24 febbraio 2026

Pace tra Russia e Ucraina

Quando, quattro anni fa è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina non credevo che potesse durare così a lungo. All'inizio del quinto anno trovo scandaloso che la pace non sia nemmeno all'orizzonte e che Russia e Ucraina non sembrino intenzionate a perseguirla. Trovo pure incomprensibile e scandaloso che l’Occidente preferisca proseguire la guerra e imboccare la strada di un riarmo esoso e sinistro (altro che pace «disarmata e disarmante» come vorrebbe Papa Leone XIV) piuttosto di intraprendere seri tentativi di pacificazione. Ne esistono, ma ideologie perverse, nazionalismi esasperanti e capi di stato e di governo in cerca di (vana)gloria li impediscono e, cinicamente, si continua a mandare a morte centinaia di migliaia di innocenti plagiati e confusi in nome di una patria «matrigna» e del mito di una pace «giusta» indefinibile in mancanza di un riferimento certo.

Riferimento ONU

La Carta delle Nazioni Unite è come se non esistesse, perché le grandi Potenze non intendono rispettarla. Là si può trovare un buon punto di riferimento perché si afferma con grande chiarezza non solo che «i Membri [dell’ONU] devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite», ma anche che vanno garantiti «i diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», «il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione», «il rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti o dell’autodecisione dei popoli». Dovrebbe essere chiaro che la giustizia è dovuta in primo luogo alle persone, ai popoli, non agli Stati, ai territori, anche secondo la Carta delle Nazioni Unite invocata da più parti per condannare la Russia.

Purtroppo in quella Carta non è detto esplicitamente, a differenza di quanto si può leggere nella Costituzione italiana, che la sovranità nazionale appartiene al popolo, ma ad un’attenta lettura dovrebbe essere evidente a tutti. Solo i nazionalisti, cocciutamente, l’attribuiscono agli Stati e dunque ai Governi di turno che l’utilizzano senza scrupoli secondo le loro convenienze, calpestando il diritto internazionale. Per colmare questa lacuna basterebbe emendare la Carta (e non sarebbe difficile) e rafforzare l’Organizzazione, invece i membri (pre)potenti del Consiglio di sicurezza preferiscono ignorarla e addirittura rinunciare all'ONU considerandola semplicemente «inutile».

Situazione insopportabile

Resta il problema che oggi due Stati europei (anche se uno dei due non considera più tale, anche se solo in parte, l’altro) si fanno la guerra, che incide sempre più pesantemente su tutti. La situazione, che sta diventando insopportabile, sembra senza vie d’uscita. Nemmeno l’Europa, «patria del diritto» e grande beneficiaria della pace, sa suggerire soluzioni praticabili, anzi preferisce schierarsi da una parte in attesa di un’improbabile schianto dell’aggressore, la Russia. Eppure l’ONU potrebbe introdursi nella vicenda come mediatrice credibile proponendo una soluzione accettabile sia dai due belligeranti che dalla parte contesa, il Donbass.

Perché, per esempio, non proporre per il Donbass l’autonomia, lasciando che siano i suoi abitanti, come loro diritto naturale, a decidere del loro futuro e che ad avvantaggiarsene non siano né i russi né gli ucraini. Non la Russia che ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone (privandole di diritti fondamentali), ma è a servizio del popolo, unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini.

Pace e sviluppo

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum)[1], cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Sarebbe pertanto auspicabile e giusto che siano gli abitanti del Donbass a decidere liberamente del loro futuro. Così la guerra cesserebbe, la pace trionferebbe e il quella regione contesa potrebbe rifiorire grazie alla collaborazione di russi e ucraini. Potrebbe anche succedere che il mondo cominci a pensare meno alle armi e più seriamente allo «sviluppo» ("il nuovo nome della pace", Paolo VI).

Giovanni Longu
Berna, 24.2.2026



[1]     Leone XIII, Rerum Novarum (1891), n. 7.

20 febbraio 2026

Anni Sessanta: decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (terza parte)

L’enorme afflusso di italiani nella Confederazione aveva probabilmente indotto molti a considerare la Svizzera un Paese con poche leggi ferree difficilmente aggirabili, ma con buone prospettive di successo, lavorando sodo e osservando le clausole del contratto di lavoro, per lo più «stagionale». Stando alle statistiche, negli anni Sessanta centinaia di migliaia di persone giunsero qui con questa consapevolezza e con la speranza di risolvere presto i loro problemi personali e familiari. Poco importava che l’economia svizzera le considerasse «braccia» o poco più, Gastarbeiter o «lavoratori ospiti» perché a tempo determinato, provvisori e quindi precari; ciò che importava era soprattutto la paga e la sicurezza del lavoro. I problemi dell’immigrazione di massa, ormai soprattutto dal Mezzogiorno d'Italia, non tardarono a manifestarsi, accompagnati spesso dall'illusione che si potessero risolvere organizzando tra gli immigrati una sorta di massa critica in grado di «pesare» sia sulle istituzioni italiane che su quelle svizzere.

I problemi

I problemi occupazionali sono stati per molto tempo all'origine dell'emigrazione.

I problemi causati da un'immigrazione di massa inaspettata, disordinata e in continuo aumento sono stati oggetto di numerosi studi, che non è possibile qui nemmeno riassumere. Vi accenno solo per agevolare la comprensione almeno sommaria di quel periodo, specialmente nella Svizzera tedesca, ma anche per tener presente i limiti della politica di allora nell'affrontare quella problematica per tanti versi nuova, complessa e obiettivamente di difficile soluzione.

I problemi nascevano soprattutto dalla situazione occupazionale italiana che non accennava a migliorare nonostante il boom economico e dalla debolezza della politica dei due Paesi coinvolti. Quella italiana era visibilmente incapace di creare occupazione, soprattutto al Sud, e totalmente invischiata nella lotta partitica tra comunisti e democristiani. Persino l’emigrazione era oggetto di scontro e il governo svizzero, decisamente anticomunista, in più occasioni cercò di contribuire al successo dei democristiani guidati da Alcide De Gasperi, che riuscirono persino ad escludere i comunisti dalle trattative con la Svizzera per il nuovo accordo di emigrazione/immigrazione.

Svizzera: predominio dell'economia sulla politica.
Anche la politica svizzera si mostrò a lungo debole di fronte allo strapotere dell’economia, che gestiva l’immigrazione come un problema puramente economico, sfruttando a suo favore la legge federale del 1931 sulla dimora e il domicilio degli stranieri, ignorando i cambiamenti in atto nella popolazione straniera (crescente prolungamento della permanenza degli immigrati e conseguente minore sostituzione dei rimpatriati con nuovi immigrati (rotazione), penuria di abitazioni a pigione sostenibile, avanzata della seconda generazione e dei relativi problemi di formazione e d’integrazione), scaricando sulla politica e sulla popolazione svizzera e immigrata i problemi degli stranieri. Solo dopo il 1970 (dopo il rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach col voto popolare del 7 giugno 1970) la problematica fu affrontata con professionalità in tutte le sedi politiche e amministrative.

L'ultima sede del CISAP di Berna
In questo contesto, in cui gli stranieri si sentivano spesso abbandonati come «persone», feriti nella loro dignità, considerati al massimo come «braccia» funzionali alle esigenze dell’economia, gruppi di italiani e amici svizzeri decisero di intervenire con spirito solidaristico e lungimirante cercando soluzioni efficaci ai problemi crescenti degli immigrati e delle loro famiglie. Tra le molteplici iniziative che si registravano un po’ ovunque in Svizzera in quel periodo vanno segnalate in particolare L’ECO e il CISAP.

Due soluzioni esemplari

Nel tentativo di creare un elemento di autentica condivisione e di collaborazione favorendo l’informazione, la riflessione e l’amicizia fu fondato sessant'anni fa L’ECO, quale «giornale per gli Italiani in Svizzera». Il fondatore Mando H. Forster, che non era italiano ma conosceva bene le problematiche degli italiani immigrati in Svizzera ed era convinto che molti problemi si potessero risolvere più facilmente se ci fosse più armonia tra italiani e svizzeri. L’ECO intendeva favorirla.

Il CISAP, Centro italo-svizzero di formazione professionale, è stato uno splendido esempio di collaborazione italo-svizzera. Agli inizi degli anni Sessanta, quando si poteva a ragione parlare di due mondi separati e sconnessi (anche per ragioni linguistiche), Giorgio Cenni e un piccolo gruppo costituito da immigrati della prima ondata di immigrati del dopoguerra (provenienti soprattutto dal Nord) e alcuni amici svizzeri riuscirono a stabilire connessioni prima inimmaginabili, coinvolgendo in un’impresa che ha dell’incredibile l’immigrazione organizzata, le autorità italiane e svizzere e le organizzazioni professionali (padronali e sindacali).

Del contributo del L’ECO e del CISAP alla soluzione dei tanti problemi provocati dall'ondata immigratoria del secondo dopoguerra tratterò più diffusamente nei prossimi articoli, in cui segnalerò anche l’originalità di queste due soluzioni riuscite rispetto ad altri tentativi effimeri.

Avvio di una nuova politica migratoria

Per dovere di verità devo però premettere che sia le autorità italiane che quelle svizzere non erano insensibili al disagio di alcune categorie di stranieri (specialmente stagionali e annuali), ma spesso non riuscivano ad andare oltre le buone intenzioni. Anche l’Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 1964, che prevedeva miglioramenti importanti alla complessa situazione fu solo un compromesso destinato a dare i maggiori benefici solo in tempi lunghi (riduzione del numero di stagionali, stabilizzazione degli stranieri dimoranti e domiciliati, avvio di una seria politica d’integrazione specialmente per le seconde generazioni, ecc.).

Quell'Accordo rappresentava comunque per molti immigrati un nuovo orientamento importante e maggiori opportunità, ma anche qualche preoccupazione in più perché i movimenti xenofobi reagirono malamente ai presunti «privilegi» degli italiani. Sul lungo periodo, tuttavia, non c'è dubbio che l'Accordo del 1964 segnò per l'immigrazione italiana l'avvio di una nuova politica migratoria, di cui si darà conto nei prossimi articoli (Segue).

Giovanni Longu
Berna 20.02.2026 

12 febbraio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (seconda parte)

Gli anni Sessanta hanno costituito nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera un decennio fondamentale, nel senso che in quegli anni sono state gettate le basi dei principali eventi successivi e senza le quali risulta impossibile ricostruire in misura comprensibile e significativa lo sviluppo, la direzione, il senso dell’evoluzione della collettività italiana, divenuta nel frattempo una componente essenziale dell’intera collettività svizzera. Molti studiosi hanno creduto di poter interpretare i grandi eventi dei decenni successivi partendo dalla xenofobia sostenuta da James Schwarzenbach, hanno cercato di giustificare la presa di coscienza migratoria della collettività immigrata sulla presunta spinta del Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) e dell’attivismo di numerose associazioni italiane, per non parlare dei numerosi tentativi, parziali e insufficienti, di comprensione del fenomeno della seconda e delle successive generazioni… dimenticandosi delle premesse sviluppatesi negli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta

Immigrati tornano in Italia per Natale (anni '60)
Non si ha né il tempo né lo spazio per ripercorrere i grandi eventi che hanno riguardato l’immigrazione italiana in Svizzera, ma bastano (in questo e nel prossimo articolo) pochi cenni e alcuni dati per capire che si è trattato di un decennio molto importante per gli sviluppi successivi e molto diverso rispetto a precedenti ondate di arrivi in massa di manodopera estera.

Infatti, al tempo delle grandi costruzioni ferroviarie, il fenomeno immigratorio dall'Italia (soprattutto del Nord) era alquanto disordinato e orientato prevalentemente a due tipi di opera: le costruzioni ferroviarie e l’edilizia. Negli anni Sessanta (ma già nel decennio precedente), invece, il fenomeno immigratorio divenne un fenomeno di massa organizzato (in base agli accordi italo-svizzeri del 1948 e 1964), più vasto (perché il reclutamento avveniva ormai in tutta l’Italia, anche se prevalentemente nel Mezzogiorno, tant'è che si cominciò a parlare di «meridionalizzazione» dell’immigrazione) e ripartito in Svizzera su tutto il territorio nazionale.

La tipologia della immigrazione ottocentesca e d’inizio Novecento era molto chiara, perché si richiedeva essenzialmente forza lavoro manuale per la realizzazione delle grandi opere ferroviarie (nuove linee, tunnel, rampe d’accesso, ecc.), dei primi impianti idroelettrici e di attività varia di genio civile ed edilizia. Negli anni Sessanta, invece, l’immigrazione aveva una destinazione ben più ampia perché tutti i comparti dell’economia avevano bisogno di manodopera, sia perché molti svizzeri abbandonavano i lavori pesanti, meno qualificati e mal retribuiti per intraprendere attività più qualificate, meglio retribuite o indipendenti e sia, soprattutto, perché i settori secondario e terziario erano in forte sviluppo.

Pertanto la richiesta di lavoro era vastissima, con una distinzione importante: mentre nelle attività del genio civile (molti cantieri si trovavano in montagna per la costruzione di grandi impianti idroelettrici) e nell'edilizia urbana come pure in molti comparti del terziario (turismo, ristorazione, alberghi, riparazioni) la manodopera era soprattutto stagionale (non da ultimo per disincentivare il permesso di domicilio), nell'industria si continuava a preferire la manodopera stabilmente residente.

Ciò nonostante, i lavoratori italiani che chiedevano di venire in Svizzera anche come stagionali erano sempre tantissimi, anche perché la richiesta di manodopera era veramente enorme, tanto da alimentare soprattutto in Italia l’idea che in Svizzera fosse facile trovare lavoro, persino evitando la complicata trafila della burocrazia (e contribuendo al triste fenomeno dell’emigrazione/immigrazione irregolare che coinvolse anche numerosi bambini).  L’evoluzione dell’immigrazione italiana è resa evidente da queste cifre.

Popolazione italiana in rapida crescita

Negli anni '60 la maggior parte dei nuovi immigrati era costituita
da «stagionali»; ma erano molti anche i residenti «annuali» e «domiciliati»

Nel 1960 risiedevano stabilmente in Svizzera poco più di 346.000 italiani, senza contare i circa 130.000 stagionali. Se negli ultimi cinque anni del decennio precedente i nuovi arrivi erano stati 70-80 mila l'anno (contro rientri in Italia dell'ordine di 50-60 mila), nei primi anni '60 l'aumento degli arrivi è stato impressionante: 128.257 nel 1960, 142.114 nel 1961, 143.054 nel 1962 (contro rientri dell'ordine di 90-100 mila). L'incremento medio degli italiani in Svizzera era in quegli anni di circa 40.000 l'anno. Inoltre, dal 1961 gli immigrati italiani provenivano soprattutto dal Mezzogiorno.

Bisogna anche aggiungere che tanto l’amministrazione svizzera che quella italiana si trovarono del tutto impreparate ad affrontare i problemi che generava una massa enorme di immigrati fuori controllo, nonostante la legge sugli stranieri del 1931 e le attenzioni del governo svizzero per rendere «equilibrato» il rapporto indigeni-stranieri. Ad approfittarne furono soprattutto i movimenti xenofobi, ma del loro impatto sulla popolazione svizzera e italiana si tratterà nel prossimo articolo.

Per contro, in moltissimi immigrati crescevano il disagio, la precarietà e la paura. Vi furono anche segnali di ottimismo e soprattutto il desidero di guardare avanti, di superare le difficoltà, pensando soprattutto alle giovani generazioni. In questo contesto non possono essere taciuti i contributi offerti proprio dalle due realtà già menzionate, L’ECO e il CISAP, sia pure in ambiti totalmente diversi, e di cui si parlerà ancora in seguito. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 12.02.2026

30 gennaio 2026

Anni Sessanta un decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (prima parte)

Molti immigrati degli anni Sessanta sono rientrati definitivamente in Italia per godersi la meritata pensione e sono pertanto rare le testimonianze dirette sulle vicende migratorie di quel decennio. Esistono tuttavia numerosi studi e documenti privati e pubblici che consentono a chiunque di farsi un’idea alquanto precisa di quel periodo. Vi attingerò abbondantemente per evocare in una sere di articoli quello che dev’essere considerato un decennio fondamentale della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. La narrazione sintetica di quel periodo non è tuttavia finalizzata a rievocare ancora una volta quegli anni (perché i lettori della rivista hanno avuto parecchie occasioni per conoscerli), ma per inquadrare adeguatamente due realtà, sebbene non comparabili, avviate negli anni Sessanta: la nascita della rivista L’ECO e la costituzione di una scuola per la formazione professionale degli immigrati, il CISAP. La prima esiste ancora, la seconda non più. Entrambe, tuttavia costituiscono due testimonianze straordinarie della trasformazione dell’immigrazione italiana in questo Paese.

Sessantesimo del L’ECO e del CISAP


Quando sessant'anni fa, nel 1966, Mando H. Forster lanciò il suo giornale, chiamandolo L’ECO Giornale per gli Italiani in Svizzera, probabilmente non si aspettava che nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei più letti e apprezzati dagli immigrati italiani. Il «segreto» di questa riuscita stava soprattutto nei contenuti e nello stile degli articoli. Oltre all'aspetto puramente informativo, molti di essi si distinguevano per la vicinanza ai problemi reali degli immigrati, alle loro ansie e speranze, per la loro indipendenza dal punto di vista delle autorità, per la profondità di alcune analisi sulla condizione migratoria, per la serietà e autorevolezza di alcuni collaboratori, uno per tutti Dario Robbiani, per l’obiettività dei resoconti più importanti.

Nei prossimi articoli, a beneficio soprattutto di chi è interessato a conoscere più in profondità gli anni Sessanta, richiamerò alcuni articoli dell’epoca, particolarmente interessanti.

Il CISAP è stata un’istituzione prestigiosa e preziosa per migliaia di connazionali immigrati, che attraverso idonei corsi di formazione professionale sono riusciti a trasformare la loro esistenza spesso alquanto precaria in una carriera solida e fonte di tranquillità per i diretti interessati e per le loro famiglie. La storia del CISAP, che pochi conoscono, dovrebbe appartenere alle pagine più significative e indimenticabili dell’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Anche sul CISAP, nei prossimi articoli, evidenzierò alcuni aspetti che sanno dell’incredibile. Basti solo pensare che l’istituzione, estesasi nell'arco di un decennio a molte località del Cantone di Berna e, successivamente, della Svizzera, è sorta per iniziativa e per volontà di alcuni lavoratori immigrati sotto la guida di Giorgio Cenni ed è poi riuscita a coinvolgere autorità italiane e svizzere, sindacati e datori di lavoro svizzeri, associazioni e istituzioni varie.

Nello scantinato di questa villetta (Jägerweg 7 di Berna)
sorse nel 1966 la prima sede del CISAP

Gli anni Sessanta in Svizzera

Per comprendere e apprezzare sia l’ECO che il CISAP occorre ricordare, sia pure in rapida sintesi, cosa hanno rappresentato gli anni Sessanta, per la società svizzera, per l’economia, per l’immigrazione, per i rapporti italo-svizzeri. Alcuni dati aiuteranno a capirne la portata.

La società svizzera era in rapida trasformazione sotto la spinta di un’economia in grande sviluppo (soprattutto i settori secondario e terziario), che faticava però a reperire la manodopera necessaria. Poiché il mercato del lavoro interno era quasi completamente prosciugato (nel 1960 in tutta la Svizzera solo 800 persone erano in cerca d’impiego, ma c’erano più di 6000 posti di lavoro non occupati), molte imprese reclutavano direttamente in Italia (soprattutto nel Mezzogiorno), dove la manodopera disponibile era sovrabbondante (nonostante il «miracolo economico») le maestranze di cui avevano bisogno.

Intanto in Svizzera la popolazione straniera continuava a crescere nonostante pendesse sulla politica federale una specie di spada di Damocle perché per legge (1931) il Consiglio federale (governo) doveva vegliare «contro l’eccesso di manodopera estera» e non doveva fornire alcun pretesto alla diffusione della propaganda xenofoba. Tuttavia, sulla buona volontà delle autorità federali prevalevano gli interessi economici.

Sta di fatto che nel 1960, sul totale della popolazione straniera residente (col permesso di domicilio e permessi annuali, esclusi gli stagionali e i frontalieri), 346.233 (59,2%) erano di origine italiana; nel 1970 il loro numero supererà il mezzo milione (583.835) e la loro proporzione si attesterà sul 53,6%. Gli italiani non solo primeggiavano sugli stranieri, ma erano anche in continua crescita benché fosse praticata dal Governo federale, specialmente attraverso gli stagionali, una rigida politica di rotazione della manodopera estera, accentuandone la loro precarietà.

Com’è noto, a decidere i limiti della politica immigratoria intervennero nel decennio successivo il popolo svizzero (con la votazione federale del 7 giugno 1970, che bocciò una iniziava xenofoba), e soprattutto la crisi economica della metà degli anni Settanta. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 27.1.2026

11 gennaio 2026

In memoria di padre Enrico Romanò (1938-2026)

L'8 gennaio 2026 è morto serenamente  padre Enrico Romanò (1938-2026) della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Berna.  Lo ricordo volentieri, anche se non l'ho frequentato molto, tranne le domeniche, quando celebrava la messa nella chiesa di Sant'Antonio di Bümpliz. Nel dopo-messa ci incontravamo spesso nella caffetteria. In quegli incontri, che si erano intensificati in questi ultimi anni prima e dopo la pandemia, credo di aver colto i principali tratti della sua personalità: era un uomo semplice e mite, un cristiano che non conosceva la maldicenza, ma al contrario, riusciva a trovare in tutti qualche aspetto positivo, un sacerdote che ha onorato la sua missione sacerdotale venendo incontro alle richieste delle persone che aveva in cura, soprattutto quelle più anziane e più fragili.

Al compimento del suo 80° compleanno scrissi di lui, fra l’altro: «sacerdote in eterno / dell'Ordine di Melchisedec, / mediatore tra cielo e terra, / seminatore fecondo della Parola di Dio, / annunciatore della Buona Novella / agli attenti e ai distratti; / pastore premuroso e paziente, / compassionevole e mite, / sempre pronto all'ascolto / ma anche consigliere ascoltato, / perché ama la gente /e ne è ricambiato...». Credo che i fedeli che partecipano alle celebrazioni da lui officiate apprezzassero  la sua semplicità, il suo sforzo di chiarezza, ma soprattutto la sua empatia.

Con lui ho avuto una sorta di rapporto speciale, sorretto da una grande stima reciproca e condivisione. Poiché per la preparazione di alcuni articoli sull'Europa cristiana e sul contributo della religione nella storia dell'immigrazione italiana in Svizzera volevo essere ben documentato sul contributo della Chiesa e specialmente degli ultimi Papi, padre Enrico mi fu di grande aiuto fornendomi un’abbondante documentazione sulla storia della Chiesa, sui papi Benedetto XVI e papa Francesco, sul Concilio Vaticano II, sul fondatore della congregazione scalabriniana a cui apparteneva, San Giovanni Battista Scalabrini, e sulla storia della Missione Cattolica Italiana di Berna.

Fu così che scoprii che anche lui, come me, aveva una grande stima di Benedetto XVI, di cui entrambi apprezzavamo non solo la profondità del pensiero teologico, ma anche la precisione e la facilità con cui lo esprimeva. Padre Enrico stimolava il mio interesse fornendomi diversi scritti come encicliche, il Catechismo della Chiesa cattolica, testi per la Via Crucis del Venerdì Santo, ecc. 

Quando in Missione arrivava la rivista dove comparivano i miei articoli andava subito a leggere quanto avevo scritto, ma non per sommi capi come spesso avviene soprattutto quando la materia è complessa o specialistica (anche se i miei articoli erano quasi sempre rivolti al vasto pubblico), bensì integralmente, parola per parola e fino in fondo. Per poterne poi parlare con me, quasi sempre si faceva una fotocopia dell’articolo e sottolineava tutti i punti su cui intendeva chiedermi spiegazioni. Ne parlavamo poi dopo la messa. Trovavo tali conversazioni non solo utili, ma anche stimolanti perché sapevo che padre Enrico non si sarebbe fatto scappare alcun errore, specialmente di contenuto.

So di aver perso non solo un attentissimo lettore, ma anche un critico e un consigliere (fu lui a suggerirmi di non dimenticare l’anno scorso l’anniversario di Laudati si’ di papa Francesco). Sono contento di averlo conosciuto e di averne potuto apprezzare la semplicità, il suo notevole impegno nella preparazione delle omelie (ben sapendo che il pubblico era costituito soprattutto da persone anziane), la sua capacità di non lamentarsi mai degli acciacchi dell’età, la sua bontà d’animo e il suo amore per il prossimo. Grazie, padre Enrico. R.I.P. (gl)