11 gennaio 2026

In memoria di padre Enrico Romanò (1938-2026)

L'8 gennaio 2026 è morto serenamente  padre Enrico Romanò (1938-2026) della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Berna.  Lo ricordo volentieri, anche se non l'ho frequentato molto, tranne le domeniche, quando celebrava la messa nella chiesa di Sant'Antonio di Bümpliz. Nel dopo-messa ci incontravamo spesso nella caffetteria. In quegli incontri, che si erano intensificati in questi ultimi anni prima e dopo la pandemia, credo di aver colto i principali tratti della sua personalità: era un uomo semplice e mite, un cristiano che non conosceva la maldicenza, ma al contrario, riusciva a trovare in tutti qualche aspetto positivo, un sacerdote che ha onorato la sua missione sacerdotale venendo incontro alle richieste delle persone che aveva in cura, soprattutto quelle più anziane e più fragili.

Al compimento del suo 80° compleanno scrissi di lui, fra l’altro: «sacerdote in eterno / dell'Ordine di Melchisedec, / mediatore tra cielo e terra, / seminatore fecondo della Parola di Dio, / annunciatore della Buona Novella / agli attenti e ai distratti; / pastore premuroso e paziente, / compassionevole e mite, / sempre pronto all'ascolto / ma anche consigliere ascoltato, / perché ama la gente /e ne è ricambiato...». Credo che i fedeli che partecipano alle celebrazioni da lui officiate apprezzassero  la sua semplicità, il suo sforzo di chiarezza, ma soprattutto la sua empatia.

Con lui ho avuto una sorta di rapporto speciale, sorretto da una grande stima reciproca e condivisione. Poiché per la preparazione di alcuni articoli sull'Europa cristiana e sul contributo della religione nella storia dell'immigrazione italiana in Svizzera volevo essere ben documentato sul contributo della Chiesa e specialmente degli ultimi Papi, padre Enrico mi fu di grande aiuto fornendomi un’abbondante documentazione sulla storia della Chiesa, sui papi Benedetto XVI e papa Francesco, sul Concilio Vaticano II, sul fondatore della congregazione scalabriniana a cui apparteneva, San Giovanni Battista Scalabrini, e sulla storia della Missione Cattolica Italiana di Berna.

Fu così che scoprii che anche lui, come me, aveva una grande stima di Benedetto XVI, di cui entrambi apprezzavamo non solo la profondità del pensiero teologico, ma anche la precisione e la facilità con cui lo esprimeva. Padre Enrico stimolava il mio interesse fornendomi diversi scritti come encicliche, il Catechismo della Chiesa cattolica, testi per la Via Crucis del Venerdì Santo, ecc. 

Quando in Missione arrivava la rivista dove comparivano i miei articoli andava subito a leggere quanto avevo scritto, ma non per sommi capi come spesso avviene soprattutto quando la materia è complessa o specialistica (anche se i miei articoli erano quasi sempre rivolti al vasto pubblico), bensì integralmente, parola per parola e fino in fondo. Per poterne poi parlare con me, quasi sempre si faceva una fotocopia dell’articolo e sottolineava tutti i punti su cui intendeva chiedermi spiegazioni. Ne parlavamo poi dopo la messa. Trovavo tali conversazioni non solo utili, ma anche stimolanti perché sapevo che padre Enrico non si sarebbe fatto scappare alcun errore, specialmente di contenuto.

So di aver perso non solo un attentissimo lettore, ma anche un critico e un consigliere (fu lui a suggerirmi di non dimenticare l’anno scorso l’anniversario di Laudati si’ di papa Francesco). Sono contento di averlo conosciuto e di averne potuto apprezzare la semplicità, il suo notevole impegno nella preparazione delle omelie (ben sapendo che il pubblico era costituito soprattutto da persone anziane), la sua capacità di non lamentarsi mai degli acciacchi dell’età, la sua bontà d’animo e il suo amore per il prossimo (gl)


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