In settembre, il capo del governo nonché capo della coalizione di maggioranza, Silvio Berlusconi, ebbe a dire che «l’immagine che dà di sé la politica è davvero un disastro». Aveva ragione, che se sarebbe difficile non considerarlo coimputato. Sta di fatto che da allora la situazione non fa che peggiorare. L’uscita dei dissidenti finiani dal Popolo della Libertà (Pdl) e dal governo ha innescato di fatto una crisi politica, delle cui conseguenze probabilmente solo Gianfranco Fini e i suoi seguaci sembrano non rendersi conto. Per l’opinione pubblica resta un rebus, che ancora non sa decifrare.
Forte della fiducia ottenuta a settembre, il governo sperava che la maggioranza si ricompattasse per realizzare almeno cinque riforme ritenute fondamentali per il Paese. Anche Emma Marcegaglia, leader della Confindustria incalzava la maggioranza e il governo ad agire: «deve finire il teatrino della politica ... Le imprese e i cittadini stanno esaurendo la loro pazienza… Il governo deve andare avanti, deve governare, deve fare quello che è stato chiamato a fare con il voto degli italiani».
A richiedere le riforme e la governabilità era stata la maggioranza del popolo italiano alle ultime elezioni politiche e oggi lo esige la difficile situazione internazionale. Incredibilmente, le opposizioni ora rinforzate dalla nuova compagine politica di Futuro e Libertà (Fl) dei finiani sembrano infischiarsene sia delle scelte chiarissime degli elettori che della crisi internazionale. In caso di elezioni anticipate ne porteranno inevitabilmente tutte le conseguenze.
Il vero disastro italiano
E’ difficile interpretare il senso della crisi, ma non c’è dubbio che una delle cause risiede nella voglia di protagonismo dei principali leader politici attuali. Sono convinto che se per ipotesi si riuscisse ad azzerare in un istante i vertici politici di tutti i partiti, il sistema politico italiano funzionerebbe molto meglio. Non ci sarebbero le contese tra Fini e Berlusconi, non ci sarebbero le competizioni a chi contesta più fragorosamente tra Bersani e Di Pietro, non ci sarebbero nemmeno gli individualismi esasperati di Casini, Rutelli, Veltroni, D’Alema e altri. Non ci sarebbe soprattutto i veleni e il fango che gli uni gettano addosso agli altri, ormai senza alcuna vergogna nemmeno di fronte agli ignari spettatori del popolo italiano, che meriterebbero ben altri esempi.
Se il crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei è una metafora, non lo è tanto del governo Berlusconi (come alcuni mistificatori hanno tentato di far credere) quanto piuttosto dell’Italia. Basti pensare ai recenti disastri idrogeologici, alla fragilità dell’economia evidenziata dalla crisi finanziaria internazionale e dagli scarsi investimenti esteri, allo squilibrio tra nord e sud (e la spazzatura di Napoli ne è un clamoroso esempio), all’arretratezza dell’apparato burocratico, all’incapacità manifesta della classe politica di rispondere ai bisogni del Paese.
Aggiungo, da osservatore delle cose italiane dall’estero, che purtroppo l’idea dell’Italia che si sta diffondendo nell’opinione pubblica internazionale (o anche solo svizzera) è piuttosto negativa. A dar man forte agli scettici e agli interessati a relegare il nostro Paese in fondo alla scala intervengono anche tutti gli esponenti dell’opposizione eletti all’estero che non esitano a ripetere in tutte le salse che l’Italia è in agonia a causa di un governo incapace di governare, che elimina i consolati, che taglia i fondi alla cultura, ecc.
Un’opposizione senza proposte
Mi piacerebbe, quando al mattino faccio una sorta di rassegna stampa, leggere dell’Italia solo notizie positive e incoraggianti, insomma una sorta di miracolo, ma purtroppo non è così. Pur essendo convinto che l’Italia sia molto più virtuosa di come la si dipinge e che gli italiani stiano mediamente meglio di come certi pessimisti incalliti vorrebbero far credere, non c’è dubbio che il Bel Paese è afflitto da molti mali.
Proprio per questo bisognerebbe attendersi dall’intera classe politica italiana maggiore responsabilità. Se i politici italiani non sono né sprovveduti né irresponsabili dovrebbero saper leggere i segnali che provengono da gran parte dei Paesi europei, ma anche dagli Stati Uniti d’America e dalla Cina. Tutti stanno cercando di tamponare la crisi, di mantenere in ordine i conti pubblici, di ridurre la spesa pubblica e di imporre ai loro cittadini gravami che in altre condizioni nessun Paese si sognerebbe di adottare. Solo in Italia si grida allo scandalo perché il governo sta cercando di recuperare risorse nell’unica maniera che è oggi possibile, ossia eliminando gli sprechi e razionalizzando la spesa pubblica.
Non so se il governo italiano sia il più adeguato per salvare l’Italia dai rischi corsi dalla Grecia, dall’Irlanda, dal Portogallo, dalla Spagna, per citare solo alcuni casi, ma credo che sia l’unico che in questo momento l’Italia si può permettere. Rispetto ad altri Paesi europei l’Italia ha saputo affrontare bene la crisi internazionale. Certamente questo non basta per mettere al sicuro il Paese e soprattutto per fargli prendere decisamente la via dello sviluppo; occorre a mio parere non solo che il governo osi di più, ma che l’intera classe politica faccia di più. Tanto per cominciare sarebbe da incoscienti scatenare in questo momento una crisi politica dagli esiti alquanto incerti, ma con la certezza che nel frattempo i mali dell’Italia si aggraverebbero, rendendo le soluzioni molto più difficili.
Ciò che maggiormente m’impressione soprattutto nelle opposizioni è la mancanza di proposte politiche realizzabili. Sanno solo ripetere come un ritornello, ormai imparato anche dai finiani, che Berlusconi deve andare a casa e che al dopo penserà la grande coalizione (senza nemmeno azzardare i nomi dei componenti e uniti da che cosa!).
Il bene comune e la democrazia
Sarebbe facile per le opposizioni dimostrare il senso dello Stato e del bene comune a cui tutti i leader della politica dicono di ispirarsi, se invece di praticare l’ostruzionismo e seminare discordie, incalzassero il governo a fare le riforme che ha promesso in campagna elettorale e nella sostanza condivise anche da loro stesse. E invece no, preferiscono mettergli continuamente i bastoni tra le ruote, organizzando trabocchetti di ogni sorta anche di pessimo gusto, invocando ora l’intervento della magistratura ora del Capo dello Stato per farlo desistere, lodando defezioni avvenute e incoraggiando defezioni minacciate dalla maggioranza, soffiando sul fuoco del gossip a buon mercato e difendendo l’indifendibile di certa stampa e televisione spazzatura.
Ho una grande stima della politica, quando è genuina e vissuta in uno spirito di servizio per il bene comune, ma non di una politica che sistematicamente antepone gli interessi di parte a quelli generali. Nessuna ragione, almeno apparente, giustificava la rottura del Pdl. Nessuna considerazione in ordine al bene comune giustifica l’opposizione dell’UDC di Casini a non sostenere il governo in carica con l’appoggio esterno. Continui pure a sperare in un terzo polo che diventi non si sa quando il primo e continui ad aspettare la discesa in campo del patron della Ferrari Montezemolo, con la sua rivoluzionaria ricetta: «serve una ricostruzione corale del Paese». La verità è che sta venendo meno, in Italia, il senso della democrazia e persino il buon senso.
Per rendere l’idea mi riferisco come altre volte nei mesi scorsi alla riforma universitaria proposta dalla ministra Gelmini. Ebbene, le opposizioni stanno dimostrando in maniera lampante che la riforma universitaria è l’ultima cosa a cui pensano. Ciò che vogliono è solo la caduta, possibilmente fragorosa, del governo a guida Berlusconi per farne un altro di unità nazionale, assolutamente irrealistico, senza programma e senza l’avallo del popolo sovrano.
Il banco di prova della riforma universitaria
Ho visto Bersani (PD), principale leader dell’opposizione a rischio di essere oscurato da oppositori interni ed esterni, salire sui tetti per farsi notare e ho sentito la sua superficiale difesa degli studenti e dei professori e la sua bocciatura senza prove del disegno di legge Gelmini, definita «un disastro». E ciò che è grave, lo dice, come se parlasse in nome dell’intero mondo universitario, anzi dell’intero popolo italiano, senza avere il coraggio civile di parlare al massimo in nome di quella minoranza che lo ha eletto ed ha eletto il suo partito.
L’arroganza di voler parlare a nome degli italiani Bersani la condivide con molti altri leader dell’opposizione, ma soprattutto con un tale Di Pietro, che parla come un oracolo, una sorta di extraterrestre che tenta di indovinare, senza rendersi conto che non ne ha mai azzeccata una e ha solo contribuito a spargere veleni, maldicenze, provocazioni.
I suoi giudizi, in sintonia con tutta la storia del personaggio, sono solitamente senza appello e anche la riforma Gelmini dell’università è «una legge schifosa, che distruggerà ancora di più il futuro dei giovani e dei precari, della scuola e dell’università». E’ mai possibile che un leader politico si esprima in questi termini? Ne conosce il significato? E soprattutto, si rende conto dello stato pietoso dell’università italiana? Legge qualche volta le classifiche universitarie internazionali? Si è mai chiesto qual è l’ambiente universitario ideale per fare ricerca seria?
Non è solo un problema di risorse
Molte delle accuse al governo concernono la distribuzione delle risorse. Ciò di cui le opposizioni e anche una parte della maggioranza sembrano non rendersi conto è che la torta da dividere è piccola. Tutti vorremmo che il territorio non franasse, che i fiumi non uscissero mai dagli argini, che ci fosse denaro per tutti, disoccupati, precari, famiglie, polizia, magistrati, ricerca, sviluppo del Mezzogiorno, il ponte sullo Stretto di Messina, il reddito dei pastori sardi assicurato, che non ci fossero più emigrati, ecc. Ma le risorse disponibili sono limitate, anzi non bastano e il governo ha il dovere di salvaguardare l’Italia dai rischi corsi da altri Paesi anche vicini. Mantenere i conti pubblici a posto è una sorta d’imperativo categorico perché diversamente sarebbe da incoscienti essere marginalizzati in Europa e nel mondo.
Non fa piacere a nessuno dover rinunciare a qualcosa, fare qualche sacrificio necessario, operare tagli anche dolorosi, spendere di meno, ma forse è l’unica possibilità che resta ancora all’Italia per salvarsi dal caos e dal disastro. E’ un momento molto delicato per i politici e per tutti i cittadini, in cui bisognerebbe essere più attenti e prudenti, ma anche più giusti con lo Stato nel pagare le imposte, più responsabili nel chiedergli di meno e dargli di più, più disponibili a far fronte alle difficoltà e ai problemi con un maggiore senso di responsabilità e di autocontrollo. Anche con meno risorse è possibile risolvere molti problemi.
Giovanni Longu
Berna, 1.12.2010
01 dicembre 2010
24 novembre 2010
Collaborazione da costruire tra ticinesi e italiani a Berna
Il 15 novembre scorso si è svolto a Berna il previsto incontro sui «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione» (v,. L’ECO del 10.11.2010). E’ stato vivace, molto interessante e illuminante. Lo scopo era quello di appurare se esiste la possibilità di costituire a Berna una forza comune (sotto forma di associazione, comunità di lavoro o altro) in difesa e per lo sviluppo dell’italianità (lingua, rappresentanza, visibilità). Si trattava anche di verificare se esistono le condizioni per continuare ad organizzare le «serate italofone a Berna», iniziate nel settembre scorso.
La presentazione dei vari temi ha spaziato dai rapporti tra ticinesi e italiani della seconda metà dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Il dibattito che ne è seguito tra il pubblico e i relatori (l’operatore sociale Dario Marioli e il ricercatore Giovanni Longu) è stato molto interessante e illuminante. Esso ha messo in luce fra l’altro che sul finire dell’Ottocento e inizio Novecento, nella Svizzera tedesca (e francese), italiani e ticinesi (anch’essi «migranti» nella Svizzera interna) erano generalmente uniti quando si trattava di rivendicare vantaggi per gli uni e per gli altri, erano invece in disaccordo quando i vantaggi o gli svantaggi riguardavano una sola parte. Così è stato, per esempio, durante gli scontri del famoso Käfigturmkrawall di Berna nel 1893, quando un gruppo di 50-60 manovali edili bernesi senza lavoro aggredirono in un cantiere operai italiani al lavoro, accusati di accettare paghe troppo basse e di portar via il lavoro agli svizzeri. I muratori e i manovali ticinesi erano schierati con i bernesi.
Rapporti tra ticinesi e italiani nel passato …
Quando nella Svizzera tedesca degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso (prima e dopo l’iniziativa di Schwarzenbach) anche i ticinesi si sentivano offesi (perché spesso considerati anch’essi dei Tschingg) e minacciati (perché a rischio di perdere il posto di lavoro in caso di chiusura forzata di fabbriche e cantieri) al pari degli italiani dai movimenti xenofobi, si schierarono apertamente contro questi movimenti. In realtà, anche in questa occasione essi difendevano insieme ai diritti degli italiani anche i loro. Nella vita di relazione, molti ticinesi soffrivano tuttavia di essere spesso confusi con gli italiani (col rischio di essere discriminati) e facevano di tutto per marcare la distinzione (ad esempio parlando tra loro il dialetto piuttosto che l’italiano, costituendo e frequentando gruppi e ritrovi diversi da quelli degli italiani, ecc.).
E’ stato anche osservato che ormai da molti anni praticamente sono scomparse le ragioni di una possibile conflittualità tra ticinesi e italiani, soprattutto di seconda generazione. Il fatto che non esistano più motivi di contrasti non significa tuttavia che tra i due gruppi ci sia vicinanza e collaborazione. Alcuni indizi farebbero anzi pensare che essi convivano sì pacificamente e persino con la porta spalancata al contributo di altri, ma stando attenti a salvaguardare la propria identità e autonomia.
…e oggi!
E’ emerso in particolare che i due gruppi sembrano non avvertire l’urgenza e la necessità di una difesa comune della lingua e della cultura italiana, soprattutto nella Svizzera tedesca e francese, dove l’italofonia e più in generale l’italianità o l’italicità sono alquanto minacciate. E non è apparso di buon auspicio il fatto che nella sala della Casa d’Italia di Berna a quell’incontro non abbia partecipato alcun rappresentante né della maggiore associazione ticinese, la Pro Ticino, né della maggiore associazione italiana, il Comitato cittadino d’intesa.
E’ vero che qualche segnale incoraggiante è stato dato dalla partecipazione di alcuni giovani, italiani e ticinesi, molto interessati alla problematica, ma forse non basta per avviare un processo virtuoso in favore dell’italiano e dell’italianità, che richiederebbe una convinta adesione sia delle principali istituzioni italofone della capitale e sia delle istituzioni ufficiali dell’italianità. Fino a quando questa consapevolezza sarà assente o carente in entrambi i gruppi principali dell’italofonia sarà difficile riuscire a muoversi in sintonia, elaborando progetti comuni e impegnandosi a realizzarli.
E domani?
Per una presa di coscienza forte e un avvio deciso della collaborazione tra ticinesi e italofoni non ticinesi fuori del Ticino è probabilmente necessario un intervento chiaro e determinato dell’unico Cantone italofono. L’arroccamento delle autorità politiche ticinesi entro i confini cantonali in nome della territorialità della lingua dev’essere superato. Questo concetto della territorialità da tempo non è più sostenibile, perché la lingua e la cultura italiana in Svizzera non sono cantonali ma nazionali. Questa apertura nazionale è stata recepita anche dalla recente legge sulle lingue e dalla relativa ordinanza applicativa. E’ auspicabile che venga recepita anche dalla politica cantonale ticinese. Diversamente sarà sempre più problematico rivendicare una rappresentanza dell’italianità della Svizzera, tale da non apparire puramente cantonale, ad esempio nel caso di una elezione per il Consiglio federale o nella ripartizione di fondi destinati alla difesa e alla promozione delle lingue minoritarie.
Non resta che augurarsi che soprattutto i giovani, molti dei quali con la doppia nazionalità, avvertano i rischi che la terza componente linguistico-culturale del Paese e la stessa coesione nazionale stanno correndo soprattutto nella Svizzera tedesca e reagiscano. Auspicando al tempo stesso che le istituzioni ufficiali ticinesi, ma anche quelle italiane, non si sottraggano al loro impegno di favorire la conservazione e lo sviluppo dell’italianità in Svizzera.
Giovanni Longu
Berna 24.11.2010
La presentazione dei vari temi ha spaziato dai rapporti tra ticinesi e italiani della seconda metà dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Il dibattito che ne è seguito tra il pubblico e i relatori (l’operatore sociale Dario Marioli e il ricercatore Giovanni Longu) è stato molto interessante e illuminante. Esso ha messo in luce fra l’altro che sul finire dell’Ottocento e inizio Novecento, nella Svizzera tedesca (e francese), italiani e ticinesi (anch’essi «migranti» nella Svizzera interna) erano generalmente uniti quando si trattava di rivendicare vantaggi per gli uni e per gli altri, erano invece in disaccordo quando i vantaggi o gli svantaggi riguardavano una sola parte. Così è stato, per esempio, durante gli scontri del famoso Käfigturmkrawall di Berna nel 1893, quando un gruppo di 50-60 manovali edili bernesi senza lavoro aggredirono in un cantiere operai italiani al lavoro, accusati di accettare paghe troppo basse e di portar via il lavoro agli svizzeri. I muratori e i manovali ticinesi erano schierati con i bernesi.
Rapporti tra ticinesi e italiani nel passato …
Quando nella Svizzera tedesca degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso (prima e dopo l’iniziativa di Schwarzenbach) anche i ticinesi si sentivano offesi (perché spesso considerati anch’essi dei Tschingg) e minacciati (perché a rischio di perdere il posto di lavoro in caso di chiusura forzata di fabbriche e cantieri) al pari degli italiani dai movimenti xenofobi, si schierarono apertamente contro questi movimenti. In realtà, anche in questa occasione essi difendevano insieme ai diritti degli italiani anche i loro. Nella vita di relazione, molti ticinesi soffrivano tuttavia di essere spesso confusi con gli italiani (col rischio di essere discriminati) e facevano di tutto per marcare la distinzione (ad esempio parlando tra loro il dialetto piuttosto che l’italiano, costituendo e frequentando gruppi e ritrovi diversi da quelli degli italiani, ecc.).
E’ stato anche osservato che ormai da molti anni praticamente sono scomparse le ragioni di una possibile conflittualità tra ticinesi e italiani, soprattutto di seconda generazione. Il fatto che non esistano più motivi di contrasti non significa tuttavia che tra i due gruppi ci sia vicinanza e collaborazione. Alcuni indizi farebbero anzi pensare che essi convivano sì pacificamente e persino con la porta spalancata al contributo di altri, ma stando attenti a salvaguardare la propria identità e autonomia.
…e oggi!
E’ emerso in particolare che i due gruppi sembrano non avvertire l’urgenza e la necessità di una difesa comune della lingua e della cultura italiana, soprattutto nella Svizzera tedesca e francese, dove l’italofonia e più in generale l’italianità o l’italicità sono alquanto minacciate. E non è apparso di buon auspicio il fatto che nella sala della Casa d’Italia di Berna a quell’incontro non abbia partecipato alcun rappresentante né della maggiore associazione ticinese, la Pro Ticino, né della maggiore associazione italiana, il Comitato cittadino d’intesa.
E’ vero che qualche segnale incoraggiante è stato dato dalla partecipazione di alcuni giovani, italiani e ticinesi, molto interessati alla problematica, ma forse non basta per avviare un processo virtuoso in favore dell’italiano e dell’italianità, che richiederebbe una convinta adesione sia delle principali istituzioni italofone della capitale e sia delle istituzioni ufficiali dell’italianità. Fino a quando questa consapevolezza sarà assente o carente in entrambi i gruppi principali dell’italofonia sarà difficile riuscire a muoversi in sintonia, elaborando progetti comuni e impegnandosi a realizzarli.
E domani?
Per una presa di coscienza forte e un avvio deciso della collaborazione tra ticinesi e italofoni non ticinesi fuori del Ticino è probabilmente necessario un intervento chiaro e determinato dell’unico Cantone italofono. L’arroccamento delle autorità politiche ticinesi entro i confini cantonali in nome della territorialità della lingua dev’essere superato. Questo concetto della territorialità da tempo non è più sostenibile, perché la lingua e la cultura italiana in Svizzera non sono cantonali ma nazionali. Questa apertura nazionale è stata recepita anche dalla recente legge sulle lingue e dalla relativa ordinanza applicativa. E’ auspicabile che venga recepita anche dalla politica cantonale ticinese. Diversamente sarà sempre più problematico rivendicare una rappresentanza dell’italianità della Svizzera, tale da non apparire puramente cantonale, ad esempio nel caso di una elezione per il Consiglio federale o nella ripartizione di fondi destinati alla difesa e alla promozione delle lingue minoritarie.
Non resta che augurarsi che soprattutto i giovani, molti dei quali con la doppia nazionalità, avvertano i rischi che la terza componente linguistico-culturale del Paese e la stessa coesione nazionale stanno correndo soprattutto nella Svizzera tedesca e reagiscano. Auspicando al tempo stesso che le istituzioni ufficiali ticinesi, ma anche quelle italiane, non si sottraggano al loro impegno di favorire la conservazione e lo sviluppo dell’italianità in Svizzera.
Giovanni Longu
Berna 24.11.2010
L’Ufficio federale di statistica compie 150 anni
Quest’anno l’Ufficio federale di statistica (UST) festeggia 150 anni! Un bel traguardo, soprattutto quando il festeggiato è non solo in piena salute, ma ancora in fase di sviluppo. Non poteva certo immaginarselo così il suo iniziatore Stefano Franscini, quando mise mano nel lontano 1851 alle prime statistiche sulla popolazione, e nemmeno i suoi successori almeno fino a una trentina di anni fa.
Entrato a far parte del primo Consiglio federale nel 1848, il ticinese Stefano Franscini ritenne da subito indispensabile un servizio statistico nazionale per conoscere e far conoscere la realtà svizzera a tutti i cittadini confederati, di cui non si conosceva ancora nemmeno il numero esatto. Fu lui ad avviare il primo censimento federale nel 1850 e fu lui stesso insieme al suo segretario a preparare le prime tabelle dei dati del censimento. Per questi lavori disponeva di 3000 franchi l’anno, saliti a 2.600 dal 1855.
Il «padre della statistica svizzera», morto nel 1857, non poté assistere alla nascita di un vero «ufficio statistico federale» da lui fortemente voluto. Esso venne infatti istituito con la legge federale del 21 gennaio 1860. Non fu un grande evento, ma l’importante era cominciare. Il primo nucleo statistico era costituito dal direttore Gustav Vogt, da un segretario e da un copista, sistemati provvisoriamente in un ufficio nella biblioteca del Parlamento nel Palazzo del Consiglio federale. Oggi, come noto, ha sede in due moderni edifici a Neuchâtel, che ospitano oltre 500 collaboratori e collaboratrici.
Nel corso di questi 150 anni, l’UST si è sviluppato in modo straordinario. La rilevazione statistica è stata rivoluzionata dall’avvento dell’informatica e i numerosi cambiamenti nella realtà economica e politica svizzera ed internazionale hanno dato nuovi impulsi alla produzione dell’informazione statistica, sempre più necessaria per qualunque decisione importante di politica economica, ambientale, culturale.
In questi 150 anni, l’UST, insieme ad altre fonti storiche raccolte nell’Archivio federale svizzero, ha contribuito in maniera determinante alla formazione della memoria storica della Svizzera e allo sviluppo di una coscienza democratica basata sulla conoscenza oggettiva della realtà nazionale e internazionale.
Immigrazione e statistica
Dal punto di vista della ricerca storica, l’UST continua anche a fornire un contributo essenziale alla comprensione del complesso fenomeno migratorio svizzero degli ultimi 150 anni. Non è pertanto possibile ricostruire, per esempio, la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera senza far ricorso ai dati dell’UST.
I primi dati sugli italiani a livello federale risalgono al 1850, quando ne vennero registrati 6123 italiani (+ 14377 sardi o savoiardi), saliti nel censimento del 1860 a 13828 (+ 16.931 savoiardi). Con i censimenti decennali successivi i dati raccolti sono stati sempre più dettagliati e precisi su una serie ampia di caratteristiche quali il sesso, l’istruzione, la lingua, la religione, il luogo di nascita, l’attività economica, il permesso di soggiorno, ecc.
Incrociando i vari dati è possibile oggi osservare come in un filmato l’evoluzione dell’immigrazione italiana in Svizzera, interessantissima soprattutto se associata alle analisi socio-politiche che se ne sono date nelle varie epoche. Ad esempio, è proprio sulla base dei dati statistici degli ultimi censimenti dell’Ottocento e d’inizio Novecento che lo studioso Carl Alfred Schmid comincia a parlare di Überfremdung (inforestierimento) e il commissario Giuseppe De Michelis invia le sue minuziose relazioni sull’emigrazione italiana a Roma. Ed è grazie alle rilevazioni dell’UST che si può conoscere quali attività economiche svolgevano e svolgono gli italiani, le loro condizioni d’abitazione, il loro stato di salute, il loro grado d’istruzione, il loro grado d’integrazione.
Il censimento del 2000 è stato una fonte straordinariamente ricca d’informazioni ed è auspicabile che almeno a intervalli decennali siano aggiornate non solo in generale, attraverso le pubblicazioni annuali sugli stranieri, ma anche nei particolari (doppia cittadinanza, distribuzione demografica, partecipazione alla vita artistica e culturale, reddito, ecc.). Anche per questo auguriamo all’UST lunga vita al servizio dell’intera collettività.
Giovanni Longu
Berna, 24.11.2010
Entrato a far parte del primo Consiglio federale nel 1848, il ticinese Stefano Franscini ritenne da subito indispensabile un servizio statistico nazionale per conoscere e far conoscere la realtà svizzera a tutti i cittadini confederati, di cui non si conosceva ancora nemmeno il numero esatto. Fu lui ad avviare il primo censimento federale nel 1850 e fu lui stesso insieme al suo segretario a preparare le prime tabelle dei dati del censimento. Per questi lavori disponeva di 3000 franchi l’anno, saliti a 2.600 dal 1855.
Il «padre della statistica svizzera», morto nel 1857, non poté assistere alla nascita di un vero «ufficio statistico federale» da lui fortemente voluto. Esso venne infatti istituito con la legge federale del 21 gennaio 1860. Non fu un grande evento, ma l’importante era cominciare. Il primo nucleo statistico era costituito dal direttore Gustav Vogt, da un segretario e da un copista, sistemati provvisoriamente in un ufficio nella biblioteca del Parlamento nel Palazzo del Consiglio federale. Oggi, come noto, ha sede in due moderni edifici a Neuchâtel, che ospitano oltre 500 collaboratori e collaboratrici.
Nel corso di questi 150 anni, l’UST si è sviluppato in modo straordinario. La rilevazione statistica è stata rivoluzionata dall’avvento dell’informatica e i numerosi cambiamenti nella realtà economica e politica svizzera ed internazionale hanno dato nuovi impulsi alla produzione dell’informazione statistica, sempre più necessaria per qualunque decisione importante di politica economica, ambientale, culturale.
In questi 150 anni, l’UST, insieme ad altre fonti storiche raccolte nell’Archivio federale svizzero, ha contribuito in maniera determinante alla formazione della memoria storica della Svizzera e allo sviluppo di una coscienza democratica basata sulla conoscenza oggettiva della realtà nazionale e internazionale.
Immigrazione e statistica
Dal punto di vista della ricerca storica, l’UST continua anche a fornire un contributo essenziale alla comprensione del complesso fenomeno migratorio svizzero degli ultimi 150 anni. Non è pertanto possibile ricostruire, per esempio, la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera senza far ricorso ai dati dell’UST.
I primi dati sugli italiani a livello federale risalgono al 1850, quando ne vennero registrati 6123 italiani (+ 14377 sardi o savoiardi), saliti nel censimento del 1860 a 13828 (+ 16.931 savoiardi). Con i censimenti decennali successivi i dati raccolti sono stati sempre più dettagliati e precisi su una serie ampia di caratteristiche quali il sesso, l’istruzione, la lingua, la religione, il luogo di nascita, l’attività economica, il permesso di soggiorno, ecc.
Incrociando i vari dati è possibile oggi osservare come in un filmato l’evoluzione dell’immigrazione italiana in Svizzera, interessantissima soprattutto se associata alle analisi socio-politiche che se ne sono date nelle varie epoche. Ad esempio, è proprio sulla base dei dati statistici degli ultimi censimenti dell’Ottocento e d’inizio Novecento che lo studioso Carl Alfred Schmid comincia a parlare di Überfremdung (inforestierimento) e il commissario Giuseppe De Michelis invia le sue minuziose relazioni sull’emigrazione italiana a Roma. Ed è grazie alle rilevazioni dell’UST che si può conoscere quali attività economiche svolgevano e svolgono gli italiani, le loro condizioni d’abitazione, il loro stato di salute, il loro grado d’istruzione, il loro grado d’integrazione.
Il censimento del 2000 è stato una fonte straordinariamente ricca d’informazioni ed è auspicabile che almeno a intervalli decennali siano aggiornate non solo in generale, attraverso le pubblicazioni annuali sugli stranieri, ma anche nei particolari (doppia cittadinanza, distribuzione demografica, partecipazione alla vita artistica e culturale, reddito, ecc.). Anche per questo auguriamo all’UST lunga vita al servizio dell’intera collettività.
Giovanni Longu
Berna, 24.11.2010
18 novembre 2010
1961-2011: 2. Questione meridionale ed emigrazione
Nel 1861 venne unificata l’Italia, quasi per intero, ma restava da creare una coscienza nazionale di tutti i popoli che la costituivano. In effetti, gli italiani erano tanto diversi soprattutto culturalmente che fino alla prima guerra mondiale risultava difficile persino comunicare in una lingua comune. Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico liberale, aveva sentenziato all’indomani dell’unificazione che l’Italia era sì fatta, ma restava da fare gli italiani.
Va tuttavia ricordato che prima dell’unità d’Italia il divario tra le realtà economiche unificate era meno accentuato di quello esistente a livello sociale e culturale. Basti pensare che il Mezzogiorno non conosceva ancora il sottosviluppo e l’emigrazione (già praticata al nord), anzi godeva di un certo benessere. Prima dell’annessione il Regno delle due Sicilie aveva raggiunto persino un buon livello d’industrializzazione sia in Sicilia che in Campania e in Calabria; aveva adottato una politica economica protezionistica ed esercitava una bassa pressione fiscale. Tutti, in fondo, avevano la possibilità di lavorare la terra come contadini in proprio o come braccianti o di lavorare nell’industria e nell’amministrazione borbonica.
L’emigrazione nasce spesso da un problema politico
Nell’opinione pubblica si ritiene abitualmente che l’emigrazione sia un tentativo di sfuggire alla povertà e al sottosviluppo e non ci sono dubbi che nella maggior parte dei casi sia così. Talvolta però si dimentica che la povertà non è sempre endemica o frutto di fatalità, ma spesso è dovuta a guerre, epidemie, malgoverno, corruzione, ingiustizia, oppressione, tassazione esosa, ecc.
Anche l’emigrazione dal Meridione, durata per oltre un secolo, ha le sue radici in quella che fu definita «la questione meridionale». Con questa espressione si voleva indicare la condizione di arretratezza e di sottosviluppo in cui venne a trovarsi il Mezzogiorno a pochi anni dall’entrata a far parte del nuovo Regno d’Italia. Si dimentica però che quella situazione di povertà e arretratezza, inesistente prima dell’unificazione, fu indotta da una inadeguata politica dei nuovi governanti.
Gli storici sono concordi nel sostenere che sull’involuzione del Mezzogiorno ha inciso profondamente il malgoverno piemontese, la sottrazione delle ricchezze prodotte nelle regioni del sud a beneficio delle regioni del nord mediante un sistema fiscale vessatorio, la mancanza d’investimenti e in generale la scarsa considerazione delle potenzialità del sud. All’origine della povertà, che già alla fine del primo decennio unitario ha indotto molti meridionali a cercare una via di scampo nell’emigrazione c’è dunque sicuramente la politica economica, sociale e fiscale profondamente sbagliata condotta fin dai primi anni dai governi di destra, ma poi anche di sinistra, dell’Italia unita.
Accettazione senza condivisione
Per capire il fenomeno dell’emigrazione meridionale è utile ricordare che l’unità d’Italia non fu un’aggregazione spontanea di popoli e governi che decisero di unirsi, ma fu in molti casi una vera e propria annessione, sia pure suggellata da referendum di accettazione, per altro molto contestati circa la loro legittimità e validità. Ma accettazione non significa condivisione, tanto è vero che tra Meridionali e Piemontesi i rapporti furono fin dall’inizio molto tesi. I primi consideravano i secondi dominatori arroganti e spietati. Inoltre, si sentivano traditi dai conquistatori perché nessuna delle promesse fatte era stata mantenuta, soprattutto quelle della riforma agraria e degli investimenti industriali. Non accettavano soprattutto di essere considerati subalterni e privati di qualsiasi autonomia.
Da parte loro, i Piemontesi (come venivano generalmente chiamati i governativi) cercavano d’imporre anche con la forza la legislazione unitaria, compreso il nuovo sistema fiscale ben più vessatorio di quello borbonico. Nel processo di unificazione si volle infatti unificare anche il forte debito accumulato dal Regno di Sardegna a causa delle guerre contro gli austriaci e degli investimenti effettuati in Piemonte, facendolo gravare su tutti i sudditi e quindi anche sui contribuenti meridionali.
Per rafforzare il senso dello Stato unitario e affermare il radicale cambiamento istituzionale, si volle imporre anche al sud metodi di governo applicati al nord, ignorando totalmente problematiche, tradizioni ed esigenze tipiche del sud. Ne diede un evidente segnale la bocciatura, proprio all’indomani dell’Unità d’Italia, nel marzo del 1861, della proposta del ministro Minghetti che chiedeva un minimo di autonomie regionali. Il governo unitario preferì l’estensione anche al sud della legislazione sabauda e impose un forte accentramento, garantito dall’esercito e dalla polizia, e un’amministrazione «piemontesizzata», incentrata su prefetti e funzionari inviati e controllati direttamente dal Ministero degli interni.
Per evitare che il disagio delle masse nei confronti del nuovo Regno si radicalizzasse, il governo centrale estese anche al sud certe pratiche che oggi si definirebbero «clientelari», sostenendo alcune categorie di persone in grado di aiutarlo a controllare la situazione sociale, soprattutto la nuova borghesia agraria (latifondisti che acquistavano a poco prezzo beni demaniali svenduti dal nuovo regime) e i discendenti dei vecchi feudatari. In cambio del loro sostegno, lo Stato dovette garantire privilegi, la stabilità della proprietà e soprattutto l’intervento militare contro il diffuso brigantaggio, il maggior nemico dei latifondisti.
La lotta al brigantaggio
Fu così che tra il 1861 e il 1865 mezzo esercito di 120.000 uomini venne dislocato nel Mezzogiorno per dare la caccia ai briganti e ai loro sostenitori, soprattutto piccoli contadini delusi e impoveriti. Per alcuni anni intere regioni del sud vennero occupate militarmente e sottoposte alla legge marziale, con enormi disagi per la popolazione civile. La lotta al brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che fece migliaia di morti, più di quante ne procurarono le tre guerre d’indipendenza messe insieme.
Quando nel 1865 il brigantaggio fu debellato (ma proprio in quegli anni nacque la mafia!), il Mezzogiorno risultò ancor più lontano di prima dal resto dell’Italia. Soprattutto al nord cominciò a diffondersi l’idea che il Mezzogiorno fosse una regione socialmente ed economicamente sottosviluppata. Si cominciò a parlare della «questione meridionale», senza saper offrire a queste regioni del sud soluzioni per una rapida ripresa. Iniziava un’involuzione che avrebbe condannato per oltre un secolo il Mezzogiorno al sottosviluppo e all’emigrazione.
Anche questa involuzione fu indotta. Il nuovo Stato unitario, povero di mezzi, dovendo fare delle scelte, preferì investire al nord nella nascente industria e nelle infrastrutture stradali e ferroviarie piuttosto che al sud. Nel Mezzogiorno i Savoia non lasciarono nemmeno una parte del forte attivo di bilancio ereditato dal Regno delle Due Sicilie. I meridionali vennero addirittura caricati di nuove imposte. Il sogno di molti braccianti di veder realizzata una riforma agraria che desse loro terre da coltivare si infranse contro un muro di totale indifferenza. Ad essi venne offerta unicamente la strada dell’emigrazione verso le regioni del nord.
Inizia l’emigrazione
I dati dell’emigrazione fino al 1876, quando si cominciò a registrarli sistematicamente, non sono noti, ma il flusso migratorio, sempre più intenso, era sicuramente iniziato almeno dieci anni prima. I primi emigrati si fermarono nelle regioni settentrionali, ma poi s’indirizzarono verso mete più lontane, le Americhe. Di fronte all’aumento di questo flusso, il governo, prima tollerante, si mostrò chiaramente ostile. Temeva di fornire attraverso gli emigrati un’immagine negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla povertà e all’ignoranza. Impedendo o rendendo difficile l’emigrazione si voleva anche evitare di fornire buoni motivi per le critiche di inadeguatezza e di incapacità del governo a risolvere i problemi di arretratezza del Paese. Il governo preferiva accusare chi sull’emigrazione intendeva a suo avviso lucrare, come gli «ingaggiatori», agenti d’emigrazione che reclutavano operai e contadini per conto di imprese e compagnie di navigazione e vendevano i biglietti di viaggio.
Nel 1873, con una circolare il governo Lanza, allo scopo di frenare l’esodo dalle campagne, soprattutto da parte dei giovani, introdusse una serie di misure restrittive all’emigrazione, tra cui una cauzione di quattrocento lire in contanti o di una garanzia da parte di terzi per poter pagare le spese di rimpatrio di chi non fosse in grado di pagarle direttamente. La misura sembrava efficace, perché solo pochi potevano disporre di una tale somma, e invece finì per incoraggiare l’emigrazione clandestina e l’usura. Molti, piuttosto che imbarcarsi nei porti italiani, preferivano partire senza tante formalità dai porti francesi.
el 1876, quando prese il potere la sinistra guidata da Agostino Depretis, l’atteggiamento governativo nei confronti dell’emigrazione attenuò le misure restrittive introdotte da Lanza, ma non mutò nella sostanza. Per combattere l’emigrazione clandestina, una circolare del ministro dell' Interno prescrisse nuove norme per impedire che gli emigranti, anziché imbarcarsi nei porti del Regno approfittassero dei porti esteri, soprattutto quello di Marsiglia, dai quali potevano partire senza bisogno di passaporto e di altre formalità.
Purtroppo, invece di sforzarsi per incidere profondamente sulle cause dell’ignoranza, della povertà e del sottosviluppo, per quasi un secolo tutti i governi di destra e di sinistra si sforzarono solo di regolamentare i flussi migratori con leggi, regolamenti e accordi internazionali, come se l’emigrazione fosse un male invincibile e una fatalità.
Giovanni Longu
Berna, 17.11.2010.
Va tuttavia ricordato che prima dell’unità d’Italia il divario tra le realtà economiche unificate era meno accentuato di quello esistente a livello sociale e culturale. Basti pensare che il Mezzogiorno non conosceva ancora il sottosviluppo e l’emigrazione (già praticata al nord), anzi godeva di un certo benessere. Prima dell’annessione il Regno delle due Sicilie aveva raggiunto persino un buon livello d’industrializzazione sia in Sicilia che in Campania e in Calabria; aveva adottato una politica economica protezionistica ed esercitava una bassa pressione fiscale. Tutti, in fondo, avevano la possibilità di lavorare la terra come contadini in proprio o come braccianti o di lavorare nell’industria e nell’amministrazione borbonica.
L’emigrazione nasce spesso da un problema politico
Nell’opinione pubblica si ritiene abitualmente che l’emigrazione sia un tentativo di sfuggire alla povertà e al sottosviluppo e non ci sono dubbi che nella maggior parte dei casi sia così. Talvolta però si dimentica che la povertà non è sempre endemica o frutto di fatalità, ma spesso è dovuta a guerre, epidemie, malgoverno, corruzione, ingiustizia, oppressione, tassazione esosa, ecc.
Anche l’emigrazione dal Meridione, durata per oltre un secolo, ha le sue radici in quella che fu definita «la questione meridionale». Con questa espressione si voleva indicare la condizione di arretratezza e di sottosviluppo in cui venne a trovarsi il Mezzogiorno a pochi anni dall’entrata a far parte del nuovo Regno d’Italia. Si dimentica però che quella situazione di povertà e arretratezza, inesistente prima dell’unificazione, fu indotta da una inadeguata politica dei nuovi governanti.
Gli storici sono concordi nel sostenere che sull’involuzione del Mezzogiorno ha inciso profondamente il malgoverno piemontese, la sottrazione delle ricchezze prodotte nelle regioni del sud a beneficio delle regioni del nord mediante un sistema fiscale vessatorio, la mancanza d’investimenti e in generale la scarsa considerazione delle potenzialità del sud. All’origine della povertà, che già alla fine del primo decennio unitario ha indotto molti meridionali a cercare una via di scampo nell’emigrazione c’è dunque sicuramente la politica economica, sociale e fiscale profondamente sbagliata condotta fin dai primi anni dai governi di destra, ma poi anche di sinistra, dell’Italia unita.
Accettazione senza condivisione
Per capire il fenomeno dell’emigrazione meridionale è utile ricordare che l’unità d’Italia non fu un’aggregazione spontanea di popoli e governi che decisero di unirsi, ma fu in molti casi una vera e propria annessione, sia pure suggellata da referendum di accettazione, per altro molto contestati circa la loro legittimità e validità. Ma accettazione non significa condivisione, tanto è vero che tra Meridionali e Piemontesi i rapporti furono fin dall’inizio molto tesi. I primi consideravano i secondi dominatori arroganti e spietati. Inoltre, si sentivano traditi dai conquistatori perché nessuna delle promesse fatte era stata mantenuta, soprattutto quelle della riforma agraria e degli investimenti industriali. Non accettavano soprattutto di essere considerati subalterni e privati di qualsiasi autonomia.
Da parte loro, i Piemontesi (come venivano generalmente chiamati i governativi) cercavano d’imporre anche con la forza la legislazione unitaria, compreso il nuovo sistema fiscale ben più vessatorio di quello borbonico. Nel processo di unificazione si volle infatti unificare anche il forte debito accumulato dal Regno di Sardegna a causa delle guerre contro gli austriaci e degli investimenti effettuati in Piemonte, facendolo gravare su tutti i sudditi e quindi anche sui contribuenti meridionali.
Per rafforzare il senso dello Stato unitario e affermare il radicale cambiamento istituzionale, si volle imporre anche al sud metodi di governo applicati al nord, ignorando totalmente problematiche, tradizioni ed esigenze tipiche del sud. Ne diede un evidente segnale la bocciatura, proprio all’indomani dell’Unità d’Italia, nel marzo del 1861, della proposta del ministro Minghetti che chiedeva un minimo di autonomie regionali. Il governo unitario preferì l’estensione anche al sud della legislazione sabauda e impose un forte accentramento, garantito dall’esercito e dalla polizia, e un’amministrazione «piemontesizzata», incentrata su prefetti e funzionari inviati e controllati direttamente dal Ministero degli interni.
Per evitare che il disagio delle masse nei confronti del nuovo Regno si radicalizzasse, il governo centrale estese anche al sud certe pratiche che oggi si definirebbero «clientelari», sostenendo alcune categorie di persone in grado di aiutarlo a controllare la situazione sociale, soprattutto la nuova borghesia agraria (latifondisti che acquistavano a poco prezzo beni demaniali svenduti dal nuovo regime) e i discendenti dei vecchi feudatari. In cambio del loro sostegno, lo Stato dovette garantire privilegi, la stabilità della proprietà e soprattutto l’intervento militare contro il diffuso brigantaggio, il maggior nemico dei latifondisti.
La lotta al brigantaggio
Fu così che tra il 1861 e il 1865 mezzo esercito di 120.000 uomini venne dislocato nel Mezzogiorno per dare la caccia ai briganti e ai loro sostenitori, soprattutto piccoli contadini delusi e impoveriti. Per alcuni anni intere regioni del sud vennero occupate militarmente e sottoposte alla legge marziale, con enormi disagi per la popolazione civile. La lotta al brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che fece migliaia di morti, più di quante ne procurarono le tre guerre d’indipendenza messe insieme.
Quando nel 1865 il brigantaggio fu debellato (ma proprio in quegli anni nacque la mafia!), il Mezzogiorno risultò ancor più lontano di prima dal resto dell’Italia. Soprattutto al nord cominciò a diffondersi l’idea che il Mezzogiorno fosse una regione socialmente ed economicamente sottosviluppata. Si cominciò a parlare della «questione meridionale», senza saper offrire a queste regioni del sud soluzioni per una rapida ripresa. Iniziava un’involuzione che avrebbe condannato per oltre un secolo il Mezzogiorno al sottosviluppo e all’emigrazione.
Anche questa involuzione fu indotta. Il nuovo Stato unitario, povero di mezzi, dovendo fare delle scelte, preferì investire al nord nella nascente industria e nelle infrastrutture stradali e ferroviarie piuttosto che al sud. Nel Mezzogiorno i Savoia non lasciarono nemmeno una parte del forte attivo di bilancio ereditato dal Regno delle Due Sicilie. I meridionali vennero addirittura caricati di nuove imposte. Il sogno di molti braccianti di veder realizzata una riforma agraria che desse loro terre da coltivare si infranse contro un muro di totale indifferenza. Ad essi venne offerta unicamente la strada dell’emigrazione verso le regioni del nord.
Inizia l’emigrazione
I dati dell’emigrazione fino al 1876, quando si cominciò a registrarli sistematicamente, non sono noti, ma il flusso migratorio, sempre più intenso, era sicuramente iniziato almeno dieci anni prima. I primi emigrati si fermarono nelle regioni settentrionali, ma poi s’indirizzarono verso mete più lontane, le Americhe. Di fronte all’aumento di questo flusso, il governo, prima tollerante, si mostrò chiaramente ostile. Temeva di fornire attraverso gli emigrati un’immagine negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla povertà e all’ignoranza. Impedendo o rendendo difficile l’emigrazione si voleva anche evitare di fornire buoni motivi per le critiche di inadeguatezza e di incapacità del governo a risolvere i problemi di arretratezza del Paese. Il governo preferiva accusare chi sull’emigrazione intendeva a suo avviso lucrare, come gli «ingaggiatori», agenti d’emigrazione che reclutavano operai e contadini per conto di imprese e compagnie di navigazione e vendevano i biglietti di viaggio.
Nel 1873, con una circolare il governo Lanza, allo scopo di frenare l’esodo dalle campagne, soprattutto da parte dei giovani, introdusse una serie di misure restrittive all’emigrazione, tra cui una cauzione di quattrocento lire in contanti o di una garanzia da parte di terzi per poter pagare le spese di rimpatrio di chi non fosse in grado di pagarle direttamente. La misura sembrava efficace, perché solo pochi potevano disporre di una tale somma, e invece finì per incoraggiare l’emigrazione clandestina e l’usura. Molti, piuttosto che imbarcarsi nei porti italiani, preferivano partire senza tante formalità dai porti francesi.
el 1876, quando prese il potere la sinistra guidata da Agostino Depretis, l’atteggiamento governativo nei confronti dell’emigrazione attenuò le misure restrittive introdotte da Lanza, ma non mutò nella sostanza. Per combattere l’emigrazione clandestina, una circolare del ministro dell' Interno prescrisse nuove norme per impedire che gli emigranti, anziché imbarcarsi nei porti del Regno approfittassero dei porti esteri, soprattutto quello di Marsiglia, dai quali potevano partire senza bisogno di passaporto e di altre formalità.
Purtroppo, invece di sforzarsi per incidere profondamente sulle cause dell’ignoranza, della povertà e del sottosviluppo, per quasi un secolo tutti i governi di destra e di sinistra si sforzarono solo di regolamentare i flussi migratori con leggi, regolamenti e accordi internazionali, come se l’emigrazione fosse un male invincibile e una fatalità.
Giovanni Longu
Berna, 17.11.2010.
17 novembre 2010
1861-2011: 2. Questione meridionale ed emigrazione
Nel 1861 venne unificata l’Italia, quasi per intero, ma restava da creare una coscienza nazionale di tutti i popoli che la costituivano. In effetti, gli italiani erano tanto diversi soprattutto culturalmente che fino alla prima guerra mondiale risultava difficile persino comunicare in una lingua comune. Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico liberale, aveva sentenziato all’indomani dell’unificazione che l’Italia era sì fatta, ma restava da fare gli italiani.
Va tuttavia ricordato che prima dell’unità d’Italia il divario tra le realtà economiche unificate era meno accentuato di quello esistente a livello sociale e culturale. Basti pensare che il Mezzogiorno non conosceva ancora il sottosviluppo e l’emigrazione (già praticata al nord), anzi godeva di un certo benessere. Prima dell’annessione il Regno delle due Sicilie aveva raggiunto persino un buon livello d’industrializzazione sia in Sicilia che in Campania e in Calabria; aveva adottato una politica economica protezionistica ed esercitava una bassa pressione fiscale. Tutti, in fondo, avevano la possibilità di lavorare la terra come contadini in proprio o come braccianti o di lavorare nell’industria e nell’amministrazione borbonica.
L’emigrazione nasce spesso da un problema politico
Nell’opinione pubblica si ritiene abitualmente che l’emigrazione sia un tentativo di sfuggire alla povertà e al sottosviluppo e non ci sono dubbi che nella maggior parte dei casi sia così. Talvolta però si dimentica che la povertà non è sempre endemica o frutto di fatalità, ma spesso è dovuta a guerre, epidemie, malgoverno, corruzione, ingiustizia, oppressione, tassazione esosa, ecc.
Anche l’emigrazione dal Meridione, durata per oltre un secolo, ha le sue radici in quella che fu definita «la questione meridionale». Con questa espressione si voleva indicare la condizione di arretratezza e di sottosviluppo in cui venne a trovarsi il Mezzogiorno a pochi anni dall’entrata a far parte del nuovo Regno d’Italia. Si dimentica però che quella situazione di povertà e arretratezza, inesistente prima dell’unificazione, fu indotta da una inadeguata politica dei nuovi governanti.
Gli storici sono concordi nel sostenere che sull’involuzione del Mezzogiorno ha inciso profondamente il malgoverno piemontese, la sottrazione delle ricchezze prodotte nelle regioni del sud a beneficio delle regioni del nord mediante un sistema fiscale vessatorio, la mancanza d’investimenti e in generale la scarsa considerazione delle potenzialità del sud. All’origine della povertà, che già alla fine del primo decennio unitario ha indotto molti meridionali a cercare una via di scampo nell’emigrazione c’è dunque sicuramente la politica economica, sociale e fiscale profondamente sbagliata condotta fin dai primi anni dai governi di destra, ma poi anche di sinistra, dell’Italia unita.
Accettazione senza condivisione
Per capire il fenomeno dell’emigrazione meridionale è utile ricordare che l’unità d’Italia non fu un’aggregazione spontanea di popoli e governi che decisero di unirsi, ma fu in molti casi una vera e propria annessione, sia pure suggellata da referendum di accettazione, per altro molto contestati circa la loro legittimità e validità. Ma accettazione non significa condivisione, tanto è vero che tra Meridionali e Piemontesi i rapporti furono fin dall’inizio molto tesi. I primi consideravano i secondi dominatori arroganti e spietati. Inoltre, si sentivano traditi dai conquistatori perché nessuna delle promesse fatte era stata mantenuta, soprattutto quelle della riforma agraria e degli investimenti industriali. Non accettavano soprattutto di essere considerati subalterni e privati di qualsiasi autonomia.
Da parte loro, i Piemontesi (come venivano generalmente chiamati i governativi) cercavano d’imporre anche con la forza la legislazione unitaria, compreso il nuovo sistema fiscale ben più vessatorio di quello borbonico. Nel processo di unificazione si volle infatti unificare anche il forte debito accumulato dal Regno di Sardegna a causa delle guerre contro gli austriaci e degli investimenti effettuati in Piemonte, facendolo gravare su tutti i sudditi e quindi anche sui contribuenti meridionali.
Per rafforzare il senso dello Stato unitario e affermare il radicale cambiamento istituzionale, si volle imporre anche al sud metodi di governo applicati al nord, ignorando totalmente problematiche, tradizioni ed esigenze tipiche del sud. Ne diede un evidente segnale la bocciatura, proprio all’indomani dell’Unità d’Italia, nel marzo del 1861, della proposta del ministro Minghetti che chiedeva un minimo di autonomie regionali. Il governo unitario preferì l’estensione anche al sud della legislazione sabauda e impose un forte accentramento, garantito dall’esercito e dalla polizia, e un’amministrazione «piemontesizzata», incentrata su prefetti e funzionari inviati e controllati direttamente dal Ministero degli interni.
Per evitare che il disagio delle masse nei confronti del nuovo Regno si radicalizzasse, il governo centrale estese anche al sud certe pratiche che oggi si definirebbero «clientelari», sostenendo alcune categorie di persone in grado di aiutarlo a controllare la situazione sociale, soprattutto la nuova borghesia agraria (latifondisti che acquistavano a poco prezzo beni demaniali svenduti dal nuovo regime) e i discendenti dei vecchi feudatari. In cambio del loro sostegno, lo Stato dovette garantire privilegi, la stabilità della proprietà e soprattutto l’intervento militare contro il diffuso brigantaggio, il maggior nemico dei latifondisti.
La lotta al brigantaggio
Fu così che tra il 1861 e il 1865 mezzo esercito di 120.000 uomini venne dislocato nel Mezzogiorno per dare la caccia ai briganti e ai loro sostenitori, soprattutto piccoli contadini delusi e impoveriti. Per alcuni anni intere regioni del sud vennero occupate militarmente e sottoposte alla legge marziale, con enormi disagi per la popolazione civile. La lotta al brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che fece migliaia di morti, più di quante ne procurarono le tre guerre d’indipendenza messe insieme.
Quando nel 1865 il brigantaggio fu debellato (ma proprio in quegli anni nacque la mafia!), il Mezzogiorno risultò ancor più lontano di prima dal resto dell’Italia. Soprattutto al nord cominciò a diffondersi l’idea che il Mezzogiorno fosse una regione socialmente ed economicamente sottosviluppata. Si cominciò a parlare della «questione meridionale», senza saper offrire a queste regioni del sud soluzioni per una rapida ripresa. Iniziava un’involuzione che avrebbe condannato per oltre un secolo il Mezzogiorno al sottosviluppo e all’emigrazione.
Anche questa involuzione fu indotta. Il nuovo Stato unitario, povero di mezzi, dovendo fare delle scelte, preferì investire al nord nella nascente industria e nelle infrastrutture stradali e ferroviarie piuttosto che al sud. Nel Mezzogiorno i Savoia non lasciarono nemmeno una parte del forte attivo di bilancio ereditato dal Regno delle Due Sicilie. I meridionali vennero addirittura caricati di nuove imposte. Il sogno di molti braccianti di veder realizzata una riforma agraria che desse loro terre da coltivare si infranse contro un muro di totale indifferenza. Ad essi venne offerta unicamente la strada dell’emigrazione verso le regioni del nord.
Inizia l’emigrazione
I dati dell’emigrazione fino al 1876, quando si cominciò a registrarli sistematicamente, non sono noti, ma il flusso migratorio, sempre più intenso, era sicuramente iniziato almeno dieci anni prima. I primi emigrati si fermarono nelle regioni settentrionali, ma poi s’indirizzarono verso mete più lontane, le Americhe. Di fronte all’aumento di questo flusso, il governo, prima tollerante, si mostrò chiaramente ostile. Temeva di fornire attraverso gli emigrati un’immagine negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla povertà e all’ignoranza. Impedendo o rendendo difficile l’emigrazione si voleva anche evitare di fornire buoni motivi per le critiche di inadeguatezza e di incapacità del governo a risolvere i problemi di arretratezza del Paese. Il governo preferiva accusare chi sull’emigrazione intendeva a suo avviso lucrare, come gli «ingaggiatori», agenti d’emigrazione che reclutavano operai e contadini per conto di imprese e compagnie di navigazione e vendevano i biglietti di viaggio.
Nel 1873, con una circolare il governo Lanza, allo scopo di frenare l’esodo dalle campagne, soprattutto da parte dei giovani, introdusse una serie di misure restrittive all’emigrazione, tra cui una cauzione di quattrocento lire in contanti o di una garanzia da parte di terzi per poter pagare le spese di rimpatrio di chi non fosse in grado di pagarle direttamente. La misura sembrava efficace, perché solo pochi potevano disporre di una tale somma, e invece finì per incoraggiare l’emigrazione clandestina e l’usura. Molti, piuttosto che imbarcarsi nei porti italiani, preferivano partire senza tante formalità dai porti francesi.
Nel 1876, quando prese il potere la sinistra guidata da Agostino Depretis, l’atteggiamento governativo nei confronti dell’emigrazione attenuò le misure restrittive introdotte da Lanza, ma non mutò nella sostanza. Per combattere l’emigrazione clandestina, una circolare del ministro dell' Interno prescrisse nuove norme per impedire che gli emigranti, anziché imbarcarsi nei porti del Regno approfittassero dei porti esteri, soprattutto quello di Marsiglia, dai quali potevano partire senza bisogno di passaporto e di altre formalità.
Purtroppo, invece di sforzarsi per incidere profondamente sulle cause dell’ignoranza, della povertà e del sottosviluppo, per quasi un secolo tutti i governi di destra e di sinistra si sforzarono solo di regolamentare i flussi migratori con leggi, regolamenti e accordi internazionali, come se l’emigrazione fosse un male invincibile e una fatalità.
Giovanni Longu
Berna, 17.11.2010.
13 novembre 2010
Ticinesi e italiani in difesa dell’italianità della Svizzera
E’ possibile creare tra ticinesi e italiani una forza comune in difesa e per lo sviluppo dell’italianità (lingua, rappresentanza, visibilità… ) in particolare nella Svizzera tedesca e francese? Su quali elementi bisognerebbe puntare maggiormente (scuola, media, sindacati, chiese, politica, associazioni …) per raggiungere un’intesa e attuare un programma comune?
A queste e a simili domande si cercherà di rispondere nel corso di una tavola rotonda aperta a tutti gli italofoni, organizzata alla Casa d’Italia di Berna lunedì sera 15 novembre dalle ore 19.00.
Il tema della serata, «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione», sarà affrontato alla luce della storia (fine Ottocento e buona parte del secolo scorso quando anche i ticinesi erano «migranti» nella Svizzera interna) e dell’attualità (diminuzione costante degli italofoni fuori del Ticino, approvazione della nuova legge sulle lingue, ricerca di una rappresentanza della Svizzera italiana a livello federale, frammentazione delle iniziative all’insegna dell’italianità, ecc.).
Alla tavola rotonda parteciperanno fra gli altri Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica, e Dario Marioli, esponente storico dell’immigrazione italiana in Svizzera. E’ probabile che nella discussione col pubblico vengano chiamate in causa anche le rappresentanze istituzionali dell’Italia e del Cantone Ticino, perché senza il loro sostegno e il loro contributo qualunque tentativo di valorizzazione dell’italianità in Svizzera risulterebbe velleitario.
Dall’esito della serata, nell’ottica degli organizzatori, dipenderà l’avvio di un processo virtuale in favore dell’italiano e il proseguimento delle «serate italofone a Berna» o la presa d’atto dell’irreversibilità della situazione. Una cosa è certa, per dare chance all’italiano e all’italianità nella Svizzera tedesca e francese è indispensabile la solidarietà e la collaborazione fra tutti gli italofoni e simpatizzanti della lingua e della cultura italiana e il sostegno delle istituzioni.
Giovanni Longu
Berna 13.11.2010
A queste e a simili domande si cercherà di rispondere nel corso di una tavola rotonda aperta a tutti gli italofoni, organizzata alla Casa d’Italia di Berna lunedì sera 15 novembre dalle ore 19.00.
Il tema della serata, «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione», sarà affrontato alla luce della storia (fine Ottocento e buona parte del secolo scorso quando anche i ticinesi erano «migranti» nella Svizzera interna) e dell’attualità (diminuzione costante degli italofoni fuori del Ticino, approvazione della nuova legge sulle lingue, ricerca di una rappresentanza della Svizzera italiana a livello federale, frammentazione delle iniziative all’insegna dell’italianità, ecc.).
Alla tavola rotonda parteciperanno fra gli altri Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica, e Dario Marioli, esponente storico dell’immigrazione italiana in Svizzera. E’ probabile che nella discussione col pubblico vengano chiamate in causa anche le rappresentanze istituzionali dell’Italia e del Cantone Ticino, perché senza il loro sostegno e il loro contributo qualunque tentativo di valorizzazione dell’italianità in Svizzera risulterebbe velleitario.
Dall’esito della serata, nell’ottica degli organizzatori, dipenderà l’avvio di un processo virtuale in favore dell’italiano e il proseguimento delle «serate italofone a Berna» o la presa d’atto dell’irreversibilità della situazione. Una cosa è certa, per dare chance all’italiano e all’italianità nella Svizzera tedesca e francese è indispensabile la solidarietà e la collaborazione fra tutti gli italofoni e simpatizzanti della lingua e della cultura italiana e il sostegno delle istituzioni.
Giovanni Longu
Berna 13.11.2010
11 novembre 2010
Le lingua italiana fuori del Ticino / Alla ricerca dell’italiano… in Svizzera!
Non è vero, come spesso si sente dire, che l’italiano in Svizzera sta morendo. Il baluardo del Ticino è saldo e non dà alcun segno di cedimento. Ma cosa succede fuori del Ticino? Succede che la quota dei parlanti è in caduta libera e gli italofoni che l’italiano lo sanno anche scrivere sono una sempre più esigua minoranza. E’ possibile arginare la frana?
Leggo con interesse e con piacere che in Ticino, dove l’italiano regna sovrano, si organizza ogni sorta di manifestazione artistica e culturale per valorizzare l’italianità o l’italicità come alcuni preferiscono. Ultimamente si è tenuto, a Lugano, anche un convegno internazionale dedicato «alla ricerca dell’italiano e della cultura italiana nel mondo». A qualunque italofono, penso, fa sicuramente piacere sapere che l’italiano è molto studiato nel mondo e che sono in aumento le emittenti in lingua italiana in Europa, nell’area mediterranea e in America. Attraverso la lingua si diffonde anche la lingua italiana e cresce il richiamo e il fascino del patrimonio artistico e culturale italiano.
Come italofono trapiantato nella Svizzera tedesca resto tuttavia perplesso di fronte a certe scelte e chiedo con molta spontaneità agli amici ticinesi: ma prima di cercare l’italiano nel mondo, non sarebbe di gran lunga preferibile andare alla ricerca di quel poco d’italiano che ancora rimane nel resto della Svizzera? Perché la «Svizzera italiana» ha così tante difficoltà a superare la tradizionale barriera delle montagne, salvo quando si tratta di avanzare rivendicazioni economiche e visibilità in nome della pluralità delle lingue e delle culture? Perché l’italiano, anzi l’italianità o l’italicità di Berna, Zurigo o Basilea - per citare solo alcune grandi città in cui trovano ancora spazi per esprimersi - non è di fatto considerata espressione a pieno titolo dell’italianità della Svizzera, ossia una caratteristica nazionale e non provinciale o cantonale?
Lunedì 15 novembre si terrà a Berna alla Casa d’Italia una tavola rotonda in cui i partecipanti (tra i quali il ticinese Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica), in dialogo fra loro e col pubblico, affronteranno il tema dei «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione» e cercheranno di rispondere a questa domanda: «è possibile creare nella Svizzera tedesca e francese una forza comune in difesa e per lo sviluppo dell’italianità (lingua, rappresentanza, visibilità…»? La risposta, per quanto interlocutoria, potrebbe segnare l’avvio di un processo virtuale o la presa d’atto dell’irreversibilità della situazione. Una cosa è certa, per dare chance all’italiano e all’italianità nella Svizzera tedesca e francese è indispensabile la solidarietà e la collaborazione fra tutti gli italofoni e simpatizzanti della lingua e della cultura italiana. L’incontro è aperto al pubblico.
Giovanni Longu: Corriere del Ticino / Giornale del Popolo 11.11.2010
Leggo con interesse e con piacere che in Ticino, dove l’italiano regna sovrano, si organizza ogni sorta di manifestazione artistica e culturale per valorizzare l’italianità o l’italicità come alcuni preferiscono. Ultimamente si è tenuto, a Lugano, anche un convegno internazionale dedicato «alla ricerca dell’italiano e della cultura italiana nel mondo». A qualunque italofono, penso, fa sicuramente piacere sapere che l’italiano è molto studiato nel mondo e che sono in aumento le emittenti in lingua italiana in Europa, nell’area mediterranea e in America. Attraverso la lingua si diffonde anche la lingua italiana e cresce il richiamo e il fascino del patrimonio artistico e culturale italiano.
Come italofono trapiantato nella Svizzera tedesca resto tuttavia perplesso di fronte a certe scelte e chiedo con molta spontaneità agli amici ticinesi: ma prima di cercare l’italiano nel mondo, non sarebbe di gran lunga preferibile andare alla ricerca di quel poco d’italiano che ancora rimane nel resto della Svizzera? Perché la «Svizzera italiana» ha così tante difficoltà a superare la tradizionale barriera delle montagne, salvo quando si tratta di avanzare rivendicazioni economiche e visibilità in nome della pluralità delle lingue e delle culture? Perché l’italiano, anzi l’italianità o l’italicità di Berna, Zurigo o Basilea - per citare solo alcune grandi città in cui trovano ancora spazi per esprimersi - non è di fatto considerata espressione a pieno titolo dell’italianità della Svizzera, ossia una caratteristica nazionale e non provinciale o cantonale?
Lunedì 15 novembre si terrà a Berna alla Casa d’Italia una tavola rotonda in cui i partecipanti (tra i quali il ticinese Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica), in dialogo fra loro e col pubblico, affronteranno il tema dei «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino tra conflittualità e collaborazione» e cercheranno di rispondere a questa domanda: «è possibile creare nella Svizzera tedesca e francese una forza comune in difesa e per lo sviluppo dell’italianità (lingua, rappresentanza, visibilità…»? La risposta, per quanto interlocutoria, potrebbe segnare l’avvio di un processo virtuale o la presa d’atto dell’irreversibilità della situazione. Una cosa è certa, per dare chance all’italiano e all’italianità nella Svizzera tedesca e francese è indispensabile la solidarietà e la collaborazione fra tutti gli italofoni e simpatizzanti della lingua e della cultura italiana. L’incontro è aperto al pubblico.
Giovanni Longu: Corriere del Ticino / Giornale del Popolo 11.11.2010
03 novembre 2010
Tra francofonia e italofonia… quanta differenza!
Si sono riuniti recentemente a Montreux, in Svizzera, i principali rappresentanti della francofonia. Non era la prima volta e non sarà l’ultima, perché i francofoni nel mondo (220 milioni di persone) sono in crescita. Una crescita non solo numerica ma anche economica, politica e culturale, che trova nella lingua francese un elemento unificante irrinunciabile.
La Svizzera, Paese plurilingue per eccellenza, ha organizzato l’incontro in cui sono state trattate questioni di ampia portata, dallo stato della francofonia e del suo ruolo sulla «governance» mondiale, alla creazione e allo sviluppo di una rete di eccellenza nel settore dell’ingegneria, dal rispetto dei diritti umani alla lotta contro l’AIDS e la malaria, alla ricostruzione di Haiti, alle proposte di riforma dell’ONU, del Fondo monetario internazionale, ecc. Che non si sia trattato di aspirazioni velleitarie, anche se tra gli enunciati e il loro avverarsi la distanza è talvolta incolmabile, lo dimostra il fatto che all’Organizzazione internazionale della francofonia aderiscono ben 70 Paesi, tra cui la Francia, il Canada, il Belgio, la Svizzera. Insieme costituiscono un terzo dei Paesi dell’ONU e su molte decisioni il loro peso, se fosse compatto, potrebbe essere determinante.
Plurilinguismo da valorizzare
Capisco bene, pertanto, la presa di posizione del vicedirettore del Corriere del Ticino Moreno Bernasconi che in un editoriale del 25 ottobre stigmatizzava «il disinteresse e, in alcuni casi lo scherno e l’ostilità, che parte dell’opinione pubblica svizzera tedesca ha tributato al vertice della francofonia a Montreux alla vigilia della sua apertura». A giusta ragione, invece, l’editorialista ticinese sottolineava l’importanza e l’utilità per la Svizzera di «appartenere a una rete mondiale di contatti», in un mondo in cui «i rapporti di forza stanno cambiando e il continente europeo è condannato a perdere influenza per lasciar spazio a nuovi Paesi emergenti».
Mentre leggevo l’intervento di Bernasconi, che mi è parso fra l’altro anche un appello a Zurigo e a Berna ad essere lungimiranti e a valorizzare maggiormente il plurilinguismo elvetico, non potevo fare a meno di chiedermi che posto occupa oggi nel mondo l’italiano e perché dell’italofonia non è nemmeno immaginabile un vertice come quello di Montreux. Ci sono evidentemente ragioni storiche (l’Italia non ha un passato coloniale come la Francia o il Belgio) e ragioni geopolitiche (non ci sono molti Stati in cui l’italiano è lingua ufficiale o lingua parlata), ma probabilmente c’è soprattutto l’incapacità del Paese leader dell’italofonia ad organizzare un evento simile, perché in fondo non ne crede l’utilità.
Eppure, anche se oggi è inimmaginabile, un vertice dell’italofonia come quello di Montreux non sarebbe inutile. Non potrebbe certo riunire sotto il cappello dell’italianità molti capi di stato e di governo, ma darebbe un forte impulso a quel vasto patrimonio linguistico e culturale diffuso soprattutto nelle zone più sviluppate e più ricche del pianeta. Non va infatti dimenticato che gli italofoni nel mondo sono oltre 100 milioni (secondo alcuni studi addirittura ca 200 milioni). Valorizzare questo immenso patrimonio dovrebbe essere considerato un impegno prioritario dell’Italia non solo per rafforzare il senso di appartenenza ad una grande tradizione linguistica, culturale, umanistica, ma anche in un’ottica di promozione del ricco mercato artistico, turistico e commerciale italiano.
Perché non un vertice dell’italofonia in Svizzera?
Se è utopistico oggi un vertice dell’italofonia mondiale, restringendo l’area geografica alla piccola Svizzera mi chiedo se sia più realistico pensare a un vertice dell’italofonia in questo Paese dove l’italiano è lingua ufficiale e dove gli italofoni superano abbondantemente il mezzo milione e possono raggiungere, comprendendo coloro che capiscono l’italiano pur senza parlarlo, quasi un milione di persone. E’ difficile rispondere a questa domanda perché in termini di fattibilità un tale vertice è più facilmente realizzabile di quello a livello internazionale. Eppure anche in Svizzera un tale vertice non è all’orizzonte.
Le difficoltà, a mio modo di vedere, per organizzare un tale incontro non sono di ordine finanziario, ma soprattutto di ordine culturale e psicologico. Ragioni storiche, culturali, politiche e psicologiche rendono le due principali componenti dell’italofonia svizzera, quella ticinese e quella italiana, ancora distanti sul principio dell’utilità di una convergenza strategica e operativa. Manca soprattutto l’organo propulsivo di un tale movimento di convergenza, nonostante che il Cantone Ticino, istituzionalmente sia deputato a rappresentare, promuovere e valorizzare l’italianità in tutto il Paese. Al di là dei convegni, dei progetti di ricerca finanziariamente ben dotati, non vedo segnali anche solo del desiderio di fare il punto della situazione e individuare linee di difesa dell’italiano, per non parlare di linee di attacco per promuovere in maniera efficace l’italianità.
Qualcosa ha cominciato a muoversi con la candidatura di Ignazio Cassis per il Consiglio federale in rappresentanza dell’italianità, ma è necessario che il movimento non si arresti. Per rompere il ghiaccio, come si usa dire, lunedì 15 novembre 2010 alle ore 19.00, alla Casa d’Italia di Berna, sarà organizzata una tavola rotonda per esaminare i «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino». Alla tavola rotonda parteciperanno fra gli altri Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica e Dario Marioli, esponente storico dell’immigrazione italiana in Svizzera. L’incontro è aperto al pubblico. Un appuntamento da non perdere.
Sulla tematica in discussione uscirà un articolo la prossima settimana.
Giovanni Longu
Berna 3.11.2010
La Svizzera, Paese plurilingue per eccellenza, ha organizzato l’incontro in cui sono state trattate questioni di ampia portata, dallo stato della francofonia e del suo ruolo sulla «governance» mondiale, alla creazione e allo sviluppo di una rete di eccellenza nel settore dell’ingegneria, dal rispetto dei diritti umani alla lotta contro l’AIDS e la malaria, alla ricostruzione di Haiti, alle proposte di riforma dell’ONU, del Fondo monetario internazionale, ecc. Che non si sia trattato di aspirazioni velleitarie, anche se tra gli enunciati e il loro avverarsi la distanza è talvolta incolmabile, lo dimostra il fatto che all’Organizzazione internazionale della francofonia aderiscono ben 70 Paesi, tra cui la Francia, il Canada, il Belgio, la Svizzera. Insieme costituiscono un terzo dei Paesi dell’ONU e su molte decisioni il loro peso, se fosse compatto, potrebbe essere determinante.
Plurilinguismo da valorizzare
Capisco bene, pertanto, la presa di posizione del vicedirettore del Corriere del Ticino Moreno Bernasconi che in un editoriale del 25 ottobre stigmatizzava «il disinteresse e, in alcuni casi lo scherno e l’ostilità, che parte dell’opinione pubblica svizzera tedesca ha tributato al vertice della francofonia a Montreux alla vigilia della sua apertura». A giusta ragione, invece, l’editorialista ticinese sottolineava l’importanza e l’utilità per la Svizzera di «appartenere a una rete mondiale di contatti», in un mondo in cui «i rapporti di forza stanno cambiando e il continente europeo è condannato a perdere influenza per lasciar spazio a nuovi Paesi emergenti».
Mentre leggevo l’intervento di Bernasconi, che mi è parso fra l’altro anche un appello a Zurigo e a Berna ad essere lungimiranti e a valorizzare maggiormente il plurilinguismo elvetico, non potevo fare a meno di chiedermi che posto occupa oggi nel mondo l’italiano e perché dell’italofonia non è nemmeno immaginabile un vertice come quello di Montreux. Ci sono evidentemente ragioni storiche (l’Italia non ha un passato coloniale come la Francia o il Belgio) e ragioni geopolitiche (non ci sono molti Stati in cui l’italiano è lingua ufficiale o lingua parlata), ma probabilmente c’è soprattutto l’incapacità del Paese leader dell’italofonia ad organizzare un evento simile, perché in fondo non ne crede l’utilità.
Eppure, anche se oggi è inimmaginabile, un vertice dell’italofonia come quello di Montreux non sarebbe inutile. Non potrebbe certo riunire sotto il cappello dell’italianità molti capi di stato e di governo, ma darebbe un forte impulso a quel vasto patrimonio linguistico e culturale diffuso soprattutto nelle zone più sviluppate e più ricche del pianeta. Non va infatti dimenticato che gli italofoni nel mondo sono oltre 100 milioni (secondo alcuni studi addirittura ca 200 milioni). Valorizzare questo immenso patrimonio dovrebbe essere considerato un impegno prioritario dell’Italia non solo per rafforzare il senso di appartenenza ad una grande tradizione linguistica, culturale, umanistica, ma anche in un’ottica di promozione del ricco mercato artistico, turistico e commerciale italiano.
Perché non un vertice dell’italofonia in Svizzera?
Se è utopistico oggi un vertice dell’italofonia mondiale, restringendo l’area geografica alla piccola Svizzera mi chiedo se sia più realistico pensare a un vertice dell’italofonia in questo Paese dove l’italiano è lingua ufficiale e dove gli italofoni superano abbondantemente il mezzo milione e possono raggiungere, comprendendo coloro che capiscono l’italiano pur senza parlarlo, quasi un milione di persone. E’ difficile rispondere a questa domanda perché in termini di fattibilità un tale vertice è più facilmente realizzabile di quello a livello internazionale. Eppure anche in Svizzera un tale vertice non è all’orizzonte.
Le difficoltà, a mio modo di vedere, per organizzare un tale incontro non sono di ordine finanziario, ma soprattutto di ordine culturale e psicologico. Ragioni storiche, culturali, politiche e psicologiche rendono le due principali componenti dell’italofonia svizzera, quella ticinese e quella italiana, ancora distanti sul principio dell’utilità di una convergenza strategica e operativa. Manca soprattutto l’organo propulsivo di un tale movimento di convergenza, nonostante che il Cantone Ticino, istituzionalmente sia deputato a rappresentare, promuovere e valorizzare l’italianità in tutto il Paese. Al di là dei convegni, dei progetti di ricerca finanziariamente ben dotati, non vedo segnali anche solo del desiderio di fare il punto della situazione e individuare linee di difesa dell’italiano, per non parlare di linee di attacco per promuovere in maniera efficace l’italianità.
Qualcosa ha cominciato a muoversi con la candidatura di Ignazio Cassis per il Consiglio federale in rappresentanza dell’italianità, ma è necessario che il movimento non si arresti. Per rompere il ghiaccio, come si usa dire, lunedì 15 novembre 2010 alle ore 19.00, alla Casa d’Italia di Berna, sarà organizzata una tavola rotonda per esaminare i «rapporti fra ticinesi e italiani fuori del Ticino». Alla tavola rotonda parteciperanno fra gli altri Carlo Malaguerra, ex direttore dell’Ufficio federale di statistica e Dario Marioli, esponente storico dell’immigrazione italiana in Svizzera. L’incontro è aperto al pubblico. Un appuntamento da non perdere.
Sulla tematica in discussione uscirà un articolo la prossima settimana.
Giovanni Longu
Berna 3.11.2010
Alptransit e i «ratti» del Ticino
Nella grande festa del 15 ottobre scorso per la caduta dell’ultimo diaframma della galleria più lunga del mondo, quella sotto il San Gottardo di ben 57 chilometri, a giusta ragione ne è stata evidenziata l’importanza per le relazioni nord-sud dell’Europa. Ciò che forse non è stato sottolineato abbastanza è che questa arteria ferroviaria rafforzerà ulteriormente i rapporti di continuità (e non solo contiguità) tra il Ticino e l’Italia del nord fino a Genova.
Ho detto in altra occasione che tutto ciò che concerne il Gottardo, dalla prima galleria ferrovia al tunnel autostradale e alla nuova galleria di base ha molto d’italiano per diverse ragioni. Qui voglio solo ricordare che quando si cominciò a parlare di un attraversamento ferroviario attraverso le Alpi, la linea del Gottardo non era né l’unica né l’opzione preferita. Per diverso tempo la direttrice che sembrava rispondere meglio agli interessi di Zurigo (in contesa con Basilea) e dei Cantoni orientali per raggiungere i porti del Mediterraneo era quella attraverso il Lucomagno. E anche il Ticino finì per convincersene (decisione del Gran Consiglio del 15 settembre 1853), nonostante che il 13 luglio avesse sostenuto la costituzione di un «comitato per promuovere la costruzione di una ferrovia attraverso il S. Gottardo».
Tra il Lucomagno e il San Gottardo decise l’Italia
Sull’opzione del Ticino per il Lucomagno influì l’intervento a favore di questa scelta della Camera di Commercio di Genova del 1° settembre 1853, che inviò subito «due suoi delegati all’uopo in Svizzera». Per la ripresa dell’opzione del Gottardo furono in seguito determinanti, come noto, l’ingegnere ticinese Pasquale Lucchini e l’italiano esule in Ticino Carlo Cattaneo, che dal 1859 si batterono con argomenti tecnici, economici e geopolitici per conquistare a favore della ferrovia del Gottardo giornalisti, banchieri e governanti.
Secondo il Cattaneo il passaggio sotto il Gottardo era la via più vantaggiosa per collegare il Mediterraneo, ossia Genova, con la Svizzera e la Germania, «quella gran via delle nazioni, prestabilita già dalla natura quando tracciò la gran valle del Reno e i due mari d’Italia sopra un medesimo asse continuo, la cui direzione, obliqua al meridiano, riunisce all’occidente e al settentrione il mezzodì e il più remoto oriente».
Com’è noto finì per prevalere la scelta del Gottardo, soprattutto dopo la decisione determinante del Regno d’Italia e della Germania e dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869. A distanza di quasi un secolo e mezzo, si riparla del Gottardo e della capacità tecnologica straordinaria dell’uomo, ma sembra scomparsa la grande visione del Cattaneo, che anticipava quel che è stato chiamato il «corridoio dei due mari», tra Rotterdam e Genova.
Eppure, credo che il significato del tunnel di base del Gottardo stia proprio in questa capacità di avvicinare il nord e il sud attraverso il Ticino. Già, attraverso il Ticino, che mai come finora riacquista la sua vocazione di ponte, di piattaforma di scambio tra due mondi, tra due culture, tra due economie diverse. Con AlpTransit, infatti, il Ticino supera una volta per tutte il micidiale ostacolo delle Alpi nei suoi collegamenti durante tutto l’anno col resto della Svizzera e l’avvicina fortemente alla Lombardia, in cui s’incunea profondamente, e al resto dell’Italia.
Sgradevole campagna «bala i ratt» contro i frontalieri
In questa visione appare oltremodo sgradevole la campagna condotta dall’Unione democratica di centro (UDC) ticinese contro i frontalieri. Proprio oggi in cui il Ticino può guardare più ottimisticamente a sud sembra addirittura allontanarsene, ancora una volta per paura del presunto invasore, il povero frontaliere incapace persino di negoziare un salario più elevato e di farsi le proprie ragioni.
E’ inutile che il capo di quel partito in Ticino tenti di giustificarsi affermando di non avercela affatto contro i frontalieri italiani. Mi fa venire in mente Schwarzenbach quando anch’egli, ad una precisa domanda, mi rispose che non ce l’aveva affatto contro gli italiani., ma contro certi padroni che approfittavano della manodopera italiana. E quando gli chiesi perché non se la prendeva con i padroni mi diede una risposta disarmante: perché solo colpendo i suoi dipendenti il padrone capisce. Non è da meno Pierre Rusconi quando anch’egli accusa gli imprenditori ticinesi che «dovrebbero mettersi la mano sulla coscienza perché non si può avere il swiss made come marchio di esportazione e poi invece del swiss made non gliene frega assolutamente niente e preferiscono guardare solo le proprie tasche». Perché, signor Rusconi, non se la prende direttamente con gli imprenditori e porta maggiore rispetto ai 45 mila frontalieri che, benché sottopagati, contribuiscono a fare andare avanti l’economia ticinese?
Per fortuna che in Ticino l’UDC non è molto rappresentativa e che i ticinesi non hanno perso la memoria di quando anch’essi erano migranti e spesso dovevano guadagnarsi da vivere lavorando nel milanese. In fondo la storia è una ruota che gira… sempre.
Giovanni Longu
Berna 3.11.2010
Ho detto in altra occasione che tutto ciò che concerne il Gottardo, dalla prima galleria ferrovia al tunnel autostradale e alla nuova galleria di base ha molto d’italiano per diverse ragioni. Qui voglio solo ricordare che quando si cominciò a parlare di un attraversamento ferroviario attraverso le Alpi, la linea del Gottardo non era né l’unica né l’opzione preferita. Per diverso tempo la direttrice che sembrava rispondere meglio agli interessi di Zurigo (in contesa con Basilea) e dei Cantoni orientali per raggiungere i porti del Mediterraneo era quella attraverso il Lucomagno. E anche il Ticino finì per convincersene (decisione del Gran Consiglio del 15 settembre 1853), nonostante che il 13 luglio avesse sostenuto la costituzione di un «comitato per promuovere la costruzione di una ferrovia attraverso il S. Gottardo».
Tra il Lucomagno e il San Gottardo decise l’Italia
Sull’opzione del Ticino per il Lucomagno influì l’intervento a favore di questa scelta della Camera di Commercio di Genova del 1° settembre 1853, che inviò subito «due suoi delegati all’uopo in Svizzera». Per la ripresa dell’opzione del Gottardo furono in seguito determinanti, come noto, l’ingegnere ticinese Pasquale Lucchini e l’italiano esule in Ticino Carlo Cattaneo, che dal 1859 si batterono con argomenti tecnici, economici e geopolitici per conquistare a favore della ferrovia del Gottardo giornalisti, banchieri e governanti.
Secondo il Cattaneo il passaggio sotto il Gottardo era la via più vantaggiosa per collegare il Mediterraneo, ossia Genova, con la Svizzera e la Germania, «quella gran via delle nazioni, prestabilita già dalla natura quando tracciò la gran valle del Reno e i due mari d’Italia sopra un medesimo asse continuo, la cui direzione, obliqua al meridiano, riunisce all’occidente e al settentrione il mezzodì e il più remoto oriente».
Com’è noto finì per prevalere la scelta del Gottardo, soprattutto dopo la decisione determinante del Regno d’Italia e della Germania e dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869. A distanza di quasi un secolo e mezzo, si riparla del Gottardo e della capacità tecnologica straordinaria dell’uomo, ma sembra scomparsa la grande visione del Cattaneo, che anticipava quel che è stato chiamato il «corridoio dei due mari», tra Rotterdam e Genova.
Eppure, credo che il significato del tunnel di base del Gottardo stia proprio in questa capacità di avvicinare il nord e il sud attraverso il Ticino. Già, attraverso il Ticino, che mai come finora riacquista la sua vocazione di ponte, di piattaforma di scambio tra due mondi, tra due culture, tra due economie diverse. Con AlpTransit, infatti, il Ticino supera una volta per tutte il micidiale ostacolo delle Alpi nei suoi collegamenti durante tutto l’anno col resto della Svizzera e l’avvicina fortemente alla Lombardia, in cui s’incunea profondamente, e al resto dell’Italia.
Sgradevole campagna «bala i ratt» contro i frontalieri
In questa visione appare oltremodo sgradevole la campagna condotta dall’Unione democratica di centro (UDC) ticinese contro i frontalieri. Proprio oggi in cui il Ticino può guardare più ottimisticamente a sud sembra addirittura allontanarsene, ancora una volta per paura del presunto invasore, il povero frontaliere incapace persino di negoziare un salario più elevato e di farsi le proprie ragioni.
E’ inutile che il capo di quel partito in Ticino tenti di giustificarsi affermando di non avercela affatto contro i frontalieri italiani. Mi fa venire in mente Schwarzenbach quando anch’egli, ad una precisa domanda, mi rispose che non ce l’aveva affatto contro gli italiani., ma contro certi padroni che approfittavano della manodopera italiana. E quando gli chiesi perché non se la prendeva con i padroni mi diede una risposta disarmante: perché solo colpendo i suoi dipendenti il padrone capisce. Non è da meno Pierre Rusconi quando anch’egli accusa gli imprenditori ticinesi che «dovrebbero mettersi la mano sulla coscienza perché non si può avere il swiss made come marchio di esportazione e poi invece del swiss made non gliene frega assolutamente niente e preferiscono guardare solo le proprie tasche». Perché, signor Rusconi, non se la prende direttamente con gli imprenditori e porta maggiore rispetto ai 45 mila frontalieri che, benché sottopagati, contribuiscono a fare andare avanti l’economia ticinese?
Per fortuna che in Ticino l’UDC non è molto rappresentativa e che i ticinesi non hanno perso la memoria di quando anch’essi erano migranti e spesso dovevano guadagnarsi da vivere lavorando nel milanese. In fondo la storia è una ruota che gira… sempre.
Giovanni Longu
Berna 3.11.2010
27 ottobre 2010
E’ fallito il modello di società multiculturale?
Questa domanda è stata riproposta all’opinione pubblica da molti media all’indomani di una presunta dichiarazione della Cancelliera tedesca Angela Merkel che, in occasione di un incontro politico con i sostenitori del suo governo, il 17 ottobre scorso, avrebbe affermato senza mezzi termini che il modello di una Germania multiculturale era «completamente fallito».
In realtà si tratta di una domanda ricorrente ormai da alcuni decenni ogniqualvolta si affrontano problemi scottanti di politica migratoria e alla quale non solo gli individui ma anche gli Stati cercano di rispondere… ognuno a modo proprio. In questo articolo non intendo risollevare la questione del multiculturalismo, che meriterebbe ben più ampio spazio, ma, preso un po’ per i capelli da un fedele lettore di questa rubrica che mi ha chiesto la mia opinione, desidero proporre alcune considerazioni al riguardo.
Anzitutto ritengo che ogni affermazione perentoria del tipo riportato sopra dai media vada collocata nel suo contesto. Sarebbe tuttavia troppo lungo ricordare anche solo per sommi capi l’attuale dibattito tedesco sulla politica migratoria della Germania e sulle difficoltà d’integrazione di molti immigrati. Basti perciò ricordare soltanto alcuni fatti e dati.
Il caso tedesco
Un primo fatto è che i partiti democristiani che sostengono la Merkel sembrano in calo di consensi e l’anno prossimo si svolgeranno in alcuni importanti Länder test elettorali che rischiano di far crollare le simpatie verso questi partiti a vantaggio sia del tradizionale partito antagonista socialdemocratico che di un nascente partito di destra che si caratterizza fra l’altro per certe idee anti-islamiche. Alcuni dati riportati dai media aiutano a completare il quadro: il 50% dei tedeschi sembra non gradire i musulmani (che rappresentano ormai il 5% della popolazione) e il 35% ritiene che la Germania sia «sommersa» da stranieri, per non parlare dei numerosi nostalgici di altri tempi (!). Sembra anche che vada a ruba un libro recente di un ex alto funzionario tedesco secondo cui la Germania va autodistruggendosi a causa della massiccia immigrazione musulmana. E sono in tanti a ritenere che nei confronti degli stranieri bisognerebbe essere più esigenti e più decisi e che, per dirla con la Merkel, «gli immigrati che vivono in Germania dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco».
L’intervento della Merkel va dunque visto anzitutto in questo contesto «politico» e «culturale» tedesco: per non farsi erodere simpatie a destra deve dire «cose di destra», senza tuttavia lasciarsi trascinare in una prospettiva antistorica e insostenibile come sarebbe ad esempio l’anti-islamismo. Inoltre, il fallimento di cui parlava la Merkel andrebbe contestualizzato nel discorso di ampio respiro che teneva a una platea del suo partito conservatore CDU e della sua ala bavarese CSU. Cito solo un passaggio chiarificatore: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità è fallito, fallito completamente».
Alla luce di queste espressioni, sembrerebbe che l’affermazione attribuita dai media alla Merkel non si riferisse tanto al multiculturalismo quanto piuttosto a un modello particolare di società multietnica e multiculturale. Resta comunque difficile, almeno per chi scrive, dare un significato preciso alle parole della Merkel, fortemente condizionate dal momento politico e sociale della Germania. Esse si prestano comunque a qualche considerazione, con particolare riferimento alla situazione svizzera.
Considerazioni generali
Seguendo i resoconti della stampa, la mia prima impressione è stata la sorpresa di leggere nel 2010 considerazioni e affermazioni che mi ricordavano tempi passati ormai da decenni. Come non ricordare ad esempio la celebre frase di Max Frisch della metà degli anni Sessanta: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini» o le ammissioni di molti politici dei decenni successivi che credevano di giustificare il mancato impegno per una politica d’integrazione affermando che l’immigrazione era ufficialmente (fin dagli anni Trenta) temporanea, a rotazione e non stabile.
E’ anche quantomeno sorprendente che in Germania l’«approccio multiculturale» sia stato visto – così sembrerebbe – come una sorta di pura «convivenza fianco a fianco», senza rapporti e senza scambi. Questo approccio, che ha prodotto i ghetti stranieri, in Svizzera è stato superato, almeno politicamente (meno nella realtà), non appena ci è resi conto che gli immigrati diventavano sempre più parte stabile della popolazione. Chi ha avuto occasione di occuparsi di questi problemi a partire dagli Anni Settanta del secolo scorso ricorda benissimo gli sforzi, dapprima prevalentemente intellettuali per elaborare un «concetto» di integrazione sostenibile e poi pratici, per cercare di abbattere gli steccati e i pregiudizi tra popolazione locale e stranieri, per stabilire contatti e favorire scambi, per agevolare l’integrazione degli stranieri attraverso le conoscenze linguistiche, la formazione professionale, la partecipazione sindacale, lo sport, l’associazionismo. In quegli anni si gettarono molti ponti su cui transitarono e continuano a transitare, in entrambi i sensi, soprattutto le nuove generazioni sia di stranieri che di svizzeri.
A prescindere dalle affermazioni della Cancelliera Merkel, però, non c’è dubbio che il problema generale da essa sollevato è reale e comune a molti Paesi, meno forse per la Svizzera. E’ anche vero che il termine «multiculturalismo» non è univoco, per cui è possibile che esso sia in certe accezioni «fallito», mentre in certe altre ancora sostenibile. Ma non c’è dubbio che il rapporto tra immigrazione e integrazione resta un problema aperto per tutte le società in cui la popolazione è «composita» e di origini linguistiche, culturali e religiose molto diverse.
La Merkel accennava nel suo intervento anche al problema delle religioni, a mio avviso non tanto per introdurre giudizi di valore o gerarchie, ma per sostenere un principio di tolleranza reciproca. Quando diceva che «l’Islam fa parte della Germania» intendeva affermare che della religione, di tutte le religioni, si deve portare rispetto, ma anche che «noi ci sentiamo legati ai valori cristiani e chi non lo accetta, non è nel suo posto qui».
Andando oltre le parole della Merkel, credo che nell’ottica di un’integrazione sostenibile il principio della semplice tolleranza sia insufficiente se non è accompagnato da un altro principio altrettanto fondamentale, quello della reciprocità, ossia il rispetto dell’altro (con un occhio di riguardo alle tradizioni e alle convinzioni della maggioranza) e lo scambio. Credo che non giovino allo sviluppo di alcuna società né le guerre di religione né gli scontri culturali. Penserà il tempo ad appianare le divergenze.
L’esempio della Svizzera
Da un punto di vista puramente demografico non c’è dubbio che molti Paesi dell’Europa occidentale, per limitarci a quest’area geografica, hanno popolazioni composite soprattutto dopo le grandi migrazioni del periodo postbellico, sono cioè plurietniche e pluriculturali. Sotto questo aspetto, dunque, non si può sostenere che «il multiculturalismo è fallito».
Inizialmente molti di questi Paesi hanno considerato gli immigrati «ospiti», ossia di passaggio e quindi non integrabili. E’ anche vero che molti stranieri non avevano alcuna intenzione di fermarsi a lungo e di integrarsi. Ma da quando i migranti sono divenuti stabili, nessun Paese ha ritenuto impossibile la convivenza di persone di origini diverse e ognuno si è adoperato per elaborare e realizzare una qualche politica migratoria e d’integrazione. A distanza di anni è possibile che qualche previsione non si sia realizzata e che una certa illusione di veder crescere armoniosamente popolazioni di cultura, lingua, religione, mentalità diverse sia completamente fallita.
Anche la Svizzera, per decenni, ha ritenuto che l’immigrazione fosse un fenomeno temporaneo e non ha fatto nulla per integrare gli stranieri che sempre più numerosi si stabilivano in questo Paese. Dagli inizi degli Anni Settanta del secolo scorso, però, la Svizzera ha cominciato a elaborare e perfezionare nel tempo una politica d’integrazione che ha già dato notevoli risultati, anche se non ha ancora raggiunto tutti i suoi obiettivi. Se non fosse così non si spiegherebbe il fatto che almeno un terzo della sua popolazione è straniera o ha origini straniere e i vari gruppi convivono pacificamente a livelli d’integrazione che tendono costantemente a migliorare.
Chi ricorda i tempi delle iniziative a raffica antistranieri oggi deve costatare, piacevolmente, che dal panorama politico svizzero sono scomparsi i movimenti xenofobi e che l’unico partito che ne ricalca in qualche misura le orme, l’Unione democratica di centro, è oggi un partito di governo, non chiede più di ricondurre la popolazione straniera a percentuali del 10% (come chiedeva Schwarzenbach nel 1970) o poco più elevate (come chiedevano i successivi movimenti e partiti xenofobi) e si accontenta, si fa per dire, di chiedere il divieto di costruire minareti e di espellere gli stranieri criminali.
Si dirà che la Svizzera non fa testo perché il multiculturalismo è nella sua essenza. Ed invece credo proprio che possa far testo perché anche in questo Paese il livello raggiunto, pur non essendo ancora ottimale, è notevole ed è frutto non del caso o di un pacifismo ad oltranza, ma di una volontà politica precisa. E lungi dall’essere un risultato acquisito per sempre, la pluralità linguistica e culturale rappresenta per la Svizzera una sfida costante. Lo ricordava qualche settimana fa il consigliere federale Didier Burkhalter intervenendo alla Festa della Convivenza, nei Grigioni: «Questa pluralità rappresenta una forza, ma anche una sfida (…) e consiste nel sottolineare fra tutte le differenze ciò che ci unisce e trovare l'unità nella diversità (…) La coesistenza pacifica di diverse lingue e culture è già un risultato notevole, ma nel nostro caso non possiamo ritenerci soddisfatti». E parlando proprio della politica d'integrazione, diceva ancora: «Negli ultimi anni è stato fatto molto in questo ambito, ma si deve fare ancora di più e la politica d'integrazione dev'essere sistematica affinché il semplice vivere gli uni accanto agli altri tra svizzeri e stranieri si trasformi sempre più in un vivere insieme gli uni con gli altri (e mai contro gli altri)».
A questo punto credo che sia facile concludere, rispondendo implicitamente alla domanda iniziale, che una società multiculturale è senz’altro possibile, purché tutte le sue componenti si riconoscano, si rispettino e collaborino nell’osservanza delle regole democratiche.
Giovanni Longu
Berna, 27.10.2010
In realtà si tratta di una domanda ricorrente ormai da alcuni decenni ogniqualvolta si affrontano problemi scottanti di politica migratoria e alla quale non solo gli individui ma anche gli Stati cercano di rispondere… ognuno a modo proprio. In questo articolo non intendo risollevare la questione del multiculturalismo, che meriterebbe ben più ampio spazio, ma, preso un po’ per i capelli da un fedele lettore di questa rubrica che mi ha chiesto la mia opinione, desidero proporre alcune considerazioni al riguardo.
Anzitutto ritengo che ogni affermazione perentoria del tipo riportato sopra dai media vada collocata nel suo contesto. Sarebbe tuttavia troppo lungo ricordare anche solo per sommi capi l’attuale dibattito tedesco sulla politica migratoria della Germania e sulle difficoltà d’integrazione di molti immigrati. Basti perciò ricordare soltanto alcuni fatti e dati.
Il caso tedesco
Un primo fatto è che i partiti democristiani che sostengono la Merkel sembrano in calo di consensi e l’anno prossimo si svolgeranno in alcuni importanti Länder test elettorali che rischiano di far crollare le simpatie verso questi partiti a vantaggio sia del tradizionale partito antagonista socialdemocratico che di un nascente partito di destra che si caratterizza fra l’altro per certe idee anti-islamiche. Alcuni dati riportati dai media aiutano a completare il quadro: il 50% dei tedeschi sembra non gradire i musulmani (che rappresentano ormai il 5% della popolazione) e il 35% ritiene che la Germania sia «sommersa» da stranieri, per non parlare dei numerosi nostalgici di altri tempi (!). Sembra anche che vada a ruba un libro recente di un ex alto funzionario tedesco secondo cui la Germania va autodistruggendosi a causa della massiccia immigrazione musulmana. E sono in tanti a ritenere che nei confronti degli stranieri bisognerebbe essere più esigenti e più decisi e che, per dirla con la Merkel, «gli immigrati che vivono in Germania dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco».
L’intervento della Merkel va dunque visto anzitutto in questo contesto «politico» e «culturale» tedesco: per non farsi erodere simpatie a destra deve dire «cose di destra», senza tuttavia lasciarsi trascinare in una prospettiva antistorica e insostenibile come sarebbe ad esempio l’anti-islamismo. Inoltre, il fallimento di cui parlava la Merkel andrebbe contestualizzato nel discorso di ampio respiro che teneva a una platea del suo partito conservatore CDU e della sua ala bavarese CSU. Cito solo un passaggio chiarificatore: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità è fallito, fallito completamente».
Alla luce di queste espressioni, sembrerebbe che l’affermazione attribuita dai media alla Merkel non si riferisse tanto al multiculturalismo quanto piuttosto a un modello particolare di società multietnica e multiculturale. Resta comunque difficile, almeno per chi scrive, dare un significato preciso alle parole della Merkel, fortemente condizionate dal momento politico e sociale della Germania. Esse si prestano comunque a qualche considerazione, con particolare riferimento alla situazione svizzera.
Considerazioni generali
Seguendo i resoconti della stampa, la mia prima impressione è stata la sorpresa di leggere nel 2010 considerazioni e affermazioni che mi ricordavano tempi passati ormai da decenni. Come non ricordare ad esempio la celebre frase di Max Frisch della metà degli anni Sessanta: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini» o le ammissioni di molti politici dei decenni successivi che credevano di giustificare il mancato impegno per una politica d’integrazione affermando che l’immigrazione era ufficialmente (fin dagli anni Trenta) temporanea, a rotazione e non stabile.
E’ anche quantomeno sorprendente che in Germania l’«approccio multiculturale» sia stato visto – così sembrerebbe – come una sorta di pura «convivenza fianco a fianco», senza rapporti e senza scambi. Questo approccio, che ha prodotto i ghetti stranieri, in Svizzera è stato superato, almeno politicamente (meno nella realtà), non appena ci è resi conto che gli immigrati diventavano sempre più parte stabile della popolazione. Chi ha avuto occasione di occuparsi di questi problemi a partire dagli Anni Settanta del secolo scorso ricorda benissimo gli sforzi, dapprima prevalentemente intellettuali per elaborare un «concetto» di integrazione sostenibile e poi pratici, per cercare di abbattere gli steccati e i pregiudizi tra popolazione locale e stranieri, per stabilire contatti e favorire scambi, per agevolare l’integrazione degli stranieri attraverso le conoscenze linguistiche, la formazione professionale, la partecipazione sindacale, lo sport, l’associazionismo. In quegli anni si gettarono molti ponti su cui transitarono e continuano a transitare, in entrambi i sensi, soprattutto le nuove generazioni sia di stranieri che di svizzeri.
A prescindere dalle affermazioni della Cancelliera Merkel, però, non c’è dubbio che il problema generale da essa sollevato è reale e comune a molti Paesi, meno forse per la Svizzera. E’ anche vero che il termine «multiculturalismo» non è univoco, per cui è possibile che esso sia in certe accezioni «fallito», mentre in certe altre ancora sostenibile. Ma non c’è dubbio che il rapporto tra immigrazione e integrazione resta un problema aperto per tutte le società in cui la popolazione è «composita» e di origini linguistiche, culturali e religiose molto diverse.
La Merkel accennava nel suo intervento anche al problema delle religioni, a mio avviso non tanto per introdurre giudizi di valore o gerarchie, ma per sostenere un principio di tolleranza reciproca. Quando diceva che «l’Islam fa parte della Germania» intendeva affermare che della religione, di tutte le religioni, si deve portare rispetto, ma anche che «noi ci sentiamo legati ai valori cristiani e chi non lo accetta, non è nel suo posto qui».
Andando oltre le parole della Merkel, credo che nell’ottica di un’integrazione sostenibile il principio della semplice tolleranza sia insufficiente se non è accompagnato da un altro principio altrettanto fondamentale, quello della reciprocità, ossia il rispetto dell’altro (con un occhio di riguardo alle tradizioni e alle convinzioni della maggioranza) e lo scambio. Credo che non giovino allo sviluppo di alcuna società né le guerre di religione né gli scontri culturali. Penserà il tempo ad appianare le divergenze.
L’esempio della Svizzera
Da un punto di vista puramente demografico non c’è dubbio che molti Paesi dell’Europa occidentale, per limitarci a quest’area geografica, hanno popolazioni composite soprattutto dopo le grandi migrazioni del periodo postbellico, sono cioè plurietniche e pluriculturali. Sotto questo aspetto, dunque, non si può sostenere che «il multiculturalismo è fallito».
Inizialmente molti di questi Paesi hanno considerato gli immigrati «ospiti», ossia di passaggio e quindi non integrabili. E’ anche vero che molti stranieri non avevano alcuna intenzione di fermarsi a lungo e di integrarsi. Ma da quando i migranti sono divenuti stabili, nessun Paese ha ritenuto impossibile la convivenza di persone di origini diverse e ognuno si è adoperato per elaborare e realizzare una qualche politica migratoria e d’integrazione. A distanza di anni è possibile che qualche previsione non si sia realizzata e che una certa illusione di veder crescere armoniosamente popolazioni di cultura, lingua, religione, mentalità diverse sia completamente fallita.
Anche la Svizzera, per decenni, ha ritenuto che l’immigrazione fosse un fenomeno temporaneo e non ha fatto nulla per integrare gli stranieri che sempre più numerosi si stabilivano in questo Paese. Dagli inizi degli Anni Settanta del secolo scorso, però, la Svizzera ha cominciato a elaborare e perfezionare nel tempo una politica d’integrazione che ha già dato notevoli risultati, anche se non ha ancora raggiunto tutti i suoi obiettivi. Se non fosse così non si spiegherebbe il fatto che almeno un terzo della sua popolazione è straniera o ha origini straniere e i vari gruppi convivono pacificamente a livelli d’integrazione che tendono costantemente a migliorare.
Chi ricorda i tempi delle iniziative a raffica antistranieri oggi deve costatare, piacevolmente, che dal panorama politico svizzero sono scomparsi i movimenti xenofobi e che l’unico partito che ne ricalca in qualche misura le orme, l’Unione democratica di centro, è oggi un partito di governo, non chiede più di ricondurre la popolazione straniera a percentuali del 10% (come chiedeva Schwarzenbach nel 1970) o poco più elevate (come chiedevano i successivi movimenti e partiti xenofobi) e si accontenta, si fa per dire, di chiedere il divieto di costruire minareti e di espellere gli stranieri criminali.
Si dirà che la Svizzera non fa testo perché il multiculturalismo è nella sua essenza. Ed invece credo proprio che possa far testo perché anche in questo Paese il livello raggiunto, pur non essendo ancora ottimale, è notevole ed è frutto non del caso o di un pacifismo ad oltranza, ma di una volontà politica precisa. E lungi dall’essere un risultato acquisito per sempre, la pluralità linguistica e culturale rappresenta per la Svizzera una sfida costante. Lo ricordava qualche settimana fa il consigliere federale Didier Burkhalter intervenendo alla Festa della Convivenza, nei Grigioni: «Questa pluralità rappresenta una forza, ma anche una sfida (…) e consiste nel sottolineare fra tutte le differenze ciò che ci unisce e trovare l'unità nella diversità (…) La coesistenza pacifica di diverse lingue e culture è già un risultato notevole, ma nel nostro caso non possiamo ritenerci soddisfatti». E parlando proprio della politica d'integrazione, diceva ancora: «Negli ultimi anni è stato fatto molto in questo ambito, ma si deve fare ancora di più e la politica d'integrazione dev'essere sistematica affinché il semplice vivere gli uni accanto agli altri tra svizzeri e stranieri si trasformi sempre più in un vivere insieme gli uni con gli altri (e mai contro gli altri)».
A questo punto credo che sia facile concludere, rispondendo implicitamente alla domanda iniziale, che una società multiculturale è senz’altro possibile, purché tutte le sue componenti si riconoscano, si rispettino e collaborino nell’osservanza delle regole democratiche.
Giovanni Longu
Berna, 27.10.2010
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