11 gennaio 2026

In memoria di padre Enrico Romanò (1938-2026)

L'8 gennaio 2026 è morto serenamente  padre Enrico Romanò (1938-2026) della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Berna.  Lo ricordo volentieri, anche se non l'ho frequentato molto, tranne le domeniche, quando celebrava la messa nella chiesa di Sant'Antonio di Bümpliz. Nel dopo-messa ci incontravamo spesso nella caffetteria. In quegli incontri, che si erano intensificati in questi ultimi anni prima e dopo la pandemia, credo di aver colto i principali tratti della sua personalità: era un uomo semplice e mite, un cristiano che non conosceva la maldicenza, ma al contrario, riusciva a trovare in tutti qualche aspetto positivo, un sacerdote che ha onorato la sua missione sacerdotale venendo incontro alle richieste delle persone che aveva in cura, soprattutto quelle più anziane e più fragili.

Al compimento del suo 80° compleanno scrissi di lui, fra l’altro: «sacerdote in eterno / dell'Ordine di Melchisedec, / mediatore tra cielo e terra, / seminatore fecondo della Parola di Dio, / annunciatore della Buona Novella / agli attenti e ai distratti; / pastore premuroso e paziente, / compassionevole e mite, / sempre pronto all'ascolto / ma anche consigliere ascoltato, / perché ama la gente /e ne è ricambiato...». Credo che i fedeli che partecipano alle celebrazioni da lui officiate apprezzassero  la sua semplicità, il suo sforzo di chiarezza, ma soprattutto la sua empatia.

Con lui ho avuto una sorta di rapporto speciale, sorretto da una grande stima reciproca e condivisione. Poiché per la preparazione di alcuni articoli sull'Europa cristiana e sul contributo della religione nella storia dell'immigrazione italiana in Svizzera volevo essere ben documentato sul contributo della Chiesa e specialmente degli ultimi Papi, padre Enrico mi fu di grande aiuto fornendomi un’abbondante documentazione sulla storia della Chiesa, sui papi Benedetto XVI e papa Francesco, sul Concilio Vaticano II, sul fondatore della congregazione scalabriniana a cui apparteneva, San Giovanni Battista Scalabrini, e sulla storia della Missione Cattolica Italiana di Berna.

Fu così che scoprii che anche lui, come me, aveva una grande stima di Benedetto XVI, di cui entrambi apprezzavamo non solo la profondità del pensiero teologico, ma anche la precisione e la facilità con cui lo esprimeva. Padre Enrico stimolava il mio interesse fornendomi diversi scritti come encicliche, il Catechismo della Chiesa cattolica, testi per la Via Crucis del Venerdì Santo, ecc. 

Quando in Missione arrivava la rivista dove comparivano i miei articoli andava subito a leggere quanto avevo scritto, ma non per sommi capi come spesso avviene soprattutto quando la materia è complessa o specialistica (anche se i miei articoli erano quasi sempre rivolti al vasto pubblico), bensì integralmente, parola per parola e fino in fondo. Per poterne poi parlare con me, quasi sempre si faceva una fotocopia dell’articolo e sottolineava tutti i punti su cui intendeva chiedermi spiegazioni. Ne parlavamo poi dopo la messa. Trovavo tali conversazioni non solo utili, ma anche stimolanti perché sapevo che padre Enrico non si sarebbe fatto scappare alcun errore, specialmente di contenuto.

So di aver perso non solo un attentissimo lettore, ma anche un critico e un consigliere (fu lui a suggerirmi di non dimenticare l’anno scorso l’anniversario di Laudati si’ di papa Francesco). Sono contento di averlo conosciuto e di averne potuto apprezzare la semplicità, il suo notevole impegno nella preparazione delle omelie (ben sapendo che il pubblico era costituito soprattutto da persone anziane), la sua capacità di non lamentarsi mai degli acciacchi dell’età, la sua bontà d’animo e il suo amore per il prossimo. Grazie, padre Enrico. R.I.P. (gl)


31 dicembre 2025

2015-2025: Laudato si’ (enciclica di papa Francesco)


Nel 2025 non è stato possibile trattare alcuni anniversari significativi della storia svizzera, di quella europea e dell’immigrazione italiana in Svizzera. Ne riprenderò alcuni nel 2026 che sta per iniziare, ma a conclusione della serie di quest’anno ritengo utile, dato il precario stato di salute ecologica del pianeta, ricordare l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ del 2015, una riflessione che unisce ecologia, giustizia sociale e futuro delle prossime generazioni. 

Ci rendiamo conto dell’importanza del creato quando cominciamo a riflettere su alcuni episodi gravi che mettono in pericolo la nostra esistenza (siccità, ondate di calore, incendi, trombe d’aria, uragani, tempeste, alluvioni, smottamenti e fenomeni simili estremi). Eppure il richiamo alla bellezza e alla cura del creato ci viene di lontano, dagli antichi cosmologi greci o da quando, 800 anni fa, San Francesco d’Assisi scrisse il Cantico delle creature (1224), per invogliarci ad amare l’opera della creazione, persino la morte. Che la Chiesa sia intervenuta nuovamente (2015) con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco per ricordarci di aver cura della terra non deve meravigliarci perché da sempre essa considera l’ambiente come dono di Dio da custodire e non da sfruttare, la casa comune in cui abitare da inquilini e non da padroni, perché dovrà servire anche a chi verrà dopo di noi e su di essa avrà gli stessi diritti che abbiamo noi.

Papa Francesco nella tradizione

L’enciclica di papa Francesco del 2015 ribadisce il nostro dovere di aver cura di questa nostra casa comune, ringraziando Dio (come fece san Francesco nel testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore) dei doni che ci ha fatto, ma anche rispettando l’ordine naturale delle cose in cui è possibile percepire Dio come il Punto Omega di cui parlava nella prima metà del Novecento il gesuita Teilhard de Chardin.

San Francesco non è stato solo «il primo ecologista della storia» (come lo ha definito recentemente Roberto Benigni) ma anche il celebrante più celebre della fratellanza umana con l’ambiente. Nessun altro prima di lui si era rivolto al Creatore con queste parole: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole… sora luna e le stelle … frate vento e aere e nubilo e sereno et onne tempo… sor’aqua, la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta…. frate focu, ... sora nostra matre terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti flori et herba… sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare … Laudate e benedicete mi’ Signore e ringratiate e serviateli cum grande humilitate».

Anche Benedetto XVI ha trattato il tema nella sua enciclica Caritas in veritate (2009), nella quale ricorda che «la protezione dell'ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta».A ben vedere quando la Chiesa, basandosi sulla Sacra Scrittura, parla della Terra o più in generale del Creato, non si riferisce in primo luogo agli elementi fisici, al loro funzionamento e alla loro conservazione, ma al loro rapporto con Dio e con l’uomo: con Dio perché tutto il creato proviene da Lui, con l’uomo perché ne è il destinatario. Tuttavia, già Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum (RN) evidenziava la responsabilità dell’uomo nella cura del creato, sottolineando i concetti oggi alla base di ogni seria strategia ecologica, ossia la sostenibilità e la sussidiarietà: poiché su questa terra l’uomo è di passaggio, è suo compito prima di tutto conservarla (non distruggerla) e possibilmente migliorarla per renderla più vivibile anche dalle future generazioni. La terra, infatti, «Iddio l’ha data a uso e godimento di tutto il genere umano».

Un altro concetto centrale di questa visione ecologica della Chiesa, sempre presente da Leone XIII a papa Francesco e ora anche a papa Leone XIV, è quello di «bene comune» perché l'ambiente naturale è stato donato da Dio a tutti e ogni essere umano deve averne cura e sentire la responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera. Questa nozione, su cui si fonda il bene comune, implica pertanto che politica ed economia siano al servizio non solo dei singoli ma anche delle collettività, rispettando i diritti fondamentali di ogni persona e dei popoli, garantendo condizioni lavorative dignitose e solidarietà, superando sia il capitalismo selvaggio che il socialismo e favorendo un ordine sociale più equo, fondato sulla giustizia, la pace e la fraternità universale.

Di fronte all’attuale crisi climatica, all’acqua che scarseggia, ai ghiacciai che si sciolgono, agli eccessi di freddo o di caldo, al grave stato di salute del pianeta, alle persone che muoiono di fame, alle devastazioni prodotte dalle carestie e dalle guerre, al capitalismo sfrenato che stride con la crescente povertà, il richiamo della Chiesa per «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni» (Benedetto XVI) e per un’«ecologia integrale» (papa Francesco), dovrebbe far riflettere chi ha responsabilità politiche ed economiche ma anche i singoli consumatori. Aver cura dell’ambiente, infatti, non può essere disgiunto dalla giustizia sociale, dall'equità verso i poveri, dalla lotta contro le disuguaglianze, dall’impegno per la pace, dal rispetto della vita.

Rileggendo il Cantico delle creature o l’enciclica Laudato si’ non dovremmo mai dimenticare che in questi scritti si sta lodando Dio, l’Altissimo, il Creatore per le creature tutte che sono amabili in quanto doni di cui servirci, ma anche di cui aver cura per lasciare che anche altri, nel futuro, possano servirsene. 

BUON ANNO 2026!

Giovanni Longu
Berna 31.12.2025

30 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (seconda parte)

Nella prima parte di queste considerazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina ho voluto evidenziare quanto la guerra, e soprattutto questa, sia blasfema e disumana, per cui è auspicabile che finisca presto. Purtroppo sul «come» dovrebbe finire i pareri, specialmente tra i contendenti, sono talmente distanti che anche i commentatori ricorrono sempre meno ad aggettivi tipo «giusta» o «dignitosa» e parlano semplicemente di «pace». Solo papa Leone XIV aggiunge ancora alla parola «pace» due aggettivi: «disarmata e disarmante» perché tale dev’essere una pace vera e sostenibile, ossia fondata non sulla forza (riarmo) ma sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla collaborazione. Su questi principi si è sviluppata e rafforzata la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale e solo su queste basi sarà possibile ristabilirla anche tra Russia e Ucraina, pur tenendo conto della realtà.

Nazionalismi riprovevoli

Troppo a lungo, a mio parere, i media si sono soffermati sulle cause della guerra e sulle ragioni e i torti dei contendenti, troppo poco sulle soluzioni possibili. Ho sostenuto in più occasioni che questa guerra non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma hanno finito per prevalere i due incompatibili nazionalismi, quello russo e quello ucraino, entrambi di stampo ottocentesco e ugualmente riprovevoli. Pertanto la fine della guerra non dovrebbe avvantaggiare né l’uno né l’altro belligerante, perché l’opinione pubblica mondiale ha ormai assimilato i due concetti fondamentali recepiti dallo Statuto dell’ONU: i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli vanno salvaguardati sempre e dovunque; le controversie fra Stati si devono risolvere pacificamente.

In base a questa premessa la Russia non dovrebbe avvantaggiarsi di questa guerra perché ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina dovrebbe avvantaggiarsene perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone, ma è a servizio del popolo unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini. Entrambe stanno conducendo una guerra blasfema e disumana, lontanissima dai principi sanciti dall'ONU, che pur con tanti limiti, vanno considerati punti di riferimento certi per l’orientamento degli Stati.

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum), cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Colpevole, al riguardo, mi sembrano anche l’UE e la NATO, che hanno sposato caparbiamente una tesi, la peggiore, perché il riarmo spinge fatalmente al proseguimento della guerra e persino ad ampliarla, invece di cercare ostinatamente il compromesso, la pace. E sotto questo aspetto non trovo condivisibile nemmeno l’opinione del Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella per il quale la spesa per il riarmo, pur essendo «poco popolare», «poche volte come ora, è necessaria».

Se l’Italia che ripudia la guerra e l’Europa  volessero veramente tutelare la sicurezza della pace, dovrebbero farsi promotori di pace invece di perseguire il miraggio di una pace «giusta» mediante un riarmo esoso e inutile. Dovrebbero impegnarsi seriamente contro i nazionalismi, che tendono a dissuadere da un condiviso impegno per il bene comune. L’essersi schierate decisamente da una parte le priva del diritto e della possibilità di mediare tra i due belligeranti. Sarebbe stato possibile se avessero cercato di convincere l’Ucraina e la Russia al rispetto ed eventualmente al miglioramento degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Europa smemorata!

Peccato che proprio i responsabili europei delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri siano così smemorati e ignoranti di storia patria da non avvertire i rischi di una guerra che potrebbe protrarsi ancora a lungo e di un riarmo senza freni. Sanno dove ha portato il riarmo della prima metà del secolo scorso? È vero che la storia non è sempre «magistra vitae», ma quella europea qualcosa dovrebbe insegnare a chi ne detiene le maggiori responsabilità e a tutti i cittadini del vecchio continente. Nella storia europea, di fronte alle tante guerre che hanno insanguinato il continente con milioni di morti e feriti negli ultimi tre secoli si conoscono sia pure sommariamente i pretesti che le hanno fatte deflagrare e alcune conseguenze, ma si ignora (spesso volutamente) la ragione profonda che le ha provocate. Essa ha un nome ben preciso: nazionalismo, anche se difficilmente definibile in tutte le sue forme. Esso, purtroppo, è ancora presente in Europa.

Era già all’origine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), anche se le motivazioni erano apparentemente religiose (lotte tra cattolici e protestanti), ma raggiunse il culmine dapprima nella guerra franco-prussiana (1870-1871) e nelle guerre napoleoniche (1803-1815), poi nella prima guerra mondiale (1914-1918) e soprattutto nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ma anche nella guerra fredda (1945-1991), in cui il nazionalismo era latente benché subordinato all’ideologia dei due blocchi (blocco occidentale NATO, blocco orientale Patto di Varsavia) o sfere d’influenza. (Segue)

28 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (prima parte)

Nella speranza che il 2026 segni la fine del conflitto russo-ucraino, blasfemo e disumano, desidero ritornare sull'argomento, già trattato in numerosi articoli fin dal 2014, con alcune riflessioni sulla situazione e sulle condizioni di pace «giusta». Prima, tuttavia, una riflessione di carattere generale. Oggi si parla di questa guerra come se si trattasse di un videogioco, senza rendersi conto che nella realtà, anche solo a parlarne, nei termini con cui ne riferiscono oggettivamente i media, è orribile e inaccettabile, da condannare con fermezza e senza esitazione (cfr. Vaticano II, Gaudium et spes, 1965). Per i cristiani, è anche blasfema, un crimine contro Dio oltre che contro l’umanità. In questa guerra tra russi e ucraini, infatti,  a combattersi sono due popoli in gran parte cristiani. Purtroppo entrambi rivendicano di avere buone ragioni per combatterla, ma dimenticano che non esiste una «guerra giusta». Pertanto essa non avrebbe dovuto nemmeno iniziare e comunque è ora di finirla con una pace sincera e duratura, dando al mondo un segnale credibile di riconciliazione e di fede oltre che in Dio «nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole» (Statuto ONU, Preambolo). È possibile? «La pace è sempre possibile, ma bisogna cercarla senza mai rassegnarsi» (papa Francesco).

Guerra blasfema e disumana

La guerra tra Russia e Ucraina non è una guerra di religione e i due popoli coinvolti, entrambi cristiani, invece di rincorrere una vittoria forse impossibile, dovrebbero imboccare definitivamente la via della pace, perché la guerra è blasfema, offende Dio e la sua creazione più nobile, l’uomo e la donna creati a sua immagine e somiglianza. Secondo il Vecchio Testamento, ad essi Dio ha affidato il compito di trasmettere la vita («crescete e moltiplicatevi») e impartito l’ordine di non distruggerla («non uccidere»). La guerra è contraria all'uno e all'altro, è contraria alla volontà di Dio, è blasfema.

Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è andato oltre, indicando ai cristiani nell’amore per il prossimo («ama il prossimo tuo come te stesso») un nuovo comandamento, secondo solo a quello di amare Dio sopra ogni cosa. Sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento la vita è considerata «sacra», un valore assoluto, da rispettare incondizionatamente, anche nei nemici (perché Gesù Cristo non ha sottoposto il nuovo comandamento ad alcuna condizione tipo «se l’altro ti è amico», «se ti è simpatico», «se è buono», «se la pensa come te» o caratteristiche simili. La guerra non può essere cristiana.

La guerra è dunque contraria alla volontà di Dio, ma è anche contraria alla dignità della persona umana perché la vita umana è unica, insostituibile, preziosa. Eppure se ne parla come se non riguardasse né Dio né l’uomo. Persino l’Europa a maggioranza cristiana, che avrebbe tutto l’interesse a ripudiarla e a farla cessare, perché insensata, troppo rischiosa e contraria ai suoi tradizionali principi, la subisce e in qualche misura persino la alimenta, illudendosi di farla finire (ma quando?) con la forza delle armi, grazie a un riarmo straordinario, pazzesco (!). La guerra è disumana.

L’Italia ripudia la guerra?

Recentemente mi ha colpito, negativamente, una frase del presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, secondo cui bisognerebbe superare le resistenze dell’opinione pubblica contraria all'aumento della spesa pubblica a causa dei programmi di riarmo «in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali». No, signor Presidente, i rischi «concreti e attuali» vanno dimostrati e a tutt'oggi nessuno è in grado di provarli. Inoltre, in una grande democrazia, se il popolo mostra di non gradire certe spese perché le ritiene esagerate, infondate e inutili, dovrebbe essere difficile per chiunque ritenerlo inconsapevole dei rischi, indifferente o incosciente.  

In ogni caso, un Paese che enuncia tra i «Principi fondamentali» della sua Costituzione, di cui Lei è garante, che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11) non dovrebbe, prima di pensare di dotarsi di «efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva», cioè armi micidiali che finirebbe inevitabilmente per usare, attivare la diplomazia, ma non nel senso di prefigurarsi un nemico da combattere (perché poi i Russi, anche se non vengono espressamente nominati, che hanno contribuito eroicamente a liberarci dal nazifascismo?!) e predisporre un costosissimo arsenale per difendersi (o magari abbatterlo preventivamente), bensì nel senso prospettato dall'ONU di adoperarsi per «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», «per mantenere la pace e la sicurezza internazionale», per contribuire con altri popoli «a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti», ecc. come vorrebbe lo Statuto dell’ONU di cui l’Italia fa parte? (Segue).

Giovanni Longu
Berna 29.12.2025

16 dicembre 2025

1970: Schwarzenbach e la xenofobia: la sconfitta (seconda parte)

La xenofobia ai tempi di Schwarzenbach ebbe una grande diffusione perché la Svizzera nel secondo dopoguerra era ridiventata come all'epoca dei grandi lavori ferroviari un polo fortissimo di attrazione soprattutto per i lavoratori italiani e la massa degli immigrati in continua crescita sembrava minacciare la tranquillità di molti svizzeri. A differenza del passato, infatti, i lavoratori non vivevano più isolati in enormi baraccopoli generalmente autogestite, ma erano inseriti nel contesto sociale dei grandi agglomerati urbani e creavano non pochi problemi alle istituzioni pubbliche (scuole, asili, chiese, ospedali, centri di assistenza, ecc.) e alla società civile, soprattutto a causa della profonda incomunicabilità tra le due realtà. Sembravano dividerli barriere invalicabili dovute non solo alle carenze linguistiche degli immigrati, ma anche alle notevoli diversità di cultura, di abitudini, di interessi, di formazione scolastica e professionale, ecc. Provenienti per lo più da un mondo contadino povero, gli immigrati avevano grandi difficoltà ad inserirsi in una società capitalistica evoluta, in crescita e in continua trasformazione. La reazione di molti svizzeri fu la paura di essere sopraffatti, la diffidenza, il disprezzo, la marginalizzazione e talvolta l’odio verso gli stranieri (allora soprattutto italiani). Schwarzenbach ne ha abilmente approfittato.

Respinta la ricetta Schwarzenbach

Per superare questa profonda dicotomia Schwarzenbach deve aver pensato che bastasse ridurre il numero complessivo degli stranieri residenti, trattenendone una parte, al massimo il 10 per cento (preferibilmente quelli provenienti dal nord, ben formati e più facilmente assimilabili) e rinviando al Paese d’origine la parte eccedentaria. Tanto più che buona parte dell’opinione pubblica, come già ricordato nell'articolo precedente, non aveva fiducia nella politica del Consiglio federale che dal 1963 cercava invano di ridurre la manodopera estera. Sperando in una sorta di mobilitazione generale, provocò la votazione del 1970, ma, com'è noto, la maggioranza sia pure risicata dei votanti rigettò quella ricetta, ritenuta troppo pericolosa.

Era infatti notorio che agli inizi degli anni Settanta i lavoratori stranieri erano una componente determinante praticamente in tutti i rami della produzione, a cominciare dall'edilizia (oltre il 60%; 61% dei muratori, il 73% dei manovali), e persino in alcuni rami dei servizi, ad esempio nella ristorazione (75% dei camerieri) e negli alberghi (75% delle cameriere). Nell'industria tessile la percentuale degli stranieri era poco al di sotto del 50% (48,7%, ma in certune fabbriche superava l’80%). Nell'industria meccanica la media era del 32,7%, ma nella regione di Baden superava il 50%. Inoltre in alcuni rami la percentuale era ancora maggiore: gli stranieri costituivano il 70% dei saldatori e sfioravano il 100% gli addetti alle fonderie. Se fosse venuta meno la parte di stranieri che Schwarzenbach riteneva eccessiva, molto probabilmente l’economia ne avrebbe risentito e la disoccupazione avrebbe colpito inesorabilmente anche molti svizzeri. La maggioranza dei votanti preferì non rischiare e ridare fiducia al Consiglio federale che prometteva la riduzione dei nuovi permessi d’entrata e la stabilizzazione degli stranieri residenti. Osservando retrospettivamente i risultati anche solo della componente italiana degli stranieri immigrati in Svizzera, quella fiducia fu ben riposta perché il Consiglio federale impostò effettivamente una nuova politica immigratoria e d’integrazione, tanto da poter considerare a giusta ragione il 1970 come l’anno della svolta.

1970: l’anno della svolta

James Schwarzenbach, il perdente (1911-1994)

Purtroppo, alcuni osservatori miopi e prevenuti della sinistra italiana continuano a considerare il 1970 come l’anno della mancata vittoria di Schwarzenbach e non l’anno della sua sconfitta, della vittoria della democrazia sul populismo, della nuova politica immigratoria del Consiglio federale, del nuovo atteggiamento dei sindacati svizzeri verso gli stranieri, del popolo svizzero che cominciò a cambiare atteggiamento nei confronti degli immigrati e soprattutto degli italiani (che proprio quell'anno raggiunsero una notevole forza di aggregazione fino ad allora sconosciuta). Fu infatti l’inizio della nuova politica d’integrazione che condurrà a piccoli passi, con alti e bassi, all'abolizione della statuto dello stagionale, alla piena parità di trattamento dei lavoratori stranieri con quelli nazionali, alla libera circolazione delle persone, alla diffusione in tutta la Svizzera dell’italianità, al progressivo avvicinamento della Svizzera all'Unione Europea, ecc.

Tuttavia è giusto ricordare che a rendere feconde le iniziative del Consiglio federale non furono solo le buone intenzioni della politica svizzera, dei sindacati (che ritenevano l'iniziativa disumana e antieconomica), delle Chiese e di una parte considerevole dell’opinione pubblica, ma anche la crisi economica degli anni Settanta che ha costretto migliaia di stranieri, soprattutto italiani, a lasciare la Svizzera (offrendo indirettamente a Schwarzenbach il risultato sperato e negatogli nell'urna).

Chi ha contribuito maggiormente a rendere efficaci nel tempo le iniziative delle competenti autorità federali, cantonali e comunali sono stati però gli stranieri stessi, che hanno favorito l’integrazione scolastica, professionale e sociale delle seconde generazioni e in parte anche delle prime, avviando di fatto un percorso virtuoso che non si è mai interrotto. Tanto è vero che italiani di seconda e terza generazione, molti dei quali ormai con la doppia cittadinanza, sono oggi presenti in tutti i campi e a tutti i livelli della vita professionale, sociale, culturale e politica della Svizzera.

Giovanni Longu
Berna 16.12.2025

 

10 dicembre 2025

1970: Schwarzenbach e la xenofobia (prima parte)

Nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera Schwarzenbach è probabilmente il personaggio più noto. Io stesso ho scritto più volte di lui, ma a differenza di molti che ne scrivono senza averlo conosciuto (intendo personalmente) e senza aver mai avuto la pazienza di leggere i suoi scritti e i suoi principali interventi politici, io l’ho incontrato, ho discusso con lui di immigrati (italiani) e del futuro della Svizzera, ho letto molti suoi interventi, interviste e prese di posizione. Credo pertanto di poter fornire ai lettori qualche considerazione sostenibile sul personaggio, sulla xenofobia di quel periodo a cavallo degli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, sulle condizioni dell’immigrazione (in particolare di quella italiana) e anche sulla nuova politica federale verso gli stranieri successiva alla sconfitta del 1970.

Schwarzenbach e la situazione

Schwarzenbach è considerato da molti immigrati un estremista di destra, xenofobo, razzista, anti-italiano, che negli anni Sessanta reclamava la riduzione del numero di stranieri (da «cacciar via») a danno soprattutto degli immigrati italiani, perché era diffusa l’incertezza sul futuro e la paura dell'«inforestierimento» (Überfremdung). Benché non sia stato lui a creare la xenofobia, come molti ancora credono, in essa trovò un terreno fertile per la diffusione della sua ideologia anti-stranieri e della sua ricetta: ridurre la popolazione immigrata al 10 per cento della popolazione residente svizzera.

Per capirne la portata è bene ricordare, anche in questo anniversario, che nel secondo dopoguerra, con la ripresa dell’economia e dell’immigrazione in massa dall'Italia, si ripropose in alcuni ambienti svizzeri il tema dell'inforestierimento. E quando i dati del censimento della popolazione del 1960 rivelarono che gli stranieri costituivano oltre il 10 per cento (10,8%) della popolazione complessiva, molti politici, sindacalisti e lavoratori comuni cominciarono a preoccuparsi, ritenendo fra l’altro che non fossero rispettate le prescrizioni della legge federale sugli stranieri del 1931, che obbligavano le autorità a concedere permessi di dimora (annuale) tenendo conto «degli interessi morali ed economici del Paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera» (art. 16). In effetti sembrava che a prevalere fossero solo gli interessi economici. Fu allora che Schwarzenbach e altri sostenitori dei presunti «valori tradizionali» decisero di battersi «per la protezione della Svizzera».

Purtroppo, il governo federale, debole di fronte allo strapotere dell’economia (che non si faceva scrupolo di far venire masse di operai, anche analfabeti, per sfruttarle e rimandarle al loro Paese quando non servivano più), non potendo intervenire né per rallentare lo sviluppo economico né l’afflusso di manodopera straniera (e frenare così l'inforestierimento), cercò di ostacolare il soggiorno prolungato degli stranieri e delle loro famiglie (nel 1969 avevano superato il milione e il tasso di crescita era più rilevante di quello degli svizzeri) introducendo misure di contingentamento, irrigidendo i controlli e favorendo la stagionalità dei permessi. Si sa, però, che nonostante tutte le restrizioni la popolazione straniera continuava a crescere come l’economia chiedeva.

L’«iniziativa Schwarzenbach»

Detto così sembrerebbe che Schwarzenbach ce l’avesse più con gli imprenditori e i politici svizzeri che con gli stranieri e non è un’impressione completamente sbagliata. Ne ebbi conferma durante un incontro con lui negli anni Settanta quando gli chiesi perché invece di prendersela con i politici e i datori di lavoro avesse preso di mira gli immigrati, i meno responsabili di quella situazione.

Mi rispose che non ce l’aveva affatto con gli stranieri (che «poveretti vengono qui solo per lavorare e guadagnare») e tanto meno con gli italiani che stimava per la loro laboriosità, ma con i datori di lavoro senza scrupoli «che fanno venire da noi lavoratori stranieri a buon mercato, senza alcuna informazione sulla Svizzera, senza alcuna preparazione, senza nemmeno indicare loro che lavoro avrebbero fatto nelle nostre fabbriche, con la sola prospettiva o l’illusione di restare qui, guadagnare un po’ di soldi e tornarsene al proprio Paese, altro che sforzarsi di capire il nostro mondo o assimilarsi al nostro modo di vivere...!».

In realtà Schwarzenbach ce l’aveva anche con gli immigrati, che riteneva funzionali all'economia ma non alla cultura svizzera perché non assimilabili. E quando gli obiettai che per «assimilarsi» gli stranieri avevano bisogno di motivazioni e di stimoli, mi rispose che «un numero grande di persone non è mai assimilabile» e che le masse di stranieri, racchiuse in ghetti, rappresentavano un pericolo per la sopravvivenza della cultura svizzera: «così facendo noi alimentiamo nel nostro Paese le sottoculture, che finiranno per rovinare inevitabilmente la nostra cultura nazionale».

Replicai che non tutti gli stranieri erano analfabeti o senza cultura e che comunque la maniera per evitare che finissero per costituire dei ghetti culturali e sociali non era quella di cacciarli via, ma insistette sulla sua convinzione che la massa non è mai assimilabile.

A distanza di anni, continuo a ritenere quell'iniziativa ingiustificabile, ma che meriti comunque una spiegazione. Eccola. Schwarzenbach e buona parte dell’opinione pubblica non avevano fiducia nella politica del Consiglio federale (benché fin dal 1963 cercasse invano di ridurre gli ingressi degli stranieri per motivi di lavoro), perché il predominio dell’economia che li voleva era assoluto. D’altra parte, benché si sentisse sostenuto incondizionatamente da un partito molto combattivo, com'era allora l’Azione Nazionale, ma irrilevante politicamente, Schwarzenbach considerava velleitario ingaggiare una lotta contro la politica e l’economia, per cui,  facendo leva sul malcontento della gente, puntò tutto sulla democrazia diretta e sul voto popolare in grado, in caso di vittoria, di modificare la Costituzione e costringere il governo a ridurre drasticamente la minaccia straniera.

Fallimento dell’iniziativa Schwarzenbach

Non vi riuscì, com'è noto, perché nella votazione federale del 7 giugno 1970 la maggioranza del popolo svizzero rigettò l’iniziativa che portava il suo nome (iniziativa Schwarzenbach) e poco importa se lo scarto tra il no e il sì era risicato e se a motivare il rigetto sia stata soprattutto (come molti analisti hanno sostenuto) la paura che con la partenza forzata di 200-300 mila immigrati rischiassero di restare senza lavoro anche molti svizzeri, perché almeno una parte dell’economia si sarebbe fermata.

Dovrebbe invece importare che dopo quella votazione fu riorientata la politica immigratoria federale, mutarono gli atteggiamenti del Consiglio federale, dei sindacati, delle Chiese e dell’opinione pubblica verso gli stranieri, fu avviata una vera politica di stabilizzazione e d’integrazione della popolazione straniera, soprattutto delle seconde generazioni, ma di questi cambiamenti si tratterà nel prossimo articolo.

Giovanni Longu
Berna, 10 dicembre 2025

02 dicembre 2025

1960: Inaugurazione della MCI di Berna

Nel ventennio 1950-1970 l’immigrazione italiana in Svizzera ebbe un incremento eccezionale, passando dai 140.366 italiani residenti censiti alla fine del 1950 ai 583.855 italiani residenti rilevati alla fine del 1970. È facile immaginare i problemi che questa massa di «stranieri» portava in una terra molto differente da quella lasciata e in parte anche ostile per l’ondata di xenofobia che si sviluppò negli anni Sessanta e Settanta. Si era pensato di far venire dall'Italia manodopera a buon mercato e sono arrivati uomini con le loro aspirazioni e i loro problemi. Le strutture di accoglienza, quelle svizzere come quelle italiane, erano impreparate e insufficienti. Le Missioni cattoliche italiane (MCI) supplirono a questa carenza garantendo a una popolazione crescente e alquanto differenziata di immigrati forme fondamentali di assistenza, non solo in ambito religioso, ma anche personale, familiare (le famiglie erano allora più numerose di quelle di oggi), sociale, culturale e relazionale con gli svizzeri, le istituzioni (svizzere e italiane), i datori di lavoro, i sindacati locali …

L’immigrazione italiana e le Missioni cattoliche

Sede della MCLI di Berna.
Nel 1965, lo scrittore svizzero Max Frisch sintetizzò in una celebre frase, spesso citata nelle narrazioni sull'immigrazione italiana dei primi decenni del secondo dopoguerra («cercavamo braccia, sono arrivati uomini»), la realtà drammatica di molti immigrati in contrasto non solo con la politica immigratoria federale molto restrittiva e la crescente xenofobia, ma anche immersi in una realtà non omogenea e alquanto problematica. Basti pensare alla progressiva «meridionalizzazione» (perché gli immigrati provenivano ormai sempre più dal Meridione d’Italia e creavano talvolta problemi di convivenza con le ondate precedenti provenienti prevalentemente dal Nord).

Questa situazione è stata ampiamente descritta in molti racconti, memorie, narrazioni, film, per cui la si può supporre nota anche ai lettori di questo articolo. Del resto è facilmente immaginabile se si pensa che gran parte di quegli immigrati non aveva strumenti adeguati personali (conoscitivi, linguistici, professionali e relazionali) per affrontarla serenamente e i possibili aiuti esterni (svizzeri e italiani), compreso l’associazionismo, erano estremamente limitati. È invece ancora oggi poco noto e valorizzato il contributo offerto dalle Missioni cattoliche italiane per aiutare quegli immigrati a superare le difficoltà che incontravano in famiglia, sul lavoro, con le istituzioni e nella società. Eppure quel contributo è stato enorme e in molte situazioni particolarmente utile.

Merita pertanto ricordarlo e valorizzarlo anche perché i primi missionari, anche a Berna, dovettero affrontare compiti gravosi in condizioni difficili, alle quali spesso poco si pensa. Molte narrazioni, per esempio, sembrano dimenticare che gli interessi primari degli immigrati erano incentrati sul lavoro, il guadagno e il risparmio, non sulla pratica religiosa e nemmeno sulle possibilità del recupero scolastico, sull'apprendimento della lingua locale per facilitare la comunicazione, sull'informazione riguardante la storia, la cultura e le istituzioni del Paese ospite, sulla formazione professionale degli adulti e sulla scolarizzazione dei figli, ecc.

Molte narrazioni preferiscono ricordare, spesso acriticamente, le disposizioni restrittive svizzere sugli stranieri, il diffondersi di ideologie e comportamenti xenofobi, le presunte discriminazioni degli immigrati a scuola, sul lavoro e nella società, mentre non vengono quasi mai menzionati il diffuso anticlericalismo anche tra gli immigrati, la lacerante contrapposizione fra Colonie libere italiane (CLI) e MCI, la scarsa sindacalizzazione degli italiani nei sindacati svizzeri, ecc.

È in questo ambiente che i missionari seppero inserirsi, in puro spirito di carità evangelica, cercando di alleviare le sofferenze (specialmente psicologiche) di molti immigrati, curando molte ferite, appianando contrasti, offrendo a piene mani assistenza non solo religiosa e morale, ma anche sociale e culturale, promuovendo la crescita personale e collettiva e non da ultimo l’integrazione.

La Missione cattolica italiana di Berna

San Giovanni Battista Scalabrini, «padre dei migranti»
Poiché nel dopoguerra l’economia cresceva a ritmi impressionanti anche a Berna, dove già esisteva una Missione cattolica italiana con spazi e mezzi assai limitati, i missionari scalabriniani decisero di dotarsi di una sede più ampia e più adeguata al servizio che intendevano offrire anche ad altre collettività italiane del Cantone di Berna, specialmente nell'Emmental e nell'Oberland bernese. Nelle motivazioni di uno dei protagonisti, Padre Rino Frigo, c’era anche un esplicito riferimento all'italianità, perché si trattava di «un vero centro italiano: tutti i nostri connazionali vi si potrebbero rivolgere per sicuri consigli ed aiuti e per incontrarsi in un’atmosfera sana e accogliente sotto ogni rapporto».

La nuova sede si dotò presto di una ampia cappella dedicata alla Madonna dei migranti, di un ristorante aperto al pubblico, una sala-teatro, un asilo, una scuola elementare, una scuola di recitazione e di altri locali accoglienti per incontri, nuove associazioni e svariate attività. Per liberare i missionari da mansioni non sacerdotali, ad essi si aggiunse quasi subito un gruppo di suore della congregazione di San Giuseppe di Cuneo e di volontarie e volontari laici che erano di grande aiuto specialmente nella gestione dei locali, nell'organizzazione di incontri, esposizioni, proiezioni di film, partecipazioni a convegni, animazioni di gruppi, ecc. Il 4 settembre 1960 venne inaugurata la nuova sede della MCI con la benedizione del nunzio apostolico mons. Alfredo Pacini e la partecipazione dell'ambasciatore d'Italia Corrado Baldoni, grande sostenitore del progetto a favore degli italiani e di numerosi invitati laici e religiosi

La nuova sede di Berna non fu l’unica a veder la luce negli anni Sessanta. Infatti, se tra il 1947 e il 1949 erano sorte in Svizzera otto missioni (Turgovia, Baden-Wettingen, Aaretal, Winterthur, Sciaffusa, Altdorf, Sion, Romanshorn)  e ventuno negli anni Cinquanta, negli anni Sessanta ne furono inaugurate ben cinquantatré. Del resto, allora il bisogno era enorme, non solo per il numero dei migranti ma anche la gravità e complessità dei problemi, e i missionari godevano di grande fiducia.

La vita dei missionari e delle missionarie di Berna non doveva essere facile, perché la situazione dell’immigrazione, che la MCI aveva il compito di accompagnare, già negli anni Sessanta cominciò ad appesantirsi col diffondersi della xenofobia. Negli anni Settanta e Ottanta si era ulteriormente aggravata per le misure restrittive imposte dalle autorità scolastiche bernesi all'accesso alla scuola della Missione e a seguito della crisi economica che spingeva molte famiglie a rientrare in Italia. La popolazione che prima gravitava attorno alla Missione si riduceva vistosamente anche in seguito al diffondersi della secolarizzazione della società e della diminuzione della pratica religiosa. Ne risentì inevitabilmente anche il ricambio generazionale tra i missionari e il rientro in Italia di tutte le suore che prima operavano a Berna.

Non fu un disastro perché la Missione cattolica di lingua italiana esiste ancora, si è integrata nella Chiesa locale, continua ad offrire l’attività che le è più consona, l’assistenza religiosa, e rappresenta sempre un richiamo religioso per l’intera popolazione italofona della regione di Berna.

Giovanni Longu
Berna 2 dicembre 2025 

25 novembre 2025

1950: La dichiarazione Schuman e l’UE

Rievoco volentieri questo 75° anniversario perché la dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 è stata fondamentale per la nascita dell’Unione europea. Sebbene mirasse in primo luogo alla riconciliazione franco-tedesca, ha segnato anche l’avvio del processo di unificazione dell’Europa, tuttora in divenire. Schuman dichiarò nel Parlamento francese che il Governo intendeva proporre alla Germania la messa in comune delle risorse di carbone e di acciaio dei due Paesi, in una organizzazione aperta a tutti i Paesi d’Europa. In quella dichiarazione apparivano chiari non solo l’idea che l’Europa potesse ricomporsi e consolidarsi pacificamente, ma anche il metodo da seguire. Pur partendo da una imprescindibile riconciliazione tra Francia e Germania, l’obiettivo non era una comunità a due, ma una comunità economica e politica aperta a tutti i Paesi europei. La riconciliazione franco-tedesca doveva costituire la prima tappa di una federazione europea alla quale anche l’Italia e persino la Svizzera «neutrale» erano interessate.

L’idea del Trio Schuman-Adenauer-De Gasperi

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all'altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un'Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche. […] L’Europa non è stata fatta, abbiamo avuto la guerra. L'Europa non si farà d’un tratto, né in una costruzione globale: essa si farà con delle realizzazioni concrete, creando anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni europee esige che l'opposizione secolare fra la Francia e la Germania sia eliminata… » (Schuman, 9 maggio 1950). Il progetto di Robert Schuman fu approvato dal Parlamento francese, ma fu sostenuto anche dai leader dei due maggiori Paesi continentali (Germania e Italia): Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi.

Ho già scritto altre volte del Trio Schuman-Adenauer-De Gasperi che è all'origine dell’Unione Europea (UE). Ne scrivo nuovamente in occasione del 75° della dichiarazione dell’allora Ministro degli esteri Schuman al Parlamento francese 75 anni fa, perché l’UE, visibilmente in crisi d’identità e di prospettive, purtroppo sembra allontanarsi dall'idea originaria di «Unione» e dallo spirito di quella dichiarazione. Il Trio aveva ben presente i danni della seconda guerra mondiale ma anche della prima e per impedire il ripetersi di quegli eventi disastrosi aveva intravisto la via della pace, dell’unione e dello sviluppo come soluzione possibile e necessaria. Francamente, non mi sembra che l’UE stia percorrendo la stessa strada. Credo che una riflessione al riguardo di ciascun europeo possa contribuire a rendere gli organismi comunitari più democratici e più responsabili.

I risultati finora raggiunti dall'Unione europea voluta da quel Trio sono sotto gli occhi di tutti: la pace è stata salvaguardata, è terminata la «guerra fredda», l’Unione si è allargata e rafforzata, lo sviluppo ne è ancora un propulsore efficiente sebbene indebolito. Ciò nonostante, la Commissione, come altre istituzioni europee, invece di proseguire armoniosamente il cammino segnato, sviluppando la solidarietà e la collaborazione, sembrano rincorrere i fantasmi delle guerre passate e rischiano di commettere gli stessi errori.

Infatti, chi non vede nell'UE di oggi una crescita dei nazionalismi? Chi approva l’autoriduzione dell’Europa con la rinuncia alla Russia europea e la ripresa su vasta scala della «guerra fredda»? E chi non avverte che il riarmo esorbitante proposto dai vertici UE finirà per sollevare nuovi venti di guerra, favorendo fra l’altro alcuni Paesi (quelli con maggiori possibilità di spesa) a scapito di altri meno facoltosi? Chi non vede i rischi d’implosione dell’UE, perché si parla sempre più di una Unione a due o più velocità e alcuni Paesi si domandano se non sia preferibile seguire l’esempio della Gran Bretagna, mentre altri s’interrogano seriamente se convenga ancora restare uniti ai tradizionali alleati, visto che l’ordine mondiale sta evolvendo verso un mondo multipolare? E quanti Stati membri dell’UE, di fronte alle crescenti difficoltà, sono disposti a cedere anche solo una piccola parte di sovranità nazionale a beneficio di un’Unione sovranazionale sempre più debole?

L’esempio della guerra russo-ucraina è emblematico

Sono convinto che la guerra russo-ucraina si sarebbe potuta evitare se l’UE fosse stata più forte e autonoma adoperandosi per far rispettare gli accordi di Minsk del 2014 e 2015, tanto più che alcune «potenze» (in particolare Francia e Germania) se ne erano rese garanti sotto l’egida dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Non è questo il luogo e il momento per chiedersi chi non li ha osservati, ma ritengo che l’UE avrebbe potuto agire almeno su una parte, l’Ucraina, che certamente non li ha osservati con motivazioni nazionalistiche e forse anche perché si sentiva coperta dalla protezione dell’Unione e della NATO a cui intendeva aderire.

Oggi, per fortuna, si comincia seriamente a parlare di pace e non capisco come a molti responsabili dell’UE sfugga che è meglio sacrificare un pezzo di territorio che vite umane (militari e civili), che la condizione della neutralità parzialmente disarmata come è stata provvidenziale per certi Paesi potrebbe esserlo anche per l’Ucraina, che le relazioni di buon vicinato valgono più di certe amicizie lontane niente affatto disinteressate, che uno sviluppo comune anche parziale è preferibile a una lotta fratricida, che non è affatto disdicevole una certa equidistanza da Stati Uniti e Russia, avendoli più come partner che come protettori.

Alla Commissione Europea verrebbe da chiedere perché in questi anni di guerra non si è mai adoperata seriamente a mediare tra le posizioni ambiziose di Putin e le richieste talvolta farneticanti di Zelensky. Eppure argomenti per una soluzione pacifica del conflitto ce n’erano. Sarebbe bastato riprendere alcuni punti degli Accordi di Minsk in cui si prevedeva, per esempio, il rispetto dei diritti fondamentali (come previsto dalla Carta dell’ONU) della minoranza russofona, l’organizzazione di elezioni libere nel Donbass, la decentralizzazione dei poteri, uno statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk, il diritto all'autodeterminazione linguistica, la neutralità dell’Ucraina, ecc.

Perché l’UE e i Paesi occidentali hanno tollerato così a lungo una guerra insensata e disastrosa, preferendo imporre alla Russia severe sanzioni e sostenere finanziariamente e militarmente l’Ucraina nell'illusoria speranza di una vittoria, alimentare in Europa la paura di un’invasione russa e giustificare spese spropositate per un riarmo generalizzato dei Paesi europei?

Credo che abbiano ragione quanti ritengono tale riarmo e la Commissione che l’ha richiesto una sciagura per l’UE e un oltraggio allo spirito dei fondatori, che volevano solo la pace e lo sviluppo solidale del continente dall'Atlantico agli Urali. Perché nessuno Stato membro sembra credere nella forza della riconciliazione e della solidarietà? Perché si continua a preferire ambizioni impossibili e pericolose piuttosto che affrontare responsabilmente la realtà? Perché si lascia predicare impunemente a qualche Commissario che per avere la pace bisogna prepararsi alla guerra? Perché non ci impegniamo tutti, giorno per giorno, per una pace «disarmata e disarmante», come ha indicato al mondo papa Leone XIV all'inizio del suo pontificato (8.5.2025)?

Giovanni Longu
Berna 25.11.2025

19 novembre 2025

1945: Svizzera chiama Italia (seconda parte)

L’accordo italo-svizzero verbale del 1945 mostrò quasi subito il suo limite perché la Svizzera era scontenta dei ritardi con cui arrivavano i lavoratori richiesti a causa della farraginosa burocrazia italiana e l’Italia non gradiva che il reclutamento avvenisse per lo più nominalmente da parte delle imprese svizzere direttamente nelle regioni del Nord, specialmente Lombardia e Veneto, sottraendo personale qualificato alle industrie che si apprestavano alla ripresa. All'Italia però non conveniva protestare perché in quel momento sembrava prioritario ridurre i rischi della disoccupazione e questo sbocco migratorio sembrava provvidenziale, tanto più che la Svizzera guardava con interesse al mercato del lavoro italiano. Per questo la Legazione di Berna aveva autorizzato i datori di lavoro svizzeri a reclutare anche direttamente in Italia il personale di cui avevano bisogno.

L’Accordo di emigrazione del 1948

Allo scopo di «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall'Italia in Svizzera» (prevalentemente stagionale), appianare le divergenze recenti e regolare meglio i flussi (limitando, per esempio, il reclutamento individuale a vantaggio di quello collettivo tramite i canali ufficiali e col controllo della Legazione e degli uffici consolari), il governo italiano chiese alla Svizzera un accordo scritto, che sarà poi sottoscritto il 22 giugno 1948: «Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all'immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera».

Al riguardo mi sembra opportuno ricordare che l’Accordo non riguardava l’emigrazione/immigrazione italiana in Svizzera in tutte le sue forme e durata, ma solo la parte, sia pure prevalente, «stagionale» o comunque temporanea, come bene indicava il primo articolo: «Il presente accordo si applica all'immigrazione in Svizzera di mano d'opera stagionale o ammessa a titolo temporaneo».

Le autorità italiane ne erano ovviamente consapevoli e forse non dispiaciute, perché le istituzioni politiche e sindacali, anche di sinistra, erano convinte della necessità dell’emigrazione per evitare possibili conflitti sociali e nella speranza di raggiungere presto la piena occupazione, grazie agli effetti del famoso «Piano Marshall». In tal modo si sarebbe risolto il problema dell'emigrazione alla radice. 

In Svizzera, invece, soprattutto tra le associazioni italiane di sinistra, si discuterà per decenni su questa limitazione dell’immigrazione italiana, dimenticando sistematicamente che al momento della firma dell’Accordo le autorità italiane praticamente non avevano altra scelta. Del resto, molti stagionali erano  soddisfatti di poter lavorare in Svizzera qualche stagione, guadagnare, risparmiare e rimpatriare con un bel gruzzolo. E poiché sapevano che a fine stagione dovevano rientrare in Italia, è ragionevole supporre che la massa degli stagionali non pensasse minimamente d’integrarsi in questo Paese «ospite».

Quanto alle autorità svizzere, erano sicuramente soddisfatte di quell'Accordo perché non intendevano affatto liberalizzare l’immigrazione, chiedevano solo (o prevalentemente) lavoratori «stagionali» (possibilmente giovani e non sposati) e sapevano che all'Italia non dispiaceva, perché era come ossessionata dal possibile aumento della disoccupazione e di eventuali conflitti sociali e, almeno in quelle trattative, non avrebbe potuto chiedere  niente di più. Del resto, in Svizzera, l’artefice principale dell’intesa era un ex rifugiato politico, un grande antifascista, capo della Legazione italiana (dal 1953 Ambasciata), Egidio Reale (1888-1958), molto sensibile alle problematiche degli immigrati e molto stimato sia dal governo italiano che da quello svizzero.

Egidio Reale (1888-1958)
Se l’Italia non avesse avuto il problema della disoccupazione e degli esuberi, probabilmente il tema degli stagionali sarebbe stato ridimensionato o trattato diversamente o forse non si sarebbe neanche posto. La storia, però, com'è noto, non si fa con i «se». Del resto, quell'Accordo fu ben visto e approvato non solo dalla Svizzera (che grazie ad esso poteva attingere quasi a volontà a una sorta di «serbatoio» di lavoratori pronti per essere impiegati dall'economia svizzera e senza rischi d'inforestierimento, come esigevano la menzionata legge federale del 1931 e il mandato negoziale del 1945), ma anche dall'Italia (che, in quel momento, non aveva praticamente sbocco migliore alla manodopera eccedentaria, anche senza contare sulla probabile ricaduta economica in Italia delle cospicue rimesse degli emigrati).

Clandestini e irregolari

Per le stesse ragioni, non dovrebbe scandalizzare che gli impegni assunti dalla Svizzera fossero oltremodo contenuti (erano loro che chiedevano manodopera, stabilivano i requisiti e fissavano il quadro di riferimento) e dovrebbe far riflettere se, nonostante alcuni giudizi negativi di qualche associazione italiana di allora e di qualche critico isolato di oggi), dopo quell'Accordo aumentarono in Svizzera gli immigrati italiani, sia quelli regolari che quelli irregolari (ossia di persone che, per evitare le lungaggini burocratiche, arrivavano qui col semplice passaporto turistico.

Al riguardo mi sembra opportuno ricordare che si trattava di un fenomeno ben noto alle autorità, con la differenza che quelle italiane le ritenevano uscite «clandestine», mentre quelle svizzere entrate «irregolari», (facilmente) regolarizzabili. Era infatti notorio che numerose imprese svizzere cercavano manodopera e molti italiani pensavano che bastasse entrare in Svizzera per trovare un posto di lavoro, magari tramite conoscenze, per lo più compaesani o anche associazioni, Consolati, Missioni cattoliche italiane. In molti casi tuttavia la ricerca non raggiungeva lo scopo sperato e il rientro in patria era inevitabile.

Per la Svizzera, come detto, non si trattava di «clandestini», ma al massimo di «irregolari», la cui regolarizzazione non poneva in genere grandi difficoltà, a condizione che disponessero di un contratto di lavoro valido. C’era anche, fin dal 1945, una parte di immigrazione «clandestina», ma era molto esigua perché i clandestini sapevano di correre il rischio di essere individuati ed espulsi.

In conclusione: italiani venuti… perché chiamati!

Gli accenni precedenti, per quanto frammentari e sommari, lasciano facilmente intuire che l’immigrazione italiana in Svizzera nel secondo dopoguerra non sia stata affatto un’operazione semplice, ma nemmeno tanto problematica, come invece certe ricostruzioni farebbero pensare. Benché in quel periodo il lavoro abbondasse, non è affatto vero che bastava presentarsi all'ufficio del personale di un’azienda per chiedere un lavoro e ottenerlo.

In questo contesto, è comprensibile che qualche immigrato abbia riassunto la sua prima esperienza migratoria affermando di essere venuto qui come turista, in realtà con l’intenzione di cercare un lavoro e di averlo ottenuto. Ma anche in questi casi non va dimenticato che, secondo le leggi e i regolamenti esistenti allora e anche dopo, l’assunzione della manodopera estera era sempre accompagnata da una richiesta e dalla relativa autorizzazione delle autorità competenti per il rilascio dei permessi di soggiorno e la registrazione nei registri della Polizia degli stranieri (e magari «schedati»). 

In effetti, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, gli immigrati italiani sono arrivati qui a decine di migliaia (a metà degli anni Sessanta costituivano più del 50% della popolazione straniera) perché l’economia svizzera aveva assoluto bisogno di loro, erano richiesti! Quelli che sono rimasti lo hanno fatto per una loro libera scelta, si sono integrati, molti hanno acquisito la doppia cittadinanza e sono diventati a pieno titolo italiani e svizzeri con un «passato migratorio»!

Giovanni Longu

11 novembre 2025

1945: Svizzera chiama Italia (prima parte)

«A quanti sostengono ancora che l’emigrazione italiana del secondo dopoguerra fu una sorta di fuga dall'Italia di povera gente alle prese con la disoccupazione e il sottosviluppo del Mezzogiorno, alla disperata ricerca di lavoro in Svizzera, andrebbe ricordato che fu la Svizzera a richiedere contingenti di manodopera italiana prima ancora che fosse terminata la guerra». Così scrivevo in una nota sul Corriere del Ticino del 14.11.2012. Lo confermo con qualche precisazione, nell'intento di apportare alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera qualche elemento di verità in più rispetto a una diffusa narrazione fondata su alcuni pregiudizi di «storici» contemporanei, per esempio la semplificazione di una estrema facilità di trovare lavoro in Svizzera (come se non esistesse una frontiera svizzera ben controllata) o la contrapposizione insanabile tra immigrati (italiani) sfruttati e svizzeri capitalisti e sfruttatori, per altro senza alcuno sforzo di comprensione della mentalità, delle paure e delle istituzioni svizzere del secondo dopoguerra.

Situazione italiana e svizzera alla fine della guerra

L’Italia era uscita dalla guerra perdente e malconcia, con un apparato industriale semidistrutto o da convertire e comunque fortemente condizionato dalla scarsità di materie prime e di carburanti (carbone, petrolio e derivati), con più di due milioni di disoccupati soprattutto al Nord, una agricoltura arretrata e con una popolazione poco istruita (l’analfabetismo era ancora molto diffuso). Le vie d’uscita erano essenzialmente due: ottenere rapidamente aiuti esterni o emigrare. Poiché gli Alleati non approvarono l’accordo commerciale concordato tra l’Italia e la Svizzera il 10 agosto 1945, a molti italiani non rimaneva che l’alternativa di emigrare. Ma dove emigrare?

Grazie alla sua neutralità, la Svizzera, era uscita piuttosto bene dalla guerra, con un’infrastruttura industriale e commerciale efficiente e si trovò subito sommersa di richieste di beni e servizi provenienti da molte parti d’Europa, che però non riusciva a fornire. Per riuscirvi aveva urgente bisogno di accrescere la capacità industriale, di sostituire nell'agricoltura la manodopera che si era trasferita nel secondario più sicuro e meno soggetto a imprevisti, di sviluppare il terziario che reclamava anch'esso risorse umane, soprattutto nei comparti prima coperti da personale germanico.

Soprattutto le grandi aziende e le organizzazioni dei contadini, degli albergatori e degli industriali insistevano sul governo, tramite l’Ufficio federale dell'industria, delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML), perché autorizzasse il reclutamento di manodopera straniera, «l’unica al momento in grado di coprire il fabbisogno urgente di personale delle aziende».

In passato, per soddisfare esigenze di questo tipo la Svizzera aveva reclutato manodopera soprattutto nei Paesi confinanti (Germania, Austria, Francia e Italia). Ora però il mercato del lavoro di questi Paesi, ad eccezione di quello italiano, era in buona parte bloccato perché gli Alleati non lasciavano emigrare tedeschi e austriaci e la Francia era essa stessa alla ricerca di manodopera. Solo il mercato del lavoro italiano era disponibile.

Trattative facili con l’Italia

Nell'autunno del 1945 il Consiglio federale autorizzò le trattative con i vari Stati, indicando tuttavia alcuni principi inderogabili, ad esempio che la ricerca avvenisse dapprima tra i lavoratori svizzeri, che gli stranieri venissero assunti alle stesse condizioni salariali e lavorative degli svizzeri e che i governi interessati garantissero la disponibilità a riaccogliere i propri connazionali qualora non fossero stati più necessari alla Svizzera.

Anche se non compare in alcun documento ufficiale è presumibile che tra le raccomandazioni delle autorità federali ci fosse anche di fare molta attenzione alle idee politiche degli stranieri per evitare che tra gli immigrati s’infiltrassero fascisti, bolscevichi (comunisti), ricercati per reati comuni, attivisti e contestatori che avrebbero potuto creare un allarme sociale.

In questo atteggiamento delle autorità svizzere è facile vedere non solo la volontà di evitare il rischio della disoccupazione e del disagio sociale in caso di una eventuale recessione (prevista da molti economisti per l’immediato dopoguerra), ma anche l’intenzione della Confederazione di gestire direttamente (e non tramite i Cantoni) la politica migratoria in modo da garantire la «pace del lavoro» raggiunta nel 1937 e la lotta all'inforestierimento come imponeva la legge sugli stranieri del 1931. Questo significava, ad esempio, che (quasi) tutti i permessi di lavoro e di soggiorno fossero stagionali e non a tempo indeterminato.

Fin dai primi contatti con la Legazione italiana (che sarà elevata al rango di Ambasciata nel 1953) non fu difficile trovare subito un accordo informale, perché i rapporti italo-svizzeri in materia di immigrazione erano stati soprattutto nel passato (quasi sempre) buoni e durante la guerra i buoni uffici della Svizzera avevano facilitato la resa dei tedeschi in Italia («operazione Sunrise», cfr.  https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2025/11/1945-2025-80-anni-fa-loperazione-sunrise.html). E poiché era urgente per entrambe le parti che i flussi migratori cominciassero subito, si derogò dalla forma dell’accordo formale. L’UFIAML, esaminate le richieste provenienti dai vari settori (tanti muratori, tanti carpentieri, tanti contadini, ecc.), le inoltrò immediatamente alla Legazione, che a sua volta le trasmise agli organi competenti in Italia (uffici del lavoro, uffici di collocamento, ecc.).

Inizialmente le richieste furono soddisfatte con urgenza, tant'è che un primo contingente di 300 immigrate valtellinesi, destinate a sostituire la tradizionale manodopera germanica in alcuni comparti del terziario, giunse in Svizzera già nel 1945. Le richieste e i relativi permessi aumentarono negli anni successivi: nel 1946 vennero rilasciati a italiani ben 36.271 permessi di soggiorno, diventati 126.548 nel 1947, senza contare i permessi prolungati. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 11.11.2025