09 giugno 2009

A quando un cambiamento della politica italiana?

Mentre scrivo sono noti solo i dati definitivi delle elezioni europee, ma non quelli delle amministrative italiane. A prescindere dai risultati credo che si possa sostenere che la campagna elettorale è stata – per quanto è possibile giudicare da chi osserva sommariamente le cose italiane dall’estero – di pessima qualità. Mi auguro che il popolo italiano provi un senso di ribellione alla maniera con cui è stato trattato.
E’ stato ricordato qualche settimana fa quanto aspra sia stata la contrapposizione tra monarchici e repubblicani per il referendum del 2 giugno 1946 e sono state evocate altre importanti votazioni, da cui sembrava dipendere il futuro dell’Italia. Ebbene, in tutte queste contese a dominare era sempre la passione politica per un ideale di buon governo, benché inteso in maniera diversa dai vari contendenti.
Questa campagna elettorale è stata invece combattuta all’insegna dell’antipolitica. La passione dei combattenti era solo viscerale e personale più simile a una voglia distruttrice (degli avversari) che al desiderio di mettere in campo soluzioni efficaci alle varie crisi che stanno mortificando l’Europa e l’Italia. E’ stata una campagna elettorale frustrante e disorientante.
Frustrante perché gli elettori si aspettavano indicazioni su un progetto politico per l’Europa dei prossimi anni e indicazioni su un progetto di amministrazione orientata alla soluzione dei problemi reali a livello comunale e provinciale. Invece è stata per gli uni (maggioranza governativa) una sorta di autocelebrazione e per gli altri (opposizioni) un vano tentativo a tutto campo di sgretolare il vasto sostegno popolare di cui godeva il principale avversario dopo le prove di efficienza dimostrate con la rimozione forzata della spazzatura in Campania, la gestione dell’emergenza terremoto in Abruzzo, il deciso contrasto alla malavita organizzata, il respingimento dei clandestini.
La campagna elettorale è stata anche fuorviante perché invece di focalizzarsi sui temi veri della politica, soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale, si è incentrata sul pettegolezzo, su presunte storie di amori proibiti, di amanti, di festini disinvolti e persino su presunte corruzioni, detrazione di fondi pubblici, macchinazioni sovversive ecc.
Invece di dire agli italiani quale progetto di Europa dovrebbero contribuire a realizzare gli eletti, i big della politica non hanno fatto altro che attaccarsi come iene affamate, dando l’impressione, in sostanza, di credere ben poco in un’Europa in grado di dare regole comuni ai cittadini europei e impartire direttive precise per combattere la crisi, affrontare nella stessa maniera il problema degli immigrati, stabilire politiche comuni in campo energetico, militare, culturale, assistenziale, ecc.
Se la partecipazione al voto è stata così bassa (non solo in Italia) non dev’essere addebitata tanto al popolo italiano disinteressato alle questioni europee, ma alla meschinità dei politici italiani che hanno consumato le loro energie a denigrarsi a vicenda e rivendicare solo per sé il «voto utile». Ma quelli che hanno votato, stando ai risultati delle elezioni europee, hanno dato un chiaro segnale soprattutto ai partiti maggiori, privandoli di quel consenso a cui aspiravano. Il loro modo di fare politica deve considerarsi insoddisfacente.
I pochi accenni alla crisi imperante in Italia (come altrove) sono stati assolutamente contradditori: per gli uni c’è e si vede con chiusure di aziende, disoccupati in aumento, precari abbandonati a sé stessi, gente che muore di fame, milioni di italiani che stentano ad arrivare alla fine del mese; per gli altri, invece, la crisi c’è, ma il peggio è passato, per i disoccupati ci sono gli ammortizzatori sociali, nessun precario è lasciato solo, nessuno muore di fame e tutti possono arrivare alla fine del mese grazie agli aiuti sociali. A chi credere? Probabilmente a nessuno.
La campagna elettorale ha pure dimostrato che in Italia c’è, oltre a una grave crisi occupazione e sociale, anche una grave crisi di credibilità nelle istituzioni e soprattutto nella «casta» dei politici. Lo ha dimostrato proprio nell’affrontare la crisi, anzi nel non affrontarla con interventi e strumenti adeguati. Non che in altri Paesi sia stata affrontata meglio e risolta: gli Stati Uniti, da dove si è propagata al mondo interno, sono ancora in mezzo al guado; i Paesi europei, Svizzera compresa, non stanno certo meglio dell’Italia e anch’essi si dibattono contro una disoccupazione in aumento, la produzione in calo, la diminuzione delle esportazioni, il costo della vita che aumenta.
L’Italia, tuttavia, avrebbe potuto far meglio se solo avesse voluto attingere all’enorme risparmio privato, una montagna di denaro affidato alle banche e che avrebbe potuto essere immesso nell’economia per evitare il rallentamento della produzione, incentivare i consumi, mantenere a livelli accettabili la disoccupazione. L’Italia avrebbe fatto certamente meglio se le principali forze politiche di centrodestra e di centrosinistra si fossero coalizzate, anche solo temporaneamente, per individuare e adottare le soluzioni più idonee non solo per uscire dalla crisi, ma per trasformarla in una grande opportunità.
I politici italiani hanno invece preferito logorarsi a vicenda. Per questo sono colpevoli, perché avrebbero potuto stimolare la produzione e i consumi, avrebbero potuto avviare le grandi opere, avrebbero potuto mantenere alta l’occupazione, magari lavorando meno, e tutelare meglio chi perde il lavoro, avrebbero potuto prelevare un supplemento d’imposta, magari per una durata limitata, dagli alti redditi per favorire quelli più bassi.
Il fatto che in Italia, a livello politico, si stia combattendo una guerra di logoramento continuo dovrebbe far aprire gli occhi a quanti ancora si ostinano a non vedere che occorre davvero metter mano a importanti riforme costituzionali, lasciando intatto l’equilibrio dei poteri, ma ammodernando decisamente la struttura dello Stato, a cominciare dal Parlamento e dal Governo, e precisando meglio i ruoli della maggioranza e dell’opposizione.
A lungo andare, se il cambiamento non interverrà già in questa legislatura, ne risentiranno non solo la politica, ma anche l’economia, la qualità della vita degli italiani, il prestigio dell’Italia nel mondo. Per dare una spintarella è auspicabile un’ampia presa di coscienza da parte degli italiani, compresi quelli che stanno all’estero, superando almeno al riguardo, quell’eccesso di partigianeria legata a ideologie tramontate.
Giovanni Longu
Berna, 8.6.2009

08 giugno 2009

Se Berlusconi piange, Franceschini non ride!

Comunque si vogliano leggere i risultati delle elezioni europee in Italia, non c’è dubbio che si tratta di un cartellino giallo dato dagli elettori ai due principali antagonisti, Berlusconi e Franceschini. Se il primo piange, perché rimane lontano dagli obiettivi che si era posto, il secondo non ride perché è solo riuscito a evitare il crollo del suo partito.
Per far capire meglio la volontà popolare ai due partiti maggiori, che restano comunque gli unici veri candidati a determinare la politica italiana ancora per molti anni, gli elettori hanno dato un significativo premio ai partiti minori dei due schieramenti. Della Lega Nord, con oltre il 10% di consensi, sono stati premiati soprattutto l’attaccamento al territorio e la vicinanza ai problemi della gente; dell’Italia dei Valori è stata premiata, a mio parere, non tanto l’aggressività nei confronti del leader del Popolo della Libertà e della maggioranza, quanto piuttosto il forte richiamo ai «valori» morali e civici che dovrebbero caratterizzare anche la politica; dell’Unione democratica di centro, infine, è stato premiato l’equilibrio tra i due principali schieramenti e la moderazione dei toni nel dibattito politico, anche se la pochezza dei consensi non la legittimano a proporsi come terza forza.
In questa analisi parto dal presupposto che gli italiani diano per scontato che i principali attori politici alternativi devono essere due, con uno o due comprimari in ciascuno schieramento. I voti dati agli attuali comprimari in occasione di queste elezioni denotano a mio parere non un ripensamento del bipolarismo e bipartitismo, quanto la sottolineatura delle vistose lacune che caratterizzano i maggiori partiti. I cittadini italiani vogliono una politica più vicina ai problemi reali e meno legata all’ideologia, più concentrata sulle soluzioni efficaci che sulle grandi analisi, più collaborativa e meno litigiosa.
Non c’è dubbio che molti cittadini vorrebbero anche una maggiore attenzione dei partiti e dei politici ai valori morali, non tanto a quelli che concernono la sfera privata di ciascuno, quanto quelli che dovrebbero caratterizzare la vita pubblica, cominciando dai massimi livelli istituzionali. Nella politica non ci dovrebbe essere alcuno spazio per la corruzione, il clientelismo, i favoritismi, le raccomandazioni, le conversioni repentine vistosamente interessate, l’illegalità.
Ad essere brutali si potrebbe concludere che per raggiungere tali obiettivi bisognerebbe spazzar via un’intera classe politica o quanto meno decapitare la «casta». Ma oggi come oggi si correrebbe il rischio di veder presto risorgere dalle proprie ceneri non una nuova classe politica rigenerata, ma una classe politica trasformata solo superficialmente. Una vera rigenerazione comporta inesorabilmente nuove regole e dubito che l'attuale Parlamento sia intenzionato a volerle.
Volendo essere realisti ci si potrebbe accontentare di una presa di coscienza dei principali leader politici a lasciar fuori dal dibattito politico tutto ciò che è strettamente personale e cercare la massima convergenza possibile per dare immediatamente soluzione ai numerosi problemi economici e sociali posti dalla crisi e avviare le riforme istituzionali. Per queste ultime occorrerà più tempo, anche perché il popolo sovrano dovrà approvarle. Ma bisogna almeno impostarle, avviando anche nell’opinione pubblica un ampio dibattito.
Se l’intera classe politica dimostrerà nel breve e medio termine di non aver imparato nulla dalla lezione delle europee, sarebbe bene che il popolo italiano s’incaricasse di trovare soluzioni radicali alla prossima tornata elettorale.
Giovanni Longu
Berna 7.6.2009

02 giugno 2009

2 giugno, festa degli italiani?

Gli italiani festeggiano il 2 giugno la nascita della Repubblica. Quel che non è stato ancora possibile per la Resistenza è divenuto da decenni per la Festa della Repubblica una celebrazione corale, almeno apparentemente. Tutti gli italiani indistintamente si riconoscono ormai figli della Repubblica. Eppure le divisioni sui grandi problemi del Paese permangono.
Quel 2 giugno 1946, in cui la maggioranza degli italiani decise le sorti della monarchia e l’avvento della repubblica, non fu un giorno tranquillo. Un’accesa campagna referendaria aveva diviso il popolo italiano chiamato a una scelta difficile. Anche nei giorni successivi, l’attesa del risultato fu drammatica, come registrano le cronache, sia per l’incertezza del voto, sia per le accuse di brogli, e sia per la paura che il destino della forma di governo dell’Italia potesse decidersi con le armi e persino con l’intervento di qualche potenza straniera.
Solo il 10 giugno 1946 la Corte di Cassazione riuscì a proclamare i risultati del referendum, ma furono contestati. Si dovette attendere fino al 18 giugno per averne la conferma definitiva (12.718.641 voti per la repubblica e 10.718.502 per la monarchia) e proclamare ufficialmente la Repubblica. L’Italia si scoprì divisa quasi a metà tra nord e sud, non solo fisicamente ed economicamente: se al nord aveva nettamente prevalso la repubblica, al sud la preferenza dei votanti era andata a favore della monarchia.
Il 2 giugno 1946, oltre al referendum istituzionale tra monarchia e repubblica, si svolsero anche le elezioni dei 556 deputati dell'Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione. In attesa che terminassero i lavori, si tentò, fino al maggio 1947, una riconciliazione tra tutte le forze politiche costituendo governi di unità nazionale, ma fu solo una tregua nella tradizionale lotta politica italiana.
Il 22 dicembre 1947 venne approvata la nuova Costituzione con 453 voti a favore e 62 contrari. Il 27 dicembre venne promulgata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Sembrava che la nuova Costituzione, una delle più belle del mondo, né troppo rigida né troppo flessibile, potesse aggregare i sentimenti di tutti gli italiani e garantire il funzionamento dello Stato in maniera equilibrata ed efficiente. Ma già le elezioni del 1948 misero in evidenza le divisioni politiche del popolo italiano.
Per favorire il sentimento di identità e unità nazionale, nel 1949 la giornata del 2 giugno fu dichiarata festa nazionale. Per circa un trentennio svolse questa funzione, ma dal 1977 le celebrazioni vennero spostate alla prima domenica di giugno. Inutile dire che la Festa perse d’interesse popolare, finché nel 2001, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il Parlamento decisero di ripristinare il 2 giugno come festa nazionale.
Oggi, il ricordo delle divisioni di 63 anni fa è affidato essenzialmente ai libri di storia, ma non si può dire che il popolo italiano si ritrovi finalmente unito a celebrare con spirito unitario la Repubblica come una sorta di casa comune in cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 comma 1 della Costituzione). Non tutti, purtroppo, possono dare alla Repubblica un voto sufficiente nello svolgimento di uno dei suoi compiti essenziali: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, comma 2).
Divisioni e delusioni
A dividere e a deludere gli italiani, oggi, non è però la Repubblica, ma i suoi organismi, che continuano a rivelarsi incapaci di rinnovarsi e di rispondere pienamente alle esigenze di una modernità che sembra irraggiungibile.
Forse uno degli impedimenti è legato proprio alla Costituzione italiana, concepita in maniera quasi perfetta per i tempi in cui è stata elaborata e per questo ritenuta quasi immodificabile. A giudizio di molti, il perfetto equilibrio tra i poteri dello Stato voluto dai Costituenti andrebbe ripensato alla luce di nuove esigenze.
Non si tratta certamente di riscrivere l’intera Costituzione, ma è sotto gli occhi di tutti che i principali organi dello Stato, a cominciare dal Parlamento, danno segni di inefficienza. Che tra Governo, Parlamento e Magistratura ci possa e persino ci debba essere una certa dialettica è vitale per una democrazia, ma in uno Stato di diritto la collaborazione dovrebbe essere la regola. Invece sembrano predominare le contestazioni, le interferenze, la confusione dei ruoli, l’ingovernabilità. Basta pensare alle polemiche in gran parte strumentali di queste settimane tra maggioranza e opposizione. La complessa macchina dello Stato ne risulta fortemente indebolita e inefficiente. Anche per questo la riforma dell’architettura dello Stato è ineludibile.
Se è vero che «la sovranità appartiene al popolo» (art. 1 comma 2), non dev’essere ritenuto scandaloso rivolgersi al popolo anche in materia elettorale o di composizione del Parlamento, o del ruolo del Capo del Governo o del Presidente della Repubblica o della Magistratura. Anzi, il ricorso al popolo potrebbe sbloccare la situazione di stallo che si è venuta a creare con la riduzione della politica a due soli schieramenti, una situazione non prevista dai Costituenti.
In ogni caso è auspicabile che i politici italiani, piuttosto che specializzarsi nella contrapposizione e nello scontro, si rendano conto che per loro vale l’obbligo di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49). Con metodo democratico, non con armi improprie tipo calunnie, maldicenze, accuse provocatorie e simili. Spesso si dimentica che il metodo democratico presuppone il rispetto delle istituzioni e delle persone, anche se avversarie.
Giovanni Longu
Berna 2.6.2009

01 giugno 2009

1° giugno, festa del beato Scalabrini «Padre dei migranti»

Il 1° giugno i missionari Scalabriniani ricordano ogni anno il loro fondatore, il Beato Giovanni Battista Scalabrini, «Padre dei migranti», morto a Piacenza il 1° giugno 1905. Se viene ricordato anche qui è per rendere omaggio a una figura carismatica che ha contribuito molto, col suo impegno personale e attraverso la sua Congregazione, a dare dignità agli emigranti italiani dalla seconda metà dell’Ottocento in poi.
Nelle ricostruzioni storiche dell’emigrazione italiana, si mette giustamente in rilievo il contributo dato all’elevazione sociale ed economica delle collettività italiane emigrate dalle società di mutuo soccorso, da alcuni movimenti politici e sindacali, dall’associazionismo. Spesso tuttavia si dimentica di sottolineare il fondamentale contributo dei missionari, che hanno accompagnato i grandi flussi migratori nelle Americhe e in Europa.
Figure come quelle di monsignor Geremia Bonomelli (fondatore dell’Opera di assistenza per gli italiani emigrati in Europa), del beato Giovanni Battista Scalabrini (fondatore della Congregazione dei Missionari di San Carlo Borromeo, conosciuti come Scalabriniani) o di santa Francesca Saverio Cabrini (fondatrice dell’Istituto delle Missionarie del Sacratissimo Cuore di Gesù) meriterebbero maggiore attenzione. E’ vero, essi si occupavano principalmente della cura delle anime, ma sono stati per decenni anche in prima linea nella lotta contro il sottosviluppo, l’analfabetismo, l’emarginazione, l’umiliazione, la povertà degli emigrati.
Del beato Scalabrini vorrei ricordare qui non tanto il suo contributo indiretto nel campo dell’assistenza - attraverso la sua Congregazione, attiva per altro ancor oggi in molte Missioni, anche in Svizzera - quanto il suo contributo diretto per conferire al problema dell’emigrazione italiana un carattere politico e nazionale.
Prima però vorrei ricordare che la realtà migratoria a cui si riferiva il vescovo Scalabrini era ben peggiore di quella che nemmeno i più anziani immigrati in Svizzera hanno conosciuto. Per questa ragione avrebbe voluto porre un freno al flusso migratorio, benché ritenesse l’emigrazione un diritto. In uno scritto del 1887 osservava: «Le cause che determinano l’emigrazione e la fanno aumentare di anno in anno, altre sono di ordine morale, altre di ordine economico, generali e particolari, e riflettono il benessere fisico e quella smania tormentosa di subiti guadagni, che ha invasa la fibra italiana dalle classi più alte a quella che sta al piede della scala sociale, formata dalla immensa turba dei diseredati».
Per questo denunciava lo Stato di non fare abbastanza per trattenere in patria i migranti ed estirpare alla radice le cause generali dell’emigrazione, che erano secondo lui soprattutto: «le mutate condizioni dei tempi e del vivere civile, i bisogni aumentati non in rapporto alle ricchezze, il desiderio naturale di migliorare la propria posizione, la crisi agraria che pesa da anni sui nostri agricoltori come una cappa di piombo, il carico veramente enorme dei pubblici balzelli, che gravita sull’agricoltura e sulle piccole industrie e le schiaccia; a tutto questo si aggiunga il fuoco che le tre male faville [superbia, invidia ed avarizia], di cui parla Dante, hanno acceso nei cuori, e avremo appunto le cause della emigrazione…».
Rientrava nella strategia del vescovo di Piacenza anche il miglioramento della normativa sull’emigrazione. E quando nel 1887, sotto il primo governo Crispi, si pose mano a una legge organica per regolare l’intera materia, monsignor Scalabrini intervenne per denunciare l’effetto nocivo della figura dell’«agente di emigrazione» prevista nel disegno di legge. Egli riteneva infatti che gli intermediari, ritenuti veri e propri «lenocinî degli impresari di braccia umane»,«sensali di carne umana», interessati più al profitto personale e dei mandanti che dei poveri emigranti, fossero una causa ulteriore e legalizzata dell’emigrazione.
Per essere facilmente compreso, Scalabrini faceva un esempio. «Un agente ha incarico da una Società di imprenditori o da un governo di arruolare 2, 3, 4, 10 mila operai o contadini. L’agente compie la sua operazione e li spedisce nei modi e colle garanzie volute dalla legge. Ora, il Governo sa che il paese ove sono diretti quegli infelici è, per condizioni climatiche o per altra ragione qualunque, inabitabile; sa che quei poveri pionieri non sono condotti a far fortuna ma a quasi sicura morte. Eppure il Governo, dato che il nuovo disegno abbia sanzione di legge, non potrebbe né punire, né impedire tanta catastrofe. E si noti che l’agente può, nella miglior buona fede, mandare alla rovina tanta gente, non essendo egli obbligato ad avere cognizioni su questo punto, come vi sono obbligati p. es. gli agenti Svizzeri».
Consapevole di non poter impedire l’emigrazione, l’intenzione esplicita di monsignor Scalabrini era quella «di sorreggerla, di illuminarla, di dirigerla coll’opera e col consiglio». Uomo di chiesa, vescovo e pastore di anime, egli era preoccupato soprattutto di salvare la loro fede, spesso messa a dura prova in ambienti talvolta dichiaratamente ostili.
Passando dalla storia alla cronaca, soprattutto italiana, mi viene da osservare che i problemi migratori, lungi dall’essere scomparsi dal nostro mondo, sono sempre attuali e talvolta ancora in forma drammatica. Basti pensare alla situazione che ruota attorno ai cosiddetti «respingimenti» sia prima che dopo.
Quale sarebbe oggi l’atteggiamento di Giovanni Battista Scalabrini? Probabilmente lo stesso assunto oltre un secolo fa, soprattutto nel richiamare la responsabilità dei governi e delle organizzazioni internazionali a eliminare nei Paesi di provenienza le ragioni dell’emigrazione forzata, a regolarne i flussi, a condannare quelle losche figure d’intermediari che non esitano ad abbandonare in mare barconi strapieni di esseri umani. Ma soprattutto, sarebbe stato dalla parte dei migranti, in un autentico spirito evangelico di accoglienza, rispetto e solidarietà.
Giovanni Longu
1° giugno 2009

25 maggio 2009

Collettività italiana componente stabile della società multiculturale svizzera

Quando agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, in seguito alle difficoltà dell’economia svizzera e alla crescente ostilità verso gli stranieri (istigata da potenti movimenti xenofobi, guidati all’epoca da J. Schwarzenbach), i rientri in patria degli immigrati italiani cominciarono a superare gli arrivi, si disse che ormai il flusso migratorio dall’Italia verso la Svizzera si sarebbe presto esaurito.
Le statistiche parlavano chiaro. Se nel 1961 il saldo migratorio italiano in Svizzera (differenza tra arrivi e partenze) era di +45.414 persone, dieci anni più tardi, nel 1971 era sceso a +8218, ma già l’anno precedente era diventato negativo (-1438), per proseguire col segno meno per tutti gli anni Settanta. In cifre assolute la popolazione italiana era scesa da 583.855 (1970) a 418'989 persone. Anche conteggiando i doppi cittadini, era evidente che la collettività italiana andava diminuendo a vista d’occhio, anche perché veniva meno il tradizionale approvvigionamento dall’Italia.
Questa tendenza indusse pian piano la collettività italiana a modificare radicalmente la tradizionale prospettiva di lavorare qualche anno in questo Paese e rientrare con l’intera famiglia al più tardi non appena raggiunta l’età della pensione.
Ad agevolare questo cambio di orientamento erano intervenuti soprattutto due elementi: l’avvio da parte della Confederazione di una nuova politica migratoria orientata all’integrazione degli stranieri e la crescente facilitazione della naturalizzazione soprattutto per le giovani generazioni.
La politica d’integrazione
La politica d’integrazione si era resa necessaria perché ci si rese conto che gli stranieri, soprattutto gli italiani, restavano sempre più a lungo in Svizzera. Questa loro permanenza a tempo indeterminato rendeva acuto il problema della scolarizzazione dei figli dei migranti. Con fermezza le autorità svizzere pretesero l’inserimento dei bambini stranieri nella scuola svizzera e la chiusura una dopo l’altra delle numerose scuole italiane, tranne poche eccezioni che sopravvivono ancora oggi grazie ad alcune caratteristiche particolari.
Le conseguenze positive non tardarono ad arrivare quando inevitabilmente, al termine della scolarità obbligatoria, si aprirono praticamente tutte le porte dell’apprendistato anche agli stranieri. Se oggi non c’è praticamente alcun ramo economico in cui non si trovano figli di emigrati italiani collocati a tutti i livelli gerarchici è grazie a quel processo d’integrazione avviato negli anni Settanta.
Nella convinzione che ormai l’immigrazione dall’Italia era finita ed era sempre più una chimera il rientro definitivo in patria, molti italiani, giovani in particolare e interi nuclei familiari, optarono per la naturalizzazione svizzera.
Da sempre restii a intraprendere questa decisione fino agli anni Sessanta, dagli anni Settanta in poi la naturalizzazione divenne per molti italiani una conseguenza «naturale» sia per i presupposti linguistici e culturali che per le conseguenze, soprattutto dopo che dal 1992 fu resa possibile la doppia cittadinanza. Divennero cittadini svizzeri oltre 33 mila italiani negli anni Settanta, più di 28 mila negli anni Ottanta e quasi 40 mila negli anni Novanta. In questo decennio si sono già naturalizzate oltre 46 mila persone col passaporto italiano.
La prospettiva del progressivo esaurimento del flusso migratorio dall’Italia venne ampiamente confermata, come pure la costante diminuzione della collettività col solo passaporto italiano. Rispetto al 1970 gli italiani in possesso della sola cittadinanza italiana si sono ridotti della metà (290.020 persone nel 2008).
In realtà, la collettività italiana è rimasta numericamente molto stabile, tanto è vero che, stando alle statistiche del Ministero degli affari esteri italiano, gli italiani presenti nella Confederazione (compresi i doppi cittadini) superano abbondantemente il mezzo milione. Eppure le differenze qualitative tra la collettività degli anni Settanta e quella odierna sono enormi. Non tenerne conto significherebbe non aver capito nulla del lungo processo d’integrazione che ha reso la componente italiana una delle più importanti della moderna società elvetica.
I matrimoni misti
Un indicatore significativo della riuscita integrazione della collettività italiana è quello dei matrimoni misti. Questo fenomeno va visto sia come risultato delle mutate condizioni ambientali, da alcuni decenni più favorevoli agli immigrati in generale e agli italiani in particolare, e sia come causa di un ulteriore slancio verso l’integrazione. Per capirne la portata, si potrebbe dire, senza pretesa di darne una dimostrazione scientifica, che quel che non accadde alla collettività italiana in Svizzera in oltre cent’anni della sua storia (se questa la si fa iniziare ufficialmente dal primo trattato bilaterale in materia del 1868), le riuscì in pochi decenni, grazie anche ai matrimoni misti.
Tradizionalmente gli italiani non volevano «mescolarsi» con gli svizzeri, per cui erano rari i matrimoni misti, soprattutto quando si frapponevano difficoltà di ordine religioso e l’obbligo della rinuncia ad una nazionalità per prenderne un’altra. Di fatto, fino agli anni Sessanta e parte degli anni Settanta, gli italiani si sentivano ed erano in gran parte estranei alla vita sociale svizzera. Nel frattempo, occorre ricordare, gli italiani si erano talmente abituati a vivere per conto proprio che avevano i loro ritrovi, i loro giornali, le loro feste, le loro scuole, i loro piatti preferiti, le loro associazioni, le loro «famiglie regionali», i loro negozi, i loro ristoranti e via discorrendo.
Col riorientamento dell’atteggiamento sia svizzero che italiano in materia d’integrazione avvenuto negli anni Settanta, a dare un forte impulso al cambiamento intervennero anche i sempre più numerosi matrimoni misti. Fino ad allora la maggioranza dei matrimoni degli italiani avveniva tra connazionali secondo la tradizione «moglie e buoi dei paesi tuoi». Ma già dal 1970 la tendenza s’invertì e i matrimoni misti superarono quelli tra connazionali (51,3% contro il 48,7%). Nel 1980 la tendenza si confermò con proporzioni rispettivamente del 66,5% e 33,5%.
Gli anni Novanta rappresentarono gli anni più intensi del processo integrativo degli italiani. La vecchia immigrazione stava per concludere il suo corso. La nuova è meglio qualificata (il 30 per cento degli italiani immigrati dopo il 1995 ha una formazione di grado universitario), l’integrazione dei giovani di seconda generazione nel mondo della formazione e del lavoro è quasi completa. I matrimoni misti sono ormai decisamente in aumento rispetto a quelli tra connazionali: se nel 1990 le percentuali erano ancora rispettivamente del 67,2% e 32,8%, nel 2000 erano ormai dell’ordine del 76% e 24%. La tendenza si conferma in questo decennio, con la punta dell’83% e del 17% nel 2007.
Per capire l’importanza dei matrimoni misti nel processo integrativo della collettività italiana in Svizzera non va dimenticato che i dati si riferiscono agli italiani con la sola cittadinanza italiana. Alla statistica sfuggono infatti i doppi cittadini. Considerando anche questi, il fenomeno dei matrimoni misti diventerebbe ben più rilevante non solo nell’ottica dell’integrazione della collettività italiana, ma anche nel panorama della multiculturalità svizzera. Esso sta ad indicare che ormai nella società svizzera odierna l’elemento etnico italiano in quanto tale è pressoché irrilevante.
Anche i dati di questi ultimi anni vanno letti in questa ottica. Sebbene continui, ad esempio, la tradizionale preferenza delle donne svizzere a sposare cittadini italiani, l’elemento «nazionale» è un aspetto molto secondario. Ed è altrettanto poco significativo il fatto che le donne italiane, fino al 2000 detentrici della seconda posizione dopo le tedesche nelle preferenze degli svizzeri, dal 2001 hanno ceduto il posto a brasiliane e tailandesi. In realtà, le donne italiane figurerebbero ancora al secondo posto se si considerassero anche le giovani italiane con la doppia nazionalità, che tradizionalmente sono state sempre più numerose dei giovani italiani a richiedere la cittadinanza svizzera.
In conclusione
I dati fin qui citati si commentano da sé e non lasciano dubbi sulla reale integrazione della collettività italiana, anche soltanto quella con la sola cittadinanza italiana.
Un approfondimento di questo fenomeno potrebbe essere interessante per una riconsiderazione degli «italiani all’estero», un’espressione onnicomprensiva, che in realtà andrebbe coniugata Paese per Paese. In Svizzera, questi italiani, a prescindere dal loro passaporto unico o plurimo, sono nella stragrande maggioranza cittadini integrati pienamente in questo Paese.
Nell’attuale e spesso distorta discussione sulle vecchie e nuove forme di rappresentanza degli «italiani all’estero» bisognerebbe tener presente questa realtà che ormai di «migratorio» ha sempre meno e non ha bisogno di forme di rappresentanza basate su presupposti inesistenti.
D’altra parte, se davvero, soprattutto in Italia, si vogliono raggiungere obiettivi d’integrazione sul tipo di quelli raggiunti dagli italiani in Svizzera, il clima politico e sociale dev’essere migliorato. Allo straniero che ha deciso di mettere radici in Italia va data l’opportunità di piantare queste radici in un terreno accogliente e fertile. Una volta che queste radici sono attecchite solidamente, i contributi che possono dare gli stranieri (quanto prima naturalizzati) sono straordinari e nell’interesse di tutta la società. Quel che si diceva (e in parte si continua ancora a dire) degli italiani all’estero, che sono una risorsa, va detto con la stessa convinzione anche degli stranieri in Italia. Ma bisogna cominciare subito, nell’interesse di tutti.
Giovanni Longu
Berna 24.5.2009

22 maggio 2009

Italofoni discriminati

Quando il 7.5.2009 ho letto sul CdT la notizia col titolo tranquillizzante «Nell’amministrazione lingue nazionali o.k.» ho sperato che qualcuno o qualche istituzione reagisse. La dichiarazione del Consiglio federale secondo cui gli obiettivi di un’equa rappresentanza linguistica sono «ampiamente raggiunti» andava contestata alla radice perché tali obiettivi sono minimalisti e poggiano su un presupposto contestabile.
L’equa rappresentanza linguistica per il Consiglio federale si riferisce ai soli cittadini svizzeri, mentre dovrebbe riferirsi alla popolazione residente. L’amministrazione non è infatti un organo politico elettivo, ma appunto solo amministrativo. Ai fini di una «equa ripartizione» dei suoi membri non è tanto importante la cittadinanza quanto l’appartenenza a una delle quattro comunità linguistiche nazionali (compresi gli stranieri). Se così fosse, l’ottimismo dell’Ufficio federale del personale (e del Governo) secondo cui gli italofoni, con il 6%, superano di ben l’1,7% la quota fissata, non avrebbe ragion d’essere. La quota del 6% è infatti ancora al di sotto di quella della popolazione residente italofona (6,5%, nel 2000).
Ancor meno ragione di gioire per il Consiglio federale dovrebbe essere la costatazione che, esaminata nei dettagli la ripartizione degli italofoni ai vari livelli di responsabilità e di salario, «i latini sono discriminati», come ha dimostrato anche un recente studio (cfr. CdT del 16.5.2009).
Mi auguro che i parlamentari italofoni, ticinesi in primis, ne tengano conto per incalzare continuamente il governo anzitutto per modificare gli obiettivi e poi per farli rispettare non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente. Già le istruzioni federali del 2003, ancora attuali, prescrivono infatti che i Dipartimenti federali assicurino un’equa rappresentanza delle comunità linguistiche «a ogni livello gerarchico». E’ evidente che sotto questo aspetto gli italofoni nell’amministrazione federale non sono ben rappresentati.
Giovanni Longu
(Corriere del Ticino del 22.05.2009)

20 maggio 2009

Quale futuro per il CGIE?

Abbiamo letto nella stampa scritta e in Internet diversi resoconti dei lavori della recente assemblea plenaria del CGIE (Consiglio generale degli italiani all’estero). Ciascun lettore si sarà fatta la sua idea. Anch’io ne ho una.
Dai resoconti, l’aspetto più grave che emerge è il porsi del CGIE in rotta di collisione col governo e con la maggioranza parlamentare. Apparentemente questo atteggiamento sembra motivato dal taglio alle spese per gli italiani all’estero e agli organismi di rappresentanza. In realtà si tratta di una vera e propria opposizione politica (basterebbe vedere la composizione dell’attuale CGIE), che nulla ha a che fare con la natura stessa del Consiglio, che è appunto essenzialmente quella di consigliare, esprimere pareri («su richiesta del Governo e dei Presidenti dei due rami del Parlamento»), formulare proposte e raccomandazioni.
La sicurezza (o sicumera?) del CGIE nell’affrontare i problemi e nel confronto col Governo e col Parlamento gli proviene da una sopravvalutazione del suo ruolo, che fa dire al senatore del Pd Randazzo (che raccoglieva verosimilmente un’opinione molto diffusa all’interno dell’organismo in questione) che il CGIE è «un organo dello Stato e non un’associazione». Certo, il CGIE è istituito per legge; ma di qui a considerarlo «un organo dello Stato» ce ne corre.
Questo atteggiamento autoreferenziale induce il sen. Randazzo (ma non solo lui) a considerare con disprezzo non solo le iniziative del governo, ma «la volontà politica di questo Governo», «che non solo ignora gli italiani all’estero, ma cerca di isolarli e di delegittimarne gli organi di rappresentanza».
Il CGIE è ancora un organo di rappresentanza?
In realtà, il vero problema di cui molti come Randazzo non si rendono ben conto non è tanto la delegittimazione del CGIE da parte del Governo, ma è proprio il CGIE, che dopo l’introduzione dell’elezione diretta di 18 parlamentari «esteri», ha di fatto perso la sua legittimazione. E’ rimasto organo di rappresentanza solo sulla carta, ma non nella realtà. Del resto, osservando l’orientamento politico dei membri del CGIE (nella stragrande maggioranza collocabili tra i ranghi dell’attuale opposizione) e i parlamentari eletti, risulta evidente che i primi (non eletti direttamente) non godono della stessa rappresentatività dei secondi.
Il Governo prende solo atto, pur senza molto coraggio, che di due organismi di rappresentanza politica uno è di troppo, ossia inutile, anche sotto il profilo della rappresentatività. O si rinuncia all’elezione dei 18 parlamentari «esteri» oppure si rinuncia al CGIE.
In altre occasioni avevo intravisto, in alternativa, di mantenere il CGIE, ridimensionato e spoliticizzato, unicamente come un organismo tecnico di consulenza, costituito di esperti e non più di rappresentanti politici, com’è attualmente.
La continua autodifesa e autogiustificazione del CGIE potrebbe far pensare che veramente le motivazioni per un suo mantenimento scarseggino. Tanto più che gli italiani all’estero sono «coperti» da un buon numero di forme di rappresentanza legittime e utili come le ambasciate, i consolati, le camere di commercio, le associazioni, i Comites, ecc. per non parlare degli unici rappresentanti «esteri» diretti degli italiani residenti all’estero, ossia i 18 parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero.
L’utilità di un’altra rappresentanza, il CGIE nell’attuale forma e composizione, può essere legittimamente messa in dubbio, anche alla luce di quel che costa (perché costa e come!) e produce (poco).
Associazionismo
Mi riferisco, giusto per fare un esempio, a come ha trattato nella recente assemblea generale il tema dell’associazionismo, che è un cavallo di battaglia del CGE, se non altro perché ne è l’espressione politica.
Anzitutto una considerazione generale. E’ vero, la storia dell’immigrazione italiana in tutti i continenti ha avuto nell’associazionismo uno degli elementi costitutivi e vitali più importanti per il suo sviluppo e la sua affermazione. Il CGIE, tuttavia, dovrebbe rendersi conto che l’associazionismo più recente è completamente diverso da quello tradizionale per il semplice fatto che l’emigrazione italiana di massa è cessata da decenni.
Non mi pare che i documenti prodotti dal CGIE sull’associazionismo tengano conto dell’attuale situazione, sebbene uno di essi porti il titolo: «Associazioni italiane nel mondo: realtà in evoluzione». In altro documento che dovrebbe contenere «analisi, considerazioni e proposte», è difficile (almeno dai resoconti giornalistici) capire dove stanno le analisi e soprattutto le proposte o forse non ve ne sono proprio. Molte frasi sono semplici giri di parole povere di contenuto e persino contraddittorie.
Da una parte si dice che «questo associazionismo non chiede soldi, ma solo un riconoscimento istituzionale», per poi dire in altra parte che esso «va aiutato anche finanziariamente». Si vorrebbe, ad esempio, che l’ente pubblico sostenga «la nascita di associazioni» (soprattutto di giovani) e promuova (senza soldi?) l’associazionismo esistente perché in questo momento è in profonda crisi.
La conclusione non è da meno: «la mancanza di una lettura aperta ed evolutiva, l'insufficienza di azioni lungimiranti che sostengano il processo di rinnovamento interno al mondo associazionistico e l'assenza di valide misure finalizzate alla sua valorizzazione e a nuove forme di attrazione verso l'Italia delle sue migliori energie, questa "storica risorsa" andrà progressivamente e forse irrimediabilmente perduta per il nostro Paese». E questa sarebbe una conclusione?
Orbene, che l’ente pubblico debba intervenire per sostenere (non per finanziare) iniziative ben precise e particolarmente utili mi sembra giusto, ma non dovrebbe spingersi oltre per non snaturare il carattere spontaneo e solidaristico dell’associazionismo. Le associazioni nascono dalla base, non dall’alto, ed è bene che muovano almeno i primi passi basandosi sul volontariato e sull’autofinanziamento. Il ruolo dello Stato dev’essere solo sussidiario.
A questo punto, la mia opinione sul CGIE dovrebbe apparire chiara. E la vostra?
Giovanni Longu
Berna 18.5.2009
L'ECO del 20.5.2009
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15 maggio 2009

Quanta confusione nella politica verso gli stranieri!

Quanta confusione nella politica verso gli stranieri!
Il tema dell’immigrazione, in Italia, sta diventando una sorta di guerra di religione. In comune tutte le posizioni hanno la confusione delle parole o meglio dei significati attribuiti alle stesse.
Il termine emigrante - che dovrebbe fare accapponare la pelle perché nella storia d’Italia ha significato per oltre un secolo sradicamento, ingiustizie, sofferenze materiali e morali – dovrebbe essere trattato con cautela e con grande rispetto. Invece è bistrattato.
Nella discussione parlamentare di questi giorni sulla sicurezza, i fautori di una politica rigida hanno dato talvolta l’impressione di confondere i «migranti» con «clandestini», e questi con i «delinquenti» comuni. Di più, per certuni, il semplice avvistamento in acque internazionali di un barcone con molte persone a bordo equivale a una minaccia alla sovranità nazionale da respingere facendo intervenire la marina militare. Per poi vantarsi di averne respinti tanti, come se si trattasse di una vittoria contro pericolosi invasori! Ad accrescere la confusione è intervenuta anche la nozione di «reato di clandestinità» (mentre forse sarebbe bastata quella di «infrazione» amministrativa), inducendo facilmente l’opinione pubblica a criminalizzare chiunque tenti di entrare in Italia senza i documenti in regola al solo scopo di trovare un lavoro.
Sul versante degli oppositori alla politica della fermezza perseguita dal governo, i «clandestini» appaiono invece come i paria degli emigranti, doppiamente discriminati, perché perseguitati (almeno dalla miseria) nel loro Paese di provenienza e perché respinti dai Paesi ricchi gelosi del proprio benessere. A loro difesa s’invocano norme internazionali, richiami delle nazioni Unite, la tradizione umanitaria italiana, l’obbligo internazionale a rispettare il diritto d’asilo. Per qualcuno, l’approvazione delle nuove misure di sicurezza «introduce nell’ordinamento italiano una serie di misure restrittive nei confronti dei cittadini immigrati, che agiscono nella sfera dei diritti fondamentali e della dignità umana».
Quanta confusione! Eppure almeno la distinzione tra «cittadini immigrati», «immigrati clandestini» e «richiedenti l’asilo» dovrebbe essere chiara a tutti. Non tenerne conto significa fare della demagogia e allontanare le possibilità di dialogo tra maggioranza e opposizione, che sarebbe stato quanto mai utile per approvare un provvedimento legislativo sicuramente migliorabile. Ma significa anche accomunare, almeno in molti settori dell’opinione pubblica, stranieri immigrati nella legalità e stranieri «clandestini» che di per sé non hanno i requisiti per essere considerati «immigrati regolari».
Trattandosi di una materia complicata e delicata, sarebbe stato preferibile un approccio realistico e non ideologico. Sarebbe bastato ispirarsi al «Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo», dove è detto chiaramente che l’Europa non può accogliere «degnamente» tutti coloro che sperano di trovare in essa una vita migliore.
Il Patto europeo avverte che «un'immigrazione mal controllata può pregiudicare la coesione sociale dei paesi di destinazione. L'organizzazione dell'immigrazione deve pertanto tener conto delle capacità d'accoglienza dell'Europa sul piano del mercato del lavoro, degli alloggi, dei servizi sanitari, scolastici e sociali nonché proteggere i migranti dal rischio di sfruttamento da parte di reti criminali». Pertanto occorre «organizzare l'immigrazione legale tenendo conto delle priorità, delle esigenze e delle capacità d'accoglienza stabilite da ciascuno Stato membro e favorire l'integrazione; combattere l'immigrazione clandestina, in particolare assicurando il ritorno nel loro paese di origine o in un paese di transito, degli stranieri in posizione irregolare; - rafforzare l'efficacia dei controlli alle frontiere; costruire un'Europa dell'asilo».
La scelta del governo italiano, vista in quest’ottica, può essere ritenuta ineccepibile, ma con l’apporto delle opposizioni avrebbe potuto essere diversa nei modi e nei contenuti, pur mantenendo fermi gli obiettivi.
Personalmente mi sarei anche aspettato un sostanziale contributo in questa direzione da parte dei parlamentari eletti all’estero. Essi sanno bene quanto è costato, qui in Svizzera, l’arrivo in massa di immigrati italiani sul finire dell’Ottocento e poi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Benché si trattasse di flussi regolari e «controllati», la loro presenza massiccia, giustificata solo da motivi economici, ma non sopportata dal contesto sociale, provocò vasti movimenti xenofobi e aspri contrasti. In certi periodi gli italiani erano mal visti, disprezzati, marginalizzati, evitati, segregati. Con nessuna componente etnica si è registrato in questo Paese un ritardo così importante nel processo d’integrazione.
Lungi da me giustificare i soprusi e i torti subiti dai nostri immigrati, ma la storia dovrebbe insegnare che per evitare il rifiuto sociale degli stranieri l’immigrazione va «governata» al fine di renderla non solo accettabile ma anche elemento vitale dell’economia e della società italiana, che è con buona pace di Berlusconi, almeno tendenzialmente multietnica.
E’ sul fronte dell’integrazione, che maggioranza e opposizione dovrebbero trovare un ampio consenso, in modo che si diffonda nel Paese un atteggiamento di apertura e di accoglienza verso gli immigrati e in questi il senso del rispetto non solo delle leggi, ma anche dei costumi della società ospite, e la volontà di contribuire al bene comune. In questo campo, i parlamentari eletti all’estero possono senz’altro dare molto. Speriamo!
Giovanni Longu
Berna 15.5.2009
Inform / Aise / italiachiamaitalia / politicamentecorretto / Calabresi

14 maggio 2009

Ex allievi del Cisap - Gran bell'incontro a Berna

Nessuna soddisfazione è più grande per un insegnante di quella di vedere i propri allievi realizzare i propri sogni, superando le più rosee previsioni. E’ vero, la riuscita professionale di una persona non dipende solo dalla scuola, ma questa può rappresentare talvolta un trampolino di lancio se oltre ai traguardi immediati sa rendere appetibili e raggiungibili obiettivi più lontani e apparentemente impossibili.
Una scuola particolare
A Berna e in altre località della Svizzera, è stata attiva fino al 2001 una scuola particolare, il CISAP (un nome che forse molti lettori ricordano, anche se è ormai scomparso dalle cronache da quasi un decennio), che ha immesso nel mercato del lavoro svizzero per circa quarant’anni (dal 1966 al 2001) alcune migliaia di giovani qualificati in diverse professioni dell’industria e dell’artigianato. Ma la sua particolarità non derivava da questa caratteristica.
Il CISAP era una scuola particolare perché era nata a metà degli anni Sessanta all’interno del mondo migratorio, per sopperire ad alcune gravi deficienze della politica tanto italiana che svizzera in materia di emigrazione/immigrazione. Era il periodo in cui i «Gastarbeiter» (lavoratori ospiti!) arrivavano in massa dall’Italia, senza un’adeguata informazione e preparazione. Gli accordi tra i due Paesi, che regolavano l’arrivo e il soggiorno di questi lavoratori, ignoravano qualsiasi possibilità di recupero del deficit scolastico, linguistico e formativo di molti di essi. Non era prevista alcuna forma di perfezionamento professionale, perché mancavano del naturale presupposto, ossia la formazione di base.
Nessuno, a livello politico e persino sindacale, si rendeva conto che era indispensabile dare a questi immigrati la possibilità di apprendere un mestiere secondo il paradigma collaudatissimo svizzero e per questa strada una possibilità di riuscita professionale (nell’interesse dell’economia) e sociale (nell’interesse di una sana e proficua integrazione).
Il CISAP come una «stella»
Per circa quarant’anni, surrogando le istituzioni ma fortunatamente col loro sostegno quasi dall’inizio, il CISAP (inizialmente acronimo di «Centro italo-svizzero di addestramento professionale») ha svolto egregiamente questa funzione di recupero e di perfezionamento. Attraverso una strutturata formazione teorica e pratica, questa scuola trasformava in pochi anni manovali e aiutanti in tornitori, fresatori, attrezzisti, congegnatori meccanici, automeccanici, elettrauto, installatori, disegnatori tecnici, elettronici, informatici qualificati. Anche in questo consisteva la particolarità di questa scuola.
Per molti lavoratori emigrati la qualifica professionale rappresentava una riuscita strepitosa. Non va dimenticato che soprattutto negli anni Sessanta e Settanta la stragrande maggioranza dei nuovi immigrati, provenienti prevalentemente dal Sud Italia, non possedeva alcuna qualifica professionale, certamente non del tipo richiesto dall’economia svizzera. Raggiungere il traguardo della qualifica professionale significava allora molto più che adesso conseguire lo stato sociale condiviso dalla maggior parte degli svizzeri.
Per la capacità con cui riusciva a formare in pochi anni abili lavoratori qualificati, comparabili a quelli che avevano seguito il tradizionale apprendistato svizzero, il CISAP otteneva da ogni parte ampi riconoscimenti. Per molti immigrati era divenuto come una «stella» (così disse nel 1990 un rappresentante dell’industria svizzera), che irradiava luce, sapere e speranza.
Quando, sul finire degli anni Novanta, si era definitivamente esaurito il tradizionale filone migratorio dall’Italia, anche per il CISAP venne meno la sua originaria funzione e la scuola chiuse i battenti, mettendo i sigilli praticamente ad una delle pagine più interessanti, più creative e più belle della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Una pagina che ancora vive nel ricordo di chi l’ha scritta e soprattutto l’ha vissuta.
Incontro di ex allievi del CISAP
L’8 maggio scorso, alla Casa d’Italia di Berna, si è tenuto un primo incontro informale di ex allievi del CISAP, una trentina, forse un campione senza alcuna validità statistica, ma ugualmente ricco di significato. Si trattava di un incontro aperto a tutti gli ex allievi che ne fossero venuti a conoscenza attraverso l’efficace sistema del passaparola o di cui era noto ai promotori un indirizzo di posta elettronica. Si sapeva che solo una minima parte dei potenziali interessati sarebbe stata raggiunta, ma non si voleva di più, perché lo scopo era quello di testare, anche in un piccolo gruppo, l’interesse a creare una sorta di rete di AMICIS (Amici del Cisap).
In realtà era fortissimo in tutti anche l’interesse a conoscere che risultati avesse prodotto l’esperienza al CISAP. Per questo, all’invito rivolto principalmente agli ex allievi, hanno aderito anche alcuni ex insegnanti residenti nella regione di Berna. Per loro era più che legittima la curiosità di verificare il grado di riuscita dei loro allievi. Ma anche a questi non sembrava vero poter incontrare vecchi compagni di corso e mettere a confronto la propria carriera professionale con la loro.
Inutile dire che l’incontro ha avuto un grande successo, forse al di là delle aspettative. Poiché si pensava che le conoscenze tra gli ex allievi sarebbero state limitate a due o tre persone, era stato previsto che ciascuno dei partecipanti si presentasse, partendo dall’esperienza «cisappina» per continuare con le attività professionali successive e attuali. L’attenzione con cui ciascuno seguiva l’autobiografia professionale degli altri era impressionante. Ne è scaturito un forte desiderio di ritrovarsi ancora, magari in una cornice diversa ma ugualmente suggestiva, caratterizzata da uno spirito gioviale e amichevole.
Una grande emozione
In qualità di ex insegnante di cultura generale (che amava ricordare i famosi versi di Dante messi in bocca al naufrago Ulisse per motivare i suoi compagni e sottrarli alla disperazione: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza») devo confessare di aver provato una grande emozione nel sentire che praticamente tutti gli ex allievi presenti avevano trovato subito dopo la scuola un’occupazione corrispondente alla qualifica raggiunta e che molti di essi avevano potuto proseguire la formazione e migliorare la propria posizione professionale.
Avevo contribuito, insieme ad altri, a formare semplici lavoratori qualificati e l’8 maggio scorso ho ritrovato, dopo oltre vent’anni, alcuni ex allievi divenuti nel frattempo quadri medi e superiori di piccole e medie imprese, product manager, ingegneri, architetti, responsabili di settore, addetti alle vendite, consulenti, designer, piccoli imprenditori. Che emozione!
Durante la formazione al CISAP era forse prevedibile che alcuni ex allievi non si sarebbero fermati alla semplice (si fa per dire!) qualifica, ma nessuno probabilmente immaginava i livelli che molti di essi avrebbero effettivamente raggiunto. Per realizzare i loro sogni molti hanno frequentato istituti tecnici, università professionali, corsi di specializzazione in Svizzera e all’estero (alcuni negli Stati Uniti), accademie, ecc.
A queste persone va riconosciuto il merito delle loro scelte, del loro impegno, dei sacrifici che hanno dovuto affrontare (spesso insieme alle loro famiglie) e pertanto del loro successo. Eppure, tutti i partecipanti all’incontro dell’8 maggio si sono sentiti in dovere di riconoscere il contributo importante che ha avuto il CISAP nella loro carriera professionale.
Ma se questi giovani, indubbiamente motivati e volenterosi, sono andati ben oltre il certificato conseguito in quella scuola, si deve anche dire ch’essa aveva dell’eccezionale, non solo come scialuppa di salvataggio, ma come centro d’integrazione e di promozione. Un esempio, il CISAP, da tener presente anche nei discorsi, talvolta vuoti di contenuto, sull’integrazione. A questo traguardo ci si può arrivare in tanti modi, ma quello forse più sicuro è una formazione scolastica e professionale conforme alle esigenze della società in cui si vive.
Giovanni Longu
Berna, 15.5.2009 (Rinascita)

12 maggio 2009

Ex allievi del CISAP: una riuscita al di là delle aspettative!

Nessuna soddisfazione è più grande per un insegnante di quella di vedere i propri allievi realizzare i propri sogni, magari al di là delle previsioni. E’ vero, la riuscita professionale di una persona dipende da molteplici fattori, ma uno di questi è indubbiamente la scuola frequentata.
A Berna e in altre località della Svizzera, è stata attiva fino al 2001 una scuola particolare, il CISAP (un nome che forse molti lettori ricordano, anche se è ormai scomparso dalle cronache da quasi un decennio), che ha immesso nel mercato del lavoro svizzero per circa quarant’anni (dal 1966 al 2001) alcune migliaia di giovani qualificati in diverse professioni dell’industria e dell’artigianato. Ma la sua particolarità non derivava da questa caratteristica.
Il CISAP era una scuola particolare perché era nata a metà degli anni Sessanta all’interno del mondo migratorio, per sopperire ad alcune gravi deficienze della politica tanto italiana che svizzera in materia di emigrazione/immigrazione. Era il periodo in cui i «Gastarbeiter» (lavoratori ospiti!) arrivavano in massa dall’Italia, senza un’adeguata informazione e preparazione. Gli accordi tra i due Paesi, che regolavano l’arrivo e il soggiorno di questi lavoratori, ignoravano qualsiasi possibilità di recupero del deficit scolastico, linguistico e formativo di molti di essi. Non era prevista alcuna forma di perfezionamento professionale, perché mancavano del naturale presupposto, ossia la formazione di base.
Nessuno, a livello politico e persino sindacale, si rendeva conto che era indispensabile dare a questi immigrati la possibilità di apprendere un mestiere secondo il paradigma collaudatissimo svizzero e per questa strada una possibilità di riuscita professionale (nell’interesse dell’economia) e sociale (nell’interesse di una sana e proficua integrazione).
Per circa quarant’anni, surrogando le istituzioni ma fortunatamente col loro sostegno quasi dall’inizio, il CISAP (inizialmente acronimo di «Centro italo-svizzero di addestramento professionale») ha svolto egregiamente questa funzione di recupero e di perfezionamento. Attraverso una strutturata formazione teorica e pratica, questa scuola trasformava in pochi anni manovali e aiutanti in tornitori, fresatori, attrezzisti, congegnatori meccanici, automeccanici, elettrauto, installatori, disegnatori tecnici, elettronici, informatici qualificati. Anche in questo consisteva la particolarità di questa scuola.
Per la capacità con cui riusciva a formare in poco tempo abili professionisti comparabili a quelli che avevano seguito il tradizionale apprendistato, il CISAP otteneva da ogni parte ampi riconoscimenti. Per molti immigrati era divenuto come una «stella» (così disse nel 1990 un rappresentante dell’industria svizzera), che irradiava luce, sapere e speranza. Poi, col venir meno della sua originaria missione per l’esaurirsi del filone migratorio italiano, la scuola chiuse i battenti, mettendo i sigilli praticamente ad una delle pagine più interessanti, più creative e più belle, della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.
Incontro di ex allievi del CISAP
L’8 maggio scorso se n’è avuta un’ulteriore conferma. Alla Casa d’Italia di Berna si è tenuto un primo incontro informale di ex allievi del CISAP, una trentina, forse un campione senza alcuna validità statistica, ma obiettivamente significativo. Si trattava di un incontro aperto a tutti gli ex allievi che ne fossero venuti a conoscenza attraverso l’efficace sistema del passaparola o di cui era noto ai promotori un indirizzo di posta elettronica. Si sapeva che solo una minima parte dei potenziali interessati sarebbe stata raggiunta, ma non si voleva di più, perché lo scopo era quello di testare, anche in un piccolo gruppo, l’interesse a creare una sorta di rete di AMICIS (Amici del Cisap). Per l’occasione erano stati invitati anche alcuni ex insegnanti residenti nella regione di Berna.
Inutile dire che l’incontro ha avuto un grande successo, forse al di là delle aspettative. Poiché ci si conosceva solo a gruppetti di due o tre, era stato previsto che ciascuno dei partecipanti si presentasse, partendo dall’esperienza «cisappina» per continuare con le attività professionali successive e attuali. L’interesse di ciascuno a conoscere la biografia professionale degli altri era evidente.
In qualità di ex insegnante di cultura generale (che amava ricordare i famosi versi di Dante messi in bocca al naufrago Ulisse per motivare i suoi compagni e sottrarli alla disperazione: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza») devo confessare di aver provato una grande emozione nel sentire che praticamente tutti gli ex allievi presenti avevano trovato subito dopo la scuola un’occupazione conforme alla qualifica raggiunta e che molti di essi avevano potuto proseguire la formazione e migliorare la propria posizione professionale.
Avevo contribuito, insieme ad altri, a formare semplici lavoratori qualificati e l’8 maggio scorso ho ritrovato, dopo oltre vent’anni, alcuni ex allievi divenuti nel frattempo quadri medi e superiori di piccole e medie imprese, product manager, ingegneri, architetti, responsabili di settore, addetti alle vendite, consulenti, designer, piccoli imprenditori. Che emozione!
Durante la formazione al CISAP era forse prevedibile che alcuni ex allievi non si sarebbero fermati alla semplice (si fa per dire!) qualifica, ma nessuno probabilmente immaginava i livelli che molti di essi avrebbero effettivamente raggiunto. Per realizzare i loro sogni molti hanno frequentato istituti tecnici, università professionali, corsi di specializzazione in Svizzera e all’estero (alcuni negli Stati Uniti), accademie, ecc.
A queste persone va riconosciuto il merito delle loro scelte, del loro impegno, dei sacrifici che hanno dovuto affrontare (spesso insieme alle loro famiglie) e pertanto del loro successo. Eppure, tutti i partecipanti all’incontro dell’8 maggio si sono sentiti in dovere di riconoscere il contributo importante che ha avuto il CISAP nella loro carriera professionale.
Ma se quei giovani, indubbiamente motivati e volenterosi, sono andati ben oltre il certificato conseguito in quella scuola, si deve anche dire ch’essa aveva dell’eccezionale, non solo come ancora di salvataggio, ma come centro d’integrazione e di promozione.
Giovanni Longu
Berna, 13.5.2009 (L'ECO)