16 giugno 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 45. La formazione professionale garanzia d’integrazione (3a parte)

La formazione professionale, in Svizzera, è la filiera di formazione più diffusa dopo la scuola obbligatoria. E’ giusto parlare di «formazione» (e non di «addestramento», «avviamento al lavoro» o espressioni simili usate ancora negli anni Settanta del secolo scorso) perché gran parte dei cittadini svizzeri si inseriscono attraverso di essa non solo nel mondo del lavoro ma anche nella società. La maggior parte degli immigrati degli anni Sessanta e Settanta, che ne era priva, trovava difficoltà ad inserirsi sia nel mondo del lavoro qualificato che nella società. La leva per risolvere entrambi i problemi era, secondo alcuni immigrati, dare anche agli immigrati la possibilità di una buona formazione di base. Per questo, a metà degli anni Sessanta è sorto il CISAP e ha avuto nei due decenni successivi un enorme sviluppo.

Lo sviluppo del CISAP

Per i 20 anni del CISAP venne pubblicato a cura di G. Longu un libro di memorie, 
foto, testimonianze, analisi, da cui sono attinte molte delle notizie pubblicate.
Negli anni Settanta e Ottanta, quando il CISAP si è dedicato non solo agli immigrati adulti, ma anche ai loro figli (seconda generazione), questa istituzione ha suscitato grande interesse in quanti (autorità, sindacati, istituzioni nazionali e internazionali) erano interessati seriamente all'integrazione degli stranieri. I corsi erano numerosi e molto seguiti. Il metodo funzionava.

Soprattutto i primi corsi destinati agli immigrati della seconda ondata del dopoguerra (anni Sessanta e Settanta) erano organizzati in modo tale che in un primo periodo, attraverso ricuperi scolastici e apprendimenti di base, tutti gli allievi raggiungessero un livello di partenza alquanto omogeneo e seguissero poi con assiduità e impegno i corsi professionali veri e propri, impadronendosi (attraverso «unità» armonizzate e progressive) delle conoscenze teoriche e delle abilità pratiche necessarie all'
esercizio responsabile e qualificato della professione appresa.

Poiché l’obiettivo finale era l’integrazione, anche quando i partecipanti erano in maggioranza giovani della seconda generazione, tutti i corsi tenevano conto non solo della situazione economica ma anche dell’esigenza dei futuri diplomati di potersi inserire agevolmente in una società complessa ed esigente. Per questa ragione, una parte integrante dei corsi era costituita dall'insegnamento della «cultura generale», materia multipla perché comprendeva diversi insegnamenti finalizzati all'acquisizione di conoscenze linguistiche, almeno sufficienti per la comunicazione nell'ambiente di lavoro e nella vita ordinaria, e di competenze economiche, istituzionali, culturali, sindacali, sociali, ecc.

Da Berna, dov’era nato, in pochi anni il CISAP si diffuse in altre città della Svizzera: Bienne, Langenthal, Thun, Delémont, Porrentruy, St. Imier, Tavannes, Moutier, Le Locle, La Chaux-de-Fonds, Neuchâtel, Rüti ZH e in altri Cantoni. Il successo del «Modello CISAP» era ampiamente riconosciuto. I media parlavano spesso del CISAP. I riconoscimenti provenivano da ogni parte e davano fiducia.

Nel 1976, il Consigliere per gli affari sociali dell’Ambasciata d’Italia a Berna, Mario Alberigo, in partenza per Berlino quale direttore aggiunto del CEDEFOP (Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale) assicurava d’impegnarsi nella nuova sede europea per fare riconoscere il CISAP «Centro pilota a livello europeo».

Negli anni Settanta e Ottanta alcuni Paesi d’emigrazione (specialmente Spagna, Portogallo, Turchia, Albania) s’interessarono da vicino alle esperienze del CISAP. Anche una delegazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) venne a Berna per informarsi meglio del «Modello CISAP» e negli anni Ottanta il CISAP partecipò a un progetto pilota OIL/PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) sulla preformazione dei giovani immigrati.

I fattori del successo

Nel successo del CISAP non c’è ovviamente nulla di miracoloso. C’è sicuramente dell’intuizione, molta intelligenza, molto sacrificio, molta perseveranza anche quando le difficoltà soprattutto finanziarie sembravano arrestare le attività del CISAP, ma c’è anche una combinazione di fattori verificatasi al momento giusto, nel posto giusto e con le persone giuste, che ha consentito la realizzazione di un’opera il cui significato va per certi versi oltre lo spazio e il tempo.

Il console A. Mancini, al centro tra il sen. G. Oliva (a sin.)
e il direttore del Cisap Giorgio Cenni (Berna 1967)
A questi fattori si è accennato nell'articolo precedente, ma ciascuno di essi merita qualche dettaglio in più, perché senza le autorità italiane, senza le autorità cantonali e federali svizzere, senza i sindacati e i datori di lavoro svizzeri, ma anche senza l’associazionismo italiano, in cui è emerso il bisogno della formazione professionale, e senza la società svizzera che ha sempre rispettato le competenze e la collaborazione di chiunque si è sentito parte della comunità nazionale, il CISAP non avrebbe mai potuto raggiungere i risultati ottenuti. Questo ampio coinvolgimento non era solo un auspicio degli iniziatori del CISAP, ma una convinzione profonda e una ferma volontà.

Lo Stato italiano, primo sostenitore del CISAP

Le autorità italiane sono state le prime a credere e a sostenere fin dal suo concepimento il progetto CISAP. Fu infatti il console d’Italia a Berna Antonio Mancini a convincersi a tal punto dell’idea da farsene egli stesso promotore. Nel gennaio 1966 organizzò una cena all'Hotel Bellevue di Berna con alcuni rappresentanti dei sindacati e delle autorità svizzere con l’intento evidente di coinvolgerli nel sostegno dell’iniziat

iva. Fu un successo. La strada era spianata per la preparazione dei primi corsi del Centro italo-svizzero di formazione professionale, che poterono già iniziare nella primavera del 1966.

Il primo a rallegrarsene fu proprio il console Mancini che promise il suo interessamento per ottenere un contributo significativo dello Stato italiano. Da allora, non solo consoli, ambasciatori e alti funzionari dello Stato, ma anche numerosi deputati, senatori, sottosegretari e segretari di Stato, presidenti di Regione, personalità varie… venendo in Svizzera hanno fatto sovente tappa al CISAP. I messaggi lasciati nel «Libro d’oro» dei visitatori testimoniano spesso l’orgoglio di aver visitato all'estero una realtà di immigrati così prestigiosa.

Le autorità svizzere

Le autorità svizzere hanno sempre visto di buon occhio le iniziative che contribuivano al miglioramento qualitativo dei lavoratori immigrati e stimolavano la loro integrazione. Nel caso del CISAP hanno tuttavia notato, fin dall'inizio, anche l’aspetto solidaristico dell’istituzione o, come scrisse un rappresentante della Confederazione, «la grande volontà di tutti i partecipanti di voler migliorare le loro conoscenze professionali, il loro encomiabile impegno e la grande diligenza, come pure la dedizione dei docenti, i quali hanno sempre dato e danno il meglio di loro stessi…».

Il Presidente Nello Celio (al centro) in visita al CISAP (1972)
E’ possibile che abbiano influito nell'atteggiamento delle autorità svizzere la positiva eco che suscitavano i corsi sulla stampa locale (soprattutto il Der Bund e il Berner Tagblatt di Berna), il sostegno della Federazione dei lavoratori metallurgici e orologiai (FLMO), la collaborazione di alcune importanti industrie, ma anche visite dirette di funzionari cantonali e federali degli organi competenti per la formazione professionale.

Sta di fatto che le autorità cantonali e federali hanno sempre sostenuto le attività del CISAP con contributi sempre più consistenti. Nel Cantone di Berna, soprattutto sotto la spinta del CISAP e della FLMO, il Consiglio di Stato assicurò fin dagli anni Settanta le sovvenzioni cantonali legali per i corsi di formazione e perfezionamento professionali agli stranieri. Sul finire del 1970 costituì una Commissione mista come organo consultivo della Direzione cantonale dell’economia pubblica finalizzata ad «incoraggiare la formazione e il perfezionamento professionali dei lavoratori e giovani stranieri nel Cantone di Berna». I compiti specifici della Commissione erano alquanto seri. Essa doveva, fra l’altro, predisporre un programma annuale destinato a: «a) incoraggiare i corsi di lingua allo scopo di favorire l’assimilazione (ted. Assimilation); b) incoraggiare i corsi di preparazione all'esame di fine tirocinio secondo l’articolo 30 della legge federale sulla formazione professionale, nelle scuole professionali e scuole specializzate artigianali o commerciali; c) incoraggiare i corsi organizzati dalle scuole professionali e commerciali in collaborazione con le associazioni professionali; d) incoraggiare i corsi organizzati in comune da associazioni economiche e professionali; e) incoraggiare le scuole di mestiere (ted. Bildungsstätten) straniere esistenti che si adoperano per la formazione e il perfezionamento professionali della manodopera estera (es. Cisap) (…)».

L’espressione più alta del riconoscimento e della stima delle autorità svizzere il CISAP l’ha avuta nel 1972 quando a visitare la scuola, le aule, le officine e a inaugurare un nuovissimo laboratorio linguistico fu il Presidente della Confederazione Nello Celio. Quel giorno tutti i media nazionali parlarono del CISAP perché mai la massima carica dello Stato aveva visitato un’istituzione del genere e aveva reso «l’omaggio del Consiglio Federale» a un’istituzione in cui «si vede della gente che dopo le ore di lavoro si dedica ancora allo studio, alla pratica, all'apprendimento di un mestiere, perché in ognuno di noi, o almeno in molti di noi è sempre viva la volontà di salire nella vita, di essere qualcosa di più di quanto non si è stati, e soprattutto di guardare ad un avvenire migliore...». (Segue)

09 giugno 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 44. La formazione professionale garanzia d’integrazione (2a parte)

La Svizzera, un Paese ancora bloccato da contrapposizioni socio-politiche (destra rurale conservatrice e borghesia urbana innovatrice e dinamica) e antropologiche («un piccolo popolo di signori cittadini» e stranieri considerati forza lavoro «indispensabile al benessere», Max Frisch), ma trascinato dall'incessante sviluppo economico, negli anni Sessanta si domandava di quanti lavoratori stranieri l’economia avesse ancora bisogno, dimenticandosi che erano «persone». Negli anni Settanta fu scelta la prospettiva d’integrarli, ma senza interpellarli. Il CISAP è stato una delle prime istituzioni, costituita essenzialmente di stranieri, che con la sua idea di formazione professionale s’impose all'attenzione dell’associazionismo, delle autorità italiane e svizzere, dei sindacati e dei datori di lavori, perché proponeva una via all’integrazione singolare, efficace e coinvolgente.

Necessità del cambiamento

Prima sede del CISAP (1966)

Per cogliere il carattere innovativo e risolutivo dell’iniziativa CISAP occorre ricordare, sia pure brevemente, il contesto generale dell’economia e della società svizzere, ma anche l’atmosfera che si
respirava nella collettività italiana nella seconda metà degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta. Gli italiani restavano sempre più a lungo in Svizzera, erano ritenuti indispensabili da molte imprese come forza lavoro, ma la società svizzera non riusciva a considerarli come parte integrante di pari dignità. Intanto il mondo stava cambiando velocemente, l’economia si trasformava, la seconda generazione avanzava senza precisi orientamenti e sufficienti stimoli all'integrazione.

L'edificio allo Jägerweg, oggi.
Gli immigrati (italiani) furono tra i primi ad avvertire i venti del cambiamento, perché erano i primi a subirne le conseguenze, come dimostrò la crisi economica della metà degli anni Settanta: oltre trecentomila posti di lavoro persi a danno soprattutto degli stranieri, perché meno qualificati e meno preparati a seguire l’evoluzione tecnologica del lavoro. I dirigenti del CISAP, fondando il Centro (1966), erano convinti che la migliore salvaguardia del posto di lavoro e il più efficace strumento per l’integrazione era una solida formazione professionale.


Non tutti gli immigrati ne erano convinti, perché nella coscienza di molti prevaleva il senso della provvisorietà dell’esperienza migratoria, in altri pesava il complesso dell’incapacità a seguire studi di qualsiasi genere, altri ancora ritenevano di non disporre del tempo necessario per tornare sui banchi di scuola o di non averne bisogno. L’opera di convincimento ad imparare un mestiere o a migliorare quello imparato ed esercitato fu un’impresa gigantesca. Decine di associazioni, visitate negli anni Settanta e Ottanta dal direttore
Giorgio Cenni e da altri dirigenti del CISAP, sentirono forse per la prima volta che in Svizzera c’era per tutti almeno una possibilità di apprendere una professione seria, di esercitarla con dignità e attraverso tale esperienza entrare a testa alta nella società svizzera. Molti ne approfittarono.

Dall'idea alla sua realizzazione

Quando oggi si parla di «scuola» viene subito in mente una struttura di apprendimento, solida e accogliente, che lo Stato mette a disposizione dei cittadini più giovani per soddisfare il più ampiamente possibile il loro diritto fondamentale allo studio e al sapere. Oltre all'istruzione inferiore, che è obbligatoria e gratuita, secondo la Costituzione italiana, lo Stato deve garantire anche il diritto ad accedere alle formazioni post obbligatorie e «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

Questi principi sembravano inapplicabili per gli immigrati. Si diceva, qui in Svizzera, a proposito degli immigrati del secondo dopoguerra, che essendo ormai adulti, sebbene molti non avessero nemmeno completato la scuola obbligatoria e alcuni fossero rimasti addirittura analfabeti, non potevano più rivendicare il diritto allo studio e ancor meno a una formazione professionale di base post obbligatoria. Di fatto, lo Stato italiano non si sentiva obbligato a finanziare corsi professionali e nemmeno la Svizzera riteneva di aver contratto alcun obbligo in questo senso con gli accordi di emigrazione/immigrazione con l’Italia, nonostante sapesse benissimo che ne sarebbe stata la principale beneficiaria.

Non è facile anche solo immaginare a questo punto quante difficoltà dovettero superare i dirigenti del CISAP per creare il Centro, cioè la scuola di apprendimento dei mestieri più richiesti in quel momento dall'industria svizzera. La realtà in quel caso superò l’immaginazione perché quegli idealisti riuscirono effettivamente a trasformare un’idea astratta, magari sognata ad occhi aperti, in una vera scuola di formazione professionale (sia pure collocata provvisoriamente in una villetta con uno scantinato e poche stanze nel quartiere di Breitenrain di Berna), ad attirare numerosi allievi e organizzare svariati corsi.

Insegnanti e programmi

Una scuola è sempre una realtà molto complessa. Ma nel caso del primo centro CISAP la complessità doveva essere ben maggiore, oggi forse inimmaginabile. Basti pensare anche solo alla sede: quale? dove? chi avrebbe garantito il pagamento dell’affitto, visto che la neocostituita associazione non aveva un soldo? Fortunatamente a firmare il contratto fu la Colonia libera di Berna. La sede, però, era tutta da adattare e sistemare (rifinitura e imbiancatura delle pareti) e ciò fu possibile solo grazie al lavoro gratuito nel tempo libero dei futuri dirigenti e insegnanti.

A proposito di insegnanti: erano tutti da reclutare, preparare e motivare per mettere a disposizione di altri tempo e conoscenze in cambio di un compenso poco più che simbolico. Fu un’opera molto delicata, non solo per la penuria di personale competente di lingua italiana nelle materie professionali, ma anche perché dovevano possedere una sensibilità particolare, visto che dovevano insegnare a persone non abituate allo studio, con gradi diversi di scolarizzazione e non tutte ugualmente motivate.

Gli insegnanti avevano inoltre un compito particolarmente difficile, quello della preparazione dei programmi. Nelle grandi città, dove era maggiore la concentrazione degli italiani, venivano già organizzati corsi di lingua, disegno, taglio e cucito e simili, ma erano molto frammentari, lacunosi e poco incisivi. Al CISAP, invece, si volevano condurre corsi completi, teorico-pratici, per tornitori, fresatori, automeccanici, elettrauto ed altre professioni particolarmente richieste e bisognava disporre di programmi adatti. Poiché non potevano essere ripresi tali e quali quelli italiani adottati per esempio da centri professionali regionali né quelli svizzeri predisposti per apprendisti al termine della scuola obbligatoria, fu giocoforza crearne dei nuovi attingendo dagli uni e dagli altri. Fu un’opera faticosa, ma pagante.

Il sostegno delle autorità e delle parti sociali

L'ultima sede del CISAP a Berna (foto 1974)
Va reso omaggio a quanti hanno creduto nell'iniziativa CISAP e si sono prodigati senza riserva nel reperimento e nell'adeguamento dei locali della scuola, nella scelta e nella motivazione degli insegnanti e istruttori e nella preparazione dei programmi tenendo giustamente conto delle esigenze particolari, ma il riconoscimento maggiore deve andare soprattutto a Giorgio Cenni e a quanti hanno condiviso con lui la preoccupazione e l’intuizione geniale di coinvolgere nel progetto e soprattutto nella realizzazione del CISAP le istituzioni.

A questi pionieri apparve infatti evidente fin dalla metà degli anni Sessanta (quindi prima ancora che si parlasse espressamente di formazione professionale degli immigrati finalizzata alla loro integrazione professionale e sociale) che in Svizzera nessuna grande impresa del genere, così impegnativa ed esigente (anche finanziariamente), sarebbe stata possibile senza il sostegno non solo delle autorità italiane e svizzere, ma anche dei sindacati e dei datori di lavoro svizzeri. Per questo si cercò fin dagli anni Sessanta di coinvolgere nella gestione del CISAP i rappresentanti di tutte le istituzioni interessate e gli sforzi furono abbondantemente premiati, come si vedrà meglio nel prossimo articolo.

Va detto comunque da subito che questo coinvolgimento responsabile e collegiale delle principali istituzioni italiane e svizzere ha reso il CISAP un modello paradigmatico non solo nel campo della formazione professionale, come accennato in chiusura dell’articolo precedente, ma anche in altri campi. Nel 1970, il capo dell’Ufficio cantonale di Berna per la formazione professionale, Otto Nickler, ha scritto:

«I1 CISAP, il centro italiano per la formazione e il perfezionamento professionale in Berna, è un esempio di come l'iniziativa e la volontà persistente di alcuni siano in grado di determinare il destino di molti. Al principio era in verità l'idea. L'idea di avviare e perfezionare professionalmente i connazionali italiani durante il loro tempo libero e renderli in questa maniera più utili collaboratori e uomini più responsabili. Questa possibilità in questi anni si è trasformata in realtà ed è divenuta una «speranza per i lavoratori stranieri». (Segue)

02 giugno 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 43. La formazione professionale garanzia d’integrazione (1a parte)

Nel periodo 1970-1990 della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, la votazione sull’iniziativa antistranieri di J. Schwarzenbach (7 giugno 1970) ha segnato indubbiamente una svolta decisiva. Essa ha infatti avviato negli ambienti politici svizzeri un cambiamento radicale della politica immigratoria orientandola alla stabilizzazione e all'integrazione e nella popolazione svizzera la presa di coscienza dell’esistenza di un’importante componente straniera quale parte integrante della società. Nella collettività italiana immigrata la necessità della svolta era stata avvertita già a metà degli anni Sessanta, quando si cominciò a percepire chiaramente che l’integrazione doveva cominciare con una solida formazione scolastica e professionale e furono avviate le prime iniziative mirate in questa direzione (assistenza scolastica, corsi CISAP, ecc.). Nel periodo in esame gli interventi si moltiplicarono e cominciarono a dare i primi frutti di un’effettiva integrazione.

Situazione fino alla metà degli anni Sessanta

In questo e nei prossimi articoli si cercherà di approfondire il senso della svolta per gli immigrati italiani attraverso la formazione e l’integrazione professionale sull’esempio delle iniziative del CISAP (Centro italo-svizzero di formazione professionale) avviate con successo dalla metà degli anni Sessanta. L’attività di questa istituzione è stata per diversi aspetti esemplare, ma è ancora poco conosciuta. Merita pertanto un approfondimento, che può aiutare a capire meglio il grande cambiamento intervenuto nella collettività italiana in Svizzera nel periodo considerato.

Manuel Campus, La stazione di Milano (Casa d’Italia di Berna)

Oggi gli Stati, i Governi, l’Unione Europea (UE), ma anche la Svizzera, non da ultimo grazie alla facilità di mobilitazione dell’opinione pubblica, sembrano più attenti che in passato ai bisogni dei gruppi più deboli della popolazione e più disposti a intervenire con massicci investimenti per risolvere almeno i problemi più gravi e urgenti. Nel periodo in esame la situazione era ben diversa, tanto è vero che fino alla metà degli anni Sessanta nessuna istituzione pubblica, né svizzera né italiana, sentiva il bisogno d’intervenire nel campo della formazione professionale degli stranieri allo scopo di favorire la loro integrazione qualificata nel mondo del lavoro e migliorare di conseguenza la loro condizione esistenziale.

Il Consiglio federale indicava la stabilizzazione e l’integrazione della manodopera straniera come obiettivi da raggiungere, ma non forniva gli strumenti e non stanziava i fondi necessari per raggiungerli. L’Italia sembrava accontentarsi di erogare qualche sussidio a destra e a manca e d’intervenire presso le autorità svizzere solo in casi di presunta violazione degli accordi bilaterali, di gravi disgrazie o episodi clamorosi a danno di connazionali. Eppure alcune associazioni di immigrati informavano regolarmente i principali partiti politici sulle penose condizioni riguardanti il lavoro, l’alloggio, le differenze salariali, i diritti civili, la sicurezza sociale degli immigrati.

Quando i negoziatori italiani che trattavano con la controparte svizzera un nuovo accordo di emigrazione (primi anni ’60 del secolo scorso) chiesero interventi a garanzia della scolarizzazione dei figli dei lavoratori italiani, si dimenticarono totalmente di discutere la situazione dei giovani immigrati senza «formazione professionale» (un’espressione che non compare mai nei documenti relativi al negoziato). Probabilmente non conoscevano affatto il mondo del lavoro svizzero.

Allora erano inimmaginabili i Recovery Fund, Recovery Plan o Integration-Agenda di cui tanto si parla attualmente e non c’erano nemmeno modelli d’integrazione e di sviluppo sulle generazioni future, anche se, per i giovani, al termine dell’obbligo scolastico, esisteva già un sistema efficace e consolidato di formazione professionale. Per gli stranieri, invece, pur avendo magari da poco terminata la scuola obbligatoria, le istituzioni pubbliche svizzere non avevano né modelli né punti di riferimento né idee per integrarli adeguatamente nel mondo del lavoro e nella società. Anche le istituzioni italiane, non diversamente da quelle svizzere, sembravano addirittura ignorare il problema.

Immigrati italiani scarsamente qualificati

Le rappresentanze delle istituzioni pubbliche italiane non brillavano nemmeno per sensibilità nei confronti dei connazionali emigrati. Talvolta davano persino l’impressione di «doversi» occupare non di concittadini «normali», ma di quella parte di essi considerata sfortunata, perché costretta ad emigrare, con un basso livello di scolarizzazione e talvolta analfabeta, incapace di interloquire con gli svizzeri perché priva di conoscenze linguistiche sufficienti, interessata al salario e alla maniera di aumentarlo con lo straordinario e il cottimo più che al perfezionamento professionale, ad imparare la lingua del posto, a migliorare le proprie conoscenze professionali, ecc.

Allievi tornitori del CISAP (1970)

Purtroppo la letteratura sulle condizioni degli immigrati in Svizzera ha sempre evidenziato soprattutto gli aspetti penosi dell’emigrazione e nell'immaginario collettivo lo stereotipo dell’emigrato è stato per decenni una figura triste e rassegnata (come gli emigranti del pittore Manuel Campus alla stazione di Milano) per cui è difficile trovare anche nel periodo in esame figure opposte di immigrati che hanno saputo trasformare la loro condizione iniziale in una specie di trampolino di lancio per migliorarla, esaltarla e portarla a un livello tale da prospettare anche per i loro figli e nipoti condizioni di progettualità esistenziale per nulla diverse rispetto ai coetanei svizzeri.

Eppure, tra gli immigrati italiani e le loro famiglie, soprattutto dopo il 1970 era sempre più diffuso il desiderio di vivere in Svizzera in una condizione di «normalità», tipica di chi in una società complessa e multietnica si sente a proprio agio perché è rispettosa di tutte le sue componenti, è solidale e capace di svilupparsi in modo da godere insieme della prosperità raggiunta concordemente.

Inoltre, a molti stranieri e specialmente agli italiani, non piaceva nemmeno essere considerati Gastarbeiter, «lavoratori ospiti», ad un livello inferiore a quello degli svizzeri, pur rendendosi conto che tra loro e gli svizzeri le differenze salariali era spesso notevoli, non perché il lavoro da loro svolto fosse quantitativamente e qualitativamente inferiore, ma perché quasi tutti gli svizzeri avevano una qualifica professionale e gli stranieri (italiani) no. In effetti gli stranieri erano prevalentemente «operai» (circa 2/3, mentre erano operai solo circa 1/3 degli svizzeri) e senza qualifica professionale, a differenza della maggior parte degli svizzeri che avevano seguito un apprendistato.

Presa di coscienza tra gli immigrati

Per decenni l’immigrato italiano era venuto in Svizzera come stagionale o comunque per un tempo limitato ed era comprensibile che approfittasse della stagione o dell’anno per lavorare e guadagnare il più possibile. Il suo scopo era tornare a casa con un gruzzolo. Quando negli anni Sessanta ci si accorse che il tempo dell’emigrazione si allungava e la prospettiva del rientro in Italia si allontanava sempre più, cominciò a farsi strada in molti immigrati l’idea che per entrare nella «normalità» dovesse far parte del bagaglio che ognuno si portava appresso anche una formazione professionale almeno simile a quella dei compagni di lavoro svizzeri.

Realizzare quell’idea nel contesto appena descritto non è stato facile, anche perché si trattava d’inventare una strada finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo indicato e percorribile anche da chi aveva terminato la scuola da diversi anni, non praticava da tempo alcuno studio, non aveva più alcuna familiarità con i libri di scuola e con le formule, sebbene fosse disposto a sacrificare gran parte del suo tempo libero e a non arrendersi alle prime difficoltà.

L’impresa riuscì, come si vedrà meglio in seguito, ad un gruppo alquanto eterogeneo, ma dotato di grandi capacità progettuali, coraggioso, intelligente e lungimirante. Del gruppo facevano parte soprattutto immigrati ormai ben inseriti nel mondo del lavoro e buoni conoscitori del sistema economico, politico, sociale e culturale svizzero, ma anche esponenti di istituzioni svizzere e italiane, tutti animati dallo stesso spirito di solidarietà e dallo scopo di dare ai volenterosi immigrati che lo desideravano la possibilità di integrarsi attraverso una formazione professionale efficace e comparabile a quella dell’apprendistato svizzero.

Di questo gruppo, costituitosi in seguito in associazione, denominata CISAP (Centro italo-svizzero addestramento professionale), si è già trattato in diversi articoli alcuni mesi fa. In questi s’intende sottolineare quello che si potrebbe chiamare il «Modello CISAP», per il suo carattere paradigmatico non solo nel campo della formazione professionale per adulti, ma anche in altri campi dove la riuscita dipende da molteplici fattori, tutti indispensabili. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 02.06.2021

21 maggio 2021

Eccellenza italiana al vertice del Politecnico federale di Zurigo

Su proposta del presidente del Politecnico federale di Zurigo (PFZ), prof. Joël Mesot, il Consiglio dei Politecnici federali svizzeri ha nominato il fisico italiano prof. Günther Dissertori nuovo rettore del PFZ, una delle più prestigiose università del mondo (una ventina di Premi Nobel, tra cui Albert Einstein).

Il prof. Günther Dissertori, nato nel 1969 a Merano (Alto Adige), è cittadino italiano, professore assistente presso il PFZ di Zurigo dal 2001, a giugno 2007 è stato nominato professore ordinario presso l’Istituto di fisica delle particelle. Si distingue - si legge in un comunicato stampa del PFZ - per l’eccezionale impegno didattico ed è stato insignito per questo con quattro «Goldene Eule» (gufo d’oro), premio assegnato ogni anno dall’associazione studentesca del PFZ per l’eccellenza didattica. Nel 2013 ha inoltre vinto il Premio Credit Suisse per il miglior insegnamento presso il PFZ di Zurigo.

Il prof. Günther Dissertori possiede solide conoscenze nell'ambito dell’elaborazione e della revisione dei corsi di studi. Ha svolto importanti mansioni di coordinamento nella collaborazione tra oltre 4000 ricercatori di vario orientamento scientifico provenienti da 40 Paesi. Tra le altre cose, il suo gruppo ha fornito un contributo essenziale alla dimostrazione sperimentale del bosone di Higgs, per la cui scoperta François Englert e Peter Higgs hanno ricevuto il premio Nobel per la fisica nel 2013.

I numerosi riconoscimenti e la vasta esperienza didattica rappresentano ottime qualifiche per la sua nomina a rettore e vicepresidente didattico del PFZ di Zurigo. Il prof. Günther Dissertori entrerà in carica il 1° febbraio 2022.


19 maggio 2021

Unioni omosessuali e benedizione sacramentale

Recentemente i media hanno informato che in diverse parti del mondo coppie omosessuali sono state benedette da sacerdoti cattolici. Interpellata sulla liceità di queste benedizioni, la Congregazione per la dottrina della fede (CDF) ha risposto che «non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso». La discussione tra sostenitori e oppositori non si è fatta attendere. In questo articolo se ne parla non per darne conto, ma perché il fenomeno concerne anche la Svizzera e, soprattutto, perché pone diversi interrogativi, che riguardano non solo i cattolici ma l’intera società.

Le coppie omosessuali sono discriminate?

Non molti anni fa, in molti Paesi si discuteva sui diritti civili fondamentali delle coppie omosessuali rispetto alle coppie eterosessuali. Nel frattempo, in quasi tutti i Paesi liberali e democratici, Svizzera (2004) e Italia (2016) comprese, le coppie omosessuali hanno ottenuto il riconoscimento giuridico, che comporta diritti e doveri simili a quelli delle coppie eterosessuali sposate, anche se l’estensione dei diritti non è ovunque la stessa. In alcuni Paesi, per esempio, possono adottare, in altri no. Alcuni Stati consentono la «maternità sostitutiva» (una donna provvede alla gestazione del nascituro per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori), altri invece la vietano.

In punto di diritto, dunque, le coppie omosessuali non sono in generale discriminate rispetto alle «coppie eterosessuali», perché non vengono private di alcun diritto fondamentale loro spettante per legge, a meno che sia considerata discriminatoria la stessa legge e in tal caso bisognerebbe battersi per cambiarla.

Per quanto riguarda la Svizzera, le coppie omosessuali possono farsi registrare come «unione domestica registrata» (in tedesco: Eingetragene Partnerschaft). In tal modo la legge conferisce loro gli stessi diritti e le stesse protezioni riconosciute alle coppie eterosessuali, ad eccezione dell’adozione di bambini e della «maternità sostitutiva» (vietata dalla Costituzione federale). La situazione è però in evoluzione.

L’anno scorso, infatti, il Consiglio nazionale ha approvato un progetto di legge che prevede per le coppie omosessuali il diritto all’«unione matrimoniale» (e non solo all’«unione domestica registrata») e alla «procreazione medicalmente assistita» per le coppie lesbiche. Per diventare legge, però, il testo dovrebbe essere approvato anche dal Consiglio degli Stati e, soprattutto, superare l’incognita del referendum.

La problematica nel campo cattolico

La problematica relativa alle coppie omosessuali non si limita al terreno sociale e politico, perché da qualche tempo ha investito anche la Chiesa cattolica, soprattutto quando concerne cattolici «che manifestano la tendenza omosessuale» ai quali la Chiesa non può rifiutare «gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (papa Francesco).

D’altra parte, la Chiesa non può stravolgere il Magistero tradizionale che considera il matrimonio un patto «con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole» e per questo «tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento» (Catechismo della Chiesa Cattolica). E poiché le benedizioni sulle persone «sono in relazione con i sacramenti, la benedizione delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita» (CDF).

Ciononostante, ci sono sacerdoti, soprattutto in Germania ma anche in Svizzera (e in altri Paesi), che continuano a benedire coppie omosessuali, talvolta in pubblico davanti alle telecamere, quasi volessero inviare un chiaro messaggio di dissenso al Vaticano.

Non sta a chi scrive giudicare quel che fanno questi sacerdoti, ma è perlomeno sorprendente che una manifestazione del genere, in Germania, con centinaia di sacerdoti e coppie omosessuali si sia svolta nell'ambito di un'iniziativa chiamata «l’amore vince». Come se anche la Chiesa di cui dichiarano di far parte non meritasse amore e rispetto, come se l’amore cristiano non avesse un’estensione universale, come se il mondo dei poveri, dei profughi, dei veri discriminati, dei minori abbandonati, delle persone che dipendono dalla solidarietà degli altri non meritasse un grande amore.

Probabilmente bisognerebbe relativizzare la portata di questi episodi perché se le coppie omosessuali registrate sono un’esigua minoranza (in Svizzera meno del 2% rispetto alle coppie eterosessuali) quelle che chiedono una benedizione sacramentale sono davvero una percentuale minima. Ma fa bene la Chiesa ad occuparsi anche di loro perché nessuno si senta escluso dall'amore di Dio.

Giovanni Longu
Berna, 19.05.2021

12 maggio 2021

Svizzera – Unione europea: l’accordo s’ha da fare!

Il recente incontro a Bruxelles (23 aprile 2021) tra il presidente della Confederazione Guy Parmelin e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non ha messo in luce solo la distanza delle posizioni tra le due parti su alcuni punti del progetto di accordo istituzionale, ma anche la difficoltà a comprendersi. La Svizzera è forse troppo rigida nelle sue posizioni e miope nel vedere a distanza i benefici che otterrebbe dall'accordo? E l’Unione europea (UE) è forse troppo sicura di sé per non rendersi conto che anch'essa ha bisogno della Svizzera e che questa, per la sua storia e le sue istituzioni, non cederà mai su alcuni punti che considera irrinunciabili? Non sarebbe preferibile per entrambe le parti un’analisi seria dei costi e benefici e la ricerca di possibili compromessi?

La situazione

Per comprendere le difficoltà d’interpretazione e di accettazione dell’accordo quadro istituzionale soprattutto da parte svizzera va premesso che la Svizzera e l’UE sono già legate da numerosi accordi bilaterali. L’UE vorrebbe tuttavia interromperne la serie e concludere un accordo istituzionale che inquadri quelli esistenti e ne garantisca gli sviluppi futuri.

Palesemente le aspettative dell’una e dell’altra parte non erano e non sono coincidenti. Per l’UE è fondamentale che siano garantite anche in Svizzera tutte le libertà fondamentali dei cittadini dell’Unione e il recepimento del diritto europeo. La Svizzera sperava invece, attraverso l’accordo quadro, di poter continuare a sviluppare la via bilaterale e concludere nuovi accordi di accesso al mercato europeo. Per il Consiglio federale, infatti, la prosperità («la Svizzera assicura durevolmente la sua prosperità») figura sempre al primo posto degli obiettivi politici di legislatura. Ufficialmente le divergenze che impediscono alla Svizzera di firmare l’accordo quadro riguardano soprattutto tre punti: la cittadinanza europea, la protezione dei salari e gli aiuti di Stato.

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, la prima divergenza riguarda essenzialmente l’interpretazione da dare alla direttiva dell’UE sulla cittadinanza europea, per l’impatto che potrebbe avere sulle assicurazioni sociali. Al Consiglio federale, immaginando la reazione che potrebbe suscitare nell’opinione pubblica svizzera, non sembra accettabile che le assicurazioni sociali svizzere siano rese accessibili indiscriminatamente a tutti i cittadini europei nella Confederazione anche se inoccupati.

Sebbene la Commissione europea abbia fatto sapere che per accedere alle assicurazioni sociali esistono già precise condizioni e limiti, in Svizzera si continua a temere una sorta di «immigrazione verso l’assistenza sociale». Non sembrano sussistere invece difficoltà insormontabili per quanto riguarda le misure di accompagnamento per la protezione dei salari come pure gli aiuti di Stato dei Cantoni.

L’atteggiamento svizzero

Napoleone (1769-1821), di Jacques-Louis David 
L’atteggiamento svizzero nei confronti dell’accordo lungamente negoziato con l’UE, prima di essere liquidato con una semplice approvazione o condanna, come fanno tanti, andrebbe anzitutto capito. Chi conosce anche solo sommariamente la storia svizzera sa bene che tre sono state le istituzioni attorno alle quali si è avuta quasi sempre la massima coesione: il federalismo, la democrazia diretta e l’esercito di milizia a garanzia della neutralità e integrità territoriale. Persino Napoleone ha dovuto arrendersi alla volontà degli svizzeri che rifiutavano la «Repubblica Elvetica» una e indivisibile imposta dai francesi (1799) e ripristinare con l’Atto di Mediazione (1803) il federalismo.

Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone, il successivo Congresso di Vienna (1815) confermò nell'essenziale il disegno napoleonico della Confederazione Svizzera anche nel mutato quadro geopolitico europeo che l’attorniava. Le grandi potenze Austria, Francia, Gran Bretagna, Prussia e Russia ne garantirono l’indipendenza e l’integrità territoriale ma a condizione che restasse per sempre un Paese «neutrale».

La nuova situazione avrebbe dovuto sollevare la Svizzera, almeno in teoria, dal timore di aggressioni e annessioni. In pratica, invece, le paure non finirono mai e la Svizzera continuò a pensare alla sua difesa. Anzi vi continua a pensare pure oggi perché, secondo la consigliera federale Karin Keller-Sutter, «il Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) costata dal 2015 una minaccia terroristica elevata in Svizzera».

Tutto questo per dire quanto la Svizzera sia rimasta nei confronti dell’estero diffidente o per lo meno vigilante. Che anche oggi il Consiglio federale abbia scelto un atteggiamento attendista nella firma dell’accordo quadro istituzionale con l’UE si comprende alla luce della sua lunga storia. Guai, tuttavia, se la Svizzera restasse bloccata dal suo passato.

Che fine farà il negoziato?

Non è pensabile che anni di trattative vengano vanificati da divergenze che per quanto apparentemente
rilevanti, in realtà non lo sono. A dirlo è lo stesso responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri Ignazio Cassis, secondo cui «l'accordo quadro è comunque essenziale ed è a favore della Svizzera».

Finora il Consiglio federale non ha ritenuto opportuno di accettare il testo di accordo proposto ritenendo che in votazione popolare non otterrebbe il necessario avvallo. Questa paura dovrebbe essere superata evidenziando soprattutto i vantaggi dell’accordo, ma sottolineando anche i rischi di non firmarlo. Un’analisi seria e obiettiva dei pro e dei contro aiuterebbe non poco a uscire dalle ideologie e tornare nella realtà, che è quella di un’Europa che continuerà ad andare avanti e a integrarsi sempre più fino a raggiungere l’unione politica e di una Svizzera che non potrà stare semplicemente a guardare.

Guy Parmelin (CH) e Ursula von der Leyen (UE)

Sarà certamente utile a molti svizzeri riflettere anche sul ruolo della Svizzera in Europa, correggendo alcuni difetti e assumendo maggiori responsabilità. L’economista Basilio M. Biucchi scrisse una quarantina di anni fa che «nessun Paese è così costantemente fedele ai propri difetti come la Svizzera, o meglio, nessun Paese è capace, come la Svizzera, a dare ai suoi difetti plurisecolari l’apparenza di virtù nazionali».

Biucchi si riferiva al tema dell’«immigrazione di forze di lavoro straniere» e probabilmente non userebbe gli stessi termini in riferimento alla politica estera attuale; ma avrebbe sicuramente ancora qualcosa da eccepire. Se infatti negli anni Settanta aveva ragione di criticare la Svizzera di allora che chiamava gli operai stranieri di cui aveva enorme bisogno per immetterli come ultima ruota del carro negli ingranaggi economici, ma in fondo li disprezzava come una categoria sociale inferiore, non credo che tacerebbe oggi di fronte al rifiuto del Consiglio federale di prendere in considerazione la richiesta dell’UE di considerare tutti i cittadini europei uguali di fronte al diritto alle prestazioni sociali, siano essi attivi o no.

In conclusione

E’ auspicabile che l’accordo quadro istituzionale venga presto firmato, magari con qualche ritocco, non perché lo imponga l’UE e risulti utile anche alla Svizzera, ma perché è nell'interesse sia dell’una che dell’altra.

Sarà certamente utile alla Svizzera perché la convergenza di valori e interessi con l’UE è talmente elevata da non poter più fare a meno l’una dell’altra. Del resto la Svizzera è quella che è perché almeno dal 1815 è sempre stato anche nell'interesse dell’Europa che conservasse la propria indipendenza e integrità territoriale, potesse svilupparsi a piacimento col contributo di milioni di immigrati europei e potesse smerciare gran parte dei prodotti della sua economia nel continente.

Sarà utile anche all'UE perché dalla Svizzera potrà capire meglio cosa vuol diventare: una congerie di Stati disposti a condividere un minimo di valori e di interessi e poi ognuno per sé oppure una unione politica ed economica di tipo federale (Luciano Fontana)?

Grazie all'accordo quadro con l’UE la Confederazione potrà continuare a svilupparsi e a perseguire per il suo popolo la prosperità che le impone come fine la Costituzione, ma non dovrebbe dimenticare di avere anche delle responsabilità altrettanto importanti verso i più deboli («la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri») e verso le generazioni future, che avranno sempre più legami in tutti i campi con un’Europa sempre più integrata.

Giovanni Longu
Berna, 12.05.2021

05 maggio 2021

Italia-Svizzera: 160 anni di relazioni diplomatiche (terza parte)

Benché le voci irredentiste continuassero a farsi sentire, anche da elementi di spicco del Parlamento italiano, per la Confederazione era di gran lunga più importante proseguire e possibilmente intensificare i buoni rapporti avviati col Regno di Sardegna soprattutto in alcuni campi: scambi commerciali, diritti dei cittadini di entrambi gli Stati nell’altro Stato ecc. Poiché in questi e in altri campi la collaborazione sembrava possibile e necessaria, dopo che la Gran Bretagna ebbe riconosciuto il nuovo Stato la Svizzera non esitò a riconoscerlo a sua volta, sia pure in forma velatamente condizionata. Di quali condizioni si trattava?

Garanzie e lealtà

Statua delle due sorelle Svizzera e Italia (di Margherita Osswald Toppi) nella
stazione di Chiasso a ricordo della prima grande impresa ferroviaria comune.
Certamente si trattava in primo luogo del riconoscimento da parte del Regno d’Italia della neutralità e integrità territoriale della Svizzera. Infatti, a differenza degli altri Stati europei l’allora Regno di Sardegna non aveva firmato nel 1815 l’atto finale del Congresso di Vienna con cui si garantiva «nell'interesse degli Stati europei» l’indipendenza e la neutralità perpetua della Confederazione Svizzera. Inoltre, le risposte del governo di Sua Maestà alle voci di annessione del Ticino, considerate per altro  «chimeriche» e prive di qualsiasi fondamento dallo stesso Cavour, non risultavano del tutto rassicuranti all’opinione pubblica svizzera e alle stesse autorità federali.

In realtà, anche il Consiglio federale tendeva a non drammatizzare quelle voci, ritenendo più importanti e sufficienti le parole e le intenzioni contenute nel messaggio del 23.03.1861 che il governo regio gli aveva inviato, tramite il suo rappresentante a Berna, A. Jocteau, per chiedere il riconoscimento svizzero del nuovo Stato. Infatti, il fatto stesso che il Regno d’Italia chiedesse una presa d’atto al governo di un Paese amico, con cui esistevano molteplici interessi comuni «che [legavano] i due Paesi l’uno all’altro nel presente e nel futuro» e i cui abitanti erano «così attaccati ai principi d’indipendenza», indicava un riconoscimento di fatto della sua indipendenza e neutralità.

Poiché, tuttavia, il Consiglio federale avrebbe certamente preferito un riconoscimento esplicito e una maggiore chiarezza d’intendimenti per il futuro, fa dire (2 aprile 1861) al suo incaricato d’affari a Torino, A. Tourte, di aver gradito molto i «sentimenti di amicizia» del governo di Sua Maestà verso la Svizzera e, per il futuro, di voler contribuire «lealmente, e per quanto in suo potere, a mantenere e a rinsaldare ancora con il nuovo Regno d’Italia le antiche relazioni di buona amicizia che sussistevano da così lungo tempo tra la Sardegna e la Confederazione».

Sulla base di queste garanzie e del principio di lealtà la collaborazione tra i due Stati poteva dunque partire su basi solide? Certamente sì, ma con qualche precauzione, soprattutto da parte svizzera, e molta buona volontà.

Urgenza della collaborazione

Per alcuni anni ancora, infatti, la Confederazione dovette tranquillizzare specialmente la Svizzera italiana che non ci sarebbe stata alcuna annessione da parte italiana perché ogni tentativo di aggressione sarebbe stato respinto. Consapevole, tuttavia, dei rischi dovuti alla sua fragilità non solo difensiva, ma anche costitutiva (molteplicità di lingue, culture, confessioni religiose, sensibilità, economie, ecc.), cominciò subito ad investire molto sia nelle opere di difesa confinaria e sia nello sforzo di consolidamento della coesione nazionale.

Un’eventuale aggressione sarebbe stata nefasta non solo perché avrebbe privato la Svizzera di una parte del suo territorio, ma anche perché avrebbe compromesso l’unità nazionale e quindi la possibilità di considerarsi ancora uno Stato libero e indipendente entro i confini riconosciuti dal Congresso di Vienna. Questa consapevolezza fa ben capire quanto la Svizzera tenesse al riconoscimento della sua neutralità e integrità nazionale anche da parte del Regno d’Italia e quanto fosse disposta a spendere per la sua «neutralità armata». Era una questione non solo d’indipendenza ma anche di sopravvivenza.

La Confederazione aveva tuttavia ben compreso da tempo che la maniera migliore per salvaguardare la propria neutralità e indipendenza era la collaborazione con tutti gli Stati vicini sulla base di accordi e trattati bilaterali e internazionali. Per questo si era dichiarata pronta e ben disposta a riconoscere il Regno d’Italia subito dopo una grande potenza. Di fatto, lo stesso giorno in cui la Gran Bretagna fece sapere di riconoscerlo, il Consiglio federale incaricò il suo rappresentante a Torino di fare altrettanto.

Era evidente che la Svizzera volesse proseguire e possibilmente intensificare i buoni rapporti avuti fino ad allora col Regno di Sardegna, anche perché da tempo erano in discussione alcuni grandi progetti riguardanti in particolare nuovi accordi commerciali, le vie di comunicazione transalpine, le condizioni di stabilimento dei cittadini svizzeri in Italia e dei cittadini italiani in Svizzera, l’estradizione dei delinquenti, la protezione della proprietà letteraria e artistica, ecc.

Non va nemmeno dimenticato che la Svizzera dipendeva dalla collaborazione con l’Italia per una parte consistente delle sue importazioni ed esportazioni da e verso i Paesi lontani. Il porto di Genova era ritenuto d’importanza vitale per l’approvvigionamento delle merci provenienti dall’estero. Di lì partiva anche la maggior parte degli svizzeri diretti a Napoli e in Sicilia e degli svizzeri emigranti verso i Paesi d’oltremare. Sull’importanza di Genova per la Svizzera basti ricordare che in questa città fu aperto già nel 1799 uno dei primi consolati svizzeri al mondo.

Oltre 400 accordi

Berna, Ambasciata d'Italia
Dopo aver risolto, senza difficoltà, alcune questioni riguardanti il traffico postale tra i due Paesi e

apportato alcune piccole rettifiche ai confini, si cominciò ad esaminare i grandi progetti riguardanti in particolare nuovi accordi commerciali, le vie di comunicazione transalpine, le condizioni di stabilimento dei cittadini svizzeri in Italia e dei cittadini italiani in Svizzera, l’estradizione dei delinquenti, la protezione della proprietà letteraria e artistica.

A parte gli scambi commerciali, che andavano solo intensificati, le altre materie erano nuove per cui richiesero anni di studio e di trattative, ma già nel 1868 si poterono concludere ben quattro accordi importanti. Uno di essi, ancora in vigore, riguardava le condizioni di stabilimento dei cittadini svizzeri in Italia e dei cittadini italiani in Svizzera e fu considerato a tutti gli effetti il primo importante strumento di regolazione delle migrazioni tra i due Stati.

Da allora, ad eccezione di pochissimi casi di gravi incomprensioni (all’origine di una breve rottura diplomatica e di alcuni avvicendamenti imprevisti di ambasciatori), le relazioni diplomatiche italo-svizzere sono state intense e proficue. Gli oltre 400 atti ufficiali tra accordi, trattati, convenzioni, protocolli e documenti simili, e i numerosi incontri ad alto livello tra i rappresentanti dei due Stati hanno portato enormi benefici alle popolazioni dei due Paesi.

Roma, Ambasciata svizzera

Non si può ignorare a questo punto che gli artefici principali degli atti formali e dei loro effetti positivi sono state le reti diplomatiche della Svizzera e dell’Italia, che hanno avuto specialmente agli inizi e in alcuni momenti critici ministri plenipotenziari e ambasciatori di prima grandezza. Ma non si può ignorare nemmeno che il successo di queste intense relazioni diplomatiche è dovuto in particolare a due parole chiave: rispetto (che include sempre la reciprocità) e collaborazione, spesso sintetizzate in un’unica parola: amicizia.

L’amicizia italo-svizzera

Quando nel 1861 la parola «amicizia» entrò a far parte del linguaggio diplomatico italo-svizzero non erano ben chiare la sua portata e soprattutto la sua credibilità. Solo col tempo e superando le difficoltà, spesso dovute a pregiudizi, incomprensioni o esternazioni incontrollate, ci si rese conto che quella parola conteneva una forza risolutiva straordinaria, perché basata sulla condivisione dei valori, sul rispetto dell’altro, sulla volontà comune di risolvere i problemi nell’interesse reciproco.

Osservando a volo d’uccello i 160 anni delle relazioni diplomatiche italo-svizzere, è facile costatare che i «sentimenti di amicizia» che facilitarono il riconoscimento svizzero del Regno d’Italia nel 1861 si sono col tempo consolidati da entrambe le parti, contribuendo alla formazione di basi giuridiche idonee alla convivenza tra italiani e svizzeri in questo Paese.

A beneficiare delle «amichevoli» relazioni italo-svizzere sono ancora oggi gli italiani residenti, ma non va dimenticato né minimizzato il contributo determinante da loro fornito al miglioramento generale dei rapporti bilaterali attraverso il lavoro, l’impegno, lo stile di vita e in generale la loro «italianità». (Fine)

Giovanni Longu
Berna 5.5.2021