09 maggio 2012

Quanta italianità c’è a Berna! (4a e ultima parte)


Per ragioni politiche, economiche e sociali, tra le due guerre mondiali i flussi migratori dall’Italia verso la Svizzera, e quindi anche verso Berna, si sono praticamente arrestati. Questa situazione ha favorito in molti italiani l’integrazione nella società svizzera, fino a sfociare nella naturalizzazione, mentre ha spinto altri a rafforzare i vincoli d’italianità soprattutto attorno ad alcune associazioni storiche dell’immigrazione italiana in Berna.

Due istituzioni in particolare meritano di essere ricordate, il segretariato dell’Opera Bonomelli, istituito nel 1900 e la Società Dante Alighieri, costituitasi nel 1911. Accanto ad esse sorsero nel tempo numerose altre associazioni di tipo solidaristico, sportivo (ad es. la società di calcio Esperia fondata nel 1927 ed ancora attiva), musicale, culturale.

Durante il fascismo
Durante il fascismo, verso il 1923, ci fu il tentativo d’imporre anche a Berna un Fascio, ma non ebbe successo. Il regime, soprattutto attraverso l’Ambasciata (allora solo Legazione), riuscì comunque ad assicurare la sua influenza, ad esempio facendo chiudere nel 1927 l’ufficio dell’Opera Bonomelli di Berna, ritenuto non funzionale (ossia ostile) al regime.

Casa d'Italia (dal 1937)

Dieci anni più tardi, nel 1937, quando la collettività italiana acquistò la «Casa degli Italiani», grazie anche a un sostanzioso contributo dello Stato italiano e della fondazione intestata all’eroe Fulcieri Paulucci de’ Calboli, il regime riuscì ad imporre d’autorità non solo il presidente, ma anche le linee guida.
A prescindere dalle ideologie che sicuramente agitavano molti spiriti anche allora (bonomelliani, socialisti, anarchici, fascisti e antifascisti), la situazione della collettività italiana era relativamente tranquilla nel persistente isolamento.
Come già accennato, tuttavia, molti immigrati in questo periodo si naturalizzano per avere maggiori possibilità di lavoro e scompaiono dalle statistiche sull’immigrazione. Sono quelli meglio integrati, artigiani, lavoratori qualificati, impiegati, piccoli imprenditori.

Istituzioni italiane
La vita dell’immigrazione italiana in Svizzera, e anche a Berna, si rianima nel dopoguerra. I flussi di lavoratori italiani provenienti dapprima dal Nord e poi anche dal Sud d’Italia è continuo. Il principale punto d’incontro quotidiano, soprattutto in primavera quando arrivano gli stagionali, è la stazione di Berna. Persino il missionario vi si reca spesso perché sa di quante informazioni hanno bisogno i nuovi arrivati.
Sono soprattutto i missionari Scalabriniani che si fanno carico dei nuovi crescenti bisogni. Nel 1947 viene fondata la Missione Cattolica Italiana (MCI). Grazie ad alcune figure carismatiche e intraprendenti, la Missione diventa un influente centro di aggregazione e di assistenza non solo religiosa, ma anche sociale, assistenziale, ricreativa, culturale. La MCI, inoltre, come anche la Casa d’Italia, dispongono di una mensa che sforna ogni giorno centinaia di pasti caldi per persone che spesso non avevano la possibilità di cucinare nelle mansarde o nelle baracche dove alloggiavano.
Nel 1966, nel quartiere di Breitenrain, sorse per iniziativa di immigrati un’altra importante istituzione italiana (anzi fin dall’inizio «italo-svizzera») per la formazione professionale dei numerosi lavoratori immigrati senza specifica preparazione: il CISAP.
1972, il presidente della Confederazione Nello Celio in visita
al centro di formazione professionale CISAP
Merita di essere ricordato, anche se non esiste più, perché fu una delle prime forme di collaborazione italo-svizzera in questo settore, e per le sue benemerenze nel campo della formazione professionale degli adulti, tanto da meritare nel 1972 il pieno riconoscimento e la riconoscenza dell’allora presidente della Confederazione Nello Celio, andato a visitare il Centro, nel frattempo trasferitosi nel quartiere di Fischermätteli.

Gli stranieri hanno trasformato la città
Nei primi decenni del dopoguerra, l’arrivo in massa di stranieri, specialmente italiani (nel 1950 erano già circa 4000 e raggiungeranno 11.589 nel 1974), ha contribuito a trasformare i quartieri periferici di Berna e ad accrescerne la popolazione.
Tra il 1941 e il 1960, l’incremento è stato di 2269 persone nel quartiere della Länggasse, di 5297 in quello di Kirchenfeld-Schosshalde, di 7535 in quello di Breitenrain e Lorraine, di 5265 a Bümpliz, il quartiere che si è sviluppo soprattutto a partire dagli anni Sessanta. La popolazione totale di Berna è passata tra il 1950 e il 1960 da 146.499 a 165.768 abitanti, il massimo storico mai più superato. Gli stranieri nel 1960 erano già oltre 14.000, l’equivalente di una cittadina.
In ogni quartiere pulsava una certa vita italiana. Erano di proprietà o gestiti da italiani ristoranti, negozi di ogni tipo, piccole officine, garage, saloni da parrucchiere. La lingua italiana era non solo la seconda lingua ufficiale più parlata a Berna, ma anche la lingua «franca» di molti stranieri. La comprendevano e per lo meno tentavano di parlarla anche molti svizzeri, non solo capiofficina, capisquadra, capocantieri, bancari, negozianti, commessi, ma anche ingegneri, medici, dentisti, avvocati.
A cambiare, in quegli anni (per altro tristi perché coincisero col massimo della xenofobia scatenata dalla destra più intransigente specialmente contro gli italiani) non era solo la città, ma anche il volto umano di Berna. E’ cambiato persino il panorama religioso. Con l’introduzione della Riforma, Berna era divenuta rigidamente protestante. Solo con la proclamazione di Berna capitale federale, l’atteggiamento dei protestanti bernesi dovette aprirsi alle esigenze dei rappresentanti e dei funzionari federali cattolici, ma fu difficile ottenere una chiesa, fin quando venne costruita nel 1888 la Chiesa della SS.ma Trinità.
Allora i cattolici erano appena 3178. Nel 1910, grazie anche all’apporto degli immigrati, raggiunsero quota 9365 (11%), ma arriveranno a 41.374 nel 1970 (26%). Grazie agli immigrati italiani (e successivamente a quelli spagnoli e portoghesi), nei quartieri dove erano maggiormente presenti sorsero numerose chiese cattoliche. Di fatto, nel cinquantennio di massima immigrazione, tra il 1950 e il 2000, i cattolici a Berna sono passati da 23.295 a 65.504. Se nel 1950 i cattolici stranieri rappresentavano il 18%, nel 2000 erano circa un terzo.

Italianità diffusa
Negli anni ’60 e ‘70 gli italiani erano ancora concentrati in pochi quartieri (Lorraine, Länggasse, Kirchenfeld, Bümpliz-Bethlehem), oggi sono sparsi in tutta la città. Eppure in molte pubblicazioni relative alla storia e alla trasformazione di quei quartieri si ricorda con un sentimento frammisto di simpatia e di nostalgia l’epoca in cui gli italiani erano lì, a dare colore e calore a una vita che sembrava bloccata dalle ristrettezze e dalle preoccupazioni. In molte di queste pubblicazioni è riprodotto qualche angolo caratteristico e caratterizzato dall’«italianità», un termine che volutamente non viene quasi mai tradotto. Sta a significare in particolare quel senso della vita, accettata con una certa leggerezza che la rende più sopportabile. Annotava, probabilmente un nostalgico ma soprattutto attento osservatore di quei tempi del dopoguerra che, in fin dei conti «…non manca l’allegria, alla quale ormai vanno abituandosi anche gli svizzeri».
Oggi a ricordare l’«italianità» diffusa a Berna non ci sono solo i palazzi o le celebri fontane rinascimentali o le tante «ville» racchiuse entro bellissimi parchi o ancora i numerosi e talvolta blasonati ristoranti italiani, per non parlare del Centro Paul Klee, progettato dall’architetto genovese Renzo Piano, e inserito come tre colline nel paesaggio circostante. Ci sono anche le piazze. Quando negli anni '60-'70 si volle ristrutturare completamente la stazione centrale, l’alternativa era se conveniva privilegiare il «Passage», sotto la stazione, o la «Piazza» (così anche in tedesco!), sopra la stazione. Com’è noto fu preferito il concetto di Piazza, il Bahnhofplatz o Piazza della Stazione.
La Piazza, già celebre, nelle città italiane del Rinascimento, è divenuta anche a Berna un lungo d’incontro corale, in cui ci s’incontra, si parla, si discute, si manifesta, si ricorda che i veri cittadini sono nella Piazza non nel Palazzo. In quest’ottica, credo, è avvenuta negli anni scorsi anche la trasformazione dell’intero complesso delle tre piazze Weisenhausplatz, Bärenplatz e Bundesplatz da aree di parcheggio per automobili in altrettanti luoghi d’incontro quotidiani e di eventi speciali.

Italianità dentro e fuori casa
Sarà anche vero che i bernesi sono attaccati alle tradizioni, ma è altrettanto vero che, se continuano ad amare i loro piatti tipici come la Berner Platte o il Rösti, sono divenuti anche grandi consumatori di pastasciutta e di pizza. Ormai non c’è famiglia svizzera che non conosca il sugo di pomodoro o alla bolognese e persino il pesto genovese. Per non parlare dei sapori, delle verdure, dei formaggi (tra cui spiccano sicuramente il parmigiano, la mozzarella e il gorgonzola), degli oli extravergine e dei vini provenienti dal Bel Paese.
Anche nella moda del vestire e del calzare i gusti dei bernesi sono nel frattempo cambiati e il made in Italy è sempre un’attrazione ammiccante da numerose vetrine.
Persino fuori casa, nei terrazzi e nei giardini, soprattutto nella bella stagione l’italianità fa bella presenza di sé. Sono infatti diffusissimi gli olivi, le palme, gli agrumi, i fichi e altre pianticelle o arbusti mediterranei, anche se fanno fatica a sopravvivere nei mesi invernali. E proprio quest’anno l’«italianità davanti alla casa», come scriveva pochi giorni fa un quotidiano bernese, ha subito danni irreparabili.
Irreparabile? Certamente no, perché si può stare certi che i bernesi non vi rinunceranno più. L’italianità, in tutti i sensi, è divenuta ormai una componente essenziale non solo della città, ma anche dei suoi abitanti! L’italianità a Berna si confonde ormai nella mentalità stessa della città. Berna rimane certamente una città svizzero-tedesca, ma è divenuta anche così tanto italiana!
(Fine. Gli altri articolo sono apparsi il 4.4, 18.4, 2.5.2012)

Giovanni Longu
Berna 9.5.2012

02 maggio 2012

Quanta italianità c’è a Berna! (3a parte)


Nei secoli XVIII e XIX un viaggio in Italia e specialmente a Roma, Firenze, Venezia era per molti ricchi aristocratici di tutta l’Europa una questione di prestigio, per molti artisti (soprattutto pittori e architetti) una tappa fondamentale della loro formazione. Il desiderio di conoscere il «Paese dove fioriscono i limoni», come scriveva Goethe (1749-1832), e la patria del Rinascimento, sembrava irresistibile anche in Svizzera. Numerosi artisti che operarono a Berna avevano tratto ispirazione da questi viaggi. Non si spiega diversamente il fiorire di opere in stile neorinascimentale e neoclassico a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

I palazzi federali
Il primo grande esempio ispirato ai palazzi rinascimentali fiorentini fu il Palazzo consiliare della Confederazione (1852-1857), oggi Palazzo federale ovest. Lo stesso stile neorinascimentale fu adottato per il vicino Bernerhof (1856-1858), originariamente un hotel di lusso, per il Palazzo federale est (1888-1892) e per il Palazzo del Parlamento (1894-1902), come pure per la sistemazione della Bundesgasse.
Per la realizzazione del Palazzo del Parlamento, che doveva rappresentare il monumento simbolo della nazione, in cui tutte le comunità linguistiche e culturali svizzere dovevano potersi ritrovare, non solo vennero scelti ditte svizzere e materiali di provenienza quasi esclusivamente indigena (con l’eccezione di qualche marmo italiano), ma anche gli artisti scelti dovevano essere espressione delle quattro sensibilità artistiche nazionali.

Palazzo federale, "Sala dei passi perduti"
Soffitto dipinto dal ticinese A. Barzaghi-Cattaneo
 All’abbellimento interno del Palazzo del Parlamento parteciparono numerosi artisti ticinesi: il pittore Antonio Barzaghi-Cattaneo (dipinti della «sala dei passi perduti») e gli scultori Natale Albisetti, Antonio e Giuseppe Chiattone, Anselmo Laurenti, Raimondo Pereda, Antonio Soldini e Luigi Vassalli.
Tra i materiali utilizzati, il granito proveniva in gran parte da cave del Ticino e del Cantone di Uri appartenenti alla ditta Antonini, un imprenditore italiano. La stessa ditta fornirà anni più tardi la base in granito ticinese del monumento dedicato all’Unione telegrafica internazionale, opera in bronzo dell’italiano Giuseppe Romagnoli (1872-1966), collocato all’Helvetiaplatz, davanti al Museo storico di Berna.

Galeotto fu il mattone!
Il contributo italiano e ticinese fu notevole nel completamento dei principali collegamenti ferroviari di Berna col resto della Svizzera (1856-1901), ma soprattutto nella realizzazione dell’edilizia residenziale, che conobbe un vero e proprio boom tra il 1890 e il 1914 in seguito al forte incremento demografico di quel periodo, dovuto in parte anche all’arrivo nella capitale di numerosi funzionari federali. I cantieri sorgevano ovunque, specialmente nelle zone periferiche della vecchia città, dove stavano crescendo i nuovi quartieri (Lorraine, Länggasse, Kirchenfeld- Gryphenhübeli-Schosshalde).
In quest’ultimo quartiere, nel 1893 si verificò contro gli italiani un episodio di straordinaria violenza, che è passato alla storia come il «Käfigturmkrawall» (Rivolta del Käfigturm). L’area a sud della città, al di là dell’Aare, ancora terreno agricolo appartenente al ricco patriziato bernese, era stata acquisita dalla società a capitale inglese Bern-Land-Company in cambio della costruzione gratuita di un ponte di collegamento tra le due parti della città.
Quando nel settembre 1883 il ponte monumentale in ferro (Kirchenfeldbrücke) fu terminato, numerose imprese edilizie cominciarono a costruire in base a una precisa pianificazione urbanistica che prevedeva essenzialmente la realizzazione di una specie di quartiere modello di ville con giardino per persone benestanti, oltre ad alcuni edifici per la Confederazione.
Uno dei primi costruttori fu l’impresa italiana Gaggione, che portò a termine in breve tempo sia il ristorante Kirchenfeld che alcuni edifici vicini della Thunstrasse e della Marienstrasse. Fu anche l’inizio di un’ondata di arrivi di lavoratori italiani (e ticinesi). Molte ditte preferivano infatti la manodopera italiana (e ticinese) perché costava meno e rendeva più di quella indigena. Gli italiani lavoravano infatti generalmente a cottimo e soprattutto erano più esperti degli svizzeri nell’utilizzo del mattone (Backstein), usato abitualmente in Italia, mentre a Berna cominciava solo allora ad essere preferito all’arenaria (Sandstein) tradizionale.

Käfigturmkrawall (1893)
In questa situazione, molti muratori e manovali bernesi finivano per non trovare lavoro e accusavano gli italiani di essere la causa della crescente disoccupazione e della pressione sui salari esercitata dagli imprenditori. Il 19 giugno 1893 decisero di passare dalle proteste verbali ai fatti. 50-60 manovali bernesi, per lo più disoccupati, partiti dalla piazza della stazione dove si erano radunati, assalirono alcuni cantieri del quartiere di Kirchenfeld distruggendo ponteggi e picchiando gli operai italiani. Fortunatamente non ci furono morti.
 
Berna, 1893: Käfigturmkrawall (disegno dell'epoca)

Per stroncare le violenze e impedire altri danneggiamenti, intervenne la polizia che arrestò alcuni agitatori. Più tardi però la massa degli assalitori s’ingrossò a più di mille e in serata si trasferì davanti alla Torre delle prigioni (Käfigturm) rivendicando la liberazione degli arrestati. La polizia dovette chiedere l’aiuto urgente dell’esercito per disperdere i manifestanti e presidiare i numerosi cantieri dove lavoravano italiani. I militari venuti da Thun e da Lucerna restarono per oltre un mese in città al fine di evitare altre violenze e danni materiali nei cantieri.
Quei disordini segnarono purtroppo l’inizio di un progressivo distacco tra la collettività svizzera e quella degli italiani, che finiranno per condurre praticamente vite parallele ancora per molto tempo. Già nel 1884 gli italiani di Berna avevano creato tra loro una società di mutuo soccorso e numerose altre associazioni vedranno la luce nei decenni successivi. D’altra parte, i datori di lavoro nel settore delle costruzioni continueranno a preferire gli italiani, tanto più che a Berna si registravano meno scioperi che, per esempio, a Zurigo o a Basilea. Sicché gli italiani continuarono ad arrivare fino a divenire una forza insostituibile, come attestò nel 1899 l’ex presidente della Confederazione Numa Droz: «considero l’immigrazione italiana non solo utile, ma necessaria».

Il boom edilizio e gli italiani
In effetti, tra la fine del secolo e il 1914, l’attività edilizia era frenetica non solo nel quartiere di Kirchenfeld-Gryphenhübeli-Schosshalde, ma in tutti i nuovi quartieri Lorraine, Länggasse, Breitenrain-Wyler e anche nel comune di Bümpliz. Si costruiva di tutto: scuole, caserme, ospedali, chiese, fabbriche, alberghi, ville e semplici case d’abitazione, ove possibile ispirandosi al modello urbanistico del celebre architetto triestino Camillo Sitte (1843-1903), illustrato nel suo libro «Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen» (L'arte di costruire le città, L'urbanistica secondo i suoi fondamenti estetici) del 1889.
Tra le chiese merita di esse ricordata la Chiesa della Santissima Trinità (consacrata nel 1899), voluta dai cattolici bernesi rimasti senza una loro chiesa nel 1875 (all’epoca del Kulturkampf, ossia la reazione di una parte dei cattolici svizzeri alla proclamazione dell’infallibilità del papa durante il Concilio Vaticano I) e costruita in stile romanico-lombardo la cui facciata ricorda facilmente la Chiesa di San Zeno. Per lungo tempo venne chiamata negli ambienti italofoni «la chiesa dei ticinesi».
In quel periodo l’edilizia residenziale era in forte espansione. I cantieri erano moltissimi e ovunque la maggioranza degli operai era costituita ormai da italiani, sia che le imprese fossero italiane o ticinesi e sia che fossero svizzero-tedesche. Vennero create migliaia di abitazioni per una popolazione in rapida crescita (tra il 1890 e il 1915 era raddoppiata toccando 100.000 abitanti). Ad usufruirne furono solo in minima parte gli operai italiani che, essendo per lo più stagionali, disponevano solo di baracche o mansarde.
Gli italiani (e i ticinesi) non erano tuttavia solo «bassa forza», manovali o al massimo muratori. C’erano tra loro anche capomastri, costruttori e architetti. Un bell’esempio si ebbe proprio nel comune di Bümpliz (prima che venisse assorbito da Berna nel 1919).

Un quartiere «italiano» a Bümpliz
Bümpliz all’inizio del secolo scorso conobbe una forte espansione, grazie alla vicinanza a Berna e ai collegamenti creati dalle nuove linee ferroviarie Berna-Friburgo e Berna-Neuchâtel, entrambe passanti per Bümpliz. Il primo sviluppo si ebbe nelle vicinanze della stazione Bümpliz Sud, ad opera principalmente dell’architetto costruttore ticinese Battista Fontana. Quasi contemporaneamente, nella zona ad est dell’attuale Brünnenstrasse, fino ad allora terreno agricolo, l’imprenditore italiano Benjamino Clivio (che aveva cominciato la carriera come aiutante muratore, come molti altri italiani prima e dopo di lui!) costruì oltre duecento case d’abitazione e un piccolo quartiere di villette signorili con giardino, considerate tutt’ora degne di conservazione. Tra i suoi circa 80 dipendenti ebbe per due stagioni anche Benito Mussolini, prima che fosse arrestato ed espulso dalla Svizzera.
Edificio costruito a Benjamino Clivio nel 1905 a Bümpliz
Oltre che ai due architetti-costruttori menzionati, l’italianità di Bümpliz è anche legata a un altro celebre personaggio, Carl Albert Loosli (1877-1959), uno tra i più importanti e significativi intellettuali svizzeri della prima metà del Novecento, denominato «filosofo di Bümpliz» per il suo attaccamento al quartiere e le sue profonde analisi della società. Era figlio di Sophie Emma Loosli, dalla quale prese il cognome, e dell’italiano Bonnacio, di cui purtroppo non si conosce pressoché nulla, nemmeno il nome.
Nel 1910 gli italiani residenti stabilmente a Berna erano ormai circa 2000. Gli uomini lavoravano soprattutto nel ramo delle costruzioni (edilizia e genio civile), le donne nell’industria alimentare (Tobler), nell’industria della seta e del tessile, nelle economie domestiche. Abitavano soprattutto nei quartieri Länggasse, Lorraine, Breitenrain-Wyler, prima di diffondersi in tutta le città. (Fine terza parte)

Giovanni Longu
Berna, 2.5.2012

18 aprile 2012

Quanta italianità c’è a Berna! (2a parte)

Lo sviluppo urbanistico di Berna è avvenuto in diverse fasi, seguendo non solo l’incremento demografico, ma anche eventi naturali e soprattutto politici. Il più grande intervento costruttivo si ebbe nei secoli XV e XVI, in seguito all’incendio che nel 1405 aveva ridotto in cenere gran parte della città, allora costruita prevalentemente in legno, fino all’altezza del Käfigturm. Per evitare il ripetersi di disgrazie simili, le autorità imposero da allora in poi come materiale edilizio principalmente la pietra.

La ricostruzione avvenne lentamente. Fu salvaguardata la struttura viaria e il sistema dei portici della città medievale, ma gli stili architettonici subirono gli influssi del tempo e, spesso, i gusti dei costruttori. Alcuni edifici pubblici come il Municipio (Rathaus) e la Cattedrale di San Vincenzo (Berner Münster) vennero costruiti in tardo-gotico, altri furono influenzati dallo stile rinascimentale.

Le fontane rinascimentali
Il più bell’esempio di questo stile è costituito dalla maggior parte delle splendide fontane figurative del centro storico, risalenti al XVI secolo. Sulle fontane di Berna sono stati scritti interi volumi perché ciascuna ha una propria storia e una bellezza singolare. In comune avevano (e in parte hanno ancora) la forma ottagonale della vasca, di chiara origine italiana rinascimentale (Perugia, Siena, Viterbo) e la colonna centrale da cui fuoriesce l’acqua, d’ispirazione lombarda d’inizio rinascimento. Anche alcune figure sovrastanti le colonne sembrano d’ispirazione lombarda (Como, Milano, Brescia).
Fontana di Sansone
Percorrendo l’asse centrale della città vecchia partendo dalla Piazza della stazione in direzione della Fossa degli orsi, la prima fontana che s’incontra è la Fontana del suonatore di cornamusa (Pfeiferbrunnen). Subito dopo la Torre delle prigioni si trova la Fontana di Anna Seiler (Seilerbrunnen), dedicata alla fondatrice del primo ospedale di Berna. Seguono la Fontana del Tiratore (Schützenbrunnen), la Fontana di Zähringen (Zähringenbrunnen), la Fontana di Sansone (Simsonbrunnen), la Fontana della via della croce (Kreuzgassbrunnen) e la Fontana della Giustizia (Gerechtigkeitsbrunnen). Nelle vie laterali, almeno altre quattro fontane sono degne di nota: la Fontana del mangiatore di bambini (Kindlifresserbrunnen) nella Kornhausplatz, la Fontana del Ryffli (Ryfflibrunnen) nell’Aarbergergasse, la Fontana dell’Alfiere (Vennerbrunnen) nella Rathausplatz davanti a Rathaus e la Fontana di Mosè (Mosesbrunnen) nella Piazza della Cattedrale (Münsterplatz).

Il primo orso di Berna documentato arrivò da Novara
Per secoli la popolazione di Berna è cresciuta molto lentamente. Solo nel 1653 superò i 10.000 abitanti. Nei secoli XV-XVIII molti svizzeri emigravano, soprattutto in Italia e Francia, non solo come artigiani, commercianti o artisti, ma anche come soldati mercenari a disposizione dei potentati dell’epoca. Molti di essi contribuirono a rimodellare di volta in volta il complicato panorama politico italiano.
Nel 1513, circa 10.000 mercenari confederati (tra i quali molti bernesi) al comando del vescovo (!) di Sion Matthäus Schinner furono decisivi nella liberazione del ducato di Milano dagli occupanti francesi. A Novara, i soldati svizzeri inflissero una pesante sconfitta all’esercito di Luigi XII, ricacciandolo oltre le Alpi. Quale compenso, il potente Schinner ricevette il marchesato di Vigevano e la designazione a vescovo di Novara. Nel bottino di guerra sottratto ai francesi c’era anche un orso, che venne portato come trofeo a Berna e sistemato in pompa magna nella Fossa degli orsi che allora si trovava all’incirca nell’attuale Bärenplatz, di fronte al Palazzo federale. E’ da quella data, col primo orso portato dall’Italia, che comincia la storia documentata della presenza degli orsi a Berna.

L’età d’oro del barocco
Nonostante la consistenza modesta della popolazione, Berna era divenuta nel frattempo una grande potenza territoriale. Grazie alla protezione dei conti di Savoia, aveva esteso il proprio dominio dal Cantone di Argovia al Paese di Vaud fino al Lago Lemano. Anche la città si era ingrandita. Un impulso all’edilizia urbana seguì all’introduzione a Berna, nel 1528, della Riforma. Con la cacciata degli ordini religiosi (domenicani, francescani e altri), i loro conventi e strutture annesse vennero in gran parte chiuse o trasformate. Ma fu soprattutto il XVIII secolo l’età d’oro per l’edilizia bernese, con assoluta prevalenza dello stile barocco.
La borghesia bernese esibiva la ricchezza accumulata in palazzi molto appariscenti. Molti degli edifici costruiti nei secoli precedenti in stile tardo-gotico o tardo-rinascimentale furono ristrutturati in stile barocco, altri furono edificati ex novo in questo stile. Si possono ricordare, a titolo di esempio, la Casa von Wattenwyl, l’Hôtel de Musique, la facciata del Kornhaus, la Chiesa del Santo Spirito e il Burgerspital (vicino alla stazione).
Ponte monumentale di Nydegg (1840-1843)
In quest’epoca va anche segnalata un’altra importante realizzazione. Per facilitare le comunicazioni e rendere più stabile il passaggio dell’Aare, al posto del primitivo ponte di Nydegg, tra il 1750-1758 ne venne costruito un altro più solido sotto la direzione dell’ingegnere italiano Antonio Maria Mirani. Quasi un secolo dopo, altri architetti e ingegneri italiani (Carlo Donegani, Luigi Negrelli, Carlo Bernardo Mosca e Volpatti) contribuirono alla realizzazione (1840-1843) dell’attuale ponte di Nydegg, poco distante dall’altro, ma ad un’altezza dal livello del fiume di circa 25 metri. Un’opera imponente e al tempo stesso elegante, in granito, con una campata centrale di 46 m, che costituì fino al 1890 il ponte più grande d’Europa. Il granito proveniva da alcune cave di Meiringen e di Goldswil, dove tagliapietre italiani provvedevano a preparare i blocchi necessari.
La fine del secolo XVIII segnava la fine anche della vecchia Berna oligarchica e dominatrice. Quando la città fu occupata dalle truppe napoleoniche dopo la cocente sconfitta di Grauholz nel 1798, Berna dovette infatti abbandonare sia il Cantone di Argovia che il Paese di Vaud. La situazione mutò radicalmente nel 1848, quando Berna, dopo alcuni anni di occupazione francese e di successive lotte interne, venne scelta come capitale federale della moderna Confederazione.

L’italianità entra d’autorità nella Capitale federale
Nel 1848, con l’adozione della Costituzione federale e la proclamazione di Berna capitale federale, l’italianità entrò d’autorità nelle istituzioni. La lingua italiana, riconosciuta dalla Costituzione come lingua nazionale e ufficiale con pari dignità del tedesco e del francese, verrà usata sempre più spesso nei dibattiti parlamentari dai rappresentanti ticinesi (anche se l’egemonia burocratica della lingua tedesca durerà almeno fino alla fine del secolo). E se il Ticino costituirà da quel momento in poi il baluardo istituzionale dell’italianità nella Svizzera moderna, a Berna ticinesi e italiani costituiranno la più grande comunità linguistica dopo quella svizzero-tedesca.

Stefano Franscini (1796-1857)
Primo cons. fed. italofono
Il ticinese Stefano Franscini venne eletto nel primo Consiglio federale come esponente della Svizzera italiana. Fu anche il primo grande rappresentante dell’italianità. Durante la sua formazione a Milano aveva studiato i classici italiani, aveva letto le opere di Machiavelli e di Melchiorre Gioia, era entrato in contatto con alcuni intellettuali lombardi e aveva stretto amicizia col grande letterato e politico milanese Carlo Cattaneo. Gli studi e questi incontri lo plasmarono come letterato e uomo di stato. Franscini deve forse al Gioia se divenne il «padre della statistica svizzera» ed ebbe nel Cattaneo oltre che un amico un valido sostenitore dell’idea di un politecnico federale e di un collegamento ferroviario della Svizzera con l’Italia attraverso la galleria del San Gottardo. E la Svizzera deve molto a Stefano Franscini.
In quel periodo gli italiani a Berna erano ancora pochissimi, anche perché, fino al censimento del 1860, non venivano censiti come italiani i «savoiardi», i «sardi» e i lombardo-veneti (conteggiati insieme agli austriaci) e, soprattutto, non venivano presi in considerazione gli stagionali. Già dai primi dell’Ottocento, tuttavia, avevano iniziato a diffondersi a Berna i «café italien». Gli italiani cominceranno ad arrivare, sempre più numerosi, come sterratori, muratori, scalpellini e manovali, quando si apriranno i grandi cantieri della costruzione dei palazzi federali, della stazione ferroviaria e dell’edilizia residenziale nei quartieri periferici della città. Per il loro numero e per il loro insostituibile contributo si parlerà più tardi del «secolo degli italiani». (Fine seconda parte)

Giovanni Longu
Berna, 18.4.2012

04 aprile 2012

Quanta italianità c’è a Berna! (1a parte)

Che esistano forti legami tra Berna e l’italianità è evidente. Per rendersene conto basterebbe una breve passeggiata dalla Piazza della stazione in direzione della vecchia Fossa degli orsi (Bärengraben), percorrendo dapprima la Spitalgasse fino alla Torre delle prigioni, poi, dopo aver dato sulla destra uno sguardo al maestoso Palazzo federale, la Marktgasse fino alla Torre dell’Orologio, quindi in leggera discesa la Kramgasse e la Gerechtigkeitsgasse. Attraversato il ponte di Nydegg si giunge alla vecchia Fossa degli orsi.

Se questi monumenti e queste vie potessero parlare… si scoprirebbe quanta italianità è contenuta in questo gioiello urbanistico considerato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ma anche in assenza di un racconto originale, lungo la nostra ipotetica passeggiata è facile incontrare molti indizi dei forti legami tra Berna e l’italianità.
Già dopo il primo tratto di strada, basta dare uno sguardo fuggevole al Palazzo federale per ritrovarvi a grandi linee lo stile rinascimentale di celebri palazzi fiorentini. Anche la Torre delle prigioni e la Torre dell’orologio, testimoni austeri ed eleganti di un glorioso passato, contengono, come si vedrà, elementi d’italianità. Per non parlare delle numerose fontane, anch’esse in stile rinascimentale, che abbelliscono la città vecchia e che meritano un cenno a parte.

Portici medievali della Kramgasse attorno al 1900
Persino i famosi portici di chiara origine medievale rinviano a un’epoca ancor più lontana, quella degli antichi fori romani. Poiché Berna fino al XV secolo non di disponeva di una piazza del mercato, gli scambi avvenivano per così dire davanti alla porta di casa, ma al coperto, sotto i portici.

Italianità radicata …
L’italianità è radicata profondamente in questa città anche nel tessuto sociale e culturale soprattutto dopo la proclamazione di Berna capitale federale (1848). Da allora, infatti, l’italianità è entrata a far parte attraverso i ticinesi delle istituzioni federali concentrate soprattutto a Berna. Quasi contemporaneamente è iniziata anche la migrazione di molti lavoratori italiani chiamati per costruire ogni sorta di palazzi e manufatti che via via si rendevano indispensabili per il buon funzionamento delle istituzioni federali e per soddisfare gli svariati bisogni di una popolazione in forte crescita. Non erano solo braccia, ma persone che con le loro organizzazioni, le loro particolarità mediterranee e il loro modo di essere finirono col tempo per integrarsi nel tessuto sociale bernese contribuendo a trasformarlo e arricchirlo.
Nella nostra ipotetica passeggiata, in mezzo alle tante persone che si possono incontrare, è ormai difficile distinguere gli italofoni dai bernesi se non quando comunicano, magari ad alta voce, in un italiano non sempre preciso perché spesso intercalato con espressioni in bernese. Non che l’italiano a Berna si sia imbastardito. Riesce infatti a sopravvivere senza grandi difficoltà non solo nelle organizzazioni italiane e nelle istituzioni scolastiche e universitarie, ma anche nell’Amministrazione federale, dove soprattutto i funzionari italofoni ne garantiscono il plurilinguismo. A Berna l’italiano è pur sempre, ancora, la seconda lingua dopo il tedesco. E’ però evidente che l’italiano è in forte calo, non solo per il rientro in Italia della maggior parte degli immigrati della prima generazione e il forte grado d’integrazione degli italiani o italo-svizzeri di seconda e terza generazione, ma anche perché a Berna «la lingua» di comunicazione è soprattutto il «berndütsch».

… fin dalle origini
Proseguendo il nostro percorso attraverso la Berna «medievale» giungiamo in vista del fiume Aare. Sostando sul grande ponte di Nydegg, ci accorgiamo di trovarci proprio sulla punta della penisola formata dall’ansa del fiume, luogo storico della nascita di Berna. Ed è proprio da qui che conviene partire, oltre che per tornare al punto di partenza della nostra passeggiata, per evidenziare i legami tra Berna e l’italianità fin dalle origini della città.

Quartiere di Nydegg (s.) dove fu fondata Berna

Secondo una Cronica del 1309, Berna sarebbe stata fondata nel 1191 dal duca Bertoldo V di Zähringen. A prescindere dall’anno esatto della fondazione, l’epoca va situata sicuramente attorno a quella data e anche sul casato del fondatore non ci sono dubbi. Si tratta della potente famiglia tedesca degli Zähringen, che avevano possedimenti non solo in Germania (Brisgovia), ma anche in Francia (Borgogna), in Austria (Carinzia), in Svizzera e in Italia. Qui Bertoldo IV, padre del fondatore di Berna, aveva ottenuto dall’imperatore Federico I il Barbarossa il titolo di marchese di Verona. Dopo la fondazione di Berna, la comune appartenenza delle due città agli Zähringen, ha creato in alcuni cronisti dell’epoca qualche confusione e uno scambio di nomi. Talvolta, infatti, Berna veniva chiamata «Verona in Uechtlanden» e Verona «Welsch-Bern». In seguito si preferì la distinzione tra «Deutsch-Bern» e «Welsch-Bern»; ma finì per imporsi definitivamente Bern.
A parte questa origine singolare e lo scambio di nomi, le storie delle due città si svilupparono indipendentemente, anche perché alla morte di Bertoldo V (1218) la dinastia degli Zähringen si estinse e Berna entrò a far parte del Sacro Romano Impero, godendo di ampie autonomie come «città libera».
Per secoli i rapporti tra Berna e l’italianità rimasero occasionali e superficiali anche nel periodo d’influenza savoiarda. Bisognerà aspettare il XV secolo per trovare segni d’italianità, soprattutto nella cultura e nell’arte.

Lo sviluppo di Berna
Dal 1191 Berna conobbe uno sviluppo incessante anche se a ritmi molto diversi. L’insediamento originario si estendeva dalla punta della penisola formata dall’ansa del fiume Aare, l’attuale quartiere di Nydegg, fino alla prima cinta muraria che aveva la principale porta a ovest nella Torre dell’Orologio (Zeitglockenturm) e due altre porte laterali a nord e a sud verso il fiume. Ad est, il passaggio all’altro lato del fiume avveniva originariamente con un traghetto e successivamente attraverso un ponte dapprima in legno (1256-1460) e poi in muratura (1461-1487). A protezione dell’importante passaggio gli Zähringen avevano costruito un castello-fortezza, il Castello di Nydegg, di cui si conserva solo qualche piccola traccia, distrutto attorno al 1270.  
La Kramgasse e la Torre dell'Orologio

La Torre dell’Orologio giunta fino ai nostri giorni non è quella originaria costruita nella prima metà del XIII secolo, ma il risultato di numerosi interventi dei secoli successivi. Il celebre orologio fu realizzato nel 1527-1530 e anch’esso ha subito numerose revisioni. Osservando la parte alta del meccanismo al momento del rintocco delle ore, a chi conosce Venezia non può sfuggire la somiglianza tra questo automa che sembra colpire la campana e i due mori del Campanile di San Marco del 1497, che sicuramente l’hanno ispirato, come risulta anche dalla somiglianza della figura e dell’armatura. L’italianità cominciava a farsi sentire… e vedere.
Grosse e Kleine Schanze nel XVII sec.
Con gli anni e l’incremento della popolazione, tra il 1256 e il 1344, Berna si estese ulteriormente in direzione est-ovest (lungo l’asse principale costituito dalle strade attuali Gerechtigkeitsgasse, Kramgasse, Marktgasse e Spitalgasse) e spostò la sua difesa fino ad una seconda cinta muraria che ebbe la sua porta principale in quella che oggi viene chiamata la Torre delle prigioni (Käfigturm), eretta nel 1256. E’ l’epoca in cui Berna può contare sulla protezione dei Savoia (subendone per altro l’influenza) contro i continui attacchi dapprima dei conti di Kyburg e poi degli Asburgo.
In una successiva fase espansiva, dopo il 1344, le fortificazioni vennero spostate in corrispondenza dell’attuale stazione ferroviaria per una lunghezza di 1200 metri e successivamente (1622-1634) rafforzate con due bastioni principali a forma poligonale (Grosse Schanze, dove ora sorge l’università, e Kleine Schanze, ora adibita a parco, col monumento all’Unione postale universale), secondo un modello di sistema difensivo sviluppato nell’Italia centrale all’inizio del XVI secolo. L’accesso principale alla città fortificata era costituito dalla porta-torre di San Cristoforo (Christoffelturm), demolita nel 1865, dopo che gran parte delle fortificazioni erano già state rase al suolo. Una strada sta ancora a ricordare queste fortificazioni (Bollwerk). Nel XVIII secolo, tuttavia, la città aveva già cominciato ad espandersi oltre la cinta muraria. (Fine prima parte)

Giovanni Longu
Berna, 4 aprile 2012


28 marzo 2012

Il principio della buona fede e l’articolo 18

Qualche settimana fa La Posta svizzera ha emesso un francobollo commemorativo in occasione del centenario dell’entrata in vigore (1° gennaio 1912) del Codice civile svizzero (CCS), che costituisce la base del diritto privato. Più volte modificato e adeguato alle nuove esigenze, non è mai stato revisionato integralmente, segno della sua adeguatezza ai tempi.

La validità di un codice è data soprattutto dalla sua capacità di rispondere efficacemente alle esigenze dei cittadini col mutare delle condizioni storiche. La capacità di adattamento e l’efficacia del CCS dipendono sicuramente da molteplici fattori quali la sua struttura, la ragionevolezza delle norme contenute e il grado di accettazione e di rispetto da parte dei cittadini; ma non c’è dubbio ch’esse dipendono anche dall’impostazione generale e dai principi che stanno alla base delle relazioni sociali e giuridiche.

Agire secondo la buona fede
Credo che La Posta svizzera, emettendo l’8 marzo scorso il francobollo commemorativo del centenario del CCS, abbia colto se non il fondamento certamente un principio fondamentale dello stesso codice, riproducendo nelle tre lingue ufficiali tedesco francese e italiano il primo capoverso dell’articolo 2 che recita:
«Ognuno è tenuto ad agire secondo la buona fede così nell’esercizio dei propri diritti come nell’adempimento dei propri obblighi».

La validità, tuttora incontestata, del CCS non dipende evidentemente solo dal principio della buona fede, ma sicuramente ne costituisce un solido fondamento. Esso stabilisce infatti che ogni cittadino è tenuto ad agire «secondo la buona fede», non solo «nell’esercizio dei propri diritti», ma anche «nell’adempimento dei propri obblighi». I comportamenti che chiamiamo abitualmente frode, inganno, raggiro, abuso sono contrari alla buona fede.
So benissimo che la buona fede come il suo contrario sono difficili da provare in un processo, ma è in ogni caso importante che il legislatore svizzero abbia ritenuto opportuno indicare proprio all’inizio del Codice civile che i comportamenti dei cittadini devono essere sempre ispirati dalla buona fede. Tanto è vero che, pur non essendo una norma, questo principio dev’essere tenuto in considerazione anche dal giudice ogniqualvolta un cittadino si ritenga danneggiato da un altro. Si deve infatti presupporre che ognuno agisca in buona fede, salvo la prova del contrario.
Non è questa la sede per approfondire temi di natura tecnico-giuridica quali la validità e l’efficacia di una norma o di un codice. Il mio intento è solo quello di presentare una riflessione, partendo dall’emissione di un francobollo, ma anche dalle interminabili discussioni di queste ultime settimane in Italia sulla riforma del mercato del lavoro e in particolare sulla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Mi sono chiesto se i numerosi dibattiti su questo tema, per lo più inconcludenti, avrebbero avuto la stessa carica emotiva e lo stesso risultato se si fosse partiti dal presupposto della buona fede nei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori. Un principio questo, si badi bene, non solo giuridico, ma anche di civiltà, perché considera fondamentalmente legittimi e onesti i comportamenti di tutti i cittadini, fino alla prova del contrario. Un principio fondamentale anche nelle relazioni di lavoro, perché sta alla base della collaborazione e del rispetto reciproco delle parti, condizione indispensabile, anche se non unica, del raggiungimento degli obiettivi dell’impresa e della realizzazione delle aspettative dei lavoratori.

Buona fede e articolo 18
Nelle discussioni nei media italiani sull’eventuale modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ho mai sentito alcun riferimento al principio della buona fede. Anzi, soprattutto tra i fautori del mantenimento di quell’articolo, ho avuto la netta sensazione che si ragionasse ancora in base a uno schema di tipo manicheo, fatto di contrapposizioni tra bene e male, buoni e cattivi, virtuosi e corrotti e persino lavoratori e padroni. Gli oppositori al licenziamento per motivi economici con indennizzo ma senza reintegro mi sembrano mossi, più che da un interesse generale per «tutti» i lavoratori e per uno sviluppo economico «sostenibile», dal preconcetto che il datore di lavoro sia un possibile anzi probabile sfruttatore, pronto ad approfittare di questa possibilità di licenziare per camuffare altre inconfessabili motivazioni.
Ma si può continuare a vedere i problemi solo in termini di buoni-cattivi, onesti-disonesti? In Svizzera, dove l’articolo 18 non esiste e il licenziamento economico non prevede mai il reintegro, allo scopo di evitare possibili abusi il legislatore ha previsto in un articolo di legge la «protezione dal licenziamento» per presunta discriminazione o per motivi ingiustificati. Non basterebbe un articolo del genere anche in Italia per evitare ingiustificate e inutili contrapposizioni ideologiche?
Non so se la legislazione svizzera sia migliore di altre, ma non mi risultano «licenziamenti facili» a valanga, anche perché il sindacato prima del giudice veglia affinché non si verifichino abusi e quando accadono vengano sanzionati. Perché non dovrebbe essere possibile anche in Italia?

Giovanni Longu
Berna 28.03.2012

Italia-Svizzera : a quando la ripresa del dialogo?

A dar credito ad autorevoli voci nazionali e internazionali, l’Italia del secondo semestre dell’anno scorso sembrava dirigersi inesorabilmente sulla scia della Grecia verso la bancarotta. Personalmente non ho mai condiviso tanto pessimismo, anche se ritenevo allarmante il crescente divario tra l’Italia e i principali Paesi competitori europei. Ho pure sempre individuato nella cattiva politica la causa principale del mancato sviluppo dell’Italia negli ultimi decenni, per cui ho ben visto le iniziative del governo «tecnico» a guida Monti, anche se non mi hanno convinto del tutto la tempistica e l’ordine di priorità degli interventi.

Sul medio e lungo periodo ritengo tuttavia che il governo Monti riuscirà a «rimediare a molti mali fatti negli ultimi decenni» e a «mettere l'Italia sul sentiero della crescita e sulla diminuzione delle tasse», come annunciato recentemente dallo stesso premier . Soprattutto l’introduzione di alcune riforme strutturali riguardanti il sistema pensionistico, la flessibilità nel mercato del lavoro, le liberalizzazioni, il sistema fiscale e la lotta all’evasione sembrano dare speranza per la messa in sicurezza dei conti dello Stato e per un prossimo allineamento dell’Italia alle prestazioni dei Paesi europei più dinamici ed efficienti.
In questo sforzo di avvicinamento all’Europa del governo Monti ha certamente rappresentato uno stimolo l’esempio tedesco e il plauso delle principali istituzioni europee e internazionali. Proprio guardando all’esempio tedesco trovo alquanto sorprendente che l’Italia non abbia imitato la Germania (e la Gran Bretagna) nel tentativo di regolare bilateralmente i rapporti fiscali con la vicina Svizzera .

Peggioramento dei rapporti bilaterali
Come noto, la Gran Bretagna ha concluso giorni fa l’accordo con la Svizzera sul modello Kubik (di cui si è più volta parlato in questa rubrica) e anche la Germania si appresta a farlo, salvo imprevisti legati alla forte opposizione dei socialisti tedeschi. Resta comunque il fatto che il negoziato anche tra Germania e Svizzera è stato avviato e da entrambe le parti si nutre ottimismo circa la sua conclusione . Perché il governo Monti si ostina a non volerlo nemmeno iniziare?
La sorpresa è legittima anche alla luce dell’ottimo andamento degli scambi commerciali (l’interscambio aumenta costantemente e soprattutto l’export italiano «continua a correre» , come ha scritto recentemente un quotidiano ticinese). Ed è ancor più sorprendente che ciononostante l’Italia unilateralmente si ostini a tenere la Svizzera in una «black list», sebbene non rappresenti più un paradiso fiscale .
Sorprende e preoccupa questo atteggiamento di chiusura dell’Italia perché è facile osservare che le relazioni tra due Paesi tradizionalmente amici e solidali sono in continuo peggioramento . Cresce, soprattutto in Ticino, un sentimento antitaliano, che rischia di scaricarsi sulle decine di migliaia di lavoratori frontalieri. Nei loro riguardi sono ricomparsi titoli di giornale che richiamano il blocco della frontiera svizzera durante la guerra nei confronti degli ebrei in fuga: «Frontalieri, quando la barca è piena» (on. Lorenzo Quadri, Lega dei Ticinesi) . All’inizio di marzo è risuonato l’appello del Ticino alle autorità federali per una «reintroduzione dei contingenti» attivando una clausola prevista dagli Accordi bilaterali Unione Europea-Svizzera .
Praticamente non c’è più opposizione al mantenimento del blocco parziale del versamento all’Italia della parte d’imposta alla fonte prelevata sui salari dei frontalieri. A nulla sono valse finora le contrarietà del Consiglio federale a questa misura, che rischia di danneggiare ancora di più le relazioni bilaterali con l’Italia .

Il Consiglio nazionale sostiene il Ticino
E’ di qualche settimana fa l’approvazione da parte del Consiglio nazionale (contro il parere del Consiglio federale) di un’iniziativa del Cantone Ticino per una riduzione della percentuale di ristorno delle imposte dei frontalieri dal 38,8 al 12,5% (suscitando le ira dei Comuni lombardi e piemontesi della fascia di frontiera con la Svizzera). Si è voluto così lanciare un segnale forte all’Italia per il suo «atteggiamento ostile al libero mercato e alla reciprocità nel campo degli Accordi bilaterali» (on. Fulvio Pelli, presidente del PLR svizzero).
Le reazioni negative a questo stato di cose sono davvero tante. Credo che il governo Monti dovrebbe tenerne conto, pensando anche al mezzo milione di connazionali che in Svizzera si guadagnano degnamente da vivere e soffrono di questa mancanza di dialogo, che rende anche più difficile la collaborazione soprattutto per la valorizzazione dell’italianità.

Giovanni Longu
Berna, 28.03.2012

21 marzo 2012

Berna capitale federale

Da 110 anni il Palazzo federale di Berna è il centro politico della Svizzera. Per chi volesse visitarlo o anche solo osservarlo dall’esterno, è interessante conoscerne la storia, che inizia con la moderna Confederazione (in seguito all’approvazione della Costituzione federale nel 1848) e aggiunge un capitolo importante allo sviluppo urbanistico della città di Berna e alla sua storia plurisecolare.

Secondo la Cronica de Berno del 1309, Berna sarebbe stata fondata nel 1191 dal duca Berthold V di Zähringen, ultimo discendente della potente dinastia dei conti di Brisgovia in Germania. A prescindere dall’anno di fondazione, che come accade per molte antiche città, è avvolto nella leggenda, Berna si sviluppò nel Medioevo come un centro politico e commerciale, destinato a diventare la capitale di uno dei Cantoni più grandi e potenti della Svizzera.

Sviluppo e fortificazioni
Inizialmente l’insediamento occupava solo la punta della penisola formata dal fiume Aare; successivamente si estese in direzione est-ovest lungo una serie di vicoli che fiancheggiano ancora oggi l’asse centrale costituito dalle strade Gerechtigkeitsgasse, Kramgasse, Marktgasse e Spitalgasse, oggi abbellite da palazzi storici e celebri fontane.
Protetta su tre lati dal fiume Aare, grazie alla sua posizione Berna divenne presto un importante mercato, ma stimolò per questo gli appetiti degli Asburgo, costringendola a cingersi di mura per difendersi dagli attacchi continui. Alla metà del XIII secolo la prima cerchia muraria arrivava fino alla Torre dell’orologio (Zeitglockenturm), che verrà in seguito più volte rifatta fino ai nostri giorni (l’orologio astronomico del 1530 è, come quelli di Soletta e di Aarau, uno dei più antichi della Svizzera).

Per garantirsi maggiore sicurezza, dal 1256 Berna accettò la protezione dei Savoia, già influenti nelle regioni occidentali della Svizzera, permettendole di estendersi oltre le antiche mura. Ben presto si circondò di nuove fortificazioni di cui facevano parte la Torre degli Olandesi (Holländerturm) e la Torre delle Prigioni (Käfigturm), che costituiva il principale passaggio a ovest. Questa porta, distrutta e ricostruita nel 1641-44, s’ispira nella parte bassa a un arco di trionfo con evidenti influenze del manierismo italiano.
Nel XIV secolo Berna continuò a crescere non solo urbanisticamente, ma anche come potenza territoriale e militare, soprattutto dopo la sua entrata (1353) nell’alleanza dei Cantoni primitivi Uri, Svitto e Untervaldo a cui si era aggiunta nel frattempo anche Lucerna. In questo periodo il perimetro urbano, delimitato da una nuova (la terza) cinta muraria, si estende fino all’attuale stazione ferroviaria, nel cui sottopassaggio sono visibili alcuni resti della Torre di San Cristoforo (Christoffelturm), demolita nel 1865.

Torre dell'orologio (Zytglogge)
Monumenti sacri e profani
Del periodo medievale Berna ha conservato l’originaria struttura, ma si è andata sempre più abbellendosi, col crescere della sua potenza e ricchezza, soprattutto nel secolo XVIII. Di epoca tardogotica, anche se più volte restaurati, sono alcuni monumenti sacri e profani quali la cosiddetta Chiesa francese (Französische Kirche), già appartenente a un monastero di Dominicani, la già ricordata Käfigturm, la Nydeggkirche, il Rathaus (municipio), lo Zeitglockenturm, il Duomo, ecc.). Sono invece di epoca successiva il Kornhaus (granaio), la singolare Chiesa dello Spirito Santo (Heiliggeistkirche), in stile barocco come il Burgerspital, entrambi vicini alla stazione, ecc.
Il nucleo antico della città, in ottimo stato di conservazione, è stato inserito nel 1983 dall’UNESCO nel Patrimonio mondiale dell’umanità.
L’ultima parte dello sviluppo urbanistico della città, al di qua e al di là della terza cinta muraria cambiò completamente aspetto quando Berna nel 1848 venne scelta quale Capitale federale per la sua posizione tra la Svizzera tedesca e la Romandia.
Berna era già una grande e bella città perché capitale di uno dei Cantoni più estesi e più influenti, ma non sufficientemente attrezzata per ospitare le autorità federali, ossia le Camere federali, il Consiglio federale e il Tribunale federale. La città dovette quindi affrontare subito un’importante trasformazione urbanistica, entro il perimetro difensivo dell’ultima cinta muraria di Berna (fortificazioni di San Cristoforo), di cui restano ormai ben poche tracce nella stazione ferroviaria e nella toponomastica (Grosse Schanze, dove oggi sorge l’Università, e Kleine Schanze, il parco col monumento all’Unione postale universale). Per le nuove costruzioni federali venne riservata la parte sud occidentale di quest’area con vista sul fiume Aare.

I primi palazzi federali
In attesa della costruzione di palazzi idonei, le varie autorità federali vennero alloggiate a titolo provvisorio in diversi edifici della città. Il Consiglio federale occupò l’Erlacherhof, palazzo settecentesco con influenze francesi (oggi sede del sindaco e dell’ufficio presidenziale di Berna); il Consiglio degli Stati teneva le sue sedute nel palazzo ancora oggi chiamato Rathaus des äusseren Standes, un bel palazzo con evidenti influenze francesi; il Consiglio nazionale svolgeva i suoi lavori nel vecchio Casino di Berna (del 1821), dove più tardi sorgerà il Palazzo del Parlamento, mentre il Tribunale federale disponeva di una casa privata (Isenschmidhaus) sull’odierna Amthausgasse. L’amministrazione federale, inizialmente costituita solo da poche decine di persone, era distribuita tra la sede della Zecca (dove oggi sorge l’Hotel Bellevue) e alcuni altri edifici.
In pochi anni Berna dovette provvedere alacremente alla costruzione non solo della prima sede del Parlamento, ma anche della stazione ferroviaria e di un albergo per ospitare i membri dell’Assemblea federale durante le sessioni e ricevere degnamente le delegazioni straniere.

Palazzo della Confederazione con Fontana di Berna

Fu ultimato per primo, nel 1857, il Palazzo della Confederazione (oggi Palazzo federale ovest), su un terreno che ospitava prima le officine comunali. L’edificio, che ricorda i palazzi fiorentini rinascimentali, ha una forma a U e racchiude un cortile d’onore e una fontana con al centro la statua che rappresenta non l’Elvezia tradizionale, ma la dea Berna, protettrice della città. Al suo interno l’edificio è bello ma non sfarzoso, come voleva il committente, ossia la città di Berna, pur essendo dotato di tutti i confort dell’epoca.
L’anno seguente, 1858, fu inaugurato il Bernerhof, un albergo di lusso di 123 camere, un grande salone, varie sale di conversazione, cinque cucine, illuminazione a gas, grandi lampadari dorati, riscaldamento centrale (il primo in Svizzera) a regolazione individuale, insomma il massimo di eleganza e di confort di cui si poteva disporre in quell’epoca. Particolare interessante: dal 1886 sulla carta da lettera del Bernerhof figuravano anche i nomi di altri tre alberghi succursali, uno a Torino, un altro a Firenze e uno a Nizza.
Nel 1957 era intanto arrivato a Berna (ma solo alla stazione di Wylerfeld) il primo treno proveniente da Olten. Solo l’anno seguente poté entrare in città, grazie alla messa in funzione del ponte in ferro sull’Aare chiamato la Rote Brücke, il ponte rosso, mentre era ancora in costruzione la stazione centrale (che sarà ultimata nel 1860). E’ durante questi lavori che vennero abbattute le ultime fortificazioni e qualche anno più tardi anche la Christoffelturm.
Ben presto il Palazzo della Confederazione si rivelò insufficiente per ospitare sia il Parlamento che il Governo e l’amministrazione federale. Perciò, sul terreno dove sorgeva l’ospedale della città, tra il 1888 e il 1892 venne costruito ad est del vecchio Casino un nuovo edificio simmetrico a quello già funzionante ad ovest. Anche questo palazzo (oggi Palazzo federale est), in stile neorinascimentale, ha la forma a U con cortile d’onore, ma senza fontana. Oggi ospita alcuni Dipartimenti, mentre gli altri sono alloggiati nel Palazzo federale ovest e in altri edifici amministrativi della città.

Il Palazzo del Parlamento
Per la sede del Parlamento era stata riservata l’area del vecchio Casino. Qui, tra il 1894 e il 1902 fu edificato il Palazzo del Parlamento raccordato agli altri due edifici, così che i tre edifici costituiscono il complesso architettonico che comunemente viene chiamato Palazzo federale.
Il Palazzo del Parlamento doveva costituire non solo l’ambiente idoneo ai lavori parlamentari (sale delle due Camere, sale per le commissioni e per i servizi parlamentari) ma un autentico monumento nazionale, tale da conferire gloria imperitura al Paese, simbolo dell’unità di tutte le comunità svizzere e anche testimonianza della sensibilità artistica nazionale. Il federalismo, già codificato nella Costituzione, si espresse nella costruzione di questo edificio attraverso la fornitura dei materiali più svariati (marmi, pietre, legni) da parte di quasi tutti i Cantoni. Per la costruzione non si badò a spese e l’esito fu pagante. Dal 1902, il Palazzo del Parlamento ha subito la prima importante ristrutturazione in questi ultimi anni, tra il 2006 e il 2008.

Giovanni Longu
Berna, 21.3.2012

14 marzo 2012

L’Italianità s’è desta

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Chi pensasse che per l’italianità in Svizzera gli spazi si restringono sempre più deve forse ricredersi. E’ vero che il numero degli italofoni diminuisce vistosamente, ma per l’italianità sembrano invece aprirsi nuove prospettive. In questo senso fa ben sperare il neocostituito intergruppo parlamentare denominato «Italianità». E’ stato tenuto a battesimo il 7 marzo scorso in un celebre ristorante italiano di Berna dai copresidenti Silva Semadeni e Ignazio Cassis, entrambi consiglieri nazionali, con la partecipazione di una nutrita rappresentanza dei parlamentari italofoni o italofili già iscritti.

I due copresidenti, nella presentazione del gruppo, non hanno esitato a sottolinearne le ambizioni, in particolare quella di sollecitare la componente culturale italiana in Svizzera per riportare il dibattito sul piano nazionale e quella di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle esigenze dell’italianità soprattutto a livello federale. Per evidenziarne la portata, all’incontro erano presenti, oltre ad una trentina di parlamentari, il presidente del Gran Consiglio ticinese Gianni Giudicelli, la presidente del Consiglio di Stato grigionese Barbara Janom Steiner, l’ambasciatore d’Italia in Svizzera Giuseppe Deodato e diversi giornalisti.

La svolta nella difesa dell’italianità
La difesa istituzionale dell’italianità a livello federale era affidata finora alla sola Deputazione ticinese alle Camere federali. Ora però, come ha sottolineato il presidente della Deputazione Fulvio Pelli, «occorre uscire da una concezione regionale dell’italianità per entrare in una dimensione nazionale e persino internazionale», con riferimento esplicito all’Italia, che resta «il nostro interlocutore principale».
Nell’accogliere l’auspicio di Pelli, l’ambasciatore Giuseppe Deodato non ha mancato di evocare le attese della collettività italiana presente in Svizzera, che potrebbe esprimere ulteriormente le sue enormi potenzialità, se la Confederazione si impegnasse maggiormente nella promozione della lingua e della cultura italiana. Purtroppo l’ambasciatore ha dovuto ammettere che dall’Italia non giungono buone notizie proprio sul fronte della conduzione dei corsi di lingua e cultura per il taglio dei fondi deciso dal governo Monti. Egli ha fatto anche cenno alle recenti difficoltà tra i due Paesi, ma ha anche detto che occorre superare gli aspetti politici e privilegiare il contesto più generale, che vede i due Paesi schierati l’uno accanto all’altro, vicini anche umanamente e amici.
Nei giorni scorsi anche l’ambasciatore svizzero a Roma Bernardino Regazzoni ha sottolineato che, nonostante le divergenze soprattutto in materia fiscale, i due Paesi sono «più uniti di quanto sembri» oltre che ottimi partner commerciali (nel 2011 l’interscambio tra l’Italia e la Svizzera ha superato i 35 miliardi di franchi).

Valorizzare il carattere nazionale dell’italianità
Tornando al tema dell’italianità, vorrei aggiungere che l’intergruppo parlamentare è uno strumento importantissimo per tenere vivi il tema e le rivendicazioni dell’italianità a livello parlamentare (anche ai fini di favorire una sua rappresentanza in Consiglio federale), ma non può fermarsi entro le mura del Palazzo. E’ certamente un buon segnale che a farne parte siano parlamentari di ogni partito e di ogni provenienza geografica, perché saranno in grado di valorizzare l’italianità fuori dei territori della Svizzera italiana. Non basta cioè scrivere e rivendicare i diritti dell’italianità in Ticino e sui giornali ticinesi, ma anche a Zurigo, a Berna, a Basilea, a Ginevra, ovunque in Svizzera.
Ma l’italofonia non potrà essere difesa validamente solo dai parlamentari federali. Occorre, a mio parere, che l’intergruppo promuova la valorizzazione della lingua e della cultura italiana tramite ogni altra istituzione e organizzazione che comprenda tra i suoi scopi anche questo. I gruppi di sostegno già esistenti vanno riconosciuti e sostenuti. Altri che intendono costituirsi vanno incoraggiati. E’ quanto mai auspicabile che tutte le componenti ispirate dalla e all’italianità si mettano in rete in modo che l’informazione circoli e le forze si uniscano. Sarebbe anche auspicabile che l’enorme ricchezza creatasi in questi ultimi decenni con l’esperienza dei corsi di lingua e cultura, sostenuti finora esclusivamente dallo Stato italiano, trovi una riqualificazione e collocazione all’interno di un grande progetto di difesa e valorizzazione di questa componente fondamentale della Svizzera, appunto l’italianità.

Giovanni Longu
Berna, 14.3.2012

Cittadinanza agevolata per la terza generazione

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Da anni la parlamentare italo-svizzera Ada Marra sta conducendo una battaglia in favore della naturalizzazione agevolata per gli stranieri di terza generazione. Purtroppo la sua iniziativa («La Svizzera deve riconoscere i propri figli»), presentata al Consiglio nazionale nel 2008, sta incontrando ostacoli non previsti dalla stessa deputata, pur sapendo fin dall’inizio che le maggiori difficoltà sarebbero derivate dall’atteggiamento decisamente negativo dell’Unione democratica di centro (UDC).

Riprendo l’argomento già affrontato in precedenti articoli perché mi appare inspiegabile la lentezza della procedura a livello di commissione responsabile del Consiglio nazionale, che ha già esaminato l’iniziativa ed elaborato un progetto di legge e di modifica della Costituzione federale. Secondo Ada Marra, tale progetto è stato persino sottoposto per un parere ai Cantoni e sulla base delle risposte ottenute sono stati riformulati i due testi, pronti per essere trasmessi al Consiglio nazionale per la decisione di sottoporre o meno l’iniziativa al voto popolare. Infatti questo potrà aver luogo unicamente se il Consiglio approverà l’iniziativa, diversamente l’iniziativa decadrebbe. Spetta però alla commissione trasmettere il testo al Consiglio con una raccomandazione di voto.

Naturalizzazione a richiesta
Ben consapevole dell’opposizione che avrebbe suscitato in Parlamento e nell’opinione pubblica svizzera una proposta di «naturalizzazione automatica» già respinta più volte in votazione popolare, Ada Marra si era ben guardata dal presentare la sua iniziativa in questi termini. La proposta definitiva esclude pertanto qualsiasi automatismo e precisa che la persona interessata alla naturalizzazione agevolata (o i suoi genitori) debba farne richiesta. Persino Oskar Freysinger, uno dei massimi esponenti dell’UDC, mi aveva confermato in un’intervista (v. L’ECO del 29.6.2011) che sarebbe stato d’accordo a quanto sostenuto da Ada Marra, ossia «che si debba concedere molto facilmente il passaporto svizzero agli stranieri della terza generazione», purché non comportasse alcun automatismo, «ma solo dopo averne fatto domanda».
Insomma, tutto sembrava andare per il verso giusto fino al 23 febbraio scorso, quando la commissione ha deciso di sospendere per la terza volta (la prima nel 2010, la seconda nel 2011) i suoi lavori perché intende trattare il tema della naturalizzazione agevolata per gli stranieri della terza generazione nel contesto più ampio della revisione totale della legge sulla cittadinanza attualmente allo studio. Questa è a quanto sembra la motivazione ufficiale.

Cinismo o incomprensione?
Secondo Ada Marra, invece, l’iniziativa è ferma da oltre un anno in commissione per il boicottaggio dei membri dell’UCD, nonostante incontri il favore di tutti gli altri partiti, che la considerano un «progetto sensato ed equilibrato». La deputata socialista, figlia d’immigrati pugliesi, dotata di spirito battagliero e di grande passione civile, accusa gli oppositori all’iniziativa di «cinismo». La decisione di non trasmettere subito l’iniziativa al Consiglio nazionale non sarebbe altro che un pretesto per far pressione sui socialisti che vedono nella nuova legge sulla cittadinanza un peggioramento dell’accesso alla naturalizzazione per le persone più deboli socialmente ed economicamente.
A prescindere dalle questioni di diritto e procedurali che riguardano i meccanismi della preparazione dei testi di legge e delle modifiche costituzionali, appare chiaro che una parte consistente dei rappresentanti del popolo svizzero fa ancora fatica a comprendere non solo le ragioni del cuore dei giovani della terza generazione che aspirano alla naturalizzazione, ma anche quella che è divenuta ormai una questione di civiltà giuridica.
I giovani stranieri di cui si tratta sono infatti pienamente integrati e non si distinguono dagli svizzeri, salvo per il passaporto e per l’esercizio dei diritti politici, che vengono loro negati in base a concezioni giuridiche in via di superamento ovunque in Europa. Si tratta soprattutto di nipoti di immigrati venuti in Svizzera per lavorare, per svolgere molto spesso lavori necessari all’economia, che gli svizzeri non volevano più svolgere. Molti di questi all’età della pensione sono più rientrati al loro Paese, ma i loro figli (seconda generazione) molto spesso non li hanno seguiti, perché hanno trovato nella Svizzera la loro vera patria, anche senza averne il passaporto. Che cosa si deve dire a questo punto dei loro figli (terza generazione), che praticamente non conoscono altra patria se non quella in cui sono nati e cresciuti?

Un atto di civiltà
Piaccia o no la denominazione dell’iniziativa Marra, questi giovani sono figli di questo Paese e il loro riconoscimento come tali è non solo un atto di civiltà, ma anche di responsabilità. In altri tempi - perché la questione è sul tappeto della discussione politica da oltre un secolo – si sarebbe argomentato che è anche nell’interesse prevalente della Svizzera agevolare la loro naturalizzazione. Oggi tale argomento è meno invocato, perché nei fatti e nella vita sociale, economica e professionale (quasi) tutte le discriminazioni sono saltate (per fortuna!) e il contributo degli stranieri non è diverso da quello degli svizzeri. Proprio per questo ci si deve chiedere a chi giova continuare a considerare «stranieri» persone che sono integrate pienamente e considerano di fatto questo Paese la loro unica vera patria, pur senza rinnegare le loro origini e conservare magari legami affettivi con la patria dei loro nonni.

Giovanni Longu
Berna, 14.3.2012

07 marzo 2012

Femminismo e «genio femminile»

Il traguardo della parità donna-uomo sembra ancora un miraggio, soprattutto in alcuni Paesi islamici, mentre è stato in gran parte raggiunto nelle società più evolute, ad esempio in Europa. Eppure alcune disparità sul terreno delle retribuzioni, della partecipazione politica e soprattutto dell’accesso ai quadri superiori dell’economia, della finanza, dell’istruzione, della ricerca, dei media, ecc. saltano facilmente all’occhio anche in Paesi a democrazia consolidata come la Svizzera e l’Italia.
In Svizzera, fin dal 1981 il principio dell’uguaglianza tra donna e uomo è ancorato nella Costituzione federale e alla sua applicazione veglia dal 1988 un apposito Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo. Dal 1996 è in vigore la legge federale sulla parità dei sessi che vieta, in particolare, ogni forma di discriminazione nell’ambito dell’attività lavorativa. Nonostante questo, l’attuazione del principio di uguaglianza resta un compito assai arduo.
In Italia, fin dalla sua entrata in vigore il 1° gennaio 1948 la Costituzione prevede la parità dei sessi in diversi articoli (3, 37, 51 e 117). Successivamente l’Italia ha fatto propria la normativa europea che ha precisato a più riprese, fin dal 1957 soprattutto il principio di parità delle retribuzioni tra lavoratori e lavoratrici per uno stesso lavoro. Basta dare tuttavia un semplice sguardo alle statistiche per accorgersi che si è ancora ben lontani dall’uguaglianza e dalle pari opportunità.

I movimenti femministi
Evidentemente resta ancora molto da rivendicare, da parte delle donne, e molto da fare insieme da entrambi i sessi. Se tuttavia si guarda un tantino al passato, si può facilmente concludere che la tendenza è senz’altro positiva. «Il mondo antico, ricordava un secolo fa il quotidiano ticinese Gazzetta Ticinese, volle la donna chiusa fra le pareti domestiche e interamente sottomessa al marito. Le leggi, i costumi e le religioni dimostrano all’evidenza questo fatto». Oggi, grazie anche alle rivendicazioni e alle lotte del movimento femminista, quel mondo, almeno alle nostre latitudini, è stato definitivamente trasformato, anche se la piena uguaglianza non è stata ancora raggiunta. Ma rivendicare non basta.
Agli albori del movimento femminista, verso la fine del Settecento, le distanze tra uomini e donne erano ancora enormi. L’iniziatrice del pensiero femminista, l’inglese Mary Wollstonecraft, nel suo romanzo intitolato «Maria» cercò di dimostrare che le donne, belle o brutte, virtuose o viziose, giovani o vecchie, sono sempre infelici». Contro questa infelicità derivante da ogni sorta di discriminazione cominciò il movimento femminista, partendo dalla coniugazione al femminile della famosa «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» (1789) della Rivoluzione francese, cominciando dal principio fondamentale: «la donna nasce libera ed uguale all’uomo in diritto».
Passare dall’affermazione del principio alla sua realizzazione la strada fu molto lunga e difficile. Fu altresì difficile far capire quali scopi si prefiggeva il movimento, anzi i movimenti femministi (perché ve n’erano diversi, ad es. cristiano-cattolico e protestante, operaio-socialista e anarchico, ecc.). La Gazzetta Ticinese registrava cento anni fa la sorpresa e gli interrogativi dell’opinione pubblica (maschile) in questi termini: «Muto per tanti secoli, e chiamato debole ed imbelle, il sesso muliebre, la metà del genere umano, finalmente si desta e, lanciando al suo antico oppressore, l’uomo, un cartello di sfida, intuona l’inno della redenzione. Donde mai questo insolito risveglio? Quali le cause? Quali le rivendicazioni e le conquiste a cui tende? Sono esse un bene od un male? […] Ecco il problema che si affaccia ed innalza, sotto il nome “femminismo”, il problema più grave ed importante che la storia dell’umanità ricorda, e che reclama una pronta soluzione».
Alla domanda generale: «Ma che cosa vuole il femminismo?», lo stesso quotidiano rispondeva: «L’abolizione dei privilegi mascolini; vuole che la donna sia proclamata eguale all’uomo, e in conseguenza che le siano riconosciuti gli stessi diritti dell’uomo. L’inferiorità civile, politica e sociale, in cui la donna è tenuta, per il femminismo, è una grande ingiustizia. Esso quindi proclama che le donne debbono poter liberamente istruirsi al pari degli uomini, concorrere a tutti gli impieghi e a tutte le professioni, lavorare ed essere retribuite nella stessa misura, avere in famiglia i medesimi diritti che ha il marito ed il padre e nella società gli stessi diritti politici degli uomini e la medesima considerazione. Quando la donna avrà ottenuto questo, la società umana sarà trasformata e rigenerata, ed un’era novella di pace e di amore regnerà sulla terra».

Superare le ideologie e le strumentalizzazioni
Per questo tipo di rivendicazioni evidentemente avere le idee chiare non basta, soprattutto quando gli ostacoli da superare sono sedimentazioni culturali che vengono di lontano e pretendono di giustificare svariati pregiudizi e privilegi.
Si accennava al «femminismo cristiano». Il suo principale ostacolo è stato una certa interpretazione dei libri sacri, secondo cui la donna sarebbe stata all’origine del peccato originale meritandosi di essere relegata ad un rango inferiore a quello dell’uomo. Per secoli, di fatto, la donna cristiana si è trovata in una condizione di netta inferiorità, pur senza mai impedire a numerosi movimenti femminili le legittime aspirazioni all’uguaglianza dei sessi proprio invocando lo spirito del Cristianesimo.
Anche il «femminismo operaio-anarchico» ha incontrato non pochi ostacoli all’interno dei movimenti socialisti e anarchici. Questi infatti, almeno inizialmente, contavano sul contributo delle donne soprattutto per accrescere la forza delle loro rivendicazioni. Del resto certe idee anarchiche volte al raggiungimento della felicità «nella gioia di vivere ed amare al cospetto della libera natura» e dell’ideale di donna «libera, uguale all'uomo, non più femmina, ma donna» non erano esenti da sospetti. In fondo, ritenevano molte femministe all’inizio del secolo scorso, «socialista o anarchico, l'uomo sarà sempre uomo, e vorrà opprimere la donna» (Gazzetta Ticinese).
Faticosamente, durante gran parte del secolo scorso, cercò di affermarsi un femminismo indipendente, fondando le proprie rivendicazioni di uguaglianza e pari opportunità non solo sulla demolizione incessante dei vari pregiudizi maschilisti, ma soprattutto sull’affermazione del proprio genio femminile. Si può essere d’accordo o in disaccordo su alcune rivendicazioni femministe sul sesso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, come pure su certe spettacolarizzazioni dei nostri giorni (come la «rivoluzione femminista in topless» delle militanti Femen), ma non si può negare che i vari movimenti femministi hanno contribuito a conseguire risultati insperati fino a pochi decenni fa.

Il genio femminile
Evidentemente restano ancora traguardi importanti da raggiungere, ma guai se le rivendicazioni delle donne si riducessero all’imitazione degli uomini e finissero per provocare una sorta di competizione tra i sessi… per la supremazia. Scriveva nel 1916 il filosofo francese Teilhard de Chardin, che riconosceva come un valore il movimento di affermazione della donna, ma sperava che la donna non perdesse la sua femminilità e la sua capacità di illuminazione, idealizzazione, rasserenamento della sua presenza: «una certa emancipazione della donna può realizzarsi senza mascolinizzarla e, soprattutto, senza toglierle il carattere di potenza illuminatrice e idealizzatrice che essa esercita per semplice azione di presenza».
Più recentemente, nel 1995, il Papa Giovanni Paolo II, in una splendida lettera alle donne in vista della IV Conferenza Mondiale sulla Donna, promossa a Pechino dalle Nazioni Unite, auspicava anch’egli che si raggiungesse urgentemente «l'effettiva uguaglianza» tra uomini e donne in tutti i campi e dunque, ad esempio, la parità di salario a parità di lavoro, la tutela della lavoratrice-madre, le giuste progressioni nella carriera, l’uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino nella società, ecc.
Ma Papa Wojtyła auspicava anche che si mettesse in luce «la piena verità sulla donna» non solo come madre, sposa, figlia, sorella, lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, ma anche semplicemente come donna, e si ponesse davvero nel dovuto rilievo il «genio della donna » in tutte le sue espressioni, anche come debito di riconoscenza dell’intera società. Pertanto: «Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani».
Giovanni Longu
Berna, 7.3.2012