegale di clandestini e la moderna «tratta di esseri umani». Cresce però contemporaneamente anche la collaborazione internazionale nel contrasto al riciclaggio, al commercio di droghe e al traffico di clandestini. Qualche settimana fa il Corriere del Ticino titolava a tutta pagina: «In Ticino è arrivata la “sesta mafia”». Anche la Svizzera si sente ora minacciata.
Per evitare i problemi di frontiera, dicono alcuni, basterebbe abolirle e creare un vasto spazio di libera circolazione, costruendo ad esempio un unico spazio economico comprendente anche la Svizzera. Ma, se è facile dirlo è quasi impossibile realizzarlo, almeno per la Svizzera in questo momento. Un autorevole portavoce, anche se è stato spesso di parte, il consigliere federale Ueli Maurer si è lasciato scappare poche settimane fa che «oggi nessuno che abbia le rotelle a posto vuole ancora entrare nell’UE» e «se la Svizzera fosse entrata nello Spazio economico europeo il Paese vivrebbe una profonda depressione».
Altri dicono che, senza abolire le frontiere, basterebbe eliminare il divario tra economie così diverse, proprio a ridosso di una esigua linea di confine. Ma anche al riguardo le difficoltà da superare, proprio di questi tempi, sembrano insormontabili. Eppure forse non c’è altra via, diversamente la frontiera resterà una barriera e la libera circolazione quale elemento fondamentale della democrazia mondiale un’utopia.
Giovanni Longu
Berna, 11.07.2012
10 luglio 2012
Nuovo approccio per salvare i corsi di lingua e cultura
Da molte parti si teme la prossima fine dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera e s’invoca il Governo Monti come fosse il taumaturgo che fra tagli a destra e a manca dovrebbe salvare proprio i corsi di lingua e cultura. Purtroppo sono molti coloro che non vogliono arrendersi alla realtà, quella di un’istituzione che non è stata in grado di adeguarsi all’evoluzione dell’emigrazione e quella della collettività italiana residente in Svizzera che ben poco ha in comune con quella di trenta-quarant’anni fa.
Invece di avviare una seria riflessione sul da farsi, anche alla luce della situazione politica e finanziaria dello Stato italiano, ci si perde ancora in sterili polemiche all’interno degli operatori scolastici tra insegnanti di ruolo, «abilitati» e stipendiati direttamente dallo Stato, e insegnanti «non abilitati» e quindi precari, assunti e stipendiati dagli Enti gestori di diritto privato svizzero e in forte crisi finanziaria. La gravità della situazione richiederebbe ben altro approccio e il coinvolgimento nel dibattito delle istituzioni svizzere.
Necessario un nuovo approccio
Anzitutto va preso atto che lo Stato italiano, sia pure contraddicendo le molte affermazioni ufficiali di facciata secondo cui le collettività italiane all’estero sono risorse umane e professionali da tutelare e valorizzare, non intende più sovvenzionare come fino a qualche anno fa i corsi di lingua e cultura per i figli di cittadini italiani all’estero. Poiché le finanze pubbliche italiane sono ormai ridottissime a causa dell’enorme debito pubblico e dell’elevato livello di evasione fiscale, mi pare inutile insistere sulle richieste di finanziamenti aggiuntivi o integrativi.
Occorre anche evitare di continuare a considerare i corsi di lingua e cultura com’erano impostati trenta-quarant’anni fa. Basti pensare che i figli d’italiani di prima generazione, ancora in età scolastica, sono ormai pochissimi. La maggior parte degli italiani in età scolastica sono figli di italiani di seconda e terza generazione, che spesso non hanno nemmeno più l’italiano come lingua principale e certamente non hanno in cima ai loro pensieri un prossimo rientro in Italia. Molti di essi hanno addirittura la doppia nazionalità. Se nei decenni passati i corsi di lingua e cultura erano finalizzati a facilitare l’inserimento degli allievi nelle scuole italiane in caso di rientro dei loro genitori, questa finalità non è più attuale.
La conoscenza della lingua e della cultura italiane rappresentano sempre più un arricchimento culturale individuale, indipendente dall’eventuale rientro in Italia. L’Italia avrebbe ancora buone ragioni per sostenerlo, ma non necessariamente nei termini registrati finora. Fanno bene, sotto questo profilo, gli Enti gestori a chiedere quantomeno un contribuito finanziario alle famiglie degli allievi, ma farebbe meglio lo Stato italiano ad aprire una trattativa con la Confederazione per risolvere insieme il problema dell’insegnamento della lingua e della cultura italiane al di fuori del Cantone Ticino.
Perché non «cantonalizzare» i corsi?
Ritengo che il ripensamento dei corsi di lingua e cultura vada fatto in questo Paese ormai alla luce del plurilinguismo elvetico, del federalismo e della legge federale sulle lingue. Non capisco perché da parte italiana – e intendo Ambasciata, Consolati, Enti gestori, organi di rappresentanza, sindacati, associazioni, organi di stampa – si continui a considerare la questione di competenza esclusivamente italiana e non anche svizzera. E’ infatti anche nell’interesse della Svizzera sostenere ovunque la lingua italiana perché è una della quattro lingua nazionali e ufficiali ed è funzionale alla «coesione interna del Paese».
La Confederazione si è addirittura impegnata per legge a «rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera», a «promuovere il plurilinguismo individuale e istituzionale nell’uso delle lingue nazionali» e, in modo specifico a «salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali».
Non bisogna tuttavia dimenticare che la Svizzera è uno Stato federale e che la Confederazione interviene solitamente solo in via sussidiaria. In campo linguistico e scolastico la competenza è primariamente cantonale. Occorre pertanto insistere soprattutto sui Cantoni perché si facciano carico, nelle scuole primarie e secondarie, dell’esigenza degli allievi che desiderano apprendere l’italiano. La «cantonalizzazione» dei corsi, verosimilmente in forma diversa da quella tradizionale, e più in generale dell’insegnamento della lingua e cultura italiane mi sembra una via assolutamente da esplorare, con buona pace di chi ha l’orientamento fisso su Roma.
E’ evidente che in questa prospettiva tutte le polemiche riguardanti gli insegnanti verrebbero a cadere perché sarebbero le autorità scolastiche locali a garantire la competenza di ognuno e a valutare la validità dell’insegnamento impartito nel contesto di un Paese plurilingue. D’altra parte, in questo momento, il problema principale è la salvaguardia e la valorizzazione della lingua e della cultura italiana.
Giovanni Longu
Berna, 09.07.2012
27 giugno 2012
Corsi di lingua e cultura: evitare polemiche inutili!
Sono continui i bollettini sullo stato comatoso dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera. Da ogni parte si annuncia la prossima fine di questa gloriosa istituzione che non è stata in grado di adeguarsi alle nuove esigenze di una collettività che non è più quella di trenta-quarant’anni fa e di uno Stato che non è più in grado e intenzionato a sostenerla.
All’analisi delle cause si è aggiunta recentemente anche la polemica all’interno degli operatori scolastici tra insegnanti di ruolo, «abilitati» e stipendiati direttamente dallo Stato, e insegnanti «non abilitati» e quindi precari, assunti e stipendiati dagli Enti gestori di diritto privato svizzero e in forte crisi finanziaria. Non entro nel merito della polemica, che trovo francamente marginale e inutile ai fini della ricerca di una soluzione praticabile degli attuali problemi e soprattutto dell’insegnamento della lingua e della cultura italiane. Desidero invece ritornare su una proposta già presentata altre volte in questa rubrica.
Anzitutto va preso atto che lo Stato italiano, sia pure contraddicendo le molte affermazioni ufficiali di facciata secondo cui le collettività italiane all’estero sono risorse umane e professionali da tutelare e valorizzare, non intende più sovvenzionare come fino a qualche anno fa i corsi di lingua e cultura per i figli di cittadini italiani all’estero. Poiché le finanze pubbliche italiane sono ormai ridottissime a causa dell’enorme debito pubblico e dell’elevato livello di evasione fiscale, mi pare inutile insistere sulle richieste di finanziamenti aggiuntivi o integrativi.
Occorre anche evitare di continuare a considerare i corsi di lingua e cultura com’erano impostati trenta-quarant’anni fa. Basti pensare che i figli d’italiani di prima generazione, ancora in età scolastica, sono ormai pochissimi. La maggior parte degli italiani in età scolastica sono figli di italiani di seconda e terza generazione, che spesso non hanno nemmeno più l’italiano come lingua principale e certamente non hanno in cima ai loro pensieri un prossimo rientro in Italia. Molti di essi hanno addirittura la doppia nazionalità. Se nei decenni passati i corsi di lingua e cultura erano finalizzati a facilitare l’inserimento degli allievi nelle scuole italiane in caso di rientro dei loro genitori, questa finalità non è più attuale.
La conoscenza della lingua e della cultura italiane rappresentano sempre più un arricchimento culturale individuale, indipendente dall’eventuale rientro in Italia. L’Italia avrebbe ancora buone ragioni per sostenerlo, ma non necessariamente nei termini registrati finora. Fanno bene, sotto questo profilo, gli Enti gestori a chiedere quantomeno un contribuito finanziario alle famiglie degli allievi, ma farebbe meglio lo Stato italiano ad aprire una trattativa con la Confederazione per risolvere insieme il problema dell’insegnamento della lingua e della cultura italiane al di fuori del Cantone Ticino.
Perché non «cantonalizzare» i corsi?
Ritengo che il ripensamento dei corsi di lingua e cultura vada fatto in questo Paese ormai alla luce del plurilinguismo elvetico, del federalismo e della legge federale sulle lingue. Non capisco perché da parte italiana – e intendo Ambasciata, Consolati, Enti gestori, organi di rappresentanza, associazioni, organi di stampa – si continui a considerare la questione di competenza esclusivamente italiana e non anche svizzera. E’ anche nell’interesse della Svizzera sostenere ovunque la lingua italiana perché è una della quattro lingua nazionali e ufficiali ed è funzionale alla «coesione interna del Paese».
La Confederazione si è addirittura impegnata per legge a «rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera», a «promuovere il plurilinguismo individuale e istituzionale nell’uso delle lingue nazionali» e, in modo specifico a «salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali».
Non bisogna tuttavia dimenticare che essendo la Svizzera uno Stato federale, la Confederazione interviene solitamente solo in via sussidiaria. Nel caso specifico, poiché la politica linguistica e scolastica è di competenza cantonale, occorre insistere soprattutto sui Cantoni perché si facciano carico, nelle scuole primarie e secondarie, dell’esigenza degli allievi che desiderano apprendere l’italiano. La «cantonalizzazione» dei corsi, verosimilmente in forma diversa da quella tradizionale, e più in generale dell’insegnamento della lingua e cultura italiane mi sembra una via assolutamente da esplorare, con buona pace di chi ha l’orientamento fisso su Roma.
E’ evidente che in questa prospettiva tutte le polemiche riguardanti gli insegnanti verrebbero a cadere perché saranno le autorità scolastiche locali a garantire la competenza di ognuno e a valutare la validità dell’insegnamento impartito nel contesto di un Paese plurilingue. D’altra parte, in questo momento, il problema principale è la salvaguardia e la valorizzazione della lingua e della cultura italiana.
Giovanni Longu
Berna, 27.06.2012
Il 1912 e la «febbre ferroviaria» svizzera
Nel 1900 c’erano in Svizzera 117.059 italiani, nel 1910 oltre 200.000. Il perché di questo straordinario incremento è dovuto soprattutto alla «febbre ferroviaria» che da qualche decennio aveva contagiato l’intero Paese. Non solo la Confederazione, ma anche i Cantoni e molte Città erano interessati alle loro ferrovie grandi, medie o piccole (funicolari, tranvie) che fossero. Le reclamavano il progresso, interessi nazionali e internazionali, i commerci, le comunicazioni, il turismo e persino il prestigio.
I principali artefici materiali delle ferrovie svizzere furono soprattutto gli italiani (minatori, muratori e manovali). In alcuni cantieri costituivano quasi il 100% della manodopera. Nel 1910 delle migliaia di lavoratori addetti alla costruzione delle ferrovie solo 101 erano svizzeri. Gli italiani provenivano inizialmente soprattutto dalle regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), poi anche dal centro e dal sud dell’Italia.
Il 1912, cent’anni fa, fu un anno «ferroviario» straordinario. Le principali linee ferroviarie erano già in esercizio (si pensi alle ferrovie del San Gottardo e del Sempione) o stavano per essere ultimate. Era appena terminata l’importante galleria dell’Hauenstein per il collegamento tra Olten e Basilea e la galleria del Lötschberg sarà inaugurata nel 1913. Alcune ferrovie minori erano da poco entrate in esercizio, ad esempio la Bodensee-Toggenburg, la Biasca-Acquarossa, la Lugano-Cadro-Dino, la celebre funicolare Cassarate–Monte Brè, la Mittelthurgau- Bahn, numerose altre erano ancora in costruzione e altre ancora, poche, stavano per essere iniziate.
Ferrovie centenarie
Tra le ferrovie che quest’anno festeggiano il centenario, almeno tre meritano un ricordo particolare, la ferrovia della Jungfrau già ricordata in questa rubrica (cfr. L’ECO del 29.2.2012), la ferrovia Lugano-Ponte Tresa, fortemente voluta soprattutto dai luganesi e la ferrovia Zweisimmen-Lenk (nel Cantone di Berna), una tratta della rinomata linea Montreux-Berner Oberland, passando per Interlaken e Lucerna.
In realtà furono diverse le ferrovie o le tratte minori che vennero inaugurate nel 1912, ad esempio la Berna-Zollikofen, la Sursee-Triengen (nel Cantone di Lucerna), la Forchbahn (nel Cantone di Zurigo), la tratta Chur-Disentis/Mustér della ferrovia retica, la prima tratta della Säntisbahn da Appenzello a Wasserauen, ecc.
La rete ferroviaria svizzera non era ancora terminata, ma era già una delle più dense del mondo e la «febbre ferroviaria» non dava segni di stemperarsi. Durerà per almeno un ventennio nonostante il rallentamento dovuto alla prima guerra mondiale. Nel complesso la rete ferroviaria svizzera negli ultimi cent’anni non è cresciuta di molto rispetto al 1912, sebbene alcune delle ferrovie minori di allora non siano più in esercizio.
La «febbre ferroviaria»
Per avere un’idea della «febbre ferroviaria» dell’epoca, basti pensare che spesso il tracciato originale di una ferrovia veniva più volte modificato in seguito alle richieste di deviazioni o prolungamenti da parte di Cantoni e Città che temevano di essere lasciati fuori dalla corrente dei traffici e del turismo. E ancora, è vero che la rete ferroviaria svizzera doveva tener conto soprattutto delle esigenze interne, ma non trascurava affatto gli aspetti internazionali. Al riguardo è significativo quanto scriveva nel 1912 Gazzetta Ticinese (che riferiva un articolo della Gazette de Lausanne) in merito all’interesse della Svizzera a una ferrovia che gli italiani progettavano di costruire in Africa dal porto di Tripoli (da poco conquistata) al centro e al sud dell’Africa.
Un tale interesse era giustificato, scriveva il quotidiano ticinese, in quanto, «com’è noto, la Svizzera è la piattaforma girevole del sistema ferroviario dell’Europa centrale», ma soprattutto per la considerazione seguente: «Il traffico africano che metterà capo a Tripoli a destinazione dell'Europa centrale e settentrionale prenderà naturalmente la direzione dei porti italiani, sopratutto di Genova e di là passerà per le linee internazionali che attraversano la Svizzera. La costruzione della grande linea Tripoli-Tschad avrà dunque un’influenza favorevolissima sullo sviluppo del traffico internazionale svizzero, e la conquista della Tripolitania eviterà alla Confederazione la perdita d'un traffico destinato a prendere rapidamente una considerevole importanza».
Va infine ricordato che per esaltare il progresso registrato in tutti i campi dalla Svizzera, nel 1912 iniziavano a Berna i lavori per la grande esposizione nazionale del 1914.
Giovanni Longu
Berna, 27.6.2012
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